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IL CASO: Elezioni universitarie, roulette giustizia. Identico vizio, ma pronunce opposte dagli stessi giudici: il Tar di Catania ammette Gea Universitas di Ivan Cutè assistita dall’avvocato Santi Delia e lascia fuori le altre liste escluse dalla competizione. Proclamazione rinviata in attesa dell’appello al Cga

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L'esultanza di Cutè e dei membri di Gea universitas festeggiano

L’esultanza di Cutè (in alto a destra) e dei membri di Gea universitas

Identico vizio, ma responsi diversi da parte degli stessi identici giudici del Tribunale amministrativo regionale di Catania.

L’associazione Gea Universitas, capitanata da Ivan Cutè e patrocinata dal legale Santi Delia, l’ha spuntata..

Le altre associazioni e una serie di candidati a queste appartenenti, invece, no.

Al momento, infatti, benché siano risultati eletti al termine della tornata del 22 e 23 novembre 2016, l’insediamento di quest’ultimi è bloccato dalle pronunce sfavorevoli degli stessi giudici amministrativi di primo grado, già appellate al Consiglio di giustizia amministrativa

Eppure, la loro esclusione dalle elezioni era fondata sul medesimo vizio di diritto e di fatto di quello di Gea Universitas.

Esclusione per tanti

I vertici dell’ateneo, sulla scorta di un parere dell’Avvocatura dello Stato, infatti, avevano escluso dalla competizione elettorale alcune liste e alcuni candidati per violazione della competenza territoriale dei pubblici ufficiali che avevano autenticato le firme necessarie alle candidature: in altre parole, le firme erano state autenticate da sindaci ma fuori dal territorio di competenza.

E ciò era stato desunto dal fatto che sul modulo prestampato usato per l’autentica era stato apposto dal sindaco il timbro del comune della provincia, ma compariva in calce  la dicitura prestampata “Messina”, che in un atto amministrativo indica il  luogo in cui l’atto si compie.

Partecipazione sub judice

Le associazioni e i candidati esclusi si sono rivolti in massa al Tar per chiedere in via d’urgenza un  provvedimento che consentisse loro di partecipare all’elezione  L’organo della giurisdizione, senza contraddittorio, con decreto presidenziale ante causam, li aveva ammessi tutti.

L’esigenza di allineamento

L’ateneo però dopo le elezioni ha sospeso l’insediamento di tutti gli eletti anche di quelli che non erano stati esclusi per irregolarità in attesa che dal Tar arrivassero lumi più certi: “L’insediamento deve avvenire per tutti nello stesso momento. Devono essere temporalmente allineate se non il rinnovo sarebbe molto problematico”, hanno spiegato il rettore Pietro Navarra e il direttore generale Franco de Domenico.

Dal Tar, dagli stessi giudici, infatti, sono arrivate sinora decisioni contraddittorie: favorevoli solo a Gea Universitas e sfavorevoli a tutti gli altri, che hanno appellato.

La proclamazione può aspettare

Dopo l’ordinanza del Tar che dà ragione all’associazione Gea universitas i suoi candidati eletti negli organi dell’Università di Messina potrebbero essere regolarmente insediati: a partire dal senatore accademico in pectore Andrea Celi.

Tuttavia, l’esigenza di allineamento permane. I vertici dell’ateneo stanno valutando così il da farsì. L’opinione che è prevalsa sinora è che prima di procedere all’insediamendo degli eletti di Gea bisogna attendere che si concluda tutta la fase cautelare al Cga, ciò che avverrà entro 15 giorni. Le udienze sono fissate per il 23 febbraio 2016.

Distrazioni di provincia

Gea universitas, specificamente era stata esclusa dalla competizione elettorale universitaria perché alcune delle firme necessarie alla presentazione della lista risultavano autenticate dal sindaco del comune di Brolo con tanto di timbro comunale su dei moduli su cui era indicato come luogo di autentica la città di Messina.

La stessa discrasia, con autentica di sindaci di altri comuni, aveva portato egualmente all’esclusione di altre liste e candidati.

Unico giudice: due pesi e due misure

I giudici Vincenzo Vinciguerra (presidente), Dauno Trebastoni (estensore delle pronunce), e Maria Agnese Barone, occupandosi di quest’ultimi hanno scritto: “Il ricorso appare infondato, in relazione alla circostanza che nel caso di specie è stato violato il principio della competenza del pubblico ufficiale”, hanno motivato nelle ordinanze pronunciate tra dicembre 2016 e gennaio 2017. La convinzione dei tre giudici era così forte che ogni rigetto è stato corredato da una condanna alle spese di 700 euro.

Quando qualche tempo dopo, però, si sono occupati di Gea Universitas il giudizio è diametralmente cambiato: l’indicazione di Messina sul modulo prestampato è diventato un mero errore materiale.

Scrivono i giudici l’8 febbraio 2017 nella motivazione dell’ordinanza cautelare che riguarda Gea Universitas:”Il fatto che il Sindaco autenticante abbia lasciato, in calce al “precompilato” modulo di autenticazione, l’indicazione “Messina”, appare più frutto di errore materiale, probabilmente legato alla disposizione dell’Università, a sua volta fondata sulla erronea supposizione che l’autenticazione delle firme sarebbe certamente avvenuta a Messina, secondo cui il modulo non andava modificato”.

Anche perchè, ha specificato ancora il Tar,  “sul contestato modulo il Sindaco di Brolo ha apposto il timbro del Comune, e tale circostanza rende del tutto verosimile che l’autenticazione sia avvenuta a Brolo”. Esattamente ciò che è accaduto anche in tutti gli altri casi in cui, però, il Tar aveva rigettato

Santi Delia, l’avvocato vincente

L’avvocato di Gea Universitas Santi Delia si è battuto come al solito con grande determinazione e abilità e ha ottenuto i ringraziamenti pubblici di Ivan Cutè.

Delia, ha depositato al Tar un’ “apposita dichiarazione” rilasciata dal sindaco di Brolo, Irene Ricciardello, “nella qualità” (e, quindi, come pubblico ufficiale, ndr) “confermante la circostanza” (cioè che l’autenticazione l’ha fatta  a Brolo e che solo per errore e non alterare il modulo ha lasciato la dicitura Messina, ndr): dichiarazione questa, che i giudici usano nella motivazione per puntellare la decisione favorevole a Gea.

La stessa dichiarazione, da parte dei sindaci di altri comuni, era stata depositata anche nei ricorsi rigettati.

Il precedente confortante

L’avvocato Gianclaudio Puglisi, che ha patrocinato i candidati eletti ma bocciati dal Tar di Catania, commenta: “L’ultima decisione del Tar su Gea universitas per noi è un precedente importante da giocare davanti al Consiglio di giustizia amministrativa nelle prossime settimane”.

 

 

 

Policlinico, il direttore amministrativo Giuseppe La Ganga scelto come commissario straordinario. Ma il direttore sanitario Giovanna Volo segue le orme del direttore generale Marco Restuccia e si dimette

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Giuseppe La Ganga

Giuseppe La Ganga

Il Policlinico universitario di Messina ha il sostituto del direttore generale Marco Restuccia che si è dimesso lo scorso 30 agosto. Nei prossimi giorni il presidente della regione Rosario Crocetta, salvi colpi di scena dell’ultimo momento, nominerà commissario straordinario Giuseppe La Ganga, da 5 anni direttore amministrativo dell’azienda universitaria.
Tuttavia, la struttura sanitaria più grande della città perde il direttore sanitario. Giovanna Volo, infatti, nella giornata odierna ha rassegnato le dimissioni. La sessantenne nissena ha inviato una lettera di ringraziamento a tutto il personale, ai docenti, e al rettore dell’ateneo Pietro Navarra.
Se le dimissioni di Restuccia sono state ufficialmente motivate da ragioni personali di salute, quelle di Giovanna Volo sono al momento top secret.
Secondo alcune indiscrezioni, sarebbero legate proprio alla decisione adottata dai vertici universitari, di concerto con l’assessore regionale alla Sanità, di nominare Giuseppe La Ganga come commissario straordinario.

Giovanna Volo

Giovanna Volo

Test professioni sanitarie, nuovo pasticcio: 36 candidati «scomparsi» a Messina. I vertici dell’ateneo: “Chiara responsabilità del Cineca”

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università di messina

Avevano partecipato alle prove di ammissione ai 12 corsi di laurea a numero chiuso per le professioni sanitarie dell’ateneo di Messina, ma di loro si era persa ogni traccia. Trentasei aspiranti fisioterapisti, logopedisti, infermieri, radiologi e ostetrici, accomunati dall’aula (317) in cui avevano preso posto, hanno brancolato nel buio come fantasmi per giorni. Il loro nome e cognome non figurava né tra i 506 vincitori, né tra i restanti mille e 400 candidati bocciati. «Che fine ho fatto?», si è chiesto ciascuno di loro dopo aver letto e riletto decine di volte la graduatoria pubblicata sul sito dell’Università due giorni dopo il concorso, tenutosi il 4 ottobre. Le telefonate di protesta all’ateneo e quelle al Cineca, il consorzio interuniversitario con sede a Bologna a cui era stata affidata la preparazione e la correzione delle prove, sono valse solo a innescare il gioco dello scaricabarile e contatti frenetici e ricchi di tensione tra ateneo e Cineca. Otto giorni dopo, i «desaparecidos» del concorso sono stati ritrovati e l’ateneo di Messina non ha avuto scelta. Il 14 ottobre è stato, infatti, costretto ad annullare la graduatoria già pubblicata e a comunicarlo ai vincitori ai quali è stata annunciata la pubblicazione di una nuova graduatoria che conterrà, questa volta, i punteggi di tutti i candidati. Gli effetti? C’è chi, già immatricolato, perderà il diritto a frequentare i corsi di laurea; e chi, invece, fantasma per 8 giorni, lo riacciufferà. L’ennesimo pasticcio, insomma, destinato a scatenare altre polemiche sulla regolarità dei test di ammissione a Medicina, oggetto in passato in tutt’Italia di sentenze di annullamento da parte dei giudici per violazione dell’anonimato. Il ritrovamento delle prove dei 36 candidati scomparsi non risolve il mistero su cosa sia realmente accaduto. La ricostruzione dei fatti e l’individuazione delle responsabilità mette ora l’uno contro l’altro l’ateneo guidato dal rettore Pietro Navarra e l’ente che ha il monopolio nell’organizzazione dei test in campo sanitario e universitario, già un anno fa nell’occhio del ciclone per un clamoroso scambio di quiz.

Resa dei conti

Per i vertici dell’ateneo di Messina la responsabilità è tutta del Cineca. Dalla Sicilia è partita una lettera di diffida e messa in mora per danni patrimoniali e d’immagine all’indirizzo dei vertici del consorzio che impiega 700 dipendenti e incassa 100 milioni di euro all’anno di risorse pubbliche. Il direttore generale dell’ateneo di Messina, Francesco De Domenico, non nasconde la rabbia: «L’errore del Cineca è chiaro e gravissimo e non può essere dovuto ad altro che a superficialità. Si sono dimenticati di correggere le prove di 36 candidati. Una cosa incredibile che adesso ci esporrà ai ricorsi di chi pur immatricolato rimarrà fuori e a danni di immagine». La ricostruzione del Cineca, invece, è diversa e dà la responsabilità all’ateneo che ha pubblicato una graduatoria – come precisa l’ufficio stampa – «basata su dati parziali»: «Tutti i compiti sono stati valutati subito. Quello che è successo è che la qualità della stampa di un piccolo lotto di etichette ha interferito con l’assegnazione automatica del compito al rispettivo candidato. E’ stato necessario fare tutte le opportune verifiche prima di consegnare all’ateneo la graduatoria definitiva», spiega una nota dell’ufficio stampa. Il direttore generale De Domenico replica a muso duro: «Questa ricostruzione è illogica e si scontra con i fatti. Non ci sono stati mai comunicati problemi nella correzione. Non si capisce che senso avesse trasmetterci una graduatoria che non poteva essere pubblicata».

Il precedente

Il Cineca era finito nella bufera in occasione del concorso per l’ammissione alle Scuole di specializzazione in medicina, svolte a fine ottobre del 2014. Uno scambio di quiz aveva costretto il Ministero dell’Università ad annunciare l’annullamento e la ripetizione delle prove cui avevano partecipato 12mila medici. Poi, qualche giorno dopo, le prove sono state salvate. Ma il contenzioso davanti ai giudici amministrativi che ne è derivato è stato imponente. Tre recenti sentenze del Consiglio di Stato hanno posto le basi per l’annullamento del concorso. A suo tempo il presidente del Cineca, Emilio Ferrari, aveva annunciato le dimissioni ma è ancora al suo posto.

Il salvataggio

Il 26 maggio del 2015 il Consiglio di Stato aveva stabilito che fosse illegale e contrario alle regole di libera concorrenza che gli atenei e il Miur affidassero senza gara (in house) la preparazione e la correzione dei test all’organismo interuniversitario: «In barba a quanto vorrebbe la legislazione, il Cineca non è interamente pubblico: sono soci oltre al Miur e a 70 atenei pubblici anche Università private; i singoli atenei poi non hanno un controllo analogo a quello che hanno sui loro servizi», avevano motivato i giudici. Il Cineca è stato salvato grazie ad alcune disposizioni inserite in un decreto legge sugli enti territoriali varato dal Governo Renzi il 19 giugno del 2015. Queste norme hanno recepito con un anno e mezzo di anticipo rispetto al termine ultimo del 31 dicembre del 2016 una direttiva europea che segna un cambio di orientamento rispetto ai principi già affermati dalla giurisprudenza comunitaria e italiana in materia di affidamento diretto a società in house.

pubblicato su Il corriere.it

Borse Medicina, pasticcio senza fine: I bocciati querelano la Giannini per omissione in atti d’ufficio. Il Consiglio di Stato ha ordinato la riammissione di 300 ricorrenti ma il Miur fa muro

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Interrogazioni parlamentari, mozioni di sfiducia al ministro e, ora, una denuncia penale. Il primo concorso nazionale per le scuole di specializzazione di medicina dell’ottobre scorso segnato dall’incidente delle domande scambiate per errore dal Cineca non smette di sollevare polemiche e ricorsi. Il Consiglio di Stato ha ordinato la loro immatricolazione. Il ministero dell’Istruzione, però, non ha nessuna intenzione di consentire a 300 medici bocciati di immatricolarsi insieme ai 5mila colleghi ammessi ai corsi di specializzazione universitaria e di percepire così le borse da 2 mila euro mensili per 5 anni. Il ministro Stefania Giannini lo ha ribadito mercoledì 6 maggio al Senato, nonostante la richiesta di dimissioni avanzata da M5S, Lega e Forza Italia che la ritengono «responsabile di tutti problemi organizzativi e delle irregolarità procedurali e di gestione che hanno caratterizzato il concorso». Nell’occasione, la ministra ha annunciato che il nuovo bando verrà pubblicato la prossima settimana e prevederà 6mila e 600 borse, mille in più dello scorso anno. Le prove si terranno entro il 31 luglio.

Grimaldelli
I tecnici del ministero hanno trovato il grimaldello giuridico per eludere la pronuncia del massimo organo di giustizia amministrativa del 27 marzo scorso: si chiama trasposizione del giudizio davanti al Tribunale amministrativo del Lazio. In parole semplici, poiché la pronuncia è arrivata su ricorso straordinario al Capo dello Stato, il ministero invece di darvi corso ammettendo i ricorrenti chiede che la causa torni al giudice di primo grado. In questo modo – secondo gli esperti giuridici del ministero – l’obbligo di immatricolare viene sospeso.

Alla lotteria dei giudici
L’esito del giudizio dinanzi al Tar, alla luce di quanto accaduto sinora, dovrebbe essere scontato: l’organo amministrativo di primo grado, infatti, ha rigettato (senza un rigo di motivazione) con ordinanze cautelari tutti i 4 mila ricorsi presentati da candidati delusi, che dopo la pronuncia del Consiglio di stato (allo stesso modo, priva di motivazione) erano tornati a sperare.

La reazione
La strategia del Miur ha mandato su tutte le furie i 300 medici che hanno organizzato per il 14 maggio un sit in. Ma non si sono fermati a questo. Alcuni di loro, secondo quanto trapelato, hanno chiesto ai magistrati della Procura di Roma di verificare se nel comportamento del Miur ci siano gli estremi della responsabilità penale per omissione in atti d’ufficio o per inosservanza ad un provvedimento dell’autorità giudiziaria.

Il precedente
Il Miur non ha neppure autorizzato i vari atenei a dare seguito alle pronunce del Tar favorevoli ai medici vincitori del concorso ma «vittime» del sistema beffardo di distribuzione dei posti. Pur aspirando a diventare, ad esempio, pediatri, sotto la spada di Damocle di non potersi iscrivere a nessuna scuola di specializzazione perché i posti nella scuola preferita si sarebbero esauriti dopo gli scorrimenti, avevano accettato con una decisione assunta in poche ore di iscriversi a quella, sempre per fare un esempio, di cardiologia di una città lontana centinaia di chilometri dal luogo di residenza. I posti in realtà – si è scoperto dopo – c’erano. I giudici hanno sancito il diritto di questi medici di spostarsi nella scuola preferita. Sinora, però, le sentenze sono rimaste lettera morta.

Anomalie in concorso
Ricorsi, interrogazioni e mozioni di sfiducia si basano tutte sulla premessa che il concorso 2014 è stato viziato da una grave irregolarità: lo scambio dei quiz destinati all’area clinica con quelli per l’area medica. Inizialmente il Miur aveva detto che le prove sarebbero state ripetute. Poi la commissione incaricata di validare le domande aveva accertato che, essendo i settori scientifico disciplinari in larga parte comuni, i quesiti proposti erano equivalenti stabilendo di conseguenza che, sia per l’una sia per l’altra area, 28 domande su 30 fossero valide. Ma gli incidenti non finiscono qui. Tra le domande somministrate ai candidati, ce n’era una di endocrinologia: la risposta considerata valida era errata per stessa ammissione del Miur. La soluzione? E’ stata considerata valida sia la risposta corretta che quella errata. Inoltre, per un’anomalia del software su piattaforma Java ideato dal Cineca, se il candidato dopo aver spuntato una delle 4 possibili risposte a ognuna delle domande poste sulla sinistra, spostava il puntatore e cliccava, inavvertitamente, nella parte della pagina bianca a destra si spuntava un’altra risposta che prendeva automaticamente il posto di quella scelta. Se il candidato non se ne avvedeva e dava la conferma, finiva per rispondere in maniera diversa da come avrebbe voluto.

 

Dal corriere.it

Inchiesta Campus, la sentenza conferma: ‘Ndrangheta e Università estranei ai fatti. Montagnese “un millantatore”

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Domenico Montagnese

Domenico Montagnese

Fu denominata Campus ma con l’Università di Messina non aveva nulla a che vedere. E neppure con la ‘ndrangheta, come faceva pensare l’aggravante del metodo mafioso contestato dalla Procura di Messina e un comunicato stampa preludio di un’affollatissima conferenza della Dia di Messina.

Questo dato era già negli atti dell’inchiesta coordinata dal sostituto Liliana Todaro, ma adesso c’è il sigillo di una sentenza di primo grado.

Il Tribunale di Messina ha condannato  a 10 anni e sei mesi di reclusione Domenico Montagnese, ritenuto l’emissario della ‘ndrangheta in riva allo Stretto, ma per traffico di influenze illecite attraverso il millantato credito e, soprattutto, per usura ed estorsione (in concorso con D’arrigo che si è beccato 3 anni e 8 mesi di reclusione) ai danni di un imprenditore che nulla aveva a che spartire con l’ateneo.

Il cinquantatreenne noto per il suo modo stravagante di vestire aveva incassato del denaro garantendo ad alcuni aspiranti medici il superamento del test di Medicina e ad altri candidati la promozione in altri concorsi banditi dalla pubblica amministrazione: candidati, però, sempre puntualmente bocciati. Non c’è mai neppure il tentativo di truccare le prove di un concorso .

Il collegio presieduto da Massimiliano Micali ha escluso l’aggravante mafiosa per Montagnese.

I giudici hanno pure escluso, come riteneva l’accusa, che Montagnese si sia associato per commettere una lunga serie di reati con Dino Galati  Rando, ex consigliere provinciale di Messina e con Marcello Caratozzolo, docente di Economia dell’ateneo peloritano, i due imputati eccellenti dell’inchiesta, sfociata il 5 luglio del 2013 nei clamorosi arresti dei tre.

Dino Galati Rando, titolare di una serie di scuole private, è stato condannato a un anno e 4 mesi di reclusione per scambio politico elettorale: è stato riconosciuto colpevole di aver promesso (con l’intermediazione di Montagnese) in occasione delle elezioni del 2012 il rilascio di un certificato di inidoneità al quinto anno di scuola superiore in cambio di 12 voti a Taglieri Alessandra, condannata a un anno.

Al docente Marcello Caratozzolo è stata inflitta una pena di due anni e 8 mesi per Traffico di influenze illecite in concorso con Montagnese, che millantava ma poi non manteneva le promesse.

Condannato a 5 anni per usura Massimo Pannaci, altro “approfittatore” della condizione di difficoltà dello stesso imprenditore preso di mira da Montagnese e D’arrigo.

Per arrivare alla conclusione che la ‘ndrangheta e l’Universita di Messina non c’entrassero nulla sono stati necessari due anni di dibattimento. Eppure, bastava leggere le carte dell’inchiesta per capire che il messaggio veicolato in conferenza stampa e fatto proprio da tutta la stampa nazionale, quello che voleva le mani della ‘ndrangheta sui concorsi universitari a Messina, era falso.

 

Ecco di seguito il corsivo a firma di Michele Schinella apparso su Centonove il 12 luglio del 2013, 7 giorni dopo gli arresti e qualche giorno prima che il Tribunale del Riesame assestasse un primo colpo all’impianto accusatorio, ordinando la libertà per Galati Rando e Caratozzolo.

 

CONFERENZE PUBBLICITARIE

“UNIVERSITAʼ di Messina, le mani della ndrangheta sugli esami e sui test di ammissione a Medicina”.Il comunicato e la conferenza stampa della Dia di Messina di venerdì 5 luglio sono rimbalzati su tutti i giornali nazionali. Se nʼè occupata a sette colonne persino la Gazzetta Prealpina. Si sono evocato omicidi irrisolti e indagini su rettori morti . Non ci poteva essere peggiore battesimo per il nuovo rettore Navarra. E non ci poteva essere peggior danno per lʼateneo di Messina alle prese con problemi finanziari enormi e con lʼeredità di un recente passato scandito da processi per concorsi truccati. Danno ingiusto perchè non fondato sui fatti ma solo sul fumo. NellʼUniversità di Messina ci sono decine di concorsi truccati, ci sono docenti che vengono minacciati, cʼè diffusa la prassi delle raccomandazioni: sono tutti fenomeni che questo giornale ha raccontato nei suoi 20 anni di vita. Ma la  tesi veicolata dalla Dia e fatta propria in maniera acritica dai media, che pure dovrebbero cercare la verità, non sempre coincidente con quella raccontata nelle conferenze stampa da inquirenti e magistrati in cerca di pubblicità. Le carte dicono che Montagnese è come Totò che cerca di vendere la Fontana di Trevi: non ha nessuno strumento per alterare i test di ammissione a Medicina e non cʼè nessuna organizzazione alle sue spalle: si muove solitario e millanta credito tentando di speculare sullʼingenuità ignorante di chi vuole un figlio medico e pensa che con i soldi si può tutto. Se Montagnese avesse gli strumenti e le coperture evocate, considerati gli interessi che si muovono dietro i test, non li userebbe per poche migliaia di euro. La ʻndrangheta è unʼorganizzazione seria ed efferata. Talmente seria che, considerato il suo modo appariscente e sbracato di muoversi, a Montagnese non affiderebbe nessun incarico. Dipinto come un boss potentissimo ha consentito a magistrati ed inquirenti di ottenere gli elogi, preludio di promozioni, dal ministro della Giustizia. Unʼoperazione mirabile. Complimenti.

Lavori ai Cappuccini, la procura indaga sull’ateneo ma i consiglieri Lo Presti e Sturniolo se la prendono con Buzzanca e Accorinti. Il vantaggio per Palazzo Zanca scambiato per danno erariale

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da sin, Tomasello, Buzzanca, Bonanno, Trommino e Cardile

da sin, Cardile, Trommino, Bonanno, Buzzanca e Tomasello

Quattrocentocinquamila euro per poter usare un impianto sportivo per 5 giorni. La procura di Messina, nell’ambito dell’inchiesta sugli sprechi dei Campionati nazionali universitari, ha sequestrato delibere e convenzioni per verificare l’illiceità penale della condotta dei vertici dell’ateneo di Messina: l’Istituzione universitaria ha anticipato 900mila (e dovrebbe sborsare, alla fine, la metà della somma) per ristrutturare e mettere a norma il campo di atletica dei Cappuccini di proprietà, però, del Comune, in modo da poterlo utilizzare giusto i giorni della kermesse (di cui era peraltro titolare il Cus), tenuta tra il 22 e il 27 maggio del 2012.

I consiglieri comunali eletti nella lista dei sindaco Renato Accorinti Cambiamo Messina dal basso, Nina Lo Presti e Gino Sturniolo, invece, usando la parolina magica “danno erariale” , se la prendono con l’ex sindaco Giuseppe Buzzanca e il suo capo di gabinetto Antonio Ruggeri, che hanno stipulato a dicembre del 2011 con il rettore Franco Tomasello e il direttore amministrativo Pino Cardile la convenzione in forza della quale l’ateneo, accendendo un mutuo al Credito sportivo, avrebbe pagato interamente lavori e, poi, il Comune avrebbe rimborsato la metà della rate sostenute dall’Università: qualcosa come 30mila euro all’anno a partire dal dicembre del 2012.

Palazzo Zanca sinora non ha pagato neppure una rata e non ha ancora stanziato in bilancio le somme necessarie a coprirle, tanto che ora il debito è diventato un debito fuori bilancio che l’amministrazione ha inserito nel piano di riequilibrio, la cui approvazione (rimessa al Consiglio comunale) significherà il riconoscimento dello stesso.

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Proprio per questo, i due consiglieri attaccano pure (una costante, qualunque sia la materia in discussione) l’amministrazione comunale guidata da Accorinti, “approssimativa e superficiale nel valutare la natura dei debiti che si sono formati in anni di gestione spregiudicata e creativa della finanza locale, che denotano un atteggiamento assolutorio e politicamente sterilizzato e  neutrale, che non considera la condizione deficitaria nella sua dimensione reale”.

IL VANTAGGIO PER IL COMUNE

Eppure, se c’è un ente che ha avuto vantaggio dall’operazione, già solo in termini di risparmio, questo è stato palazzo Zanca e, quindi, tutti gli atleti messinesi, molti rappresentati da Nino Urso, ex consigliere comunale e presidente della Fidal, la Federazione atletica leggera, nonché marito della consigliera Lo Presti. La comunità messinese si è ritrovata con una struttura sportiva, da anni in abbandono, totalmente ristrutturata in poche settimane con una spesa ridotta della metà e in più diluita in rate di 30mila euro all’anno per 15 anni. Non si capisce – a leggere l’interrogazione dei due consiglieri fondata – in base a quale valutazione politica e giuridica, visto che i lavori sono stati fatti e per contro se non fossero stati fatti la struttura si sarebbe ulteriormente degradata costringendo alla chiusura (con reale danno erariale), l’amministrazione Accorinti dovrebbe non riconoscere il debito nei confronti dell’ateneo.

IL POTERE DEI DIRIGENTI

Il debito non è stato mai inserito in bilancio (quello preventivo del 2012, predisposto non dalla Giunta Buzzanca dimissionaria, ma dal commissario Luigi Croce)  perché è nato un conflitto di competenza (negativo) tra due dirigenti, quello allo Sport (Salvatore De Francesco) e quello alla Manutenzione (Francesco Aiello) che si sono rimpallati sinora la responsabilità e non hanno mai istruito la proposta da sottoporre alla Giunta e al Consiglio, esponendo così il Comune alla richiesta degli interessi moratori che, tuttavia, il direttore generale Franco De Domenico nel richiedere l’adempimento della convenzione non ha domandato.

LA SPADA DI DAMOCLE

Il rettore Tomasello sottoscrisse l’accordo sotto la spada di Damocle della brutta figura: senza un impianto di atletica a norma, infatti, i Campionati, assegnati a Messina già dall’anno precedente, sarebbero saltati. Che l’impegno economico da parte dell’ateneo per una struttura di proprietà comunale fosse al limite se non oltre le regole di contabilità dello Stato ha consigliato di prevedere nella convenzione che l’ateneo avrebbe avuto un altro vantaggio dalla spesa sostenuta: gli studenti universitari da quel momento avrebbero potuto avere libero e gratuito accesso all’impianto. L’accesso ai Cappuccini formalmente è a pagamento ma di fatto l’entrata è libera e gratuita per tutti.

I CAMPIONATI DELLO SPRECO

Oltre ai 900mila euro anticipati dall’Università per l’impianto dei Cappuccini,  all’esame del pm Antonio Carchietti, è finita l’allegra organizzazione dei Campionati nazionali universitari, affidata al Cus alla vigilia dell’estate del 2012 nonostante i 4 milioni di euro di deficit.

La manifestazione, costata 800mila euro, è passata alla storia non tanto per le gesta di centinaia di atleti arrivati da tutt’Italia per cimentarsi in 20 discipline sportive, ma per le spese «folli». Dai 15mila euro (per una settimana di lavoro) ai 5 addetti stampa, reclutati benché fosse stata ingaggiata un’agenzia di comunicazione costata a sua volta 14mila euro; passando alla cena di inaugurazione da nababbi (30mila euro); per finire alle spese per una serie di appalti per servizi, affidati – secondo l’ipotesi degli inquirenti – senza regolare gara a prezzi più alti di quelli di mercato.

La kermesse ha finito per aggravare il deficit del Cus che poco tempo dopo è stato messo in liquidazione.

Per coprire i costi della manifestazione l’allora assessore al Turismo del Governo regionale di Raffaele Lombardo, Daniele Tranchida, docente egli stesso dell’ateneo, aveva promesso dapprima 500mila euro; poi, in extremis, il giorno prima dell’inizio della manifestazione, aveva firmato un provvedimento da 150mila euro di risorse a disposizione del suo ufficio per il sostegno alle iniziative turistiche. Dalla regione Sicilia, però, non è arrivato neanche un euro.

Medicina, il Consiglio di Stato sconfessa il Tar Lazio e ammette alla scuole di specializzazione 300 candidati bocciati. Tornano a sperare in 7mila

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mediciIl Tribunale amministrativo del Lazio aveva ritenuto che il concorso si fosse svolto regolarmente. Il Consiglio di Stato invece l’ha pensata in maniera diametralmente opposta. Nella giornata di oggi, 300 medici bocciati alle prove per l’accesso alle scuole di specializzazioni tenute il 28, 29, 30 e 31 ottobre hanno riacciuffato il diritto a formarsi nei vari Policlinici universitari italiani, compreso quello di Messina.

L’organo di giustizia amministrativa d’appello, in via cautelare, dando retta alla tesi del legale messinese Santi Delia e del romano Michele Bonetti, ha invece ritenuto che ci siano fondati motivi per considerare illegittimo il concorso bandito dal ministero. In palio c’erano 5mila borse da 1.800 euro al mese per 5 anni alla cui assegnazione hanno concorso 12mila medici.

Dopo questa pronuncia, tornano a sperare 7mila candidati bocciati che con ricorsi collettivi si sono rivolti ai giudici amministrativi per ottenere l’ammissione in sovrannumero  oppure la ripetizione della selezione. Nelle scorse settimane, il Tar del Lazio con una serie di pronunce di rigetto, aveva spento le loro speranze di ripescaggio e aveva fatto tirare un sospiro di sollievo al ministro dell’Università Stefania Giannini. Adesso, in Viale Trastevere, i dirigenti, già bocciati sulle modalità in cui avevano organizzato il test di ammissione alla facoltà Medicina, tornano a sudare freddo.

Per la prima volta su base nazionale, le prove erano state costellate da anomalie e contrattempi, su cui il ricorso vincente (e quelli perdenti in primo grado) sono stati fondati.

Lo scambio delle prove

Il primo novembre, a 24 ore dall’ultimo dei 4 giorni di prove, il Ministero aveva comunicato che, a causa di un problema tecnico, è stata rilevata «una grave anomalia nella somministrazione delle prove scritte del 29 e del 31 ottobre» che sarebbero state ripetute. I quiz destinati all’area clinica con quelli per l’area medica. Chi si aspettava un quiz di cardiologia, gastroenterologia e pneumologia per accedere a corsi di formazione specifici per l’Area Medica si è trovato ad affrontare quello per l’Area dei Servizi Clinici (con quesiti di biochimica, genetica e medicina del lavoro) e viceversa. Due giorni dopo, il ministro Giannini aveva però annunciato il dietrofront: «I test sono salvi. E’ stata trovata la soluzione». Che cosa era accaduto? La commissione incaricata di validare le domande del quiz, riunita d’urgenza, aveva accertato che, essendo i settori scientifico disciplinari in larga parte comuni, i quesiti proposti ai candidati per l’Area Medica (29 ottobre) e quella dei Servizi Clinici (31 ottobre) erano sostanzialmente equivalenti stabilendo di conseguenza che, sia per l’una sia per l’altra Area, 28 domande su 30 fossero valide ai fini della selezione.

Il baco informatico.

A distanza di una settimana è venuta alla luce l’anomalia del software su piattaforma Java ideato dal Cineca. L’anomalia, scoperta partendo dalle testimonianze di molti partecipanti, è stata provata con una simulazione con un software in tutto e per tutto uguale a quello usato per il test che ha mostrato come, dopo aver spuntato una delle 4 possibili risposte a ognuna delle domande poste sulla sinistra, spostando il puntatore e cliccando, magari inavvertitamente, nella parte della pagina bianca a destra si spuntava un’altra risposta che prendeva automaticamente il posto di quella scelta. Se il candidato non se ne avvedeva e dava la conferma, finiva per rispondere in maniera diversa da come avrebbe voluto.

 

Al diavolo l’anonimato.

Sulla scorta delle testimonianze dei candidati e dei verbali delle prove i legali hanno denunciato irregolarità di vario tipo che hanno – secondo loro – messo a rischio l’anonimato: dall’assenza di vigilanza, all’uso di cellulari, ai pc rimasti collegati ad internet, al lavoro di gruppo, a casi di black out.

Università di Messina, il Consiglio di Stato ammette al corso d’Infermieristica altri due studenti bocciati al test di settembre del 2014. Sale a 35 il numero dei “miracolati” dall’ostinata violazione dell’anonimato

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foto infermieriA luglio del 2014 i giudici amministrativi, annullando le prove di ammissione a Medicina dell’aprile precedente, avevano stabilito che fosse causa di violazione dell’anonimato. Tuttavia, il codice alfanumerico è comparso sui fogli risposta dei test di ammissione alle professioni sanitarie (fisioterapia, logopedia ecc), tenuti a settembre, due mesi dopo. Con gli stessi effetti.

L’Università di Messina, infatti, dovrà fare spazio ad altri due studenti bocciati alle prove di ammissione ai corsi di laurea nelle professioni sanitarie.

Sono gli ultimi di due di un gruppo di 35 candidati che all’esito (negativo per loro) delle prove tenute a settembre del 2014 si sono rivolti ai giudici amministrativi. Trentatre sono stati subito ammessi dal Tribunale amministrativo regionale del Lazio, che ha ravvisato nello svolgimento del concorso la violazione dell’anonimato. Ai due aspiranti infermieri, invece, il ricorso fondato sugli stessi identici motivi, è stato rigettato da altra sezione dell’organo di giustizia amministrativa di primo grado. I due, assistiti dai legali Santi Delia e Michele Bonetti (difensori di tutti gli altri bocciati ammessi dal Tar), hanno fatto appello al Consiglio di Stato che ieri, 18 marzo 2015, ha ristabilito l’uniformità di giudizio, ordinando l’ammissione ai corsi di laurea.

La violazione dell’anonimato è stata determinata dalla presenza sui fogli delle risposte e sulla scheda anagrafica dei candidati del codice alfanumerico abbinato a ciascun candidato accanto a quello a barre. Il codice, benché  inutile, era stato inserito dal Cineca, l’organismo pubblico che cura per conto del Miur la preparazione del test di accesso al corso di Laurea a Medicina e Chirurgia, svolto per l’anno accademico 2014/2015 ad aprile del 2014.

La preparazione dei test di ammissione ai corsi di laurea delle professioni sanitarie è affidata ai singoli atenei che in genere si sono sempre affidati a ditte private

IL FESTIVAL DELL’ERRORE

Mentre la gran parte delle Università ha continuato a commissionare le prove a società specializzate, alcuni atenei, tra cui quello di Messina, per la preparazione delle prove di accesso all’anno accademico 2014/2015 si sono rivolte al Cineca.

Benché già in estate del 2014 erano state pubblicate dai vari Tar italiani pronunce da cui risultava che la presenza del codice alfanumerico accanto a quello a barre fosse causa di violazione dell’anonimato, sui fogli test preparati per le professioni sanitarie è continuato a comparire il medesimo codice alfanumerico, come se nulla fosse, senza che né i funzionari del Cineca né i funzionari degli atenei committenti (oltre Messina, Sassari, Federico II e Seconda Università di Napoli, Genova e Catanzaro) si rendessero conto che le prove non avrebbero superato il vaglio dei giudici amministrativi.

Il codice alfanumerico era costato già in estate l’invalidamento del test di ammissione a Medicina e chirurgia consentendo così a 10mila persone in più rispetto a quanto fosse stato programmato di accedere in tutte le Università d’Italia al corso di Laurea più ambito.

Taglio ai Dipartimenti universitari, 4 sigle di docenti contro il rettore Navarra: “Limita la democrazia”. La replica del prorettore Saitta: “E’ il contrario. Misura necessaria per estendere la partecipazione”

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Il rettore dell'Università di Messina Pietro Navarra

Il rettore dell’Università di Messina Pietro Navarra

Il motivo della contestazione è il dimezzamento dei Dipartimenti universitari imposto dal nuovo Statuto che – secondo l’annuncio del rettore Pietro Navarra – dovrà avvenire entro il 20 maggio del 2015 e porterà i Dipartimenti dagli attuali 21 a 12, obbligando i mille e 400 docenti dell’atteneo messinese a rimescolarsi per la seconda volta negli ultimi due anni.

L’accusa di fondo è di tradimento del programma politico e dello spirito democratico declamato durante la vincente campagna elettorale del maggio del 2013.

Quattro organizzazioni di docenti universitari, alcune della quali criticarono duramente la gestione autoritaria dell’ex rettore Franco Tomasello, sfidano sul terreno della trasparenza e della partecipazione della comunità accademica ai processi decisionali, Pietro Navarra, l’economista successore del neurochirurgo di cui fu braccio destro per otto dei nove anni di mandato.

Andu, Cipur, ConPass e Rete29Aprile, infatti,  non solo “ritengono imperscrutabili le ragioni ed i motivi di una così drastica rimodulazione che costringerà centinaia di Docenti a modificare, ob torto collo, il proprio posizionamento didattico, scientifico e umano in seno all’Ateneo” ma dichiarano “la loro delusione per la disattenzione dell’Amministrazione ai processi di coinvolgimento e partecipazione democratica, auspicando dinamiche che possano, anzi debbano, incentivare e non svilire, il sentimento di appartenenza e di identità dei docenti messinesi”. Per questi motivi le organizzazioni dei professori rimettono in discussione lo stesso Statuto entrato in vigore con la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale il 12 gennaio 2015: “Si apra una fase costituente che possa democraticamente ridefinire gli assetti statutari dell’Università di Messina, sulla base della costituzione di una una Assemblea/Commissione liberamente eletta a suffragio universale”, chiedono.

LA REPLICA

Parole dure come rocce, a cui replica con altrettanta durezza e a stretto giro di posta il prorettore alla Trasparenza e alla Legalità Antonio Saitta: “Il motivo per cui si è deciso di ridurre i Dipartimenti è pubblico: aumentare la rappresentativa all’interno del Senato accademico”, spiega il docente di diritto costituzionale, membro della Commissione nominata dal rettore Navarra, che la scorsa estate elaborò la modifica dello Statuto.

Il taglio delle 21 strutture universitarie è una delle misure di attuazione concreta dello Statuto, strumento normativo principale di autonomia di ogni Università. Saitta ribatte con forza alle accuse di scarsa democrazia: “La modifica dello Statuto  è avvenuta dopo 6 mesi di ascolto e 4 di dibattito pubblico a cui hanno partecipato anche le organizzazioni che oggi attaccano, su un articolato completo che ha aumentato e non ridotto la democrazia. Il nuovo Statuto – sottolinea il prorettore – prevede, infatti, che il direttore di ognuno dei 12 dipartimenti eletto dai docenti faccia parte del Senato e che sia questo organo sia il Cda siano eletti democraticamente e non per cooptazione da parte del rettore come avveniva secondo le regole del vecchio Statuto”.

Quest’ultimo era stato adottato dal rettore Tomasello dopo l’entrata in vigore della Legge Gelmini del 2010 (che imponeva l’eliminazione delle facoltà e la creazione di Dipartimenti di almeno meno 40 docenti), al termine di un dibattito scandito da furenti polemiche.

Medicina, via libera (condizionata) dei giudici al ritorno nelle Università italiane dei bocciati al test. L’adunanza plenaria del Consiglio di Stato detta i principi

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Studenti in attesa del test in Albania

Studenti italiani in attesa del test in Albania

«Gli studenti di Medicina iscritti nelle Università straniere possono trasferirsi in Italia senza dover superare il test di ammissione». L’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato, l’equivalente della Cassazione a sezioni unite nel campo amministrativo, chiude una vicenda annosa e detta un principio che pone fine a clamorosi contrasti giurisprudenziali tra gli organi di giustizia amministrativa. La sentenza depositata il 28 gennaio del 2015 tuttavia non spalanca la porta del ritorno in Italia ai 44mila studenti che, bocciati al concorso in Italia, hanno virato verso i più abbordabili atenei stranieri (specie quelli dell’est Europa).

Test no, «rigoroso vaglio» sì

I 15 magistrati guidati dal presidente Giorgio Giovannini, hanno sì «abolito il test» ma nel rispetto di due criteri ben definiti, necessari e sufficienti – secondo i magistrati – per evitare da un lato l’aggiramento del numero chiuso e per garantire dall’altro un’elevata qualità dell’istruzione universitaria nazionale: «Ciascuna università – ha stabilito l’Adunanza plenaria – deve accogliere le istanze degli studenti ma nel rispetto ineludibile del numero di posti disponibili per trasferimento, così come fissato dall’Università stessa per ogni accademico in sede di programmazione, in relazione a ciascun anno di corso». Ma non è tutto. «L’accoglimento dell’istanza è subordinato a un rigoroso vaglio, in sede di riconoscimento dei crediti formativi acquisiti presso l’università straniera in relazione ad attività di studio compiute, frequenze maturate ed esami sostenuti, della qualificazione dello studente, secondo parametri che ogni ateneo potrà predeterminare», hanno spiegato ancora i supremi giudici amministrativi, sposando la tesi del Consiglio di giustizia amministrativa.

La vicenda giudiziaria

L’organo d’appello siciliano con sentenza del 25 luglio 2014 aveva investito l’Adunanza plenaria del compito di risolvere una volta per tutte i gravi contrasti giurisprudenziali. Alcuni Tribunali amministrativi regionali, infatti, accogliendo la tesi del Ministero dell’Università ritenevano che lo studente desideroso di trasferirsi da una università straniera ad una italiana dovesse sottoporsi al test d’ammissione indipendentemente dal fatto di avere ormai superato presso l’ateneo straniero di frequenza gli esami del primo (o dei successivi) anni. Altri Tar italiani, invece, ritenevano queste prove non fossero necessarie. Ma a distanza di anni venivano smentiti puntualmente dal Consiglio di Stato che, al contrario, su questo tema aveva sempre sposato la tesi restrittiva del Ministero, preoccupato che il numero chiuso potesse essere aggirato in massa con la semplice permanenza all’estero di un anno in atenei di «comodo». Girolamo Rubino, autore del ricorso vincente proposto nell’interesse di due studenti iscritti in Romania che si erano visti accogliere in prima battuta la domanda di trasferimento dall’Università di Messina, poi però tornata sui suoi passi, commenta: «E’ un giudizio storico che dà certezza agli studenti. I giudici hanno contemperato il principio di libera circolazione dei cittadini con le esigenze sottese al numero chiuso».

I 60 dell’Aquila

Pur non aprendo la strada a tutti, la pronuncia alimenta la speranza delle famiglie degli aspiranti medici che hanno affidato il loro sogno di vestire il camice bianco a costose permanenze all’estero, e consente di tirare un sospiro di sollievo a chi è ancora impelagato nel limbo di contrastanti e beffarde pronunce dei giudici. Tra questi un gruppo di 60 studenti dell’ateneo dell’Aquila. Iscritti in Romania, subito dopo il sisma del 2009 ottennero il trasferimento nella facoltà abruzzese in cui erano rimasti liberi posti senza sostenere il test. Il Ministero non gradì. Scrisse una nota al rettore e lo indusse a revocare la loro iscrizione. Gli studenti si rivolsero al Tar del Lazio che accolse le loro ragioni e così continuarono a studiare: alcuni si sono pure laureati e si sono iscritti all’albo professionale. A ottobre del 2014, però, è arrivata la doccia fredda dal Consiglio di Stato: «Non si potevano trasferire senza test: gli esami e le lauree vanno annullate». Il rettore Paola Inverardi, tuttavia, non ha eseguito la pronuncia in attesa dell’Adunanza plenaria. «Questa attesa pronuncia pur bocciando la tesi sostenuta dal Miur e del Consiglio di Stato, non ha alcun effetto giuridico sulla situazione di questi studenti, ma adesso se tutti i loro studi fossero vanificati si tratterebbe di una grave ingiustizia», spiegano i loro legali Santi Delia e Michele Bonetti.

di michele schinella per corriere.it