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Gemello morto due giorni dopo la nascita, per la Corte d’appello Edoardo Bombara non fu assistito adeguatamente. Tre medici del Policlinico condannati al risarcimento. Le tappe di una vicenda lunga 12 anni e finita con la prescrizione

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Erano gemelli. Uno, Cristiano, non appena venne al mondo il 18 dicembre del 2005 in una delle sale parto del Policlinico Universitario di Messina manifestò piccoli problemi respiratori: ora ha 12 anni e gode di ottima salute.

L’altro, Edoardo, alla nascita stava molto meglio del fratellino e tuttavia morì due giorni dopo, nelle primissime ore del 20 dicembre, nell’Unità terapia intensiva neonatale.

Per la Corte d’appello di Messina, presieduta da Maria Tindara Celi, la morte di uno dei gemelli Bombara non è stato un caso propiziato da una “congiuntura astrale sfavorevole”, per usare le parole dell’allora direttore sanitario Giovanni Materia, ma il frutto della condotta negligente dei tre sanitari che avevano in carico Edoardo nella giornata del 19 dicembre 2015.

I giudici di secondo grado, riformando totalmente la sentenza di primo grado, hanno ritenuto che i medici del reparto di Terapia intensiva neonatale, Antonia Bonarrigo, Viviana Tulino e Giuseppe Pagano, siano stati responsabili per negligenza della morte di Edoardo.

I giudici hanno ritenuto invece non responsabile il quarto imputato Alessandro Arco.

I tre sanitari, comunque, andranno esenti da sanzione penale in quanto il reato di omicidio colposo che veniva loro contestato è ampiamente prescritto.

La condanna è stata emessa solo ai fini del risarcimento dei danni che verrà, salvo eventuale e diverso giudizio della Cassazione, quantificato in sede civile.

La consulenza decisiva

Decisiva per la condanna dei tre medici la consulenza tecnica disposta dall’organo della giurisdizione di secondo grado e affidata al medico legale Antonello Crisci di Salerno.

Secondo il medico legale salernitano, la sofferenza respiratoria di Edoardo era frutto di una lieve immaturità polmonare,la stessa che aveva il gemello Cristiano, che poteva e doveva essere diagnosticata da subito e trattata, come da collaudato protocollo terapeutico, con il surfactante.

Ciò avrebbe evitato con altissima probabilità – secondo il consulente – la  morte di Edoardo.

Invece, i sanitari, che avrebbero dovuto essere ancor di più attenti alla luce della sofferenza respiratoria del gemello (per contro tempestivamente e adeguatamente trattata), non avevano tenuto sotto controllo le condizioni di Edoardo, omettendo di eseguire gli esami strumentali che avrebbero per tempo consentito di fare la diagnosi.

In realtà, che vi fossero delle responsabilità a carico dei medici era emerso anche dall’apporto medico scientifico dei consulenti del pubblico ministero: l’inchiesta fu coordinata da Angelo Cavallo.

I tre medici legali, Giuseppe Ragazzi, Conversano e Di Noto, erano giunti alle stesse conclusioni di responsabilità degli imputati cui è giunto da ultimo Crisci, imponendo al pm la richiesta di rinvio a giudizio.

Il Tribunale di Messina, nella persona del giudice Monica Marino, il 12 maggio del 2012, però, aveva assolto i quattro medici, per l’impossibilità di accertarne la responsabilità al di là di ogni ragionevole dubbio.

Il giudice Marino aveva messo in rilievo in motivazione come dubbi sulla causa della morte individuata dai consulenti del pm, derivassero da una perizia di parte, ad opera del pediatra Paolo Biban, che aveva individuato la morte del neonato in una ipotetica grave infezione, mai provata, e desunta dal fatto che ce l’avesse il gemello sopravvissuto Cristiano.

L’assoluzione di Arco

Cinque anni dopo, la Corte d’appello ribaltando la sentenza di primo grado, ha tuttavia confermato l’assoluzione di uno dei quattro indagati, Alessandro Arco, nel frattempo divenuto primario dell’Unità Terapia intensiva neonatale, in precedenza per anni diretta da Ignazio Barberi.

Arco, si è sempre difeso sostenendo che quel giorno del 19 dicembre pur essendo di servizio era stato impegnato in altre incombenze (ambulatorio di day hospital e attività amministrativa), e non aveva mai visitato il neonato, che aveva visto solo al momento del giro anche se alcuno dei colleghi gli avesse impartito disposizioni; né aveva mai espresso pareri o valutazioni sul neonato.

La Corte d’appello ha ritenuto fondata questa linea di difesa, non condannando Arco.

La mamma dei gemelli, Silvana Materia, e il papà Giovanni, sono stati assistiti in giudizio dall’avvocato Roberto Materia, zio dei gemelli, e dal collega Salvatore La Fauci.

Licenziamento illegale, il Policlinico di Messina condannato a risarcire 130mila euro al direttore amministrativo Vincenzo Santoro. Nel 2006 fu mandato via dal manager Carmelo Caratozzolo in guerra con il rettore Franco Tomasello

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MEDICI LITIGANO IN SALA PARTO, DONNA E BIMBO GRAVI A MESSINA

Alla direzione amministrativa del Policlinico di Messina lo aveva voluto l’allora rettore dell’Università Franco Tomasello.

A revocare l’incarico su due piedi a Vincenzo Santoro fu l’allora direttore generale del Policlinico universitario Carmelo Caratozzolo, che nel frattempo era entrato in guerra con il rettore.

Ritenendolo troppo vicino a quest’ultimo, Il manager calabrese il’1 febbraio del 2006 stracciò il contratto del dirigente di lungo corso dell’ateneo, nominato il 3 novembre del 2005 ai vertici della macchina amministrativa dell’azienda universitaria.

Per il Tribunale del Lavoro di Messina, si è trattato di un atto illegittimo, fondato – come si può evincere  dalla sentenza firmata dal giudice Laura Romeo – su circostanze false e quindi su motivi pretestuosi.

E così 11 anni dopo i fatti, il giudice ha riconosciuto a Santoro, da anni ormai in pensione, un risarcimento danni di 130mila euro: 68mila per danni morali e di immagine e 67mila per danni patrimoniali, pari alla differenza tra quanto Santoro percepì come dirigente dell’ateneo e quanto avrebbe percepito se il suo incarico di direttore amministrativo del Policlinico fosse durato secondo quanto previsto, ovvero sino al 6 novembre 2008.

Il provvedimento lo adottò Carmelo Caratozzolo, ma il maxi risarcimento lo dovrà ora pagare l’azienda Policlinico, salvo poi l’inevitabile giudizio di responsabilità contabile nei confronti di chi materialmente l’atto lo firmò.

La sentenza al momento è di primo grado e, dunque, potrebbe essere modificata in appello.

Per giustificare la revoca, a Santoro vennero contestate una serie di inadempienze amministrative, in qualche modo riconnesse ai problemi di bilancio dell’azienda.

“Le contestazioni mosse a Santoro non risultano corrispondenti alla realtà”, ha motivato il giudice Romeo in un passaggio della sentenza.

Una guerra e tanti danni

La revoca dell’incarico a Santoro, che ha fatto causa assistito dal legale Fernando Rizzo, si inquadra in uno scontro durissimo che contrappose, a cavallo tra la fine del 2005 e gli inizi del 2006, il direttore generale Caratozzolo e il rettore Tomasello che un anno prima lo aveva fortissimamente voluto alla guida dell’azienda universitaria.

Una guerra che fini con l’allontanamento di Caratozzolo ad opera del rettore.

La competenza a sciogliere il contratto di direttore generale dell’azienda universitaria era per legge del presidente della regione Sicilia, all’epoca Raffaele Lombardo, che infatti l’aveva nominato con un decreto.

Tomasello però confortato da una serie di pareri legali e – come è emerso nelle intercettazioni captate nell’ambito dell’inchiesta sui concorsi truccati alla facoltà di Veterinaria in corso proprio in quelle settimane –  da rassicurazioni che arrivavano dagli uffici giudiziari messinesi, decise di procedere egualmente.

Il manager Caratozzolo, con i suoi avvocati Marcello Scurria e Arturo Merlo, si asserragliò per qualche giorno negli uffici dell’azienda di viale Gazzi finché, completamente isolato, non decise di fare i bagagli e intentare, anche lui, causa civile per il risarcimento danni.

 

Policlinico, il direttore amministrativo Giuseppe La Ganga scelto come commissario straordinario. Ma il direttore sanitario Giovanna Volo segue le orme del direttore generale Marco Restuccia e si dimette

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Giuseppe La Ganga

Giuseppe La Ganga

Il Policlinico universitario di Messina ha il sostituto del direttore generale Marco Restuccia che si è dimesso lo scorso 30 agosto. Nei prossimi giorni il presidente della regione Rosario Crocetta, salvi colpi di scena dell’ultimo momento, nominerà commissario straordinario Giuseppe La Ganga, da 5 anni direttore amministrativo dell’azienda universitaria.
Tuttavia, la struttura sanitaria più grande della città perde il direttore sanitario. Giovanna Volo, infatti, nella giornata odierna ha rassegnato le dimissioni. La sessantenne nissena ha inviato una lettera di ringraziamento a tutto il personale, ai docenti, e al rettore dell’ateneo Pietro Navarra.
Se le dimissioni di Restuccia sono state ufficialmente motivate da ragioni personali di salute, quelle di Giovanna Volo sono al momento top secret.
Secondo alcune indiscrezioni, sarebbero legate proprio alla decisione adottata dai vertici universitari, di concerto con l’assessore regionale alla Sanità, di nominare Giuseppe La Ganga come commissario straordinario.

Giovanna Volo

Giovanna Volo

Policlinico, il direttore generale Marco Restuccia lascia la guida dell’azienda universitaria

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Il manager Marco Restuccia (tra Navarra e De Domenico)

Il manager Marco Restuccia (tra Navarra e De Domenico)

Il direttore generale del Policlinico di Messina Marco Restuccia lascia la guida dell' azienda universitaria. La notizia si e' diffusa nella mattinata di oggi tra i padiglioni della struttura sanitaria piu' grande di Messina. E' stata successivamente confermata ufficiosamente dai vertici dell'ateneo. Restuccia ha comunicato la sua decisione al rettore Pietro Navarra. Nelle prossime ore le dimissioni andranno formalizzate al presidente della Regione,Rosario Crocetta.Secondo le prime indiscrezioni, tutte da verificare, Marco Restuccia ha lasciato per motivi strettamente personali, piu' specificamente di salute.Il manager era al vertice del Policlinico dal giugno del 2014.

Policlinico, arresti a scoppio ritardato. Il primario Calbo, il figlio e un medico ai domiciliari per fatti notori dal 2013. Nel frattempo, Calbo è diventato direttore della scuola di specializzazione in chirurgia e di recente è stato promosso Primario di struttura complessa

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Calbo, Marullo e calbo senior

Aveva un seno più grosso dell’altro e voleva renderli eguali: si è ritrovata senza capezzoli né areola mammaria. Un’altra donna, invece, non sopportava l’adipe sull’addome e ai glutei: delle mutilazioni ne hanno preso il posto.

La vicenda diventò di pubblico dominio a giugno del 2013 (vedi articolo di Centonove Protesi poco pro…tette che la raccontava in tutti i dettagli).

Gli interventi di chirurgia estetica fatti passare per interventi necessari per curare tumori (in modo da porli a carico del Servizio sanitario nazionale) erano stati già effettuati nelle sale operatorie del Policlinico di Messina nei mesi precedenti. Alcuni di questi avevano pure prodotto danni gravi ai pazienti.

L’autore ne era Enrico Calbo, specializzando e figlio di Elio, primario all’epoca di Endocrinochirurgia (struttura semplice), che per legge non poteva neppure effettuare gli interventi come primo operatore; al suo fianco, neppure in tutti i casi, il chirurgo collega di papà Massimo Marullo.

L’allora direttore generale del Policlinico di Messina, Giuseppe Pecoraro, sospese i due medici strutturati per due mesi. E nominò una commissione interna che facesse luce sulla vicenda. La Procura aprì un’inchiesta iscrivendo i tre sul registro degli indagati. Non solo. Nei mesi successivi alla direzione dell’azienda ospedaliera arrivarono diverse richieste di risarcimento danni per centinaia di migliaia di euro da parte di pazienti che si erano affidati ai bisturi del figlio d’arte.

Oggi, trentasei mesi dopo, per gli stessi fatti, con l’accusa di truffa, falso e abuso d’ufficio, i tre sono finiti agli arresti domiciliari.

 

CORSA INARRESTABILE

Eppure, tutto ciò non ha impedito che nel frattempo Letterio Calbo diventasse prima direttore della scuola di specializzazione in Chirurgia generale: ciò colui che ha la responsabilità della formazione tecnica e deontologica dei futuri chirurgi della città; e poi, di recente, primario di Chirurgia d’urgenza del Policlinico universitario, sia pure in via provvisoria visto che il Policlinico aspetta venga approvato dalla Regione l’atto aziendale.

 

IL PLEBISCITO. 

E’ un incarico cui ha sempre ambito: dirigere la scuola di specializzazione. La vicenda delle protesi su cui era scivolato il figlio e le indagini della Procura rischiava di far svanire il sogno. Invece, non lo ha minimamente sfiorato.

Lelio Calbo è diventato direttore della scuola si specializzazione agli inizi del 2015 con una maggioranza bulgara: 55  su 60 colleghi chirurghi gli hanno dato fiducia a dispetto della sospensione, dell’inchiesta della Procura e del clamore mediatico.

“Dalla Procura non ho ricevuto nulla. Non so nulla di inchieste a mio carico. Non credo ci sia persona più meritevole e adatta di me per guidare la scuola di specializzazione. Non c’è nessun problema di opportunità, nè di incompatibilità”. Rispondeva così Elio Calbo, al giornalista che subito dopo la sua elezione a direttore della scuola di specializzazione, avvenuta a gennaio del 2015, faceva notare la contraddizione tra il suo nuovo ruolo di responsabilità anche deontologica e la condotta tenuta nella vicenda che aveva visto come protagonista il figlio.

Questi, in violazione del regolamento interno, pur essendovi decine di reparti disponibili per la sua formazione, operava a suo piacimento in quello del padre, che lo aveva accolto volentieri e che – secondo le conclusioni degli inquirenti – non solo non vigilava sul figlio ma ne era complice.

“Una commissione ha stabilito che tutti gli interventi svolti da mio figlio rientrano nella legalità”, sottolineò nell’occasione Elio Calbo.

 

L’ASSOLUZIONE DEI COLLEGHI E I BUCHI NERI

In effetti, il medico legale Patrizia Gualniera e il chirurgo plastico Michele Colonna, entrambi medici del Policlinico, incaricati dal manager Pecoraro di valutare l’operato dei tre colleghi, erano stati netti. “Tutti i ricoveri oggetto di indagine sono risultati congrui in quanto le patologie riscontrate richiedevano le prestazioni effettuate”, hanno scritto i due medici al termine di una relazione di una paginetta, depositata in direzione generale il 15 luglio del 2013.

Il sostituto procuratore Antonella Fradà (sulla scorta della relazione del suo consulente tecnico, Elvira Ventura Spagnolo) l’ha pensata in maniera diametralmente opposta, convincendo pure il Gip Maria Luisa Materia.

Gli interventi fuorilegge secondo le conclusioni del pm sono stati compiuti tra il 2011 e il 2013. Tutti sono stati registrat

 

LE PROMOZIONI

Di recente, con delibera del 22 ottobre del 2015 il direttore generale dell’azienda universitaria Marco Restuccia, ottenuta l’intesa dal rettore dell’Università di Messina Pietro Navarra, ha nominato Calbo direttore dell’unità operativa complessa di Chirurgia d’urgenza.

L’incarico è per sei mesi e costituisce una promozione (sia sotto il profilo economico che del prestigio) per il docente ordinario che sino a quel momento era direttore di una struttura semplice.

Nel corso degli ultimi anni sono giunte sulla scrivania del manager diverse richieste di risarcimento danni frutto dell’operato di Enrico Calbo. Alcuni contenziosi sono stati evitati con delle transazioni.

ALLEANZE MAGICHE

Elio Calbo, fedelissimo da tempo immemore dell’allora  rettore Franco Tomasello, alla vigilia delle elezioni per la scelta del nuovo ermellino (tenute a maggio del 2013) si è schierato dalla parte di Pietro Navarra (eletto poi rettore), tradendo il candidato appoggiato dal neurochirurgo rettore uscente.

Pippo Navarra, il fratello del Magnifico, è il chirurgo più prestigioso e potente del Policlinico e l’elezione a direttore della scuola di specializzazione di Calbo è avvenuta grazie alla sua sponsorizzazione politica.

 

 

Policlinico, in un bagno trovato uomo morto per overdose. I precedenti.

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policlinico foto

E’ stato trovato morto, in uno dei bagni del reparto di Neurologia del Policlinico Universitario di Messina, ubicato nel padiglione E, un uomo dell’età di circa 45 anni. Secondo quanto riferiscono coloro che lo hanno rinvenuto, l’uomo è morto subito dopo essersi iniettato una dose di droga.

Sul posto sono intervenuti i Carabinieri che hanno informato la Procura della Repubblica. A breve, al Policlinico, arriverà il sostituto di turno della Procura che disporrà l’esame autoptico e avvierà le indagini per identificare l’uomo e stabilire come e perché l’uomo si sia andato a drogare all’interno di una struttura ospedaliera.

Non è la prima volta che nei padiglione dell’azienda Universitaria avvengono analoghe tragedie. Qualche anno fa (nel 2012), è stato rinvenuto un altro cadavere, questa volta nei corridoi del padiglione C. Analoga la causa del decesso: overdose.

Al suo insediamento (a luglio del 2014) alla guida della struttura Sanitaria il manager Marco Restuccia ha dovuto ordinare una bonifica urgente di alcuni bagni in cui sono stati rinvenute abbandonate siringhe e segni inequivocabili che i locali sono stati utilizzati come stanze per drogarsi in tutta tranquillità.

“Il primario di Nefrologia Bellinghieri non poteva essere mandato in pensione”: il Consiglio di Giustizia amministrativa boccia il Policlinico universitario. E apre la via al risarcimento dei danni

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Guido Bellinghieri

Guido Bellinghieri

A “licenziarlo” fu l’allora manager Giuseppe Pecoraro. A corrispondergli la retribuzione come se avesse lavorato ancora per mesi e mesi dovrà essere l’azienda Policlinico Universitario di Messina.

Il Consiglio di giustizia amministrativa ha stabilito che il primario di Nefrologia, Guido Bellinghieri, non potesse essere mandato in pensione il primo giugno del 2012, tre mesi dopo il compimento dei suoi 70 anni (avvenuto il 2 marzo del 2012), limite massimo fissato dalla legge per i dirigenti medici ma, in quanto anche docente universitario, avrebbe avuto il diritto di prestare la sua attività per l’azienda universitaria sin tanto che avesse avuto il diritto di svolgere la sua attività didattica e di ricerca.

L’organo di giustizia amministrativa d’appello ha nell’occasione ribadito un principio da tempo affermato dalla giurisprudenza ma di cui il manager Pecoraro non aveva tenuto conto: ovvero che l’attività assistenziale e l’attività didattica sono inscindibili.

Dunque, il dirigente medico delle aziende ospedaliere che sia anche docente universitario non può essere mandato in pensione benché per la legge che si applica ai medici ci debba andare. Bisogna infatti considerare cosa stabilisce sul punto la legge che si applica agli universitari.

QUESTIONE DI INTERPRETAZIONE… E DI SOLDI

Ma quando il docente universitario Bellinghieri sarebbe dovuto andare in pensione? Dalla risposta a questa domanda dipende l’entità della somma che l’azienda universitaria dovrà ora corrispondergli.

Quando viene mandato in pensione da Pecoraro, Bellinghieri ha perso virtualmente la speranza di poter rimanere in servizio come docente sino a 72 anni: infatti, nel 2009, sulla base della normativa vigente aveva chiesto e ottenuto dal rettore Franco Tomasello di prolungare l’attività lavorativa. Qualche mese dopo, la legge Gelmini di dicembre 2010 aveva però fissato a 70 anni il limite massimo inderogabile di permanenza in servizio. La stessa legge, comunque, prevedeva che il docente avesse diritto a completare l’anno accademico in corso al momento in cui veniva raggiunta l’età pensionabile.

Tuttavia, la legge Gelmini, a maggio del 2013 è stata dichiarata su questo punto costituzionalmente illegittima per cui il limite dei 70 anni è come se non vi fosse mai stato ed è rivissuta la facoltà di rimanere sino a 72 anni.

Dunque, ricapitolando: Bellinghieri, che dinanzi ai giudici amministrativi è stato assistito dal legale Santi Delia, non poteva essere mandato in pensione ma aveva il diritto a rimanere in servizio come dirigente medico. Fino a quando? Nella peggiore delle ipotesi sino al 31 ottobre del 2012, con diritto ora a 5 mesi di retribuzioni. Nella migliore (per lui) delle ipotesi, invece, aveva diritto a stare in servizio sino al 31 ottobre del 2014, visto che compiva 72 anni a marzo del 2014 e, comunque, manteneva il diritto di  rimanere in servizio sino alla fine dell’anno accademico in corso, fissato al 31 ottobre del 2014, con diritto in questo caso a 29 mesi di retribuzioni non percepite, qualcosa come 100mila euro.

Il professore Bellinghieri commenta: “L’operato inspiegabile dei vertici del Policlinico mi ha determinato danni non solo economici ma anche morali”.

AMMISSIONI DI COLPA

La sconfitta del Policlinico universitario di Messina, difeso dall’avvocato Enrico Caratozzolo, sia pure giunta al termine di diversi gradi di giudizio, era nella sostanza attesa.

La stessa azienda universitaria, infatti, allo stesso modo in cui aveva mandato in pensione Bellinghieri, aveva pure messo a riposo il primario di Medicina del Lavoro Mario Barbaro a far data dal 3 gennaio del 2014, giorno in cui compiva i 70 anni. In autotutela, però, il manager Pecoraro aveva ritirato il provvedimento riconoscendo,nella motivazione della delibera, “l’inscindibilità tra funzioni assistenziali e didattiche” e di conseguenza il diritto a rimanere in servizio sino al 30 ottobre 2014.

Punto nascita di Barcellona: il Megafono urla, Crocetta attacca e Borsellino licenzia. I cittadini, invece, pagano i danni (ingiusti) all’ex manager dell’Asp 5 di Messina, Magistri. L’imbarazzo di Sirna

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Lucia Borsellino e Rosario Crocetta

Lucia Borsellino e Rosario Crocetta

A licenziarlo in tronco il 21 gennaio del 2014, quattro giorni dopo che il presidente del Tar di Catania con decreto (senza alcuna attività istruttoria) aveva sospeso l’accorpamento del punto nascita di Barcellona a quello di Milazzo e il Governatore Rosario Crocetta l’aveva pubblicamente attaccato, era stato l’assessore regionale alla Sanità, Lucia Borsellino. Ad annullare la revoca dell’incarico, rimettendo Manlio Magistri (l’11 aprile del 2014) alla guida dell’Azienda sanitaria provinciale 5 di Messina, è stato (con ordinanza cautelare) il medesimo organo di giustizia amministrativa etneo.  Che, in un separato giudizio, nato dal ricorso del sindaco della città del Longano, Maria Teresa Collica contro l’accorpamento, nel frattempo aveva ricevuto una relazione dei Nucleo antisofisticazioni di carabinieri (Nas) i quali hanno ritenuto l’accorpamento “necessario per la migliore tutela della salute di nascituri e mamme nonché conforme al decreto assessoriale sul riordino dei punti nascita”.

Manlio Magistri

Manlio Magistri

Ma a pagare, adesso, sono le casse pubbliche. Trentaduemila euro: è questo il conto che ha presentato all’Asp 5 dall’ex commissario straordinario Magistri, forte della sentenza del Tar del 9 ottobre del 2014 che, confermando il provvedimento dell’ 11 aprile 2014 ed entrando nel merito, boccia l’operato dell’assessore Borsellino. Si tratta della retribuzione lorda che l’ex manager non ha percepito per il periodo in cui ha dovuto abbandonare (ingiustamente, secondo i giudici) gli uffici di via La farina di Messina sostituito da Giovanni Migliore, a sua volta retribuito. Sulla scorta del parere dell’Ufficio legale, i 32mila euro sono stati liquidati dai vertici dell’asp 5 guidati da Gaetano Sirna, dall’estate del 2014 successore di Magistri.

Il Tribunale amministrativo ha sottolineato come “la revoca dell’incarico che si è atteggiato come un provvedimento sanzionatorio rispetto alla soppressione del punto nascita dell’ospedale di Barcellona la cui legittimità è stata confermata da questo Tribunale, è stata adottata senza alcun rispetto dei diritti di difesa e senza che vi fosse alcuna urgenza”.

L’imbarazzo del direttore generale Sirna

Ma perché deve essere l’Asp 5 a pagare se la condotta illegittima l’ha tenuta l’assessore Borsellino? “Il datore

Gaetano Sirna

Gaetano Sirna

di lavoro di Magistri era l’Asp e quindi dev’essere l’Asp a pagare. L’ufficio legale ha attestato che è opportuno pagare per evitare un contenzioso con Magistri sicuramente vincente e il danno aggravato da spese legali interessi e quant’altro. La delibera ad ogni modo è stata trasmessa all’assessorato regionale alla Salute”, precisa Sirna.

Ma la delibera non andrebbe trasmessa pure alla Procura della Corte dei conti perché accerti la responsabilità erariale dell’assessore? “Io dovrei fare una cosa contro chi mi ha nominato? Non so. Forse c’è conflitto di interessi. La vicenda in effetti è imbarazzante”, dice il direttore. “Magari sarà lo stesso assessore a inviarla alla Procura”, conclude Gaetano Sirna..

 

Immagine rovinata

Il danno per le casse pubbliche potrebbe essere maggiore dei 32mila euro.

Il manager milazzese, infatti, aveva chiesto 500mila euro di risarcimento per i danni all’immagine subiti in conseguenza del licenziamento e del messaggio di “manager incapace” che era stato veicolato. Il Tar, invece, ha ritenuto che “il pronto ristoro ottenuto con il giudizio cautelare e la massima diffusione che ha avuto la notizia del reintegro giustifica il rigetto della domanda di risarcimento”. Magistri, però, di questo non è molto convinto e, sempre assistito dall’avvocato Silvano Martella, si è rivolto al Consiglio di giustizia amministrativa. In caso di vittoria a pagare sarà, almeno in prima battuta, la regione Sicilia (Presidenza e assessorato) nei cui confronti ha orientato l’azione l’ex commissario.

 

La battaglia… contro la salute

L’amministrazione comunale di Barcellona assistita dal legale Rosaria Natalia Imbesi (con parcella sul groppone del Comune) aveva impugnato la delibera che accorpava il punto nascita di Barcellona a quello di Milazzo. Tuttavia, dopo il deposito della relazione dei Nas che dava ragione a Magistri, ha rinunciato a chiedere la pronuncia dei giudici ed è stata condannata a pagare mille euro a favore del manager.

Maria Teresa Collica

Maria Teresa Collica

I duri attacchi di Crocetta e la decisione della Borsellino di esautorare Magistri erano stati preceduti da una campagna politica e mediatica che aveva visto impegnati in prima linea il sindaco di Barcellona Collica e l’assessore Davide Bongiovanni. Il primo cittadino aveva presentato un esposto alla Procura sulla scorta di un’ispezione effettuata a sorpresa al reparto di Ostetricia di Milazzo proprio dall’assessore. Quest’ultimo nell’occasione ha girato un  filmato e scattato fotografie. Allegate all’esposto – a suo dire – descrivevano “la condizione del reparto di Milazzo privo dei più elementari sistemi di sicurezza per le pazienti, partorienti e donne in attesa di interventi operatori”. L’ esposto, però, è stato smentito dai Nas. Bongiovanni, responsabile de Il Megafono (la formazione politica del Governatore) di Milazzo è uomo politicamente molto vicino all’onorevole Beppe Lumia, principale sostenitore e ispiratore della politica di Crocetta.

Caso Nicole, a Messina liberi 10 posti letto in Utin. Ma da Catania nessuna richiesta d’aiuto. I buchi neri nella morte della bimba alla ricerca di un ospedale.

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L'entra della Clinica Gibiino a Catania

L’entrata della Clinica Gibiino a Catania

A Messina, al Policlinico universitario “Martino”, in Terapia intensiva neonatale c’erano 7 posti letto liberi; nell’omologo reparto del “Piemonte Papardo” ce n’erano altri 3. Tuttavia, la centrale operativa del 118 di Catania il posto di rianimazione per tentare di salvare la piccola Nicole, nata nella notte tra l’11 e il 12 febbraio del 2015 nella casa di cura Gibiino di Catania,  l’ha cercato per 6 ore nei tre ospedali pubblici della città etnea: invano. Sei ore che sono risultate fatali. La neonata è morta mentre veniva trasportata a bordo di un’ambulanza privata all’ospedale di Ragusa, ad un’ora e mezzo di distanza da Catania, quasi il doppio di quanto si sarebbe impiegato per accompagnarla a Messina. Sono i direttori generali delle due aziende sanitarie dello città dello Stretto, Michele Vullo e Marco Restuccia, a confermare il paradosso: “I posti c’erano. Ma nessuno in quella notte ha telefonato per chiederne la disponibilità”, dichiarano i due manager. “Da cittadino e da operatore della sanità mi domando qual’è il motivo per cui nessuno, né 118, né medici, ha pensato di interpellare gli ospedali di Messina?”, commenta il manager del “Papardo Piemonte” Vullo.

L’interrogativo del manager è anche uno dei tanti degli inquirenti della Procura di Catania alla ricerca di eventuali responsabilità nella morte della piccola Nicole: sul registro degli indagati per omicidio colposo ci sono i sanitari della clinica privata, gli operatori della centrale operativa del 118 e i medici della Terapia intensiva neonatale degli ospedali catanesi interpellati.

Ma è soprattutto un interrogativo inquietante per la commissione ministeriale inviata nell’isola. Sotto inchiesta c’è, infatti, anche il Servizio sanitario regionale della Sicilia che il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha minacciato “di commissariare se non in grado di assicurare il livelli essenziali di assistenza”. Il caso Nicole è la spia di inefficienza del sistema o quanto accaduto è solo frutto dell’errore umano?

STEN…. QUESTO SCONOSCIUTO.

Al di là delle responsabilità dei singoli (tutte da accertare), gli operatori del centro operativo del 118 che ha raccolto la richiesta di aiuto dalla casa di cura Gibiino una piccola attenuante per non essere riusciti a trovare un posto a 70 chilometri di distanza ce l’hanno. Ha la forma di un acronimo, che nella provincia di Catania non si è mai tradotto in realtà. Si legge Sten e sta per Sistema trasporto emergenza neonatale. E’ l’organismo che avrebbe dovuto attivare il 118, una volta messo al corrente delle condizioni di Nicole, alle prese con una grave crisi respiratoria . E’ il decreto regionale del 2011 sulla Rete dei punti nascita ad obbligare determinate Aziende sanitarie a metterlo in funzione con tanto di medico responsabile, dettando delle precise regole di funzionamento per consentire il trasferimento del neonato a rischio vita in tempi rapidissimi (al massimo 60 minuti) in una struttura adeguata del territorio regionale.

Il decreto firmato dall’allora assessore alla Salute Massimo Russo ha affidato la responsabilità dell’attivazione nella provincia di Catania al Policlinico Vittorio Emanuele. Risultato? Tre anni dopo, nella seconda città della Sicilia di Sten non c’è ancora traccia. Il motivo? “Non posso dare informazioni che direttamente o indirettamente riguardano la morte della bambina. L’assessore regionale Lucia Borsellino ha dato disposizioni che tutte le informazioni vengano richieste all’assessorato”, risponde però il direttore generale del Vittorio Emanuele, Giampiero Bonaccorsi.

Qualunque sia il motivo, i sanitari del Gibiino e gli addetti alla centrale operativa del 118 si sono trovati a gestire l’emergenza senza contare sul Servizio, imposto per questi casi dalla legge, che avrebbe accorciato le distanze tra Catania e Messina. Il decreto del 2011, infatti, prevede il collegamento sistematico tra altri Sten, che avrebbe consentito, ad esempio, nel caso di Nicole, di allertare quello di Messina attivato da tempo al Policlinico “Martino”.

PICCOLI E INSICURI.

A leggere lo stesso decreto si scopre che la mamma di Nicole nella casa di cura di proprietà di un parente del coordinatore locale di Forza Italia ci è potuta andare a partorire per il rotto della cuffia perché il punto nascita non ha dovuto chiudere per tre parti. Non tre parti reali, ma tre parti, stimati sulla scorta dei dati degli anni precedenti, in più rispetto alla soglia minima dei 500 all’anno. Al di sotto di questa, secondo i protocolli internazionali, il rischio per la madre e il nascituro aumenta a dismisura. Secondo il decreto firmato da Russo i punti nascita con meno di 500 parti avrebbero dovuto chiudere entro il 31 dicembre del 2012. L’operazione in Sicilia non si è ancora conclusa: ogni volta che i direttori generali delle aziende sanitarie ci hanno provato sono scattate le proteste di sindacati e politici. Il Comune di Bronte, ad esempio, si è rivolto alla magistratura amministrativa. Il Consiglio di giustizia amministrativa ad aprile del 2014 ha ritenuto non solo legittima ma anche necessaria la razionalizzazione dei punti nascita sottolineando come il  Ministero della Salute fissi, a tutela della sicurezza delle puerpera e del nascituro, in almeno 1000 parti il numero standard ottimale.

Ausiliari precari dell’Asp 5, il manager Sirna ci ripensa. La graduatoria scorrerà, ma non troppo. La Fials: “Stop al precariato, fonte di clientele”

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Il direttore generale dell'Asp 5 Gaetano Sirna

Il direttore generale dell’Asp 5 Gaetano Sirna

Scorrimento si, ma a scartamento ridotto. Il manager dell’Asp 5 Gaetano Sirna si è preso una giornata di riflessione, ma alla fine, nel tardo pomeriggio di mercoledì 11 gennaio, decide di dare ascolto ai sindacati e al prefetto di Messina Stefano Trotta, con i quali si era incontrato martedì 10 gennaio 2015. I secondi 130 (di una graduatoria che conta 5400 persone) ausiliari precari dell’Asp 5 di Messina avranno la proroga di altri sei mesi dell’incarico in modo da arrivare ad un anno di servizio, come i primi 130, che avevano lavorato dal primo luglio del 2014 al 31 luglio del 2015.

Il direttore generale, in prima battuta, aveva invece deciso di non prorogare i contratti e, invece, di richiamare in servizio i primi 130. Il motivo l’ha spiegato anche ai sindacati e al prefetto: “La legge lo consente,la meritocrazia e il rispetto della casse pubbliche ce lo impongono”, aveva motivato Sirna forte del fatto che l’avviso pubblicato a suo tempo per la formazione della graduatoria non stabilisse la durata degli incarichi ma specificasse soltanto “ai fini dell’eventuale conferimento di incarichi a tempo determinato”. Il prefetto Trotta, che ha fatto da arbitro tra il manager e i sindacati, l’ha comunque invitato a tenere conto della situazione di disagio economico e sociale che vive la città. Gaetano Sirna, invece di prorogare i contratti di coloro già in servizio, aveva un’altra scelta: chiamare il terzo gruppo di 130 della graduatoria, applicando da subito lo scorrimento. “Al termine dei sei mesi, se ci saranno  esigenze di personale ausiliario negli ospedali, chiamerò il terzo gruppo di precari”, promette il manager. Che sottolinea: “Rimango convinto della bontà della prima soluzione”.

Sei mesi (o un anno) lavorano i primi 130. I sei mesi (o anno) successivi lavorano gli altri 130 che li seguono in graduatoria, mentre i primi si “godono” l’indennità di disoccupazione erogata dall’Inps che nei sei mesi precedenti avevano percepito gli altri e così via a scorrere.

Gli ausiliari precari dell’Azienda sanitaria provinciale di Messina (e di tutte le aziende sanitarie della regione Sicilia)  fanno questa vita da anni: una vita da precari all’insegna del “lavorare poco, lavorare tutti”, nell’attesa che un concorso pubblico dia stabilità alla loro posizione lavorativa.

A imporre lo scorrimento sono gli avvisi pubblici confezionati al momento della formazione della graduatoria, che in genere vale 3 anni, in cui si precisa che sono diretti a conferire incarichi per sei mesi o per un anno. In questo modo, una volta che i lavoratori hanno esaurito il periodo di incarico fissato dal bando, si deve procedere allo scoririmento della graduatoria, come hanno più volte stabilito i giudici del Lavoro. Così invece non è stato nel caso dell’ultimo bando per formare la graduatoria degli ausiliari, in cui si parklva genericamente di “eventuali incarichi”.

Domenico La Rocca, segretario della Fials sanità, spiega: “Il problema non è se lo scorrimento è giusto o meno. La legge vieta gli incarichi a tempo determinato. Se ci sono posti in organico vuoti, come ci sono all’Asp 5, bisogna fare i concorsi per dare certezza alla gente e non alimentare le clientele: così è stato fatto al Policlinico di Messina, ad esempio”.

A cercare di eliminare il precariato degli ausiliari all’interno dell’Asp 5 ci aveva provato l’ex commissario straordinario Francesco Poli. Nel 2012 bandì un concorso per coprire con lavoratori a tempo indeterminato i posti in organico non coperti. Furono presentate 6mila domande. La commissione del concorso ne esaminò 2mila. ll successore di Poli, Manlio Magistri, sospese le procedure concorsuali. “La motivazione della decisione di Magistri – afferma La Rocca – è per me ancora incomprensibile”.