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Cateno De Luca, gli azzeccagarbugli e i numeri dell’Asp 5, che non tornano. Il sindaco chiude tutte le scuole, sfidando la legge, la logica e 300 cittadini. E il suo fidato giurista Marcello Scurria scende in campo contro il legale Santi Delia, che si è già rivolto al Tar

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Il sindaco Cateno De Luca e l’avvocato Marcello Scurria

Un sindaco annuncia via face book un provvedimento che per Legge non può adottare:  chiudere tutte le scuole della città. E fin qui nulla di strano.

Infatti, la città è Messina e, soprattutto, il sindaco si chiama Cateno De Luca.

A lui delle bocciature in diritto piace fare collezione. L’importante è che soddisfi l’irrefrenabile desiderio di esibizionismo.

Sulla base del semplice annuncio del primo cittadino e prima ancora che seguisse un provvedimento formale, un dirigente di una delle scuole della città, l’Istituto comprensivo “Giuseppe Catalfamo”, cosa fa?

Questa domenica mattina emana una circolare, la pubblica sul sito della scuola e comunica la chiusura di tutti i plessi della scuola che dirige sino all’11 novembre prossimo.

Se qualcuno avesse ancora bisogno di toccare con mano la deriva politica, giuridica e culturale in cui la propaganda del terrore ha condotto l’Italia, Angelo Cavallaro – è questo il nome del dirigente della scuola di Contesse – ne ha offerto oggi un’ulteriore possibilità.

“Sentite le dichiarazioni pubbliche del Sindaco della Città di Messina che proroga quanto previsto dalla propria Ordinanza n°307 del 30.10.2020 si comunica la chiusura fino all’ 11.11.2020 di tutti i plessi di ogni ordine e grado del nostro Istituto”, ha scritto Cavallaro.

“Sentite”, si proprio così. “Sentite”.

Un funzionario con la qualifica di dirigente dello Stato, messo a capo di un istituzione fondamentale per la formazione dei cittadini di un Paese, “sente” un sindaco che blatera su face book o in televisione e decide di annullare il diritto all’istruzione previsto dalla Costituzione.

E se non avesse sentito bene?

E se il signor sindaco De Luca, l’uomo che un giorno vuole chiudere tutto, il successivo aprire tutto, e ancora il giorno a seguire richiudere ma solo le scuole, aprendo però i negozi, cambiasse idea? O la cambiasse parzialmente.

L’idea De Luca non l’ha cambiata. Non del tutto almeno.

Domenica, all’ora di pranzo, ecco l’ennesima ordinanza. 7 pagine di norme e codicilli, in cui non si saprebbe orientare neppure Francesco Carnelutti, per ordinare la chiusura di tutte le scuole il 9 e il 10 novembre..

Si tratta delle scuole dell’infanzia, della scuola elementare e della prima media delle varie scuole della città: le altre comunque sarebbero state chiuse in forza dell’ultimo DPCM e della zona arancione in cui è stata inserita la Sicilia.

Solo il 9 e il 10 per adesso. L’11 novembre no, ancora no: che qualcuno lo comunichi al dirigente scolastico Cavallaro in modo che modifichi la circolare.

A meno che, non abbia “sentito” De Luca dire: “Per ora facciamo 9 e 10, ma poi il 10 sera, magari a mezzanotte, farò un’altra ordinanza”.

Tanto a chi importa della confusione e incertezza in cui vengono gettate le famiglie e gli studenti?

In un paese serio, in cui si applicano ancora le norme di uno Stato di diritto, ci si aspetterebbe che intervenisse il prefetto, Maria Carmela Librizzi, la rappresentante del Governo presieduto dal signor Giuseppe Conte, perennemente in televisione a chiedere il rispetto delle regole ai cittadini, benché nella babele normativa chiunque stenti a capire quali siano e i rappresentanti delle Istituzioni facciano come pare loro, mossi solo da logica clientelare o narcisistica.

Anzi, ci si sarebbe aspettato che il Prefetto fosse intervenuto già al momento dell’annuncio del sindaco. Se lo ha fatto, non è stato convincente.

Sarebbe bastato ricordasse a De Luca che la Legge ha tolto ai sindaci ogni potere in materia di misure di contenimento del Coronavirus.

Invece no, per rimembrare questo dato elementare si sono mobilitati 300 cittadini messinesi che hanno dato mandato all’avvocato Santi Delia. Il suo compito è di provare a impedire questo abuso di potere, attraverso un ricorso al Tribunale amministrativo regionale, già notificato.

De Luca, da par suo, invece di rimanere alle argomentazioni giuridiche, ha etichettato il giovane e noto avvocato con il termine “azzecagarbugli” di manzoniana memoria.

Che Delia non sia un azzeccagarbugli lo ha attestato anche e persino Marcello Scurria, giurista di livello.

Scurria, che nel giro di 10 anni è stato il consigliere giuridico dei 4 sindaci (di colore e sentimenti politici i più diversi) che si sono succeduti alla guida della città, sostiene, da persona super partes, che “Delia non è un azzeccagarbugli ma il collega sbaglia clamorosamente”. Insomma, se non è zuppa è pan bagnato.

Da abile legale, per dimostrare che De Luca abbia il potere di emanare ordinanze in materia di contenimento della diffusione del virus, Scurria ricorda che nel corso di una recente intervista, la Ministra (dell’Istruzione) ha ammesso che esiste la possibilità di chiusure locali: “Sono i Comuni o le Asl a decidere se chiudere un istituto. L’importante è che non si proceda senza criterio. Abbiamo dei protocolli ed è fondamentale che siano rispettati in modo omogeneo su tutto il territorio“, ha riportato l’avvocato messinese in una sua dichiarazione pubblica di questa sera.

Si apprende così da Scurria che “le interviste” del ministro dell’Istruzione – dando per pure per certo che quanto abbia detto sia stato riportato correttamente – sono fonti del diritto, al pari – come ha insegnato il dirigente Cavallaro – degli “annunci” del sindaco De Luca.

Si ammetta, per assurdo, sia così. Sorge una domanda: Il ministro ha parlato di un istituto o di tutte le scuole di una città?

E’ evidente che la chiusura delle scuole, di tutte le scuole, è altro dalla chiusura di una scuola e costituisce misura di contenimento della diffusione del virus sull’intero territorio comunale, un’intera fetta della regione e non rientra di sicuro nelle competenze del sindaco, per quanto dotato di capacità paranormali come De Luca.

Il giurista messo a capo da De Luca di una società partecipata, l’Arisme Spa, ha infatti (clamorosamente?) omesso di citare l’articolo 3, comma 2 del Decreto Legge n. 19 del 2020, convertito in Legge: “I Sindaci non possono adottare, a pena di inefficacia, ordinanze contingibili ed urgenti dirette a fronteggiare l’emergenza in contrasto con le misure statali, né eccedendo i limiti di oggetto di cui al comma 1”. La stessa omissione la si rintraccia nell’ordinanza firmata dal sindaco.

La norma è attualmente in vigore, salvo che Scurria non voglia sostenere che la fonte di diritto “intervista” prevalga sulla fonte “Legge”, il che di questi tempi non stupirebbe.

Persino il presidente della Regione, Nello Musumeci, ogni volta che emana un’ordinanza in materia di Covid richiama e sottolinea nel preambolo questa norma, dal significato chiaro.

Ma tutte queste sono quisquilie, diranno in molti. Quella che conta è la sostanza, poco importa che a decidere questa sostanza sia chi è al potere.

Davanti a un pericolo grave di una diffusione del contagio a Messina chi se ne frega delle competenze? De Luca ha ricevuto dal commissario territoriale Coronavirus, Carmelo Crisicelli, una nota allarmante e quindi fa bene, benissimo a intervenire. Al diavolo le competenze!

E allora giusto perché la gente capisca di cosa si sta parlando è bene riassumere cosa ha scritto il funzionario dell’Asp 5 nella nota datata 6 novembre.

Sbandierata come fosse un trofeo, è stato lo stesso sindaco a sollecitarla.

Scrive Crisicelli:

1) il numero dei contagiati a Messina e provincia aumenta inesorabilmente;

2) le segnalazioni di positività al tampone sono talmente alte da rendere estremamente difficile il tracciamento dei contatti.

Tuttavia, Crisicelli non fornisce numeri per dimostrare la fondatezza di quello che dice.

Ma i numeri ci sono. Sono quelli che l’Asp 5 trasmette quotidianamente alla Regione.

E lo smentiscono.

Secondo questi dati, la provincia di Messina negli ultimi giorni, ha in media circa 120 contagiati in più al giorno, su una popolazione di 650 mila abitanti.

Messina con 250 mila abitanti non supera, a voler essere larghi di manica, i 60 positivi al giorno.

Un positivo, dunque, ogni 4 mila abitanti. La media regionale è di uno ogni 3 e 500 abitanti: una delle più basse d’italia, e comunque più alta di quella di Messina.

Per Crisicelli, però, il numero dei positivi è talmente alto che è nell’impossibilità di tracciare la catena dei possibili contagiati.

Ma è sicuro questo dipenda dal numero “talmente alto” (che,però, alto non è) e non da altri problemi strutturali e organizzativi degli uffici che dirige?

Il funzionario dell’Azienda sanitaria guidata da anni dal manager Paolo La Paglia ha pure scoperto un dato “clamoroso”: la maggior parte dei positivi hanno tra i 20 e i 50 anni, cioè tra le persone che conducono la vita più attiva. Esattamente ciò che succede in tutta Italia, come attestano i dati dell’Istituto superiore di sanità.

E, ancora, sempre Crisicelli, ha accertato che “a macchia di leopardo” ci sono pure positivi collegati alla scuola. A macchia di leopardo: davvero preciso questo dato. Quanti sono? Due, 5, 50, 60? O è allarmante che siano a macchia di leopardo, in una provincia dove il problema più grosso per l’agricoltura sinora si sapeva fosse determinato dai cinghiali?

Crisicelli ha idea di quanti milioni di persone ogni giorno frequentano le scuole in Italia, quante decine di migliaia tra studenti, insegnanti, personale amministrativo e tecnico a Messina?

Secondo i fumosi parametri di Crisicelli, liberamente interpretati da De Luca, tutte le scuole di Italia andrebbero chiuse, anche quelle delle regioni lasciate in zona gialla dal Governo, che hanno dati di contagio molto più alti.

Domani però a rimanere a casa saranno i ragazzi di Messina.

Quelli di Palermo, Pisa o Venezia no. 

Epidemia Covid-19: Rischio elevato? In Sicilia è a convenienza. Il presidente della Regione Nello Musumeci protesta per la “zona arancione”, ma il 24 ottobre per legittimare un’ordinanza coprifuoco condivise un giudizio di pericolo “medio alto”, con metà dei ricoverati e dei positivi di oggi.

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Il presidente Nello Musumeci con l’assessore alla Sanità Ruggero Razza

 

Da quando ha appurato che il Governo nazionale per contenere la nuova ondata di epidemia da Covid 19 aveva inserito la Sicilia in zona arancione, tra le regioni cioè “a rischio alto” e quindi soggetta dal 6 novembre a misure fortemente limitative delle libertà e al contempo dannose per il sistema produttivo, il presidente della regione Nello Musumeci è diventato furioso.

Da 48 ore riempie televisioni e giornali. Protesta indignato. E snocciola dati. Gli offre man forte il suo assessore alla Sanità, Ruggero Razza, da sempre a lui politicamente vicino.

Tuttavia, il bancario prestato (ormai da decenni) alla politica, mostra di avere poca memoria, presupposto fondamentale per tentare di essere coerente e credibile.

Dieci giorni fa, infatti, per legittimare un ordinanza che, dettando misure non previste a livello nazionale, azzerava il diritto all’istruzione e limitava la libertà personale (ma non incideva sulle attività economiche, non sul breve periodo almeno),  aveva condiviso e utilizzato – come si legge nello stesso provvedimento – la valutazione di rischio “medio alto”, affibbiata all’isola dai tecnici del ministero della Salute.

Ma allora il numero dei ricoverati cosiddetti Covid in Sicilia, regione i cui indicatori sanitari mostrano carenze organizzative e strutturali che la cura di Razza – ad occhio e croce – non ha minimamente attenuato, era pari a 648 e i positivi 7850.

Oggi i ricoverati sono il doppio e il doppio sono anche i positivi.

Domanda: se il 24 ottobre la classificazione di regione “a rischio medio alto” a Musumeci stava bene tanto da usarla come fondamenta per un’ordinanza, che prevedeva la chiusura delle scuole superiori e il divieto di uscire fuori di casa tra le 23 e le 5 del mattino, come può oggi, con i numeri raddoppiati, contestare la valutazione “di rischio elevato”?

Forse perché finché si chiudono le scuole e si limita la libertà non si perdono voti e consensi e quando si impediscono le attività economiche si?

Se bisogna terrorizzare la gente, il virus è letale, e se invece bisogna compiacerla cessa di esserlo?

In effetti, Musumeci, oltre a contestare in senso assoluto la valutazione di rischio alto, mette in comparazione i dati delle varie regioni per affermare che la situazione siciliana non è più grave di quella di altri territori italiani, invece lasciati in zona gialla, con minori limitazioni.

Della serie “perché noi si e altri no?” Come direbbe il bambino di scuola elementare bocciato: io sono scarso ma siccome gli altri sono scarsi come me o più di me, allora bisognava bocciare tutti o, in alternativa, promuovere me.

Facciamo pure finta che sia così: cioè la Campania o il Lazio dovevano andare in zona arancione.

E allora? Musumeci ragiona come se in questa vicenda fosse in gioco una semplice promozione alla classe successiva. O una sculacciata data a un figlio si e a un altro no, a parità di responsabilità nella marachella, da un padre non imparziale.

Ma le misure restrittive – nella logica di chi le dispone e della maggioranza dei cittadini che le accettano – non sono tese a tutelare i cittadini dal terribile virus, impedendone la diffusione?

E quindi, se così è, e se  come dice il presidente ci sono regioni i cui cittadini rischiano di più dei siciliani, non dovrebbero i presidenti di quelle regioni protestare, implorando la zona arancione o rossa?

O il terrore è bello solo quando fa audience e determina emergenze in cui la classe politica sguazza?

“Letale” ma non troppo, e solo per il 20% della popolazione: tra gli under 65 in otto mesi il Covid 19 non ha aumentato per nulla la mortalità. Il paradosso di un virus e della propaganda del terrore che lo usa per giustificare misure liberticide indiscriminate e disastrose per il futuro del Paese

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Il presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte

 

Brandito come un mitragliatore dallo sterminato esercito di compiaciuti spargitori di paura, è uno dei dati salienti, l’unico obiettivo e matematico, da cui trae ora nuova linfa la propaganda del terrore.

E’ il dato sbandierato dagli eccitati sostenitori dell’azione del Governo di Giuseppe Conte ogni qual volta qualcuno si permette di sollevare dubbi sul modo irrazionale e isterico con cui si vuole affrontare l’epidemia di coronavirus nei giorni a venire: limitazione della libertà, sospensione della Carta Costituzionale, sacrificio dei diritti fondamentali della persona, blocco dell’istruzione, della giustizia e dell’economia e conseguente ipoteca sul futuro del Paese. Lockdown: tutto chiuso, tutti chiusi.

Insomma, la riedizione di quanto si è già fatto tra marzo e maggio scorsi.

Il dato è in un numero e in un confronto: 38 mila morti in più nei primi 8 mesi dell’anno 2020, rispetto ai morti (di media) dello stesso periodo dei 5 anni precedenti. Non contando i primi due mesi dell’anno 2020, in cui la mortalità è stata più bassa degli anni precedenti, si sono contati 46 mila morti in più tra il primo marzo e il 31 agosto del 2020.

Concordiamo in ipotesi, che il letale Covid 19 sia stato la causa principale e diretta  – quantomeno in termini di alta probabilità medico scientifica – di quel che si definisce “eccesso di mortalità”, benché nessuno medico legale lo abbia attestato e sia più di un sospetto che il terrore, il panico e l’isteria abbiano aumentato le morti.

E assentiamo anche (senza tuttavia poter essere del tutto d’accordo) su ciò che si sia trattato di un evento eccezionale mai capitato nella storia dell’ Europa dal dopoguerra in poi.

Ancora, in sintonia con i medici del Comitato tecnico scientifico ispiratori della strategia governativa, attribuiamo alla crescente curva dei contagi un valore assoluto e premonitore di un’analoga “ecatombe” imminente, senza stare tanto a disquisire, come autorevoli virologi (tra questi l’autorevole Giorgio Palù) sostengono si debba fare, se si tratta di persone soltanto positive (magari conteggiate più volte) ma non contagiose; e, soprattutto, se siano sintomatiche.

In ultimo, ammettiamo che il lockdown sia efficace oltre a impedire la diffusione anche a limitare realmente la letalità del virus (di un qualunque virus), benché ciò sia controverso anche tra gli epidemiologi: il virus non scompare perché ci si chiude in casa, né per questo diventa meno aggressivo, anzi semmai il contrario.

Una domanda però è necessario porla.

Alla luce dei dati ufficiali, sia quelli generali dell’intera Italia, sia quelli specifici della regione Lombardia, la regione più colpita con eccesso di mortalità avendone assorbito l’70% del totale, se oggi il virus “terribile” si diffondesse a tutta la popolazione italiana, quante probabilità in più avrebbero le persone di meno di 65 anni di morire rispetto alle probabilità che hanno avuto “di passare a miglior vita” negli anni scorsi?

La risposta è: zero. Si zero, proprio così.

Questo virus è così pericoloso, così aggressivo, così letale da causare la morte di 38 mila persone in più in 8 mesi, ovvero di media 5 mila circa in più al mese (circa l’1% dei 650 mila morti totali annuali), ma non ha (pur tenendo conto – a scanso di stupide obiezioni – alle minori morti per incidenti stradali e sul lavoro nel periodo di lockdown), minimamente aumentato la mortalità delle persone con meno di 65 anni, che rappresentano l’80% dei 60 milioni di italiani.

Persone che, lockdown o non lockdown, sono venute a contatto con il virus sicuramente in misura maggiore degli over 65.

Non è successo in Italia e neppure, andando ai dati disaggregati, in Lombardia; né in Veneto, in Piemonte, Liguria, Emilia Romagna o Toscana, per citare le regioni che hanno contato nel 2020 più morti di quelle statisticamente attese.

Di più, il virus è così terribile che si è accanito prevalentemente sulle persone con più di 85 anni.

Questo dato che la propaganda del terrore non diffonde e la stampa ventriloqua del potere neppure cerca o, peggio, eclissa, è rinvenibile nei dati Istat, l’istituto di statistica italiano, relativi alla mortalità, suddivisa per fasce di età, dei primi 8 mesi del 2020 e, come termine di confronto, dei primi otto mesi degli anni precedenti.

Basta andare a leggerli e ad analizzarli.

I numeri non mentono

Dallo studio di questi dati pubblicati il 22 ottobre dall’Istat, emerge che questi 38 mila morti in più sono tutti suddivisi tra le tre fasce di popolazione over 65: 4 mila tra le persone tra i 65 e 74 anni, il 15% del totale di morti in eccesso; 10 mila tra le persone tra 75 e 84 anni (il 25%) e addirittura 24 mila (il 60%) tra gli over 85.

Stessa cosa in Lombardia: i morti totali in più rispetto agli anni precedenti sono stati 26 mila circa. Di questi 13 mila e 500 tra gli over 85, oltre il 50%; circa 9 mila, il 35%, tra i ricompresi tra i 75 e 84 anni; e 3 mila e 500, il 15%, tra coloro che avevano tra i 65 e 74 anni.

In Veneto, addirittura, l’eccesso di mortalità pari al 10% (circa 2600 persone), rispetto agli anni precedenti, è costituito per l’80% (2100) da persone con più di 85 anni.

Interrogativi di buon senso

Se il dato è questo e si badi bene è solo numerico e prescinde dalla condizioni di salute in cui si trovavano i deceduti (cosiddette malattie pregresse): sorgono diverse domande.

Può un virus che, dopo 8 mesi di lavorio, non ha affatto inciso sulla mortalità tra la popolazione non anziana essere considerato un virus terribile tale da determinare la più grossa psicosi ipocondriaca collettiva della storia dell’Italia?

Può un virus che ha lasciato indenni da qualsivoglia rischio di vita i bambini, i giovani, le persone di mezza età essere paragonato alla spagnola o alla peste o all’ebola?

Può diventare l’unico argomento di cui i media, alcuni finanziati con il denaro pubblico, gli showman, nani e ballerine trattano sempre nella logica del terrore 24 ore al giorno da 8 mesi?

C’è simmetria tra la propaganda del terrore e l’effettiva pericolosità del Covid-19?

E, soprattutto, c’è proporzionalità tra le misure adottate dal Governo e che si vogliono adottare nei prossimi giorni e i rischi effettivi che corre l’intera popolazione?

In altri termini, ha senso – secondo parametri di razionalità, certo – proteggere tutti indiscriminatamente e drasticamente, anche quelli che non corrono rischi, provocando un disastro economico, preludio di disordine sociale, riduzione del livello di benessere, della spesa sanitaria e conseguente aumento della mortalità futura?

O non sarebbe sufficiente e ragionevole provare a proteggere solo coloro che sono a rischio, ovvero gli over 65?

Per dubitare che il virus non sia terribile come lo si rappresenta, a chi non ha dimestichezza con i numeri e le statistiche, o soltanto non le conosce, basterebbe affidarsi al buon senso, alla ragione e al senso critico.

Dall’inizio della pandemia non c’è giorno in cui non si apprende dal ridicolo circo dell’informazione, di uomini politici, imprenditori, calciatori, ciclisti, tennisti, nuotatori, pallavolisti, attori, scrittori, vallette, positivi al Covid 19.

Risulta che uno di questi sia morto, sia finito in ospedale o abbia avuto semplicemente sintomi più gravi di un raffreddore?

Nessuno. Ah già, fa eccezione la nuotatrice Federica Pellegrini che con le sue dirette face book, segno che stava davvero male, riprese non a caso dai più importanti giornali italiani, ha raccontato che aveva perso per qualche giorno pure l’olfatto e il gusto.

La positività al Covid-19 diventa un evento “straordinario” in un paese in cui – secondo alcune stime- 5 milioni di persone sono entrate in contatto con il virus, che serve solo ad avere il titolo sul giornale. E a propagare altra paura.

Dopo qualche giorno il noto personaggio di turno, lo si trova di nuovo in pista, più in forma di prima.

I calciatori o gli atleti risultati positivi che fanno? Vanno al mare, in palestra, continuano ad allenarsi.

Persino Ronaldo….sostiene

Il campione della Juventus Cristiano Ronaldo, per 20 giorni lontano dai campi di calcio perché risultato continuativamente positivo al tampone che ricerca il Covid 19, ha fatto la sintesi: “Sto benissimo, non ho niente. Sono pronto a tornare in campo subito. Questi tamponi sono delle ca…te”, ha sbottato.

Al di là delle dichiarazioni di Ronaldo, c’è infatti un altro dato (ufficiale, dell’Istituto superiore di sanità), emerso in maniera però meno netta sin dall’inizio dell’emergenza, che indica come questo virus non sia terribile: il 95% di coloro che risultano positivi non hanno alcun sintomo. Neppure un raffreddore. Segno inequivocabile che il sistema immunitario sia in grado di tenere a bada agevolmente l’agente patogeno.

Il 4,5% ha sintomi severi, cioè è costretto a stare a letto una settimana, come capita spesso per le influenze stagionali; lo 0,5% è “critico”, ovvero viene ricoverato in terapia intensiva.

In effetti, lo 0,5%, dando per scontato che sia un dato affidabile, su possibili centinaia di migliaia di contagiati, diventano migliaia di persone da “intubare”, altra parola magica della propaganda del terrore, migliaia di posti letto di cui il sistema sanitario non dispone.

In assenza di dati certi (che non vengono diffusi, chissà perché) sulla tipologia (età e condizioni di salute pregresse) delle persone ricoverate in terapia intensiva e sull’esito del ricovero, altre domande sorgono spontanee.

Se l’isteria non guidasse, talvolta per mero opportunismo, l’azione delle istituzioni e della maggioranza della gente, qualcuno si sognerebbe di portare in ospedale e ricoverare in terapia intensiva persone di più di 80 anni con problemi respiratori?

Delle persone intubate, specie tra gli anziani, quanti escono vivi dai reparti di Rianimazione?

E, in ultimo, in che misura il terrore di Stato ha, da un lato, aumentato la domanda di sanità inappropriata contribuendo all’emergenza in cui si trovano – secondo quanto rappresentato dal Governo – gli ospedali e, dall’altro, ha per converso ridotto al lumicino la sanità ordinaria e preventiva, l’unica davvero efficace a contenere malattie e morti?

Coronavirus e propaganda del terrore, la Svezia senza lockdown piange gli stessi morti degli anni scorsi ma i giornali italiani continuano a rappresentare l’apocalisse nel paese scandinavo. I dati ufficiali dei primi 4 mesi dell’anno smentiscono gli scienziati “televisivi” e la stampa di regime

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I suoi cittadini hanno continuato a svolgere la loro vita normalmente: non sono state sospese le libertà fondamentali della persona e confini, scuole, negozi, uffici, aziende, persino bar e ristoranti sono rimasti aperti.

Ma la paventata ecatombe causata dal Covid 19, il virus terribile ma non tanto, letale ma  solo con chi è anziano e molto malato, in Svezia dopo 2 mesi di pandemia sinora non c’è stata.

I numeri anzi dicono tutt’altro.

Basta andare a leggerli. Sono pubblici, ufficiali e provvisori, dell’istituto di statistica svedese.

La Svezia nei primi 4 mesi del 2020 conta o, meglio, piange complessivamente 2661 morti di più (+ 8,8%) rispetto ai primi 120 giorni del 2019, ma solo perché lo scorso anno è stato quello con il tasso di mortalità più basso negli ultimi 5 anni.

Se si guardano le statistiche di due anni fa, si scopre un dato straordinario: nel periodo della pandemia da coronavirus sono morte 669 persone in meno dello stesso periodo del 2018 (- 2%).

Anche nel 2015 ci furono più decessi rispetto al virale 2020: esattamente 132 morti in più. Invece, si registrarono 267 morti in meno nel 2017 e 1250 in meno nel 2016, rispetto sempre al 2020.

I pronostici dei profeti italiani dell’apocalisse (i famosi scienziati televisivi Pierluigi Lo Palco e Roberto Burioni, giusto per fare due nomi), di coloro che hanno cercato in tutti i modi di denigrare la strategia svedese per legittimare nella “guerra” mondiale contro il virus “il modello italia”, il modello fondato sul terrore e sul lockdown (tutto chiuso, tutti reclusi), sono miseramente naufragati.

I media italiani, autori negli ultimi due mesi e mezzo della più imponente opera di disinformazione della storia della Repubblica al servizio della propaganda della paura, tuttavia non si danno per vinti neppure davanti all’evidenza.

L’attività di sistematica demolizione dell’approccio svedese alla pandemia basato sulla ragione, sul contemperamento dei valori e interessi in gioco, sul senso di responsabilità dei cittadini e anche sulla scienza vera (non quella dei salotti televisivi italiani), infatti non si arresta.

L’ultima opera di manipolazione… di una lunga serie

E’ di ieri 8 maggio del 2020 un articolo de Il corriere.it  dal titolo chiaro:  “Svezia senza lockdown. Molti morti. “Siamo stupiti“, ma dal contenuto e dal messaggio manipolato.

Per dimostrare che la strategia della Svezia è fallimentare si mettono in confronto i dati della Svezia con quelli di Norvegia e Finlandia, gli altri due paesi scandinavi che invece hanno adottato una strategia più restrittiva.

Più specificamente, si mettono a paragone i dati dei morti con/per/da coronavirus.

Un dato che ha ben poca rilevanza scientifica. Risente, infatti, dai criteri usati per il computo e la classificazione dei morti: se il tampone viene fatto a tutti i morti, come in Svezia; se nella lista dei morti si mettono tutti quelli positivi al Covid (come in Svezia) o, al contrario, solo quelli rispetto ai quali un medico attesti che il virus abbia avuto una efficacia causale importante (come in Norvegia o Finlandia).

Valutazione quest’ultima molto soggettiva visto che il coronavirus – a guardare i dati epidemiologici disponibili in Italia (fonte Istituto superiore di sanità) e negli altri paesi – nel 57% dei casi concorre alla morte di persone con più di 80 anni, solo nell’1% di individui di età inferiore a 50 anni e comunque nel complesso affette, nel 96% dei casi, da almeno una grave patologia diagnosticata in precedenza.

L’unico dato veramente importante e oggettivo è il numero totale dei morti in un periodo sufficientemente ampio, confrontato con identico lasso temporale degli anni precedenti: è solo questo che offre la misura della letalità di un virus o di una epidemia e, soprattutto, consente di valutare l’efficacia delle misure di contrasto adottate.

Questo dato attesta che sinora, nei primi 4 mesi dell’anno, nonostante il “non lockdown” in Svezia, contrariamente a quanto sostiene il corriere.it, trionfalmente ripreso da decine di siti, la mortalità totale non è aumentata.

Anders Tegnell, epidemiologo dell’Agenzia per la salute pubblica svedese, contrariamente a quanto si scrive nell’articolo del Il corriere, infatti non “è stupito” per i morti complessivi, ma per l’alta percentuale (sui 3000 totali) di decessi di persone positive al Covid nelle case di riposo, poiché le uniche misure minimamente restrittive di prevenzione che il Governo aveva assunto riguardavano queste strutture.

La stessa operazione di manipolazione l’ha compiuta il Fatto quotidiano, qualche giorno prima, il 6 maggio: “Coronavirus, nella Svezia anti-lockdown più di 2900 vittime: tasso di mortalità record dei Paesi nordici“, è questo titolo di un servizio dal tenore analogo a quello de il corriere.it.

 

Milena… anche tu? Che disastro

La Svezia è stata vittima anche di Milena Gabanelli: una delle più autorevoli giornaliste italiane. Contagiata dal virus della manipolazione, si è aggregata alla folta schiera dei colleghi.

Sempre dalle stesse pagine del corriere.it, il 28 aprile la giornalista ha firmato un servizio dal titolo “Morti Covid, tutte le bugie dell’europa. Ecco i dati reali“.

In questo servizio, la Gabanelli che usa uno studio dell’Ispi (Istituto studi politica internazionale) mostra che in Svezia nel 2020 c’è stato un aumento della mortalità del 20% e che questi morti in eccesso sono di più di quelli dichiarati come persone morte con coronavirus. Lo stesso discorso viene fatto per tutti gli altri paesi europei (qui non interessa).

Ma tutta l’impalcatura della ricostruzione si fonda su dati relativi a un lasso temporale di 20 giorni, tra il 20 marzo e il 10 aprile, e sul confronto con lo stesso periodo del 2019: ciò che è assolutamente incompatibile con una valutazione epidemiologica seria degli effetti di un’epidemia.

Il tasso di mortalità, infatti, è estremamente variabile di mese e mese e di anno in anno: quello che conta è la mortalità complessiva annua o comunque di un periodo lungo.

Eppure, i dati più completi e relativi a un arco temporale più ampio sulla Svezia sono ed erano disponibili anche per la Gabanelli e sono stati ignorati: al massimo attestano che vi sia stata una mortalità dell’8% in più rispetto all’anno scorso e non certo del 20%, e per contro del 2% in meno rispetto al 2018.

Una campagna spietata di delegittimazione

Questi due servizi rappresentano solo gli ultimi di una vasta campagna di manipolazione dell’informazione ai tempi della pandemia sulla Svezia (e sugli altri paesi che si sono mossi secondo principi di razionalità) che ha visto protagonisti oltre il Corriere e il Fatto quotidiano, La Repubblica e l’agenzia di stampa l’Ansa.

Il 16 aprile del 2020 due studiosi Monica Quirico e Roberto Salerno hanno illustrato su www.wumingfoundation.com come la stampa italiana avesse fino a quel momento artatamente manipolato tutta l’informazione sulla Svezia: “Gli eretici di Stoccolma. Come e perché la stampa italiana disinforma su Svezia e coronavirus“, il titolo di un articolo molto istruttivo.

Un tema da approfondire

La stampa italiana ha naturalmente cavalcato l’onda dell’apocalisse e della paura su cui si è fondata la strategia italiana, magari solo per opportunismo o per naturale abitudine a essere serva del potere. Questo è comprensibile.

Ma perché manipolare con pervicacia l’informazione al fine di gettare discredito sui paesi come la Svezia (e la Germania, sia pure in maniera meno radicale) che hanno scelto una strada diversa? E perché continuare a farlo ancora oggi, a 60 giorni dall’inizio dell’emergenza?

 

 

 

 

 

Stato del terrore e libertà ai tempi del coronavirus, il presidente della Regione Nello Musumeci in competizione con il sindaco Cateno de Luca: chi dei due è più “sciarriato” con il diritto? L’ultima perla di saggezza scientifica del Governatore in un’ordinanza liberticida e illegale: “Runners se correte vi indebolite e vi ammalate: restate chiusi in casa”

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Nello Musumeci e Cateno De Luca

Se corri ti stanchi e così s’indeboliscono le difese immunitarie e se sei positivo ma asintomatico rischi di finire in ospedale. Non hai scelta: resta a casa, barricati dentro!

Ancora peggio se scendi a fare una passeggiata sotto casa con i tuoi figli, reclusi da un mese tra le quattro mura domestiche: “Non l’hai capito che devi rimanere a casa!”. L’ordine è sempre lo stesso.

Tuttavia non ti spazientire, se vuoi, in alternativa, vai a comprare le sigarette. Quelle no, non fanno male, producono benessere. Non sono forse la prima causa di tumore ai polmoni, proprio ciò che colpisce il virus Covid 19? Assolutamente no: rafforzano l’organismo che così sarà pronto a difendersi meglio.

A leggere l’ultima ordinanza “contingibile e urgente” datata 1 aprile del 2020 e adottata dal presidente della regione Sicilia, Nello Musumeci, per contenere la diffusione dei contagi da coronavirus in Sicilia, viene subito da sospettare di essere davanti al pesce d’aprile.

Invece no, è tutto vero.

Il soggetto attuatore del Commissario delegato per l’emergenza coronavirus in Sicilia, oltre a nominare l’ennesimo super consulente, in due mesi non è stato capace di garantire la fornitura agli ospedali di mascherine, né di adottare misure idonee a proteggere adeguatamente le uniche categorie di soggetti che avevano qualcosa da temere dal coronavirus: gli anziani e i malati ricoverati in strutture sanitarie, dove si registrano infatti gli unici focolai di infezione.

Ma ha compreso che non si poteva continuare a sostenere che chi corre e cammina da solo nei pressi della propria abitazione contagi qualcuno: ciò che non è stato sostenuto in nessuna parte d’Italia.

No, il navigato esponente politico, responsabile politico della sanità regionale a capo della quale per meriti indiscutibili ha messo il fior fiore della competenza, grazie all’ausilio di qualcuno degli scienziati che lo coadiuvano, ha superato l’immaginabile.

E’ riuscito a sostenere che praticare sport fa male.

Tanta è stata l’ansia di comunicare ai cittadini siciliani cotanta scoperta che ha distillato questa perla di scienza infusa in un’ordinanza contingibile e urgenze con efficacia sino al 14 aprile prossimo.

Ma si tratta di un’ordinanza illegittima e nulla. Come quelle di analogo tenore che il sindaco di Messina, Cateno De Luca, ha adottato nelle settimane passate.

Un provvedimento con cui si propone(va) di (continuare) a eliminare in Sicilia i pochi spazi di libertà compatibili con il contenimento della diffusione del virus e lasciati a tutti i cittadini italiani, anche a quelli delle regioni dove, al contrario della Sicilia, ci sono decine di migliaia di contagiati.

“Continuare”, perché Musumeci aveva già emanato un’ordinanza il 19 marzo scorso dello stesso tenore di quella del primo aprile, che però sarebbe scaduta il 4 aprile.

Ecco perché non vale giuridicamente nulla

Ordinanze urgenti del “sindachino” del paesino calabro. Ordinanze coprifuoco con tanto di show del “sindachetto” della cittadina sicula. Ordinanza dura e pura del presidente della Regione meridionale. Ordinanza intelligente del presidente della Regione settentrionale. Ordinanze di qua,  ordinanze di là.

Mai si era vista in italia una produzione così feconda di ordinanze in contrasto tra di loro e con la normativa nazionale.

Mai come in questo periodo di emergenza coronavirus si era ingenerata nei cittadini una tale confusione giuridica: si applica questa norma, o forse vale quest’altra? Vale quella del presidente del consiglio o del mio sindaco?

I cittadini non solo sono stati privati dalla libertà, ma non hanno neppure capito cosa legittimamente potessero o non potessero fare.

Il Governo il 25 marzo 2020 ha così deciso di porre freno alla macchina continua di ordinanze, divenuto strumento di propaganda da parte di vari politicanti di cui può fregiarsi il paese.

Con il Decreto legge n° del 25 marzo del 2020, provvedimento che ha la forza di una legge ordinaria (la sola con cui secondo la Costituzione repubblicana si può limitare, e solo in casi specifici, la libertà personale), ha, infatti, stabilito che:

1) per contenere la diffusione del virus possono essere adottate una serie di misure elencate tassativamente nello stesso decreto legge e solo con Decreto del presidente del Consiglio, il famoso Dpcm: nel frattempo è stata prorogata l’efficacia dei Dpcm adottati in precedenza;

2) che dal momento in cui fosse stato adottato il Dpcm attuativo i Presidenti delle regioni avrebbero perso ogni potere di adottare loro ordinanze in materia: se fossero insorte esigenze particolari di tipo regionale avrebbero potuto soltanto rappresentarle al Governo che se le avesse ritenute meritevoli di tutela avrebbe adottato il relativo Dpcm;

3) che comunque fossero prorogate di 10 giorni e quindi sino al 4 aprile tutte le ordinanze vigenti al 26 marzo, giorno di entrata in vigore del Decreto legge: tra questa l’ordinanza di Musumeci del 19 marzo 2020;

3) che i sindaci non possono più adottare ordinanze contingibili e urgenti su materia disciplinata dai Dpcm;

Ebbene, il primo aprile il presidente del Consiglio dei ministri ha adottato il primo Dpcm attuativo del Decreto legge del 25 marzo, con efficacia a partire dal  4 aprile 2020.

Ma Nello Musumeci e i suoi consiglieri giuridici (pagati da tutti i contribuenti siciliani) non se ne sono curati.

Lo stesso giorno il presidente ha invece proceduto a emanare una nuova ordinanza, la numero 13, avente efficacia sino al 15 aprile.

In sintesi, per citare solo i divieti che non esistono a livello nazionale, Musumeci avrebbe voluto continuare a limitare le uscite solo per gli acquisti essenziali a una sola volta al giorno e a un solo componente del nucleo familiare; a vietare la pratica di ogni attività motoria e sportiva all’aperto, anche in forma individuale (tranne che per le persone affette da disabilità intellettive e/o relazionali); a imporre l’obbligo (sanzionato penalmente) di uscire solo per motivi di lavoro, di salute o estrema urgenza.

L’ordinanza è chiaramente invalida. Non obbliga giuridicamente nessuno. Né chi la dovrebbe osservare, né chi la dovrebbe fare eseguire. Ma c’è da scommettere che tutti la osserveranno, a scanso di grattacapi. Ulteriore effetto dello Stato di Terrore che è diventata la Repubblica liberal democratica Italiana ai tempi del coronavirus.

Cosa si può (per il momento) fare

Fermo restando il divieto assoluto di assembramento – l’unico che se si vuole rimanere sul piano della razionalità può diffondere il virus – dal 5 aprile in Sicilia sarà possibile (è un diritto) come nel resto di italia fare jogging o attività motoria, quest’ultima solo in prossimità della propria abitazione: uscire sotto casa con il proprio figlio per sgranchirsi le gambe e a prendere una boccata d’aria, o con l’animale d’affezione.  Sarà anche possibile uscire più volte al giorno “evitando” (non è un divieto con sanzione) di farlo per ragioni diverse dal lavoro, estrema urgenza o motivi di salute.

Gravi carenze igieniche, multe salate alle due rosticcerie più famose di Messina. “Zimbaro” di viale San Martino per evitare la sospensione dell’attività chiude per ristrutturazione. Recidivi i “Fratelli Famulari” di via Cesare Battisti. Il precedente nel segno del giornalismo in forma estorsiva

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La rosticceria Zimbaro chiusa per ristrutturazione

La rosticceria Zimbaro chiusa per ristrutturazione

 

Doveva investire in igiene. Invece, è stato indotto a spendere migliaia di euro in pubblicità per tenere nascosta la verità che pure un blog aveva raccontato.

I giornali locali, se si possono chiamare giornali quelli che non pubblicano le notizie e poi incassano soldi in attività promozionale atta a manipolare le stesse identiche notizie, sono andati a nozze.

Ma tre anni e mezzo dopo, nuovi controlli della Polizia di stato e dei tecnici dell’azienda sanitaria provinciale di Messina hanno fatto riemergere le magagne di un tempo: gravi carenze igieniche.

La “rinomata” Rosticceria dei Fratelli Famulari di via Cesare Battisti, una delle più famose e frequentate di Messina, ubicata a due passi dall’Università e dal Tribunale, si è beccata una nuova multa con obbligo di adeguarsi al più presto a una serie di prescrizioni.

Ma l’ispezione non ha avuto esito negativo solo per Salvatore Famulari.

Se la simpatia e il lusso non bastano

Questa volta, al contrario della precedente, ci ha rimesso le penne pure un collega altrettanto famoso, nel cui esercizio commerciale sono state riscontrate carenze molto più gravi.

La fama di Dino Zimbaro, conosciuto dagli avventori del locale posto all’incrocio tra viale Europa e viale San Martino per i suoi modi rudi e accoglienti al tempo stesso, si è negli ultimi anni estesa.

Nel 2016, infatti, nello stesso stabile di sua proprietà in cui sorge la rosticceria, la figlia, sposata con un noto calciatore di serie A, ha realizzato un piccolo hotel boutique di lusso, pubblicizzato dai mass media locali ma anche nazionali.

Non c’è cliente dell’hotel che nelle recensioni sulle riviste specializzate non racconta di aver gustato anche le prelibatezze della rosticceria di famiglia e di aver potuto apprezzare la convivialità del titolare.

Centinaia di migliaia di euro di investimento per un piccolo albergo di 7 stanze apprezzato e lodato dai clienti – sempre a leggere le stesse recensioni – proprio per l’igiene, l’attenzione per i minimi dettagli e la professionalità.

Nessun investimento invece – a giudicare dall’esito disastroso degli accertamenti che non coinvolgono in alcun modo l’hotel – per adeguare a standard minimi di igiene la cucina dell’attigua rosticceria.

Anche per Dino Zimbaro è scattata così una multa salatissima e obblighi di immediato adeguamento strutturale, con proposta di chiusura del locale inoltrata al sindaco.

Lo storico commerciante ha giocato d’anticipo e ha subito sospeso l’attività dell’esercizio che da alcuni giorni “è in ristrutturazione”, come spiegano i cartelloni attaccati alla saracinesche abbassate.

La rosticceria Fratelli Famulari di via Cesare Battisti

La rosticceria Fratelli Famulari di via Cesare Battisti

Il precedente…. e il giornalismo in forma estorsiva

 

Era il 29 agosto del 2014 quando sul blog www.micheleschinella.it apparve l’articolo: “Riapre la rosticceria dei fratellli Famulari di via Cesare Battisti. Era stata chiusa per gravi carenze igieniche dall’Asp 5. I retroscena”.

L’articolo raccontava l’esito sconvolgente (per lo stomaco dei clienti) dell’ispezione nata per puro caso.

Chi lo scrisse ne venne a conoscenza sulla spiaggia, mentre prendeva il sole, da alcuni vicini di ombrellone, che ne parlavano perché in qualche modo parte in causa.

Bastò un rapido controllo giornalistico per capirne di più e informare i lettori.

L’articolo ebbe oltre 100.000 lettori (o, meglio, click), oltre 150 messaggi di commento inviati al blog e centinaia di condivisioni su facebook.

Tuttavia, nessun giornale di Messina, né l’unico cartaceo, né quelli on line, nèle televisioni ripresero la notizia.

Che la rosticceria più frequentata di Messina, dove le famiglie portano i bambini a fare feste, fosse stata chiusa per carenze igieniche secondo i giornalisti di Messina non era notizia che interessasse alla gente.

Nei giorni seguenti accaddero dei fatti che spiegarono meglio che non era stata questa la valutazione.

Salvatore Famulari nei giorni immediatamente successivi contattò ripetutamente l’autore dell’articolo. Voleva che l’articolo fosse cancellato dalla rete. Con cortesia e gentilezza insistette perché ci si incontrasse per definire l’accordo: “Per colpa dell’articolo nella rosticceria viene poca gente. Ci vediamo. Ci mettiamo d’accordo e lei cancella il pezzo”.

“Se ci sono scritti fatti in maniera non corretta mandi una rettifica e verrà pubblicata. Altrimenti l’articolo rimarrà là dov’è. Non voglio nulla, neppure un arancino”, si sentì rispondere.

Il 17 settembre del 2014 su tutti i giornali di Messina e sulle televisioni locali inizia una campagna di propaganda a favore della rosticceria dei Fratelli Famulari.

Viene pubblicato un comunicato stampa. Basta cercarlo con google (cercando “famulari apre la sua cucina”, con accanto il nome delle varie testate). E’ ancora in rete.

La campagna era ovviamente opera di un giornalista (o, per meglio dire, addetto stampa) che si era proposto a Salvatore Famulari, in quel momento in difficoltà, come colui in grado di risolvergli i problemi di immagine ed economici che l’articolo sul blog gli stava procurando e comunque di impedire che lo stesso avesse ulteriore eco.

Fu così che gli stessi giornali che avevano omesso di dare la notizia dell’esito dell’ispezione, pubblicizzarono l’igiene e le virtù della rosticceria.

Ma l’articolo sul blog continuò ad essere “un problema”.

Salvatore Famulari riprese a telefonare: “Non solo ho perso clienti ma il suo articolo mi è costato migliaia di euro di pubblicità per non risolvere nulla”, si lasciò sfuggire in una delle telefonate.

Ma chi è il giornalista (anzi, addetto stampa) che con condotta al limite dell’estorsione, organizzò la campagna pubblicitaria per Famulari?

Lo sanno i responsabili dei giornali che la pubblicità la fecero. E lo sa il titolare della rosticceria che i soldi li sborsò. Quest’ultimo, però, nel frattempo ha perso la memoria.

“Guardi non mi ricordo nulla di quella vicenda”, dice a specifica domanda Salvatore Famulari contattato questa mattina telefonicamente.

La morte misteriosa e tragica di Santino Rende: il presidente dell’Onlus Anfass Bruno Siracusano è accusato di abbandono di incapace. Ma l’inchiesta giudiziaria finisce in un vicolo cieco. I punti oscuri e le domande inquietanti

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il corridoio accanto alla serra dove fu trovato Santino Rende

Il corridoio accanto alla serra dove fu trovato Santino Rende il primo ottobre del 2014

La morte è avvenuta per le ustioni sul 70% del corpo, dopo vari arresti cardiaci, l’ultimo dei quali fatale.

Di sicuro c’è questo.

E c’è che quella mattina del primo ottobre del 2014 Santino Rende, disabile di 45 anni con ritardo mentale medio grave sin dalla nascita, era stato affidato all’assistenza e alle cure degli infermieri, dei medici e degli operatori dell’ Anfass, l’ Onlus convenzionata con l’Asp 5 di Messina che le eroga 700 mila euro all’anno.

Alle 9, infatti, era entrato nella struttura di riabilitazione di viale Giostra.

Quattro ore dopo, intorno alle 13 l’uomo è uscito a bordo dell’ambulanza del 118, in gravi condizioni.

Ma sulla causa delle ustioni, su dove specificamente se le sia procurate e su come ciò sia accaduto rimangono molte incertezze.

Mesi e mesi di indagini, tre consulenze medico legali, una perizia di un ingegnere e gli accertamenti dei Ris dei carabinieri non hanno dato risposte certe.

Rimangono – a leggere le carte dell’inchiesta –  molti dubbi e molti aspetti oscuri, soprattutto sulla causa delle ustioni che hanno portato alla morte di Santino: scarica elettrica o fiamme determinate dalla combustione degli abiti?

Parola d’ordine: archiviare

Per il sostituto procuratore Francesco Massara la morte di Santino non ha alcun responsabile.

Il magistrato ha infatti chiesto l’archiviazione delle indagini ritenendo che “nessun rimprovero penalmente rilevante possa muoversi al personale della struttura in merito alla assenza di controllo dell’ospite al momento dell’incidente”.

Eppure, un consulente psichiatra nominato dallo stesso Massara, Sergio Chimenz, aveva  concluso la sua consulenza evidenziando che negli ultimi tempi l’autonomia di Santino si era grandemente ridotta e per questo si era “reso più importante il controllo e la supervisione dei suoi gesti e atti, anche al fine di evitare comportamenti pericolosi verso sé”.

 

Imputazione… in un vicolo cieco

Il Giudice per le indagini preliminari Daniela Urbani, sollecitata dal legale della famiglia di Santino Rende, Antonello Scordo, non ha potuto non rilevare questa contraddizione tra le conclusioni di Chimenz e quelle di Massara, e ha ordinato l’imputazione coattiva a carico del presidente dell’Onlus Anfass, Bruno Siracusano, l’unico iscritto sin dall’origine sul registro degli indagati con l’accusa di Abbandono di persona incapace, aggravata dalla morte, reato per cui è prevista una pena da tre anni a otto anni di reclusione.

“L’ente aveva l’obbligo di assicurare la sicurezza dell’utente mettendo in atto tutte le misure necessarie a garantire la sua incolumità, specie in ragione delle sue condizioni. Ciò che nel caso di specie non è stato evidentemente fatto”, ha motivato il Gip Urbani.

Tuttavia, incriminare Bruno Siracusano equivale a non incriminare alcuno.

Siracusano infatti ha solo un ruolo di legale rappresentante dell’Anfass: è presidente del Cda e non fa parte dell’organico dell’Onlus, né potrebbe.

E’ dirigente medico oculista dell’Asp 5 di Messina,la stessa con cui è convenzionata l’Onlus che presiede, e presta la sua attività di lavoro giornaliero presso l’ambulatorio di via Del Vespro.

La mattina dell’incidente a Santino – secondo quanto emerge dalle testimonianze degli altri operatori – Siracusano è uno dei primi a prestargli assistenza, ancora prima dei sanitari del 118.

Ma – secondo la giurisprudenza pacifica della Corte di cassazione – hanno una posizione di garanzia solo  e tutti gli operatori sanitari con responsabilità di assistenza e cura in quanto strutturati, presenti sul posto nel momento in cui si verifica il fatto.

Se anche Siracusano quella mattina si fosse trovato per caso all’Anfass prima dell’incidente non avrebbe comunque responsabilità

Per fare,un esempio, è nella stessa situazione di un direttore generale di un’azienda ospedaliera che si trova a stazionare per caso in un reparto di ospedale in cui un paziente muore perché nessuno si accorge che si è staccata la flebo.

Nessuno degli inquirenti ha accertato se Siracusano fosse a Giostra per caso o fosse stato appositamente chiamato dopo l’incidente: e questo è uno dei ministeri insoluti dell’intera vicenda.

La responsabilità del legale rappresentante dell’ente potrebbe esserci solo se si accertasse che l’omessa vigilanza su Santino fosse dipesa da una carenza di personale.

Ma nessuna attività di indagine risulta essere stata effettuata per verificare se in servizio quella mattina all’Anfass ci fosse personale nel numero imposto a pena di rescissione dalla convenzione con l’ Asp 5 di Messina.

 

Una morte… tante verità

Il Gip Urbani ha invece condiviso la tesi del pubblico ministero Massara, senza ordinare nuove e altre  indagini, sulla ricostruzione dei fatti e sulla causa delle ustioni.

Santino nell’ora di pausa, concessa quotidianamente dalle 11 alle 11 e 30, si è allontanato dagli altri pazienti per fumare un sigaro. Mentre faceva ciò i suoi vestiti hanno preso fuoco.

E’ stato trovato completamente nudo, in arresto cardiaco, da un’operatrice accanto a una piccola serra, in una sorta di intercapedine di un metro che divideva la stessa dalle finestre della struttura.

Sulla posizione e sulle condizioni in cui è stato trovato, le testimonianze delle persone che lo hanno soccorso non sono del tutto coincidenti.

Di fatto, secondo le testimonianze, è stato rinvenuto 40 minuti dopo che era finita la canonica pausa quotidiana, alle 12 e 10.

La tesi del pm Massara avallata dal Gip Urbani è frutto soprattutto delle conclusioni cui è giunto il consulente medico legale della Procura, Elvira Ventura Spagnolo: “Le ustioni sono state procurate dalle fiamme frutto dalla combustione dei vestiti sul corpo”, ha scritto.

 

La forza di ardere in silenzio

Santino, dunque a voler seguire questa tesi è bruciato in silenzio, rimanendo paralizzato.

Non ha urlato, non ha corso, non ha fatto nulla di quello che fa qualunque essere umano squassato dal dolore lancinante del calore e della pelle che arde.

Nessuno ha sentito nulla: né gli operatori, né gli altri utenti, né i vicini benché il cortile dove è stato trovato sia circondato da case.

 

La potenza del cotone

Faceva ancora caldo e Santino quella mattina indossava, come è stato accertato, una maglietta di cotone e un bermuda dello stesso tessuto.

A seguire ancora la tesi del consulente Ventura Spagnolo, le fiamme di due capi leggeri di cotone sono state in grado di provocare ustioni di secondo e terzo grado su oltre i due terzi della superficie corporea.

I Ris dei carabinieri hanno accertato che sui brandelli di tessuto e materiale rinvenuti vicino al corpo non c’erano segni di liquido infiammabile.

Su questi brandelli di tessuto c’è un altro giallo.

La donna che si occupava da anni di accudire Santino e del suo vestiario ha dichiarato di non riconoscerli come pezzi degli indumenti che quella mattina indossava il quarantacinquenne.

Cosi come un giallo c’è su un mazzo di chiavi da cui Santino, secondo le testimoniane dei parenti, mai si separava e che aveva con se quella mattina, mai ritrovato.

La ricostruzione…. folgorata

Nettamente diverse da quelle di Elvira Ventura Spagnolo le conclusioni cui è giunto il consulente medico legale nominato dalla famiglia Rende.

La causa delle ustioni e degli arresti cardiaci?

Non fiamme, ma elettricità.

“I segni rinvenuti sulle cellule del cuore andato in arresto, e sulle derma delle mani e dei piedi nonché sulle cellule del corpo dicono – letteratura alla mano – che Santino si è ustionato per una scarica elettrica che ha attraverso il suo corpo passando per il cuore e ha fatto andare in combustione i vestiti che aveva indosso”, scrive senza esitazioni Francesco Coco, medico legale di Catania. “Depone per la scossa elettrica pure l’arresto cardiaco, che invece non è solito nei casi di ustione da fiamma”, ha aggiunto.

Questa conclusione deve però incrociarsi con un altro dato emerso nel corso delle indagini.

L’ingegnere Valentino Catanoso, altro consulente nominato dalla Procura, ha affermato in maniera netta che dove Santino viene ritrovato, accanto alla serra, non sono state rilevate possibili fonti di fenomeni elettrici che avrebbero potuto folgorarlo.

Il consulente ha allo stesso tempo accertato che “l’impianto elettrico della struttura non era a norma”, benché in teoria dovesse esserlo in quanto controllato dai tecnici dell’Asp 5, essendo presupposto essenziale per la convenzione. Tuttavia, dalle misurazioni effettuate non è risultato che l’impianto non fosse sicuro e protetto per gli utenti.

Per riassumere, se Coco ha ragione e Catanoso pure si aprono scenari inquietanti ma al momento privi di ulteriori riscontri: Santino non è stato attraversato dalla scarica elettrica nel luogo in cui è stato rinvenuto.

 

Una vita segnata

Nato con gravi celebro lesioni viene abbandonato dalla madre naturale. Santino è cresciuto a Villa Quiete sino a nove anni, quando fu adottato.

Affetto da ritardo mentale – giudicato – di media gravità, il ragazzo non è mai stato autonomo.

Negli ultimi anni con l’aggravarsi delle condizioni di salute della mamma adottiva aveva manifestato dei disturbi comportamentali trattati con blandi farmaci antipsicotici.

La madre adottiva è una delle fondatrici dell’Anfass di Messina.

 

 

 

 

 

Tangenti all’Aias di Barcellona, assolti in appello per prescrizione l’onorevole Tatà Sanzarello, il funzionario dell’Asp 5 Oreste Casimo e il loro accusatore Luigi La Rosa. L’ex presidente dell’ente di assistenza assolto in secondo grado sempre per prescrizione pure dall’accusa di essersi appropriato di decine di migliaia di euro

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Tata Sanzarello

Tata Sanzarello

 

Tutti assolti per prescrizione: finisce così, in appello, uno dei due processi nati dalle dichiarazioni accusatorie dell’ex presidente Luigi La Rosa dell’Aias di Barcellona, per le tangenti pagate dall’ente di assistenza ai disabili.

Sul banco degli imputati c’erano Sebastiano (Tatà) Sanzarello, un passato di deputato europeo e nazionale e di assessore regionale alla Sanità; Oreste Casimo funzionario dell’azienda sanitaria provinciale di Messina con cui l’Aias era convenzionata; e il loro accusatore: il commercialista La Rosa.

L’onorevole era accusato di avere chiesto e ottenuto tangenti quantificate in un decennio  un miliardo di lire e in primo grado era stato condannato a 4 anni: l’originaria accusa di concussione era stata derubricata in quella meno grave di Induzione a dare o promettere utilità.

La goccia che fece traboccare il vaso e interruppe il flusso di tangenti dalle casse dellʼAias alle tasche dellʼex eurodeputato Tatà Sanzarello fu, secondo il racconto di Luigi La Rosa, “la richiesta di 50mila euro per comprare una casa a Roma”.

Era il 2004 quando Pietro Arnò, il dominus dell’ente e lʼallora presidente della sezione di Barcellona decisero che lʼonorevole di Mistretta aveva esagerato nelle richieste. «Solo 20 giorni prima gli avevamo corrisposto 20mila euro», ha raccontato ai magistrati lʼex presidente dellʼAias

L’ex segretario particolare dell’allora direttore generale dell’Asp 5  invece le tangenti – secondo l’accusa – le aveva incassate dal 2003  in poi per accelerare la liquidazione delle fatture e in primo grado era stato condannato a tre anni: anche per lui l’originaria accusa di corruzione era stata riqualificata in quella meno grave di Induzione indebita a dare utilità.

All’ex presidente dell’ Aias era contestato di aver corrotto Casimo: in primo grado aveva rimediato una pena di un anno e sei mesi

Gli episodi oggetto dell’imputazione arrivavano sino al 2010 per Casimo e La Rosa e al 2004 per Sanzarello.

La Corte d’appello ha pertanto dovuto prendere atto del fatto che il trascorrere del tempo avesse superato quello massimo utile per la punizione dei colpevoli.

Messina in calcio d’angolo

Nello stesso procedimento penale, in concorso con Luigi La Rosa, quale corruttore di Casimo, era imputato anche Sebastiano Messina, per un lungo periodo unitamente ad Arnò e La Rosa ai vertici dell’Aias di Barcellona.

Il  preside dell’Agrario di Barcellona domandò il giudizio abbreviato e il giudice Giovanni De Marco il 17 agosto 2012 emise sentenza di assoluzione ritenendo che “per gli episodi delittuosi successivi al 2004 non vi fossero elementi che provavano la sua responsabilità visto che da quell’anno in poi non aveva più compiti operativi, mentre per gli episodi delittuosi gli anni precedenti al 2004, per i quali emergono significativi elementi indiziari, era già giunta la prescrizione”.

Tangenti bis ai vertici

L’onorevole Sanzarello unitamente al braccio Natale D’amico, ex consigliere provinciale,.è sotto processo a Barcellona per altri episodi di corruzione ai danni dell’Aias.

Con loro sul banco degli accusati si trovano il padre padrone dell’Aias nazionale, Francesco Lo Trovato, il figlio, Sergio Lo Trovato, e il commercialista dell’ente Giuseppe Grasso.

L’impianto accusatorio si basa sempre sulle dichiarazioni di Luigi La Rosa (Vedi ampio servizio sulla vicenda) .

 

Le appropriazioni di La Rosa

Luigi La rosa dal canto suo, su denuncia di Lo Trovato, è finito sotto processo per essersi appropriato di svariate decine di migliaia di euro appartenenti all’ente di assistenza.

Era stato Francesco Lo Trovato nel 2010 a estromettere La Rosa dalla presidenza dell’Aias contestandogli “gravi irregolarità contabili e gestionali”.

In primo grado, il 22 luglio del 2016, La Rosa era stato condannato a due anni di reclusione e al pagamento di una provvisionale risarcitoria complessiva a favore dell’Aias di 550mila euro.

Oggi si è celebrato pure il processo d’appello: analogamente all’altro processo celebrato qualche ora prima, la Corte ha dovuto dichiarare la prescrizione.

Tuttavia, la condanna al risarcimento dei danni è rimasta confermata, a riprova che anche per i giudici di secondo grado La Rosa è colpevole nel merito, ma è stata ridotta a 100 mila euro.

 

Le mani della mafia sull’ente di assistenza

In virtù delle dichiarazioni del commercialista La Rosa, per estorsione ai danni dell’Aias sono stati già condannati in appello i boss della mafia del Longano Carmelo D’amico, Mariano Foti, Giovanni Rao, e Carmelo Giambò. il processo ha mostrato che gli esponenti dell’organizzazione intascavano ingenti risorse dell’ente attraverso le minacce.

Specificamente, La Rosa raccontò agli inquirenti che sin dalla fine degli anni novanta (quando alla guida dell’ente c’era Pietro Arnò) e sino al 2009, quando decise di porre fine al pagamento del pizzo, l’Aias fosse costretta a pagare la somma di 40 milioni di lire all’anno (diventati poi 40 mila euro) e a effettuare delle assunzioni a favore di persone vicine ai membri dell’organizzazione criminale.

Le sua accuse hanno trovato riscontro nel dibattimento (vedi approfondimento).

Gemello morto due giorni dopo la nascita, per la Corte d’appello Edoardo Bombara non fu assistito adeguatamente. Tre medici del Policlinico condannati al risarcimento. Le tappe di una vicenda lunga 12 anni e finita con la prescrizione

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Errori-medici

 

Erano gemelli. Uno, Cristiano, non appena venne al mondo il 18 dicembre del 2005 in una delle sale parto del Policlinico Universitario di Messina manifestò piccoli problemi respiratori: ora ha 12 anni e gode di ottima salute.

L’altro, Edoardo, alla nascita stava molto meglio del fratellino e tuttavia morì due giorni dopo, nelle primissime ore del 20 dicembre, nell’Unità terapia intensiva neonatale.

Per la Corte d’appello di Messina, presieduta da Maria Tindara Celi, la morte di uno dei gemelli Bombara non è stato un caso propiziato da una “congiuntura astrale sfavorevole”, per usare le parole dell’allora direttore sanitario Giovanni Materia, ma il frutto della condotta negligente dei tre sanitari che avevano in carico Edoardo nella giornata del 19 dicembre 2015.

I giudici di secondo grado, riformando totalmente la sentenza di primo grado, hanno ritenuto che i medici del reparto di Terapia intensiva neonatale, Antonia Bonarrigo, Viviana Tulino e Giuseppe Pagano, siano stati responsabili per negligenza della morte di Edoardo.

I giudici hanno ritenuto invece non responsabile il quarto imputato Alessandro Arco.

I tre sanitari, comunque, andranno esenti da sanzione penale in quanto il reato di omicidio colposo che veniva loro contestato è ampiamente prescritto.

La condanna è stata emessa solo ai fini del risarcimento dei danni che verrà, salvo eventuale e diverso giudizio della Cassazione, quantificato in sede civile.

La consulenza decisiva

Decisiva per la condanna dei tre medici la consulenza tecnica disposta dall’organo della giurisdizione di secondo grado e affidata al medico legale Antonello Crisci di Salerno.

Secondo il medico legale salernitano, la sofferenza respiratoria di Edoardo era frutto di una lieve immaturità polmonare,la stessa che aveva il gemello Cristiano, che poteva e doveva essere diagnosticata da subito e trattata, come da collaudato protocollo terapeutico, con il surfactante.

Ciò avrebbe evitato con altissima probabilità – secondo il consulente – la  morte di Edoardo.

Invece, i sanitari, che avrebbero dovuto essere ancor di più attenti alla luce della sofferenza respiratoria del gemello (per contro tempestivamente e adeguatamente trattata), non avevano tenuto sotto controllo le condizioni di Edoardo, omettendo di eseguire gli esami strumentali che avrebbero per tempo consentito di fare la diagnosi.

In realtà, che vi fossero delle responsabilità a carico dei medici era emerso anche dall’apporto medico scientifico dei consulenti del pubblico ministero: l’inchiesta fu coordinata da Angelo Cavallo.

I tre medici legali, Giuseppe Ragazzi, Conversano e Di Noto, erano giunti alle stesse conclusioni di responsabilità degli imputati cui è giunto da ultimo Crisci, imponendo al pm la richiesta di rinvio a giudizio.

Il Tribunale di Messina, nella persona del giudice Monica Marino, il 12 maggio del 2012, però, aveva assolto i quattro medici, per l’impossibilità di accertarne la responsabilità al di là di ogni ragionevole dubbio.

Il giudice Marino aveva messo in rilievo in motivazione come dubbi sulla causa della morte individuata dai consulenti del pm, derivassero da una perizia di parte, ad opera del pediatra Paolo Biban, che aveva individuato la morte del neonato in una ipotetica grave infezione, mai provata, e desunta dal fatto che ce l’avesse il gemello sopravvissuto Cristiano.

L’assoluzione di Arco

Cinque anni dopo, la Corte d’appello ribaltando la sentenza di primo grado, ha tuttavia confermato l’assoluzione di uno dei quattro indagati, Alessandro Arco, nel frattempo divenuto primario dell’Unità Terapia intensiva neonatale, in precedenza per anni diretta da Ignazio Barberi.

Arco, si è sempre difeso sostenendo che quel giorno del 19 dicembre pur essendo di servizio era stato impegnato in altre incombenze (ambulatorio di day hospital e attività amministrativa), e non aveva mai visitato il neonato, che aveva visto solo al momento del giro anche se alcuno dei colleghi gli avesse impartito disposizioni; né aveva mai espresso pareri o valutazioni sul neonato.

La Corte d’appello ha ritenuto fondata questa linea di difesa, non condannando Arco.

La mamma dei gemelli, Silvana Materia, e il papà Giovanni, sono stati assistiti in giudizio dall’avvocato Roberto Materia, zio dei gemelli, e dal collega Salvatore La Fauci.

Licenziamento illegale, il Policlinico di Messina condannato a risarcire 130mila euro al direttore amministrativo Vincenzo Santoro. Nel 2006 fu mandato via dal manager Carmelo Caratozzolo in guerra con il rettore Franco Tomasello

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MEDICI LITIGANO IN SALA PARTO, DONNA E BIMBO GRAVI A MESSINA

Alla direzione amministrativa del Policlinico di Messina lo aveva voluto l’allora rettore dell’Università Franco Tomasello.

A revocare l’incarico su due piedi a Vincenzo Santoro fu l’allora direttore generale del Policlinico universitario Carmelo Caratozzolo, che nel frattempo era entrato in guerra con il rettore.

Ritenendolo troppo vicino a quest’ultimo, Il manager calabrese il’1 febbraio del 2006 stracciò il contratto del dirigente di lungo corso dell’ateneo, nominato il 3 novembre del 2005 ai vertici della macchina amministrativa dell’azienda universitaria.

Per il Tribunale del Lavoro di Messina, si è trattato di un atto illegittimo, fondato – come si può evincere  dalla sentenza firmata dal giudice Laura Romeo – su circostanze false e quindi su motivi pretestuosi.

E così 11 anni dopo i fatti, il giudice ha riconosciuto a Santoro, da anni ormai in pensione, un risarcimento danni di 130mila euro: 68mila per danni morali e di immagine e 67mila per danni patrimoniali, pari alla differenza tra quanto Santoro percepì come dirigente dell’ateneo e quanto avrebbe percepito se il suo incarico di direttore amministrativo del Policlinico fosse durato secondo quanto previsto, ovvero sino al 6 novembre 2008.

Il provvedimento lo adottò Carmelo Caratozzolo, ma il maxi risarcimento lo dovrà ora pagare l’azienda Policlinico, salvo poi l’inevitabile giudizio di responsabilità contabile nei confronti di chi materialmente l’atto lo firmò.

La sentenza al momento è di primo grado e, dunque, potrebbe essere modificata in appello.

Per giustificare la revoca, a Santoro vennero contestate una serie di inadempienze amministrative, in qualche modo riconnesse ai problemi di bilancio dell’azienda.

“Le contestazioni mosse a Santoro non risultano corrispondenti alla realtà”, ha motivato il giudice Romeo in un passaggio della sentenza.

Una guerra e tanti danni

La revoca dell’incarico a Santoro, che ha fatto causa assistito dal legale Fernando Rizzo, si inquadra in uno scontro durissimo che contrappose, a cavallo tra la fine del 2005 e gli inizi del 2006, il direttore generale Caratozzolo e il rettore Tomasello che un anno prima lo aveva fortissimamente voluto alla guida dell’azienda universitaria.

Una guerra che fini con l’allontanamento di Caratozzolo ad opera del rettore.

La competenza a sciogliere il contratto di direttore generale dell’azienda universitaria era per legge del presidente della regione Sicilia, all’epoca Raffaele Lombardo, che infatti l’aveva nominato con un decreto.

Tomasello però confortato da una serie di pareri legali e – come è emerso nelle intercettazioni captate nell’ambito dell’inchiesta sui concorsi truccati alla facoltà di Veterinaria in corso proprio in quelle settimane –  da rassicurazioni che arrivavano dagli uffici giudiziari messinesi, decise di procedere egualmente.

Il manager Caratozzolo, con i suoi avvocati Marcello Scurria e Arturo Merlo, si asserragliò per qualche giorno negli uffici dell’azienda di viale Gazzi finché, completamente isolato, non decise di fare i bagagli e intentare, anche lui, causa civile per il risarcimento danni.