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La morte misteriosa e tragica di Santino Rende: il presidente dell’Onlus Anfass Bruno Siracusano è accusato di abbandono di incapace. Ma l’inchiesta giudiziaria finisce in un vicolo cieco. I punti oscuri e le domande inquietanti

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il corridoio accanto alla serra dove fu trovato Santino Rende

Il corridoio accanto alla serra dove fu trovato Santino Rende il primo ottobre del 2014

La morte è avvenuta per le ustioni sul 70% del corpo, dopo vari arresti cardiaci, l’ultimo dei quali fatale.

Di sicuro c’è questo.

E c’è che quella mattina del primo ottobre del 2014 Santino Rende, disabile di 45 anni con ritardo mentale medio grave sin dalla nascita, era stato affidato all’assistenza e alle cure degli infermieri, dei medici e degli operatori dell’ Anfass, l’ Onlus convenzionata con l’Asp 5 di Messina che le eroga 700 mila euro all’anno.

Alle 9, infatti, era entrato nella struttura di riabilitazione di viale Giostra.

Quattro ore dopo, intorno alle 13 l’uomo è uscito a bordo dell’ambulanza del 118, in gravi condizioni.

Ma sulla causa delle ustioni, su dove specificamente se le sia procurate e su come ciò sia accaduto rimangono molte incertezze.

Mesi e mesi di indagini, tre consulenze medico legali, una perizia di un ingegnere e gli accertamenti dei Ris dei carabinieri non hanno dato risposte certe.

Rimangono – a leggere le carte dell’inchiesta –  molti dubbi e molti aspetti oscuri, soprattutto sulla causa delle ustioni che hanno portato alla morte di Santino: scarica elettrica o fiamme determinate dalla combustione degli abiti?

Parola d’ordine: archiviare

Per il sostituto procuratore Francesco Massara la morte di Santino non ha alcun responsabile.

Il magistrato ha infatti chiesto l’archiviazione delle indagini ritenendo che “nessun rimprovero penalmente rilevante possa muoversi al personale della struttura in merito alla assenza di controllo dell’ospite al momento dell’incidente”.

Eppure, un consulente psichiatra nominato dallo stesso Massara, Sergio Chimenz, aveva  concluso la sua consulenza evidenziando che negli ultimi tempi l’autonomia di Santino si era grandemente ridotta e per questo si era “reso più importante il controllo e la supervisione dei suoi gesti e atti, anche al fine di evitare comportamenti pericolosi verso sé”.

 

Imputazione… in un vicolo cieco

Il Giudice per le indagini preliminari Daniela Urbani, sollecitata dal legale della famiglia di Santino Rende, Antonello Scordo, non ha potuto non rilevare questa contraddizione tra le conclusioni di Chimenz e quelle di Massara, e ha ordinato l’imputazione coattiva a carico del presidente dell’Onlus Anfass, Bruno Siracusano, l’unico iscritto sin dall’origine sul registro degli indagati con l’accusa di Abbandono di persona incapace, aggravata dalla morte, reato per cui è prevista una pena da tre anni a otto anni di reclusione.

“L’ente aveva l’obbligo di assicurare la sicurezza dell’utente mettendo in atto tutte le misure necessarie a garantire la sua incolumità, specie in ragione delle sue condizioni. Ciò che nel caso di specie non è stato evidentemente fatto”, ha motivato il Gip Urbani.

Tuttavia, incriminare Bruno Siracusano equivale a non incriminare alcuno.

Siracusano infatti ha solo un ruolo di legale rappresentante dell’Anfass: è presidente del Cda e non fa parte dell’organico dell’Onlus, né potrebbe.

E’ dirigente medico oculista dell’Asp 5 di Messina,la stessa con cui è convenzionata l’Onlus che presiede, e presta la sua attività di lavoro giornaliero presso l’ambulatorio di via Del Vespro.

La mattina dell’incidente a Santino – secondo quanto emerge dalle testimonianze degli altri operatori – Siracusano è uno dei primi a prestargli assistenza, ancora prima dei sanitari del 118.

Ma – secondo la giurisprudenza pacifica della Corte di cassazione – hanno una posizione di garanzia solo  e tutti gli operatori sanitari con responsabilità di assistenza e cura in quanto strutturati, presenti sul posto nel momento in cui si verifica il fatto.

Se anche Siracusano quella mattina si fosse trovato per caso all’Anfass prima dell’incidente non avrebbe comunque responsabilità

Per fare,un esempio, è nella stessa situazione di un direttore generale di un’azienda ospedaliera che si trova a stazionare per caso in un reparto di ospedale in cui un paziente muore perché nessuno si accorge che si è staccata la flebo.

Nessuno degli inquirenti ha accertato se Siracusano fosse a Giostra per caso o fosse stato appositamente chiamato dopo l’incidente: e questo è uno dei ministeri insoluti dell’intera vicenda.

La responsabilità del legale rappresentante dell’ente potrebbe esserci solo se si accertasse che l’omessa vigilanza su Santino fosse dipesa da una carenza di personale.

Ma nessuna attività di indagine risulta essere stata effettuata per verificare se in servizio quella mattina all’Anfass ci fosse personale nel numero imposto a pena di rescissione dalla convenzione con l’ Asp 5 di Messina.

 

Una morte… tante verità

Il Gip Urbani ha invece condiviso la tesi del pubblico ministero Massara, senza ordinare nuove e altre  indagini, sulla ricostruzione dei fatti e sulla causa delle ustioni.

Santino nell’ora di pausa, concessa quotidianamente dalle 11 alle 11 e 30, si è allontanato dagli altri pazienti per fumare un sigaro. Mentre faceva ciò i suoi vestiti hanno preso fuoco.

E’ stato trovato completamente nudo, in arresto cardiaco, da un’operatrice accanto a una piccola serra, in una sorta di intercapedine di un metro che divideva la stessa dalle finestre della struttura.

Sulla posizione e sulle condizioni in cui è stato trovato, le testimonianze delle persone che lo hanno soccorso non sono del tutto coincidenti.

Di fatto, secondo le testimonianze, è stato rinvenuto 40 minuti dopo che era finita la canonica pausa quotidiana, alle 12 e 10.

La tesi del pm Massara avallata dal Gip Urbani è frutto soprattutto delle conclusioni cui è giunto il consulente medico legale della Procura, Elvira Ventura Spagnolo: “Le ustioni sono state procurate dalle fiamme frutto dalla combustione dei vestiti sul corpo”, ha scritto.

 

La forza di ardere in silenzio

Santino, dunque a voler seguire questa tesi è bruciato in silenzio, rimanendo paralizzato.

Non ha urlato, non ha corso, non ha fatto nulla di quello che fa qualunque essere umano squassato dal dolore lancinante del calore e della pelle che arde.

Nessuno ha sentito nulla: né gli operatori, né gli altri utenti, né i vicini benché il cortile dove è stato trovato sia circondato da case.

 

La potenza del cotone

Faceva ancora caldo e Santino quella mattina indossava, come è stato accertato, una maglietta di cotone e un bermuda dello stesso tessuto.

A seguire ancora la tesi del consulente Ventura Spagnolo, le fiamme di due capi leggeri di cotone sono state in grado di provocare ustioni di secondo e terzo grado su oltre i due terzi della superficie corporea.

I Ris dei carabinieri hanno accertato che sui brandelli di tessuto e materiale rinvenuti vicino al corpo non c’erano segni di liquido infiammabile.

Su questi brandelli di tessuto c’è un altro giallo.

La donna che si occupava da anni di accudire Santino e del suo vestiario ha dichiarato di non riconoscerli come pezzi degli indumenti che quella mattina indossava il quarantacinquenne.

Cosi come un giallo c’è su un mazzo di chiavi da cui Santino, secondo le testimoniane dei parenti, mai si separava e che aveva con se quella mattina, mai ritrovato.

La ricostruzione…. folgorata

Nettamente diverse da quelle di Elvira Ventura Spagnolo le conclusioni cui è giunto il consulente medico legale nominato dalla famiglia Rende.

La causa delle ustioni e degli arresti cardiaci?

Non fiamme, ma elettricità.

“I segni rinvenuti sulle cellule del cuore andato in arresto, e sulle derma delle mani e dei piedi nonché sulle cellule del corpo dicono – letteratura alla mano – che Santino si è ustionato per una scarica elettrica che ha attraverso il suo corpo passando per il cuore e ha fatto andare in combustione i vestiti che aveva indosso”, scrive senza esitazioni Francesco Coco, medico legale di Catania. “Depone per la scossa elettrica pure l’arresto cardiaco, che invece non è solito nei casi di ustione da fiamma”, ha aggiunto.

Questa conclusione deve però incrociarsi con un altro dato emerso nel corso delle indagini.

L’ingegnere Valentino Catanoso, altro consulente nominato dalla Procura, ha affermato in maniera netta che dove Santino viene ritrovato, accanto alla serra, non sono state rilevate possibili fonti di fenomeni elettrici che avrebbero potuto folgorarlo.

Il consulente ha allo stesso tempo accertato che “l’impianto elettrico della struttura non era a norma”, benché in teoria dovesse esserlo in quanto controllato dai tecnici dell’Asp 5, essendo presupposto essenziale per la convenzione. Tuttavia, dalle misurazioni effettuate non è risultato che l’impianto non fosse sicuro e protetto per gli utenti.

Per riassumere, se Coco ha ragione e Catanoso pure si aprono scenari inquietanti ma al momento privi di ulteriori riscontri: Santino non è stato attraversato dalla scarica elettrica nel luogo in cui è stato rinvenuto.

 

Una vita segnata

Nato con gravi celebro lesioni viene abbandonato dalla madre naturale. Santino è cresciuto a Villa Quiete sino a nove anni, quando fu adottato.

Affetto da ritardo mentale – giudicato – di media gravità, il ragazzo non è mai stato autonomo.

Negli ultimi anni con l’aggravarsi delle condizioni di salute della mamma adottiva aveva manifestato dei disturbi comportamentali trattati con blandi farmaci antipsicotici.

La madre adottiva è una delle fondatrici dell’Anfass di Messina.

 

 

 

 

 

Tangenti all’Aias di Barcellona, assolti in appello per prescrizione l’onorevole Tatà Sanzarello, il funzionario dell’Asp 5 Oreste Casimo e il loro accusatore Luigi La Rosa. L’ex presidente dell’ente di assistenza assolto in secondo grado sempre per prescrizione pure dall’accusa di essersi appropriato di decine di migliaia di euro

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Tata Sanzarello

Tata Sanzarello

 

Tutti assolti per prescrizione: finisce così, in appello, uno dei due processi nati dalle dichiarazioni accusatorie dell’ex presidente Luigi La Rosa dell’Aias di Barcellona, per le tangenti pagate dall’ente di assistenza ai disabili.

Sul banco degli imputati c’erano Sebastiano (Tatà) Sanzarello, un passato di deputato europeo e nazionale e di assessore regionale alla Sanità; Oreste Casimo funzionario dell’azienda sanitaria provinciale di Messina con cui l’Aias era convenzionata; e il loro accusatore: il commercialista La Rosa.

L’onorevole era accusato di avere chiesto e ottenuto tangenti quantificate in un decennio  un miliardo di lire e in primo grado era stato condannato a 4 anni: l’originaria accusa di concussione era stata derubricata in quella meno grave di Induzione a dare o promettere utilità.

La goccia che fece traboccare il vaso e interruppe il flusso di tangenti dalle casse dellʼAias alle tasche dellʼex eurodeputato Tatà Sanzarello fu, secondo il racconto di Luigi La Rosa, “la richiesta di 50mila euro per comprare una casa a Roma”.

Era il 2004 quando Pietro Arnò, il dominus dell’ente e lʼallora presidente della sezione di Barcellona decisero che lʼonorevole di Mistretta aveva esagerato nelle richieste. «Solo 20 giorni prima gli avevamo corrisposto 20mila euro», ha raccontato ai magistrati lʼex presidente dellʼAias

L’ex segretario particolare dell’allora direttore generale dell’Asp 5  invece le tangenti – secondo l’accusa – le aveva incassate dal 2003  in poi per accelerare la liquidazione delle fatture e in primo grado era stato condannato a tre anni: anche per lui l’originaria accusa di corruzione era stata riqualificata in quella meno grave di Induzione indebita a dare utilità.

All’ex presidente dell’ Aias era contestato di aver corrotto Casimo: in primo grado aveva rimediato una pena di un anno e sei mesi

Gli episodi oggetto dell’imputazione arrivavano sino al 2010 per Casimo e La Rosa e al 2004 per Sanzarello.

La Corte d’appello ha pertanto dovuto prendere atto del fatto che il trascorrere del tempo avesse superato quello massimo utile per la punizione dei colpevoli.

Messina in calcio d’angolo

Nello stesso procedimento penale, in concorso con Luigi La Rosa, quale corruttore di Casimo, era imputato anche Sebastiano Messina, per un lungo periodo unitamente ad Arnò e La Rosa ai vertici dell’Aias di Barcellona.

Il  preside dell’Agrario di Barcellona domandò il giudizio abbreviato e il giudice Giovanni De Marco il 17 agosto 2012 emise sentenza di assoluzione ritenendo che “per gli episodi delittuosi successivi al 2004 non vi fossero elementi che provavano la sua responsabilità visto che da quell’anno in poi non aveva più compiti operativi, mentre per gli episodi delittuosi gli anni precedenti al 2004, per i quali emergono significativi elementi indiziari, era già giunta la prescrizione”.

Tangenti bis ai vertici

L’onorevole Sanzarello unitamente al braccio Natale D’amico, ex consigliere provinciale,.è sotto processo a Barcellona per altri episodi di corruzione ai danni dell’Aias.

Con loro sul banco degli accusati si trovano il padre padrone dell’Aias nazionale, Francesco Lo Trovato, il figlio, Sergio Lo Trovato, e il commercialista dell’ente Giuseppe Grasso.

L’impianto accusatorio si basa sempre sulle dichiarazioni di Luigi La Rosa (Vedi ampio servizio sulla vicenda) .

 

Le appropriazioni di La Rosa

Luigi La rosa dal canto suo, su denuncia di Lo Trovato, è finito sotto processo per essersi appropriato di svariate decine di migliaia di euro appartenenti all’ente di assistenza.

Era stato Francesco Lo Trovato nel 2010 a estromettere La Rosa dalla presidenza dell’Aias contestandogli “gravi irregolarità contabili e gestionali”.

In primo grado, il 22 luglio del 2016, La Rosa era stato condannato a due anni di reclusione e al pagamento di una provvisionale risarcitoria complessiva a favore dell’Aias di 550mila euro.

Oggi si è celebrato pure il processo d’appello: analogamente all’altro processo celebrato qualche ora prima, la Corte ha dovuto dichiarare la prescrizione.

Tuttavia, la condanna al risarcimento dei danni è rimasta confermata, a riprova che anche per i giudici di secondo grado La Rosa è colpevole nel merito, ma è stata ridotta a 100 mila euro.

 

Le mani della mafia sull’ente di assistenza

In virtù delle dichiarazioni del commercialista La Rosa, per estorsione ai danni dell’Aias sono stati già condannati in appello i boss della mafia del Longano Carmelo D’amico, Mariano Foti, Giovanni Rao, e Carmelo Giambò. il processo ha mostrato che gli esponenti dell’organizzazione intascavano ingenti risorse dell’ente attraverso le minacce.

Specificamente, La Rosa raccontò agli inquirenti che sin dalla fine degli anni novanta (quando alla guida dell’ente c’era Pietro Arnò) e sino al 2009, quando decise di porre fine al pagamento del pizzo, l’Aias fosse costretta a pagare la somma di 40 milioni di lire all’anno (diventati poi 40 mila euro) e a effettuare delle assunzioni a favore di persone vicine ai membri dell’organizzazione criminale.

Le sua accuse hanno trovato riscontro nel dibattimento (vedi approfondimento).

Gemello morto due giorni dopo la nascita, per la Corte d’appello Edoardo Bombara non fu assistito adeguatamente. Tre medici del Policlinico condannati al risarcimento. Le tappe di una vicenda lunga 12 anni e finita con la prescrizione

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Errori-medici

 

Erano gemelli. Uno, Cristiano, non appena venne al mondo il 18 dicembre del 2005 in una delle sale parto del Policlinico Universitario di Messina manifestò piccoli problemi respiratori: ora ha 12 anni e gode di ottima salute.

L’altro, Edoardo, alla nascita stava molto meglio del fratellino e tuttavia morì due giorni dopo, nelle primissime ore del 20 dicembre, nell’Unità terapia intensiva neonatale.

Per la Corte d’appello di Messina, presieduta da Maria Tindara Celi, la morte di uno dei gemelli Bombara non è stato un caso propiziato da una “congiuntura astrale sfavorevole”, per usare le parole dell’allora direttore sanitario Giovanni Materia, ma il frutto della condotta negligente dei tre sanitari che avevano in carico Edoardo nella giornata del 19 dicembre 2015.

I giudici di secondo grado, riformando totalmente la sentenza di primo grado, hanno ritenuto che i medici del reparto di Terapia intensiva neonatale, Antonia Bonarrigo, Viviana Tulino e Giuseppe Pagano, siano stati responsabili per negligenza della morte di Edoardo.

I giudici hanno ritenuto invece non responsabile il quarto imputato Alessandro Arco.

I tre sanitari, comunque, andranno esenti da sanzione penale in quanto il reato di omicidio colposo che veniva loro contestato è ampiamente prescritto.

La condanna è stata emessa solo ai fini del risarcimento dei danni che verrà, salvo eventuale e diverso giudizio della Cassazione, quantificato in sede civile.

La consulenza decisiva

Decisiva per la condanna dei tre medici la consulenza tecnica disposta dall’organo della giurisdizione di secondo grado e affidata al medico legale Antonello Crisci di Salerno.

Secondo il medico legale salernitano, la sofferenza respiratoria di Edoardo era frutto di una lieve immaturità polmonare,la stessa che aveva il gemello Cristiano, che poteva e doveva essere diagnosticata da subito e trattata, come da collaudato protocollo terapeutico, con il surfactante.

Ciò avrebbe evitato con altissima probabilità – secondo il consulente – la  morte di Edoardo.

Invece, i sanitari, che avrebbero dovuto essere ancor di più attenti alla luce della sofferenza respiratoria del gemello (per contro tempestivamente e adeguatamente trattata), non avevano tenuto sotto controllo le condizioni di Edoardo, omettendo di eseguire gli esami strumentali che avrebbero per tempo consentito di fare la diagnosi.

In realtà, che vi fossero delle responsabilità a carico dei medici era emerso anche dall’apporto medico scientifico dei consulenti del pubblico ministero: l’inchiesta fu coordinata da Angelo Cavallo.

I tre medici legali, Giuseppe Ragazzi, Conversano e Di Noto, erano giunti alle stesse conclusioni di responsabilità degli imputati cui è giunto da ultimo Crisci, imponendo al pm la richiesta di rinvio a giudizio.

Il Tribunale di Messina, nella persona del giudice Monica Marino, il 12 maggio del 2012, però, aveva assolto i quattro medici, per l’impossibilità di accertarne la responsabilità al di là di ogni ragionevole dubbio.

Il giudice Marino aveva messo in rilievo in motivazione come dubbi sulla causa della morte individuata dai consulenti del pm, derivassero da una perizia di parte, ad opera del pediatra Paolo Biban, che aveva individuato la morte del neonato in una ipotetica grave infezione, mai provata, e desunta dal fatto che ce l’avesse il gemello sopravvissuto Cristiano.

L’assoluzione di Arco

Cinque anni dopo, la Corte d’appello ribaltando la sentenza di primo grado, ha tuttavia confermato l’assoluzione di uno dei quattro indagati, Alessandro Arco, nel frattempo divenuto primario dell’Unità Terapia intensiva neonatale, in precedenza per anni diretta da Ignazio Barberi.

Arco, si è sempre difeso sostenendo che quel giorno del 19 dicembre pur essendo di servizio era stato impegnato in altre incombenze (ambulatorio di day hospital e attività amministrativa), e non aveva mai visitato il neonato, che aveva visto solo al momento del giro anche se alcuno dei colleghi gli avesse impartito disposizioni; né aveva mai espresso pareri o valutazioni sul neonato.

La Corte d’appello ha ritenuto fondata questa linea di difesa, non condannando Arco.

La mamma dei gemelli, Silvana Materia, e il papà Giovanni, sono stati assistiti in giudizio dall’avvocato Roberto Materia, zio dei gemelli, e dal collega Salvatore La Fauci.

Licenziamento illegale, il Policlinico di Messina condannato a risarcire 130mila euro al direttore amministrativo Vincenzo Santoro. Nel 2006 fu mandato via dal manager Carmelo Caratozzolo in guerra con il rettore Franco Tomasello

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MEDICI LITIGANO IN SALA PARTO, DONNA E BIMBO GRAVI A MESSINA

Alla direzione amministrativa del Policlinico di Messina lo aveva voluto l’allora rettore dell’Università Franco Tomasello.

A revocare l’incarico su due piedi a Vincenzo Santoro fu l’allora direttore generale del Policlinico universitario Carmelo Caratozzolo, che nel frattempo era entrato in guerra con il rettore.

Ritenendolo troppo vicino a quest’ultimo, Il manager calabrese il’1 febbraio del 2006 stracciò il contratto del dirigente di lungo corso dell’ateneo, nominato il 3 novembre del 2005 ai vertici della macchina amministrativa dell’azienda universitaria.

Per il Tribunale del Lavoro di Messina, si è trattato di un atto illegittimo, fondato – come si può evincere  dalla sentenza firmata dal giudice Laura Romeo – su circostanze false e quindi su motivi pretestuosi.

E così 11 anni dopo i fatti, il giudice ha riconosciuto a Santoro, da anni ormai in pensione, un risarcimento danni di 130mila euro: 68mila per danni morali e di immagine e 67mila per danni patrimoniali, pari alla differenza tra quanto Santoro percepì come dirigente dell’ateneo e quanto avrebbe percepito se il suo incarico di direttore amministrativo del Policlinico fosse durato secondo quanto previsto, ovvero sino al 6 novembre 2008.

Il provvedimento lo adottò Carmelo Caratozzolo, ma il maxi risarcimento lo dovrà ora pagare l’azienda Policlinico, salvo poi l’inevitabile giudizio di responsabilità contabile nei confronti di chi materialmente l’atto lo firmò.

La sentenza al momento è di primo grado e, dunque, potrebbe essere modificata in appello.

Per giustificare la revoca, a Santoro vennero contestate una serie di inadempienze amministrative, in qualche modo riconnesse ai problemi di bilancio dell’azienda.

“Le contestazioni mosse a Santoro non risultano corrispondenti alla realtà”, ha motivato il giudice Romeo in un passaggio della sentenza.

Una guerra e tanti danni

La revoca dell’incarico a Santoro, che ha fatto causa assistito dal legale Fernando Rizzo, si inquadra in uno scontro durissimo che contrappose, a cavallo tra la fine del 2005 e gli inizi del 2006, il direttore generale Caratozzolo e il rettore Tomasello che un anno prima lo aveva fortissimamente voluto alla guida dell’azienda universitaria.

Una guerra che fini con l’allontanamento di Caratozzolo ad opera del rettore.

La competenza a sciogliere il contratto di direttore generale dell’azienda universitaria era per legge del presidente della regione Sicilia, all’epoca Raffaele Lombardo, che infatti l’aveva nominato con un decreto.

Tomasello però confortato da una serie di pareri legali e – come è emerso nelle intercettazioni captate nell’ambito dell’inchiesta sui concorsi truccati alla facoltà di Veterinaria in corso proprio in quelle settimane –  da rassicurazioni che arrivavano dagli uffici giudiziari messinesi, decise di procedere egualmente.

Il manager Caratozzolo, con i suoi avvocati Marcello Scurria e Arturo Merlo, si asserragliò per qualche giorno negli uffici dell’azienda di viale Gazzi finché, completamente isolato, non decise di fare i bagagli e intentare, anche lui, causa civile per il risarcimento danni.

 

Policlinico, il direttore amministrativo Giuseppe La Ganga scelto come commissario straordinario. Ma il direttore sanitario Giovanna Volo segue le orme del direttore generale Marco Restuccia e si dimette

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Giuseppe La Ganga

Giuseppe La Ganga

Il Policlinico universitario di Messina ha il sostituto del direttore generale Marco Restuccia che si è dimesso lo scorso 30 agosto. Nei prossimi giorni il presidente della regione Rosario Crocetta, salvi colpi di scena dell’ultimo momento, nominerà commissario straordinario Giuseppe La Ganga, da 5 anni direttore amministrativo dell’azienda universitaria.
Tuttavia, la struttura sanitaria più grande della città perde il direttore sanitario. Giovanna Volo, infatti, nella giornata odierna ha rassegnato le dimissioni. La sessantenne nissena ha inviato una lettera di ringraziamento a tutto il personale, ai docenti, e al rettore dell’ateneo Pietro Navarra.
Se le dimissioni di Restuccia sono state ufficialmente motivate da ragioni personali di salute, quelle di Giovanna Volo sono al momento top secret.
Secondo alcune indiscrezioni, sarebbero legate proprio alla decisione adottata dai vertici universitari, di concerto con l’assessore regionale alla Sanità, di nominare Giuseppe La Ganga come commissario straordinario.

Giovanna Volo

Giovanna Volo

Policlinico, il direttore generale Marco Restuccia lascia la guida dell’azienda universitaria

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Il manager Marco Restuccia (tra Navarra e De Domenico)

Il manager Marco Restuccia (tra Navarra e De Domenico)

Il direttore generale del Policlinico di Messina Marco Restuccia lascia la guida dell' azienda universitaria. La notizia si e' diffusa nella mattinata di oggi tra i padiglioni della struttura sanitaria piu' grande di Messina. E' stata successivamente confermata ufficiosamente dai vertici dell'ateneo. Restuccia ha comunicato la sua decisione al rettore Pietro Navarra. Nelle prossime ore le dimissioni andranno formalizzate al presidente della Regione,Rosario Crocetta.Secondo le prime indiscrezioni, tutte da verificare, Marco Restuccia ha lasciato per motivi strettamente personali, piu' specificamente di salute.Il manager era al vertice del Policlinico dal giugno del 2014.

Policlinico, arresti a scoppio ritardato. Il primario Calbo, il figlio e un medico ai domiciliari per fatti notori dal 2013. Nel frattempo, Calbo è diventato direttore della scuola di specializzazione in chirurgia e di recente è stato promosso Primario di struttura complessa

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Calbo, Marullo e calbo senior

Aveva un seno più grosso dell’altro e voleva renderli eguali: si è ritrovata senza capezzoli né areola mammaria. Un’altra donna, invece, non sopportava l’adipe sull’addome e ai glutei: delle mutilazioni ne hanno preso il posto.

La vicenda diventò di pubblico dominio a giugno del 2013 (vedi articolo di Centonove Protesi poco pro…tette che la raccontava in tutti i dettagli).

Gli interventi di chirurgia estetica fatti passare per interventi necessari per curare tumori (in modo da porli a carico del Servizio sanitario nazionale) erano stati già effettuati nelle sale operatorie del Policlinico di Messina nei mesi precedenti. Alcuni di questi avevano pure prodotto danni gravi ai pazienti.

L’autore ne era Enrico Calbo, specializzando e figlio di Elio, primario all’epoca di Endocrinochirurgia (struttura semplice), che per legge non poteva neppure effettuare gli interventi come primo operatore; al suo fianco, neppure in tutti i casi, il chirurgo collega di papà Massimo Marullo.

L’allora direttore generale del Policlinico di Messina, Giuseppe Pecoraro, sospese i due medici strutturati per due mesi. E nominò una commissione interna che facesse luce sulla vicenda. La Procura aprì un’inchiesta iscrivendo i tre sul registro degli indagati. Non solo. Nei mesi successivi alla direzione dell’azienda ospedaliera arrivarono diverse richieste di risarcimento danni per centinaia di migliaia di euro da parte di pazienti che si erano affidati ai bisturi del figlio d’arte.

Oggi, trentasei mesi dopo, per gli stessi fatti, con l’accusa di truffa, falso e abuso d’ufficio, i tre sono finiti agli arresti domiciliari.

 

CORSA INARRESTABILE

Eppure, tutto ciò non ha impedito che nel frattempo Letterio Calbo diventasse prima direttore della scuola di specializzazione in Chirurgia generale: ciò colui che ha la responsabilità della formazione tecnica e deontologica dei futuri chirurgi della città; e poi, di recente, primario di Chirurgia d’urgenza del Policlinico universitario, sia pure in via provvisoria visto che il Policlinico aspetta venga approvato dalla Regione l’atto aziendale.

 

IL PLEBISCITO. 

E’ un incarico cui ha sempre ambito: dirigere la scuola di specializzazione. La vicenda delle protesi su cui era scivolato il figlio e le indagini della Procura rischiava di far svanire il sogno. Invece, non lo ha minimamente sfiorato.

Lelio Calbo è diventato direttore della scuola si specializzazione agli inizi del 2015 con una maggioranza bulgara: 55  su 60 colleghi chirurghi gli hanno dato fiducia a dispetto della sospensione, dell’inchiesta della Procura e del clamore mediatico.

“Dalla Procura non ho ricevuto nulla. Non so nulla di inchieste a mio carico. Non credo ci sia persona più meritevole e adatta di me per guidare la scuola di specializzazione. Non c’è nessun problema di opportunità, nè di incompatibilità”. Rispondeva così Elio Calbo, al giornalista che subito dopo la sua elezione a direttore della scuola di specializzazione, avvenuta a gennaio del 2015, faceva notare la contraddizione tra il suo nuovo ruolo di responsabilità anche deontologica e la condotta tenuta nella vicenda che aveva visto come protagonista il figlio.

Questi, in violazione del regolamento interno, pur essendovi decine di reparti disponibili per la sua formazione, operava a suo piacimento in quello del padre, che lo aveva accolto volentieri e che – secondo le conclusioni degli inquirenti – non solo non vigilava sul figlio ma ne era complice.

“Una commissione ha stabilito che tutti gli interventi svolti da mio figlio rientrano nella legalità”, sottolineò nell’occasione Elio Calbo.

 

L’ASSOLUZIONE DEI COLLEGHI E I BUCHI NERI

In effetti, il medico legale Patrizia Gualniera e il chirurgo plastico Michele Colonna, entrambi medici del Policlinico, incaricati dal manager Pecoraro di valutare l’operato dei tre colleghi, erano stati netti. “Tutti i ricoveri oggetto di indagine sono risultati congrui in quanto le patologie riscontrate richiedevano le prestazioni effettuate”, hanno scritto i due medici al termine di una relazione di una paginetta, depositata in direzione generale il 15 luglio del 2013.

Il sostituto procuratore Antonella Fradà (sulla scorta della relazione del suo consulente tecnico, Elvira Ventura Spagnolo) l’ha pensata in maniera diametralmente opposta, convincendo pure il Gip Maria Luisa Materia.

Gli interventi fuorilegge secondo le conclusioni del pm sono stati compiuti tra il 2011 e il 2013. Tutti sono stati registrat

 

LE PROMOZIONI

Di recente, con delibera del 22 ottobre del 2015 il direttore generale dell’azienda universitaria Marco Restuccia, ottenuta l’intesa dal rettore dell’Università di Messina Pietro Navarra, ha nominato Calbo direttore dell’unità operativa complessa di Chirurgia d’urgenza.

L’incarico è per sei mesi e costituisce una promozione (sia sotto il profilo economico che del prestigio) per il docente ordinario che sino a quel momento era direttore di una struttura semplice.

Nel corso degli ultimi anni sono giunte sulla scrivania del manager diverse richieste di risarcimento danni frutto dell’operato di Enrico Calbo. Alcuni contenziosi sono stati evitati con delle transazioni.

ALLEANZE MAGICHE

Elio Calbo, fedelissimo da tempo immemore dell’allora  rettore Franco Tomasello, alla vigilia delle elezioni per la scelta del nuovo ermellino (tenute a maggio del 2013) si è schierato dalla parte di Pietro Navarra (eletto poi rettore), tradendo il candidato appoggiato dal neurochirurgo rettore uscente.

Pippo Navarra, il fratello del Magnifico, è il chirurgo più prestigioso e potente del Policlinico e l’elezione a direttore della scuola di specializzazione di Calbo è avvenuta grazie alla sua sponsorizzazione politica.

 

 

Policlinico, in un bagno trovato uomo morto per overdose. I precedenti.

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policlinico foto

E’ stato trovato morto, in uno dei bagni del reparto di Neurologia del Policlinico Universitario di Messina, ubicato nel padiglione E, un uomo dell’età di circa 45 anni. Secondo quanto riferiscono coloro che lo hanno rinvenuto, l’uomo è morto subito dopo essersi iniettato una dose di droga.

Sul posto sono intervenuti i Carabinieri che hanno informato la Procura della Repubblica. A breve, al Policlinico, arriverà il sostituto di turno della Procura che disporrà l’esame autoptico e avvierà le indagini per identificare l’uomo e stabilire come e perché l’uomo si sia andato a drogare all’interno di una struttura ospedaliera.

Non è la prima volta che nei padiglione dell’azienda Universitaria avvengono analoghe tragedie. Qualche anno fa (nel 2012), è stato rinvenuto un altro cadavere, questa volta nei corridoi del padiglione C. Analoga la causa del decesso: overdose.

Al suo insediamento (a luglio del 2014) alla guida della struttura Sanitaria il manager Marco Restuccia ha dovuto ordinare una bonifica urgente di alcuni bagni in cui sono stati rinvenute abbandonate siringhe e segni inequivocabili che i locali sono stati utilizzati come stanze per drogarsi in tutta tranquillità.

“Il primario di Nefrologia Bellinghieri non poteva essere mandato in pensione”: il Consiglio di Giustizia amministrativa boccia il Policlinico universitario. E apre la via al risarcimento dei danni

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Guido Bellinghieri

Guido Bellinghieri

A “licenziarlo” fu l’allora manager Giuseppe Pecoraro. A corrispondergli la retribuzione come se avesse lavorato ancora per mesi e mesi dovrà essere l’azienda Policlinico Universitario di Messina.

Il Consiglio di giustizia amministrativa ha stabilito che il primario di Nefrologia, Guido Bellinghieri, non potesse essere mandato in pensione il primo giugno del 2012, tre mesi dopo il compimento dei suoi 70 anni (avvenuto il 2 marzo del 2012), limite massimo fissato dalla legge per i dirigenti medici ma, in quanto anche docente universitario, avrebbe avuto il diritto di prestare la sua attività per l’azienda universitaria sin tanto che avesse avuto il diritto di svolgere la sua attività didattica e di ricerca.

L’organo di giustizia amministrativa d’appello ha nell’occasione ribadito un principio da tempo affermato dalla giurisprudenza ma di cui il manager Pecoraro non aveva tenuto conto: ovvero che l’attività assistenziale e l’attività didattica sono inscindibili.

Dunque, il dirigente medico delle aziende ospedaliere che sia anche docente universitario non può essere mandato in pensione benché per la legge che si applica ai medici ci debba andare. Bisogna infatti considerare cosa stabilisce sul punto la legge che si applica agli universitari.

QUESTIONE DI INTERPRETAZIONE… E DI SOLDI

Ma quando il docente universitario Bellinghieri sarebbe dovuto andare in pensione? Dalla risposta a questa domanda dipende l’entità della somma che l’azienda universitaria dovrà ora corrispondergli.

Quando viene mandato in pensione da Pecoraro, Bellinghieri ha perso virtualmente la speranza di poter rimanere in servizio come docente sino a 72 anni: infatti, nel 2009, sulla base della normativa vigente aveva chiesto e ottenuto dal rettore Franco Tomasello di prolungare l’attività lavorativa. Qualche mese dopo, la legge Gelmini di dicembre 2010 aveva però fissato a 70 anni il limite massimo inderogabile di permanenza in servizio. La stessa legge, comunque, prevedeva che il docente avesse diritto a completare l’anno accademico in corso al momento in cui veniva raggiunta l’età pensionabile.

Tuttavia, la legge Gelmini, a maggio del 2013 è stata dichiarata su questo punto costituzionalmente illegittima per cui il limite dei 70 anni è come se non vi fosse mai stato ed è rivissuta la facoltà di rimanere sino a 72 anni.

Dunque, ricapitolando: Bellinghieri, che dinanzi ai giudici amministrativi è stato assistito dal legale Santi Delia, non poteva essere mandato in pensione ma aveva il diritto a rimanere in servizio come dirigente medico. Fino a quando? Nella peggiore delle ipotesi sino al 31 ottobre del 2012, con diritto ora a 5 mesi di retribuzioni. Nella migliore (per lui) delle ipotesi, invece, aveva diritto a stare in servizio sino al 31 ottobre del 2014, visto che compiva 72 anni a marzo del 2014 e, comunque, manteneva il diritto di  rimanere in servizio sino alla fine dell’anno accademico in corso, fissato al 31 ottobre del 2014, con diritto in questo caso a 29 mesi di retribuzioni non percepite, qualcosa come 100mila euro.

Il professore Bellinghieri commenta: “L’operato inspiegabile dei vertici del Policlinico mi ha determinato danni non solo economici ma anche morali”.

AMMISSIONI DI COLPA

La sconfitta del Policlinico universitario di Messina, difeso dall’avvocato Enrico Caratozzolo, sia pure giunta al termine di diversi gradi di giudizio, era nella sostanza attesa.

La stessa azienda universitaria, infatti, allo stesso modo in cui aveva mandato in pensione Bellinghieri, aveva pure messo a riposo il primario di Medicina del Lavoro Mario Barbaro a far data dal 3 gennaio del 2014, giorno in cui compiva i 70 anni. In autotutela, però, il manager Pecoraro aveva ritirato il provvedimento riconoscendo,nella motivazione della delibera, “l’inscindibilità tra funzioni assistenziali e didattiche” e di conseguenza il diritto a rimanere in servizio sino al 30 ottobre 2014.

Punto nascita di Barcellona: il Megafono urla, Crocetta attacca e Borsellino licenzia. I cittadini, invece, pagano 32 mila euro di danni all’ex manager dell’Asp 5 di Messina Magistri, reintegrato dal Tar. L’imbarazzo dell’attuale Dg Gaetano Sirna, “impossibilitato” a denunciare l’assessore alla sanità alla Corte dei conti

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Lucia Borsellino e Rosario Crocetta

Lucia Borsellino e Rosario Crocetta

A licenziarlo in tronco il 21 gennaio del 2014, quattro giorni dopo che il presidente del Tar di Catania con decreto (senza alcuna attività istruttoria) aveva sospeso l’accorpamento del punto nascita di Barcellona a quello di Milazzo e il Governatore Rosario Crocetta l’aveva pubblicamente attaccato, era stato l’assessore regionale alla Sanità, Lucia Borsellino.

Ad annullare la revoca dell’incarico, rimettendo Manlio Magistri (l’11 aprile del 2014) alla guida dell’Azienda sanitaria provinciale 5 di Messina, è stato (con ordinanza cautelare) il medesimo organo di giustizia amministrativa etneo.

I giudici amministrativi, in un separato giudizio nato dal ricorso contro l’accorpamento del sindaco della città del Longano, Maria Teresa Collica, nel frattempo hanno ricevuto una relazione dei Nucleo antisofisticazioni di carabinieri (Nas) i quali hanno ritenuto l’accorpamento “necessario per la migliore tutela della salute di nascituri e mamme nonché conforme al decreto assessoriale sul riordino dei punti nascita”: esattamente ciò che sosteneva Magistri.

Manlio Magistri

Manlio Magistri

Ma a pagare, adesso, sono le casse pubbliche.

Trentaduemila euro: è questo il conto che ha presentato all’Asp 5 dall’ex commissario straordinario Magistri, forte della sentenza del Tar del 9 ottobre del 2014 che, confermando il provvedimento dell’ 11 aprile 2014 ed entrando nel merito, boccia l’operato dell’assessore Borsellino. Si tratta della retribuzione lorda che l’ex manager non ha percepito per il periodo in cui ha dovuto abbandonare (ingiustamente, secondo i giudici) gli uffici di via La farina di Messina sostituito da Giovanni Migliore, a sua volta retribuito. Sulla scorta del parere dell’Ufficio legale, i 32mila euro sono stati liquidati dai vertici dell’asp 5 guidati da Gaetano Sirna, dall’estate del 2014 successore di Magistri.

Il Tribunale amministrativo ha sottolineato come “la revoca dell’incarico che si è atteggiato come un provvedimento sanzionatorio rispetto alla soppressione del punto nascita dell’ospedale di Barcellona la cui legittimità è stata confermata da questo Tribunale, è stata adottata senza alcun rispetto dei diritti di difesa e senza che vi fosse alcuna urgenza”.

L’imbarazzo del direttore generale Sirna

Ma perché deve essere l’Asp 5 a pagare se la condotta illegittima l’ha tenuta l’assessore Borsellino? “Il datore

Gaetano Sirna

Gaetano Sirna

di lavoro di Magistri era l’Asp e quindi dev’essere l’Asp a pagare. L’ufficio legale ha attestato che è opportuno pagare per evitare un contenzioso con Magistri sicuramente vincente e il danno aggravato da spese legali interessi e quant’altro. La delibera ad ogni modo è stata trasmessa all’assessorato regionale alla Salute”, precisa Sirna.

Ma la delibera non andrebbe trasmessa pure alla Procura della Corte dei conti perché accerti la responsabilità erariale dell’assessore? “Io dovrei fare una cosa contro chi mi ha nominato? Non so. Forse c’è conflitto di interessi. La vicenda in effetti è imbarazzante”, dice il direttore. “Magari sarà lo stesso assessore a inviarla alla Procura”, conclude Gaetano Sirna..

 

Immagine rovinata

Il danno per le casse pubbliche potrebbe essere maggiore dei 32mila euro.

Il manager milazzese, infatti, aveva chiesto 500mila euro di risarcimento per i danni all’immagine subiti in conseguenza del licenziamento e del messaggio di “manager incapace” che era stato veicolato. Il Tar, invece, ha ritenuto che “il pronto ristoro ottenuto con il giudizio cautelare e la massima diffusione che ha avuto la notizia del reintegro giustifica il rigetto della domanda di risarcimento”. Magistri, però, di questo non è molto convinto e, sempre assistito dall’avvocato Silvano Martella, si è rivolto al Consiglio di giustizia amministrativa. In caso di vittoria a pagare sarà, almeno in prima battuta, la regione Sicilia (Presidenza e assessorato) nei cui confronti ha orientato l’azione l’ex commissario.

 

La battaglia… contro la salute

L’amministrazione comunale di Barcellona assistita dal legale Rosaria Natalia Imbesi (con parcella sul groppone del Comune) aveva impugnato la delibera che accorpava il punto nascita di Barcellona a quello di Milazzo. Tuttavia, dopo il deposito della relazione dei Nas che dava ragione a Magistri, ha rinunciato a chiedere la pronuncia dei giudici ed è stata condannata a pagare mille euro a favore del manager.

Maria Teresa Collica

Maria Teresa Collica

I duri attacchi di Crocetta e la decisione della Borsellino di esautorare Magistri erano stati preceduti da una campagna politica e mediatica che aveva visto impegnati in prima linea il sindaco di Barcellona Collica e l’assessore Davide Bongiovanni. Il primo cittadino aveva presentato un esposto alla Procura sulla scorta di un’ispezione effettuata a sorpresa al reparto di Ostetricia di Milazzo proprio dall’assessore. Quest’ultimo nell’occasione ha girato un  filmato e scattato fotografie. Allegate all’esposto – a suo dire – descrivevano “la condizione del reparto di Milazzo privo dei più elementari sistemi di sicurezza per le pazienti, partorienti e donne in attesa di interventi operatori”. L’ esposto, però, è stato smentito dai Nas. Bongiovanni, responsabile de Il Megafono (la formazione politica del Governatore) di Milazzo è uomo politicamente molto vicino all’onorevole Beppe Lumia, principale sostenitore e ispiratore della politica di Crocetta.