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Reati di Stato: Il Governo del banchiere Mario Draghi sequestra un milione di siciliani non vaccinati e tenta di costringere a inocularsi gli studenti e i lavoratori che usano i mezzi pubblici. Il motivo? Contrastare l’emergenza sanitaria. Che In Italia e nell’isola non c’è: gli ospedali sono pieni al 13% nonostante 800.000 positivi.

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Sergio Mattarella e Mario Draghi

 

Reclusi. Sotto sequestro. Confinati.

Dal 12 gennaio prossimo i cittadini siciliani non vaccinati, circa un milione, non potranno più lasciare l’isola e se l’hanno lasciata non potranno più farvi ritorno, magari per trovare i genitori anziani e ammalati o soltanto gli affetti. E, allo stesso modo, nessun italiano che voglia entrare in Sicilia e non si sia vaccinato potrà passare lo Stretto. Stessa sorte toccherà ai sardi.

Di più, al pari degli altri italiani non vaccinati, i siciliani non si potranno muovere con i mezzi pubblici neppure per recarsi a scuola (il cui accesso per gli studenti non è subordinato neppure al tampone) o al lavoro e non potranno più svolgere alcuna attività sociale e sportiva.

Lo ha stabilito il Governo dello Stato liberal democratico, almeno così l’ha disegnato la Carta Costituzionale, chiamato Italia.

Un Governo guidato da un banchiere di nome Mario Draghi e sostenuto dall’intero Parlamento, a parte qualche finto oppositore: ciò non accadde neppure durante il fascismo.

Un Governo che sforna decreti legge come fossero panini, esautorando il Parlamento del potere legislativo, benché la Costituzione consenta l’uso di questi strumenti in casi straordinari di necessità e di urgenza, che in Italia persistono da 24 mesi.

Il tutto con l’avallo del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nella vita costituzionalista (si, proprio così, spiegava la Costituzione agli studenti universitari). Da Garante della Costituzione e dei diritti di libertà di tutti i cittadini è divenuto il maggiordomo di Draghi.

 

Non c’è bisogno di aver frequentato le lezioni universitarie di diritto per comprendere la gravità dei provvedimenti adottati e la violazione dei principi e i diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione italiana e dalle convenzioni internazionali: uguaglianza, inviolabilità della libertà personale, non discriminazione, libertà di circolazione, diritto al lavoro, diritto all’istruzione, solo per citarne alcuni.

Si tratta di limitazioni delle libertà che non furono adottate neppure a marzo e aprile del 2020 quando l’epidemia scoppiò, non se ne conoscevano i rischi, non c’era un piano di gestione dell’emergenza, si registrò da subito in alcune regioni del nord Itala un eccesso di mortalità straordinario e non c’era neppure un vaccinato.

La giustificazione dell’ennesimo provvedimento liberticida è l’emergenza sanitaria che però non c’è, ma di cui tutti sono convinti, grazie alla vergognosa e martellante campagna di stampa che da due anni ha fatto diventare gli italiani degli automi terrorizzati e decerebrati.

Che l’emergenza sanitaria, oggi più che mai non ci sia, è nei numeri ufficiali, quelli del ministero della Salute.

In Italia, secondo il bollettino di ieri 30 dicembre 2021, ci sono 779.483 (settecentosettantanovemilaottocentoquarantatre) persone positive al Covid, di questi 10.866 (diecimilaottocentosessantasei) sono ricoverati in ospedale in area non critica (pari all’1,4% sul totale dei positivi)  e  1226 (milleduecentoventisei) in terapia intensiva (pari allo 0,15% sul totale dei positivi).

I ricoverati in area non critica e quelli in terapia intensiva occupano rispettivamente il 17% e il 13% dei posti complessivamente disponibili.

 

Se ne desume:

1) che l’alto numero dei positivi è fatto al 98,5% di persone che hanno pochi e niente sintomi, segno inequivocabile della quasi nulla pericolosità del virus, ed è determinato dal fatto che ogni giorno si fanno in Italia 1.000.000 di tamponi (per un giro di affari di 15 milioni di euro);

2) che, sulla base di questi dati, per riempire tutti i posti letto di ospedale e di terapia intensiva ci dovrebbero essere almeno 5. 000. 000 (dicasi cinque milioni) di italiani contemporaneamente positivi.

3) che nel tempo necessario perché in ipotesi si realizzi questo drammatico scenario, almeno un milione e mezzo dei 10 milioni di italiani non vaccinati verranno a contatto con il virus e diventeranno naturalmente immuni.

3) che di conseguenza in un Paese in cui ci sono 50 milioni di immunizzati, 19 milioni con terza dose e quindi protetti, usare il numero dei positivi al 98,5% asintomatici o pauci sintomatici, per affermare con successo peraltro che esiste l’emergenza sanitaria rasenta la follia criminale.

Il Governo gode del consenso della maggioranza della popolazione vaccinata.

Ad arte, prima Draghi, poi Mattarella e infine persino il Papa Francesco hanno indicato i non vaccinati come possibili killer dei vaccinati, creando uno scontro feroce tra gli uni e gli altri.

I vaccinati, considerati (a torto) non contagiosi, accusano i non vaccinati di essere la causa dell’emergenza che dura da due anni (già questo dovrebbe fare riflettere). I non vaccinati, dal loro canto, comunque obbligati da mesi al tampone per svolgere qualsiasi attività, terrorizzano i vaccinati paventando (a torto o ragione) danni da vaccino e accusando quest’ultimi e le loro condotte disinvolte quale causa dell’aumento dei contagi.

Nessuno si accorge che l’emergenza non c’è e il Governo produce conflitti e spaccature tra amici, vicini di casa, amanti e nelle stesse famiglie e alla fine restringe la libertà di tutti.

Nessuno capisce, neppure i grandi giuristi che nelle aule delle Università o nei Tribunali si ergono a paladini della libertà, che quando è tolta la libertà a un solo cittadino, si mette a rischio la libertà di tutti.

Se passa l’idea che la maggioranza possa cancellare le libertà e i diritti delle minoranze, allora l’ordinamento costituzionale repubblicano sarà da ritenersi sovvertito.

Oggi tocca ai non vaccinati, domani toccherà ai migranti, e dopo domani ai disabili.

L’italia è così diventato l’unico Paese del mondo in cui è inibito l’uso dei mezzi pubblici, base della libertà di circolazione, ai non vaccinati; negli altri Paesi al massimo si è arrivati a imporre il tampone, molto più efficace del vaccino a prevenire i contagi.

E’ l’unico Paese, oltre alla Francia, in cui la retribuzione, fondamento di ogni diritto della persona, è stato subordinato per alcune categorie di lavoratori alla vaccinazione.

Che le ultime misure non abbiano la finalità sanitaria di contenere i contagi ma abbiano solo quella di costringere i cittadini a vaccinarsi, si tratta di estorsioni di Stato, lo mostra il fatto che lo stesso provvedimento prevede che chi è stato a stretto contatto con positivo ma è vaccinato non debba neppure stare in quarantena, ma può andare tranquillamente allo stadio, al lavoro o in palestra.

Lo dimostra il fatto che in Chiesa, in ambiente chiuso, ad ascoltare le funzioni religiose che durano anche un’ora invece si può continuare ad entrare senza neppure un tampone.

Salvo non voler pensare che i signori del Comitato tecnico scientifico, da due anni suggeritori delle misure sanitarie, non abbiano convinto Draghi che l’acqua santa impedisce la trasmissione del virus o che il Papa sia meglio tenerselo buono.

Facciamo pure finta, per assurdo, che l’emergenza sanitaria ci sia e che il numero dei contagi sia una elemento quantitativo allarmante.

Domanda: costringere tutti a vaccinarsi risolverebbe il problema contagi?

In altre parole, contagia di più un vaccinato che è libero di muoversi a suo piacimento e che se ha contratto il virus, essendo protetto, non ha sintomi e neppure si mette in allarme o un non vaccinato che fa un tampone ogni due giorni e se si imbatte nel virus ha sintomi?

Che i vaccinati, almeno finché dura immunità ora stimata in 3 mesi, abbiano meno carica virale è un dato medico scientifico. Che, a causa dell’assunzione di minori precauzioni, i vaccinati nel concreto siano contagiosi come i vaccinati se non più è un dato di esperienza, tant’è che – solo per fare un esempio – lo stesso Governo Draghi ad aver imposto la mascherina FFP2 anche ai lavoratori vaccinati.

 

 

 

 

 

 

Autorevoli bufale: Il fantomatico lockdown per i non vaccinati in Germania, ecco come gli organi di stampa della propaganda del terrore spianano la strada al Governo liberticida del banchiere Mario Draghi

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Nel paese più ricco e avanzato dell’Europa alle prese con un picco di contagi importante è stato imposto un lockdown ai non vaccinati e così il numero dei positivi al covid è diminuito.

E’ questo il messaggio chiaro del  titolo de Il Corriere della sera di qualche giorno fa, seguito a ruota da altri altrettanti autorevoli giornali italiani, organi ufficiali della propaganda del terrore usata da 24 mesi da due Governi, l’ultimo diretto dal banchiere Mario Draghi, per erodere pian piano tutti gli spazi di libertà garantiti dalla Costituzione.

Dietro la notizia c’è un messaggio che gran parte degli italiani vaccinati, convinti che il loro nemico siano i non vaccinati e non chi li terrorizza ingiustificatamente per coprire due anni di gestione disastrosa dell’emergenza sanitaria, sposa allegramente e convintamente, come i rapiti che credono ciecamente ai rapitori che promettono loro di salvarli: “Facciamo in Italia quello che si è fatto in Germania”, ha scritto qualcuno. Altri hanno arringato: “Rinchiudiamoli in casa”.

E’ così, come da manuale di manipolazione del consenso, che viene preparato il terreno perché il Governo assuma nuove e ulteriori misure liberticide.

Tuttavia, la notizia che è stata veicolato è falsa.

O meglio, è vero che la Germania, pur contando allora il 65% di popolazione vaccinata, a partire dalla metà di ottobre del 2021 ha registrato un aumento esponenziale e quotidiano di positivi al covid 19 (picchi di 50 mila nuovi positivi al giorno), che correlativamente ha aumentato il numero dei ricoverati in terapia intensiva arrivati a quota 5000.

E’ invece assolutamente falso, ovvero non corrispondente al vero, che in Germania ci sia mai stato un lockdown generalizzato o ampio per i non vaccinati.

E’ altrettanto falso che per effetto di questo loockdown ci sia stato un calo dei positivi al Covid.

In Germania, alla viglia delle vacanza di Natale alcuni Lander hanno applicato una sola misura restrittiva specifica per i non vaccinati: il divieto di entrare nei negozi, con esclusione di quelli che vendono beni essenziali e quindi in profumerie, abbigliamento ecc ecc..

Ebbene, in uno di questi Lander, la Bassa Sassonia, questa misura è stata annullata dopo pochi giorni da un Tribunale amministrativo che, assumendo come principio costituzionale di giudizio i diritti di libertà (la Germania come l’Italia è uno stato liberale, basato sulle libertà individuali), l’ha giudicata sproporzionata (in un paese dove l’emergenza sanitaria è un dato attuale e reale).

Un importante medico Frank Ulrich Montgomery ha attaccato pubblicamente i magistrati per questa decisione definendo gli stessi “piccoli giudici”. Ma il ministro della Giustizia Marco Buschmann ha reagito duramente a questo attacco: “La Germania può essere orgogliosa della sua magistratura altamente qualificata e indipendente. Apre l’accesso alla legge e dà vita all’idea dello stato di diritto”.

(Ecco il link dell’articolo di Frankfurter Allegeimeine che ne da conto: https://www.faz.net/aktuell/gesellschaft/gesundheit/coronavirus/zahlen-zum-coronavirus-die-pandemie-im-ueberblick-16653240.html)

Sempre alla vigilia delle festività natalizie, per rimanere alle misure più importanti, ai non vaccinati è stato imposto l’obbligo del tampone per usare i mezzi pubblici. Ma l’obbligo del tampone è stato fissato pure per coloro che, vaccinati o meno,vogliono fare visita (in Germania garantito) ai parenti in ospedali e case di cura. Prescritto anche l’obbligo di tampone quotidiano per i sanitari non vaccinati, ma obbligo due volte alla settimana di tampone pure per i sanitari vaccinati.

In Germania, infatti, Paese in cui secondo i media italiani ci sarebbe stato un lockdown per i non vaccinati, il vaccino non è obbligatorio neppure per il personale medico e sanitario.

Domanda: già solo per logica, poteva mai essere verosimile che in questo Paese fosse imposto il lockdown ai non vaccinati?

Detto per inciso, sull’onda emotiva dell’emergenza delle scorse settimane, diversi esponenti delle professioni mediche hanno chiesto al legislatore di imporre tale obbligo. Ne è nato un dibattito ma sinora non se n’è fatto nulla. Grosse fette delle forze politiche sono contrarie.

In Germania non esistono i virologi showman e scienziati medici che dettano l’agenda politica a senso unico. Le decisioni le assumono i politici, bilanciando i valori in gioco, nel massimo rispetto possibile dei diritti individuali.

Contrario all’obbligo vaccinale per i soli sanitari si è detto tempo addietro pure il presidente della Fondazione di tutela dei diritti dei malati: “Il personale sanitario vaccinato, sapendo di non rischiare nulla per la propria salute, è meno attento alle misure precauzionali e allo stile di vita ed essendo comunque vettore del virus più facilmente porterebbe il virus dentro le strutture sanitarie, dove ci sono le persone fragili e vulnerabili”.

Negli stessi giorni di metà novembre in cui il numero dei positivi cresceva vertiginosamente il Bundestag, il Parlamento tedesco, nella stessa legge che consentiva ai Lander (dotati di autonomia maggiore delle regioni italiane) di assumere tali misure restrittive ha comunque vietato (vietato, si proprio così) agli stessi Lander di chiudere le scuole quale misura per contrastare il Covid.

Dunque, poichè non c’è stato mai un lockdown per i non vaccinati è impossibile che la riduzione del numero dei positivi sia avvenuta – come scrive il Corriere della sera – grazie a questo fantomatico lockdown.

Beh, si potrebbe osservare, sarà stato comunque effetto delle misure restrittive, compreso il divieto specifico per i soli non vaccinati.

Ebbene, queste misure restrittive sono state assunte dai Lander a metà dicembre.

La curva dei contagi in Germania è iniziata a scendere velocemente a partire dal 28 novembre del 2021, giorno di picco, ben prima dell’adozione delle misure restrittive, come risulta dal seguente grafico elaborato dal quotidiano di Francoforte sulla base dei dati forniti dal Robert Kock Institute, la principale agenzia sanitaria tedesca, oggi 28 dicembre 2021.

Covid & Portogallo, nel Paese più vaccinato del Mondo, con il 98% della popolazione over 12 immunizzata, il Governo vara nuove restrizioni alle libertà. Il premier lusitano:”Necessarie per contrastare la pandemia”. I giornali (di regime) italiani però non se ne sono accorti

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Vanta l’ 88% (ottantotto percento) della popolazione vaccinata con almeno due dosi, praticamente il 98% della popolazione con più di 12 anni. Tra le persone con più di 65 anni (ovvero quelle appartenenti alla fascia di età che statisticamente hanno qualcosa da temere dal Covid) hanno avuto almeno la doppia dose il 100% dei cittadini.

Tuttavia, ieri 25 novembre il Governo ha dichiarato lo stato di calamità prevedendo una serie di restrizioni per le prossime settimane (nelle foto le prime pagine tradotte de El Diario de Noticias, il principale quotidiano portoghese) al fine di contenere “l’escalation della pandemia”, per mutuare l’espressione usata dal quotidiano.

Tra queste, i tamponi ai vaccinati che vogliono partecipare a determinati eventi. Nell’articolo in foto la sintesi delle misure adottate.

I solerti giornali italiani, ventriloqui del governo ormai divenuto regime, però delle misure assunte ieri d’urgenza nel paese lusitano cofondatore dell’Unione europea si sono accorti a scoppio ritardato. Sulle edizioni cartacee di oggi neppure l’ombra.

Eppure, per settimane gli stessi giornali italiani (di regime) hanno indicato il Portogallo come modello da seguire per liberarsi dalla pandemia e per criminalizzare i non vaccinati italiani, causa o pretesto dello stato di emergenza che ormai dura da oltre un anno e mezzo.

Quello che succede in un Paese europeo in materia di Covid 19 è notizia con cui bombardare gli italiani finché indica la via delle vaccinazioni a tappeto quale via maestra; diventa “non notizia” da ignorare se lo stesso Paese assume misure che smentiscono i teoremi che propinano ogni giorno 24 ore al dì a reti unificate politici e virologi al soldo della case farmaceutiche.

Addirittura ieri su Il Fatto quotidiano, mentre in Portogallo si stavano varando nuove misure liberticide, è stato pubblicato un servizio dal titolo eloquente, in cui ai provvedimenti assunte dal Portogallo non si fa alcun cenno.

 

D’altro canto c’era da legittimare l’operato del Governo guidato dal banchiere Mario Draghi che il giorno prima aveva varato un’altra stretta per obbligare i cittadini italiani a vaccinarsi. Non che gli italiani non abbiano risposto copiosamente alla campagna di vaccinazione. E’ vaccinato, infatti, il 78% della popolazione italiana, l’87% degli over 12, il 93% delle persone con età superiore ai 70 anni.

Una sorta di estorsione quella di Draghi imposta – a dire del premier – a tutela della salute di tutti – da un assunto (spacciato per) scientifico che però quanto sta accadendo in Portogallo si è incaricato di smentire ancora una volta.

Ovvero che i cittadini vaccinati non sono contagiosi e invece quelli non vaccinati lo sono. Quest’ultimi dunque se anche non vogliono tutelare la loro salute hanno l’obbligo di farsi inoculare una sostanza estranea nel loro corpo per tutelare i vaccinati.

Di logica aristotelica dovrebbe essere la domanda susseguente: ma se sono vaccinati e dunque immunizzati e protetti cosa hanno da temere i signori che legittimamente e liberamente (dopo due anni di terrore), hanno deciso di proteggere al meglio la loro vita?

Invece, come il caso portoghese dimostra (anzi conferma), il vaccino, questi vaccini usati per il covid 19, non riducono i contagi (i decessi e i ricoverati sono cosa diversa). Di sicuro non li riducono nelle percentuali pari all’80%, che vengono sciorinate dai governanti italiani e dagli scienziati di cui si sono circondati.

I contagi infatti aumentano allarmando i governi anche dove la popolazione è tutta vaccinata.

Sostenere il contrario, colpevolizzando e discriminando chi non vuole essere sottoposto a questo trattamento sanitario serve solo per legittimare uno stato poliziesco di emergenza.

Uno stato di emergenza che consente alla  classe di governo più incompetente, insipiente  e a tratti comica della storia repubblicana di rimanere in sella e ai padroni delle multinazionali, che la sostengono per mezzo dell’uso spregiudicato della stampa, di realizzare affari impensabili sino a qualche anno fa.

Uno stato che – a  parte una minoranza di italiani innamorati della libertà o terrorizzati dal una vaccino “non tradizionale” – piace quasi a tutti, trovando il consenso attraverso la distribuzione di bonus di varia foggia di centinaia di posti di lavoro (senza concorso) inutili, di sostegni a imprese decotte, di contributi alla stampa serva. Nulla di particolarmente grave, se non fosse che lo si sta facendo usando risorse economiche che sono solo in prestito. E che presto o tardi in qualche modo bisognerà restituire.

Lista dei non vaccinati ai sindaci e credibilità del giornalismo: per il Garante della privacy il fatto svelato da La Gazzetta del sud non sussiste. Lucio D’amico ha però in mano una “precisa registrazione” che lo smentisce e dimostra che il commissario Covid Alberto Firenze ha mentito. La tirerà fuori?

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Qualche settimana fa, il giornale più autorevole della città, la Gazzetta del Sud, ha dato in esclusiva assoluta  sia nell’edizione on line che in quella cartacea una notizia inquietante: “Il commissario per l’emergenza Covid Alberto Firenze ha fornito ai sindaci della provincia l’elenco con i nomi dei cittadini non vaccinati”.

Il giornale, degno scudiero della propaganda del terrore Covid 19  orchestrata a livello locale dal sindaco Cateno De Luca, ha pubblicato questa notizia non certo per denunciare, come avrebbe dovuto essere in uno stato di diritto, l’abuso del commissario mandato dal presidente della regione Nello Musumeci a Messina per gestire –  in cambio di 150 mila euro all’anno – l’emergenza coronavirus che in riva allo Stretto (e in Sicilia) non c’è mai stata. No, il contrario.

ll taglio della notizia era di esaltazione e lode per l’efficienza e il decisionismo del manager pronto a tutto pur di vaccinare i siciliani recalcitranti e sconfiggere così il terribile virus.

Lo stralcio dell’articolo riportato di seguito è eloquente.

 

Nella foga di esaltarlo a tutti i costi, il giornale non si è reso conto di aver accusato Firenze di una grave violazione di legge.

I non vaccinati sono saltati sulla sedia. Si è scatenata una bufera mediatica, rimbalzata su qualche giornale nazionale.

Il commissario Firenze, vittima – a suo dire – per effetto della notizia di minacce da parte di no vax, ha smentito inviando un’ indignata rettifica alla Gazzetta del sud: “E’ falso. Mai ho dato ai sindaci elenchi di no vax”.

Il giornale più importante della città ha pubblicato la rettifica a modo suo, rincarando la dose e facendo passare Firenze non solo per uno che se ne infischia della legge ma anche per un emerito bugiardo.

Dell’operazione si è incaricato Lucio D’amico, il giornalista più importante e obiettivo del quotidiano, colui che nei primi mesi dell’anno in corso per legittimare la dichiarazione di Messina “zona rossa” voluta dal sindaco De Luca e decretata dal Governatore Musumeci moltiplicò sulle pagine dello stesso giornale il numero dei positivi, come se fossero pani e pesci.

E’ toccato a lui dare una lezione di verità e di etica.

“Carissimo commissario, c’è una precisa registrazione in merito. Tutto quello che è stato riportato nel pezzo è frutto dell’incontro tra il commissario e i sindaci. Il nostro giornalista era presente”, ha replicato un piccato Lucio D’amico alla nota di Firenze.

I non vaccinati, finanche coloro che lamentano che la stampa manipola sistematicamente tutta l’informazione sulla pandemia, hanno però voluto credere a Lucio D’amico.

Come biasimarli: una firma, una garanzia.

Sono fioccati gli esposti all’Autorità garante per la privacy e le denunce in Procura.

Il 6 settembre la Gazzetta del sud trionfante ha pubblicato la notizia che il Garante della privacy avesse aperto un’istruttoria, rivendicandone il merito.

 

Nel corpo dell’articolo è rimarcato nuovamente in rosso che il manager Firenze, in buona sostanza, è un bugiardo irredimibile perché la Gazzetta del Sud, non un giornale di parrocchia, aveva “accertato” la consegna degli elenchi, provata da “registrazione” e “confermata da più fonti”, ma smentita ostinatamente dal commissario.

Ecco cosa si legge giustappunto nel pezzo:

 

Il Garante delle privacy, però, in quattro e quattr’otto ha archiviato i procedimenti a carico di Alberto Firenze: “Il commissario ha spiegato che non ha mai dato elenchi ad alcun sindaco”, ha motivato in una nota firmata dal vice segretario generale dell’organismo deputato a proteggere la riservatezza di ogni cittadino e a sanzionare le violazioni, Claudio Lippi, il 9 settembre 2021

La Gazzetta del sud però di questa archiviazione non ha dato ancora notizia. Eppure sono passati 15 giorni.

Lo farà sicuramente nelle prossime edizioni.

Lucio D’amico avrà così modo di aggiungere all’originaria notizia, un’altra ancora più inquietante: il commissario Firenze non solo ha mentito quando ha mandato la rettifica al giornale, ma  – cosa ancora più grave – ha mentito successivamente a una pubblica autorità, ingannandola ed evitando così un sicuro provvedimento sanzionatorio.

Infatti, il giornalista D’amico – come ha pubblicamente scritto – ha in mano una “precisa registrazione” che dimostra e prova che la consegna delle liste dei noi vaccinati “accertata” dalla Gazzetta del sud si è davvero consumata checché ne dica il Garante della privacy.

Ora, forse, è venuto il momento di tirarla fuori dal cilindro.

Le ipotesi alternative sono due:o mente Firenze e allora dovrebbe essere subito licenziato da Musumeci; o mente l’autorevole Lucio D’amico.

I misteri italici dell’epidemia di Covid 19: 40 milioni di italiani vaccinati e green pass a tappeto ma rispetto a un anno fa si registra il triplo di persone positive e in terapia intensiva, il doppio di ricoverati. Eppure, per l’Istituto superiore di sanità il vaccino riduce del 78% la diffusione del virus

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Secondo l’Istituto superiore di sanità la vaccinazione riduce del 78% la possibilità di contrarre l’infezione da Covid 19, il terribile virus che affanna la notte e i giorni degli ultimi 18 mesi di tutti i politici e scienziati italiani  (https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/bollettino/Bollettino-sorveglianza-integrata-COVID-19_1-settembre-2021.pdf).

In Italia i vaccinati attualmente sono circa 41 milioni: il 75% della popolazione vaccinabile, in termini percentuale uno dei dati più alti al mondo. E dal 6 agosto scorso è stato introdotto il green pass, strumento che – secondo gli scienziati e i governanti – impedisce la trasmissione del virus consentendo solo i contatti nei luoghi chiusi tra i cittadini “asettici”: vaccinati e tamponati negativi al virus.

Eppure i numeri – sempre quelli ufficiali del ministero della salute – dicono che al 16 settembre del 2021, rispetto a un anno fa, ovvero  al 16 settembre del 2020, quando non c’era neppure un vaccinato e la gente si muoveva liberamente senza green pass, ci sono il triplo delle persone attualmente positive al Covid 19. Precisamente il 16 settembre 2021 sono 116.342; l’anno prima, il 16 settembre del 2020, erano 39.187. Il dato – è bene precisare – dipende anche dal numero dei tamponi, oggi effettuati in misura maggiore di un anno or sono.

I ricoverati con sintomi negli ospedali sono 4.018. Un anno fa, erano 2.012, la metà.

E, infine, il 16 settembre del 2020 in terapia intensiva c’erano 197 persone. Un anno dopo, ce ne sono 531, ben 334 in più, quasi il triplo.

Ecco di seguito i bollettini pubblicati dal ministero della Salute, da cui sono stati attinti questi dati.

Chi scrive non conosce la spiegazione scientifica di questo mistero e il perché se 40 milioni di italiani vaccinati hanno il 78% di possibilità in meno di contrarre e quindi diffondere l’infezione, in Italia ci sono 3 volte gli infettati di quando c’erano 40 milioni di persone in più con il 78% di possibilità in più di diffondere il virus, già solo perché non vaccinati. Senza contare l’effetto “non diffusivo” o limitativo dell’infezione del green pass, strumento cosi efficace che il Governo ha deciso di estenderlo a tutta la popolazione.

Può solo azzardare ipotesi.

Di sicuro, sa che questo paradossale mistero che dovrebbe interessare i cittadini, tutti i cittadini, vaccinati e non vaccinati, è sconosciuto alla quasi totalità degli italiani, che invece conoscono a menadito gli slogan dei virologi del terrore al soldo delle multinazionali e degli show di regime e di chi grazie al covid sta facendo affari impensabili sino a poco tempo fa.

P.S.

1) Chi scrive non  è no vax: etichetta stupida e superficiale che serve unicamente ad azzerare ogni confronto.  Ha prenotato personalmente dei vaccini a persone anziane o malate o semplicemente terrorizzate e non ha mai provato a convincere persone  a lui vicine a non vaccinarsi. Ha profondo rispetto per chi ha deciso e deciderà di vaccinarsi.

2) Non è “negazionista”, altra etichetta inventata proprio per affogare il dissenso: non ha mai detto o scritto che il virus Covid 19 non esistesse. Ha sempre sostenuto sin dall’inizio di questo pandemonio italico (altro che pandemia) che la reale pericolosità del virus non giustificasse la propaganda del terrore nostrale (senza eguali al mondo) orchestrata – per motivi squisitamente economici – dalla classe dirigente più scarsa e opportunista della storia della Repubblica, e non giustificasse le conseguenti e talora inutili limitazioni delle libertà.

Anzi, ha sostenuto che questo terrorismo avrebbe prodotto più danni di quelli che questo virus  da solo sarebbe stato capace di determinare e che ha determinato in quei paesi europei, in cui per contro la classe dirigente ha cercato di contrastare il terrorismo. I numeri dicono che non si sbagliava.

 

Inchieste spettacolari di Razza politica, le “spalmature” virtuose e travisamenti dei fatti. I dati sui contagi manipolati non per offrire un quadro falso della realtà ma per l’esatto contrario. Alla base di tutto le inefficienze della sanità regionale

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I dati dei contagi e dei morti spalmati (quindi falsificati) per evitare che la Sicilia finisse in zona Rossa e venissero adottati provvedimenti restrittivi delle libertà e dannosi per l’economia.

E’ questo ciò che viene contestato all’assessore (ormai ex) Ruggero Razza, al suo capo di gabinetto Ferdinando Croce e ai tre funzionari dell’assessorato regionale alla sanità finiti ai domiciliari martedì scorso.

E’ questo il messaggio che è stato veicolato, acriticamente (ma questo non stupisce) dai media regionali e nazionali, al servizio delle Procure e non dei cittadini.

Un messaggio davvero succulento nella stagione del terrore, dei terrorizzati, in cui fa audience pensare che i governanti trucchino i dati per squallidi giochi politici infischiandosene della salute dei cittadini.

Ma si tratta di un messaggio, questo si, falso.

Basta leggere l’ordinanza, fondata unicamente su intercettazioni telefoniche  – disposte in un procedimento penale che riguardava cose più serie, ovvero mazzette nelle pubbliche forniture – avere un minimo di cognizioni in campo sanitario e la memoria di quanto è accaduto nell’ultimo anno in Sicilia, per capire che le ragioni per cui si è seguito questo metodo sono opposte a quelle che sono state rappresentate e date in pasto all’opinione pubblica.

I dati dei positivi al Covid venivano spalmati proprio a tutela dei diritti dei cittadini: per evitare, cioè, che gli stessi numeri non rappresentassero la situazione reale. Si, proprio così.

Il motivo è presto detto e riposa nell’inefficienza del sistema sanitario regionale, peggiorata a vista d’occhio negli ultimi anni: di questo è davvero colpevole Razza, avvocato penalista chiaramente inadeguato (la Giunta frutto del peggiore consociativismo siculo del presidente Musumeci peraltro ne è piena zeppa) ad occuparsi del settore che assorbe il 60% della spesa regionale.

A causa di questa inefficienza, di questa disorganizzazione burocratica e informatica, a causa del fatto che il terrore Covid ha svuotato gli uffici di personale che comunque ha continuato a ricevere lo stipendio pur non lavorando, a Palermo affluivano dati a singhiozzo, in notevole ritardo, dalle varie aziende ospedaliere, dai vari laboratori in cui venivano processati i tamponi.

Accadeva così che da Messina, ad esempio, per tre giorni non arrivavano i dati dei positivi, mentre il quarto giorno arrivavano tutti in una volta (quindi, sempre per esempio, invece di 100 positivi al giorno (300  quindi in tre giorni), ne arrivano 400 il quarto giorno, la somma).

Potevano essere comunicati a Roma 400 positivi tutti in una volta come se fossero stati rilevati positivi quel giorno?

E’ evidente che la risposta non possa essere che negativa: se lo si fosse fatto non sarebbe stata rappresentata in maniera veritiera la situazione, ma questa sarebbe stata pericolosamente falsata.

Questo è quello che è accaduto per mesi.

Altro che strategia per evitare l’adozione di provvedimenti restrittivi.

Stessa cosa per il caso – oggetto specifico dell’inchiesta – dei morti con il covid di Biancavilla: a Palermo arriva la comunicazione di 7 decessi in una sola soluzione. Erano però di vari giorni precedenti.

Si potevano comunicare al ministero della Salute e all’opinione pubblica come se fossero tutti occorsi in quella giornata?

Certo Razza non poteva neppure dire al Governo nazionale: “Sono assessore da tre anni in una delle regioni più grandi di italia che nell’epoca dell’informatizzazione e della tecnologia pervasiva non è in grado di fornire dati in tempi accettabili, benché per contrastare la diffusione del coronavirus abbia fatto assumere centinaia tra educatori professionali, psicologi e addetti stampa (figure essenziali per contrastare l’epidemia, ci mancherebbe altro, ndr)”.

Che l’obiettivo delle “spalmature” non fosse quello di evitare l’adozione di provvedimenti restrittivi è confermato dal fatto che nei mesi scorsi la regione Sicilia per bocca del presidente Nello Musumeci ha invocato e ottenuto la dichiarazione di zona rossa quando secondo i dati in possesso del Ministero della sanità non ce ne fossero i presupposti.

Non solo. Musumeci fra i presidenti delle regioni italiane si è segnalato in tutti questi mesi per l’adozione di provvedimenti liberticidi e in sicuro contrasto con la Costituzione.

Che senso avrebbe avuto truccare i dati per non essere zona rossa e contemporaneamente chiederla?

Quale senso farlo per non imporre limitazioni alle libertà (soprattutto economiche) e poi puntualmente restringerle?

D’altro canto, sarebbe stato davvero paradossale che in un paese in cui da un anno si vive di emergenza coronavirus, alimentandola quanto più possibile perché fonte di affari, spesso illeciti, di cui tra qualche mese si comprenderà la vera entità, i governanti siciliani si fossero mossi in senso addirittura opposto.

Che i dati sui contagi fossero sostanzialmente veri e non sottostimati con l’esposizione della popolazione a rischi per la salute, lo si evince da un’altra circostanza di fatto: la Sicilia è una delle regione d’Italia con il minor eccesso di mortalità, l’unico dato veramente attendibile per misurare gli effetti di un’epidemia.

La Sicilia, in altre parole, ha avuto – secondo i dati Istat – un aumento dei morti rispetto alla media degli anni precedenti pari al 5%. La media nazionale registra un eccesso di mortalità pari al 15%, tre volte tanto.

Se il numero dei positivi fosse stato artatamente e sistematicamente sottostimato e per questo non si fossero quindi adottate le misure necessarie al contenimento dell’epidemia non si sarebbero dovuti registrare dati nettamente peggiori?

L’assessore Razza, indagato ma non colpito da misure cautelari, non appena ha ricevuto l’avviso di garanzia si è dimesso.

Il dirigente regionale, Letizia Di Liberti, che attuava le direttive dell’assessore, e i due funzionari Emilio Madonia e Salvatore Cusimano, che materialmente raccoglievano, “spalmavano” e trasmettevano i dati a Roma, sono stati messi ai domiciliari, aggravati  dal controllo del braccialetto elettronico, come si fa per i criminali pericolosissimi.

Per il Gip del Tribunale di Trapani, Caterina Brignone, che ha sposato l’impianto accusatorio della Procura, c’è il rischio di reiterazione del reato e di inquinamento probatorio.

Ma perché – si chiederà il cittadino con un minimo di buon senso – la sospensione dalle funzioni non sarebbe stata sufficiente a neutralizzare questi pericoli?

Forse si, ma – è risaputo – gli arresti fanno più notizia.

Sta di fatto che non solo c’è stato bisogno di misure cautelari gravemente limitative della libertà, ma sono state ravvisate ragioni di urgenza straordinarie.

Nulla altrimenti ci avrebbe “azzeccato” il Tribunale di Trapani con reati commessi a Palermo, di competenza di quella Procura, a cui il fascicolo è stato trasmesso subito dopo gli arresti.

Se fosse stato trasferito prima di adottare le misure coercitive della libertà dei tre funzionari chissà nel frattempo i pericolosi criminali quali altre nefandezze avrebbero commesso.

 

 

 

 

 

Disastro nella gestione dell’emergenza (che a Messina non c’è stata) Covid 19: ecco perché il manager dell’Asp 5 Paolo La Paglia deve essere licenziato secondo la relazione impietosa e disarmante della commissione ispettiva regionale

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Il manager dell’asp 5 di Messina Paolo La Paglia

 

Costituzione dell’unità di crisi aziendale. Caricamento puntuale sulla piattaforma del numero dei tamponi eseguiti e dell’esito degli stessi. Aggiornamento quotidiano della situazione dei posti letto negli ospedali della provincia.  Contact tracing. Reclutamento e organizzazione del personale dedicato all’emergenza. Potenziamento dei laboratori di analisi. Gestione dei rifiuti speciali dei soggetti positivi.

Non c’è uno solo di questi obiettivi dettati dalla normativa nazionale e regionale per fronteggiare l’epidemia di Covid 19 che è stato realizzato dall’Azienda sanitaria provinciale di Messina tra il marzo e il dicembre del 2020.

Sono queste le conclusioni cui è giunta che la commissione ispettiva nominata dall’assessore regionale alla sanità Ruggero Razza il 16 dicembre del 2020.

Emerge l’inadeguatezza dell’organizzazione nel suo complesso ad incidere con successo sui risultati dei processi organizzativi interni e nell’individuare risposte efficaci,tempestive e funzionali alle nuove esigenze legate all’epidemia di Covid 19. Si evidenzia la criticità nelle relazioni tra le varie articolazioni aziendali,la scarsa capacità di coordinamento delle diverse figure, uffici, settori deputate alla gestione dell’emergenza Covid e la difficoltà, su aspetti prioritari, di gestire adeguatamente i rapporti con la ditta informatica”, hanno scritto in sintesi gli ispettori regionali al termine della loro relazione, consegnata – dopo 7 giorni di lavoro – il 24 dicembre all’assessore Razza.

Gli ispettori hanno verificato, punto per punto, se e in che misura  l’Asp 5 ha adottato le misure imposte in vista dell’ondata epidemica.

Nel corso di nove mesi non è stato minimamente o parzialmente realizzato neppure uno degli obiettivi previsti.

Dalla lettura attenta della relazione ne esce uno spaccato impietoso e disarmante  del modo in cui la (paventata) emergenza coronavirus è stata gestita nel territorio di competenza dell’Asp 5.

E’ sulla scorta di questa relazione di 31 pagine che il presidente della Regione Nello Musumeci il 17 febbraio ha avviato la procedura diretta al licenziamento del direttore generale dell’azienda provinciale Paolo La Paglia.

La lettera di contestazione conteneva l’invito a controdedurre nel termine di 30 giorni.

Il giorno successivo però – nelle more della procedimento diretto alla risoluzione del contratto – il presidente della regione ha comunque disposto la sospensione dall’incarico di La Paglia.

Al manager nisseno era stata già offerta la possibilità di spiegare la sue ragioni nel corso di un’audizione tenuta a Palermo il 20 gennaio 2021 davanti ai due dirigenti generali dell’assessorato regionale.

Ma – a parere dei due dirigenti regionali – le sue giustificazioni non hanno minimamente scalfito la fondatezza dei gravi rilievi messi nero su bianco dagli ispettori.

Benché – a leggere la relazione – l’Asp 5 di Messina ha mostrato una totale inadeguatezza e carenze gravissime  in tutti i settori – l’emergenza sanitaria -quella vera non quella inventata da politicanti e giornalisti servi del potere – a Messina non c’è stata.

Lo dimostrano anche i dati diffusi qualche giorno fa dallo stesso assessorato alla Sanità.

L’emergenza non c’è stata né in termini di numero dei contagiati, né in termini di mortalità, né in termini di stress del sistema sanitario (occupazione posti letto).

Non c’è stata  – soprattutto – in termini di eccesso di mortalità rispetto agli anni precedenti.

La città di Messina e la sua provincia hanno i dati migliori di tutta la Sicilia. E la regione Sicilia tra i dati migliori di tutta Italia.

 

Asp 5 di Messina, il presidente della Regione Nello Musumeci avvia la procedura di decadenza del direttore generale Paolo La Paglia

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Il manager Paolo La Paglia

 

Il manager nisseno Paolo La Paglia è sull’uscio del portone dell’Asp 5 di Messina.

Nella giornata di oggi, il presidente della Regione Nello Musumeci ha avviato la procedura diretta al licenziamento del direttore generale dell’azienda provinciale.

Alla base della decisione le risultanze del lavoro della commissione ispettiva istituita lo scorso 17 dicembre 2020 dall’assessore alla Sanità Ruggero Razza.

La relazione inviata all’assessore Razza il 24 dicembre 2020 segnala “rilevanti criticità” nella gestione dell’azienda sanitaria provinciale.

Al manager era stata già offerta la possibilità di spiegare la sue ragioni nel corso di un’audizione tenuta a Palermo il 20 gennaio 2021 davanti ai due dirigenti generali dell’assessorato regionale.

Ma evidentemente non è stato capace o non ha potuto convincerli della infondatezza dei rilievi.

Le risultanze dall’attività ispettiva sono state condivise da Ruggero Razza, ovvero di colui che, di concerto con il presidente Musumeci, lo aveva nominato ritenendolo competente e capace.

Musumeci gli ha oggi contestato le ragioni che giustificano – secondo l’amministrazione regionale – lo scioglimento del contratto di direttore generale.

La Paglia avrà ora 30 giorni di tempo per far pervenire le sue controdeduzioni, dopo di ché il pallino delle decisione finale tornerà in mano al presidente Musumeci.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il RETROSCENA. Competenze & ricatti: La commissaria Covid Maria Grazia Furnari mette i puntini sulle i, Cateno De Luca la minaccia evocando la “debolezza” della “parentela” con il capo della Procura: “Voglio tutti i dati o ti denuncio all’autorità giudiziaria”. La manager si piega. Gli aveva scritto: “Sindaco senza poteri sulla gestione sanitaria”.

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Il sindaco Cateno De Luca e la commissaria emergenza Covid Maria Grazia Furnari

 

La commissaria per l’emergenza Covid Maria Grazia Furnari mette – garbatamente – i puntini sulle i. Per tutta risposta, il sindaco Cateno De Luca minaccia di denunciarla ai magistrati della Procura della Repubblica, guidati dal cognato della manager Maurizio De Lucia, evocando un caso di conflitto di interessi e di imbarazzo istituzionale.

Alla fine, la Furnari si piega, ma salva le apparenze.

Era prevedibile. E’ stato previsto. E’ accaduto.

La prova di quanto fosse inopportuna la decisione dell’assessore alla sanità Ruggero Razza e del presidente Nello Musumeci di affidare alla vigilia di Natale la gestione dell’emergenza (infinita) coronavirus alla manager palermitana dal legame ingombrante in riva allo Stretto, è arrivata nel giro di poche settimane dall’insediamento.

De Luca, unico sindaco di italia che ritiene di aver diritto di ingerirsi nella gestione dell’emergenza coronavirus, attaccando quotidianamente attraverso face book i vertici della locale azienda sanitaria provinciale, non ha avuto esitazione a fare leva sulla “debolezza” della commissaria, non appena questa si è “ribellata” ai suoi voleri.

Tavoli tecnici, la passione di De Luca

Il casus belli è nato dalla convocazione da parte di Cateno De Luca di un tavolo tecnico per sabato 23 gennaio in cui discutere una serie di problematiche relative all’emergenza Covid in città: l’ennesimo convivio – per molti addetti ai lavori – stucchevole e causa di perdita di tempo.

Rifiuti, dati epidemiologici, istituzione Unità di medici per l’assistenza a casa, e banca dati contagiati: questi alcuni dei temi fissati all’ordine del giorno dal sindaco.

Questione di competenze

La commissaria con tono cortese e misurato ha declinato l’invito provando a spiegare a De Luca che il sindaco non ha competenze operative in materia di misure sanitarie e non ne ha, a maggior ragione, in materia di emergenza Covid:

Sono spiacente di dover declinare l’invito a partecipare al tavolo
tecnico convocato dalla Signoria Vostra per la giornata di domani, sabato 23 gennaio. Sul punto, mi corre l’obbligo di precisare che le attività indicate all’ordine del giorno dei lavori del suddetto tavolo riguardano a ben vedere competenze di organizzazione sanitaria istituzionalmente in capo all’assessorato Regionale della Salute anche per il tramite della scrivente
Commissario ad acta.
Pur apprezzando comunque la disponibilità di codesta Amministrazione comunale, come si è fattivamente dimostrato con la frequentissima celebrazione di tavoli congiunti, le attività di cui si chiede di discutere nella riunione della giornata di domani risultano già avviate e/o poste in essere,  attraverso l’Ufficio commissariale di competenza e in sinergia con l’ASP di Messina e le Aziende del Servizio sanitario regionale della provincia.
A parere della scrivente, emerge dalla suddetta convocazione che l’Amministrazione Comunale di Messina intenderebbe discutere nel merito dello svolgimento di attività che, in disparte l’ordinaria organizzazione amministrativa e il riparto di competenze in materia di sanità pubblica (che, come è noto, in forza della c.d. aziendalizzazione del S.S.N., operata fin dal d.lgs 502/1992, è stata sottratta dalle prerogative degli enti locali), risultano già disciplinate dalla normativa emergenziale e dai protocolli ministeriali e regionali fino a questo momento adottati in materia di  emergenza epidemiologica da Covid-19“, ha precisato Maria Grazia Furnari in una nota datata 22 gennaio.

In nessun comune di Italia e di Sicilia, neanche nelle città che hanno mortalità e percentuali di positivi di gran lunga superiore a Messina, i sindaci indicono quasi quotidianamente tavoli tecnici convocando agli orari a loro più graditi i manager delle aziende ospedaliere per discutere di questioni sanitarie.

La manager ha richiamato alla difesa di questo principio di autonomia anche i vertici delle aziende ospedaliere della città: “La presente è rivolta altresì ai Direttori delle altre Aziende Ospedaliere che a maggior ragione, per le peculiari competenze sanitarie a cui assolvono, appaiono avulse dall’iniziativa in commento“, ha precisato, inviando la lettera alle diverse autorità convocate.

Ciò detto, con riferimento alle prerogative di cui all’incarico che rivesto, confermo la mia piena disponibilità a svolgere un attento monitoraggio della gestione dell’attuale Emergenza da parte di tutti gli attori coinvolti”,ha comunque ribadito al sindaco.

L’ira funesta del sindaco esperto di emergenze

Non appena De Luca ha letto la nota del commissario è andato su tutte le furie, come traspare dalle pesanti espressioni usate nella lettera che le ha indirizzato il giorno dopo, 23 gennaio.

Un profluvio di accuse e contestazioni lunghe 6 pagine fitte, fitte: “Prendo atto della Sua rivendicazione di assoluta ed esclusiva competenza sulla gestione dell’emergenza sanitaria, laddove la Signoria sua decide arbitrariamente di escludere l’Amministrazione comunale dal confronto (…) e non posso esimermi dal rilevare che con la sua dichiarazione ha manifestato il totale dispregio nei confronti di questo Sindaco e della sua autorità e dei suoi compiti sicché – a Suo parere – l’avvenuta disciplina delle attività emergenziali impedirebbe a questa Amministrazione di entrare nel merito delle modalità con le quali l’Asp di Messina e il Suo Ufficio Commissariale hanno gestito l’emergenza”, ha polemizzato De Luca. 

Il sindaco non ha potuto contestare il principio di autonomia ma ha insistito su un punto: il diritto a conoscere i dati dei contagi e della situazione degli ospedali:”Forse Lei ha trascurato di considerare, mentre redigeva la nota di rifiuto alla convocazione al tavolo, che i dati relativi all’andamento epidemiologico che si era già impegnata a fornire ed aggiornare, non possono essere omessi al Sindaco che ha adottato una Ordinanza che ha superato per ben due volte il vaglio del giudizio monocratico da parte del Tar  Sicilia, che ha ritenuto che proprio i dati relativi all’andamento del contagio contenuti nelle motivazioni dell’Ordinanza ne legittimassero le disposizioni più restrittive rispetto a quelle di carattere nazionale e regionale. Omettere i  dati che si era impegnata a comunicare, e che Le vengono richiesti anche con la presente, significa impedire al Sindaco di valutare l’efficacia delle misure adottate, impedire al Sindaco di valutare l’eventuale proroga delle stesse o la loro rimodulazione. Significa, in poche parole, impedire al Sindaco di esercitare i propri poteri, privandolo illegittimamente di dati che non possono e non devono essere taciuti”, ha sottolineato De Luca il 23 gennaio, riconvocando comunque il tavolo tecnico per il giorno successivo di domenica 24 gennaio. 

Il primo cittadino ha così diffidato la commissaria a fornirgli giornalmente i dati dei positivi, dei posti letto occupati in degenza ordinaria e in terapia intensiva, concludendo minaccioso:

Si avvisa che la mancata trasmissione dei suddetti dati, che dovranno essere trasmessi entro lunedì 25 gennaio 2021, costituirà espressione di rifiuto che, in quanto tale, verrà denunciato all’Autorità Giudiziaria competente territorialmente anche in applicazione dei principi di cui alla Legge n. 248/2002“. 

 

Il ricatto strisciante

La legge che cita De Luca è quella che ha modificato alcune norme del codice di Procedura penale in materia di rimessione: ovvero quell’istituto in forza del quale per legittimo sospetto di non imparzialità del giudice competente il processo debba essere spostato ad altra sede.

De Luca conosce bene la materia perché quando era sotto processo a Messina per una serie di ipotesi di abuso di ufficio e tentata concussione (processo poi finito con l’assoluzione nel merito per alcuni capi di imputazione e per prescrizione per quello più grave) avanzò appunto  richiesta di rimessione, rigettata dalla Corte di Cassazione.

Il messaggio benché cifrato è chiaro e può essere sintetizzato in questi termini grossolani: tu mi contrasti e io ti denuncio e porto il tuo operato davanti alla valutazione dell’ufficio di Procura diretto da tuo cognato, facendo così diventare concreto il conflitto di interessi e creando un problema allo stesso capo della Procura e ai suoi colleghi di Palazzo piacentini, perché tutti potranno dubitare della loro imparzialità.

La lettera di De Luca reca in calce (stampato) anche il nome e cognome dell’assessore con delega all’emergenza Covid Dafne Musolino, ma risulta firmata solo dal sindaco.

Se la manager….incassa e si prepara a vacillare

La missiva di De Luca ha prodotto i risultati voluti.

Maria Grazia Furnari, sempre nella giornata di sabato 23, incassata la dura rampogna del sindaco, ha ripreso penna e carta e ha riscontrato la nota.

Dopo aver fornito una serie di precisazioni su temi oggetti del tavolo tecnico, la manager ha concluso conciliante ma ferma : “Da ultimo, quale spunto metodologico per la utile prosecuzione delle interlocuzioni istituzionali tra questo ufficio commissariale e il Comune di Messina, rilevo per il futuro che le convocazioni ai tavoli debbono essere preferibilmente celebrate – come già avvenuto il 15 gennaio scorso – dinanzi al Prefetto di Messina e, in ogni caso, condivise e preventivamente concordate sia quanto alla data e all’orario di celebrazione che quanto agli argomenti da porre all’ordine del giorno.
Per dette medesime ragioni, preso atto della ulteriore convocazione di cui alla nota prot. n. 19465 di data odierna, faccio presente che non potrò prendere parte all’incontro fissato unilateralmente per domani, domenica 24 gennaio, manifestandomi disponibile per un ulteriore incontro, ribadisco, da concordare congiuntamente”.

Il ripensamento immediato

Detto e sottolineato, ma non fatto.

Maria Grazia Furnari, infatti, domenica 24 gennaio si è regolarmente presentata al tavolo tecnico convocato unilateralmente da De luca.

E il 25 gennaio, nel termine fissato minacciosamente dal primo cittadino, sul tavolo del sindaco sono arrivati i dati dei contagiati e la situazione dei posti letto.

Appalti e proroghe illegali all’Asp 5: veleni giornalistici sul manager Paolo La Paglia. La sospensione della direttrice amministrativa Catena Di Blasi fondata su motivi opposti a quelli rivelati (in esclusiva) dalla Gazzetta del sud. Che fa sua la suggestiva tesi dietrologica e la confonde con i fatti

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Il direttore amministrativo “sospeso” Catena Di Blasi e il direttore generale Paolo La Paglia

 

La Gazzetta del sud nell’edizione di ieri 27 gennaio del 2021, con un servizio a firma di uno dei suoi migliori giornalisti, ha spiegato – in esclusiva – perché il manager dell’Asp 5 Paolo La Paglia il 6 gennaio del 2021 ha sospeso dalle funzioni il direttore amministrativo Catena Di Blasi: “L’appalto conteso e i veleni dell’asp, il titolo del servizio a firma Nuccio Anselmo. “Ecco la vera storia della gara da dieci milioni di euro al centro di forti contrapposizioni“, l’occhiello. “La direttrice amministrativa dell’ente sanitario Di Blasi sospesa per sei mesi dal D.g. La Paglia, dopo aver detto no alla proroga, ha presentato un esposto in Procura e uno al Giudice del lavoro“, il sommario.

A stare alla versione fatta sua dal giornalista, che infatti non usa il virgolettato e precisa di aver letto le carte, c’è una relazione tra  il “no” della Di Blasi alla firma della proroga del contratto a Engie Servizi Spa, titolare da anni dell’appalto di fornitura di energia elettrica e di manutenzione degli impianti energetici di tutti i presidi ospedalieri dell’Asp 5 del valore di 10 milioni di euro all’anno, e il provvedimento di sospensione (adottato “poco tempo dopo”, secondo la testuale espressione della Gazzetta).

Una ritorsione, in altre parole, portata a segno dal Direttore generale.

Quest’ultimo (chissà per quali oscuri motivi è il sospetto che nasce in chi legge) voleva la proroga del contratto di appalto che per legge – come sosteneva la Di Blasi – non si può fare anche perché era necessario affidare l’appalto a Edison Energy Facility Spa, aggiudicataria nel frattempo di una gara centralizzata Consip. 

Una versione analoga ma in termini più prudenti era stata fornita ai lettori qualche giorno prima dalla testata on line meno autorevole (ma solo perché più giovane) messinatoday.it.

Ora, quali carte abbia letto (nell’interesse dei lettori, ovviamente) il giornalista della Gazzetta del sud e a che ora ciò sia accaduto, non è dato saperlo.

E’ sicuramente smentito dalle carte (in altre parole, falso) che la Di Blasi si sia rifiutata di firmare, poco tempo prima della sospensione, la proroga del contratto con Engie Servizi Spa (ex Cofely Spa).

Basta leggere la delibera datata 24 dicembre 2020, n 3749 per verificare non solo che la proroga dall’1 gennaio al 28 febbraio 2021 è stata decisa dai vertici aziendali, ma che reca la firma della stessa direttrice amministrativa Catena Di Blasi (oltre che del direttore generale e del direttore sanitario Dino Alagna).

In precedenza, altre due proroghe (di 11 mesi complessivi) erano state accordate sempre alla stessa Engie Spa: con delibera del 31 gennaio del 2020 n° 888, sino al 31 luglio 2020, la prima; con delibera 2029 del 24 luglio, sino al 31 dicembre 2020, la seconda.

Entrambe sono state firmate dalla stessa Di Blasi.

E’ logicamente possibile che il manager abbia posto a fondamento della sospensione della direttrice una firma “rifiutata” se invece le firme risultano apposte?

Carta canta…(in esclusiva?)

La Paglia  – da quanto si è verificato – nel provvedimento di sospensione invece alla Di Blasi ha contestato l’esatto contrario. 

Più precisamente, di non aver provveduto – quale responsabile di tutta l’attività amministrativa – a predisporre per tempo e correttamente tutti gli adempimenti amministrativi necessari per firmare il contratto con la società Edison Energy Facility Spa. 

Ciò, da un lato, ha obbligato alla proroga con Engie spa, deliberata appunto il 24 dicembre 2020; e, dall’altro, ha fatto spirare il termine ultimo entro cui era possibile stipulare il contratto con Edison Spa alle condizioni favorevoli di aggiudicazione della gara Consip. 

Quest’ultima proroga contrattuale, vietata di regola dalla legge e fonte di possibile responsabilità contabile e disciplinare del direttore generale di un ente pubblico, è seguita alle altre due. 

 

I problemi tecnici e le proroghe

Il contratto con Engie Spa, infatti, era scaduto il 31 gennaio del 2020. 

Le prime due proroghe iniziali sono state motivate con la necessità di procedere a una serie di adempimenti a carico sia della società subentrante Edison che dell’Asp 5, presupposti essenziali alla stipula del nuovo contratto.

Le gare centralizzate Consip sono standard. Nel momento della stipula del contratto bisogna adattare le varie clausole alle caratteristiche specifiche dell’ente pubblico che deve fruire del servizio appaltato.

 

Cronaca di una pubblica amministrazione inefficiente

E’ il 7 gennaio 2020, 23 prima giorni dalla scadenza del contratto con Engie Spa, quando all’Asp 5 sa che è possibile avvalersi dei risultati della gara Consip.

L’azienda sanitaria vi aderisce il giorno stesso.

Si instaura così un contraddittorio tra società Edison Facility Solutions Spa, aggiudicataria della gara Consip, e l’Ufficio Tecnico dell’Asp 5: è infatti la struttura diretta dall’ingegnere Salvatore Trifiletti, titolare e responsabile di tutta la procedura.

Passano i mesi, ma le problematiche tecniche ed economiche che via via insorgono si risolvono con grandi difficoltà.

Dopo la prima proroga del contratto, si rende necessaria la seconda.

Il 23 novembre 2020 la fumata bianca sembra a un passo.

Dieci mesi per stipulare un contratto di appalto con la società aggiudicataria sono un record.

L’Ufficio Tecnico diretto da Trifiletti, infatti, elabora una proposta di delibera per la stipula del contratto con Edison e la invia al direttore generale La Paglia, avvertendolo che ha quattro giorni di tempo per dare il suo assenso. 

Lo schema di contratto non piace per nulla al Energy Manager, responsabile dell’uso razionale dell’energia nell’azienda.

L’ingegnere Carlo Olivo, dopo aver letto le carte, avanza una serie di rilievi.

Nasce un conflitto tra i due ingegneri.

Il manager La Paglia, contrariato per i ritardi con cui la proposta è arrivata sul suo tavolo e per i tempi stretti (4 giorni) per valutare la stessa e non convinto – alla luce del parere dell’Energy manager – della bontà delle soluzione contenute nel contratto elaborato dall’Ufficio tecnico, non firma.

E’ a questa mancata firma che – ha denunciato successivamente e pubblicamente – ricollega “certi attacchi che gli sono giunti da più parti”.

I tempi stringono. Ma la proposta di delibera rimane immutata.

Il 18 dicembre 2020 l’ingegnere Trifiletti informa il manager La Paglia che il termine ultimo per la stipula del contratto con Edison è il 22 dicembre 2020, trascorso il quale l’azienda decade da questa possibilità.

Qualche giorno prima, Trifiletti aveva prospettato allo stesso La Paglia che, in caso di mancata stipula del contratto, l’azienda avrebbe potuto subire un danno di 2 milioni di euro all’anno.

La Paglia, però, è irremovibile.

Ordina agli uffici di formulare una proposta di delibera per la proroga del contratto con Engie Servizi Spa (ex Cofely Italia), 

Che arriva il 24 dicembre e viene firmata anche da Catena Di Blasi.

Qualche giorno dopo, il direttore generale notifica la sospensione per sei mesi alla Di Blasi che egli stesso aveva nominato un anno e mezzo prima evidentemente perché ne conosceva le competenze tecniche.

Secondo La Paglia, chi è a capo e coordina l’attività amministrativa di tutti gli uffici è il responsabile dei ritardi e degli errori nella procedura che doveva portare alla stipula del contratto con Edison Spa.

 

La difesa della direttrice sospesa

Rimanendo a quelli che sono i motivi su cui la sospensione è fondata, la Di Blasi dal canto suo   – è facile dedurlo dalla ricostruzione della vicenda attraverso alcune delibere –  non avrà difficoltà a sostenere davanti al giudice del Lavoro, dov’è finito il contenzioso, che in realtà gli uffici (ovvero l’Ufficio Tecnico di Trifiletti) avevano partorito la proposta di delibera per la stipula del contratto con Edison Spa il 23 novembre 2020, in tempo assolutamente utile e sufficiente per consentirne l’esame al direttore generale.

Di conseguenza, se la delibera non è stata sottoscritta dal direttore generale – secondo la tesi della Di Blasi – è solamente per sua scelta arbitraria.

In ogni caso, le ipotetiche ed eventuali problematicità di merito in essa contenute che hanno sconsigliato La Paglia dall’esprimere il consenso non sono attribuibili alla sua responsabilità non rientrando nelle sue competenze, ma in quelle di tipo tecnico proprie della struttura di Trifiletti..

 

Quando si confondono lucciole per lampioni

In effetti, a andare indietro nella storia di questo travagliato appalto milionario, Catena Di Blasi un “no” al direttore generale lo oppose.

Era il dicembre del 2019, oltre un anno prima, non “poco tempo prima”.

La Engie Spa a primi del 2019, ad un anno dalla scadenza del contratto, propose di rinegoziare (cosa diversa dalla proroga secca) i termini del contratto. 

Partì così una procedura durata mesi, che impegnò vari uffici dell’Asp 5.

La proposta di Engie Spa includeva lavori di efficentamento energetico di tutti i presidi ospedalieri, la riduzione del canone e, in cambio, l’allungamento di altri 10 anni del contratto.

L’ufficio legale dell’Asp diede il suo via libera alla percorribilità giuridica dell’operazione poiché la rinegoziazione era prevista dalla legge per gli appalti di servizio di energia, ma si rimise tuttavia agli uffici tecnici per la valutazione della convenienza economica della stessa.

L’ufficio tecnico di Trifiletti avanzò forti dubbi. L’Energy Manager Carlo Olivo al contrario espresse tutto il suo favore.

La proposta venne rimodulata da Engie Spa, su richiesta dell’Asp 5.

L’Enea (Ente nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico) diede parere positivo alla convenienza economica dell’operazione.

Il direttore generale La Paglia si convinse della bontà dell’operazione “rinegoziazione”, istituto tuttavia oggetto sotto il profilo giuridico di varie disquisizioni in dottrina e di contenziosi davanti all’Anac, l’Autorità anticorruzione. 

A fine dicembre del 2019 la proposta di delibera di rinegoziazione è pronta: a elaborarla l’Ufficio Economico finanziario diretto da Pietro Frassica e non quello Tecnico, esautorato dalla procedimento dopo aver fatto pervenire – nella prima fase della procedura – dei rilievi negativi.

Catena Di Blasi ritenendo che l’operazione non fosse conforme alle legge nega la sua firma. La stessa posizione la assume l’allora direttore sanitario Domenico Sindoni.

Qualche giorno prima, agli inizi di dicembre, era giunta notizia della possibilità per gli enti pubblici siciliani di avvalersi dei risultati della gara Consip, aggiudicata a Edison Spa.

Il direttore generale avrebbe potuto firmare da solo la delibera essendo il legale rappresentante dell’azienda, ma non se ne assunse la responsabilità.  

La rinegoziazione sfuma. Il rapporto di fiducia e la direttrice amministrativa si incrina.

Parte così la procedura per la stipula del contratto con Edison che ancora non si è conclusa.

 

Dietrologie… sul terreno della follia

C’è una relazione tra il no del dicembre del 2019 della Di Blasi e la sua sospensione decretata da La Paglia a gennaio del 2021?

Cioè è ipotizzabile che il manager l’abbia voluta punire per lo sgarbo subito un anno prima?

E, ancora andando appresso a tesi ancora più dietrologiche, è ipotizzabile che La Paglia nel 2020 abbia artatamente negato la firma alla delibera di stipula del contratto con Edison Spa per legittimare l’ennesima proroga a Engie Spa, con cui già voleva sposare l’Asp 5 12 mesi prima per altri 10 anni? Ed è ipotizzabile lo abbia fatto in modo da scaricare le responsabilità sulla Di Blasi, che invece alla rinegoziazione con Engie Spa si era opposta 12 mesi prima? 

Chi è dalla parte della direttrice amministrativa o “odia” il manager ennese sempre più delegittimato anche dalla campagna di denigrazione portata avanti dal sindaco Cateno De Luca, ritiene che a queste domande si possa o si debba dare una risposta positiva.

A lume di logica, però, per poter sostenere queste tesi è necessario affermarne almeno un’altra.

La Paglia è così coraggioso e freddo che, nonostante sia nell’occhio del ciclone da mesi e mentre è in corso un’ispezione regionale sul suo conto, pur di realizzare questo suo diabolico piano accetta di determinare un danno all’azienda di cui è legale rappresentante e di esporre conseguentemente se stesso a responsabilità erariale e disciplinare. 

Se fosse così, per dirimere il contenzioso tra i due manager non di avvocati  e giudici ci sarebbe bisogno, ma di psichiatri di ottimo livello o forse, meglio ancora, di neuropsichiatri infantili.

 

Difetti di procedura

Il giudice del Lavoro tuttavia potrebbe ordinare la reintegrazione della Di Blasi senza entrare nel merito della fondatezza delle censure mosse da La Paglia (e senza nominare consulenti medico legali).

Infatti – secondo certa giurisprudenza – la sospensione del direttore amministrativo ha natura sanzionatoria e prima di adottarla è necessario consentire alla parte di difendersi esponendo le proprie ragioni. Ciò che nel caso di specie non è accaduto.