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Emergenza Covid ingigantita e trovate “ridicole”: il sindaco di Messina Cateno De Luca supera persino il presidente della Regione Nello Musumeci

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Cateno De Luca e Nello Musumeci

Attività sportiva limitata solo nelle fasce orarie tra le 8 e le 10 di mattino o le 18 e le 20 di sera, ricevimento dei clienti negli studi professionali concentrato entro le ore 16.

Facciamo pure finta, dando retta agli spargitori di terrore travestiti da giornalisti, che a Messina si sia in presenza di un’emergenza sanitaria inattesa (a dieci mesi all’inizio dell’emergenza) che richieda misure ancora più drastiche di quelle della zona Rossa in cui si trova la Sicilia. Ma non è assolutamente così: i dati dei contagi, della mortalità e dei ricoveri ad oggi sono migliori di quelli di tutte le altre più grandi città siciliane. 

Facciamo pure finta che un qualunque sindaco di uno degli ottomila comuni italiani possa dettare regole più restrittive delle libertà personali di quelle emanate con l’ausilio di tecnici e comitati scientifici dal Governo per contenere il virus. Ma non è esattamente così: la giurisprudenza di tutti i Tar d’Italia, tranne quelli siciliani (chissà perché), è approdata a conclusioni esattamente opposte.

Qualcuno riesce a spiegare, a lume di buon senso e logica, perché – come stabilisce l’ultima ordinanza del sindaco Cateno De Luca – far giungere negli studi professionali decine di persone entro le 16 e farli poi aspettare tutti insieme sino alle 20 in modo da poterle ricevere riduca la possibilità di contagio?

Qualcuno riesce a spiegare perché correre da soli ma tutti di mattino presto o alla sera, nelle ore più fredde della giornata o mentre piove, riduca le (nulle) possibilità di contagio in ipotesi (per De Luca) esistenti invece se ciascuno decidesse di correre nei momenti più caldi della giornata o più propizi?

Forse Cateno De Luca oltre a fruire dello straordinario aiuto degli scienziati del diritto gode anche della consulenza di inarrivabili luminari della medicina e dell’epidemiologia, pronti a giustificare queste (ennesime) misure bislacche?

La cosa in terra sicula non stupirebbe.

Nello Musumeci la primavera scorsa in una delle innumerevoli ordinanze per motivare l’introduzione del divieto di attività sportiva, consentita tuttavia dalla normativa nazionale, scrisse: “Studi scientifici dimostrano che chi fa attività sportiva si stanca e così s’indeboliscono le difese immunitarie e maggiori sono le possibilità se positivo di finire in ospedale”.

De Luca ha assoldato gli stessi super scienziati, con l’impegno a consigliargli misure più ridicole di quelle adottate da colui di cui vorrebbe prendere il posto a Palazzo d’Orleans?

E’ una gara a chi spara la cosa più illogica? 

E, infine, un’ultima domanda.

Il prefetto Maria Carmela Librizzi, rappresentante a Messina del Governo nazionale, lo stesso che adotta da mesi i Decreti legge e i Dpcm che De Luca viola un giorno si e l’altro pure senza che la stessa abbia nulla da dire, ha almeno convocato un tavolo tecnico, uno di quelli che inutilmente si svolgono ogni giorno nei suoi uffici, per farsi almeno rivelare il nome di questi insigni scienziati?

Al cospetto di quest’ultimi, la sensazione di vivere nella città della follia di un paese precipitato nel caos quantomeno si stempererebbe un pò.

 

“A Messina la scuola non s’ha da fare”: Cateno De Luca continua a negare il diritto all’istruzione e alla socialità dei più giovani alimentando la propaganda del terrore. Eppure, il Tar Calabria esclude la competenza dei sindaci. Ecco cosa ha stabilito

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Prima il sindaco Cateno De Luca: a ottobre, novembre e dicembre; poi, come regalo della Befana, ci ha pensato il Presidente della regione, Nello Musumeci, su richiesta del commissario dell’emergenza Covid, Maria Grazia Furnari. Infine, da oggi 18 gennaio e sino al 31, ancora di nuovo il primo cittadino.

A Messina, “la scuola non s’ha da fare”, di nessun ordine e grado.

Mentre in tutte le altre città d’Italia, i bambini della scuola dell’infanzia, delle elementari e della prima media frequentano regolarmente le scuole, anche se la loro regione è inserita in zona rossa, quella di massima allerta e di elevato rischio epidemiologico, nella città dello Stretto, invece, a partire dalla fine di ottobre, le porte delle istituzioni scolastiche sono state serrate e tali sono rimaste anche nei periodi in cui la Sicilia è stata classificata zona arancione.

Tutto merito del sindaco.

Per Cateno De Luca, i diritti costituzionali all’Istruzione, alla socialità e allo sviluppo armonioso dei più giovani, funzionali al principio di uguaglianza, contano zero. Praticamente dal marzo scorso a Messina i ragazzi messinesi hanno trascorso non più di una quindicina di giorni sui banchi della scuola.

Eppure, la legge di emergenza e tutto l’apparato normativo messo in piedi (sulla scorta di valutazione di scienziati ed esperti, nel contemperamento dei valori in gioco) per contenere la diffusione del coronavirus sono chiari.

La scuola, nel rispetto delle regole di sicurezza, anche nelle regioni in cui c’è il massimo grado di rischio sanitario (rosse) devono rimanere aperte: a meno che non si individuino (ci devono essere, non basta siano probabili) dei focolai specifici nelle scuole o nelle classi e non sia possibile contenere il contagio chiudendo le sole classi o gli istituti interessati.

Ma ciò che è vincolo di legge per gli ottomila sindaci di Italia, per Cateno De Luca è soltanto inchiostro sprecato che egli con le sue ordinanze, a suo piacimento, deroga  e cancella. Nessuno protesta se non quando vengono toccati interessi economici; il prefetto Maria Carmela Librizzi lascia correre. 

A novembre per giustificare la chiusura delle scuole ha strumentalizzato le carenze in capo all’Asp 5 di Messina nel tracciare i contagi in città, cosa questa che – come scrive l’Istituto superiore di Sanità – si è verificata in tutta Italia.

Nelle scuole messinesi poi, a dire del sindaco, il fatto che non si trovassero abbastanza positivi era ascrivibile sempre a inefficienze dell’azienda sanitaria. La prova infatti, sarebbe stata nel fatto che la polizia giudiziaria della polizia municipale ha scovato, non si è ben capito come, più positivi di quelli individuati tramite tampone dal Dipartimento di prevenzione dell’Asp -proprio cosi ha scritto per motivare l’ordinanza “cancellascuole” – : dal 26 ottobre al 21 dicembre 130 positivi in tutte le scuole (tra decine di migliaia di persone, tra studenti docenti e operatori). Davvero un record allarmante.

Oggi, alla base della chiusura c’è il terrore che con l’aiuto dei giornalisti sparge da settimane strumentalizzando l’ aumento del numero delle morti di persone anziane e i numeri della positività al virus. Detto per inciso, si tratta di numeri tutt’altro che più alti – in percentuale – rispetto a quelle di altre città italiane e siciliane dove le scuole sono regolarmente aperte. Ma questo è diverso tema che merita altro spazio.

Nessun sindaco rispettoso delle istituzioni, infatti, si sogna di chiudere tutte le scuole nelle città d’ Italia che hanno dati di contagio e di mortalità molto più allarmanti di Messina, mentre peraltro il Governo con Decreto legge ha previsto la riapertura graduale delle scuole superiori, chiuse (solo quelle) qualunque sia il colore attribuito alle regioni.

Infatti, non si è sognato sinora di chiuderle il sindaco di Palermo (se non per un paio di giorni), né quello di Catania.

Nella vicina Calabria, qualche “sindachetto” in cerca di notorietà ha provato a negare il diritto all’istruzione, forse dopo aver assistito agli show di De Luca in televisione da Barbara D’Urso e nella speranza di essere invitato anch’egli.

Ma il Tribunale amministrativo regionale, presieduto da Giancarlo Pennetti, cui si sono rivolti un gruppo di genitori, ha spazzato via questi provvedimenti stabilendo che in materia di misure di contenimento del Covid e in specie di chiusura delle scuole il sindaco ha poteri di manovra limitatissimi.

Si trattava, nella specie, dell’ordinanza di chiusura delle scuole di Paola fondata sulle stesse argomentazioni con cui De Luca ha chiuso le scuole a Messina a novembre e lo fa oggi.

Ecco cosa ha spiegato con sentenza del 18 dicembre il Tar (n° 02077/2020 Reg.Provv.Coll; n°. 01346/2020 Reg. Ric.), vigente la stessa normativa di oggi:

“(….) Nel contesto dell’epidemia in corso, dove è stato già messo in atto un articolato sistema di risposta all’emergenza, con l’adozione di misure di mitigazione del rischio epidemico via via più restrittive a seconda della concreta situazione del territorio regionale, il potere di ordinanza sindacale è quindi limitato ai casi in cui sia necessaria una risposta urgente – che vada al di là delle misure adottate dal Presidente del Consiglio dei Ministri, dai Ministri competenti ed, eventualmente, dalle singole Regioni – a specifiche situazioni che interessino il territorio comunale.

– In altre parole, il Sindaco non può sostituire il proprio apprezzamento, per quanto prudente e ponderato, alla valutazione epidemiologica e al bilanciamento degli interessi operato dall’Autorità governativa ed, eventualmente, dalle singole Regioni.

Innanzitutto perché, contrariamente opinando, la naturale pluralità di misure adottate dai sindaci minerebbe la risposta unitaria e organica a una crisi sanitaria di carattere planetaria; non a caso, proprio con riferimento all’emergenza sanitaria attualmente in atto, il Consiglio di Stato ha avuto modo di precisare che “in presenza di emergenze di carattere nazionale (…), pur nel rispetto delle autonomie costituzionalmente tutelate, vi deve essere una gestione unitaria della crisi per evitare che interventi regionali o locali possano vanificare la strategia complessiva di gestione dell’emergenza, soprattutto in casi in cui non si tratta solo di erogare aiuti o effettuare interventi ma anche di limitare le libertà costituzionali” (Cons. Stato, Sez. I, parere 7 aprile 2020, n. 735).

Ma soprattutto perché, sul piano strettamente normativo, non sussistono quegli ambiti di “vuoto ordinamentale” nel contesto del quale è ammissibile l’esercizio di poteri contingibili e urgenti.

Invero, come è stato acutamente osservato dalla dottrina costituzionalistica, nell’odierno contesto emergenziale, una volta intervenuti i decreti governativi, non è preclusa l’adozione di ordinanze sindacali, ma il potere di ordinanza non può sovrapporsi ai campi già regolati dalla normazione emergenziale dello Stato, restando libero di intervenire solo in quelli lasciati scoperti (ancorché con il limite del necessario rispetto del bilanciamento tra principi e diritti costituzionali diversi operato in sede centrale) e in presenza di specifiche esigenze locali.

– In sintesi, nel contesto dell’emergenza derivante dall’epidemia di Covid-19, l’ordinanza contingibile e urgente è adottabile dal sindaco a fronte di situazioni proprie del territorio comunale, che, per la loro specificità o per la loro improvvisa manifestazione non sono state considerate in sede di adozione delle misure a carattere nazionale o regionale.

Va da sé che a monte dell’adozione di tale provvedimento extra ordinem vi deve essere un’istruttoria adeguata, basata su dati oggettivi e scientificamente attendibili, e una motivazione congrua (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 29 maggio 2019, n. 3580).

 – Ciò è ancor più vero con riferimento alle modalità di istruzione scolastica, laddove vi è a monte la decisione, contenuta del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, di continuare a consentire lo svolgimento in presenza della scuola dell’infanzia, della scuola primaria, dei servizi educativi per l’infanzia, del primo anno di frequenza della scuola secondaria di primo grado, anche nelle Regioni con il più alto rischio epidemiologico.

E laddove vi è una puntigliosa regolamentazione delle modalità di svolgimento delle lezioni, intesa a minimizzare il rischio di contagi.

In questa materia, dunque, i vari interessi coinvolti, quello alla salute, quello all’istruzione, quello allo svolgimento della personalità dei minori e degli adolescenti in un contesto di socialità, sono stati bilanciati e ricomposti a livello nazionale, peraltro con modalità tali da garantire una flessibile risposta ai diversi gradi di emergenza epidemiologica.

 – In proposto, il Tribunale deve ricordare che, se è innegabile che il diritto alla salute è al vertice dei diritti sociali, perché consente all’individuo di godere delle libertà e degli altri diritti che la Repubblica riconosce, nondimeno il diritto all’istruzione si colloca poco dietro.

Esso è il principale strumento con cui lo Stato provvede, ai sensi dell’art. 3, comma 2, a rimuovere, specie nei territori più svantaggiati, gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Attraverso l’istruzione, inoltre, si hanno più ampie prospettive di accesso al lavoro su cui la Repubblica è fondata.

– Dunque, il bilanciamento tra i due diritti in un contesto di epidemia non può essere demandato all’intervento, per sua natura episodico e frammentario, dei Sindaci, i quali avranno potere di emettere ordinanza contingibile e urgente negli scarsi “spazi liberi” la sciati dalla regolamentazione nazionale e con i limiti già sottolienati.

– Peraltro, non si può omettere di ricordare che il principio di precauzione, cui pure questo Tribunale ha riconosciuto un rilievo primario (cfr. la già citata sentenza del maggio 2020, n. 841), non può essere invocato oltre ogni limite, ma secondo il principio di proporzionalità, come ricordato tanto dall’insegnamento, nelle materie di competenza dell’Unione europea, dalla Corte di Giustizia (cfr. CGUE, Sez. I, 9 giugno 2016, in causa C-78/2016, Pesce), tanto dalla giurisprudenza della Corte costituzionale  (Corte cost., 9 maggio 2013, n. 85, sul bilanciamento tra valori dell’ambiente e della salute da un lato e della libertà di iniziativa economica e del diritto al lavoro dall’altro).

Dunque, la doverosa necessità di tutelare la salute non può risolversi in una tirrania di questo diritto rispetto alle altre libertà e agli altri diritti fondamentali, dovendosi ricordare che tutti i diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione si trovano in rapporto di integrazione reciproca e non è possibile pertanto individuare uno di essi che abbia la prevalenza assoluta sugli altri (ancora Corte cost. n. 85 del 2013) (…..)”.

Il caso: Giornalisti per impedire la diffusione del Covid-19 a Messina, l’interpello “impossibile” del direttore generale dell’Asp 5 Paolo La Paglia. Il diktat al manager della segretaria provinciale del sindacato Assostampa Graziella Lombardo

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Il manager Paolo La Paglia

Ci possono essere pubblici dipendenti che siano al contempo iscritti all’albo dei giornalisti professionisti?

La risposta è ovvia e negativa per chiunque abbia un minimo di dimestichezza con le norme di diritto e con la logica.

Tuttavia, per il direttore generale dell’Asp 5 di Messina, Paolo La Paglia (e per i suoi stretti collaboratori) ciò che per l’ordinamento è vietato all’interno dell’azienda che dirige sarebbe possibile.

Il manager infatti all’indomani del servizio della Rai che raccontava del reparto di terapia intensiva fantasma dell’ospedale di Barcellona, su direttiva dello stesso assessorato regionale alla Sanità, ha deciso di assumere due giornalisti, due in un colpo solo, come addetti stampa: fondamentali evidentemente per il contenimento della diffusione del Covid 19 e per il buon funzionamento del servizio sanitario.

Prima, però, ha dovuto procedere – come prevede la legge (art. 7, co. 6 Dlgs 165/2001) al fine di  evitare un inutile aggravio di spesa e non andare incontro a contestazione di danno erariale – a verificare se tra i 5 mila dipendenti (o tra i duemila amministrativi) dell’azienda sanitaria ci fosse qualcuno (e qualcuno c’è) con i titoli, disponibile ad assumere questo incarico.

Se ci fosse stato allora avrebbe dovuto dare precedenza agli interni e non avrebbe potuto bandire la procedura selettiva.

L’avviso interno però è un esempio mirabile di assurdità giuridica e un segno chiaro, tra gli altri, che all’Asp 5 più che giornalisti servono persone competenti.

La Paglia, un passato da sindacalista, ha rivolto l’interpello a eventuali  dipendenti a condizione che fossero solo e soltanto giornalisti professionisti iscritti al relativo albo che raccoglie solo coloro che hanno conseguito l’abilitazione nazionale.

Ovviamente, l’interpello è andato deserto.

La legge professionale obbliga chi è dipendente pubblico a cancellarsi dall’albo dei professionisti (optando, volendo, per quello dei pubblicisti) o ne vieta comunque iscrizione.

Andata a vuoto la selezione interna, il manager ha così proceduto a pubblicare il bando diretto a reclutare giornalisti esterni.

Richiederà soltanto giornalisti professionisti, immaginerà il lettore.

No, vanno bene anche i pubblicisti, cioè coloro che sono iscritti ad altro albo, non avendo conseguito l’abilitazione.

Insomma, finché si trattava di trovarli all’interno dell’azienda al manager servivano professionisti iscritti al relativo albo (che non ci potevano essere) mentre se si cercano all’esterno vanno bene di qualsiasi lignaggio.

La procedura selettiva è ancora in corso.

I due giornalisti sono attesi con ansia da Maria Grazia Furnari, la super commissaria Covid inviata a Messina alla vigilia di Natale dal presidente Nello Musumeci e dall’assessore Ruggero Razza per gestire l’emergenza corononavirus, a distanza di un anno dall’inizio della stessa.

La manager lo ha specificato nel suo atto di strutturazione dell’ufficio straordinario datato 29 dicembre 2020: “I due giornalisti avranno il compito di instaurare un raccordo stabile con gli organi di informazione per un’adeguata comunicazione istituzionale”. Un impegno davvero gravoso quest’ultimo e decisivo per la buona riuscita della missione della commissaria.

A sollecitare con forza l’Asp 5 a dotarsi di un ufficio stampa è stata la segretaria provinciale di Assostampa, Graziella Lombardo, nell’occasione in cui è intervenuta per difendere i giornalisti della Rai autori del servizio sulla terapia intensiva di Barcellona e minacciati a caldo da La Paglia di querela. 

La responsabile del sindacato dei giornalisti che nella provincia di Messina conta una ottantina di iscritti (su 700 giornalisti presenti a livello provinciale nei due albi), ha attaccato: “L’Asp 5 come altre aziende sanitarie e ospedaliere del territorio, non ha ritenuto di dotarsi neppure di un ufficio stampa, come più volte richiamato da questa segreteria provinciale. I comunicati della stessa Asp risultano redatti in maniera abusiva da ignoti estensori, che violano apertamente le previsioni della legge 150 sulla comunicazione pubblica“, ha dichiarato la sindacalista.

Secondo la giornalista, che tra i suoi rappresentati ne ha alcuni che contemporaneamente scrivono sui giornali e (talvolta sotto mentite spoglie) fanno gli addetti stampa di sigle sindacali o politicanti di turno (in palese violazione, questa si, della legge professionale), quello che la legge 150 del 2000 prevede – basta andare a leggerla – come facoltativo, ovvero dotarsi di un ufficio stampa, è un obbligo; una nota inviata agli organi di informazione da un’azienda sanitaria che ha un vertice ben definito è “un comunicato stampa redatto in maniera abusiva da ignoti estensori”, quindi – si inferisce – privo di ogni valore.

Insomma, per la rappresentante di Assostampa o un’azienda sanitaria pubblica ingaggia – pagandoli con i soldi dei contribuenti – dei giornalisti o quello che comunica per informare la gente vale poco o nulla.

 

 

Anziani “carne da macello” nel business delle case di riposo: se il “colpevole” si traveste da Pubblico ministero. Il sindaco Cateno De Luca accusa anche per questo l’Asp 5. Ma le vere responsabilità si annidano proprio a Palazzo Zanca

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Il sindaco/ufficiale giudiziario Cateno De Luca sfratta Il manager dell’Asp 5 Paolo La Paglia

 

L’Asp 5 di Messina a tutela degli anziani chiese all’allora sindaco di Messina, l’unica autorità competente in materia, di chiuderle immediatamente e i Nas dei carabinieri depositarono in Procura circostanziate informative di reato a carico dei titolari.

Otto anni dopo, l’emergenza Covid 19 ha disvelato il segreto di Pulcinella.

Le stesse case di riposo private per anziani da chiudere (22 secondo l’elenco trasmesso a Palazzo Zanca nel 2012), erano ancora tranquillamente aperte. A queste se ne sono aggiunte via via altre, egualmente fuorilegge, eppure operative, complice la distrazione del Comune.

Questi in sintesi i fatti.

Ma i fatti e i dati – come sta mostrando la propaganda del terrore – possono essere manipolati facilmente.

E’ accaduto allora che chi dovrebbe essere messo sul banco degli accusati,  si è travestito da tribuno della plebe.  

Il “colpevole”, cioè, ha vestito la toga di pubblico ministero di un processo tenuto nel teatro dell’assurdo.

 

Teatro dell’assurdo

Protagonista dell’opera d’arte il sindaco di Messina.

Per Cateno De Luca, procuratore generale dell’accusa appunto, la responsabilità di quanto è accaduto e sta accadendo nelle strutture per anziani è dei vertici dell’Asp 5 di Messina.

Dovrebbero essere fanculizzati”,  ha scritto, giusto per fare un esempio, in un forbito post di qualche settimana fa. “Se avessi avuto un genitore in quella casa di riposo abbandonato dalla maledetta burocrazia non so come avrei reagito. E Voi?“, ha domandato per arringare (istigare) la folla virtuale degli abitanti di face book, come fece contro i famigerati sciatori colpevoli di aver diffuso il contagio in città, che infatti non ci fu.

Ringrazio il mio assessore ai servizi sociali Alessandra Calafiore e Valeria Asquini presidente della nostra Messina social city per aver impedito che questi anziani diventassero carne da macello“, ha sottolineato.

Nonostante non era nostra competenza ci siamo occupati anche di questa vergognosa vicenda che stava per trasformarsi in tragedia“, ha concluso la sua requisitoria.

II pubblico (virtuale) al termine dell’invettiva ha pure applaudito.

La stampa ventriloqua del potere all’unanimità ha approvato.

Gli accusati – i vertici attuali dell’Asp 5 –  vittime della loro inadeguatezza hanno subito, silenti.

De Luca, svestita la toga e assunte le sembianze di ufficiale giudiziario,  alla vigilia di Natale ha notificato l’avviso di sfratto al direttore generale Paolo La Paglia, anche ma non solo per le presunte colpe sulle case di riposo.

La requisitoria di De Luca è chiaramente mistificatoria.

E’ infatti il Comune che per legge ha la vigilanza sulla case di riposo private, iscritte giustappunto ad apposito albo comunale. 

E’ al Comune che si propone la domanda per l’iscrizione all’albo.

E’ il Comune a dover disporre la verifica del possesso degli standards: questi ultimi sono previsti proprio a garanzia della sicurezza e della salute degli stessi anziani.

Più gli anziani vengono ammassati in strutture fatiscenti e meno personale è presente e maggiori sono i rischi per la salute degli ospiti.

E’ il sindaco ad avere la responsabilità politica e amministrativa dell’operato degli organi del Comune: De Luca è sindaco da due anni e mezzo, non da un giorno.

L’Asp 5, invece, non ha alcuna competenza, se non quella di rilasciare i pareri igienico sanitari ove richiesti dal privato o, su richiesta del Comune, di partecipare ai controlli.

Altra cosa – in  molti fanno confusione – sono le Residenze sanitarie assistite (Rsa), strutture sanitarie per anziani convenzionate con l’Asp 5 che ne ha la vigilanza e il controllo.

Segreto di pulcinella 

Che a Messina gli anziani fossero “carne da macello” – come ha scritto il sindaco De Luca – funzionali al business di privati che si lanciano in spericolate operazioni imprenditoriali, aprendo case di riposo prive dei requisiti strutturali e di personale imposti dalla legge, non è una scoperta dell’era dell’emergenza Coronavirus.

Il Covid 19 e la correlata propaganda del terrore che tiene in ostaggio da 9 mesi l’intera italia hanno avuto solo l’effetto di fare deflagrare il fenomeno.

Gli anziani, soggetti comunque fragili si sono ammalati, come accade ogni anno soprattutto nel periodo invernale. Nel clima di terrore, non appena uno di loro ha manifestato sintomi riconducibili al virus, il personale della case di riposo, nella stragrande maggioranza dei casi sottopagato e con scarsa preparazione, è entrato in fibrillazione ed è “scappato”.

I titolari sono stati così costretti a lanciare l’allarme. 

L’intervento delle pubbliche autorità a quel punto ha fatto emergere che la casa di riposo o non è iscritta all’albo o non rispetta gli standard.

Tra i 70 ospiti della casa di riposo, “Come d’incanto di Donatella Martinez,  si sono contati nella scorsa primavera 34 morti. 

Tra il 2010 e il 2012 il settimanale Centonove pubblicò una serie di inchieste a firma di Michele Schinella con tanto di nomi e cognomi per raccontare le illegalità che costellavano la giungla selvaggia della case di riposo e degli interessi che gravitavano attorno.

Le reazioni? Politici, sindacalisti, intellettuali (ora più che mai impegnati su face book) si mobilitarono preoccupati non per gli anziani ma per chi avrebbe potuto perdere il lavoro, peraltro sottopagato. Gli stessi familiari degli anziani manifestarono la preoccupazione per la chiusura delle strutture benché queste non garantissero la salute i loro cari.

I giornalisti, ora indignati, diedero loro ampio spazio.

A un dirigente del Comune, Salvatore De Francesco, incaricato di disporre una serie di chiusure venne un’idea geniale, che esplicitò pure in alcune interviste: “I titolari delle strutture se vogliono evitare la chiusura  presentino una Scia, Segnalazione di inizio attività, con cui dichiarino di iniziare ora l’attività e di possedere gli standards e il problema è risolto”.

Insomma, una sorta di invito a dichiarare cose false. Alcuni lo raccolsero: tanto i funzionari del Comune mai sarebbero andati a controllare se quanto dichiarato nella Scia fosse vero. 

Altri accettarono la cancellazione dall’albo, ma sicuri che nessun funzionario comunale sarebbe andato mai a controllarli hanno continuato a rimanere aperti. Nuovi imprenditori hanno investito nel settore, garantiti dalla stessa sicurezza.

Dell’inchiesta della Procura di Messina, innescata dalle informative dei Nas, si è persa ogni traccia.

Uno specchio per il sindaco

Se il pubblico ministero/tribuno della plebe De Luca volesse davvero capire come sia stato possibile che ci siano case di riposo che dovevano essere cancellate dall’albo nel 2012 e sono ancora iscritte nel 2020, o cancellate che hanno continuato ad operare o di nuova apertura e mai controllate, e di chi sia la responsabilità non ha bisogno di fare blitz a destra e manca, né di notificare avvisi di sfratto.

Basta che rimanga seduto alla sua scrivania di Palazzo Zanca, convochi qualche dirigente e, magari con l’ausilio dell’interprete per sordomuti, si domandi: “Ma il sindaco sapeva e ha fatto finta di non sapere o colpevolmente non si è occupato della questione?”

IL CORSIVO. Il capolavoro dei “gattopardi” e la credibilità dei magistrati: il sindaco De Luca attacca il manager La Paglia e il Governo regionale. Il presidente Musumeci e l’assessore Razza inviano a Messina il super commissario Covid Maria Grazia Furnari, cognata di Salvatore De Lucia, capo della Procura.

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L’assessore Ruggero Razza e Maria Grazia Furnari

 

Il sindaco di Messina Cateno De Luca ne ha chiesto con la solita violenza verbale la rimozione per manifesta incapacità nella gestione sanitaria dell’ emergenza Covid 19, denunciando inefficienze e disservizi dell’Asp 5: alcune sono già finite sul tavolo dei magistrati della Procura di Messina e altre sono state usate arbitrariamente dal primo cittadino per negare per settimane il diritto all’istruzione ai ragazzi della città.

Il presidente della Regione Nello Musumeci e l’assessore alla Sanità Ruggero Razza, a loro volta già destinatari di attacchi, non hanno accolto il diktat del sindaco/sceriffo ma non si sono neppure esposti per difendere il direttore generale dell’Azienda sanitaria provinciale 5 Paolo La Paglia, pur avendo la responsabilità politica dell’operato del manager.

Governatore e assessore, su richiesta dello stesso La Paglia, hanno percorso la terza via: una sorta di compromesso al ribasso dai risvolti inquietanti degno della migliore tradizione “gattopardesca”  siciliana.

A distanza di 10 mesi dalla dichiarazione dello stato di emergenza da parte del Governo nazionale hanno inviato in riva allo Stretto un commissario straordinario, plenipotenziario in materia di Covid-19. Sostituisce Carmelo Crisicelli, voluto nel marzo scorso dallo stesso direttore La Paglia.

Su chi è caduta la scelta?

Maria Grazia Furnari.

E’ questo il nome e il cognome della manager che dovrà coordinare tutta l’attività di contrasto all’emergenza Covid, un’emergenza che – detto per inciso, non essendo questo il tema – a Messina e in Sicilia (e nel sud italia) nella realtà non c’è. E’ virtuale. Indotta. Sottovuoto spinto.

Viene infatti alimentata da chi, complici i media, attraverso la propaganda del terrore mira ad aumentare le clientele e il consenso facendo assunzioni di personale inutile e, con enorme spreco di denaro pubblico, affari (magari in famiglia) non proprio “puliti”, ciò che – è facile prevederlo – si scoprirà nei prossimi mesi.

Maria Grazia Furnari ha però una caratteristica che ne avrebbe dovuto sconsigliare la nomina e indurre la stessa manager a non accettarla: è la cognata del capo della Procura di Messina.

E’ legata da uno stretto rapporto di affinità, infatti, a Maurizio De Lucia, a colui cioè che coordina i sostituti procuratori che sull’Asp 5 di Messina, sull’operato dei suoi vertici e funzionari e sullo stesso sindaco Cateno De Luca, a cui La Paglia ha pure promesso una querela, devono per legge indagare e nei confronti dei quali esercitare eventualmente l’azione penale.

D’ora innanzi anche il futuro operato della super commissaria, magari sottoposto alle dure critiche dello stesso De Luca, potrebbe finire sotto la loro lente.

E’ una questione di opportunità, di rispetto delle regole fondamentali che presiedono l’esercizio della funzione giudiziaria.

Non è certo in discussione, sino a prova contraria, l’onestà o la competenza delle persone.

Ma è in gioco la credibilità delle Istituzioni e degli uomini che le impersonano.

Considerato il contesto, la decisione del’assessore Razza di nominare la Furnari potrebbe legittimamente essere interpretata anche come vagamente intimidatoria. Stupisce perché opera di un avvocato, presuntivamente pregno di cultura giuridica e istituzionale; non sorprende di certo perché atto incoerente rispetto all’azione politica spartitoria e consociativa con cui Musumeci governa (si fa per dire) ogni giorno la Sicilia.

La nomina cade mentre la Procura di Messina ha diverse indagini in corso sulla gestione dell’emergenza Covid a Messina. E altre potrebbe aprirne quando l’allegra gestione dei fondi per l’emergenza che non c’è verrà alla luce.

Basti pensare, per fare qualche esempio, a quella sulle responsabilità per la morte, avvenuta nella scorsa primavera, di 40 anziani, ospiti (paganti) della casa di Riposo Come d’incanto di proprietà della signora Donatella Martinez.

Ancora, si pensi all’inchiesta sulla miriade di case di riposo per anziani abusive della città. O, ai fascicoli che nascono dalle denunce e querele che va collezionando il sindaco Cateno De Luca, protagonista di una serie di sortite amministrative abnormi (alcuni bocciati dagli organi della giurisdizione amministrativa) e di attacchi denigratori personali, strumentali o propagandistici: tra queste la minaccia, senza precedenti, di occupare l’Asp se non verrà rimosso La Paglia.

De Luca comunque è ancora sotto processo nell’ambito dell’inchiesta per l’evasione fiscale della Fenapi, il potente ente di assistenza fiscale che ha fondato.

Scriveva il grande giurista Piero Calamandrei che i magistrati non solo devono essere imparziali ma anche apparire di esserlo.

Per apparire imparziali, perché la loro azione non possa essere letta come ispirata a principi diversi da quelli stabiliti dalla Costituzione o dalla legge, è necessario che non si pongano in condizioni tali che agli occhi dei cittadini generino il naturale sospetto che il loro agire sia ispirato da logiche ritorsive o, per contro, omissive o di insabbiamento.

E’ possibile che tra le decine di tecnici in forza all’assessorato alla Sanità, di manager che figurano negli elenchi degli idonei a direttore generale o sanitario, tra le decine di epidemiologi siciliani la scelta del super commissario non potesse cadere, ammesso che fosse necessaria, su altra persona?

Giocoforza, d’ora in poi qualunque atto dei sostituti della Procura di De Lucia riguardante la gestione passata e futura dell’emergenza Covid verrà letta con gli occhi e la mente della dietrologia e del sospetto.

Qualsiasi provvedimento giudiziario anche non attinente al Covid potrà essere interpretato o strumentalizzato da De Luca (o dai suoi fans), se a lui indigesto, come una nuova “lupara giudiziaria”.

A fare gli onori di casa a Maria Grazia Furnari all’arrivo a Messina è stato Ferdinando Croce.

Avvocato e capo del Gabinetto dell’assessore Razza, Croce è da giorni in pianta stabile negli uffici della sede dell’Asp 5: una sorta di agente diplomatico distaccato a Messina.

Croce, candidato a sostegno di Musumeci alle ultime elezioni regionali del 2017 pur non essendo eletto ha ottenuto l’allettante incarico all’assessorato: ciò gli ha impedito di tornare a Fratelli di Italia di Giorgia Meloni, come invece ha fatto – dopo lo strappo del 2015 – il gruppo Vento dello Stretto, cui ha sempre appartenuto.

Con la Furnari ha in comune la parentela/affinità a un alto magistrato.

E’ infatti il nipote di Luigi Croce, precedessore di De Lucia alla Procura di Messina, che conta ancora oggi tra i suoi componenti alcuni pm che lo zio all’epoca coordinò.

Mentre lo zio magistrato dirigeva la Procura di Messina, l’altro zio, il fratello del procuratore Eugenio Croce (il cui figlio Maurizio il presidente Musumeci ha confermato Commissario per il dissesto idrogeologico della Sicilia), fu messo a capo dell’azienda ospedaliera Piemonte, sulla cui attività i sostituti di Palazzo Piacentini erano tenuti al controllo di legalità.

Insomma, un ritorno al passato. Che si ripete con puntualità svizzera.

Cateno De Luca, gli azzeccagarbugli e i numeri dell’Asp 5, che non tornano. Il sindaco chiude tutte le scuole, sfidando la legge, la logica e 300 cittadini. E il suo fidato giurista Marcello Scurria scende in campo contro il legale Santi Delia, che si è già rivolto al Tar

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Il sindaco Cateno De Luca e l’avvocato Marcello Scurria

Un sindaco annuncia via face book un provvedimento che per Legge non può adottare:  chiudere tutte le scuole della città. E fin qui nulla di strano.

Infatti, la città è Messina e, soprattutto, il sindaco si chiama Cateno De Luca.

A lui delle bocciature in diritto piace fare collezione. L’importante è che soddisfi l’irrefrenabile desiderio di esibizionismo.

Sulla base del semplice annuncio del primo cittadino e prima ancora che seguisse un provvedimento formale, un dirigente di una delle scuole della città, l’Istituto comprensivo “Giuseppe Catalfamo”, cosa fa?

Questa domenica mattina emana una circolare, la pubblica sul sito della scuola e comunica la chiusura di tutti i plessi della scuola che dirige sino all’11 novembre prossimo.

Se qualcuno avesse ancora bisogno di toccare con mano la deriva politica, giuridica e culturale in cui la propaganda del terrore ha condotto l’Italia, Angelo Cavallaro – è questo il nome del dirigente della scuola di Contesse – ne ha offerto oggi un’ulteriore possibilità.

“Sentite le dichiarazioni pubbliche del Sindaco della Città di Messina che proroga quanto previsto dalla propria Ordinanza n°307 del 30.10.2020 si comunica la chiusura fino all’ 11.11.2020 di tutti i plessi di ogni ordine e grado del nostro Istituto”, ha scritto Cavallaro.

“Sentite”, si proprio così. “Sentite”.

Un funzionario con la qualifica di dirigente dello Stato, messo a capo di un istituzione fondamentale per la formazione dei cittadini di un Paese, “sente” un sindaco che blatera su face book o in televisione e decide di annullare il diritto all’istruzione previsto dalla Costituzione.

E se non avesse sentito bene?

E se il signor sindaco De Luca, l’uomo che un giorno vuole chiudere tutto, il successivo aprire tutto, e ancora il giorno a seguire richiudere ma solo le scuole, aprendo però i negozi, cambiasse idea? O la cambiasse parzialmente.

L’idea De Luca non l’ha cambiata. Non del tutto almeno.

Domenica, all’ora di pranzo, ecco l’ennesima ordinanza. 7 pagine di norme e codicilli, in cui non si saprebbe orientare neppure Francesco Carnelutti, per ordinare la chiusura di tutte le scuole il 9 e il 10 novembre..

Si tratta delle scuole dell’infanzia, della scuola elementare e della prima media delle varie scuole della città: le altre comunque sarebbero state chiuse in forza dell’ultimo DPCM e della zona arancione in cui è stata inserita la Sicilia.

Solo il 9 e il 10 per adesso. L’11 novembre no, ancora no: che qualcuno lo comunichi al dirigente scolastico Cavallaro in modo che modifichi la circolare.

A meno che, non abbia “sentito” De Luca dire: “Per ora facciamo 9 e 10, ma poi il 10 sera, magari a mezzanotte, farò un’altra ordinanza”.

Tanto a chi importa della confusione e incertezza in cui vengono gettate le famiglie e gli studenti?

In un paese serio, in cui si applicano ancora le norme di uno Stato di diritto, ci si aspetterebbe che intervenisse il prefetto, Maria Carmela Librizzi, la rappresentante del Governo presieduto dal signor Giuseppe Conte, perennemente in televisione a chiedere il rispetto delle regole ai cittadini, benché nella babele normativa chiunque stenti a capire quali siano e i rappresentanti delle Istituzioni facciano come pare loro, mossi solo da logica clientelare o narcisistica.

Anzi, ci si sarebbe aspettato che il Prefetto fosse intervenuto già al momento dell’annuncio del sindaco. Se lo ha fatto, non è stato convincente.

Sarebbe bastato ricordasse a De Luca che la Legge ha tolto ai sindaci ogni potere in materia di misure di contenimento del Coronavirus.

Invece no, per rimembrare questo dato elementare si sono mobilitati 300 cittadini messinesi che hanno dato mandato all’avvocato Santi Delia. Il suo compito è di provare a impedire questo abuso di potere, attraverso un ricorso al Tribunale amministrativo regionale, già notificato.

De Luca, da par suo, invece di rimanere alle argomentazioni giuridiche, ha etichettato il giovane e noto avvocato con il termine “azzecagarbugli” di manzoniana memoria.

Che Delia non sia un azzeccagarbugli lo ha attestato anche e persino Marcello Scurria, giurista di livello.

Scurria, che nel giro di 10 anni è stato il consigliere giuridico dei 4 sindaci (di colore e sentimenti politici i più diversi) che si sono succeduti alla guida della città, sostiene, da persona super partes, che “Delia non è un azzeccagarbugli ma il collega sbaglia clamorosamente”. Insomma, se non è zuppa è pan bagnato.

Da abile legale, per dimostrare che De Luca abbia il potere di emanare ordinanze in materia di contenimento della diffusione del virus, Scurria ricorda che nel corso di una recente intervista, la Ministra (dell’Istruzione) ha ammesso che esiste la possibilità di chiusure locali: “Sono i Comuni o le Asl a decidere se chiudere un istituto. L’importante è che non si proceda senza criterio. Abbiamo dei protocolli ed è fondamentale che siano rispettati in modo omogeneo su tutto il territorio“, ha riportato l’avvocato messinese in una sua dichiarazione pubblica di questa sera.

Si apprende così da Scurria che “le interviste” del ministro dell’Istruzione – dando per pure per certo che quanto abbia detto sia stato riportato correttamente – sono fonti del diritto, al pari – come ha insegnato il dirigente Cavallaro – degli “annunci” del sindaco De Luca.

Si ammetta, per assurdo, sia così. Sorge una domanda: Il ministro ha parlato di un istituto o di tutte le scuole di una città?

E’ evidente che la chiusura delle scuole, di tutte le scuole, è altro dalla chiusura di una scuola e costituisce misura di contenimento della diffusione del virus sull’intero territorio comunale, un’intera fetta della regione e non rientra di sicuro nelle competenze del sindaco, per quanto dotato di capacità paranormali come De Luca.

Il giurista messo a capo da De Luca di una società partecipata, l’Arisme Spa, ha infatti (clamorosamente?) omesso di citare l’articolo 3, comma 2 del Decreto Legge n. 19 del 2020, convertito in Legge: “I Sindaci non possono adottare, a pena di inefficacia, ordinanze contingibili ed urgenti dirette a fronteggiare l’emergenza in contrasto con le misure statali, né eccedendo i limiti di oggetto di cui al comma 1”. La stessa omissione la si rintraccia nell’ordinanza firmata dal sindaco.

La norma è attualmente in vigore, salvo che Scurria non voglia sostenere che la fonte di diritto “intervista” prevalga sulla fonte “Legge”, il che di questi tempi non stupirebbe.

Persino il presidente della Regione, Nello Musumeci, ogni volta che emana un’ordinanza in materia di Covid richiama e sottolinea nel preambolo questa norma, dal significato chiaro.

Ma tutte queste sono quisquilie, diranno in molti. Quella che conta è la sostanza, poco importa che a decidere questa sostanza sia chi è al potere.

Davanti a un pericolo grave di una diffusione del contagio a Messina chi se ne frega delle competenze? De Luca ha ricevuto dal commissario territoriale Coronavirus, Carmelo Crisicelli, una nota allarmante e quindi fa bene, benissimo a intervenire. Al diavolo le competenze!

E allora giusto perché la gente capisca di cosa si sta parlando è bene riassumere cosa ha scritto il funzionario dell’Asp 5 nella nota datata 6 novembre.

Sbandierata come fosse un trofeo, è stato lo stesso sindaco a sollecitarla.

Scrive Crisicelli:

1) il numero dei contagiati a Messina e provincia aumenta inesorabilmente;

2) le segnalazioni di positività al tampone sono talmente alte da rendere estremamente difficile il tracciamento dei contatti.

Tuttavia, Crisicelli non fornisce numeri per dimostrare la fondatezza di quello che dice.

Ma i numeri ci sono. Sono quelli che l’Asp 5 trasmette quotidianamente alla Regione.

E lo smentiscono.

Secondo questi dati, la provincia di Messina negli ultimi giorni, ha in media circa 120 contagiati in più al giorno, su una popolazione di 650 mila abitanti.

Messina con 250 mila abitanti non supera, a voler essere larghi di manica, i 60 positivi al giorno.

Un positivo, dunque, ogni 4 mila abitanti. La media regionale è di uno ogni 3 e 500 abitanti: una delle più basse d’italia, e comunque più alta di quella di Messina.

Per Crisicelli, però, il numero dei positivi è talmente alto che è nell’impossibilità di tracciare la catena dei possibili contagiati.

Ma è sicuro questo dipenda dal numero “talmente alto” (che,però, alto non è) e non da altri problemi strutturali e organizzativi degli uffici che dirige?

Il funzionario dell’Azienda sanitaria guidata da anni dal manager Paolo La Paglia ha pure scoperto un dato “clamoroso”: la maggior parte dei positivi hanno tra i 20 e i 50 anni, cioè tra le persone che conducono la vita più attiva. Esattamente ciò che succede in tutta Italia, come attestano i dati dell’Istituto superiore di sanità.

E, ancora, sempre Crisicelli, ha accertato che “a macchia di leopardo” ci sono pure positivi collegati alla scuola. A macchia di leopardo: davvero preciso questo dato. Quanti sono? Due, 5, 50, 60? O è allarmante che siano a macchia di leopardo, in una provincia dove il problema più grosso per l’agricoltura sinora si sapeva fosse determinato dai cinghiali?

Crisicelli ha idea di quanti milioni di persone ogni giorno frequentano le scuole in Italia, quante decine di migliaia tra studenti, insegnanti, personale amministrativo e tecnico a Messina?

Secondo i fumosi parametri di Crisicelli, liberamente interpretati da De Luca, tutte le scuole di Italia andrebbero chiuse, anche quelle delle regioni lasciate in zona gialla dal Governo, che hanno dati di contagio molto più alti.

Domani però a rimanere a casa saranno i ragazzi di Messina.

Quelli di Palermo, Pisa o Venezia no. 

Epidemia Covid-19: Rischio elevato? In Sicilia è a convenienza. Il presidente della Regione Nello Musumeci protesta per la “zona arancione”, ma il 24 ottobre per legittimare un’ordinanza coprifuoco condivise un giudizio di pericolo “medio alto”, con metà dei ricoverati e dei positivi di oggi.

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Il presidente Nello Musumeci con l’assessore alla Sanità Ruggero Razza

 

Da quando ha appurato che il Governo nazionale per contenere la nuova ondata di epidemia da Covid 19 aveva inserito la Sicilia in zona arancione, tra le regioni cioè “a rischio alto” e quindi soggetta dal 6 novembre a misure fortemente limitative delle libertà e al contempo dannose per il sistema produttivo, il presidente della regione Nello Musumeci è diventato furioso.

Da 48 ore riempie televisioni e giornali. Protesta indignato. E snocciola dati. Gli offre man forte il suo assessore alla Sanità, Ruggero Razza, da sempre a lui politicamente vicino.

Tuttavia, il bancario prestato (ormai da decenni) alla politica, mostra di avere poca memoria, presupposto fondamentale per tentare di essere coerente e credibile.

Dieci giorni fa, infatti, per legittimare un ordinanza che, dettando misure non previste a livello nazionale, azzerava il diritto all’istruzione e limitava la libertà personale (ma non incideva sulle attività economiche, non sul breve periodo almeno),  aveva condiviso e utilizzato – come si legge nello stesso provvedimento – la valutazione di rischio “medio alto”, affibbiata all’isola dai tecnici del ministero della Salute.

Ma allora il numero dei ricoverati cosiddetti Covid in Sicilia, regione i cui indicatori sanitari mostrano carenze organizzative e strutturali che la cura di Razza – ad occhio e croce – non ha minimamente attenuato, era pari a 648 e i positivi 7850.

Oggi i ricoverati sono il doppio e il doppio sono anche i positivi.

Domanda: se il 24 ottobre la classificazione di regione “a rischio medio alto” a Musumeci stava bene tanto da usarla come fondamenta per un’ordinanza, che prevedeva la chiusura delle scuole superiori e il divieto di uscire fuori di casa tra le 23 e le 5 del mattino, come può oggi, con i numeri raddoppiati, contestare la valutazione “di rischio elevato”?

Forse perché finché si chiudono le scuole e si limita la libertà non si perdono voti e consensi e quando si impediscono le attività economiche si?

Se bisogna terrorizzare la gente, il virus è letale, e se invece bisogna compiacerla cessa di esserlo?

In effetti, Musumeci, oltre a contestare in senso assoluto la valutazione di rischio alto, mette in comparazione i dati delle varie regioni per affermare che la situazione siciliana non è più grave di quella di altri territori italiani, invece lasciati in zona gialla, con minori limitazioni.

Della serie “perché noi si e altri no?” Come direbbe il bambino di scuola elementare bocciato: io sono scarso ma siccome gli altri sono scarsi come me o più di me, allora bisognava bocciare tutti o, in alternativa, promuovere me.

Facciamo pure finta che sia così: cioè la Campania o il Lazio dovevano andare in zona arancione.

E allora? Musumeci ragiona come se in questa vicenda fosse in gioco una semplice promozione alla classe successiva. O una sculacciata data a un figlio si e a un altro no, a parità di responsabilità nella marachella, da un padre non imparziale.

Ma le misure restrittive – nella logica di chi le dispone e della maggioranza dei cittadini che le accettano – non sono tese a tutelare i cittadini dal terribile virus, impedendone la diffusione?

E quindi, se così è, e se  come dice il presidente ci sono regioni i cui cittadini rischiano di più dei siciliani, non dovrebbero i presidenti di quelle regioni protestare, implorando la zona arancione o rossa?

O il terrore è bello solo quando fa audience e determina emergenze in cui la classe politica sguazza?

“Letale” ma non troppo, e solo per il 20% della popolazione: tra gli under 65 in otto mesi il Covid 19 non ha aumentato per nulla la mortalità. Il paradosso di un virus e della propaganda del terrore che lo usa per giustificare misure liberticide indiscriminate e disastrose per il futuro del Paese

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Il presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte

 

Brandito come un mitragliatore dallo sterminato esercito di compiaciuti spargitori di paura, è uno dei dati salienti, l’unico obiettivo e matematico, da cui trae ora nuova linfa la propaganda del terrore.

E’ il dato sbandierato dagli eccitati sostenitori dell’azione del Governo di Giuseppe Conte ogni qual volta qualcuno si permette di sollevare dubbi sul modo irrazionale e isterico con cui si vuole affrontare l’epidemia di coronavirus nei giorni a venire: limitazione della libertà, sospensione della Carta Costituzionale, sacrificio dei diritti fondamentali della persona, blocco dell’istruzione, della giustizia e dell’economia e conseguente ipoteca sul futuro del Paese. Lockdown: tutto chiuso, tutti chiusi.

Insomma, la riedizione di quanto si è già fatto tra marzo e maggio scorsi.

Il dato è in un numero e in un confronto: 38 mila morti in più nei primi 8 mesi dell’anno 2020, rispetto ai morti (di media) dello stesso periodo dei 5 anni precedenti. Non contando i primi due mesi dell’anno 2020, in cui la mortalità è stata più bassa degli anni precedenti, si sono contati 46 mila morti in più tra il primo marzo e il 31 agosto del 2020.

Concordiamo in ipotesi, che il letale Covid 19 sia stato la causa principale e diretta  – quantomeno in termini di alta probabilità medico scientifica – di quel che si definisce “eccesso di mortalità”, benché nessuno medico legale lo abbia attestato e sia più di un sospetto che il terrore, il panico e l’isteria abbiano aumentato le morti.

E assentiamo anche (senza tuttavia poter essere del tutto d’accordo) su ciò che si sia trattato di un evento eccezionale mai capitato nella storia dell’ Europa dal dopoguerra in poi.

Ancora, in sintonia con i medici del Comitato tecnico scientifico ispiratori della strategia governativa, attribuiamo alla crescente curva dei contagi un valore assoluto e premonitore di un’analoga “ecatombe” imminente, senza stare tanto a disquisire, come autorevoli virologi (tra questi l’autorevole Giorgio Palù) sostengono si debba fare, se si tratta di persone soltanto positive (magari conteggiate più volte) ma non contagiose; e, soprattutto, se siano sintomatiche.

In ultimo, ammettiamo che il lockdown sia efficace oltre a impedire la diffusione anche a limitare realmente la letalità del virus (di un qualunque virus), benché ciò sia controverso anche tra gli epidemiologi: il virus non scompare perché ci si chiude in casa, né per questo diventa meno aggressivo, anzi semmai il contrario.

Una domanda però è necessario porla.

Alla luce dei dati ufficiali, sia quelli generali dell’intera Italia, sia quelli specifici della regione Lombardia, la regione più colpita con eccesso di mortalità avendone assorbito l’70% del totale, se oggi il virus “terribile” si diffondesse a tutta la popolazione italiana, quante probabilità in più avrebbero le persone di meno di 65 anni di morire rispetto alle probabilità che hanno avuto “di passare a miglior vita” negli anni scorsi?

La risposta è: zero. Si zero, proprio così.

Questo virus è così pericoloso, così aggressivo, così letale da causare la morte di 38 mila persone in più in 8 mesi, ovvero di media 5 mila circa in più al mese (circa l’1% dei 650 mila morti totali annuali), ma non ha (pur tenendo conto – a scanso di stupide obiezioni – alle minori morti per incidenti stradali e sul lavoro nel periodo di lockdown), minimamente aumentato la mortalità delle persone con meno di 65 anni, che rappresentano l’80% dei 60 milioni di italiani.

Persone che, lockdown o non lockdown, sono venute a contatto con il virus sicuramente in misura maggiore degli over 65.

Non è successo in Italia e neppure, andando ai dati disaggregati, in Lombardia; né in Veneto, in Piemonte, Liguria, Emilia Romagna o Toscana, per citare le regioni che hanno contato nel 2020 più morti di quelle statisticamente attese.

Di più, il virus è così terribile che si è accanito prevalentemente sulle persone con più di 85 anni.

Questo dato che la propaganda del terrore non diffonde e la stampa ventriloqua del potere neppure cerca o, peggio, eclissa, è rinvenibile nei dati Istat, l’istituto di statistica italiano, relativi alla mortalità, suddivisa per fasce di età, dei primi 8 mesi del 2020 e, come termine di confronto, dei primi otto mesi degli anni precedenti.

Basta andare a leggerli e ad analizzarli.

I numeri non mentono

Dallo studio di questi dati pubblicati il 22 ottobre dall’Istat, emerge che questi 38 mila morti in più sono tutti suddivisi tra le tre fasce di popolazione over 65: 4 mila tra le persone tra i 65 e 74 anni, il 15% del totale di morti in eccesso; 10 mila tra le persone tra 75 e 84 anni (il 25%) e addirittura 24 mila (il 60%) tra gli over 85.

Stessa cosa in Lombardia: i morti totali in più rispetto agli anni precedenti sono stati 26 mila circa. Di questi 13 mila e 500 tra gli over 85, oltre il 50%; circa 9 mila, il 35%, tra i ricompresi tra i 75 e 84 anni; e 3 mila e 500, il 15%, tra coloro che avevano tra i 65 e 74 anni.

In Veneto, addirittura, l’eccesso di mortalità pari al 10% (circa 2600 persone), rispetto agli anni precedenti, è costituito per l’80% (2100) da persone con più di 85 anni.

Interrogativi di buon senso

Se il dato è questo e si badi bene è solo numerico e prescinde dalla condizioni di salute in cui si trovavano i deceduti (cosiddette malattie pregresse): sorgono diverse domande.

Può un virus che, dopo 8 mesi di lavorio, non ha affatto inciso sulla mortalità tra la popolazione non anziana essere considerato un virus terribile tale da determinare la più grossa psicosi ipocondriaca collettiva della storia dell’Italia?

Può un virus che ha lasciato indenni da qualsivoglia rischio di vita i bambini, i giovani, le persone di mezza età essere paragonato alla spagnola o alla peste o all’ebola?

Può diventare l’unico argomento di cui i media, alcuni finanziati con il denaro pubblico, gli showman, nani e ballerine trattano sempre nella logica del terrore 24 ore al giorno da 8 mesi?

C’è simmetria tra la propaganda del terrore e l’effettiva pericolosità del Covid-19?

E, soprattutto, c’è proporzionalità tra le misure adottate dal Governo e che si vogliono adottare nei prossimi giorni e i rischi effettivi che corre l’intera popolazione?

In altri termini, ha senso – secondo parametri di razionalità, certo – proteggere tutti indiscriminatamente e drasticamente, anche quelli che non corrono rischi, provocando un disastro economico, preludio di disordine sociale, riduzione del livello di benessere, della spesa sanitaria e conseguente aumento della mortalità futura?

O non sarebbe sufficiente e ragionevole provare a proteggere solo coloro che sono a rischio, ovvero gli over 65?

Per dubitare che il virus non sia terribile come lo si rappresenta, a chi non ha dimestichezza con i numeri e le statistiche, o soltanto non le conosce, basterebbe affidarsi al buon senso, alla ragione e al senso critico.

Dall’inizio della pandemia non c’è giorno in cui non si apprende dal ridicolo circo dell’informazione, di uomini politici, imprenditori, calciatori, ciclisti, tennisti, nuotatori, pallavolisti, attori, scrittori, vallette, positivi al Covid 19.

Risulta che uno di questi sia morto, sia finito in ospedale o abbia avuto semplicemente sintomi più gravi di un raffreddore?

Nessuno. Ah già, fa eccezione la nuotatrice Federica Pellegrini che con le sue dirette face book, segno che stava davvero male, riprese non a caso dai più importanti giornali italiani, ha raccontato che aveva perso per qualche giorno pure l’olfatto e il gusto.

La positività al Covid-19 diventa un evento “straordinario” in un paese in cui – secondo alcune stime- 5 milioni di persone sono entrate in contatto con il virus, che serve solo ad avere il titolo sul giornale. E a propagare altra paura.

Dopo qualche giorno il noto personaggio di turno, lo si trova di nuovo in pista, più in forma di prima.

I calciatori o gli atleti risultati positivi che fanno? Vanno al mare, in palestra, continuano ad allenarsi.

Persino Ronaldo….sostiene

Il campione della Juventus Cristiano Ronaldo, per 20 giorni lontano dai campi di calcio perché risultato continuativamente positivo al tampone che ricerca il Covid 19, ha fatto la sintesi: “Sto benissimo, non ho niente. Sono pronto a tornare in campo subito. Questi tamponi sono delle ca…te”, ha sbottato.

Al di là delle dichiarazioni di Ronaldo, c’è infatti un altro dato (ufficiale, dell’Istituto superiore di sanità), emerso in maniera però meno netta sin dall’inizio dell’emergenza, che indica come questo virus non sia terribile: il 95% di coloro che risultano positivi non hanno alcun sintomo. Neppure un raffreddore. Segno inequivocabile che il sistema immunitario sia in grado di tenere a bada agevolmente l’agente patogeno.

Il 4,5% ha sintomi severi, cioè è costretto a stare a letto una settimana, come capita spesso per le influenze stagionali; lo 0,5% è “critico”, ovvero viene ricoverato in terapia intensiva.

In effetti, lo 0,5%, dando per scontato che sia un dato affidabile, su possibili centinaia di migliaia di contagiati, diventano migliaia di persone da “intubare”, altra parola magica della propaganda del terrore, migliaia di posti letto di cui il sistema sanitario non dispone.

In assenza di dati certi (che non vengono diffusi, chissà perché) sulla tipologia (età e condizioni di salute pregresse) delle persone ricoverate in terapia intensiva e sull’esito del ricovero, altre domande sorgono spontanee.

Se l’isteria non guidasse, talvolta per mero opportunismo, l’azione delle istituzioni e della maggioranza della gente, qualcuno si sognerebbe di portare in ospedale e ricoverare in terapia intensiva persone di più di 80 anni con problemi respiratori?

Delle persone intubate, specie tra gli anziani, quanti escono vivi dai reparti di Rianimazione?

E, in ultimo, in che misura il terrore di Stato ha, da un lato, aumentato la domanda di sanità inappropriata contribuendo all’emergenza in cui si trovano – secondo quanto rappresentato dal Governo – gli ospedali e, dall’altro, ha per converso ridotto al lumicino la sanità ordinaria e preventiva, l’unica davvero efficace a contenere malattie e morti?

Coronavirus e propaganda del terrore, la Svezia senza lockdown piange gli stessi morti degli anni scorsi ma i giornali italiani continuano a rappresentare l’apocalisse nel paese scandinavo. I dati ufficiali dei primi 4 mesi dell’anno smentiscono gli scienziati “televisivi” e la stampa di regime

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I suoi cittadini hanno continuato a svolgere la loro vita normalmente: non sono state sospese le libertà fondamentali della persona e confini, scuole, negozi, uffici, aziende, persino bar e ristoranti sono rimasti aperti.

Ma la paventata ecatombe causata dal Covid 19, il virus terribile ma non tanto, letale ma  solo con chi è anziano e molto malato, in Svezia dopo 2 mesi di pandemia sinora non c’è stata.

I numeri anzi dicono tutt’altro.

Basta andare a leggerli. Sono pubblici, ufficiali e provvisori, dell’istituto di statistica svedese.

La Svezia nei primi 4 mesi del 2020 conta o, meglio, piange complessivamente 2661 morti di più (+ 8,8%) rispetto ai primi 120 giorni del 2019, ma solo perché lo scorso anno è stato quello con il tasso di mortalità più basso negli ultimi 5 anni.

Se si guardano le statistiche di due anni fa, si scopre un dato straordinario: nel periodo della pandemia da coronavirus sono morte 669 persone in meno dello stesso periodo del 2018 (- 2%).

Anche nel 2015 ci furono più decessi rispetto al virale 2020: esattamente 132 morti in più. Invece, si registrarono 267 morti in meno nel 2017 e 1250 in meno nel 2016, rispetto sempre al 2020.

I pronostici dei profeti italiani dell’apocalisse (i famosi scienziati televisivi Pierluigi Lo Palco e Roberto Burioni, giusto per fare due nomi), di coloro che hanno cercato in tutti i modi di denigrare la strategia svedese per legittimare nella “guerra” mondiale contro il virus “il modello italia”, il modello fondato sul terrore e sul lockdown (tutto chiuso, tutti reclusi), sono miseramente naufragati.

I media italiani, autori negli ultimi due mesi e mezzo della più imponente opera di disinformazione della storia della Repubblica al servizio della propaganda della paura, tuttavia non si danno per vinti neppure davanti all’evidenza.

L’attività di sistematica demolizione dell’approccio svedese alla pandemia basato sulla ragione, sul contemperamento dei valori e interessi in gioco, sul senso di responsabilità dei cittadini e anche sulla scienza vera (non quella dei salotti televisivi italiani), infatti non si arresta.

L’ultima opera di manipolazione… di una lunga serie

E’ di ieri 8 maggio del 2020 un articolo de Il corriere.it  dal titolo chiaro:  “Svezia senza lockdown. Molti morti. “Siamo stupiti“, ma dal contenuto e dal messaggio manipolato.

Per dimostrare che la strategia della Svezia è fallimentare si mettono in confronto i dati della Svezia con quelli di Norvegia e Finlandia, gli altri due paesi scandinavi che invece hanno adottato una strategia più restrittiva.

Più specificamente, si mettono a paragone i dati dei morti con/per/da coronavirus.

Un dato che ha ben poca rilevanza scientifica. Risente, infatti, dai criteri usati per il computo e la classificazione dei morti: se il tampone viene fatto a tutti i morti, come in Svezia; se nella lista dei morti si mettono tutti quelli positivi al Covid (come in Svezia) o, al contrario, solo quelli rispetto ai quali un medico attesti che il virus abbia avuto una efficacia causale importante (come in Norvegia o Finlandia).

Valutazione quest’ultima molto soggettiva visto che il coronavirus – a guardare i dati epidemiologici disponibili in Italia (fonte Istituto superiore di sanità) e negli altri paesi – nel 57% dei casi concorre alla morte di persone con più di 80 anni, solo nell’1% di individui di età inferiore a 50 anni e comunque nel complesso affette, nel 96% dei casi, da almeno una grave patologia diagnosticata in precedenza.

L’unico dato veramente importante e oggettivo è il numero totale dei morti in un periodo sufficientemente ampio, confrontato con identico lasso temporale degli anni precedenti: è solo questo che offre la misura della letalità di un virus o di una epidemia e, soprattutto, consente di valutare l’efficacia delle misure di contrasto adottate.

Questo dato attesta che sinora, nei primi 4 mesi dell’anno, nonostante il “non lockdown” in Svezia, contrariamente a quanto sostiene il corriere.it, trionfalmente ripreso da decine di siti, la mortalità totale non è aumentata.

Anders Tegnell, epidemiologo dell’Agenzia per la salute pubblica svedese, contrariamente a quanto si scrive nell’articolo del Il corriere, infatti non “è stupito” per i morti complessivi, ma per l’alta percentuale (sui 3000 totali) di decessi di persone positive al Covid nelle case di riposo, poiché le uniche misure minimamente restrittive di prevenzione che il Governo aveva assunto riguardavano queste strutture.

La stessa operazione di manipolazione l’ha compiuta il Fatto quotidiano, qualche giorno prima, il 6 maggio: “Coronavirus, nella Svezia anti-lockdown più di 2900 vittime: tasso di mortalità record dei Paesi nordici“, è questo titolo di un servizio dal tenore analogo a quello de il corriere.it.

 

Milena… anche tu? Che disastro

La Svezia è stata vittima anche di Milena Gabanelli: una delle più autorevoli giornaliste italiane. Contagiata dal virus della manipolazione, si è aggregata alla folta schiera dei colleghi.

Sempre dalle stesse pagine del corriere.it, il 28 aprile la giornalista ha firmato un servizio dal titolo “Morti Covid, tutte le bugie dell’europa. Ecco i dati reali“.

In questo servizio, la Gabanelli che usa uno studio dell’Ispi (Istituto studi politica internazionale) mostra che in Svezia nel 2020 c’è stato un aumento della mortalità del 20% e che questi morti in eccesso sono di più di quelli dichiarati come persone morte con coronavirus. Lo stesso discorso viene fatto per tutti gli altri paesi europei (qui non interessa).

Ma tutta l’impalcatura della ricostruzione si fonda su dati relativi a un lasso temporale di 20 giorni, tra il 20 marzo e il 10 aprile, e sul confronto con lo stesso periodo del 2019: ciò che è assolutamente incompatibile con una valutazione epidemiologica seria degli effetti di un’epidemia.

Il tasso di mortalità, infatti, è estremamente variabile di mese e mese e di anno in anno: quello che conta è la mortalità complessiva annua o comunque di un periodo lungo.

Eppure, i dati più completi e relativi a un arco temporale più ampio sulla Svezia sono ed erano disponibili anche per la Gabanelli e sono stati ignorati: al massimo attestano che vi sia stata una mortalità dell’8% in più rispetto all’anno scorso e non certo del 20%, e per contro del 2% in meno rispetto al 2018.

Una campagna spietata di delegittimazione

Questi due servizi rappresentano solo gli ultimi di una vasta campagna di manipolazione dell’informazione ai tempi della pandemia sulla Svezia (e sugli altri paesi che si sono mossi secondo principi di razionalità) che ha visto protagonisti oltre il Corriere e il Fatto quotidiano, La Repubblica e l’agenzia di stampa l’Ansa.

Il 16 aprile del 2020 due studiosi Monica Quirico e Roberto Salerno hanno illustrato su www.wumingfoundation.com come la stampa italiana avesse fino a quel momento artatamente manipolato tutta l’informazione sulla Svezia: “Gli eretici di Stoccolma. Come e perché la stampa italiana disinforma su Svezia e coronavirus“, il titolo di un articolo molto istruttivo.

Un tema da approfondire

La stampa italiana ha naturalmente cavalcato l’onda dell’apocalisse e della paura su cui si è fondata la strategia italiana, magari solo per opportunismo o per naturale abitudine a essere serva del potere. Questo è comprensibile.

Ma perché manipolare con pervicacia l’informazione al fine di gettare discredito sui paesi come la Svezia (e la Germania, sia pure in maniera meno radicale) che hanno scelto una strada diversa? E perché continuare a farlo ancora oggi, a 60 giorni dall’inizio dell’emergenza?

 

 

 

 

 

Stato del terrore e libertà ai tempi del coronavirus, il presidente della Regione Nello Musumeci in competizione con il sindaco Cateno de Luca: chi dei due è più “sciarriato” con il diritto? L’ultima perla di saggezza scientifica del Governatore in un’ordinanza liberticida e illegale: “Runners se correte vi indebolite e vi ammalate: restate chiusi in casa”

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Nello Musumeci e Cateno De Luca

Se corri ti stanchi e così s’indeboliscono le difese immunitarie e se sei positivo ma asintomatico rischi di finire in ospedale. Non hai scelta: resta a casa, barricati dentro!

Ancora peggio se scendi a fare una passeggiata sotto casa con i tuoi figli, reclusi da un mese tra le quattro mura domestiche: “Non l’hai capito che devi rimanere a casa!”. L’ordine è sempre lo stesso.

Tuttavia non ti spazientire, se vuoi, in alternativa, vai a comprare le sigarette. Quelle no, non fanno male, producono benessere. Non sono forse la prima causa di tumore ai polmoni, proprio ciò che colpisce il virus Covid 19? Assolutamente no: rafforzano l’organismo che così sarà pronto a difendersi meglio.

A leggere l’ultima ordinanza “contingibile e urgente” datata 1 aprile del 2020 e adottata dal presidente della regione Sicilia, Nello Musumeci, per contenere la diffusione dei contagi da coronavirus in Sicilia, viene subito da sospettare di essere davanti al pesce d’aprile.

Invece no, è tutto vero.

Il soggetto attuatore del Commissario delegato per l’emergenza coronavirus in Sicilia, oltre a nominare l’ennesimo super consulente, in due mesi non è stato capace di garantire la fornitura agli ospedali di mascherine, né di adottare misure idonee a proteggere adeguatamente le uniche categorie di soggetti che avevano qualcosa da temere dal coronavirus: gli anziani e i malati ricoverati in strutture sanitarie, dove si registrano infatti gli unici focolai di infezione.

Ma ha compreso che non si poteva continuare a sostenere che chi corre e cammina da solo nei pressi della propria abitazione contagi qualcuno: ciò che non è stato sostenuto in nessuna parte d’Italia.

No, il navigato esponente politico, responsabile politico della sanità regionale a capo della quale per meriti indiscutibili ha messo il fior fiore della competenza, grazie all’ausilio di qualcuno degli scienziati che lo coadiuvano, ha superato l’immaginabile.

E’ riuscito a sostenere che praticare sport fa male.

Tanta è stata l’ansia di comunicare ai cittadini siciliani cotanta scoperta che ha distillato questa perla di scienza infusa in un’ordinanza contingibile e urgenze con efficacia sino al 14 aprile prossimo.

Ma si tratta di un’ordinanza illegittima e nulla. Come quelle di analogo tenore che il sindaco di Messina, Cateno De Luca, ha adottato nelle settimane passate.

Un provvedimento con cui si propone(va) di (continuare) a eliminare in Sicilia i pochi spazi di libertà compatibili con il contenimento della diffusione del virus e lasciati a tutti i cittadini italiani, anche a quelli delle regioni dove, al contrario della Sicilia, ci sono decine di migliaia di contagiati.

“Continuare”, perché Musumeci aveva già emanato un’ordinanza il 19 marzo scorso dello stesso tenore di quella del primo aprile, che però sarebbe scaduta il 4 aprile.

Ecco perché non vale giuridicamente nulla

Ordinanze urgenti del “sindachino” del paesino calabro. Ordinanze coprifuoco con tanto di show del “sindachetto” della cittadina sicula. Ordinanza dura e pura del presidente della Regione meridionale. Ordinanza intelligente del presidente della Regione settentrionale. Ordinanze di qua,  ordinanze di là.

Mai si era vista in italia una produzione così feconda di ordinanze in contrasto tra di loro e con la normativa nazionale.

Mai come in questo periodo di emergenza coronavirus si era ingenerata nei cittadini una tale confusione giuridica: si applica questa norma, o forse vale quest’altra? Vale quella del presidente del consiglio o del mio sindaco?

I cittadini non solo sono stati privati dalla libertà, ma non hanno neppure capito cosa legittimamente potessero o non potessero fare.

Il Governo il 25 marzo 2020 ha così deciso di porre freno alla macchina continua di ordinanze, divenuto strumento di propaganda da parte di vari politicanti di cui può fregiarsi il paese.

Con il Decreto legge n° del 25 marzo del 2020, provvedimento che ha la forza di una legge ordinaria (la sola con cui secondo la Costituzione repubblicana si può limitare, e solo in casi specifici, la libertà personale), ha, infatti, stabilito che:

1) per contenere la diffusione del virus possono essere adottate una serie di misure elencate tassativamente nello stesso decreto legge e solo con Decreto del presidente del Consiglio, il famoso Dpcm: nel frattempo è stata prorogata l’efficacia dei Dpcm adottati in precedenza;

2) che dal momento in cui fosse stato adottato il Dpcm attuativo i Presidenti delle regioni avrebbero perso ogni potere di adottare loro ordinanze in materia: se fossero insorte esigenze particolari di tipo regionale avrebbero potuto soltanto rappresentarle al Governo che se le avesse ritenute meritevoli di tutela avrebbe adottato il relativo Dpcm;

3) che comunque fossero prorogate di 10 giorni e quindi sino al 4 aprile tutte le ordinanze vigenti al 26 marzo, giorno di entrata in vigore del Decreto legge: tra questa l’ordinanza di Musumeci del 19 marzo 2020;

3) che i sindaci non possono più adottare ordinanze contingibili e urgenti su materia disciplinata dai Dpcm;

Ebbene, il primo aprile il presidente del Consiglio dei ministri ha adottato il primo Dpcm attuativo del Decreto legge del 25 marzo, con efficacia a partire dal  4 aprile 2020.

Ma Nello Musumeci e i suoi consiglieri giuridici (pagati da tutti i contribuenti siciliani) non se ne sono curati.

Lo stesso giorno il presidente ha invece proceduto a emanare una nuova ordinanza, la numero 13, avente efficacia sino al 15 aprile.

In sintesi, per citare solo i divieti che non esistono a livello nazionale, Musumeci avrebbe voluto continuare a limitare le uscite solo per gli acquisti essenziali a una sola volta al giorno e a un solo componente del nucleo familiare; a vietare la pratica di ogni attività motoria e sportiva all’aperto, anche in forma individuale (tranne che per le persone affette da disabilità intellettive e/o relazionali); a imporre l’obbligo (sanzionato penalmente) di uscire solo per motivi di lavoro, di salute o estrema urgenza.

L’ordinanza è chiaramente invalida. Non obbliga giuridicamente nessuno. Né chi la dovrebbe osservare, né chi la dovrebbe fare eseguire. Ma c’è da scommettere che tutti la osserveranno, a scanso di grattacapi. Ulteriore effetto dello Stato di Terrore che è diventata la Repubblica liberal democratica Italiana ai tempi del coronavirus.

Cosa si può (per il momento) fare

Fermo restando il divieto assoluto di assembramento – l’unico che se si vuole rimanere sul piano della razionalità può diffondere il virus – dal 5 aprile in Sicilia sarà possibile (è un diritto) come nel resto di italia fare jogging o attività motoria, quest’ultima solo in prossimità della propria abitazione: uscire sotto casa con il proprio figlio per sgranchirsi le gambe e a prendere una boccata d’aria, o con l’animale d’affezione.  Sarà anche possibile uscire più volte al giorno “evitando” (non è un divieto con sanzione) di farlo per ragioni diverse dal lavoro, estrema urgenza o motivi di salute.