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Si candida a sindaco e da due mesi e mezzo non va a lavorare, ma il direttore generale dell’Irccs Neurolesi “Bonino Pulejo” Angelo Aliquò fa finta di nulla nonostante la legge. Lo strano caso dello scienziato Dino Bramanti alla guida della coalizione di centro destra nel segno della legalità. Il precedente del doppio incarico… “coperto” dall’ateneo di Messina e arenato per 8 anni in Procura

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Il candidato a sindaco Dino Bramanti                                Il direttore generale dell’Irccs Angelo Aliquò



Non è ineleggibile, né incompatibile, non secondo le norme che regolano le elezioni e governano gli enti locali.

Tuttavia, Dino Bramanti quando ha deciso di candidarsi a sindaco della città di Messina ha comunicato al direttore generale dell’Irccs Neurolesi “Bonino Pulejo”, architetto Angelo Aliquò, di autosospendersi a partire dal 27 marzo del 2018.

In pratica, di non andare a svolgere le funzioni di direttore scientifico dell’Istituto dei colli san Rizzo almeno sino alle elezioni del 10 e all’eventuale ballottaggio del 24 giugno, per un periodo dunque lungo tre mesi, in modo da potersi dedicare a tempo pieno, anima e corpo, alla campagna elettorale alla guida della coalizione di centrodestra.

Ora, se un qualunque manager di un’azienda privata facesse una comunicazione analoga a quella dell’aspirante primo cittadino, il datore di lavoro gli sospenderebbe la retribuzione e avvierebbe la procedura di risoluzione del rapporto di lavoro per grave inadempimento, salvo il caso in cui generosamente gli volesse mantenere il posto perché magari condivide e sostiene il percorso politico del suo dipendente.

Ma l’irrcs non è un’azienda privata.

Eravamo quattro amici al bar

L’Irccs è un ente pubblico abbondantemente finanziato con i soldi dei contribuenti siciliani: ogni anno nella casse della struttura (promossa dalla Fondazione Bonino Pulejo, a sua volta azionista della Gazzetta del Sud), che si dovrebbe occupare di pazienti con gravi cerebrolesioni acquisite affluiscono 26 milioni di euro per 70 posti letto attivi.

E’ un ente pubblico il cui legale rappresentante, pubblico ufficiale, ha l’obbligo di fare gli interessi della pubblica amministrazione applicando le leggi dello Stato.

Invece, il commissario straordinario Angelo Aliquò non ha battuto ciglio, come se la decisione di Bramanti fosse esercizio di un diritto assoluto ed insindacabile o una questione da gestire tra vecchi amici o in famiglia.

Non esiste infatti nell’albo pretorio dell’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico una delibera che prenda atto della comunicazione del direttore scientifico: non si è riuscito neppure a sapere se esiste una nota formale o quest’ultima non sia una semplice comunicazione orale, di quelle che si fanno ai propri parenti per metterli a conoscenza di un viaggio vacanza in località esotica.

Né esiste una delibera con cui i vertici del Neurolesi assumono provvedimenti che vadano a incidere modificandolo sul rapporto che lega Bramanti all’Irccs, primo fra tutti sull’obbligo di corrispondere la retribuzione.

Chi scrive, per scrupolo, ha mediante telefonate e mail (inviate per posta elettronica certificata) chiesto ripetutamente copia di questi provvedimenti e della nota di Bramanti al direttore generale ma si è  trovato di fronte un muro di gomma, segno tangibile dell’aria salubre di trasparenza che si respira sui colli san Rizzo.

Se questi provvedimenti non ci sono se ne deve desumere che tutto è rimasto immutato nei rapporti di dare e avere tra Irccs e Bramanti: rapporti disciplinati da un contratto di prestazione d’opera intellettuale, cui si applicano anche le norme del codice civile e, in specie, l’eccezione di inadempimento.

In base a questo contratto e alla legge da un lato “il direttore scientifico è obbligato a svolgere a tempo pieno ed esclusivo le funzioni di coordinamento e promozione dell’attività di ricerca, incarico incompatibile con qualsiasi altra attività lavorativa pubblica e privata e con qualsiasi professione”; dall’altro, l’Irccs è obbligato a corrispondergli 150 mila euro all’anno, piu o meno 13 mila euro al mese.

Nel momento in cui ha deciso di dedicarsi esclusivamente e a tempo pieno ad altra attività (la campagna elettorale) Bramanti non ha violato gravemente questo fondamentale obbligo contrattuale?

Le legge e il contratto (che rispecchia tutto quanto prevede la normativa in materia), sottoscritto da Bramanti, prevedono che “in caso di grave inadempimento o per gravi motivi il legale rappresentante dell’Irccs, previa contestazione formale dell’addebito, deve proporre al ministero della Sanità, titolare del potere di nomina, la risoluzione del rapporto”.

Il manager Angelo Aliquò non gestendo un’azienda di proprietà di famiglia non ha l’obbligo giuridico, sanzionato a sua volta in caso di omissione, di applicare la norma contrattuale e la legge?

Se ne starebbe con le mani in mano, per esempio, il direttore generale del Policlinico a cui il direttore sanitario (legato all’azienda da un contratto analogo a quello di Bramanti) comunicasse che per tre mesi si assenterà dal lavoro avendo deciso di fare un viaggio per il mondo?

E Aliquò si girerebbe disinvoltamente dall’altra parte se Bramanti si fosse candidato con una formazione politica avversa a quella che è riconducibile al presidente della regione Nello Musumeci, da cui a breve dipenderà la sua riconferma a manager della sanità?

Tra l’altro, la condotta di Dino Bramanti chiama in causa in qualche modo anche l’ateneo di Messina: proprio perché l’incarico di direttore scientifico ha natura esclusiva, lo scienziato è in aspettativa dall’Università, amministrazione di cui è dipendente. Ma l’aspettativa gli è stata concessa (e gli poteva essere concessa solo per questo) per svolgere a tempo pieno le funzioni di direttore scientifico e non certo per fare una campagna elettorale lunga tre mesi.

 

 

L’allergia “esclusiva”… alla legge

Lo scienziato Dino Bramanti già in passato ha dato ampie prove dell’allergia alla natura esclusiva delle funzioni di direttore scientifico.

Nel 2006, quando fu nominato direttore scientifico dell’Irccs Neurolesi, Bramanti era infatti docente straordinario dell’ateneo di Messina, a cui era legato da un contratto di lavoro a tempo pieno ed esclusivo: aveva appena vinto un concorso per ordinario di anatomia benché il campo di azione dell’Istituto dei colli San Rizzo fosse da sempre la neurologia.

Tuttavia, benché la legge sugli Irccs del 2003 stabilisse in maniera chiara e inequivocabile la natura esclusiva dell’incarico di direttore scientifico (e in questo senso nel 2004 si era pronunciato perentoriamente il Consiglio di stato e la legge finanziaria del 2007), Bramanti firmò il contratto con il legale rappresentante dell’Irccs Neurolesi Raffaele Tommasini, avvocato e docente universitario, impegnandosi a svolgere le incombenze di coordinatore della ricerca scientifica in cambio di 130 mila euro all’anno (l’indennità di allora).

Insomma, il candidato a sindaco del centro destra per due anni si impegnò contemporaneamente a tempo pieno e a regime esclusivo con Irccs e Università di Messina: la stessa situazione di illegalità in cui si trova un uomo che si sposa con due donne contemporaneamente, assumendo l’obbligo giuridico di fedeltà sia nei confronti dell’una che dell’altra.

Lo scienziato così cumulò per due anni, in palese violazione di legge, gli emolumenti di docente universitario, che gli venivano accreditati di mese in mese sul conto corrente, e quelli di direttore scientifico, che andava maturando come credito ma che prudentemente non si faceva liquidare.

Fu il settimanale Centonove in una serie di articoli firmati da Michele Schinella a denunciare (tra le altre cose) la violazione del divieto di cumulo da parte di Dino Bramanti.

A seguito degli articoli, l’Università all’epoca guidata dal rettore Franco Tomasello chiese un parere all’Avvocatura dello Stato che dopo quattro mesi, a maggio del 2008, si trovò d’accordo con la legge e con il settimanale, imponendo a Bramanti di mettersi in aspettativa dall’ateneo.

Negli stessi giorni della primavera del 2008 sui colli san Rizzo giunsero i Nas dei carabinieri che oltre a riscontrare una serie di carenze igieniche, strutturali e organizzative che facevano a pugni con l’etichetta di eccellenza strombazzata ad ogni pie sospinto da Bramanti e ripresa da addetti stampa che si spacciano per giornalisti, rilevò il doppio incarico e lo denunciò in informative di reato alla Procura della Repubblica di Messina, ipotizzando l’ abuso d’ufficio, il falso e la truffa.

A quel punto Bramanti, finito nella morsa di un’inchiesta penale insidiosa, rinunciò attraverso apposite dichiarazione all’Ufficio provinciale del Lavoro, ai 260 mila euro di credito che vantava nei confronti del Neurolesi.

Il risultato fu degno di una delle migliori opere di Pirandello: Bramanti fu pagato per due anni dall’Università per la quale non aveva lavorato, né poteva farlo visto che svolgeva l’incarico di direttore scientifico sui colli san Rizzo; e invece non fu materialmente pagato dall’irccs, ente per cui aveva realmente lavorato.

L’università… spettatrice collusa

L’università degli studi di Messina (all’epoca rettore era Franco Tomasello e il direttore amministrativo era Pino Cardile) che aveva pagato per due anni un docente che non aveva svolto attività di professore universitario fece orecchie da mercante, non assumendo alcun provvedimento: né di richiesta della restituzione di quanto corrisposto (qualcosa come 100 mila euro); né l’attivazione di procedimenti disciplinari che in altri atenei per casi simili (basta guardare nella giurisprudenza dei giudici amministrativi) avevano portato alla decadenza dal ruolo di docente.

L’inchiesta penale arenata e le perle di diritto

L’inchiesta penale sul doppio incarico fu affidata al sostituto procuratore del Tribunale di Messina Anna Maria Grazia Arena.

Il fascicolo, aperto a giugno del 2008 a seguito dell’informativa dei Nas dei carabinieri, aveva come indagati  Dino Bramanti e Raffaele Tommasini solo per il reato di abuso di ufficio, il meno grave di quelli rilevati dai carabinieri.

Per 7 anni il fascicolo rimase fermo, riposto in un angolo degli uffici della Procura.

Non fu fatta alcuna attività di indagine: né ce n’era bisogno, visto che tutto era stato documentalmente accertato dai carabinieri.

Duemila e 500 giorni dopo, il 24 aprile del 2015, con il reato di abuso d’ufficio ampiamente prescritto, il pubblico ministero chiese l’archiviazione.

Le due pagine di motivazioni sono davvero interessanti: “Non può configurarsi il reato perché manca il danno patrimoniale (elemento costitutivo della fattispecie di reato, ndr) all’Irccs, visto che Bramanti ha rinunciato agli emolumenti”, ha scritto il pm Arena, che non è stata minimamente sfiorata  dal dubbio che il reato potesse essere configurato nella forma tentata.

E il danno patrimoniale nei confronti dell’Università?

Il pubblico ministero Arena nel rispondere a questa domanda ha prodotto un’argomentazione che poco si concilia con il buon senso, giusto per non scomodare il diritto: “L’Università non ha mai inteso recuperare gli stipendi, quindi non può assumere la veste di persona danneggiata avendo dato causa con il suo comportamento alla realizzazione del danno. Pertanto non si ravvisano elementi di reato”.

Quindi – a seguire il raffinato ragionamento giuridico del magistrato della Repubblica italiana – poiché il rettore e il direttore amministrativo dell’ateneo (e non certo l’Istituzione  l’Università) non hanno fatto il loro dovere a livello amministrativo e anzi con il loro comportamento hanno facilitato il danno all’Istituzione Università, invece di ritenere gli stessi concorrenti nel reato se non addirittura autori di altro reato in forma omissiva come vorrebbero la logica e i principi di diritto, va concluso il reato contestato a Bramanti e Tommasini.

In conclusione, per il pm Arena un’illegalità ha annullato un’illegalità precedente.

Il Giudice per le indagini preliminari Salvatore Mastroeni, ex marito della pm Arena, tre mesi dopo ha accordato l’archiviazione: in 5 righe scritte a penna ha dichiarato “di condividere il ragionamento del sostituto della Procura”.

 

 

 

 

 

 

Concorso truccato per favorire il figlio, condannato a 7 anni l’ex preside di Farmacia, Giuseppe Bisignano. Sei anni a Giuseppe Teti, il docente che “convinse” l’allievo Salvatore Papasergi a ritirarsi. Un anno e mezzo a Maria Chiara Aversa che creò una commissione di comodo. Tutti i dettagli dell’inchiesta nata per caso

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L'ex preside di Farmacia Giuseppe Bisignano

L’ex preside di Farmacia Giuseppe Bisignano

Il concorso di ricercatore lo vinse il figlio: non perché lo meritasse ma perché alla vigilia dell’ultima prova il candidato sicuro vincitore si ritirò.

La voglia matta di sistemare il proprio figliuolo Carlo nell’organico dell’ateneo di Messina è costata una dura condanna all’ex preside di Farmacia Giuseppe Bisignano.

Il Tribunale di Messina in primo grado lo ha riconosciuto colpevole di concussione per aver costretto Salvatore Papasergi, il candidato più titolato, ad abbandonare  la selezione bandita nel 2012 quando ormai l’esito era segnato a suo favore.

Per ottenere il risultato l’ex preside si era avvalso del collega Giuseppe Teti, ordinario di Microbiologia, di cui Papasergi era allievo da oltre un decennio.

Teti è stato condannato per concorso in concussione a sei anni di reclusione.

A Papasergi da un lato venne “consigliato di ritirarsi per evitare problemi per il futuro” e dall’altro venne data assicurazione che sarebbe stato aiutato in altro concorso per ricercatore della stessa disciplina che l’ ateneo da li a poco avrebbe bandito, come poi è accaduto.

Determinante per la condanna è stato il racconto prima agli inquirenti della Guardia di Finanza e poi nella sostanza davanti al Tribunale di Papasergi, che si è costituito parte civile: “Mi sono consultato con il professor Teti, il quale mi ha rappresentato che la nomina di ricercatore per quel concorso mi avrebbe determinato delle difficoltà in futuro per
la eventuale nomina a professore associato. In particolare, il professore Teti riteneva che nellʼambito del Dipartimento di Microbiologia della facoltà di Medicina mi sarei dovuto in futuro confrontare con persone aventi più titoli. Per queste ragioni ho ritenuto opportuno rinunciare al suddetto concorso nella speranza di vincerne uno bandito dalla Facoltà di
Farmacia circa un mese fa nella stessa area di ricerca e per il quale ho già presentato domanda. Benché la scelta di non presentarmi alla discussione finale
può apparire illogica ed autolesiva, ritengo che ciò può avere avuto un senso nella misura in cui si consideri che non faccio parte di un certo giro e devo stare a quello che mi viene consigliato. Voglio precisare che lavoro a titolo volontario e che mi mantengo con i soldi
che ho messo da parte. Spesso sono aiutato economicamente dai miei genitori», ha dichiarato Papasergi qualche mese dopo essersi ritirato.

Quando i vertici dell’ateneo scoprono che la procedura selettiva era finita nel mirino degli inquirenti l’annullano e deludono le speranze di un pronto riscatto di Papasergi.

 

Concussione in emergenza

In realtà le indagini mostrarono che l’opera di pressione e convincimento su Papasergi fu una misura di emergenza, una sorta di piano b.

Il concorso doveva andare al figlio di Bisignano grazie alla benevolenza dei membri della commissione scelti direttamente dall’ex preside di Farmacia, grazie alla complicità dell’allora delegata alla ricerca del rettore Franco Tomasello,  Maria Chiara Aversa, peraltro consuocera del Magnifico, che li propose con successo al Senato accademico.

Per questa condotta la Aversa  (cosi come Teti) è stata condannata per abuso d’ufficio.

E’ stato invece assolto per non aver commesso il fatto l’ex rettore Franco Tomasello ritenuto dalla Procura a conoscenza dell’accordo tra Bisignano e la Aversa per nominare la commissione di comodo, benché non ci fosse alcun elemento di prova a suo carico.

 

La docente onesta… fa saltare il piano principale

Il piano saltò perché Gianna Tempera, una componente della commissione non si piegò alle pretese di Bisignano: per lei non c’era discussione, Papasergi era superiore.

Gianna che cazzo fa, non lʼho capito? Quella si è convinta che Papasergi è a livello notevolmente più alto», dice Bisignano parlando al telefono con il suo collega Sandro Ripa, ordinario di microbiologia all’Università di Camerino.

«Gianna conferma di essere una donna stupida, stupida, stupida», attacca Ripa. Che arringa lʼinterlocutore: «A Gianna se lʼaggredisci ottieni qualcosa. Gianna chi la convince? Solo Nicoletti la può convincere», dice ancora Ripa. «Questa stronza dobbiamo vedere di inquadrarla», afferma di rimando Bisignano. «Parlane con Giuseppe Nicoletti», insiste Ripa.

Nicoletti altri non era se non un docente emerito di microbiologia dell’Università di Catania, maestro di Gianna Tempera.

In effetti, Bisignano segue il consiglio di Ripa e va a trovare Nicoletti. Quest’ultimo a sua volta ne parla con l’ allieva.

La Tempera però rimane ferma.

Interrogata dagli inquirenti difende il suo maestro: “Nicoletti non mi ha chiesto di modificare il parere positivo redatto nei confronti di Papasergi, limitandosi a chiedermi se i suoi lavori fossero attinenti al settore scientifico oggetto del concorso. A ciò io gli risposi che i titoli di Papasergi erano inerenti al concorso e decisamente migliori di quelli di Carlo Bisognano”, ha dichiarato la Tempera.

Tuttavia, ciò non è bastato a evitare a Nicoletti la condanna ad un anno di reclusione per tentata induzione indebita a dare o promettere utilità.

Anche per questo reato è stato riconosciuto colpevole Bisignano, che nel complesso è stato condannato a 7 anni di reclusione.

La posizione di Ripa, considerato concorrente dei due, è stata stralciata.

Aversa, Nicoletti, Teti e Bisignano sono stati pure condannati a pagare a Papasergi la somma di 50 mila euro a titolo di risarcimento danni.

La corruzione che non c’è

Ma perchè Giuseppe Teti ha sacrificato un proprio allievo che lo seguiva da un decennio? Secondo la Procura in cambio di un favore, ovvero l’interessamento di Bisignano a far diventare ordinario la moglie di Teti, Concetta Beninati, all’epoca docente associato alla facoltà del preside Bisignano e in attesa di divenire ordinario.

Eʼ un intercettazione di un colloquio tra Bisignano e Ripa a convincere gli uomini della Finanza che Teti vuole ottenere qualcosa per la moglie in cambio del suo interessamento: “Ma scusa, una stupidaggine simile…..ma insomma eh che quello fa il prezzo perché vuole la moglie ordinario.. se la fotte lui cosa vuole», dice Bisignano. «E pare che ci sei tu in commissione?…. mica ci stai tu in commissione ehee!», ribatte Ripa. «Ma sa che noi siamo in un certo giro… che abbiamo un certo potere che lui non ha….percheʼ se noi diciamo no, lui butta sangue», conclude lʼordinario di Farmacia.

Troppo poco per provare l’accordo corruttivo.

Il Tribunale presieduto da Mario Samperi ha infatti ritenuto che il fatto non sussista e ha assolto entrambi da questo capo di imputazione.

Tutto partì da fatture false

Gli inquirenti della Guardia di Finanza si imbatterono nel concorso destinato al figlio di Bisignano per caso.

Stavano infatti indagando su un giro di fatture false create dal delegato dell’economato della facoltà di Farmacia Cesare Grillo al fine di appropriarsi di risorse pubbliche, in tutto circa 8 mila euro.

La  Procura ipotizzò che Bisignano, il delegante, fosse a conoscenza del perverso stratagemma messo in piedi da Grillo.

Ma l’ipotesi non ha trovato alcun riscontro in giudizio e l’ex preside di Farmacia è stato assolto. Condannato invece a 4 anni Grillo per peculato e falso.

Truffa ai danni del Miur, a giudizio il direttore generale dell’Università di Messina Carmelo Trommino e l’ex commissario del Cus Sergio Cama. La procura: “Inviavano a Roma report gonfiati per ottenere contributi non dovuti pari a 520 mila euro in 4 anni”. Le biografie di due manager molto sportivi

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Carmelo Trommino e Sergio Cama

Carmelo Trommino e Sergio Cama


Confezionavano e inviavano a Roma, al Ministero dell’Università, prospetti con dati falsi e gonfiati al fine di ottenere maggiori contributi pubblici per la gestione degli impianti sportivi.

E’ questa l’accusa costata all’attuale direttore generale facente funzioni dell’Università di Messina Carmelo Trommino e all’ex commissario del Cus Sergio Cama il rinvio a giudizio per truffa ai danni dello Stato.

Il periodo a cui si riferisce la contestazione va dal 2009 a 2013, anno in cui il Cus fu messo in liquidazione e cessò l’attività.

Le risorse irregolarmente percepite sono state quantificate complessivamente in 525 mila euro.

Si tratta dei fondi previsti dalla Legge 394 del 1977, riservati ai Cus locali, Centri universitari sportivi, che sempre per legge hanno la gestione esclusiva degli impianti sportivi di proprietà dei vari atenei.

La dotazione finanziaria della legge 394 viene ripartita tra i Cus italiani in base a vari parametri tra cui il costo sostenuto per il personale e gli impianti e il numero e l’estensione degli stessi impianti sportivi da gestire.

Secondo le conclusioni cui è giunta la Procura, che si è avvalsa di quattro consulenti, Trommino, all’epoca direttore della costola dell’ateneo UnimeSport, e Cama ogni anno mandavano a Roma prospetti in cui esponevano costi per il personale e per gli impianti che in realtà il Cus non sosteneva.

Ancora di piu, indicavano come gestiti dal Centro sportivo universitario strutture che da tempo non erano più nella sua disponibilità ma in quella di UnimeSport, la struttura autonoma creata nel 2006 dall’allora rettore Franco Tomasello su consiglio anche sotto il profilo giuridico dal suo braccio destro Pietro Navarra, che nel 2013 ne ha preso il posto di Magnifico.

Il processo che vedrà sul banco degli imputati Trommino e Cama ha origine da una lunga e complessa inchiesta che il sostituto procuratore Antonio Carchiettì aprì nel 2013 sul Cus di Messina, sui rapporti con l’Università e soprattutto con UnimeSport.

Il pasticciaccio di UnimeSport 

UnimeSport nacque per spazzare via il Cus locale da 40 anni guidato da Piero Jaci.

Nel 2006, su proposta del rettore, infatti, il Consiglio d’amministrazione dell’ateneo tolse al Centro universitario sportivo la gestione di tutti gli impianti sportivi della cittadella di viale Annunziata e la affidò dapprima a Unilav Spa, società partecipata già operante, e poi a UnimeSport, creata invece appositamente.

Il Cus nazionale (Cusi) presentò subito ricorso al Tribunale amministrativo regionale forte della norma di legge che riservava ai Cus in via esclusiva la gestione degli impianti, e così l’ateneo per evitare di essere bocciato dai giudici amministrativi fu costretto ad una sorta di transazione.

La gestione degli impianti fu divisa: alcuni (campo da baseball e palazzetto dello sport) rimasero al Cus, gli altri a Unime Sport, a capo del quale fu messo da subito (ovvero dagli inizi del 2007) Carmelo Trommino, inizialmente ingaggiato con un contratto di consulente esterno.

 

Trommino, manager sulla fiducia

Marito del magistrato Ornella Pastore, giudice prima, a cavallo degli anni 2000 al Tribunale Siracusa, poi sino al 2006 al Tribunale di Messina e ora presidente di sezione a Reggio Calabria, Trommino tra il 2004 e il 2005 è stato consulente dell’allora assessore regionale allo Sport Fabio Granata, cui era politicamente vicino.

Laureato in Scienze motorie nel 2002, Trommino a Unimesport è arrivato a gennaio del 2007 dal Comune della città di Siracusa, dove dal 2003 svolgeva l’incarico di dirigente a contratto (affidato cioè senza concorso e in via fiduciaria) alle Politiche dello Sport, contemporaneamente (in certi periodi) a quello di consulente alla regione Sicilia.

In precedenza, dal 2000 al 2002, dallo stesso Comune di Siracusa aveva avuto incarichi di consulenza.

Per 7 mesi, sino al 30 luglio 2007 ha cumulato l’incarico di dirigente a Siracusa con quello di consulente di Unimesport  a supporto delle attività gestionali. Ma all’Università di Messina c’ era già stato anche come docente a contratto della facoltà di Scienze motorie, precisamente negli anni accademici dal 2002 a 2005.

Di più: il dirigente aretuseo figura come coautore di una pubblicazione scientifica partorita nell’ateneo di Messina: “Integrins, muscle agrin and sarcoglycans during muscular inactivity conditions: an immunohistochemical study”, datata 2006.

La sua firma figura accanto a quelle prestigiose di Pucci Anastasi, ordinario di anatomia e a quel tempo prorettore di Tomasello, e Dino Bramanti, scienziato instancabile che all’epoca (tra il 2006 e il 2008) si divideva, violando la legge, tra l’attività di docenza universitaria e la direzione scientifica dell’Irccs Neurolesi “Bonino Pulejo”.

Il primo ottobre del 2007,  il giorno dopo aver terminato la sua esperienza quadriennale di dirigente al Comune di Siracusa, Trommino è diventato dirigente sempre a contratto (ovvero senza selezione) dell’ateneo di Messina e quindi direttore di UnimeSport.

Dopo 4 anni, il primo settembre del 2011 è entrato nei ruoli dell’ateneo messinese a tempo indeterminato: qualche settimana prima infatti era risultato vincitore di un concorso bandito nel 2010 per “dirigente con specifiche competenze connesse alla direzione di UnimeSport”.

 

Cama, garbatamente predestinato

Figlio di uno dei comandanti di nave piu importanti e piu tenuti in considerazione dalla famiglia degli armatori Franza, Sergio Cama venne nominato commissario del Cus di Messina nel 2010. Fu caldeggiato da Pietro Navarra di cui è amico personale.

Agli inizi del 2010, la protesta clamorosa degli otto dipendenti del Cus, che reclamavano alcune mensilità di stipendi arretrati, fornì al rettore Tomasello il motivo per chiedere ed ottenere dall’organismo nazionale del Cus, il Cusi, la rimozione di Piero Jaci e il commissariamento del Cus, all’epoca già gravato di debiti che superavano i 2 milioni di euro.

Sergio Cama giunse al Cus con l’aureola del risanatore. All’inizio i dipendenti apprezzarono molto il garbo e i pasticcini che portava al mattino in ufficio. Ma di virtuosismi gestionali non si vide neppure l’ombra.

Anzi, quando il Cus fu messo in liquidazione, tre anni dopo, Cama lasciò debiti che erano  arrivati a quasi 4 milioni di euro: se ne andò a lavorare per una società di navigazione.

Il deficif fu aggravato soprattutto dai Campionati nazionali universitari del 2012, costati 800 mila euro e passati alla storia non tanto per le gesta degli atleti arrivati da tutt’Italia per cimentarsi in 20 discipline sportive, ma per le spese «folli». Dai 15 mila euro (per una settimana di lavoro) ai 5 addetti stampa reclutati benché fosse stata ingaggiata un’agenzia di comunicazione costata a sua volta 14 mila euro; passando alla cena di inaugurazione da nababbi (30 mila euro); per finire alle spese per una serie di appalti per servizi, affidati senza regolare gara a prezzi più alti di quelli di mercato.

Il peccato originale

E’ proprio la nascita di UnimeSport alla base delle irregolarità riscontrate dalla Procura e declinate in termini di reato.

Infatti, ben presto ci si accorse che UnimeSport, costola autonoma dell’ateneo, costava troppo e dalla gestione degli impianti incassava pochissimo: anche perché era costretta ad applicare ai vari collaboratori che ingaggiava il contratto del comparto università, molto più gravoso di quello che invece poteva applicare il Cus.

Quest’ultimo infatti godeva di un regime molto agevolato sotto il profilo contributivo e fiscale.

Mentre i contributi che arrivavano al Cus dalla Fondo della legge 394 del 1997 diminuirono proporzionalmente alla riduzione degli impianti gestiti, effetto della transazione.

Come ti salvo…. capre e cavoli

Fu così che per spendere meno in personale e per continuare a incassare i contributi della Legge 394 Cama e Trommino diedero vita a un meccanismo particolarmente vantaggioso ma, secondo gli inquirenti, anche illegale.

Da un lato il Cus fu trasformato  in «un’agenzia di lavoro per reclutare (senza concorso) e fornire all’Università lavoratori a basso costo», come accertarono gli ispettori del lavoro di Messina. L’organo ispettivo verificò infatti che gli istruttori sportivi, gli addetti alla segreteria e persino quelli alle pulizie (in tutto 80 lavoratori), necessari a Unime Sport, li assumeva il Cus con contratti di collaborazione sportiva esentati da tasse e contribuzione previdenziale, ma i lavoratori venivano utilizzati come fossero propri dipendenti subordinati (senza, però, le tutele previste per quest’ultimi), direttamente da Unimesport dell’Università di Messina, che poi rimborsava al Cus il valore degli stipendi.

L’Ispettorato ipotizzando l’interposizione fittizia di manodopera ha comminato multe per due milioni di euro.

Dall’altro lato, Cama e Trommino mandavano a Roma prospetti in cui risultava che il costo del lavoro che usava e pagava di fatto UnimeSport lo sostenesse il Cus.

Allo stesso modo facevano apparire come gestiti dal Cus impianti che non lo erano da anni: il tutto per avere maggiori e non dovuti contributi.

La Procura ritenendo che queste ultime condotte integrino il reato di truffa ha esercitato l’azione penale: l’inizio del processo a carico di Cama e Trommino dopo il rinvio a giudizio decretato il 3 ottobre del 2017 dal Gup Monia De Francesco è previsto per il 7 aprile del 2018.

Un Cus va… e un Cus viene

Mandato in soffitta il vecchio Cus, gravato di 4 milioni di euro di debiti, e le centinaia di creditori, l’ateneo guidato da 2013 da Pietro Navarra, sostenitore dell’operazione che portò alla nascita di Unimesport e al ridimensionamento del Cus, si è rimangiato  quanto fatto in precedenza.

Ha eliminato Unimesport e ha  promosso la creazione di un Cus nuovo di zecca sgravato di tutti i debiti: CusUnime, subito affiliato dal Cusi e affidato alle cure di Nino Micali, funzionario dell’ateneo, a lungo stretto collaboratore di Trommino.

Il nuovo Cus ha la gestione di tutti gli impianti e così prende per intero i contributi della 394.

La sorte del dirigente aretuseo e la distrazione di Navarra

E Carmelo Trommino?

Il dirigente con la laurea in Scienze motorie, assunto specificamente per occuparsi di sport alla guida di Unimesport, alla cittadella sportiva non ha più messo piede.

Eliminata la struttura per cui era stato assunto, è stato incaricato di dirigere il dipartimento amministrativo “Servizi didattici, ricerca e alta formazione”.

Dal qualche settimana è temporaneamente, in attesa del concorso, direttore generale dell’ateneo in sostituzione del neo deputato regionale Franco De Domenico.

Lo ha nominato il rettore Navarra benché qualche mese prima fosse stato rinviato a giudizio per un ipotesi di reato commessa nell’esercizio delle sue funzioni di pubblico ufficiale.

Gemello morto due giorni dopo la nascita, per la Corte d’appello Edoardo Bombara non fu assistito adeguatamente. Tre medici del Policlinico condannati al risarcimento. Le tappe di una vicenda lunga 12 anni e finita con la prescrizione

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Errori-medici

 

Erano gemelli. Uno, Cristiano, non appena venne al mondo il 18 dicembre del 2005 in una delle sale parto del Policlinico Universitario di Messina manifestò piccoli problemi respiratori: ora ha 12 anni e gode di ottima salute.

L’altro, Edoardo, alla nascita stava molto meglio del fratellino e tuttavia morì due giorni dopo, nelle primissime ore del 20 dicembre, nell’Unità terapia intensiva neonatale.

Per la Corte d’appello di Messina, presieduta da Maria Tindara Celi, la morte di uno dei gemelli Bombara non è stato un caso propiziato da una “congiuntura astrale sfavorevole”, per usare le parole dell’allora direttore sanitario Giovanni Materia, ma il frutto della condotta negligente dei tre sanitari che avevano in carico Edoardo nella giornata del 19 dicembre 2015.

I giudici di secondo grado, riformando totalmente la sentenza di primo grado, hanno ritenuto che i medici del reparto di Terapia intensiva neonatale, Antonia Bonarrigo, Viviana Tulino e Giuseppe Pagano, siano stati responsabili per negligenza della morte di Edoardo.

I giudici hanno ritenuto invece non responsabile il quarto imputato Alessandro Arco.

I tre sanitari, comunque, andranno esenti da sanzione penale in quanto il reato di omicidio colposo che veniva loro contestato è ampiamente prescritto.

La condanna è stata emessa solo ai fini del risarcimento dei danni che verrà, salvo eventuale e diverso giudizio della Cassazione, quantificato in sede civile.

La consulenza decisiva

Decisiva per la condanna dei tre medici la consulenza tecnica disposta dall’organo della giurisdizione di secondo grado e affidata al medico legale Antonello Crisci di Salerno.

Secondo il medico legale salernitano, la sofferenza respiratoria di Edoardo era frutto di una lieve immaturità polmonare,la stessa che aveva il gemello Cristiano, che poteva e doveva essere diagnosticata da subito e trattata, come da collaudato protocollo terapeutico, con il surfactante.

Ciò avrebbe evitato con altissima probabilità – secondo il consulente – la  morte di Edoardo.

Invece, i sanitari, che avrebbero dovuto essere ancor di più attenti alla luce della sofferenza respiratoria del gemello (per contro tempestivamente e adeguatamente trattata), non avevano tenuto sotto controllo le condizioni di Edoardo, omettendo di eseguire gli esami strumentali che avrebbero per tempo consentito di fare la diagnosi.

In realtà, che vi fossero delle responsabilità a carico dei medici era emerso anche dall’apporto medico scientifico dei consulenti del pubblico ministero: l’inchiesta fu coordinata da Angelo Cavallo.

I tre medici legali, Giuseppe Ragazzi, Conversano e Di Noto, erano giunti alle stesse conclusioni di responsabilità degli imputati cui è giunto da ultimo Crisci, imponendo al pm la richiesta di rinvio a giudizio.

Il Tribunale di Messina, nella persona del giudice Monica Marino, il 12 maggio del 2012, però, aveva assolto i quattro medici, per l’impossibilità di accertarne la responsabilità al di là di ogni ragionevole dubbio.

Il giudice Marino aveva messo in rilievo in motivazione come dubbi sulla causa della morte individuata dai consulenti del pm, derivassero da una perizia di parte, ad opera del pediatra Paolo Biban, che aveva individuato la morte del neonato in una ipotetica grave infezione, mai provata, e desunta dal fatto che ce l’avesse il gemello sopravvissuto Cristiano.

L’assoluzione di Arco

Cinque anni dopo, la Corte d’appello ribaltando la sentenza di primo grado, ha tuttavia confermato l’assoluzione di uno dei quattro indagati, Alessandro Arco, nel frattempo divenuto primario dell’Unità Terapia intensiva neonatale, in precedenza per anni diretta da Ignazio Barberi.

Arco, si è sempre difeso sostenendo che quel giorno del 19 dicembre pur essendo di servizio era stato impegnato in altre incombenze (ambulatorio di day hospital e attività amministrativa), e non aveva mai visitato il neonato, che aveva visto solo al momento del giro anche se alcuno dei colleghi gli avesse impartito disposizioni; né aveva mai espresso pareri o valutazioni sul neonato.

La Corte d’appello ha ritenuto fondata questa linea di difesa, non condannando Arco.

La mamma dei gemelli, Silvana Materia, e il papà Giovanni, sono stati assistiti in giudizio dall’avvocato Roberto Materia, zio dei gemelli, e dal collega Salvatore La Fauci.

IL COMMENTO. Se l’Università diventa teatro di propaganda elettorale, in barba alla sua natura di istituzione neutrale e super partes e alla par condicio tra i candidati

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Franco De Domenico

Franco De Domenico

 

“Al termine dei lavori del Consiglio, il direttore generale Franco de Domenico, avrà il piacere di incontrare il personale docente e tecnico amministrativo del Dipartimento”.

La postilla è contenuta in calce all’ordine del giorno del Consiglio di Dipartimento di Scienze cognitive convocato per il 7 ottobre per deliberare su una serie di provvedimenti relativi alla didattica e alla ricerca ed è firmata dal direttore Antonino Pennisi.

Il “piacere” di De Domenico di incontrare “i suoi sottoposti”, gerarchicamente s’intende, non incontrerebbe alcuna riserva se non fosse che (il piacere) venga provato mentre De Domenico, da anni a capo della macchina amministrativa dell’ateneo, è in piena campagna elettorale, alla ricerca di voti decisivi per l’elezione a deputato regionale: è candidato nelle file del Partito democratico, a cui ha clamorosamente aderito anche il rettore Pietro Navarra qualche settimana prima .

Cose simili, con modalità magari diverse, è logico immaginare accadano in queste settimane che precedono il voto del 5 novembre anche a Palermo.

Il Pd, a riprova della scarsa qualità della classe dirigente che annovera, ha pensato di prevalere alle elezioni siciliane pescando nel bacino enorme di voti rappresentato dalle aziende pubbliche più importanti in termini di personale e di potere economico della regione: il rettore Fabrizio Micari è stato candidato a Governatore.

Ad occhio, non si tratta di un buon servizio reso alle istituzioni con più storia e prestigio della Sicilia.

Può un’istituzione pubblica, luogo di confronto di idee diverse, per sua natura neutrale in quanto deputata alla formazione della classe dirigente, alla cultura e alla ricerca scientifica divenire teatro di propaganda politica, essere identificata come istituzione di parte e quindi esposta a giochi di potere e a possibili ritorsioni?

Come ne uscirà la comunità accademica da una campagna elettorale combattuta all’ultimo voto?

Quale potere contrattuale avranno Micari e Navarra se si trovassero a dover chiedere attenzione per i loro atenei tra qualche mese al Governo nazionale retto magari da forze di centro destra?

La discesa in campo dei vertici degli atenei di Messina e Palermo non solo mette a rischio gli interessi e la coesione di un’ istituzione neutrale, ma nella sostanza getta ombre sulla regolarità della competizione elettorale.

Beninteso, formalmente De Domenico e Micari sono eleggibili.

La legge regionale siciliana non prevede queste cariche nel novero di quelle che avrebbero imposto la cessazione dalle funzioni 6 mesi prima delle elezioni, in omaggio al principio della par condicio tra i candidati, che vuole che nessuno si avvantaggi nella competizione elettorale da un ruolo pubblico di particolare rilevanza e potere, esercitando quella che si chiama captatio voti.

E tuttavia un problema c’è. Di sostanza. Etico, quantomeno.

C’è in Sicilia un ruolo pubblico che può alterare di più la competizione elettorale quale quello di vertice degli enti che hanno il maggior numero di dipendenti (docenti compresi, che a loro volta hanno un poter enorme sugli studenti), e gestiscono appalti di lavori e servizi per centinaia di milioni di euro?

Basti solo osservare che per paradosso, se De Domenico e Micari fossero direttore generale del Policlinico di Messina o di Palermo, sarebbero ineleggibili.

Eppure, a scegliere i manager dell’azienda ospedaliere universitarie sono proprio i vertici dell’università e non si vede come possano alterare le competizioni elettorali i vertici del Policlinici e non i vertici degli atenei, organismi più grandi che sui vertici dei Policlinici hanno potere di vita e di morte.

De Domenico e Micari sfruttano un vuoto normativo.

Mai il legislatore poteva immaginare che i vertici in carica delle Università scendessero in campo nell’agone elettorale. Mai era capitato.

Micari e Navarra (e De Domenico), comunque vada la consultazione, passeranno alla storia come i rettori che hanno innovato la tradizione e la natura di istituzione super partes dell’Università italiana.

Eppure, legge o non legge, per evitare tutto ciò a Micari e De Domenico sarebbe bastato cessare dalle funzioni e presentarsi al giudizio degli elettori senza potere diretto e gerarchico su migliaia di persone, contando sulla loro storia e il loro valore.

Certo, in caso di insuccesso avrebbero perso in un colpo solo, come si dice, il cane e il guinzaglio.

Ma sarebbero stati apprezzati per aver mostrato che il rispetto delle istituzioni viene prima del “piacere” delle poltrone.

Licenziamento illegale, il Policlinico di Messina condannato a risarcire 130mila euro al direttore amministrativo Vincenzo Santoro. Nel 2006 fu mandato via dal manager Carmelo Caratozzolo in guerra con il rettore Franco Tomasello

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MEDICI LITIGANO IN SALA PARTO, DONNA E BIMBO GRAVI A MESSINA

Alla direzione amministrativa del Policlinico di Messina lo aveva voluto l’allora rettore dell’Università Franco Tomasello.

A revocare l’incarico su due piedi a Vincenzo Santoro fu l’allora direttore generale del Policlinico universitario Carmelo Caratozzolo, che nel frattempo era entrato in guerra con il rettore.

Ritenendolo troppo vicino a quest’ultimo, Il manager calabrese il’1 febbraio del 2006 stracciò il contratto del dirigente di lungo corso dell’ateneo, nominato il 3 novembre del 2005 ai vertici della macchina amministrativa dell’azienda universitaria.

Per il Tribunale del Lavoro di Messina, si è trattato di un atto illegittimo, fondato – come si può evincere  dalla sentenza firmata dal giudice Laura Romeo – su circostanze false e quindi su motivi pretestuosi.

E così 11 anni dopo i fatti, il giudice ha riconosciuto a Santoro, da anni ormai in pensione, un risarcimento danni di 130mila euro: 68mila per danni morali e di immagine e 67mila per danni patrimoniali, pari alla differenza tra quanto Santoro percepì come dirigente dell’ateneo e quanto avrebbe percepito se il suo incarico di direttore amministrativo del Policlinico fosse durato secondo quanto previsto, ovvero sino al 6 novembre 2008.

Il provvedimento lo adottò Carmelo Caratozzolo, ma il maxi risarcimento lo dovrà ora pagare l’azienda Policlinico, salvo poi l’inevitabile giudizio di responsabilità contabile nei confronti di chi materialmente l’atto lo firmò.

La sentenza al momento è di primo grado e, dunque, potrebbe essere modificata in appello.

Per giustificare la revoca, a Santoro vennero contestate una serie di inadempienze amministrative, in qualche modo riconnesse ai problemi di bilancio dell’azienda.

“Le contestazioni mosse a Santoro non risultano corrispondenti alla realtà”, ha motivato il giudice Romeo in un passaggio della sentenza.

Una guerra e tanti danni

La revoca dell’incarico a Santoro, che ha fatto causa assistito dal legale Fernando Rizzo, si inquadra in uno scontro durissimo che contrappose, a cavallo tra la fine del 2005 e gli inizi del 2006, il direttore generale Caratozzolo e il rettore Tomasello che un anno prima lo aveva fortissimamente voluto alla guida dell’azienda universitaria.

Una guerra che fini con l’allontanamento di Caratozzolo ad opera del rettore.

La competenza a sciogliere il contratto di direttore generale dell’azienda universitaria era per legge del presidente della regione Sicilia, all’epoca Raffaele Lombardo, che infatti l’aveva nominato con un decreto.

Tomasello però confortato da una serie di pareri legali e – come è emerso nelle intercettazioni captate nell’ambito dell’inchiesta sui concorsi truccati alla facoltà di Veterinaria in corso proprio in quelle settimane –  da rassicurazioni che arrivavano dagli uffici giudiziari messinesi, decise di procedere egualmente.

Il manager Caratozzolo, con i suoi avvocati Marcello Scurria e Arturo Merlo, si asserragliò per qualche giorno negli uffici dell’azienda di viale Gazzi finché, completamente isolato, non decise di fare i bagagli e intentare, anche lui, causa civile per il risarcimento danni.

 

IL CASO: Elezioni universitarie, roulette giustizia. Identico vizio, ma pronunce opposte dagli stessi giudici: il Tar di Catania ammette Gea Universitas di Ivan Cutè assistita dall’avvocato Santi Delia e lascia fuori le altre liste escluse dalla competizione. Proclamazione rinviata in attesa dell’appello al Cga

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L'esultanza di Cutè e dei membri di Gea universitas festeggiano

L’esultanza di Cutè (in alto a destra) e dei membri di Gea universitas

Identico vizio, ma responsi diversi da parte degli stessi identici giudici del Tribunale amministrativo regionale di Catania.

L’associazione Gea Universitas, capitanata da Ivan Cutè e patrocinata dal legale Santi Delia, l’ha spuntata..

Le altre associazioni e una serie di candidati a queste appartenenti, invece, no.

Al momento, infatti, benché siano risultati eletti al termine della tornata del 22 e 23 novembre 2016, l’insediamento di quest’ultimi è bloccato dalle pronunce sfavorevoli degli stessi giudici amministrativi di primo grado, già appellate al Consiglio di giustizia amministrativa

Eppure, la loro esclusione dalle elezioni era fondata sul medesimo vizio di diritto e di fatto di quello di Gea Universitas.

Esclusione per tanti

I vertici dell’ateneo, sulla scorta di un parere dell’Avvocatura dello Stato, infatti, avevano escluso dalla competizione elettorale alcune liste e alcuni candidati per violazione della competenza territoriale dei pubblici ufficiali che avevano autenticato le firme necessarie alle candidature: in altre parole, le firme erano state autenticate da sindaci ma fuori dal territorio di competenza.

E ciò era stato desunto dal fatto che sul modulo prestampato usato per l’autentica era stato apposto dal sindaco il timbro del comune della provincia, ma compariva in calce  la dicitura prestampata “Messina”, che in un atto amministrativo indica il  luogo in cui l’atto si compie.

Partecipazione sub judice

Le associazioni e i candidati esclusi si sono rivolti in massa al Tar per chiedere in via d’urgenza un  provvedimento che consentisse loro di partecipare all’elezione  L’organo della giurisdizione, senza contraddittorio, con decreto presidenziale ante causam, li aveva ammessi tutti.

L’esigenza di allineamento

L’ateneo però dopo le elezioni ha sospeso l’insediamento di tutti gli eletti anche di quelli che non erano stati esclusi per irregolarità in attesa che dal Tar arrivassero lumi più certi: “L’insediamento deve avvenire per tutti nello stesso momento. Devono essere temporalmente allineate se non il rinnovo sarebbe molto problematico”, hanno spiegato il rettore Pietro Navarra e il direttore generale Franco de Domenico.

Dal Tar, dagli stessi giudici, infatti, sono arrivate sinora decisioni contraddittorie: favorevoli solo a Gea Universitas e sfavorevoli a tutti gli altri, che hanno appellato.

La proclamazione può aspettare

Dopo l’ordinanza del Tar che dà ragione all’associazione Gea universitas i suoi candidati eletti negli organi dell’Università di Messina potrebbero essere regolarmente insediati: a partire dal senatore accademico in pectore Andrea Celi.

Tuttavia, l’esigenza di allineamento permane. I vertici dell’ateneo stanno valutando così il da farsì. L’opinione che è prevalsa sinora è che prima di procedere all’insediamendo degli eletti di Gea bisogna attendere che si concluda tutta la fase cautelare al Cga, ciò che avverrà entro 15 giorni. Le udienze sono fissate per il 23 febbraio 2016.

Distrazioni di provincia

Gea universitas, specificamente era stata esclusa dalla competizione elettorale universitaria perché alcune delle firme necessarie alla presentazione della lista risultavano autenticate dal sindaco del comune di Brolo con tanto di timbro comunale su dei moduli su cui era indicato come luogo di autentica la città di Messina.

La stessa discrasia, con autentica di sindaci di altri comuni, aveva portato egualmente all’esclusione di altre liste e candidati.

Unico giudice: due pesi e due misure

I giudici Vincenzo Vinciguerra (presidente), Dauno Trebastoni (estensore delle pronunce), e Maria Agnese Barone, occupandosi di quest’ultimi hanno scritto: “Il ricorso appare infondato, in relazione alla circostanza che nel caso di specie è stato violato il principio della competenza del pubblico ufficiale”, hanno motivato nelle ordinanze pronunciate tra dicembre 2016 e gennaio 2017. La convinzione dei tre giudici era così forte che ogni rigetto è stato corredato da una condanna alle spese di 700 euro.

Quando qualche tempo dopo, però, si sono occupati di Gea Universitas il giudizio è diametralmente cambiato: l’indicazione di Messina sul modulo prestampato è diventato un mero errore materiale.

Scrivono i giudici l’8 febbraio 2017 nella motivazione dell’ordinanza cautelare che riguarda Gea Universitas:”Il fatto che il Sindaco autenticante abbia lasciato, in calce al “precompilato” modulo di autenticazione, l’indicazione “Messina”, appare più frutto di errore materiale, probabilmente legato alla disposizione dell’Università, a sua volta fondata sulla erronea supposizione che l’autenticazione delle firme sarebbe certamente avvenuta a Messina, secondo cui il modulo non andava modificato”.

Anche perchè, ha specificato ancora il Tar,  “sul contestato modulo il Sindaco di Brolo ha apposto il timbro del Comune, e tale circostanza rende del tutto verosimile che l’autenticazione sia avvenuta a Brolo”. Esattamente ciò che è accaduto anche in tutti gli altri casi in cui, però, il Tar aveva rigettato

Santi Delia, l’avvocato vincente

L’avvocato di Gea Universitas Santi Delia si è battuto come al solito con grande determinazione e abilità e ha ottenuto i ringraziamenti pubblici di Ivan Cutè.

Delia, ha depositato al Tar un’ “apposita dichiarazione” rilasciata dal sindaco di Brolo, Irene Ricciardello, “nella qualità” (e, quindi, come pubblico ufficiale, ndr) “confermante la circostanza” (cioè che l’autenticazione l’ha fatta  a Brolo e che solo per errore e non alterare il modulo ha lasciato la dicitura Messina, ndr): dichiarazione questa, che i giudici usano nella motivazione per puntellare la decisione favorevole a Gea.

La stessa dichiarazione, da parte dei sindaci di altri comuni, era stata depositata anche nei ricorsi rigettati.

Il precedente confortante

L’avvocato Gianclaudio Puglisi, che ha patrocinato i candidati eletti ma bocciati dal Tar di Catania, commenta: “L’ultima decisione del Tar su Gea universitas per noi è un precedente importante da giocare davanti al Consiglio di giustizia amministrativa nelle prossime settimane”.

 

 

 

Policlinico, il direttore amministrativo Giuseppe La Ganga scelto come commissario straordinario. Ma il direttore sanitario Giovanna Volo segue le orme del direttore generale Marco Restuccia e si dimette

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Giuseppe La Ganga

Giuseppe La Ganga

Il Policlinico universitario di Messina ha il sostituto del direttore generale Marco Restuccia che si è dimesso lo scorso 30 agosto. Nei prossimi giorni il presidente della regione Rosario Crocetta, salvi colpi di scena dell’ultimo momento, nominerà commissario straordinario Giuseppe La Ganga, da 5 anni direttore amministrativo dell’azienda universitaria.
Tuttavia, la struttura sanitaria più grande della città perde il direttore sanitario. Giovanna Volo, infatti, nella giornata odierna ha rassegnato le dimissioni. La sessantenne nissena ha inviato una lettera di ringraziamento a tutto il personale, ai docenti, e al rettore dell’ateneo Pietro Navarra.
Se le dimissioni di Restuccia sono state ufficialmente motivate da ragioni personali di salute, quelle di Giovanna Volo sono al momento top secret.
Secondo alcune indiscrezioni, sarebbero legate proprio alla decisione adottata dai vertici universitari, di concerto con l’assessore regionale alla Sanità, di nominare Giuseppe La Ganga come commissario straordinario.

Giovanna Volo

Giovanna Volo

Test professioni sanitarie, nuovo pasticcio: 36 candidati «scomparsi» a Messina. I vertici dell’ateneo: “Chiara responsabilità del Cineca”

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università di messina

Avevano partecipato alle prove di ammissione ai 12 corsi di laurea a numero chiuso per le professioni sanitarie dell’ateneo di Messina, ma di loro si era persa ogni traccia. Trentasei aspiranti fisioterapisti, logopedisti, infermieri, radiologi e ostetrici, accomunati dall’aula (317) in cui avevano preso posto, hanno brancolato nel buio come fantasmi per giorni. Il loro nome e cognome non figurava né tra i 506 vincitori, né tra i restanti mille e 400 candidati bocciati. «Che fine ho fatto?», si è chiesto ciascuno di loro dopo aver letto e riletto decine di volte la graduatoria pubblicata sul sito dell’Università due giorni dopo il concorso, tenutosi il 4 ottobre. Le telefonate di protesta all’ateneo e quelle al Cineca, il consorzio interuniversitario con sede a Bologna a cui era stata affidata la preparazione e la correzione delle prove, sono valse solo a innescare il gioco dello scaricabarile e contatti frenetici e ricchi di tensione tra ateneo e Cineca. Otto giorni dopo, i «desaparecidos» del concorso sono stati ritrovati e l’ateneo di Messina non ha avuto scelta. Il 14 ottobre è stato, infatti, costretto ad annullare la graduatoria già pubblicata e a comunicarlo ai vincitori ai quali è stata annunciata la pubblicazione di una nuova graduatoria che conterrà, questa volta, i punteggi di tutti i candidati. Gli effetti? C’è chi, già immatricolato, perderà il diritto a frequentare i corsi di laurea; e chi, invece, fantasma per 8 giorni, lo riacciufferà. L’ennesimo pasticcio, insomma, destinato a scatenare altre polemiche sulla regolarità dei test di ammissione a Medicina, oggetto in passato in tutt’Italia di sentenze di annullamento da parte dei giudici per violazione dell’anonimato. Il ritrovamento delle prove dei 36 candidati scomparsi non risolve il mistero su cosa sia realmente accaduto. La ricostruzione dei fatti e l’individuazione delle responsabilità mette ora l’uno contro l’altro l’ateneo guidato dal rettore Pietro Navarra e l’ente che ha il monopolio nell’organizzazione dei test in campo sanitario e universitario, già un anno fa nell’occhio del ciclone per un clamoroso scambio di quiz.

Resa dei conti

Per i vertici dell’ateneo di Messina la responsabilità è tutta del Cineca. Dalla Sicilia è partita una lettera di diffida e messa in mora per danni patrimoniali e d’immagine all’indirizzo dei vertici del consorzio che impiega 700 dipendenti e incassa 100 milioni di euro all’anno di risorse pubbliche. Il direttore generale dell’ateneo di Messina, Francesco De Domenico, non nasconde la rabbia: «L’errore del Cineca è chiaro e gravissimo e non può essere dovuto ad altro che a superficialità. Si sono dimenticati di correggere le prove di 36 candidati. Una cosa incredibile che adesso ci esporrà ai ricorsi di chi pur immatricolato rimarrà fuori e a danni di immagine». La ricostruzione del Cineca, invece, è diversa e dà la responsabilità all’ateneo che ha pubblicato una graduatoria – come precisa l’ufficio stampa – «basata su dati parziali»: «Tutti i compiti sono stati valutati subito. Quello che è successo è che la qualità della stampa di un piccolo lotto di etichette ha interferito con l’assegnazione automatica del compito al rispettivo candidato. E’ stato necessario fare tutte le opportune verifiche prima di consegnare all’ateneo la graduatoria definitiva», spiega una nota dell’ufficio stampa. Il direttore generale De Domenico replica a muso duro: «Questa ricostruzione è illogica e si scontra con i fatti. Non ci sono stati mai comunicati problemi nella correzione. Non si capisce che senso avesse trasmetterci una graduatoria che non poteva essere pubblicata».

Il precedente

Il Cineca era finito nella bufera in occasione del concorso per l’ammissione alle Scuole di specializzazione in medicina, svolte a fine ottobre del 2014. Uno scambio di quiz aveva costretto il Ministero dell’Università ad annunciare l’annullamento e la ripetizione delle prove cui avevano partecipato 12mila medici. Poi, qualche giorno dopo, le prove sono state salvate. Ma il contenzioso davanti ai giudici amministrativi che ne è derivato è stato imponente. Tre recenti sentenze del Consiglio di Stato hanno posto le basi per l’annullamento del concorso. A suo tempo il presidente del Cineca, Emilio Ferrari, aveva annunciato le dimissioni ma è ancora al suo posto.

Il salvataggio

Il 26 maggio del 2015 il Consiglio di Stato aveva stabilito che fosse illegale e contrario alle regole di libera concorrenza che gli atenei e il Miur affidassero senza gara (in house) la preparazione e la correzione dei test all’organismo interuniversitario: «In barba a quanto vorrebbe la legislazione, il Cineca non è interamente pubblico: sono soci oltre al Miur e a 70 atenei pubblici anche Università private; i singoli atenei poi non hanno un controllo analogo a quello che hanno sui loro servizi», avevano motivato i giudici. Il Cineca è stato salvato grazie ad alcune disposizioni inserite in un decreto legge sugli enti territoriali varato dal Governo Renzi il 19 giugno del 2015. Queste norme hanno recepito con un anno e mezzo di anticipo rispetto al termine ultimo del 31 dicembre del 2016 una direttiva europea che segna un cambio di orientamento rispetto ai principi già affermati dalla giurisprudenza comunitaria e italiana in materia di affidamento diretto a società in house.

pubblicato su Il corriere.it

Borse Medicina, pasticcio senza fine: I bocciati querelano la Giannini per omissione in atti d’ufficio. Il Consiglio di Stato ha ordinato la riammissione di 300 ricorrenti ma il Miur fa muro

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Interrogazioni parlamentari, mozioni di sfiducia al ministro e, ora, una denuncia penale. Il primo concorso nazionale per le scuole di specializzazione di medicina dell’ottobre scorso segnato dall’incidente delle domande scambiate per errore dal Cineca non smette di sollevare polemiche e ricorsi. Il Consiglio di Stato ha ordinato la loro immatricolazione. Il ministero dell’Istruzione, però, non ha nessuna intenzione di consentire a 300 medici bocciati di immatricolarsi insieme ai 5mila colleghi ammessi ai corsi di specializzazione universitaria e di percepire così le borse da 2 mila euro mensili per 5 anni. Il ministro Stefania Giannini lo ha ribadito mercoledì 6 maggio al Senato, nonostante la richiesta di dimissioni avanzata da M5S, Lega e Forza Italia che la ritengono «responsabile di tutti problemi organizzativi e delle irregolarità procedurali e di gestione che hanno caratterizzato il concorso». Nell’occasione, la ministra ha annunciato che il nuovo bando verrà pubblicato la prossima settimana e prevederà 6mila e 600 borse, mille in più dello scorso anno. Le prove si terranno entro il 31 luglio.

Grimaldelli
I tecnici del ministero hanno trovato il grimaldello giuridico per eludere la pronuncia del massimo organo di giustizia amministrativa del 27 marzo scorso: si chiama trasposizione del giudizio davanti al Tribunale amministrativo del Lazio. In parole semplici, poiché la pronuncia è arrivata su ricorso straordinario al Capo dello Stato, il ministero invece di darvi corso ammettendo i ricorrenti chiede che la causa torni al giudice di primo grado. In questo modo – secondo gli esperti giuridici del ministero – l’obbligo di immatricolare viene sospeso.

Alla lotteria dei giudici
L’esito del giudizio dinanzi al Tar, alla luce di quanto accaduto sinora, dovrebbe essere scontato: l’organo amministrativo di primo grado, infatti, ha rigettato (senza un rigo di motivazione) con ordinanze cautelari tutti i 4 mila ricorsi presentati da candidati delusi, che dopo la pronuncia del Consiglio di stato (allo stesso modo, priva di motivazione) erano tornati a sperare.

La reazione
La strategia del Miur ha mandato su tutte le furie i 300 medici che hanno organizzato per il 14 maggio un sit in. Ma non si sono fermati a questo. Alcuni di loro, secondo quanto trapelato, hanno chiesto ai magistrati della Procura di Roma di verificare se nel comportamento del Miur ci siano gli estremi della responsabilità penale per omissione in atti d’ufficio o per inosservanza ad un provvedimento dell’autorità giudiziaria.

Il precedente
Il Miur non ha neppure autorizzato i vari atenei a dare seguito alle pronunce del Tar favorevoli ai medici vincitori del concorso ma «vittime» del sistema beffardo di distribuzione dei posti. Pur aspirando a diventare, ad esempio, pediatri, sotto la spada di Damocle di non potersi iscrivere a nessuna scuola di specializzazione perché i posti nella scuola preferita si sarebbero esauriti dopo gli scorrimenti, avevano accettato con una decisione assunta in poche ore di iscriversi a quella, sempre per fare un esempio, di cardiologia di una città lontana centinaia di chilometri dal luogo di residenza. I posti in realtà – si è scoperto dopo – c’erano. I giudici hanno sancito il diritto di questi medici di spostarsi nella scuola preferita. Sinora, però, le sentenze sono rimaste lettera morta.

Anomalie in concorso
Ricorsi, interrogazioni e mozioni di sfiducia si basano tutte sulla premessa che il concorso 2014 è stato viziato da una grave irregolarità: lo scambio dei quiz destinati all’area clinica con quelli per l’area medica. Inizialmente il Miur aveva detto che le prove sarebbero state ripetute. Poi la commissione incaricata di validare le domande aveva accertato che, essendo i settori scientifico disciplinari in larga parte comuni, i quesiti proposti erano equivalenti stabilendo di conseguenza che, sia per l’una sia per l’altra area, 28 domande su 30 fossero valide. Ma gli incidenti non finiscono qui. Tra le domande somministrate ai candidati, ce n’era una di endocrinologia: la risposta considerata valida era errata per stessa ammissione del Miur. La soluzione? E’ stata considerata valida sia la risposta corretta che quella errata. Inoltre, per un’anomalia del software su piattaforma Java ideato dal Cineca, se il candidato dopo aver spuntato una delle 4 possibili risposte a ognuna delle domande poste sulla sinistra, spostava il puntatore e cliccava, inavvertitamente, nella parte della pagina bianca a destra si spuntava un’altra risposta che prendeva automaticamente il posto di quella scelta. Se il candidato non se ne avvedeva e dava la conferma, finiva per rispondere in maniera diversa da come avrebbe voluto.

 

Dal corriere.it