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Gravi carenze igieniche, multe salate alle due rosticcerie più famose di Messina. “Zimbaro” di viale San Martino per evitare la sospensione dell’attività chiude per ristrutturazione. Recidivi i “Fratelli Famulari” di via Cesare Battisti. Il precedente nel segno del giornalismo in forma estorsiva

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La rosticceria Zimbaro chiusa per ristrutturazione

La rosticceria Zimbaro chiusa per ristrutturazione

 

Doveva investire in igiene. Invece, è stato indotto a spendere migliaia di euro in pubblicità per tenere nascosta la verità che pure un blog aveva raccontato.

I giornali locali, se si possono chiamare giornali quelli che non pubblicano le notizie e poi incassano soldi in attività promozionale atta a manipolare le stesse identiche notizie, sono andati a nozze.

Ma tre anni e mezzo dopo, nuovi controlli della Polizia di stato e dei tecnici dell’azienda sanitaria provinciale di Messina hanno fatto riemergere le magagne di un tempo: gravi carenze igieniche.

La “rinomata” Rosticceria dei Fratelli Famulari di via Cesare Battisti, una delle più famose e frequentate di Messina, ubicata a due passi dall’Università e dal Tribunale, si è beccata una nuova multa con obbligo di adeguarsi al più presto a una serie di prescrizioni.

Ma l’ispezione non ha avuto esito negativo solo per Salvatore Famulari.

Se la simpatia e il lusso non bastano

Questa volta, al contrario della precedente, ci ha rimesso le penne pure un collega altrettanto famoso, nel cui esercizio commerciale sono state riscontrate carenze molto più gravi.

La fama di Dino Zimbaro, conosciuto dagli avventori del locale posto all’incrocio tra viale Europa e viale San Martino per i suoi modi rudi e accoglienti al tempo stesso, si è negli ultimi anni estesa.

Nel 2016, infatti, nello stesso stabile di sua proprietà in cui sorge la rosticceria, la figlia, sposata con un noto calciatore di serie A, ha realizzato un piccolo hotel boutique di lusso, pubblicizzato dai mass media locali ma anche nazionali.

Non c’è cliente dell’hotel che nelle recensioni sulle riviste specializzate non racconta di aver gustato anche le prelibatezze della rosticceria di famiglia e di aver potuto apprezzare la convivialità del titolare.

Centinaia di migliaia di euro di investimento per un piccolo albergo di 7 stanze apprezzato e lodato dai clienti – sempre a leggere le stesse recensioni – proprio per l’igiene, l’attenzione per i minimi dettagli e la professionalità.

Nessun investimento invece – a giudicare dall’esito disastroso degli accertamenti che non coinvolgono in alcun modo l’hotel – per adeguare a standard minimi di igiene la cucina dell’attigua rosticceria.

Anche per Dino Zimbaro è scattata così una multa salatissima e obblighi di immediato adeguamento strutturale, con proposta di chiusura del locale inoltrata al sindaco.

Lo storico commerciante ha giocato d’anticipo e ha subito sospeso l’attività dell’esercizio che da alcuni giorni “è in ristrutturazione”, come spiegano i cartelloni attaccati alla saracinesche abbassate.

La rosticceria Fratelli Famulari di via Cesare Battisti

La rosticceria Fratelli Famulari di via Cesare Battisti

Il precedente…. e il giornalismo in forma estorsiva

 

Era il 29 agosto del 2014 quando sul blog www.micheleschinella.it apparve l’articolo: “Riapre la rosticceria dei fratellli Famulari di via Cesare Battisti. Era stata chiusa per gravi carenze igieniche dall’Asp 5. I retroscena”.

L’articolo raccontava l’esito sconvolgente (per lo stomaco dei clienti) dell’ispezione nata per puro caso.

Chi lo scrisse ne venne a conoscenza sulla spiaggia, mentre prendeva il sole, da alcuni vicini di ombrellone, che ne parlavano perché in qualche modo parte in causa.

Bastò un rapido controllo giornalistico per capirne di più e informare i lettori.

L’articolo ebbe oltre 100.000 lettori (o, meglio, click), oltre 150 messaggi di commento inviati al blog e centinaia di condivisioni su facebook.

Tuttavia, nessun giornale di Messina, né l’unico cartaceo, né quelli on line, nèle televisioni ripresero la notizia.

Che la rosticceria più frequentata di Messina, dove le famiglie portano i bambini a fare feste, fosse stata chiusa per carenze igieniche secondo i giornalisti di Messina non era notizia che interessasse alla gente.

Nei giorni seguenti accaddero dei fatti che spiegarono meglio che non era stata questa la valutazione.

Salvatore Famulari nei giorni immediatamente successivi contattò ripetutamente l’autore dell’articolo. Voleva che l’articolo fosse cancellato dalla rete. Con cortesia e gentilezza insistette perché ci si incontrasse per definire l’accordo: “Per colpa dell’articolo nella rosticceria viene poca gente. Ci vediamo. Ci mettiamo d’accordo e lei cancella il pezzo”.

“Se ci sono scritti fatti in maniera non corretta mandi una rettifica e verrà pubblicata. Altrimenti l’articolo rimarrà là dov’è. Non voglio nulla, neppure un arancino”, si sentì rispondere.

Il 17 settembre del 2014 su tutti i giornali di Messina e sulle televisioni locali inizia una campagna di propaganda a favore della rosticceria dei Fratelli Famulari.

Viene pubblicato un comunicato stampa. Basta cercarlo con google (cercando “famulari apre la sua cucina”, con accanto il nome delle varie testate). E’ ancora in rete.

La campagna era ovviamente opera di un giornalista (o, per meglio dire, addetto stampa) che si era proposto a Salvatore Famulari, in quel momento in difficoltà, come colui in grado di risolvergli i problemi di immagine ed economici che l’articolo sul blog gli stava procurando e comunque di impedire che lo stesso avesse ulteriore eco.

Fu così che gli stessi giornali che avevano omesso di dare la notizia dell’esito dell’ispezione, pubblicizzarono l’igiene e le virtù della rosticceria.

Ma l’articolo sul blog continuò ad essere “un problema”.

Salvatore Famulari riprese a telefonare: “Non solo ho perso clienti ma il suo articolo mi è costato migliaia di euro di pubblicità per non risolvere nulla”, si lasciò sfuggire in una delle telefonate.

Ma chi è il giornalista (anzi, addetto stampa) che con condotta al limite dell’estorsione, organizzò la campagna pubblicitaria per Famulari?

Lo sanno i responsabili dei giornali che la pubblicità la fecero. E lo sa il titolare della rosticceria che i soldi li sborsò. Quest’ultimo, però, nel frattempo ha perso la memoria.

“Guardi non mi ricordo nulla di quella vicenda”, dice a specifica domanda Salvatore Famulari contattato questa mattina telefonicamente.

Inchieste del Cas bis, per la Procura e il Gip Salvatore Mastroeni la gara d’appalto per la costruzione della Siracusa Gela era truccata, ma il Consiglio di Giustizia amministrativa un anno prima aveva detto il contrario. Il peso della testimonianza dell’ex capo del genio di Messina Civile Gaetano Sciacca, sconfessato dai giudici amministrativi

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Il gip Salvatore Mastroeni

Il gip Salvatore Mastroeni

L’impianto accusatorio dell’inchiesta condotta dalla Procura di Messina che il 14 marzo del 2018 è deflagrato con sei arresti eccellenti, si fonda su un dato sposato in toto dal Giudice per le indagini preliminari, Salvatore Mastroeni: la gara da 370 milioni di euro bandita nel 2013 dal Consorzio per le autostrade siciliane per la costruzione di un tratto di 20 km dell’autostrada Gela Siracusa è stata truccata a favore del Raggruppamento imprenditoriale Condotte Acque Spa e Cosedil Spa.

La prova?

Le dichiarazioni dell’ex Capo del Genio civile di Messina, Gaetano Sciacca.

Eppure, che le decisive valutazioni di Gaetano Sciacca non fossero giuridicamente corrette e che la gara non fosse truccata, non almeno secondo la modalità ritenuta dalla Procura, l’aveva stabilito in maniera chiara il Consiglio di giustizia amministrativa con una sentenza del 5 maggio del 2017, pubblicata 24 giorni dopo, il 29 maggio del 2017.

La pronuncia del massimo organo di giustizia amministrativa siciliana era arrivata due mesi prima che il procuratore aggiunto Vincenzo Barbaro, e i sostituti Rossana Casabona  e Alessia Giorgianni, il 6 luglio del 2017, chiedessero le misure cautelari per il funzionario Gaspare Sceusa, colui cioè che secondo l’accusa, quale presidente della sub commissione di gara incaricata di valutare un aspetto controverso del progetto esecutivo del gruppo risultato vincitore, aveva truccato la gara.

E sollecitassero analoghe misure cautelari per Nino Gazzara, vicepresidente del Cas; Nicola Armonium, titolare di una società di consulenza legale, Pachira Srl; per il i rappresentanti legali  del gruppo imprenditoriale Condotte Acque, Duccio Astaldi e Antonio D’andrea, per l’avvocato Stefano Polizzotto, accusati di essersi prodigati dopo l’aggiudicazione dell’appalto (insieme allo stesso Sceusa) per favorire l’impresa aggiudicataria nell’esecuzione dell’appalto, anche e soprattutto attraverso la corruzione dell’avvocato Gazzara avvenuta per il tramite di Armonium.

La sentenza del Cga era di nove mesi prima che il Gip Salvatore Mastroeni il 14 marzo del 2018 disponesse gli arresti domiciliari per Sceusa, Astaldi, D’andrea e Polizzotto e il carcere per Armonium e Gazzara, fidandosi ciecamente del materiale probatorio presentatogli dalla Procura.

Il giudice Mastroeni, in specie, per quanto riguarda il reato di alterazione del risultato della gara d’appalto che a Sceusa è costato la privazione della libertà, ha preso per oro colato quanto aveva detto Gaetano Sciacca.

La gara truccata secondo la Procura

Il gruppo Condotte Spa Cosedil Spa si era aggiudicata la gara presentando un progetto migliorativo rispetto a quello definitivo proposto dalla stazione appaltante e già approvato dal Genio civile di Ragusa.

Questo progetto migliorativo prevedeva che i conci dei viadotti “Salvia” e “Scardina” che attraversavano il tratto di autostrada oggetto di appalto fossero di dimensioni diverse da quelle contenute nel progetto definitivo: più grandi, e quindi in misura minore rispetto al progetto he costituiva termine di riferimento della gara.

La commissione ministeriale formata da tecnici nominati dal ministro alle Infrastrutture, dopo aver formulato la graduatoria finale che vedeva al primo posto il Raggruppamento Condotte acqua spa Cosedil spa, aveva chiesto alla sub commissione presieduta da Sceusa  proprio di verificare se questa miglioria non fosse in contrasto con la legge o con il disciplinare di gara e quindi la società risultata vittoriosa non andasse esclusa.

Più precisamente, i commissari nazionali chiedevano se in virtù proprio di queste modifiche non fosse necessaria la preventiva approvazione del progetto esecutivo proposto dall’impresa vincitrice da parte del Genio civile.

Dopo alcune sedute la sub commissione anche sulla base delle dichiarazioni rassicuranti dei legali dell’impresa aggiudicataria si pronuncia nel senso che non c’era bisogno di questa approvazione preventiva. Cosi si arriva all’aggiudicazione definitiva.

Gli inquirenti ipotizzano che questa decisione della sub commissione fosse illegale e di conseguenza la gara truccata. Iscrivono sul registro degli indagati oltre a Sceusa gli altri componenti la commissione.

Ma prove dell’illegalità non ne hanno. Non hanno intercettazioni, testimonianze. documenti che lo attestino. Nulla di nulla.

L’assist dell’ex Genio Gaetano Sciacca

E’ Gaetano Sciacca a fornire linfa alla tesi degli inquirenti.

Il 13 febbraio del 2016 infatti, al pubblico ministero che lo convoca in Procura, spiega con sicurezza: “Il progetto dell’offerta progettuale del raggruppamento Condotte Cosedil, avrebbe comportato la necessità di una nuova approvazione da parte del Genio civile, proprio perché era prevista una modifica dimensionale dei conci e una loro riduzione numerica”.

Sciacca va oltre: “Mi pare dubbio il comportamento della sub commissione che non si sia attivata per richiedere un parere al Genio civile sul progetto migliorativo”.

L’ex capo del Genio civile conclude, rincarando la dose: “Le modifiche tecniche contenute nell’offerta costituiscono una variazione tale da determinare non solo una nuova approvazione da parte del Genio civile ma una nuova approvazione in linea tecnica-amministrativa da parte dell’Anas”. Di più. Sciacca dichiara: “Il progetto andava approvato da un organo interno al Cas denominato Rina, e lo stesso Responsabile unico del procedimento avrebbe dovuto validare di nuovo il progetto”

Insomma, secondo Sciacca l’operato della sub commissione era stato completamente fuori legge.

Il giudice Mastroeni d’accordo con i i tre pubblici ministeri Barbaro, Casabona e Giogianni, sulla scorta di questa valutazione, conclude: “Vi è un’evidente turbativa della gara”.

Se Sciacca è smentito dal Cga e i giudici non se ne avvedono

La gara d’appalto arriva all’attenzione degli organi di giustizia amministrativa regionale cui si erano rivolti le società perdenti, immediatamente dopo l’aggiudicazione.

Secondo i ricorrenti la società aggiudicataria andava esclusa proprio perché il progetto migliorativo richiedeva nuova e  preventiva autorizzazione da parte del Genio civile.

E’ stato il Tar di Catania nel 2014 semplicemente in base a quanto sostenuto nel ricorso sul punto e senza alcun giudizio di merito a chiedere alla Procura di Messina di controllare l’andamento della gara.

In sede di merito, tuttavia sia il Tar che, in appello, il Cga danno ragione al Cas e al Raggruppamento vittorioso.

Sul dato su cui si incentra l’inchiesta penale, già il Consiglio di giustizia amministrativa si era pronunciato l’1 dicembre del 2014, un anno e mezzo prima che Sciacca venisse sentito dalla Procura.

I giudici d’appello avevano rigettato il ricorso sottolineando che “la sub commissione aveva approfondito la questione della necessità dell’approvazione preventiva del progetto del Genio civile e che comunque questa rientrava nella valutazione discrezionale della commissione, aggredibile solo se irragionevole: cosa che non ricorreva nel caso di specie”.

Una motivazione che ha permesso ai pm ministeri e al Gip di ritenere che questa decisione del Cga non ostasse sotto il profilo penale alla configurazione del reato di turbativa d’asta

Tuttavia, il Cga nel 2017 torna specificamente sulla questione nel giudizio revocatorio, rimedio straordinario (per fare un parallelismo una sorta di revisione di sentenza penale passata in giudicato), instaurato dalle società perdenti.

E vi torna non solo in punto di diritto giustificando tutto attraverso il ricorso alla categoria della discrezionalità amministrativa, ma avvalendosi della consulenza tecnica del capo del Genio civile di Ragusa, ovvero di colui che guida l’ufficio competente a esprimersi sul progetto dell’appalto.

Il giudizio tranciante del consulente del CGA

Sulla base di questa consulenza il Cga aveva concluso che “la relazione non lascia adito a dubbi sulla natura dell’intervento autorizzatorio del Genio civile e sul carattere non essenziale delle modifiche proposte dalla società aggiudicataria riguardo le dimensioni dei conci dell’impalcato dei viadotti Salvia e Scardino”.

Il Capo del Genio civile di Ragusa, smentendo Gaetano Sciacca, nella sua relazione aveva spiegato: “Le società concorrenti erano libere di presentare progetti migliorativi. L’ unica condizione è che prima della realizzazione delle opere (e non prima dell’aggiudicazione e della presentazione dell’offerta da parte delle ditte concorrenti, ndr) vengano depositati gli esecutivi e le verifiche delle opere provvisionali per la preventiva autorizzazione del Genio civile”.

Ciò che ha sempre ritenuto la sub commissione presieduta da Sceusa e ciò che è stato fatto dopo l’aggiudicazione e prima dell’inizio dei lavori.

In altre parole, secondo il Cga, la sub commissione presieduta da Sceusa ha operato correttamente secondo quelle che sono le regole tecniche in materia giuridico ingegneristica.

Esattamente il contrario dell’idea che si è fatta la Procura.

Di questa sentenza del 2017 nella richiesta di misure cautelari e nell’ordinanza firmata da Mastroeni non c’è traccia

Che “c’azzecca” l’ex capo del Genio civile…

Le prove regina che la gara fosse truccata è la testimonianza di Gaetano Sciacca.

Questi è stato sentito a sommarie informazioni testimoniali, benché in realtà gli inquirenti gli abbiano chiesto una valutazione tecnica, da veri e propri esperti: ciò che per legge si fa attraverso la nomina di un consulente. E solo questa d’altronde gli potevano chiedere.

Sciacca non solo non è testimone: non si è mai occupato del progetto dell’autostrada che rientrava nella competenza del Genio civile di Ragusa, quindi nulla sa dell’opera.

Ma quando viene sentito non è più da due anni ormai (dal 14 settembre del 2014) a capo del Genio civile di Messina: è infatti a capo di ufficio con tutt’altre competenze, l’Ispettorato del Lavoro.

Non solo. Tra il 2011 e il 2012, per oltre un anno, Gaetano Sciacca, per volere dell’allora Governatore Raffaele Lombardo, ha rivestito, contemporaneamente alle funzioni di capo del Genio civile, anche quelle di vertice del Consorzio per le autostrade siciliane: dei cui funzionari anni dopo ha bocciato l’operato.

Il perché un procuratore della Repubblica senta la necessità di convocare Sciacca, che nella vicenda non ha avuto alcun ruolo, è un mistero che la lettura degli atti non permette di disvelare.

Gravi indizi…. di equivoci

Che la gara d’appalto non si possa dire truccata non significa che le altre ipotesi di reato contestate dalla Procura e accolte dal Gip (che ha disposto una serie di arresti), relativamente al periodo successivo all’aggiudicazione poggino di conseguenza solo per questo sulla sabbia.

Tuttavia, la lettura delle carte consente di dire che una serie di fatti per come sono stati ricostruiti dalla Procura non hanno pieno riscontro nella realtà o sono smentiti.

Di certo c’è che Nino Gazzara, ex onorevole della repubblica italiana, ha ottenuto il 20 gennaio del 2015 un contratto di consulenza legale per attività professionale di avvocato della durata di un anno dalla società Pachira di Nicola Armonium, a sua volta legata da contratto con il gruppo imprenditoriale che si era aggiudicato l’appalto. E che ha incassato 31 mila euro.

 

IL COMMENTO: Inchieste del Cas, il direttore generale Salvatore Pirrone e il funzionario Gaspare Sceusa rischiano di finire in carcere per tre reati inesistenti. Il tintinnio di manette e la frana…. della Procura, arginata solo in parte dal Gip Eugenio Fiorentino. Il ruolo del consulente tecnico e le 22 ipotesi di reato contestate

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Il direttore generale Salvatore Pirrone

Il direttore generale del Consorzio autostrade siciliane Salvatore Pirrone

 

Può un pubblico amministratore che ordina in via d’urgenza dei lavori per fermare una frana fonte di pericolo per le persone essere accusato del reato di Disastro ambientale punito con una pena da 5 a 15 anni e rischiare la misura cautelare del carcere perché i lavori non sono stati eseguiti adeguatamente dalla ditta incaricata e il pericolo della frana – secondo un consulente del pubblico ministero – permane?

A questa domanda un qualunque cittadino dotato di semplice buon senso e di elementare cultura giuridica risponderebbe con un no, accompagnato magari da un tono di indignazione, tanto la risposta è scontata.

Eppure, ciò che per un semplice cittadino sarebbe inimmaginabile, è realmente accaduto.

E’ accaduto al direttore generale del Consorzio autostrade siciliane Salvatore Pirrone e al direttore tecnico dello stesso ente pubblico che ha la gestione delle autostrade siciliane, Gaspare Sceusa.

Il sostituto procuratore della Repubblica Anna Maria Grazia Arena ipotizzando nei loro confronti il reato di Disastro ambientale aveva chiesto la custodia cautelare in carcere.

Per un terzo funzionario del Cas Antonio Spitaleri, il pm aveva domandato il Divieto di dimora in provincia di Messina.

Il giudice per le indagini preliminari, Eugenio Fiorentino, non ha accordato le misure.

Ma non perché ha ritenuto non configurabile questo gravissimo reato (previsto dall’art. 452 quater del cod. pen.), ma perché ha considerato sufficiente a neutralizzare il pericolo di reiterazione del reato la misura della sospensione delle funzioni per 12 mesi.

Il peccato originale della frana

La frana è quella che il 5 ottobre del 2015 interessa l’autostrada Messina Catania, determinando nei pressi di Letojanni la chiusura dell’intero tratto di autostrada in direzione della città etnea. La Procura di Messina apre un’inchiesta.

Il Consorzio interviene il giorno stesso. Vengono affidati i lavori a una ditta di Letojanni, la Musumeci Spa, con procedura di somma urgenza e quindi affidamento diretto. Costo totale 500 mila euro. I lavori iniziano il 27ottobre 2015 e terminano il 26 gennaio del 2016.

Qualche giorno dopo viene aperta l’autostrada sia pure ad una corsia.

Il 26 novembre 2016, un anno dopo, in seguito ad abbondanti precipitazioni dei detriti cadono sull’autostrada: non fanno danni e la corsia viene chiusa solo per poche ore.

Pietro Concetto Costa, ingegnere di Catania, nominato consulente dal sostituto Anna Maria Grazia Arena titolare dell’inchiesta per accertare le cause della frana del 5 ottobre del 2015 e le eventuali responsabilità, ha analizzato pure i lavori che il Cas ha messo in cantiere in via d’urgenza a seguito della frana.

E ha concluso che l’opera realizzata in somma urgenza non è adeguata a proteggere la pubblica incolumità, in specie gli automobilisti.

In base a queste valutazioni e a quanto capitato un anno dopo con il crollo di detriti, il pubblico ministero e Giudice per le indagini preliminari hanno contestato ai funzionari che hanno avuto un ruolo nei lavori il reato di Disastro ambientale.

Se le accuse poggiano su un costone di sabbia

Si può mai sostenere che la costruzione di un’opera di contenimento fatta d’urgenza per evitare proprio il disastro ambientale e per proteggere la pubblica incolumità, sia pure fatta male, possa configurare in capo all’amministratore pubblico il reato che commette chi per esempio scarichi a mare migliaia di tonnellate di sostanze chimiche inquinanti o appunto determina il dissesto idrogeologico?

Certo che no.

Peraltro il consulente della Procura, il sostituto procuratore e il Gip,  a leggere l’ordinanza, valutano l’opera come se fosse l’opera definitiva per risolvere il problema.

E invece non è così.

Seppure la frana da allora non si è mossa più, il Cas ha nel frattempo elaborato un progetto definitivo che per risolvere definitivamente il problema prevede un costo di 12 milioni di euro.

Il diritto è buon senso

Ma non è solo il buon senso e la logica a sconfessare la tesi del sostituto Maria Grazia Arena e del Gip Fiorentino.

Basta leggere la norma del’articolo 452 quater del codice penale. Che hanno letto pure pubblico ministero e Gip, prendendone però – come si capisce scorrendo l’ordinanza di misure cautelari – solo un pezzetto.

La norma stabilisce che è disastro ambientale:  l’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema; oppure  (seconda ipotesi), l’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali; oppure, terzo caso, l’offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto e l’estensione compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone esposte a pericolo.

Il sostituto Arena e il Gip Fiorentino convergono sul terzo caso e in sintesi dicono: siccome le opere non sono state fatte bene e siccome c’è ancora il pericolo per le persone allora i due funzionari hanno commesso il reato di disastro ambientale.

Entrambi i magistrati però si concentrano sull’offesa alla pubblica incolumità, e dimenticano che la norma (il terzo caso) impone che la condotta tacciabile di Disastro ambientale abbia comunque determinato una compromissione o un fatto di alterazione della natura o dell’ecosistema e solo in conseguenza di ciò ci sia un’esposizione a pericolo per le persone.

I lavori di contenimento della frana hanno arrecato una grave compromissione o alterazione dell’ecosistema?

La risposta è elementare.

Senza contare che manca in ogni caso completamente nella condotta il dolo, necessario per contestare questo reato.

Il paradosso del tintinnio di manette

Il consulente della Procura nella sua perizia ha evidenziato che la frana del 5 ottobre 2015 è frutto di una serie di condotte illegittime tenute dai proprietari di alcuni villaggi turistici e di civili abitazioni ubicate a monte della frana e di alcune condotte omissive di taluni funzionari che non si erano attivati per prevenire le frana pur avendone l’obbligo.

In dieci sono stati iscritti sul registro degli indagati per Disastro ambientale, ma per nessuno di loro è stata assunto alcuna misura cautelare, richiesta e disposta per coloro (i tre funzionari del Cas sospesi dal Gip Fiorentino, appunto) che invece hanno cercato di bloccare gli effetti del fenomeno franoso.

Il peculato…. per aver pagato quanto dovuto

 

Per la verità, Pirrone, Sceusa e Spitaleri sono accusati pure di peculato e anche per questo reato il pm aveva chiesto la misura cautelare del carcere.

Ma anche questa imputazione, condivisa dal Gip Fiorentino, avrà di che far divertire gli avvocati e il Tribunale del Riesame, un po meno gli indagati.

La colpa dei tre è di aver liquidato di fatto 40 mila euro ai due progettisti dell’opera utilizzando una sorta di “copertura”.

Nella ricostruzione del sostituto Arena, i due progettisti (un ingegnere e un geologo) li nomina la ditta, che si era impegnata a effettuare solo i lavori, ma doveva nominarli la stazione appaltante Cas.

Poi però li paga il Cas attraverso lo “schermo”  di una perizia di variante in corso d’opera approvata dai vertici del Cas che porta l’importo dei lavori dai 400 mila euro inizialmente previsti a 500 mila.

Ai due professionisti vanno in tutto 40 mila euro.

Ora, il peculato è il reato del pubblico ufficiale che si appropria di un bene o di denaro della pubblica amministrazione di cui ha il possesso e può comportare una pena sino a 10 anni e 6 mesi.

Pur volendo ritenere verosimile la dietrologica ricostruzione del sostituto Arena sulla perizia di variante usata da “copertura”, ricostruzione fondata solo su deduzioni e nessun elemento di prova,  viene subito da porsi una domanda: Pirrone, Sceusa e Spitaleri si appropriano dei 40 mila euro?

Certo che no.

Forse pagano chi non ne ha diritto, al solo scopo, in ipotesi, di appropriarsi poi della somma in virtù di un accordo illecito a monte con gli stessi percettori, di una parte del denaro?

No.

E’ lo stesso Gip Fiorentino ad affermare che “i due professionisti hanno svolto effettivamente il lavoro e hanno diritto ad essere pagati”.

E allora come è possibile che due magistrati abbiano ritenuto che i tre abbiano commesso questo reato?

La risposta è impietosa: la lettura parziale e dunque errata già sotto il profilo della ratio della norma, di una massima di una sentenza del 2017 della Corte di cassazione.

Basta leggere l’ordinanza di misure cautelari firmata da Fiorentino per comprenderlo.

Il sostituto e il Gip per sostenere che la condotta dei tre pubblici funzionari sia peculato e non abuso d”ufficio (reato meno grave, che non consente gli arresti) citano i giudici con l’ermellino: “L’utilizzo di denaro pubblico per finalità diverse da quelle previste integra il reato di abuso d’ufficio qualora l’atto di destinazione avvenga in violazione delle regole contabili sebbene sia funzionale alla realizzazione, oltre che di indebiti interessi privati, anche di interessi pubblici“, scrive la Corte di Cassazione: ciò che potrebbe calzare a pennello alla condotta cosi come ricostruita dalla Procura che si fonda sul fatto che la perizia di variante di 100 mila euro sia stata fatta con lo scopo di far pagare al Cas chi doveva pagare invece la ditta.

La Cassazione continua: “mentre integra il più grave reato di peculato l’atto di disposizione compiuto in difetto di qualsiasi motivazione o documentazione ovvero in presenza di una motivazione di copertura formale per finalità esclusivamente private ed estranee a quelle della pubblica amministrazione“, affermano ancora i magistrati del massimo organo della giurisdizione.

“L’esistenza della “copertura formale” data dalla perizia di variante”, chiosa il Gip Fiorentino in accordo con il sostituto Arena, “propende per la contestazione del reato di peculato”.

Anche in questo caso i due magistrati si concentrano sulla “copertura”, che è una modalità dell’azione, e si coprono gli occhi sulla finalità della condotta richiesta dalla Cassazione perché possa essere contestato il peculato: le finalità esclusivamente private.

Hanno i tre funzionari del Cas un interesse esclusivamente privato nel far pagare i due professionisti (che, si ripete, ne avevano il diritto) attraverso la “copertura” della perizia di variante?

La risposta anche in questo caso è elementare.

E’ lo stesso sostituto procuratore a sostenere che i due professionisti andassero nominati e pagati dal Cas.

Se almeno una volta il Gip boccia il pm

Il sostituto procuratore Anna Maria Grazia Arena nelle sue richieste si era spinta anche oltre.

Aveva infatti chiesto la custodia in carcere per Pirrone e Sceusa e il divieto di dimora per Spitaleri anche per un altro reato: la frode in pubbliche forniture, punito con la reclusione sino a 5 anni.

Secondo la ricostruzione del magistrato, che ha pedissequamente fatto sue le conclusioni cui è giunto il consulente Certo, nel computare il costo dell’opera i pubblici funzionari avevano applicato solo in parte il prezziario dell’ Anas in modo da far lievitare i costi a vantaggio della ditta..

Il Gip Fiorentino su questo punto l’ha bocciata.

Ci ha messo poco il giovane giudice a ravvisare che il sostituto non aveva letto e applicato  correttamente la norma del codice penale. Ha, infatti, evidenziato che la frode nelle pubbliche forniture è reato che si realizza quando la ditta non si attiene nell’esecuzione dei lavori a quanto si è impegnata nel contratto: mentre in questo caso, si verte chiaramente in ipotesi completamente diversa.

 

Un alluvione di… reati

Il lavoro certosino del consulente della Procura ha portato il sostituto procuratore Arena a contestare oltre ai tre gravi reati per cui aveva chiesto la misura cautelare in carcere anche 19 ipotesi dei reato di abuso d’ufficio e falso ideologico: una ipotesi per ogni irregolarità riscontrata nella procedura amministrativa da chi è esperto di ingegneria e non certo di diritto amministrativo.

In media, secondo il pm, questo lavoro svolto con procedura di somma urgenza in 3 mesi e costato 500 mila euro sarebbe stato contrassegnato da un reato ogni 3 giorni.

Un consulente molto certosino

L’ingegnere Certo fu uno dei consulenti incaricati dalla Procura di fare luce sulle cause dell’alluvione di Giampilieri e Scaletta che il 2 ottobre del 2009 determinò la morte di 39 persone.

Sulla scorta della perizia, la Procura incriminò tecnici e ingegneri autori di opere risalenti a decenni prima. Ma il Tribunale, già in primo grado, li ha assolti tutti.

Ufficio stampa del Comune, il Ministero degli Interni boccia il riconoscimento a Sergio Colosi della qualifica di Caporedattore e la triplicazione del suo stipendio. Vanificata l’operazione voluta dal sindaco Accorinti, ma avallata dal segretario generale Le Donne, dal dirigente Bruno e dal legale esterno di palazzo Zanca Santa Chindemi. Che avevano ignorato la Corte costituzionale e la Cassazione

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Sergio Colosi

Sergio Colosi

“Non è possibile inserire nella pianta organica posti riferiti a contratti di natura privatistica, ma solo posti previsti dal contratto collettivo degli enti locali”.

L’operazione era stata voluta fortemente dal sindaco Renato Accorinti.

Aveva trovato il puntello in un parere da parte del legale esterno Santa Chindemi.

Si era tradotta in un regalo (contenuto in una delibera di Giunta) che avrebbe triplicato lo stipendio del giornalista Sergio Colosi: a quest’ultimo, infatti, era stata riconosciuta la qualifica di caporedattore; Palazzo Zanca dal canto suo avrebbe subito un danno da centinaia di migliaia di euro.

Il Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali, però, ha bocciato l’operazione, ribadendo un principio elementare già affermato dalla Corte costituzionale e dalla Cassazione.

Negli enti locali della Repubblica italiana possono applicarsi solo le norme e la qualifiche previste dal Contratto collettivo del Comparto Enti locali (sottoscritto da Aran e organizzazioni sindacali) e non certo quelle del Contratto di natura privatistica sottoscritto da organizzazioni sindacali dei giornalisti e da quelle degli editori, quale è quello di caporedattore.

E’ questo un principio elementare, specie per gli addetti ai lavori, di diritto del lavoro.

In Sicilia si è cercato di mettere nel nulla attraverso una legge regionale dichiarata incostituzionale nel maggio del 2007 e quindi eliminata dall’ordinamento giuridico; e da un successivo accordo tra Assostampa Sicilia e dell’Anci Sicilia e dell’Upr Sicilia (organi di rappresentanza politica di Comuni e Province), elusivo della pronuncia della Corte costituzionale e, comunque, di nessun valore giuridico vincolante per gli enti locali.

Eppure, a Palazzo Zanca il sindaco Accorinti, i componenti della Giunta (alcuni dei quali docenti universitari), il dirigente del Comune Giovanni Bruno e il segretario generale/direttore generale Antonino Le Donne, ciascuno dei quali ha avuto una parte determinante nell’operazione, di questi principi avevano fatto carta straccia, confezionando un’apposita delibera di Giunta che aveva fatto la felicità di Sergio Colosi, assistito nella vicenda dalla giurista Aurora Notarianni.

Tutti sono stati ora bocciati dal ministero degli Interni.

Non che fosse necessario scomodare i dirigenti del Viminale.

La vicenda era stata raccontata dal servizio a firma Michele Schinella dal titolo: “Ufficio stampa del Comune, il generoso regalo di Renato Accorinti a Sergio Colosi. Il sindaco induce la Giunta a deliberare l’applicazione del vantaggioso contratto dei giornalisti, in barba alla legge, alla Corte costituzionale e alla Cassazione. Per Palazzo Zanca un salasso non dovuto di 80 mila euro all’anno. Il precedente di Attilio Borda Bossana”.

La bocciatura dell’operazione a favore di Colosi certifica l’illegalità del sontuoso trattamento riservato per anni ad Attilio Borda Bossana, il precedessore di Colosi alla guida dell’ufficio stampa del Comune.

A Borda Bossana, geometra assunto dal Comune peraltro senza concorso, era stato riconosciuto sin dal 2000 il Contratto dei giornalisti con qualifica di caporedattore (la stessa che avrebbe voluto Colosi).

Ciò gli ha assicurato un retribuzione annua di 120 mila euro e, nel 2013, al momento del pensionamento un Trattamento di fine rapporto da manager delle grandi aziende private.

Il settimanale Centonove in una serie di articoli a firma di Michele Schinella pubblicati tra il 2010 e il 2011 denunciò come questo fosse illegale e fonte di grave danno erariale, ma tutti a palazzo Zanca fecero finta di nulla.

 

 

 

La morte misteriosa e tragica di Santino Rende: il presidente dell’Onlus Anfass Bruno Siracusano è accusato di abbandono di incapace. Ma l’inchiesta giudiziaria finisce in un vicolo cieco. I punti oscuri e le domande inquietanti

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il corridoio accanto alla serra dove fu trovato Santino Rende

Il corridoio accanto alla serra dove fu trovato Santino Rende il primo ottobre del 2014

La morte è avvenuta per le ustioni sul 70% del corpo, dopo vari arresti cardiaci, l’ultimo dei quali fatale.

Di sicuro c’è questo.

E c’è che quella mattina del primo ottobre del 2014 Santino Rende, disabile di 45 anni con ritardo mentale medio grave sin dalla nascita, era stato affidato all’assistenza e alle cure degli infermieri, dei medici e degli operatori dell’ Anfass, l’ Onlus convenzionata con l’Asp 5 di Messina che le eroga 700 mila euro all’anno.

Alle 9, infatti, era entrato nella struttura di riabilitazione di viale Giostra.

Quattro ore dopo, intorno alle 13 l’uomo è uscito a bordo dell’ambulanza del 118, in gravi condizioni.

Ma sulla causa delle ustioni, su dove specificamente se le sia procurate e su come ciò sia accaduto rimangono molte incertezze.

Mesi e mesi di indagini, tre consulenze medico legali, una perizia di un ingegnere e gli accertamenti dei Ris dei carabinieri non hanno dato risposte certe.

Rimangono – a leggere le carte dell’inchiesta –  molti dubbi e molti aspetti oscuri, soprattutto sulla causa delle ustioni che hanno portato alla morte di Santino: scarica elettrica o fiamme determinate dalla combustione degli abiti?

Parola d’ordine: archiviare

Per il sostituto procuratore Francesco Massara la morte di Santino non ha alcun responsabile.

Il magistrato ha infatti chiesto l’archiviazione delle indagini ritenendo che “nessun rimprovero penalmente rilevante possa muoversi al personale della struttura in merito alla assenza di controllo dell’ospite al momento dell’incidente”.

Eppure, un consulente psichiatra nominato dallo stesso Massara, Sergio Chimenz, aveva  concluso la sua consulenza evidenziando che negli ultimi tempi l’autonomia di Santino si era grandemente ridotta e per questo si era “reso più importante il controllo e la supervisione dei suoi gesti e atti, anche al fine di evitare comportamenti pericolosi verso sé”.

 

Imputazione… in un vicolo cieco

Il Giudice per le indagini preliminari Daniela Urbani, sollecitata dal legale della famiglia di Santino Rende, Antonello Scordo, non ha potuto non rilevare questa contraddizione tra le conclusioni di Chimenz e quelle di Massara, e ha ordinato l’imputazione coattiva a carico del presidente dell’Onlus Anfass, Bruno Siracusano, l’unico iscritto sin dall’origine sul registro degli indagati con l’accusa di Abbandono di persona incapace, aggravata dalla morte, reato per cui è prevista una pena da tre anni a otto anni di reclusione.

“L’ente aveva l’obbligo di assicurare la sicurezza dell’utente mettendo in atto tutte le misure necessarie a garantire la sua incolumità, specie in ragione delle sue condizioni. Ciò che nel caso di specie non è stato evidentemente fatto”, ha motivato il Gip Urbani.

Tuttavia, incriminare Bruno Siracusano equivale a non incriminare alcuno.

Siracusano infatti ha solo un ruolo di legale rappresentante dell’Anfass: è presidente del Cda e non fa parte dell’organico dell’Onlus, né potrebbe.

E’ dirigente medico oculista dell’Asp 5 di Messina,la stessa con cui è convenzionata l’Onlus che presiede, e presta la sua attività di lavoro giornaliero presso l’ambulatorio di via Del Vespro.

La mattina dell’incidente a Santino – secondo quanto emerge dalle testimonianze degli altri operatori – Siracusano è uno dei primi a prestargli assistenza, ancora prima dei sanitari del 118.

Ma – secondo la giurisprudenza pacifica della Corte di cassazione – hanno una posizione di garanzia solo  e tutti gli operatori sanitari con responsabilità di assistenza e cura in quanto strutturati, presenti sul posto nel momento in cui si verifica il fatto.

Se anche Siracusano quella mattina si fosse trovato per caso all’Anfass prima dell’incidente non avrebbe comunque responsabilità

Per fare,un esempio, è nella stessa situazione di un direttore generale di un’azienda ospedaliera che si trova a stazionare per caso in un reparto di ospedale in cui un paziente muore perché nessuno si accorge che si è staccata la flebo.

Nessuno degli inquirenti ha accertato se Siracusano fosse a Giostra per caso o fosse stato appositamente chiamato dopo l’incidente: e questo è uno dei ministeri insoluti dell’intera vicenda.

La responsabilità del legale rappresentante dell’ente potrebbe esserci solo se si accertasse che l’omessa vigilanza su Santino fosse dipesa da una carenza di personale.

Ma nessuna attività di indagine risulta essere stata effettuata per verificare se in servizio quella mattina all’Anfass ci fosse personale nel numero imposto a pena di rescissione dalla convenzione con l’ Asp 5 di Messina.

 

Una morte… tante verità

Il Gip Urbani ha invece condiviso la tesi del pubblico ministero Massara, senza ordinare nuove e altre  indagini, sulla ricostruzione dei fatti e sulla causa delle ustioni.

Santino nell’ora di pausa, concessa quotidianamente dalle 11 alle 11 e 30, si è allontanato dagli altri pazienti per fumare un sigaro. Mentre faceva ciò i suoi vestiti hanno preso fuoco.

E’ stato trovato completamente nudo, in arresto cardiaco, da un’operatrice accanto a una piccola serra, in una sorta di intercapedine di un metro che divideva la stessa dalle finestre della struttura.

Sulla posizione e sulle condizioni in cui è stato trovato, le testimonianze delle persone che lo hanno soccorso non sono del tutto coincidenti.

Di fatto, secondo le testimonianze, è stato rinvenuto 40 minuti dopo che era finita la canonica pausa quotidiana, alle 12 e 10.

La tesi del pm Massara avallata dal Gip Urbani è frutto soprattutto delle conclusioni cui è giunto il consulente medico legale della Procura, Elvira Ventura Spagnolo: “Le ustioni sono state procurate dalle fiamme frutto dalla combustione dei vestiti sul corpo”, ha scritto.

 

La forza di ardere in silenzio

Santino, dunque a voler seguire questa tesi è bruciato in silenzio, rimanendo paralizzato.

Non ha urlato, non ha corso, non ha fatto nulla di quello che fa qualunque essere umano squassato dal dolore lancinante del calore e della pelle che arde.

Nessuno ha sentito nulla: né gli operatori, né gli altri utenti, né i vicini benché il cortile dove è stato trovato sia circondato da case.

 

La potenza del cotone

Faceva ancora caldo e Santino quella mattina indossava, come è stato accertato, una maglietta di cotone e un bermuda dello stesso tessuto.

A seguire ancora la tesi del consulente Ventura Spagnolo, le fiamme di due capi leggeri di cotone sono state in grado di provocare ustioni di secondo e terzo grado su oltre i due terzi della superficie corporea.

I Ris dei carabinieri hanno accertato che sui brandelli di tessuto e materiale rinvenuti vicino al corpo non c’erano segni di liquido infiammabile.

Su questi brandelli di tessuto c’è un altro giallo.

La donna che si occupava da anni di accudire Santino e del suo vestiario ha dichiarato di non riconoscerli come pezzi degli indumenti che quella mattina indossava il quarantacinquenne.

Cosi come un giallo c’è su un mazzo di chiavi da cui Santino, secondo le testimoniane dei parenti, mai si separava e che aveva con se quella mattina, mai ritrovato.

La ricostruzione…. folgorata

Nettamente diverse da quelle di Elvira Ventura Spagnolo le conclusioni cui è giunto il consulente medico legale nominato dalla famiglia Rende.

La causa delle ustioni e degli arresti cardiaci?

Non fiamme, ma elettricità.

“I segni rinvenuti sulle cellule del cuore andato in arresto, e sulle derma delle mani e dei piedi nonché sulle cellule del corpo dicono – letteratura alla mano – che Santino si è ustionato per una scarica elettrica che ha attraverso il suo corpo passando per il cuore e ha fatto andare in combustione i vestiti che aveva indosso”, scrive senza esitazioni Francesco Coco, medico legale di Catania. “Depone per la scossa elettrica pure l’arresto cardiaco, che invece non è solito nei casi di ustione da fiamma”, ha aggiunto.

Questa conclusione deve però incrociarsi con un altro dato emerso nel corso delle indagini.

L’ingegnere Valentino Catanoso, altro consulente nominato dalla Procura, ha affermato in maniera netta che dove Santino viene ritrovato, accanto alla serra, non sono state rilevate possibili fonti di fenomeni elettrici che avrebbero potuto folgorarlo.

Il consulente ha allo stesso tempo accertato che “l’impianto elettrico della struttura non era a norma”, benché in teoria dovesse esserlo in quanto controllato dai tecnici dell’Asp 5, essendo presupposto essenziale per la convenzione. Tuttavia, dalle misurazioni effettuate non è risultato che l’impianto non fosse sicuro e protetto per gli utenti.

Per riassumere, se Coco ha ragione e Catanoso pure si aprono scenari inquietanti ma al momento privi di ulteriori riscontri: Santino non è stato attraversato dalla scarica elettrica nel luogo in cui è stato rinvenuto.

 

Una vita segnata

Nato con gravi celebro lesioni viene abbandonato dalla madre naturale. Santino è cresciuto a Villa Quiete sino a nove anni, quando fu adottato.

Affetto da ritardo mentale – giudicato – di media gravità, il ragazzo non è mai stato autonomo.

Negli ultimi anni con l’aggravarsi delle condizioni di salute della mamma adottiva aveva manifestato dei disturbi comportamentali trattati con blandi farmaci antipsicotici.

La madre adottiva è una delle fondatrici dell’Anfass di Messina.

 

 

 

 

 

Caso Bisognano: il Tar del Lazio ritiene legittima e giustificata la revoca del programma di protezione all’ex boss di Barcellona: “Condotte incompatibili con lo status di collaboratore”. Naufraga pure davanti ai giudici amministrativi la tesi del complotto del suo legale Fabio Repici

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Carmelo Bisognano

Carmelo Bisognano

La revoca del programma di protezione al collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano?

Per il Tribunale amministrativo del Lazio è legittima e giustificata dalle reiterate e gravi violazioni degli impegni assunti proprio a pena di revoca dall’ex boss di Barcellona Pozzo di Gotto nel 2010, quando divenne collaboratore di giustizia.

L’ordinanza è stata emessa nell’ambito un giudizio cautelare, deciso quindi ad un sommario esame, instaurato da Fabio Repici e Biagio Parmaliana, i legali del collaboratore che con le sue rivelazioni ha consentito di fare luce su una serie di vicende criminose e di disarticolare le cosche del Longano.

Tuttavia, nel caso di specie, la decisione dei giudici è stata più ponderata del solito.

Infatti, in una prima udienza (il 5 dicembre 2017), alla luce delle argomentazioni difensive e della delicatezza della vicenda, l’organo di giustizia amministrativa ha chiesto al ministero degli Interni una documentata relazione.

Dopo averla esaminata, un mese dopo, i giudici amministrativi hanno concluso: “La revoca del programma di protezione risulta fondato su circostanziati pareri delle competenti autorità essendo stata, in particolare modo, ritenuta rilevante la reiterazione di comportamenti contrastanti con lo status di collaboratore di giustizia“.

Per legge la revoca del programma di protezione, che garantisce oltre alla scorta, uno stipendio mensile di 1600 euro, la casa, gli avvocati pagati dallo Stato, è obbligatoria quando il collaboratore incorre in violazioni degli obblighi che si impegna a rispettare al momento in cui è ammesso al programma stesso.

All’ex boss di Barcellona non solo sono state contestate violazioni regolamentari, ma vere e proprie ipotesi di reato.

Altro che scivoloni su bucce di banana….

Bisognano è passato dalla località protetta al carcere di Rebibbia il 18 maggio del 2016 su ordine del Gip del Tribunale di Messina Monica Marino che ha accolto la richiesta dei sostituti della Dda Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, i magistrati che ne hanno curato sin dall’inizio la collaborazione.

Gravi i reati che gli sono stati attribuiti: intestazione fittizia di beni, tentata estorsione, false dichiarazioni al difensore, violazione del segreto d’ufficio e accesso abusivo al sistema informatico.

L’inchiesta Vecchia Maniera, condotta dal commissariato di Barcellona guidato da Mario Ceraolo, aveva evidenziato come il collaboratore, boss della mafia e autore di decine di delitti, mentre girava libero e scortato per i Tribunali della Sicilia e puntava l’indice consentendo una serie di operazioni di polizia, teneva contatti con esponenti dei clan mafiosi impartendo loro istruzioni; svolgeva attività imprenditoriale sotto mentite spoglie; concordava dichiarazioni assolutorie con condannati per mafia o minacciava di fare dichiarazioni che aveva omesso al fine di ottenere vantaggi economici; acquisiva grazie alla complicità degli uomini della scorta notizie riservate dalla Banca dati della polizia; si incontrava con chi voleva  (anche con altri collaboratori di giustizia) nella località protetta.

 

Una prima sentenza

Più specificamente, gli inquirenti avevano scoperto che Bisognano dalla località protetta, usando Angelo Lorisco, aveva costituito una società e aveva iniziato l’attività di imprenditore, sotto mentite spoglie, grazie all’aiuto dell’imprenditore Tindaro Marino, sottoposto alla misura di prevenzione patrimoniale e condannato all’epoca per concorso esterno alla mafia.

Tramite Lorisco aveva – secondo l’ipotesi accusatoria – strumentalizzato il ruolo di collaboratore e tentato di sottoporre a estorsione i membri della famiglia Torre, titolari di un’azienda, minacciando di fare dichiarazioni sul loro conto.

E’ stato così rinviato a giudizio per intestazione fittizia di beni e tentata estorsione.

Il 28 settembre 2017 è stato condannato in primo grado a 5 anni di reclusione dal Tribunale di Barcellona.

Un proscioglimento controverso

Come hanno disvelato in maniera chiara le intercettazioni, Bisognano in cambio dell’aiuto economico di Tindaro Marino, si era impegnato nell’ambito di indagini difensive a fare nuove e diverse dichiarazioni favorevoli all’imprenditore di Gioiosa Marea, in modo da alleggerirne la posizione in vista del giudizio della Cassazione per concorso esterno alla mafia e di quello diretto al sequestro di tutti i beni nel procedimento di prevenzione patrimoniale pendente in appello.

Dapprima, al momento della richiesta di misura cautelare, i due sostituti Di Giorgio e Cavallo dopo aver confrontato le dichiarazioni rese da Bisognano in precedenza sul conto di Marino con quelle rese il 30 settembre del 2015 al difensore di Marino, Salvatore Silvestro, presenti i difensori del collaboratore Fabio Repici e Mariella Cicero, si erano convinti che questi avesse cambiato effettivamente le dichiarazioni.

Dello stesso avviso il gip Marino.

E’ stato lo stesso collaboratore nell’interrogatorio di garanzia ad ammettere: “Mi sono messo d’accordo per modificare le dichiarazioni, ma poi non l’ho fatto”

Proprio a seguito di questa giustificazione, i due magistrati hanno controllato e hanno cambiato idea chiedendo per questo capo di accusa l’archiviazione.

Il Gip Monica Marino è rimasta della sua idea. Ha rigettato e ordinato l’imputazione coattiva: “Le dichiarazioni sono state cambiate per interessi economici”, ha scritto il Gip Marino dopo aver messo a sua volta a confronto le dichiarazioni.

Tre mesi dopo, il 17 novembre del 2017, un altro Gip del Tribunale di Messina Simona Finocchiaro ha accolto la richiesta di archiviazione ribadita dai due sostituti della Dda.

 

L’ arresto romano abortito… per vizi procedurali

Scarcerato dal Tribunale di Barcellona il 17 maggio del 2017, dopo un anno esatto di carcere, anche sulla base del fatto che il programma di protezione non fosse stato revocato, venerdì 7 luglio 2017 Bisognano è stato nuovamente arrestato su ordine del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Chiara Gallo, che ha accolto la richiesta della Procura, guidata da Giuseppe Pignatone.

Dalle intercettazioni telefoniche era pure emerso che il collaboratore servendosi di due degli agenti (Domenico Tagliente e Enrico Abbina) che dovevano proteggerlo e controllarlo, aveva accesso alla Banca dati della polizia assumendo informazioni riservate.

La Procura di Roma, a cui erano stati trasmessi gli atti perché – secondo Di Giorgio e Cavallo – i fatti erano stati commessi in località protetta, ha declinato l’accusa nei termini di violazione abusiva dei sistemi informatici e violazione del segreto d’ufficio e ritenendo allarmante la condotta del collaboratore all’epoca libero e protetto aveva chiesto e ottenuto la misura cautelare più severa.

Il Tribunale della Libertà aveva condiviso il ragionamento di Gip e Procura.

Tuttavia, la Corte di Cassazione ha rilevato dei vizi procedurali: non risultavano infatti dalla motivazione se fossero stati depositati in cancelleria tutti i brogliacci delle intercettazioni e non risultava spiegata la connessione tra i reati commessi a Messina di tentata estorsione e intestazione fittizia di beni con quelli contestati a Roma: detta connessione è necessaria per poter utilizzare le stesse intercettazioni.

Ha così rinviato al Tribunale della Libertà per motivare sui due punti.

Che a quel punto, a novembre del 2017, ha ordinato la scarcerazione di Bisognano.

Tra le informazioni che Bisognano chiede e ottiene dagli uomini della scorta ci sono quelle su alcuni mezzi meccanici da adibire all’attività di impresa da svolgere sotto mentite spoglie: ciò che gli è valso la condanna per intestazione fittizia di beni.

 

Tanti incontri vietati e…. imbarazzanti

Le indagini coordinate dal commissario Ceralo aveva evidenziato come Bisognano grazie alla leggerezza degli uomini della scorta si incontrava con esponenti della mafia (tra questi Stefano Rottino) e con persone di sua conoscenza nel Tribunale di Messina in occasione delle udienze.

Stessa libertà d’azione ce l’aveva in località protetta, dove si incontrava con altri collaboratori di giustizia, appartenenti ad altri sodalizi criminali.

Tra gli incontri non proprio in linea, secondo gli inquirenti, con lo status di collaboratore e con le esigenze di sicurezza ce n’è pure uno con gli avvocati Mariella Cicero e Fabio Repici, che viene segnalato all’autorità giudiziaria

E’ l’8 marzo del 2016. Sono le 13 circa. Bisognano viene intercettato mentre dà indicazioni stradali ai due legali che non riescono a trovare il posto dove si erano dati appuntamento. “Il collaboratore si incontra con i suoi legali con cui va a pranzo”, scrive uno degli inquirenti in un allegato all’informativa.

Ma c’è anche di più.

Mario Ceraolo nell’informativa alla Procura di Messina, all’epoca diretta da Guido Lo Forte, aveva anche rilevato: “Bisognano ha avuto la possibilità di accedere ad informazioni, anche coperte dal segreto istruttorio che quasi quotidianamente gli vengono fornite dal suo difensore Maria Rita Cicero con condotte che non rappresentano soltanto una evidente violazione dei doveri deontologici ma configurano precisi reati penali e che consentono al Bisognano di meglio operare nel comprensorio della provincia di Messina”, ha scritto.

“Non mi risulta di essere indagata, non ho ricevuto nulla”, ha dichiarato Mariella Cicero  a giugno del 2017, sentita come teste a difesa di Bisognano tenuto a Barcellona.

A scuola di complottismo

Per i suoi legali Fabio Repici e Mariella Cicero, Bisognano è vittima di un complotto ordito dall’avvocato Ugo Colonna, da Mario Ceraolo, da Saro Cattafi, l’avvocato di Barcellona che Bisognano aveva accusato di essere il capo dei capi della mafia e le cui accuse non sono state ritenute credibili dalla Corte d’appello di Messina, e dal legale di quest’ultimo Salvatore Silvestro.

La tesi del complotto è stata propugnata con forza anche nelle aule giudiziarie, ma non ha incantato il Tribunale di Barcellona, il Gup Monica Marino, la Procura di Roma guidata da Giuseppe Pignatone, il Gip di Roma Chiara Gallo e il Tribunale della Libertà di Roma e, infine, i giudici del Tribunale amministrativo regionale.

Le condotte “illecite” di Bisognano sono venute alla luce al momento degli arresti. Il programma di protezione è stato revocato nell’autunno del 2017, un anno e mezzo dopo.

I 5 stelle…rivoluzionari e oscurati

Nel frattempo, a maggio del 2017, uno dei più importanti esponenti del Movimento 5 Stelle, Luigi Gaetti, vicepresidente della Commissione antimafia, aveva presentato un’interrogazione al ministro degli Interni e della Giustizia per chiedere se fossero veri dei fatti che in ipotesi dimostravano che a Bisognano fosse stato riservato un trattamento di favore, compresa la mancata revoca del programma di protezione.

Ma dopo due giorni il senatore ha fatto marcia indietro e l’ha ritirata. Si giustificò “Mi è stato detto che è fondata su dati non completi”.

Da chi? “Non lo posso rivelare”.

Sicurezza garantita

Bisognano, rimasto senza programma di protezione, ha continuato a collaborare.

Il ministero degli Interni a tutela della sua incolumità gli garantisce la scorta..

Pornografia minorile, il giudice Gaetano Amato torna ai domiciliari dopo 24 ore trascorse nel carcere. Il Gip Vermiglio scioglie il paradosso sorto dopo la pronuncia della Corte di Cassazione: “E’ sufficiente l’affidamento alla comunità di riabilitazione”.

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Il giudice Gaetano Amato

Il giudice Gaetano Amato

 

Ieri è tornato in carcere, su ordine della Procura di Messina. Oggi, agli arresti domiciliari, presso la comunità di recupero cui era stato affidato qualche mese fa dal Giudice per le indagini preliminari.

La permanenza del giudice Gaetano Amato nelle mura del penitenziario di Gazzi dura meno di 24 ore.

Nella giornata di oggi, infatti, il Giudice per le indagini preliminari, Maria Vermiglio, ha accolto l’istanza presentata dal suo legale Salvatore Silvestro e ha ordinato la scarcerazione del giudice accusato di produzione e scambio di materiale pedopornografico e di violenza sessuale.

Per capire cosa sia successo nelle ultime 24 ore bisogna avventurarsi nelle pieghe delle varie decisioni che si sono registrate sulla vicenda e della procedura penale.

Le tappe della vicenda

Amato è stato arrestato il 3 ottobre del 2017 su ordine del Gip Maria Vermiglio.

Il giudice era rimasto coinvolto in un’inchiesta della Procura di Trento ed era stato incastrato dalle intercettazioni della polizia postale che avevano evidenziato come avesse prodotto e scambiato materiale pedopornografico (vedi servizio sulla vicenda).

Per questa condotta Il Gip aveva accolto la richiesta dei sostituti della Procura, Giovannella Scaminaci e Roberto Conte, titolari delle indagini.

I due pm ad Amato contestavano anche il reato di violenza sessuale e anche per questo reato avevano chiesto la misura del carcere.

Le attività di indagine avevano mostrato che il giudice aveva scattato una foto (poi diffusa via chat) a una minore con il seno scoperto mentre dormiva. Secondo l’accusa le aveva sollevato la maglietta e nel farlo le aveva sfiorato il seno, come ha raccontato al suo interlocutore nella stessa chat: da qui specificamente l’accusa di violenza sessuale.

In prima battuta, però, il Giudice per le inddagini preliminari Urbani, aveva ritenuto non vi fossero gravi di indizi di colpevolezza di questa condotta, non considerando sufficienti le ammissioni via chat dello stesso Amato e invece verosimile che la maglietta si fosse alzata da sola nel mentre la bambina dormiva.

I sostituti della Procura,  Scaminaci e Conte, ritenendo errata la valutazione del Gip sulla contestazione della violenza sessuale, hanno subito fatto appello su questo punto al Tribunale del Riesame, ribadendo la richiesta di applicazione della misura cautelare del carcere.

Qualche tempo dopo, il legale di Amato ha avanzato al Gip Vermiglio richiesta di alleviare la misura cautelare del carcere con quella degli arresti domiciliari presso una comunità di recupero e cura per soggetti con problemi di pedofilia.

Quest’ultima istanza di affidamento alla comunità è stata accolta il 27 dicembre del 2017, sulla base della considerazione che per neutralizzare le esigenze cautelari di reiterazioni del reato non fosse necessario il carcere.

Due mesi prima, il 26 ottobre del 2017, il Tribunale del Riesame aveva dato ragione ai due sostituti procuratori.

Aveva ritenuto, infatti, ricorrente anche il reato di violenza sessuale con la precisazione però che andasse inquadrato nella forma di minore gravità: ciò che determina una riduzione della pena base prevista per la violenza sessuale (da 5 a 10 anni) fino a due terzi. .

L’esecuzione di questa pronuncia tuttavia era stata sospesa in attesa che divenisse definitiva con l’eventuale giudizio della Corte Cassazione, cui si è rivolto il legale di Amato.

La sentenza della Cassazione è arrivata l’altro ieri. Ha rigettato il ricorso dell’avvocato Silvestro e ha attribuito efficacia esecutiva all’ordinanza del Tribunale del Riesame.

Ieri la Procura ha conseguentemente ordinato di prelevare Amato nella comunità e di condurlo nel carcere di Gazzi.

Il paradosso

Tuttavia, a seguito della pronuncia dei giudici di legittimità si è determinata una sorta di paradosso.

Il giudice Amato si è ritrovato in carcere per un reato meno grave (la violenza sessuale, nella forma di minore gravità) di quello (la pornografia minorile) per cui era ai domiciliari; e, soprattutto sulla scorta di esigenze cautelari valutate dal Tribunale del Riesame due mesi prima rispetto alla valutazione del Giudice per le indagini Urbani che per il reato più grave aveva ritenuto sufficiente gli arresti domiciliari.

E’ stato così lo stesso Gip Vermiglio a risolvere nella tarda mattinata di oggi il paradosso, ordinando che il giudice Amato torni nella comunità specializzata nella cura e riabilitazione di persone con problemi di pedofilia:”Gli arresti domiciliari con divieto assoluto di comunicazione con persone diverse dagli stretti familiari e degli operatori e ospiti della comunità basta a neutralizzare le esigenze cautelari di pericolo di reiterazione del reato”, ha motivato il Gip.

Nella comunità Amato potrebbe però rimanerci poco.

La Procura infatti  nelle scorse settimane ha presentato appello contro il provvedimento del 28 dicembre del 2017 del Gip Vermiglio che accordava gli arresti domiciliari in comunità: l’udienza si terrà nelle prossime settimane.

Se l’appello fosse accolto, per il magistrato si riaprirebbero nuovamente le porte di Gazzi.

 

Truffa ai danni del Miur, a giudizio il direttore generale dell’Università di Messina Carmelo Trommino e l’ex commissario del Cus Sergio Cama. La procura: “Inviavano a Roma report gonfiati per ottenere contributi non dovuti pari a 520 mila euro in 4 anni”. Le biografie di due manager molto sportivi

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Carmelo Trommino e Sergio Cama

Carmelo Trommino e Sergio Cama


Confezionavano e inviavano a Roma, al Ministero dell’Università, prospetti con dati falsi e gonfiati al fine di ottenere maggiori contributi pubblici per la gestione degli impianti sportivi.

E’ questa l’accusa costata all’attuale direttore generale facente funzioni dell’Università di Messina Carmelo Trommino e all’ex commissario del Cus Sergio Cama il rinvio a giudizio per truffa ai danni dello Stato.

Il periodo a cui si riferisce la contestazione va dal 2009 a 2013, anno in cui il Cus fu messo in liquidazione e cessò l’attività.

Le risorse irregolarmente percepite sono state quantificate complessivamente in 525 mila euro.

Si tratta dei fondi previsti dalla Legge 394 del 1977, riservati ai Cus locali, Centri universitari sportivi, che sempre per legge hanno la gestione esclusiva degli impianti sportivi di proprietà dei vari atenei.

La dotazione finanziaria della legge 394 viene ripartita tra i Cus italiani in base a vari parametri tra cui il costo sostenuto per il personale e gli impianti e il numero e l’estensione degli stessi impianti sportivi da gestire.

Secondo le conclusioni cui è giunta la Procura, che si è avvalsa di quattro consulenti, Trommino, all’epoca direttore della costola dell’ateneo UnimeSport, e Cama ogni anno mandavano a Roma prospetti in cui esponevano costi per il personale e per gli impianti che in realtà il Cus non sosteneva.

Ancora di piu, indicavano come gestiti dal Centro sportivo universitario strutture che da tempo non erano più nella sua disponibilità ma in quella di UnimeSport, la struttura autonoma creata nel 2006 dall’allora rettore Franco Tomasello su consiglio anche sotto il profilo giuridico dal suo braccio destro Pietro Navarra, che nel 2013 ne ha preso il posto di Magnifico.

Il processo che vedrà sul banco degli imputati Trommino e Cama ha origine da una lunga e complessa inchiesta che il sostituto procuratore Antonio Carchiettì aprì nel 2013 sul Cus di Messina, sui rapporti con l’Università e soprattutto con UnimeSport.

Il pasticciaccio di UnimeSport 

UnimeSport nacque per spazzare via il Cus locale da 40 anni guidato da Piero Jaci.

Nel 2006, su proposta del rettore, infatti, il Consiglio d’amministrazione dell’ateneo tolse al Centro universitario sportivo la gestione di tutti gli impianti sportivi della cittadella di viale Annunziata e la affidò dapprima a Unilav Spa, società partecipata già operante, e poi a UnimeSport, creata invece appositamente.

Il Cus nazionale (Cusi) presentò subito ricorso al Tribunale amministrativo regionale forte della norma di legge che riservava ai Cus in via esclusiva la gestione degli impianti, e così l’ateneo per evitare di essere bocciato dai giudici amministrativi fu costretto ad una sorta di transazione.

La gestione degli impianti fu divisa: alcuni (campo da baseball e palazzetto dello sport) rimasero al Cus, gli altri a Unime Sport, a capo del quale fu messo da subito (ovvero dagli inizi del 2007) Carmelo Trommino, inizialmente ingaggiato con un contratto di consulente esterno.

 

Trommino, manager sulla fiducia

Marito del magistrato Ornella Pastore, giudice prima, a cavallo degli anni 2000 al Tribunale Siracusa, poi sino al 2006 al Tribunale di Messina e ora presidente di sezione a Reggio Calabria, Trommino tra il 2004 e il 2005 è stato consulente dell’allora assessore regionale allo Sport Fabio Granata, cui era politicamente vicino.

Laureato in Scienze motorie nel 2002, Trommino a Unimesport è arrivato a gennaio del 2007 dal Comune della città di Siracusa, dove dal 2003 svolgeva l’incarico di dirigente a contratto (affidato cioè senza concorso e in via fiduciaria) alle Politiche dello Sport, contemporaneamente (in certi periodi) a quello di consulente alla regione Sicilia.

In precedenza, dal 2000 al 2002, dallo stesso Comune di Siracusa aveva avuto incarichi di consulenza.

Per 7 mesi, sino al 30 luglio 2007 ha cumulato l’incarico di dirigente a Siracusa con quello di consulente di Unimesport  a supporto delle attività gestionali. Ma all’Università di Messina c’ era già stato anche come docente a contratto della facoltà di Scienze motorie, precisamente negli anni accademici dal 2002 a 2005.

Di più: il dirigente aretuseo figura come coautore di una pubblicazione scientifica partorita nell’ateneo di Messina: “Integrins, muscle agrin and sarcoglycans during muscular inactivity conditions: an immunohistochemical study”, datata 2006.

La sua firma figura accanto a quelle prestigiose di Pucci Anastasi, ordinario di anatomia e a quel tempo prorettore di Tomasello, e Dino Bramanti, scienziato instancabile che all’epoca (tra il 2006 e il 2008) si divideva, violando la legge, tra l’attività di docenza universitaria e la direzione scientifica dell’Irccs Neurolesi “Bonino Pulejo”.

Il primo ottobre del 2007,  il giorno dopo aver terminato la sua esperienza quadriennale di dirigente al Comune di Siracusa, Trommino è diventato dirigente sempre a contratto (ovvero senza selezione) dell’ateneo di Messina e quindi direttore di UnimeSport.

Dopo 4 anni, il primo settembre del 2011 è entrato nei ruoli dell’ateneo messinese a tempo indeterminato: qualche settimana prima infatti era risultato vincitore di un concorso bandito nel 2010 per “dirigente con specifiche competenze connesse alla direzione di UnimeSport”.

 

Cama, garbatamente predestinato

Figlio di uno dei comandanti di nave piu importanti e piu tenuti in considerazione dalla famiglia degli armatori Franza, Sergio Cama venne nominato commissario del Cus di Messina nel 2010. Fu caldeggiato da Pietro Navarra di cui è amico personale.

Agli inizi del 2010, la protesta clamorosa degli otto dipendenti del Cus, che reclamavano alcune mensilità di stipendi arretrati, fornì al rettore Tomasello il motivo per chiedere ed ottenere dall’organismo nazionale del Cus, il Cusi, la rimozione di Piero Jaci e il commissariamento del Cus, all’epoca già gravato di debiti che superavano i 2 milioni di euro.

Sergio Cama giunse al Cus con l’aureola del risanatore. All’inizio i dipendenti apprezzarono molto il garbo e i pasticcini che portava al mattino in ufficio. Ma di virtuosismi gestionali non si vide neppure l’ombra.

Anzi, quando il Cus fu messo in liquidazione, tre anni dopo, Cama lasciò debiti che erano  arrivati a quasi 4 milioni di euro: se ne andò a lavorare per una società di navigazione.

Il deficif fu aggravato soprattutto dai Campionati nazionali universitari del 2012, costati 800 mila euro e passati alla storia non tanto per le gesta degli atleti arrivati da tutt’Italia per cimentarsi in 20 discipline sportive, ma per le spese «folli». Dai 15 mila euro (per una settimana di lavoro) ai 5 addetti stampa reclutati benché fosse stata ingaggiata un’agenzia di comunicazione costata a sua volta 14 mila euro; passando alla cena di inaugurazione da nababbi (30 mila euro); per finire alle spese per una serie di appalti per servizi, affidati senza regolare gara a prezzi più alti di quelli di mercato.

Il peccato originale

E’ proprio la nascita di UnimeSport alla base delle irregolarità riscontrate dalla Procura e declinate in termini di reato.

Infatti, ben presto ci si accorse che UnimeSport, costola autonoma dell’ateneo, costava troppo e dalla gestione degli impianti incassava pochissimo: anche perché era costretta ad applicare ai vari collaboratori che ingaggiava il contratto del comparto università, molto più gravoso di quello che invece poteva applicare il Cus.

Quest’ultimo infatti godeva di un regime molto agevolato sotto il profilo contributivo e fiscale.

Mentre i contributi che arrivavano al Cus dalla Fondo della legge 394 del 1997 diminuirono proporzionalmente alla riduzione degli impianti gestiti, effetto della transazione.

Come ti salvo…. capre e cavoli

Fu così che per spendere meno in personale e per continuare a incassare i contributi della Legge 394 Cama e Trommino diedero vita a un meccanismo particolarmente vantaggioso ma, secondo gli inquirenti, anche illegale.

Da un lato il Cus fu trasformato  in «un’agenzia di lavoro per reclutare (senza concorso) e fornire all’Università lavoratori a basso costo», come accertarono gli ispettori del lavoro di Messina. L’organo ispettivo verificò infatti che gli istruttori sportivi, gli addetti alla segreteria e persino quelli alle pulizie (in tutto 80 lavoratori), necessari a Unime Sport, li assumeva il Cus con contratti di collaborazione sportiva esentati da tasse e contribuzione previdenziale, ma i lavoratori venivano utilizzati come fossero propri dipendenti subordinati (senza, però, le tutele previste per quest’ultimi), direttamente da Unimesport dell’Università di Messina, che poi rimborsava al Cus il valore degli stipendi.

L’Ispettorato ipotizzando l’interposizione fittizia di manodopera ha comminato multe per due milioni di euro.

Dall’altro lato, Cama e Trommino mandavano a Roma prospetti in cui risultava che il costo del lavoro che usava e pagava di fatto UnimeSport lo sostenesse il Cus.

Allo stesso modo facevano apparire come gestiti dal Cus impianti che non lo erano da anni: il tutto per avere maggiori e non dovuti contributi.

La Procura ritenendo che queste ultime condotte integrino il reato di truffa ha esercitato l’azione penale: l’inizio del processo a carico di Cama e Trommino dopo il rinvio a giudizio decretato il 3 ottobre del 2017 dal Gup Monia De Francesco è previsto per il 7 aprile del 2018.

Un Cus va… e un Cus viene

Mandato in soffitta il vecchio Cus, gravato di 4 milioni di euro di debiti, e le centinaia di creditori, l’ateneo guidato da 2013 da Pietro Navarra, sostenitore dell’operazione che portò alla nascita di Unimesport e al ridimensionamento del Cus, si è rimangiato  quanto fatto in precedenza.

Ha eliminato Unimesport e ha  promosso la creazione di un Cus nuovo di zecca sgravato di tutti i debiti: CusUnime, subito affiliato dal Cusi e affidato alle cure di Nino Micali, funzionario dell’ateneo, a lungo stretto collaboratore di Trommino.

Il nuovo Cus ha la gestione di tutti gli impianti e così prende per intero i contributi della 394.

La sorte del dirigente aretuseo e la distrazione di Navarra

E Carmelo Trommino?

Il dirigente con la laurea in Scienze motorie, assunto specificamente per occuparsi di sport alla guida di Unimesport, alla cittadella sportiva non ha più messo piede.

Eliminata la struttura per cui era stato assunto, è stato incaricato di dirigere il dipartimento amministrativo “Servizi didattici, ricerca e alta formazione”.

Dal qualche settimana è temporaneamente, in attesa del concorso, direttore generale dell’ateneo in sostituzione del neo deputato regionale Franco De Domenico.

Lo ha nominato il rettore Navarra benché qualche mese prima fosse stato rinviato a giudizio per un ipotesi di reato commessa nell’esercizio delle sue funzioni di pubblico ufficiale.

Ufficio stampa del Comune, il generoso “regalo” di Renato Accorinti a Sergio Colosi. Il sindaco induce la Giunta a deliberare l’applicazione del vantaggioso contratto dei giornalisti, in barba alla legge, alla Corte costituzionale e alla Cassazione. Per palazzo Zanca un salasso (non dovuto) di 80 mila euro all’anno. Il precedente di Attilio Borda Bossana

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Sergio Colosi

Sergio Colosi

 

La Corte costituzionale e la Corte di Cassazione hanno stabilito che ai componenti degli uffici stampa degli enti locali della Sicilia non è dovuta l’applicazione del vantaggioso contratto collettivo dei giornalisti professionisti. E vada loro applicato quello degli Enti locali, come accade d’altro canto nel resto d’ Italia.

Il sindaco di Messina, Renato Accorinti, e i componenti della Giunta che guida, però, del giudice delle leggi e del massimo organo della giurisdizione se ne sono infischiati.

Hanno così “regalato” al funzionario del Comune Sergio Colosi un contratto di giornalista con qualifica di capo redattore che, a seconda dell’anzianità di servizio, può arrivare a costare per Palazzo Zanca solo di stipendio base circa 120 mila euro all’anno, più o meno 80 mila euro in più di quanto Colosi avrebbe diritto a percepire.

Il regalo è contenuto in una delibera della Giunta voluta fortissimamente da Renato Accorinti.

Ha la forma di una transazione che costerà negli anni a Palazzo Zanca centinaia di migliaia di euro e garantirà a Colosi uno stipendio e un Trattamento di fine rapporto triplo rispetto al dovuto e in misura eguale a quelli di un giornalista che ha la responsabilità di pensare in tempi ristretti un giornale, di coordinare di decine di redattori, di pagare risarcimenti danni per diffamazione: nulla a che vedere con gli impegni di un capo ufficio stampa di un Comune.

L’uso del tempo indicativo futuro è obbligatorio perché dopo l’approvazione della delibera, l’iter che avrebbe concretamente fatto sorridere il giornalista ha avuto una battuta di arresto: l’accordo transattivo a cui la Giunta aveva dato il via libera di fatto non è stato ancora firmato.

 

Trattative sotto traccia

La delibera della Giunta (che ha la firma di regolarità contabile del Segretario generale Antonino Le Donne e di regolarità tecnica del dirigente Giovanni Bruno) è dell’estate: reca il numero 462 ed è del 29 giugno del 2017.

Ma a monte vi è un frenetico lavoro sottotraccia sollecitato da alcuni esponenti dell’organizzazione sindacale dei giornalisti Assostampa (tra questi si è distinto Massimo Passalacqua in versione esperto di diritto) e da diversi “consigliori” del primo cittadino, che hanno preso a cuore la battaglia di Colosi.

Quest’ultimo, infatti, a capo dell’ufficio stampa del Comune  sin dall’insediamento del sindaco Accorinti (giugno del 2013), il 27 agosto del 2015 si è rivolto al Tribunale del Lavoro perché gli venisse riconosciuta la qualifica di capo redattore in applicazione del Contratto collettivo dei giornalisti con richiesta di 45 mila euro di differenze retributive. Aurora Notarianni, sino a due mesi fa assessore regionale ai Beni culturali, il suo legale. Il Comune si è affidato alla competenze di Santa Chindemi, dello studio legale che fu di Angelo Falzea, accademico dei Lincei.

 

Messina, 21/10/2013: il sindaco Renato Accorinti.

Il sindaco Renato Accorinti.

Il cuore di Accorinti batte…. per Colosi

Renato Accorinti, pur alle prese con innumerevoli problemi e con i disastrati conti del Comune, si è innamorato così tanto della causa di Colosi che l’ 1 dicembre del 2016 ha preso carta e penna e ha scritto all’Avvocatura e al Dipartimento risorse umane: “Proponete una soluzione per la definizione del contenzioso”.

La soluzione già trovata dal sindaco e da Colosi è in una transazione: Colosi rinuncia a tutti gli arretrati che gli spetterebbero se gli fosse stato applicato il contratto di giornalista sin dall’inizio della sua avventura all’Ufficio stampa e che aveva chiesto al giudice del Lavoro, il Comune gli applica dal momento della firma della transazione il contratto di caporedattore.

Il dirigente dell’Avvocatura Giovanni Bruno il 7 dicembre del 2016  chiede un parere prognostico sull’esito della causa al legale Chindemi.

Tuttavia, il 3 aprile del 2017, prima ancora che il parere dell’avvocata giungesse, Accorinti manifesta la sua determinazione e, come se già fosse sicuro dell’esito del parere, scrive al Segretario generale, Antonino Le Donne: “E’ intenzione dell’amministrazione cessare la materia del contendere e applicare a Colosi il Contratto dei giornalisti”

Il parere del legale del Comune di Messina, Santa Chindemi, giunge un mese e mezzo dopo, il 17 maggio del 2017: è paradossale, quasi degno del miglior Pirandello, e appare confezionato in maniera tale da accontentare la volontà palese di chi l’aveva chiesto.

“Il Comune per legge e per dictum della Corte costituzionale non può applicare il Contratto dei giornalisti a Colosi e in punto di diritto sono convinta che abbia ragione da vendere come ho rappresentato nelle memorie difensive; ma di recente ci sono state alcune pronunce di Giudici siciliani di primo grado che hanno detto cose diverse. Quindi il Comune potrebbe anche perdere la causa“, ha scritto in sintesi il legale. “Pertanto, si ritiene possibile valutare positivamente l’ipotesi transattiva allo studio“, ha concluso l’avvocata.

Due giorni dopo, il 19 maggio del 2017, l’avvocata Notarianni ribadisce ufficialmente la disponibilità alla transazione.

Il sindaco Accorinti, senza tenere in nessuna considerazione che in ogni caso il potere di transazione che impegna economicamente gli enti pubblici è sottoposto dalla Corte dei conti a limiti molto stringenti, non perde tempo.

Il 25 maggio 2017 ordina al Segretario generale che si proceda con lo schema di transazione da sottoporre all’approvazione della Giunta.

Nel frattempo, la causa davanti al giudice del Lavoro è stata rinviata per due volte  (la prossima udienza è fissata al 2 febbraio prossimo) proprio in attesa che la transazione venga firmata e così dichiarata cessata la materia del contendere.

La Corte di Cassazione dixit

L’avvocata Chindemi si è fermata ad alcune decisioni dei giudici di primo grado siciliani, ma non ha citato la sentenza della Corte Cassazione numero 488 del 2017.

Depositata nella cancelleria l’11 gennaio del 2017 è di 4 mesi prima che rendesse il parere.

Con questa pronuncia, il massimo organo della giurisdizione ha annullato la sentenza della Corte d’appello di Messina che, confermando quella del Tribunale, aveva riconosciuto a Maria Flavia Carilli, in forza all’ufficio stampa della Provincia regionale di Messina, l’applicazione del contratto di giornalista sulla base delle stesse argomentazioni giuridiche su cui poggia il ricorso proposto da Colosi.

Il precedente di Attilio Borda Bossana

Prima di Sergio Colosi, alla guida del ufficio stampa del Comune c’era Attilio Borda Bossana, entrato nell’organico del Comune senza alcun concorso. Collaboratore esterno di Palazzo Zanca sin dal 1980, Borda Bossana nel 1999 ne divenne dipendente in palese violazione dell’articolo 97 della Costituzione.

Grazie a un delibera voluta dal vicesindaco di allora Giampiero D’alia e avallata dal segretario generale Filippo Ribaudo non solo divenne dipendente ma gli fu da subito applicato il contratto di caporedattore.

A cavallo tra 2011 e il 2012, Il settimanale Centonove in una serie di articoli a firma di Michele Schinella raccontò come a Borda Bossana in violazione di legge fosse garantito un trattamento mensile medio di 10 mila euro per 13 mensilità.

Insomma, Borda Bossana (titolo di studio geometra), era il dipendente più pagato di Palazzo Zanca, più di qualsiasi dirigente.

Il sindaco Giuseppe Buzzanca a seguito degli articoli chiese un parere al collegio di difesa, presieduto da Francesco Marullo. Quattro componenti si astennero perché intimi amici di Borda Bossana.

Il parere giunse. Il dirigente del Personale Giuseppe Mauro lo ritenne “incomprensibile e contraddittorio”. Ne chiese uno a chiarimento. Arrivò sul tavolo di Provvidenza Castiglia, dirigente che nel frattempo sostituì Mauro, ma fu secretato.

Qualche mese dopo Giuseppe Buzzanca si dimise.

A ottobre del 2012 a palazzo Zanca giunse il commissario Luigi Croce, ex capo della procura di Messina.

Borda Bossana premiato da Croce

Attilio Borda Bossana (a sx) premiato da Luigi Croce

Una mano lava l’altra…

Passarono 6 mesi e il primo maggio del 2013 Attilio Borda Bossana si mise in pensione, a 62 anni.

A lui andò un trattamento di fine rapporto e una pensione che se non gli fosse stato applicato il contratto dei giornalisti si sarebbe sognato.

Quindici giorni dopo, il 14 maggio del 2013, con delibera numero 47, il commissario Croce eliminò la figura professionale di capo redattore dall’organigramma del Comune e la sostituì con quella di giornalista inserendola nella categoria D3 del Contratto degli enti locali: così come viene fatto in tutti i Comuni d’ italia.

Tuttavia, l’ex magistrato Croce nessuna iniziativa giuridica intraprese per fare chiarezza sul diritto di Borda Bossana di ricevere emolumenti da manager di un’azienda privata.

L’amministrazione Accorinti, che si trovò per le mani la spinosa questione del sontuoso trattamento di fine rapporto reclamato da Borda Bossana, fece a sua volta finta di nulla.

E alcuni anni dopo, mettendo nel nulla pure l’operato del commissario Croce, si appresta, a fine legislatura, a fare di Colosi il nuovo Borda Bossana.

Eppure, che Colosi ora (e Borda Bossana prima) non abbia alcun diritto all’applicazione del Contratto dei giornalisti e alla qualifica di caporedattore e per contro il Comune abbia l’obbligo di non applicarlo a pena di responsabilità contabile, lo ha stabilito indirettamente la sentenza della Corte di Cassazione che si è pronunciata su Maria Flavia Carilli.

 

La vicenda in punto di diritto

Per chi ha un minimo di tempo e di dimestichezza con il diritto e non cade (come talvolta anche taluni giudici) nelle trappole fumose tese da avvocati e giornalisti in cerca di privilegi (dopo aver criticato quelli dei politici) la vicenda è di una semplicità disarmante.

La legge nazionale n° 150 del 2000 ha previsto che “Le amministrazioni pubbliche possono (non devono, ndr) dotarsi di un ufficio stampa“.

Per ciò che attiene specificamente la vicenda che riguarda il trattamento economico e giuridico tra gli altri di Colosi, ha precisato che: “Negli uffici stampa l’individuazione e la regolamentazione dei profili professionali sono affidate alla contrattazione collettiva nell’ambito di una speciale area di contrattazione, con l’intervento delle organizzazioni rappresentative della categoria dei giornalisti. Dall’ attuazione del presente comma non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica“.

In Sicilia, tuttavia, un legislatore molto attento alle esigenze economiche dei giornalisti emanò una serie di norme nel tentativo di anticipare il contenuto dell’Accordo tra le parti sociali stabilendo in sintesi che: “Ai giornalisti degli uffici stampa degli enti locali siciliani si applica il contratto collettivo dei giornalisti e la qualifica di caporedattore

Queste norme regionali furono spazzate via dalla Corte costituzionale che con sentenza  189 del 5 giugno 2007 ha ribadito in maniera molta chiara un principio pacifico nella giurisprudenza: “I rapporti di lavoro alle dipendenze della pubblica amministrazione per legge sono regolate dalla contrattazione collettiva al fine di garantire su tutto il territorio nazionale uniformità di trattamento dei lavoratori. Questo principio si impone anche nelle regioni a statuto speciale e quindi limita la potestà legislativa esclusiva della regione Sicilia“, ha concluso la Consulta.

In altre parole, in omaggio al principio costituzionale di uguaglianza non può accadere che il componente dell’ufficio stampa del Comune di Roma guadagni 4 mila euro lordi al mese e quello di Messina arrivi a 10 mila: i dati sarebbero quelli reali se la delibera di Giunta fosse attuata a favore di Colosi.

E’ per evitare queste discriminazioni e per consentire un controllo da parte del Governo e della Corte dei conti sulla spesa pubblica che è stata creata l’Aran (Agenzia per la rappresentanza negoziale), unico organismo che per legge ha la rappresentanza delle pubbliche amministrazioni ai fini della firma dei Contratti collettivi di lavoro e può dunque validamente vincolarle.

L’Aran non ha mai sottoscritto un accordo con le organizzazioni rappresentative di categoria dei giornalisti, che avrebbe comunque il limite di non dover determinare nuovi oneri per le finanze pubbliche.

E, dunque, in tutta Italia ai giornalisti che fanno parte dell’ufficio stampa dei Comuni e delle Province si applica il contratto degli enti locali.

L’Accordo di Pulcinella in terra siciliana

La decisione della Corte costituzionale non piacque all’Assostampa Sicilia e cosi si cercò subito il modo per aggirarla.

Il 24 ottobre del 2007 a Palermo si riuniscono per le parti pubbliche: l’assessore regionale alla Presidenza, Mario Torrisi; il presidente dell’Associazione dei Comuni (Anci) della Sicilia; il segretario dell’Unione regionale provincie siciliane (Uprs); per le parti private: il segretario dell’Associazione stampa siciliana (Assostampa) e il presidente della Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi).

Stipulano un Contratto.

L’Accordo in sostanza ripristina il principio che la Corte costituzionale aveva spazzato via dall’ordinamento giuridico: ovvero l’applicazione del Contratto dei giornalisti ai componenti degli uffici stampa degli enti locali.

Per tentare di ammantarlo della forza di fonte del diritto, l’Accordo fu pure pubblicato nella Gazzetta ufficiale della regione Sicilia

E’ su questo Contratto che fanno leva le cause proposte in tutta la Sicilia da vari giornalisti in forza all’ufficio stampa dei Comuni (e dallo stesso Sergio Colosi) o delle Province (è il caso di Maria Flavia Carilli) per vedersi riconoscere il trattamento di giornalista.

Il tema determinante su cui alcuni giudici, aiutati talvolta da distratti difensori degli enti enti locali, si sono incartati è proprio questo.

Che efficacia vincolante ha questo Accordo?

Non ci vuole molta competenza per capire che non ne ha alcuna: basti solo osservare che metterebbe nel nulla il principio di uniformità di trattamento richiamato dalla Corte costituzionale.

Può l’Associazione (politica) dei comuni siciliani o l’Unione (politica) regionale delle province siciliane vincolare una pubblica amministrazione nel trattamento giuridico ed economico dei dipendenti dei comuni o delle province? Può l’organo politico Assessore regionale vincolare la regione Sicilia? Certo che no.

Alessandro Garilli, ordinario di diritto del Lavoro all’Università di Palermo, chiamato in causa anni fa sul tema, ha dato la sua autorevole opinione: “E’ carta straccia. E’ stato sottoscritto da chi non ha nessuna competenza a rappresentare i Comuni e le Province o la regione Sicilia. Questa legittimazione spetta solo all’ Aran nazionale per comuni e le province, e all’Aran Sicilia per la Regione”.

Se per assurdo….

Ma, in ipotesi, si consideri pure (per assurdo) che l’Accordo sia vincolante e cioè che chi lo ha sottoscritto avesse legittimazione a farlo impegnando le pubbliche amministrazioni.

Basta dare una lettura attenta al testo per scoprire che è lo stesso Accordo a stabilire  all’articolo 1 che” l’applicazione riguarda il personale degli enti di cui all’articolo 1 della legge regionale 10 del 2000″: è facile, leggendo quest’ultima norma avvedersi che si tratta della “Regione e degli enti sottoposti a controllo o vigilanza delle Regione”.

Quindi per andare al caso di Colosi, il Contratto del 24 ottobre 2007 all’ente Comune neppure si potrebbe applicare.

Ma c’è di più.

E’ sempre lo stesso Accordo (art. 2) a disporre che “l’operativa dello stesso è subordinata alle contrattazioni integrative aziendali”. Che al Comune di Messina non sono state mai fatte e dunque mai potrebbe Colosi invocare davanti ai giudici il Contratto con successo.

Infatti, è la stessa Corte di Cassazione nella sentenza che ha riguardato la Carilli a dichiarare che questo Accordo non abbia alcuna efficacia vincolante per le amministrazioni pubbliche siciliane.

Tangenti all’Aias di Barcellona, assolti in appello per prescrizione l’onorevole Tatà Sanzarello, il funzionario dell’Asp 5 Oreste Casimo e il loro accusatore Luigi La Rosa. L’ex presidente dell’ente di assistenza assolto in secondo grado sempre per prescrizione pure dall’accusa di essersi appropriato di decine di migliaia di euro

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Tata Sanzarello

Tata Sanzarello

 

Tutti assolti per prescrizione: finisce così, in appello, uno dei due processi nati dalle dichiarazioni accusatorie dell’ex presidente Luigi La Rosa dell’Aias di Barcellona, per le tangenti pagate dall’ente di assistenza ai disabili.

Sul banco degli imputati c’erano Sebastiano (Tatà) Sanzarello, un passato di deputato europeo e nazionale e di assessore regionale alla Sanità; Oreste Casimo funzionario dell’azienda sanitaria provinciale di Messina con cui l’Aias era convenzionata; e il loro accusatore: il commercialista La Rosa.

L’onorevole era accusato di avere chiesto e ottenuto tangenti quantificate in un decennio  un miliardo di lire e in primo grado era stato condannato a 4 anni: l’originaria accusa di concussione era stata derubricata in quella meno grave di Induzione a dare o promettere utilità.

La goccia che fece traboccare il vaso e interruppe il flusso di tangenti dalle casse dellʼAias alle tasche dellʼex eurodeputato Tatà Sanzarello fu, secondo il racconto di Luigi La Rosa, “la richiesta di 50mila euro per comprare una casa a Roma”.

Era il 2004 quando Pietro Arnò, il dominus dell’ente e lʼallora presidente della sezione di Barcellona decisero che lʼonorevole di Mistretta aveva esagerato nelle richieste. «Solo 20 giorni prima gli avevamo corrisposto 20mila euro», ha raccontato ai magistrati lʼex presidente dellʼAias

L’ex segretario particolare dell’allora direttore generale dell’Asp 5  invece le tangenti – secondo l’accusa – le aveva incassate dal 2003  in poi per accelerare la liquidazione delle fatture e in primo grado era stato condannato a tre anni: anche per lui l’originaria accusa di corruzione era stata riqualificata in quella meno grave di Induzione indebita a dare utilità.

All’ex presidente dell’ Aias era contestato di aver corrotto Casimo: in primo grado aveva rimediato una pena di un anno e sei mesi

Gli episodi oggetto dell’imputazione arrivavano sino al 2010 per Casimo e La Rosa e al 2004 per Sanzarello.

La Corte d’appello ha pertanto dovuto prendere atto del fatto che il trascorrere del tempo avesse superato quello massimo utile per la punizione dei colpevoli.

Messina in calcio d’angolo

Nello stesso procedimento penale, in concorso con Luigi La Rosa, quale corruttore di Casimo, era imputato anche Sebastiano Messina, per un lungo periodo unitamente ad Arnò e La Rosa ai vertici dell’Aias di Barcellona.

Il  preside dell’Agrario di Barcellona domandò il giudizio abbreviato e il giudice Giovanni De Marco il 17 agosto 2012 emise sentenza di assoluzione ritenendo che “per gli episodi delittuosi successivi al 2004 non vi fossero elementi che provavano la sua responsabilità visto che da quell’anno in poi non aveva più compiti operativi, mentre per gli episodi delittuosi gli anni precedenti al 2004, per i quali emergono significativi elementi indiziari, era già giunta la prescrizione”.

Tangenti bis ai vertici

L’onorevole Sanzarello unitamente al braccio Natale D’amico, ex consigliere provinciale,.è sotto processo a Barcellona per altri episodi di corruzione ai danni dell’Aias.

Con loro sul banco degli accusati si trovano il padre padrone dell’Aias nazionale, Francesco Lo Trovato, il figlio, Sergio Lo Trovato, e il commercialista dell’ente Giuseppe Grasso.

L’impianto accusatorio si basa sempre sulle dichiarazioni di Luigi La Rosa (Vedi ampio servizio sulla vicenda) .

 

Le appropriazioni di La Rosa

Luigi La rosa dal canto suo, su denuncia di Lo Trovato, è finito sotto processo per essersi appropriato di svariate decine di migliaia di euro appartenenti all’ente di assistenza.

Era stato Francesco Lo Trovato nel 2010 a estromettere La Rosa dalla presidenza dell’Aias contestandogli “gravi irregolarità contabili e gestionali”.

In primo grado, il 22 luglio del 2016, La Rosa era stato condannato a due anni di reclusione e al pagamento di una provvisionale risarcitoria complessiva a favore dell’Aias di 550mila euro.

Oggi si è celebrato pure il processo d’appello: analogamente all’altro processo celebrato qualche ora prima, la Corte ha dovuto dichiarare la prescrizione.

Tuttavia, la condanna al risarcimento dei danni è rimasta confermata, a riprova che anche per i giudici di secondo grado La Rosa è colpevole nel merito, ma è stata ridotta a 100 mila euro.

 

Le mani della mafia sull’ente di assistenza

In virtù delle dichiarazioni del commercialista La Rosa, per estorsione ai danni dell’Aias sono stati già condannati in appello i boss della mafia del Longano Carmelo D’amico, Mariano Foti, Giovanni Rao, e Carmelo Giambò. il processo ha mostrato che gli esponenti dell’organizzazione intascavano ingenti risorse dell’ente attraverso le minacce.

Specificamente, La Rosa raccontò agli inquirenti che sin dalla fine degli anni novanta (quando alla guida dell’ente c’era Pietro Arnò) e sino al 2009, quando decise di porre fine al pagamento del pizzo, l’Aias fosse costretta a pagare la somma di 40 milioni di lire all’anno (diventati poi 40 mila euro) e a effettuare delle assunzioni a favore di persone vicine ai membri dell’organizzazione criminale.

Le sua accuse hanno trovato riscontro nel dibattimento (vedi approfondimento).