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IL CASO: “Sgallettata con la fissa per lo scoop”, la giornalista Adele Fortino condannata dalla Cassazione ma “punita” dalla Nemesi storica. La clemenza mal riposta per la collega Palmira Mancuso e l’accanimento inutile contro il docente universitario Mauro Federico

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Palmira Mancuso e Adele Fortino

“Sgallettata”: c’è in Italia qualcuno che imbattendosi in simile aggettivo avrebbe pensato a cosa diversa da un galletto, a chi si muove come un galletto baldanzoso, vivace e vispo, declinato al femminile, secondo quella che è la primaria definizione che danno tutti i dizionari d’italiano?

E c’è qualcuno che all’espressione “con la fissa per lo scoop”, che seguiva l’aggettivo “sgallettata”, avrebbe pensato all’organo genitale femminile, invece che a fissazione, ossessione?

Forse pochissimi sulla penisola. Tra questi, cinque giudici della Corte di Cassazione.

Per loro, che hanno privilegiato il significato scherzoso o volgare del termine riportato nei dizionari, sgallettata vuol dire “donna che ostenta la propria sensualità in modo sguaiato”.

Questa interpretazione è costata alla giornalista messinese Adele Fortino, autrice dello scritto in cui aveva usato tal espressione nei confronti di una collega, la condanna definitiva per diffamazione.

Persona offesa (ora ristorata) la giornalista Palmira Mancuso, direttrice della testata www.messinaora.it  e alle ultime elezioni candidata a consigliere comunale in una delle liste a sostegno del sindaco uscente Renato Accorinti.

A leggere le carte della vicenda, la Fortino però più che della sua penna disinvolta e della sfortunata (per lei) interpretazione dei giudici con l’ermellino è stata vittima di quella che i greci chiamavano Nemesi storica.

Una sorta di punizione per un’ingiustizia (o un errore) commesso in precedenza da propri familiari.

Eh si. Proprio così.

I mirabolanti scoop all’origine della vicenda

La pugnace giornalista infatti non si sveglia una mattina del mese di dicembre del 2014 con la luna storta e se la piglia così a caso con la prima persona che le viene a tiro.

Impugna la penna, o meglio scarica sulla tastiera del pc la sua ira, appena scopre che Palmira Mancuso ha pubblicato un servizio sul marito, il docente universitario Mario Centorrino, morto ormai da 5 mesi in Trentino Alto Adige mentre si trovava con lei in vacanza.

Cosa aveva scoperto la direttrice di www.messinaora.it. di così sensazionale?

In anteprima, il 2 dicembre del 2014, aveva rivelato l’esistenza di un giallo sul decesso di Centorrino, che vedeva come protagonista “negativa” la stessa Fortino.

Quest’ultima – a leggere l’articolo – da un lato, non si rassegnava all’archiviazione delle indagini per accertare un caso di malasanità ai danni del marito e quindi commissionava consulenze di parte e inoltrava richieste di autopsia all’autorità giudiziaria, mentre dall’altro sul suo blog dava notizia che il corpo del congiunto fosse stato cremato.

Lo scoop, smentito dalla stessa logica e denigratorio della Fortino dipinta in sostanza come una folle, si basava sullo sfasamento temporale nella ricostruzione dei fatti: le istanze della moglie erano immediatamente successive al tragico evento e precedenti alla cremazione.

Adele Fortino avrebbe potuto limitarsi a querelare la redattrice dell’articolo, invece le venne in mente l’epiteto “sgallettata” e non riuscì a tenere a freno i polpastrelli.

Anche perché non fu solo questo scoop a farla schiumare di rabbia.

Al peggio non c’è mai limite

Non era la prima volta, infatti, che occupandosi di Mario Centorrino, Palmira Mancuso scambiava lucciole per lanterne.

Insomma, era recidiva “fissata” (rectius, ossessivamente concentrata) con l’ex assessore comunale e regionale.

Solo 8 mesi prima era incorsa in uno dei più gravi infortuni che possano capitare a un giornalista: dare la notizia dell’arresto di una persona neppure indagata.

“Inchiesta formazione: ai domiciliari l’assessore regionale Mario Centorrino”, titolò il 19 marzo del 2014.

Un infortunio cui cercò di rimediare dopo circa un’ora con una rettifica e pubbliche scuse che comunque non gli avrebbe evitato una sicura condanna penale e un inevitabile e importante risarcimento dei danni.

Tuttavia, Mario Centorrino fu magnanimo.

Non domandò giustizia e graziò la Mancuso, contro la quale non propose querela penale.

La “fissa” per il collega Mauro Federico

Fu, in compenso, molto duro e ostinato nei confronti del suo collega di ateneo Mauro Federico.

Che c’entra Federico, ci si chiederà?

Docente di fisica e attuale membro del Senato accademico dell’ateneo di Messina, Federico prendendo per buona la notizia degli arresti di Centorrino letta su www.messinaora.it vergò un duro commento pubblicato (per 20 minuti) sul sito dell’Andu, l’Associazione dei docenti universitari, di cui era segretario.

Con esso si rivolse all’allora rettore Pietro Navarra perché, visti gli arresti, chiedesse le dimissioni del docente, già in pensione ma titolare di alcuni incarichi in organi universitari.

Aspro ma legittimo esercizio del diritto di critica fondato sulla notizia (falsa, data dalla Mancuso) ma ritenuta vera dal lettore Federico.

Il professore Centorrino al commento di Federico reagì duramente: chiese subito al rettore di irrogargli una sanzione disciplinare. Navarra in quattro e quattro otto lo adottò pure: “Censura”, sancì.

Nel tempio della cultura e delle libertà veniva sanzionato un docente peraltro sindacalista colpevole di aver espresso la sua opinione sulla base di una notizia (grave) pubblicata da una testata giornalistica registrata al Tribunale, benché secondo la pacifica giurisprudenza sarebbe andato esente da responsabilità penale.

L’incidente politico era già dietro l’angolo. Un gruppo di docenti elaborarono un documento a sostegno di Federico.

Dopo qualche giorno, il rettore Navarra fece dietrofront ma salvò (in apparenza) la faccia: la revoca della sanzione fu infatti presentata come clemenza.

A quel punto, Centorrino nonostante le pubbliche scuse del collega si recò in Procura: la Mancuso no, ma Mauro Federico andava punito.

Qualche mese dopo, ad agosto del 2014, il professore di economia, morì improvvisamente.

Il figlio Marco, anch’egli professore universitario e all’epoca delegato del rettore Navarra (ironia della sorte) alla comunicazione, scrisse in Procura per sollecitare il proseguimento dell’inchiesta per diffamazione a carico del ricercatore di fisica.

Mentre le indagini su Federico andavano avanti, a 8 mesi dal suo decesso, ecco il casus belli: Palmira Mancuso prese di mira di nuovo Centorrino (per la seconda volta) e la moglie Adele Fortino, inducendo quest’ultima a definirla “sgallettata con la fissa per lo scoop”.

Baldanzose e soddisfatte rivalse

La Mancuso non ci pensò su due volte e afferrò la palla al balzo. “Grata” per non essere stata querelata da Centorrino (per l’arresto inventato) o forse soltanto smemorata, firmò una bella querela nei confronti della di lui moglie. Uscendo baldanzosa dal Tribunale dopo il deposito la fotografò e la postò su face book: tanto era l’orgoglio.

Adele Fortino, dal canto suo, quando alcuni mesi dopo viene rinviata a giudizio per diffamazione è ancora in tempo a rimediare alla magnificenza del marito, promuovendo (quale erede) contro la Mancuso una causa civile dall’esito scontato per il risarcimento del danno patito per effetto della notizia del falso arresto. O anche per l’articolo (lo scoop) denigratorio del 2 dicembre 2014.

Invece, si limitò a difendersi affidandosi alla sagacia giuridica dell’avvocato Nino Favazzo, che – notizia di queste ultime settimane – non la salvò dalla sentenza di condanna, in cui dei due clamorosi scivoloni della Mancuso, fonte del commento incriminato, non c’è traccia (nella loro reale portata).

Un proscioglimento naturale

Nel frattempo il procedimento a carico di Mauro Federico andò avanti.

Un pm della Procura, Piero Vinci, chiese l’archiviazione sostenendo che la diffamazione c’era ma il fatto era di lieve entità. L’indagato si oppose, chiedendo la più ampia formula liberatoria e il Giudice per le indagini preliminari Maria Militello gliel’accordò,  prosciogliendolo.

La Nemesi

Insomma, il professore Centorrino si “fissò” contro chi aveva esercitato il diritto di critica e non poteva mai essere ritenuto penalmente responsabile, ma fu clemente nei confronti di chi invece lo aveva gravemente diffamato. E che ora, la moglie, “punita” da Nemesi per gli errori di valutazione del congiunto, dovrà pure risarcire.

Coronavirus e propaganda, Cateno De Luca contro Nello Musumeci: quando il bue dice cornuto all’asino. Il sindaco di Messina e il presidente delle Regione emanano provvedimenti egualmente invalidi. E c’è chi perde tempo a stabilire quali vincolano i cittadini

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Cateno De Luca e Nello Musumeci

 

Vale la mia. No, la mia è più bella ed efficace e la tua non vale nulla. Tu fai confusione. No, il contrario: sei tu che hai iniziato a non fare capire nulla alla gente.

Il sindaco di Messina Cateno De Luca contro il Presidente della Regione Nello Musumeci.

I fans dell’uno contro la brigata di razza dell’altro.

Oggetto di questa contesa con i tratti del romanzo kafkiano sono le ordinanze che i due “signori” adottano da oltre un mese e mezzo: spesso sono atti in contrasto tra di loro e/o con la normativa nazionale dettata (sulla scorta di due Decreti legge) con i Decreti del presidente del Consiglio dei ministri per contenere la diffusione del coronavirus.

In mezzo i cittadini messinesi e i siciliani.

Terrorizzati dal coronavirus, non solo da due mesi si sono visti come tutti gli italiani limitata drasticamente la libertà personale, valore fondamentale tutelato dalla Costituzione Repubblicana, ma non sanno neppure quali siano le norme a cui debbano attenersi.

Sono vittime due volte: del Covid 19 e delle iniziative propagandistiche e elettoralistiche dei due esponenti politici.

I due fanno la corsa a sfornare ordinanze contingibili e urgenti, a chi è più prolifico: ordinanze liberticide, ma anche illegali.

De Luca ha adottato l’ultima proprio ieri 21 aprile del 2020, l’ennesima: reca il numero 123; Musumeci dopo una specifica per Pasqua ne ha emanata un’altra con la pretesa di efficacia sino al 3 maggio a far data dal 19 aprile.

Giuridicamente si tratta di carta straccia.

Qualunque sanzione fosse basata su questi provvedimenti sarebbe oggetto di annullamento successivo da parte dei giudici ordinari.

Atti amministrativi di nessun valore ed efficacia giuridica, possibile fonte in astratto del reato di abuso d’ufficio, anche per i pubblici ufficiali che ne sanzionano le violazioni a responsabilità. I cittadini potrebbero fare a meno pure di leggerle.

Eppure, grazie alla complicità di giornali e al silenzio della quasi totalità di giuristi e politicanti nostrali, sono osservate (anche nelle parti irrazionali e inutili in contrasto con la normativa nazionale), per comprensibile ignoranza giuridica o anche solo per evitare grattacapi, in altre parole sanzioni amministrative: invalide certo, ma sempre da impugnare sostenendo le relative legali spese.

Le ordinanze del sindaco di Messina non hanno mai avuto alcuna reale efficacia: un paio sono state formalmente annullate.

Quelle di Musumeci sono prive di ogni valore dal 5 aprile scorso.

Da quel giorno l’unica normativa che vale, che impegna i cittadini, è quella nazionale: quella dei Dpcm, l’ultimo dei quali è stato adottato il 10 aprile scorso. E’ l’unica vincolante, almeno sino a quando non interverrà la Corte costituzionale (ma questo è tema che qui non rileva).

Qualunque sia la natura delle misure in esso contenute, più restrittive, com’era sino all’altro ieri, o meno restrittive: da qualche giorno alcuni sindaci e i presidenti delle regioni fanno a gara ad ampliare alcune libertà, dopo averle per 45 giorni illegalmente compresse.

Le ordinanze confermative della normativa nazionale sono utili solo all’affermazione dell’ego del politicante di turno.

E non perché lo dice (presuntuosamente) chi scrive, o lo dice pubblicamente la giurista Vitalba Azzollini e solo privatamente (alcuni per mero opportunismo professionale) tutti i giuristi con un minimo di onestà intellettuale.

Lo dice la legge, precisamente il Decreto legge n° 19 del 25 marzo.

Salvo che qualche scienziato del “rovescio” non voglia sostenere che in tempo di coronavirus la legge non valga nulla e vale la legge dello sceriffo di turno, il che non stupirebbe visto lo scempio che si è fatto dello Stato di diritto.

Basta leggere il decreto legge (si trova facilmente in rete), tenendo presente quella che è la ratio: ovvero porre uno stop alla macchina continua di ordinanze da parte di sindaci e di presidenti delle regioni, con il conseguente attentato alla certezza del diritto.

Con questo provvedimento che ha la forza di una legge ordinaria (la sola con cui secondo la Costituzione repubblicana si può limitare, e solo in casi specifici, la libertà personale), all’articolo 2 si è stabilito:

1) che da quel momento per contenere la diffusione del virus potessero essere adottate una serie di misure elencate tassativamente all’art 1 dello stesso decreto legge e solo con Decreto del presidente del Consiglio, il famoso Dpcm;

2) che dal 5 aprile cessava ogni potere di emanare ordinanze da parte dei Presidenti delle Regioni e si ribadiva che i sindaci non potessero adottarle;

3) che i Dpcm potessero essere adottati anche su proposta dei presidenti delle regioni interessate nel caso si trattasse di fare fronte a necessità di carattere regionale.

Punto. Semplice: ai presidenti delle regioni (e ai sindaci) è tolta ogni competenza.

C’è chi per sostenere la validità delle ordinanze del Presidente Musumeci fa notare che all’articolo 3 il Decreto legge prevede che: “Nelle more dell’adozione dei decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, i presidenti delle regioni in relazione a specifiche situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario verificatesi nel loro territorio o in una parte di esso, possono introdurre misure ulteriormente restrittive, tra quelle di cui all’articolo 1, comma 2 (…) “.

L’operatività di questa norma si basa su due presupposti: innanzitutto, specifiche situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario; in secondo luogo, su ciò che il presidente proponga le misure al Governo e in attesa che quest’ultimo decida, essendovi l’urgenza, adotti le misure più restrittive con efficacia sino all’emanazione del relativo Dpcm.

Risulta a qualcuno che Musumeci abbia avanzato simili proposte di misure specifiche  al Governo?

E soprattutto: è a conoscenza qualcuno che in Sicilia ci siano state ad aprile “situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario”?

O non è vero – stando ai dati che diffonde lo stesso Musumeci – il contrario?

Risulta ciò ad almeno uno dei silenti 40 deputati regionali?

Giusto per fare un esempio virtuoso, ne ha contezza il deputato di opposizione Claudio Fava, censore attento dei fenomeni di illegalità? O, forse, si occupa solo di illegalità mafiosa…. passata?

“L’emergenza sanitaria può essere gestita senza sospendere le garanzie costituzionali. Le libertà limitabili solo con legge o con decreto legge e non da Dpcm e ordinanze locali”. Il presidente emerito della Corte costituzionale Gaetano Silvestri fa sentire la sua voce contro le derive autoritarie dello stato di eccezione e sollecita la centralità del Parlamento

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L’ex presidente della Corte Costituzionale Gaetano Silvestri

 

Le norme della Carta Costituzionale sono chiare: i diritti fondamentali e le libertà possono essere limitate soltanto con legge approvata dal Parlamento, organo di rappresentanza democratica, e solo nei casi e per motivi specificamente previsti.

Invece, in Italia dall’inizio dell’emergenza coronavirus il Parlamento (grazie anche alla complicità dei suoi membri che, terrorizzati dalla possibilità di essere contagiati, si sono “autoeliminati”), è stato di fatto esautorato: tutte le misure di contenimento della diffusione del virus (e di compressione delle libertà e dei diritti fondamentali)  sono state delegate ai Dpcm, Decreto del presidente del Consiglio dei ministri, ovvero a uno strumento monocratico che non è neppure tra le fonti del diritto ed è quindi sottratto alle forme di controllo per queste previste.

Con due decreti legge emanati dal Governo (il primo, n° 6 del 22 febbraio e l’altro, n° 19 del 25 marzo 2020) si sono indicate le misure che potevano essere adottate e poi si è rinviato al Dpcm il compito di farle divenire norme cogenti.

Il primo decreto legge neppure prevedeva che l’elenco delle misure fosse tassativamente determinato, anzi si dava carta bianca alle autorità di assumere anche provvedimenti diversi e più restrittivi.

Di più, si è consentito che questa grave compressione delle libertà fondamentali avvenisse ad opera di sindaci e di Presidenti delle regioni, che hanno (ab) usato dell’ordinanza contingibile e urgente.

Non si tratta di forzature di poco conto se si considera che le norme di contenimento del contagio da Covid-19″ abbiano intaccato valori e libertà quella personale (art. 13 Cost.), di circolazione e soggiorno (art. 16 Cost.), di riunione (art. 17 Cost.), di religione (art. 19 Cost.), di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.), nonché sul diritto-dovere al lavoro (art. 4 Cost.) e sulla libertà di iniziativa economica privata (art. 41 Cost.).

Il tutto è stato realizzato in nome (o con il pretesto) dello stato di eccezione (o dello stato di terrore), con l’avallo del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il silenzio pressoché unanime di giuristi e uomini politici.

Gaetano Silvestri, presidente emerito della Corte costituzionale ed ex rettore dell’ateneo di Messina, non ci sta e fa sentire la sua voce autorevole, ferma e preoccupata per le sorti dello stato liberal democratico.

L’intero contributo è in un articolo pubblicato sul sito dell’Unicost, una delle associazioni di magistrati, da cui ci si permette di estrapolare le parti salienti.

Il giurista, innanzitutto, contesta la teoria dello stato di eccezione che lascia mano libera ai governanti, a chi comanda: pericolosa perché apre la via all’instaurazione di un regime opposto a quello democratico:

“Sul piano del diritto costituzionale, un primo equivoco, di carattere generale, è prodotto dall’affermazione che una situazione di emergenza richieda la sospensione, ancorché temporanea, delle garanzie, personali e istituzionali, previste dalla Costituzione. Non si deve sospendere nulla. (…..) Per fronteggiare lo stato di necessità, sarebbe sufficiente applicare quanto è scritto nella Carta costituzionale, senza vagheggiare revisioni e tirare in ballo la sempre fascinosa teoria di Carl Schmitt sulla sovranità che spetta a chi comanda nello stato di eccezione”, scrive Silvestri.

Lo stato di eccezione preludio delle dittature

L’ex presidente della Corte costituzionale non nasconde la sua preoccupazione e avverte sui gravi rischi che corrono le libertà e i diritti di ciascun cittadino: “Lo stato di eccezione schmittiano – di questi tempi spesso evocato – presuppone invece uno spazio vuoto, deregolato e riempito dalla volontà del sovrano, inteso come potere pubblico liberato da ogni vincolo giuridico e capace di trasformare istantaneamente la propria forza in diritto. Tutto ciò non è ipotizzabile nell’Italia repubblicana e democratica, mentre sarebbe ben possibile sul piano dell’effettività storica se, anche sulla base di equivoci non chiariti, si accedesse all’idea di un salto extra-sistematico verso un ordinamento giuridico-costituzionale opposto a quello vigente e paradossalmente introdotto da quest’ultimo. Sembra che molti non si avvedano di evocare scenari di questo tipo. Peggio ancora nell’ipotesi che se ne avvedano!”.

La gestione dell’emergenza è stata infatti caratterizzata da “sfregi” autoritari alla Carta fondamentale, specie nella prima fase, cioè sino all’adozione del decreto legge del 25 marzo.

Quest’ultimo provvedimento pur avendo questa finalità non ha impedito ai presidenti delle regioni e ai sindaci di adottare provvedimenti che danno “luogo a normative anche fortemente differenziate non solo per obiettive necessità di adeguamento a situazioni locali, ma anche per pura polemica politica con il Governo nazionale o per smania individualistica di visibilità, in vista del possibile, successivo sfruttamento elettorale”, chiosa Silvestri, che giudica “tristi e squallide” queste manovre.

La centralità del Parlamento

Per Silvestri quindi si impone il rispetto della Costituzione all’interno della quale ci sono gli strumenti e le procedure per affrontare l’emergenza senza travalicare la cornice disegnata dai costituenti:

“Si potrebbe dire che, nel momento attuale, di fronte alla necessità di salvare la salute e la vita stessa delle persone, l’osservanza delle regole istituzionali slitta in secondo piano. Sarebbe asserzione ineccepibile, se non fosse possibile ottenere gli stessi risultati senza “sospensioni”, in tutto o in parte, della Costituzione” osserva Silvestri.

Che indica anche la via dell’unico strumento che può e deve essere usato: il decreto legge e, quindi, il pieno coinvolgimento del Parlamento, chiamato a convertire il decreto stesso e a controllare la necessità, l’adeguatezza e la proporzionalità delle misure decise dal Governo:

“Oggi più che mai è necessario riaffermare, senza tentennamenti – scrive Gaetano Silvestri – che qualunque limitazione di diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione o disciplina restrittiva della generale libertà dei comportamenti – anche sotto forma di istituzione o ampliamento di doveri – deve trovare il suo presupposto in una statuizione di rango legislativo – legge formale o atto con forza di legge – perché, in un modo o nell’altro, la limitazione stessa possa essere assoggettata al vaglio del Parlamento. (…). Ne deriva che, nelle ipotesi di emergenza, lo strumento, non surrogabile, da utilizzare per interventi immediati, è il decreto legge (art. 77: «In casi straordinari di necessità e urgenza…»)”, afferma il giurista.

Il pretesto della lentezza

L’ex rettore dell’ateneo di Messina replica preventivamente alle possibili obiezioni circa la lentezza dei lavori e delle decisioni della principale istituzione democratica e le difficoltà di riunione dei parlamentari:

“Sarebbe aberrante che l’unico rimedio fosse l’irrigidimento autoritario dello Stato. Il pericolo tuttavia esiste, giacché – è inutile negarlo – è rimasta in vita in una parte della popolazione la cultura politica che accompagnò la nascita e l’affermazione del fascismo: disprezzo per il Parlamento ed i suoi “riti”, culto del capo. A poco varrebbe obiettare che spesso queste tendenze si manifestano in forme farsesche e quindi non temibili. Al contrario, l’incapacità di percepire il proprio stesso ridicolo è stata una componente dell’appoggio di massa alle dittature moderne.

Osservando quanto si è verificato nella prima fase della crisi da covid-19 sottolinea Silvestri – si ha la conferma dell’assoluta necessità che la democrazia sia saldamente presidiata da organi di garanzia, quali il Presidente della Repubblica (così come è configurato dalla Costituzione italiana) e la Corte costituzionale. Non sorprende che la venatura autoritaria della cultura politica italiana favorisca continui attacchi contro di essi”.

Se Silvestri boccia il collega Ruggeri e il sindaco De Luca

Il presidente emerito della Consulta non si esime, sia pure con garbo e stile, a esprimere la sua opinione su uno dei casi più clamorosi di violazione della Costituzione ad opera di un sindaco: la chiusura dello Stretto di Messina da parte di Cateno De Luca, oggetto di duro intervento di annullamento da parte del Governo e di feroci polemiche.

A sostegno della bontà giuridica e compatibilità costituzionale della decisione del sindaco De Luca era sceso in campo il costituzionalista Antonio Ruggeri, ordinario di diritto Costituzionale nell’ateneo di Messina, con una lunga disquisizione ospitata dall’unico quotidiano cartaceo di Messina.

Silvestri la pensa in maniera opposta al collega Ruggeri e spiega il perché in poche righe:

“In ogni caso, nessuna legge autorizzativa potrà mai consentire ad una Regione (a fortiori ad un ente locale) di emanare norme che impediscano o ostacolino la libera circolazione delle persone e delle cose tra le Regioni, in palese dispregio del primo comma del citato art. 120 della Costituzione, come purtroppo in qualche caso si sta verificando. Un blocco di transito da una Regione ad un’altra ha una rilevanza nazionale per diretto dettato costituzionale. Sempre e comunque è necessario un provvedimento statale. La Repubblica «una e indivisibile» (art. 5 Cost.) non può tollerare che parti del territorio e della popolazione nazionali si pongano in contrapposizione tra loro. Vi osta, oltre che il principio di unità nazionale, anche il principio di solidarietà (art. 2 Cost.), inconciliabile con qualunque chiusura egoistica o particolaristica. Chiudere si può e si deve, se la situazione concreta lo impone, ma solo se si valuta l’impatto nazionale di provvedimenti così incisivi su princìpi supremi (unità e solidarietà), dai quali dipende l’esistenza stessa della Repubblica democratica”.

 

L’intero contributo è rinvenibile al seguente link: https://www.unicost.eu/covid-19-e-costituzione/

Il sindaco podestà fatto martire nella stagione dell’emergenza coronavirus: se uno Stato incoerente perde ogni credibilità e fa il gioco del ribaldo di turno. Il Governo si mobilita contro l’ordinanza palesemente illegittima di Cateno De Luca, ma lascia correre sulle ordinanze di Nello Musumeci e degli altri presidenti di Regione. E così gli oppositori del primo cittadino

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Violazione della stessa legge. Identica lesione delle libertà fondamentali sancite dalla Costituzione.

Per sanare il vulnus determinato dall’ordinanza del sindaco di Messina Cateno De Luca che chiudeva lo stretto di Messina il Governo nazionale ha seguito la strada dell’annullamento straordinario.

Invece, si è comportato come Ponzio Pilato, girandosi dall’altra parte, rispetto ad analoghe ordinanze inutilmente liberticide assunte da vari presidenti delle regioni, primo fra tutti da quello della Regione Sicilia, Nello Musumeci (ma anche della Lombardia), in epoca successiva al 5 aprile 2020, termine ultimo di efficacia di qualsiasi provvedimento locale in materia di contenimento della diffusione del coronavirus.

Allo stesso modo, facendo finta di nulla, si sono atteggiati i giuristi, i sindacalisti, i (pochi) giornali, la Rete dei 34, che si erano battuti contro l’ennesima prevaricazione del sindaco di Messina.

I principi costituzionali non valgono sempre chiunque li infranga?

O forse, parafrasando George Orwell la legge se non la rispetta Tizio vale tantissimo e se non la osserva Caio fa niente, non vale nulla?

Come si può essere credibili se si applicano due pesi e due misure?

Il governo italiano con la sua incoerente condotta ha offerto al sindaco di Messina uno straordinario assist: da abile manipolatore qual è, sfruttando da par suo la psicosi collettiva che alimenta ogni giorno, ha avuto gioco facile in assenza di contraddittorio nello spiegare che lui è vittima di una persecuzione perché difende i cittadini messinesi da un governo imbelle, se non addirittura razzista.

Insomma, un martire: già preso di mira per il suo attivismo dal ministro degli Interni, Luciana Lamorgese, che lo ha denunciato per vilipendio delle istituzioni (come se insultare le persone fosse un modo concreto per risolvere i problemi), irrorando così di olio lubrificante i meccanismi sempre ben curati del suo gioco vittimistico.

De Luca, non va dimenticato, da ultimo ha aumentato il suo consenso proprio grazie agli “spregiudicati” arresti di cui è stato vittima qualche mese prima delle elezioni amministrative del 2018: misura cautelare fatta a fettine dal Tribunale del Riesame. Ciò che gli ha consentito di ergersi a martire della giustizia che non funziona: emblema in cui si sono immedesimati tutti coloro che con il (dis) servizio giustizia hanno avuto a che fare.

In quest’ultima occasione, il sindaco – per usare una metafora – ha recitato ottimamente la parte del ladro che per dimostrare di essere innocente non ha argomentato sulla liceità della sua condotta, ma ha con passione sostenuto non andasse punito perché i suoi complici erano stati graziati. 

I fans ci sono cascati. E questo non meraviglia.

Meraviglia che persone che fanno politica da anni possano pensare di fare un’opposizione credibile e costruttiva alle prevaricazioni di un maestro di propaganda come De Luca senza essere coerenti; senza onestà intellettuale. Senza battersi per la difesa dei valori su cui si fonda la comunità, chiunque vi attenti, anche il proprio amico o ex compagno di classe: liberi dalla logica della tribù. 

Antonio Saitta, persona di sicura e ampia cultura giuridica e candidato a sindaco (perdente) alle ultime elezioni amministrative, ha esultato alla notizia che il Consiglio di Stato avesse dato il via libera alla bocciatura dell’ordinanza liberticida del 5 aprile del 2020, una delle tante sfornate da De Luca e usate unicamente per aumentare il consenso.

E si è avventurato in una chiosa accusatoria ad ampio raggio a chi sostiene acriticamente il sindaco, pure condivisibile per gran parte.

Ma non ha speso pubblicamente una parola sulle ordinanze del presidente Musumeci oltremodo irrazionalmente limitative della libertà personale, benché anche queste si applichino nella città di Messina: giusto per smontare l’argomentazione secondo cui ci può opporre concretamente solo a ciò che ha effetti sulla propria sfera giuridica.

Non una parola l’hanno spesa i nostrali e fieri contestatori di De Luca, che proprio per la pervicacia con cui il sindaco vìola le regole ne hanno chiesto al Governo la rimozione.

Al contrario, per esempio, della giurista Vitalba Azzollini che dalle pagine di www.meridionews.it ha criticato aspramente sia l’ordinanza di De Luca e sia quelle di Musumeci.

E allora non c’è da stupirsi se a chiunque venga il sospetto che il problema non sia difendere i principi e i valori, ma fare politica, campagna elettorale, attaccare l’avversario. Esattamente quello che fa De Luca, incurante degli effetti negativi che il clima di tensione crea ai cittadini che ama: li ama e li terrorizza, per poi proteggerli. E se è così, l’opposizione in quanto egualmente fanatica è anche sterile e improduttiva: perdente, perché non incide sul vuoto di cultura in cui sguazza De Luca.

Perché pensa di batterlo giocando sul terreno su cui il sindaco/podestà è maestro, imbattibile: quello dell’arena virtuale di face book e delle manipolazioni dialettiche.

L’ordinanza del sindaco era palesemente illegittima, come quelle precedenti. E come lo sono però a partire dal 5 aprile anche quelle di Musumeci.

Il Consiglio di Stato per dimostrarlo si è dilungato in una dotta e arzigogolata disquisizione.

Il costituzionalista Antonio Ruggeri è sceso in campo ospitato dalla Gazzetta del sud, da mesi “amichevolmente” al fianco della propaganda del terrore “deluchiana”, per bacchettare il suo allievo Antonio Saitta e i giudici del massimo organo della giurisdizione amministrativa: altra dotta disquisizione, così lunga da necessitare la divisione in due parti, su principi, valori, ecc.

Ma per chi non è così dotto, basta leggere il decreto legge del 25 marzo del 2020 e tenere a mente il principio costituzionale fondamentale secondo cui la libertà può essere limitata solo con legge emanata dal Parlamento (cui non senza forzature si ammette sia equiparabile il Decreto legge).

Con il Decreto legge del 25 marzo si è autorizzato il Governo tramite Decreto del presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm) ad adottare le misure limitative della libertà ritenute necessarie per contenere la diffusione del virus tra quelle tassativamente definite e si è stabilito che dal 5 aprile non ci sarebbe stato spazio alcuno per ordinanze di sindaci e Presidenti delle Regioni: quest’ultimi, se avessero avuto delle esigenze particolari e locali meritevoli di tutela avrebbero dovuto rappresentarle al Governo che, eventualmente, le avrebbe potute far divenire norme cogenti sempre e solo con Dpcm.

Punto. Tutto il resto sono masturbazioni accademiche.

A partire dal 5 aprile tutto quello che ha fatto De Luca e ancora di più Musumeci e gli altri Presidenti delle Regioni è illegittimo, anticostituzionale: carta straccia.

Andare a guardare al merito delle varie ordinanze è cosa ancora più ridicola, perché sarebbe come dire che siccome un cancelliere del Tribunale ha fatto una sentenza migliore e più giusta di quella che avrebbe fatto un giudice allora la si ritiene efficace e valida.

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La conferenza stampa a celebrare gli arresti

La conferenza stampa a celebrare gli arresti dell’operazione Dinastia

Figlio del boss Pippo Gullotti, è stato arrestato il 4 febbraio del 2020 con l’accusa di essere stato sino al gennaio del 2015, quindi sino a 6 anni prima, uno dei componenti di un gruppo di barcellonesi che gestiva lo spaccio di droga in città e in provincia.

Oggi Vincenzo Gullotti, 28 anni, torna libero.

Il Tribunale della libertà ha annullato l’ordinanza di misure cautelari firmata dal Giudice per le indagini preliminari Monica Marino e richiesta dai sostituti della Direzione distrettuale antimafia coordinati dal capo della Procura Salvatore De Lucia nell’ambito dell’operazione denominata “Dinastia” anche e soprattutto per la presenza di Gullotti tra gli indagati.

Di conseguenza i giudici hanno ordinato la scarcerazione del giovane. Le motivazioni non sono state ancora depositate.

Tuttavia, dalla lettura dell’ordinanza di misure cautelari emergeva in maniera chiara l’assenza per Gullotti, ad oggi incensurato, di un solo rigo di motivazione in cui si spiegasse la sussistenza dell’attualità delle esigenze cautelari, prevista dal codice di procedura penale a pena di nullità dello stesso provvedimento restrittivo.

Per quanto attiene i gravi indizi di colpevolezza, l’ unico reato fine su cui si fondava l’accusa di associazione per delinquere era un’ipotesi singola di acquisto a fini di spaccio di droga avvenuta del 2014. Per questo fatto, che sfociò per altre persone in un processo e in delle condanne, Gullotti non era stato neppure rinviato a giudizio.

Nonostante la debolezza dell’impianto accusatorio, è stato un gioco da ragazzini per i giornali locali dipingere Vincenzo Gullotti come l’erede del padre.

Vincenzo Gullotti è nato quando il padre era stato già arrestato.

Per scelta di quest’ultimo, detenuto sempre al 41 bis, i due, padre e figlio, non si sono mai incontrati.

Bancarotta Italsea srl, la Corte d’appello conferma le pesanti condanne per l’imprenditore catanese dell’autotrasporto Luigi Cozza e i membri della sua famiglia. Assolto l’ex direttore dell’agenzia delle Entrate di Messina, Salvatore Altomare

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Luigi Salvatore Cozza

Luigi Salvatore Cozza

Aveva rinunciato alla prescrizione, ma in primo grado era stato condannato a 10 mesi di reclusione per abuso d’ufficio. In appello però il giudizio è stato ribaltato e Salvatore Altomare, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate di Messina, è andato assolto.

Il secondo grado di giudizio non è stato altrettanto positivo per i componenti della famiglia di Luigi Salvatore Cozza, imprenditore del settore dei trasporti molto conosciuto in Sicilia: di recente la società riconducibile a lui e alla sua famiglia, la Lct Spa (acronimo di Luigi Cozza Trasporti), azienda leader nella logistica intermodale e nel trasporto alimentare e di merci pericolose, si è aggiudicata la gara di concessione per la gestione novennale dell’Interporto di Catania: un affare valutato in milioni di euro.

La Corte d’appello di Messina ha infatti condiviso in toto le motivazioni del collegio giudicante presieduto da Silvana Grasso che il 27 giugno del 2017 aveva riconosciuto la responsabilità per i reati di bancarotta documentale e bancarotta per distrazione, ma ha lievemente rideterminato le pene a carico di Luigi Salvatore Cozza (8 anni di reclusione), i figli Luigi e Pamela (4 anni a testa), la moglie Giuseppa Pistorio (4 anni e 7 mesi) e i collaboratori Francesco Altomare (4 anni) e Claudio Reinhold D’arrigo (6 anni e sei mesi), Giuseppe Basile (3 anni e dieci mesi) che a turno hanno avuto incarichi di responsabilità nella società al centro del processo. Si tratta di Italsea Srl con sede a Taormina, messa in liquidazione il 14 dicembre del 2009 e dichiarata fallita l’11 maggio del 2011 e di cui Cozza padre è stato ritenuto il dominus effettivo.

I giudici d’appello hanno dichiarato la prescrizione per le restanti accuse di evasione fiscale, alcune delle quali erano già state considerate estinte nel giudizio di primo grado.

Tutti i fatti di reato sono risalenti ad almeno 10 anni fa.

I reati in pillole

La condotta che – secondo i giudici di primo e secondo grado – è valsa la condanna per bancarotta documentale è la stessa – quanto all’elemento materiale – oggetto della denuncia ad opera degli imputati, o meglio di uno di loro, da cui per paradosso partirono le indagini: ovvero lo smarrimento dei documenti contabili della società.

E’ il 25 maggio del 2006 quando Claudio Reinhold D’arrigo, autista ma anche ex presidente del cda della società, denuncia il furto di un furgone con cui stava trasferendo verso la nuova sede tutti i documenti contabili della società.

Il mezzo fu ritrovato qualche giorno dopo, senza alcun documento all’interno. Gli inquirenti accertarono ancora che quella che fu indicata come la nuova sede in realtà non aveva ancora neppure i certificati di abitabilità.

Fu facile inferirne – è questa le tesi sostenuta con successo della pubblica accusa –  che la denuncia simulasse il reato di furto e fosse tesa in  realtà ad occultare la distruzione dei documenti contabili, in modo da impedire gli accertamenti fiscali ed evadere così le imposte.

La condotta  – dal momento in cui è stato dichiarato il fallimento della società – è stata declinata (bei confronti di tutti gli imputati, tranne la Pistorio) in termini di Bancarotta documentale, posto che la distruzione della documentazione contabile impedendo la ricostruzione della reale situazione finanziaria e patrimoniale della società è stata fonte di danno per i creditori.

Luigi Salvatore Cozza è stato condannato anche per tre ipotesi di bancarotta per distrazione: i due figli e la moglie per due di queste.

In specie, per avere organizzato la vendita alla società un immobile di proprietà della moglie Giuseppa Pistorio gravato da procedure esecutive – e quindi in frode ai creditori della stessa società – per un milione e mezzo di euro. L’immobile peraltro dopo la vendita rimase nella piena disponibilità della venditrice e dei suoi familiari.

Giuseppa Pistorio – ecco la seconda ipotesi di bancarotta – dalla società Italsea spa ha comprato anche due immobili per un corrispettivo pagato di 250 mila euro. Il prezzo di acquisto è stato ritenuto congruo, ma l’operazione per i giudici è stata organizzata e ha avuto l’effetto di diminuire il patrimonio della società ai danni dei creditori.

Ancora, la terza ipotesi si è consumata allorché nel bilancio della società sono state esposte passività create ad arte attraverso l’emissione di fatture false di acquisto, intestate a terzi inconsapevoli per un totale di quasi 8 milioni di euro. In questo modo – secondo di giudici – si sono danneggiati i creditori poiché sono state occultate le poste di bilancio attive.

Prescrizioni a go-go

I giudici d’appello non hanno potuto non rilevare l’intervenuta prescrizione per tutte le accuse di evasione fiscale (nella specie Iva), computata dagli inquirenti per il periodo di imposta compreso tra il 2004 e il 2006 in oltre due milioni di euro.

 

Agenzia sotto accusa

Sotto processo per abuso d’ufficio finirono pure Aldo Corrado Pittari e Guido Schiavoni, due funzionari dell’Agenzia delle entrate di Taormina e il direttore della direzione provinciale Altomare: i due impiegati furono gli autori dell’accertamento con adesione che portò l’Agenzia a riconoscere alla società della famiglia Cozza una detrazione di Iva per 244 mila euro relativa all’anno 2004 sulla base di documentazione – scoprì la Guardia di finanza – in parte palesemente falsa e in parte relativa a mezzi di altre società.

Altomare aveva avallato l’operazione mettendoci il visto.

Pittari e Schiavone si sono avvalsi della prescrizione e già in primo grado andarono esenti da pena.

L’assoluzione di Altomare è giunta in appello: i giudici, al contrario dei colleghi di primo grado, hanno ritenuto che il direttore aveva solo una competenza limitata alla regolarità formale dell’atto e non di merito; né era emersa alcuna sua attività di pressione su due funzionari.

Sull’intera vicenda giudiziaria comunque sarà la Corte di cassazione a dire l’ultima parola. I legali degli imputati hanno proposto ricorso di recente: le motivazioni della sentenza state depositate il 27 dicembre del 2019.

Affari in movimento

Nel frattempo, nell’estate del 2019, gli imprenditori catanesi hanno messo a segno un colpo molto significativo e importante: l’aggiudicazione della gara pubblica di concessione per la gestione dell’Interporto di Catania, polo logistico del sud est della Sicilia, da anni completato e solo da pochi mesi in funzione.

Alla gara, bandita dalla partecipata della regione Sicilia Società Interporti Spa, la società della famiglia Cozza ha partecipato in solitaria offrendo un rialzo – sulla base d’asta minima di 400 mila euro di canone annuo – pari allo 0,010%.

A leggere la visura camerale, quindi sotto il profilo formale, nessuna delle persone condannate figura come azionista né ha funzioni direttive  nella Spa Luigi cozza trasporti, che conta circa 350 dipendenti e decine di autoarticolati giornalmente in movimento per l’intera penisola italiana.

Corruzione in atti giudiziari, la Procura di Reggio Calabria (ri) chiede il rinvio a giudizio per il presidente della sezione Fallimentare del Tribunale di Messina Giuseppe Minutoli, l’imprenditore Gianfranco Colosi e l’ex capo della Dia di Messina Letterio Romeo. Ecco la vicenda, raccontata da 8 mesi di intercettazioni. E la difesa del magistrato

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Il presidente del Tribunale fallimentare Giuseppe Minutoli

Il presidente del Tribunale fallimentare di Messina, Giuseppe Minutoli

 

L’accusa è di corruzione in atti giudiziari. Gli imputati “eccellenti” sono tre.

Per loro la Procura di Reggio Calabria ha chiesto il rinvio a giudizio.

Il presidente della sezione fallimentare del Tribunale di Messina, Giuseppe Minutoli; l’ex capo della Direzione investigativa antimafia di Messina, Letterio Romeo e uno degli imprenditori della ristorazione più noti di Messina, Gianfranco Colosi, dovranno comparire davanti al Giudice per le indagini preliminari Alessandra Borselli il prossimo 21 gennaio del 2020.

Si tratta di un remake, per usare un termine cinematografico, di una prima richiesta di rinvio a giudizio che oltre un anno fa, il 26 luglio del 2018, si arenò al termine dell’udienza preliminare trasformata in giudizio abbreviato su richiesta del magistrato Minutoli.

Il giudice di quell’udienza, Davide Lauro, restituì infatti gli atti al pubblico ministero perché esercitasse correttamente l’azione penale.

Lauro ritenne che i fatti descritti dal capo di imputazione fossero materialmente diversi da quelli, in ipotesi sempre penalmente rilevanti, che emergevano dal materiale probatorio raccolto dalla Procura e posto all’esame del giudice (leggi articolo).

I sostituti procuratori Roberto Di Palma e Gerardo Dominijanni hanno così rimodellato i termini fattuali dell’accusa, declinati sempre nel reato di corruzione in atti giudiziari, facendo loro le osservazioni del Gup Lauro, e a distanza di 16 mesi hanno esercitato nuovamente l’azione penale.

I termini dell’accusa

Minutoli è ora accusato di aver stretto un pactum sceleris con l’amico (ex compagno di classe e suo testimone di nozze) Gianfranco Colosi, titolare del ritrovo “Casaramona” di viale San Martino, accettando la promessa dell’assunzione della moglie in una società di Colosi in cambio dell’aiuto che il presidente della sezione Fallimentare avrebbe dovuto dare per permettere all’imprenditore di entrare nella gestione dei servizi relativi alle vendite forzate del Tribunale di Messina.

L’operazione sarebbe dovuta passare dall’esautoramento (o comunque ridimensionamento) dell’Istituto vendite giudiziarie, la società facente capo alla famiglia Attinà che per conto del Tribunale di Messina, in regime di concessione, si occupa della vendita all’asta dei beni mobili espropriati.

Specificamente, Minutoli – secondo l’accusa – per concretare questo pactum e contravvenendo ai suoi doveri istituzionali ha prima messo al corrente Colosi delle problematiche relative alla vendite giudiziarie benché si trattasse di questioni attinenti al proprio ufficio; poi, ha posto in essere una serie di atti diretti a far dichiarare l’Istituto vendite giudiziarie non più idoneo ai servizi svolti per conto del Tribunale fallimentare in modo che fosse di conseguenza sostituto o costretto a farsi affiancare da altri operatori del settore individuati prima in Astelegali.net e, successivamente, in Edicom Srl; nel contempo, ha messo in contatto Colosi con i rappresentanti di quest’ultime società in modo da indurre (in forza delle sue funzioni) le stesse ad appoggiarsi per l’attività in loco alla costituenda società del titolare di Casaramona.

L’accordo illecito tra Minutoli e Colosi – stando al capo di imputazione –  è stato sostenuto dall’allora capo della Dia di Messina Romeo, che in cambio della promessa di assunzione della convivente “ha messo a disposizione di Colosi e Minutoli i suoi rapporti con l’ambiente messinese”.

L’ufficiale è abituale frequentatore di Colosi e, in misura minore, di Minutoli.

 

Otto mesi di passione e poi… lo stop

Il materiale probatorio dell’inchiesta scattata all’inizio del 2015 è costituito da una fitta rete di intercettazioni tra i tre imputati: specie tra Colosi e Minutoli.

Tutta la vicenda si snoda tra la viglia dell’estate del 2015, quando le telefonate tra il magistrato e l’imprenditore fanno emergere l’interesse comune, e il gennaio del 2016, quando improvvisamente i protagonisti della vicenda diventano prudentissimi e l’idea di defenestrare l’Istituto vendite giudiziarie subisce un brusco stop.

Il piano d’azione….per favorire l’amico

Il 28 giugno del 2015 Minutoli informa Colosi della faccenda “Istituto vendite giudiziarie”, usando il pronome personale plurale “noi”, come se parlasse di una questione di comune interesse: “Per quanto riguarda quel discorso delle vendite…si. Conviene per il momento fermarci perché io volevo chiamare l’amministratore di quella società (….) Deve essere convertito entro sessanta giorni un decreto legge in cui si dice che è possibile istituire nuovi commissionari al posto dell’Istituto vendite giudiziarie con determinate caratteristiche….quindi in questo momento iniziare a fare affinità o ipotizzare qualcosa se prima non sappiamo le regole, certo non conviene (….) però sicuramente visto che tu sei una persona di supporto, ci siamo detti, e quindi attendiamo…“, comunica il giudice.

Qualche settimana dopo Minutoli è ancora al telefono con Colosi: “A Reggio cosa è accaduto? Il Tribunale ha fatto un’ispezione e si è accorto c’erano una serie irregolarità. Ha invitato a sanarle, quelli non l’hanno fatto e allora ha revocato la concessione. Ora nel momento in cui il Tribunale ordina..si rende conto che i beni non sono sistemati, che c’è confusione…perchè l’Ivg (di Messina, ndr) in questo momento è una Snc…Forse lui e la figlia…il padre è vecchissimo (….) Se quando uno ordina la sistemazione dei beni e questi non sono in grado di farlo allora potrebbe esserci l’immissione di un nuovo socio“, ipotizza il presidente della sezione fallimentare il 17 luglio del 2015.

Parola d’ordine: minimizzare

Il magistrato, interrogato il 21 luglio del 2016 dai procuratori reggini titolari delle indagini che gli hanno letto e contestato le intercettazioni (in quel momento a lui ancora ignote), non ha potuto negare di aver coinvolto  l’amico nella questione dell’Istituto vendite giudiziarie, la cui inadeguatezza peraltro gli era stata segnalata dallo stesso Colosi benché l’imprenditore non avesse un ruolo istituzionale: “Il suo doveva essere solo un contributo”, ha però minimizzato. Ma non ha convinto i colleghi.

Anche perché Colosi parlando con la moglie riconosce candidamente di essere un ignorante della materia: “Non ne capisco e cerco di prendere acqua, per capire il meccanismo perché mi viene complicato, (….) non capisco come si prendono gli incarichi….”, ammette il 20 novembre del 2015.

 

Presentazioni di peso

Colosi non sa nulla del settore. Da solo non potrebbe mai operare: non all’inizio almeno. Ecco allora che ha bisogno di creare sinergie con chi invece opera da anni e già lavora per conto della sezione fallimentare di Messina per l’offerta all’asta dei beni immobili espropriati: le società Astelegali.net. Spa ed Edicom srl, i due colossi (tra di loro concorrenti) delle vendite telematiche.

Il titolare di Casaramona non conosce i vertici delle due società. E’ Minutoli a creare il contatto.

Il primo amore…

Il 23 settembre 2015 chiama Colosi: “Ti devo dire una cosa al volo”. Dopo il fugace incontro Colosi si mette in moto. Ma ha capito male il cognome della persona da contattare. Manda un sms a Minutoli. Che risponde: “Il cognome è Raco, avvocato Daniela Raco“.

Colosi si procura così il numero dello studio ma il telefono squilla a vuoto.

Chi sia Daniela Raco e quale la ragione della telefonata lo si scopre qualche ora dopo. Colosi telefona infatti a Claudio Palazzetti, amministratore delegato della società di vendite telematiche Astelegali.net Spa: “Sono Colosi. Si ricorda? Ci siamo visti dal dottore Minutoli“, esordisce. “Si certo…certo“, risponde l’interlocutore. “Vediamo se possiamo andare avanti per quel discorso che ci eravamo detti….”, incalza Colosi. “Il progetto lo dobbiamo portare avanti (…..) L’idea sarebbe quella di poter avere un’operatività sul posto, quindi verrebbe benissimo avere un appoggio tipo…penso insomma a quello che potrebbe dare lei….“, precisa Palazzetti. Colosi aggiunge: “Mi diceva il dottore Minutoli che mi cercava Daniela Raco. Non è la vostra….?Si. E’ la nostra dipendente sul posto…quindi parla tranquillamente a nome dell’azienda”, conferma l’amministratore di Astelegali.net, che fornisce all’imprenditore il numero di cellulare della referente a Messina.

Passano poche ore e Colosi telefona all’avvocato Raco: “Sono Colosi. Ci siamo incontrati dal dottore Minutoli. Il dottore Palazzetti mi ha dato il suo numero. Mi diceva il dottore Minutoli che appunto le aveva detto un attimino se potevamo incontrarci ..non so per vedere se quel discorso è…è possibile portarlo avanti“, spiega Colosi. L’avvocato Raco dichiara la sua disponibilità. Da quel giorno in poi, vengono registrati diversi incontri tra Colosi, Raco e Palazzetti. L’oggetto è sempre lo stesso.

La liaison va avanti alcune settimane.

Il tradimento

A novembre il nuovo colpo di fulmine.

Colosi raffredda i rapporti con i vertici di Astelegali.net Spa e inizia febbrili contatti con i vertici di Edicom Srl, con cui imbastisce i contatti più seri e più concreti.

Il presidente della fallimentare nel corso dell’interrogatorio ha negato di aver fatto da tramite.

Sul punto però le intercettazioni lo smentiscono.

In effetti, il primo contatto telefonico tra Alessandro Arlotta il legale rappresentante di Edicom Srl e Colosi è telefonico ed è finalizzato a un incontro.

E’ il 12 novembre del 2015. I due non si sono mai visti, ma la ragione della telefonata è chiara come è chiaro chi sia stato indirettamente a favorire il contatto. “Avevo parlato con la mia collaboratrice Daniela Bottari e….volevamo parlare un attimo per quel discorso della vendita telematica del Tribunale (….) volevo parlare con lei perché so che insomma c’era questo interesse“, spiega Arlotta a Colosi.

Si, c’era questo interesse”, ribatte subito Colosi. “Ci possiamo vedere dove la sua collaboratrice ha preso il cocktail assieme al dottore Minutoli, da Casaramona“, sottolinea.

Minutoli d’altro canto è entusiasta di Daniela Bottari, distaccata, quale referente a Messina di Edicom srl, in una stanza del Tribunale e del suo capo Arlotta e viene a sapere da subito che Colosi è entrato in contatto con quest’ultimo.

Il giorno dopo, il 13 novembre 2015, infatti, Colosi è nell’ufficio di Minutoli: “Adesso c’è un buon feeling con la Bottari…“, osserva Colosi. “Questa della Edicom“, completa Minutoli. “E’una persona intelligente.Che tra l’altro il suo capo, Arlotta, è bravo. Un cervellone“, aggiunge Colosi. “Sono in gamba questi, me ne sono accorto che sono persone attive“, rincara Minutoli. Che si spinge oltre gli apprezzamenti: “Chissà se un domani si può….“. “Certo“, risponde Colosi.

L’antefatto al tradimento

Nel mese di ottobre del 2015, proprio mentre si susseguono i contatti tra Colosi Raco e Palazzetti di Astelegali.net Spa, Minutoli è preso dall’organizzazione di un evento formativo in materia di processo di esecuzione per il 4 dicembre a cui invita un alto giudice della Corte di Cassazione.

Ci sono da pagare le spese di organizzazione (compresa la cena sociale) e di vitto e alloggio del prestigioso ospite. Si rivolge agli ordini professionali. Ma si rivolge pure alla società privata Edicom Srl, che non si tira indietro.

Il 25 ottobre è a colloquio con Daniela Bottari: “Ne parli con Arlotta (….) e al limite se voi ritenete un 3, 400 euro per coprire le spese della trattoria. Lui (riferito ad Arlotta, ndr) mi aveva detto: “Assolutamente me la vedo io” “.

Il convegno è stato inserito negli eventi formativi della Scuola superiore della magistratura. Il regolamento di contabilità della Scuola fa divieto di usare finanziamenti da società private. Ma Minutoli, dopo un’iniziale ritrosia, procede egualmente.

La trascuratezza e la delusione

Lo scemare dell’interesse di Colosi e delle sollecitazioni di Minutoli viene registrato dai referenti di Astelegali.net Spa, che però non immaginano sia frutto dell’intensificarsi dei rapporti con la concorrenza: “Minutoli inizialmente voleva che mettessimo a suo compare, poi ha fatto marcia indietro“, afferma Daniela Raco l’11 novembre del 2015 al telefono con un collega. Qualche ora dopo è a colloquio con altra collega. Che attacca: “L’interesse che aveva Minutoli era circoscritto perché….“. “Adesso se ne sta sbattendo, cioè loro avevano interesse a fare entrare l’amico…“, conferma la Raco. “Adesso è rimasto tutto come prima…non ha dato neanche impulso..cioè non ha fatto nient’altro….“, rilancia la collega.

Ma in realtà non c’era stato alcuno stop.

Negli stessi giorni di novembre infatti i contatti tra Arlotta e Colosi si fanno intensi.

L’imprenditore messinese è certo che l’operazione possa andare in porto.

Si attiva, infatti, per cercare un locale da adibire a deposito dei beni da mettere all’asta e soprattutto si reca dal commercialista prima e dal notaio poi per costituire una società ad hoc (cui era stato già trovato un nome: Servizi vendite giudiziarie Srl).

I “non ricordo” di un giudice

“Sa se Colosi si sia recato dal notaio per costituire una società?”, chiedono a Minutoli i magistrati reggini. “Non me lo ricordo”, ha risposto il giudice nell’interrogatorio del 21 luglio del 2016, a pochi mesi dai fatti.

Eppure, Colosi il 20 novembre del 2015 nel corso di un colloquio con la moglie riferisce: “Giuseppe mi ha detto..se trovi un dottore commercialista che ti fa da amministratore è meglio, io non so niente, non voglio sapere niente”.

Sinergie fruttuose

Tutti i passaggi per la creazione della nuova società sono concordati proprio con l’amministratore di Edicom Srl, Arlotta, con il quale sono registrati contatti continui.

“Con l’anno nuovo si può partire tranquillamente”, si sbilancia Arlotta in una telefonata intercorsa con Colosi il  23 novembre del 2015.

Nelle stesse ore in cui Colosi e Arlotta (mai iscritto nel registro degli indagati nell’ambito di questa inchiesta) congegnano la forma della nuova società che deve approdare al Tribunale, Minutoli chiama l’amministratore di Edicom srl. E’ il 3 dicembre. La società da tempo si era impegnata a pagare le spese di organizzazione della sala dove si sarebbe tenuto il convegno. Ma ci sono da definire dei dettagli. Tra questi le spese per il pranzo tra Minutoli e il giudice della Cassazione e le rispettive famiglie.

Offro io… e pagano loro

“Lei ha sistemato per quanto riguarda il pranzo?”, chiede a un certo punto Arlotta. “Per il pranzo avevo pensato se era possibile fare riferimento a voi…”, risponde il presidente della Fallimentare. “Si”, afferma subito Arlotta. “Si metta d’accordo con Gianfranco Colosi… per la fatturazione elettronica…(…) ma anche di essere limitato nelle pretese…”, suggerisce Minutoli. “Non si preoccupi. Avevamo appuntamento per domani… E’ una persona generosa”, lo rassicura Arlotta. “E’ una persona in gamba“, ribadisce il giudice. “Ci siamo trovati….Per qualsiasi cosa mi chiami, sono a sua disposizione“, lo congeda Arlotta.

Com’è andata?“, chiede per sms Colosi a Minutoli non appena gli ospiti lasciano Casaramona. “Complimenti per il pranzo…Abbiamo mangiato benissimo…Me lo ha ripetuto più volte e lui (il giudice della Cassazione, ndr) gira molto“, risponde Minutoli qualche ora dopo. “Meno male – esclama Colosi – Domattina poi ci vado lì… a che ora parte?“. Minutoli suggerisce: “Se gli vuoi portare qualche cosettina gli fa piacere“. Detto, fatto.

La prova del patto corruttivo

Nel corso dell’interrogatorio del 26 luglio del 2016 Minutoli ha negato di aver avuto “l’intenzione di favorire il suo ex compagno di classe nel settore delle vendite giudiziarie”.

Secondo gli inquirenti, invece, decine di intercettazioni provano che – facendo valere il suo peso di giudice – si sia prodigato a tal fine.

Così come – sempre per gli investigatori – è chiara la ragione del suo interessamento. E si fonda, oltre che su deduzioni logiche, su due intercettazioni.

Ho chiuso una bella operazione. Bella. Ottima. Fantastica. Mi ha dato l’ok…“, afferma Colosi il 19 settembre del 2015. “Per cosa“, gli chiede il figlio che sta viaggiando insieme a lui e agli altri familiari in auto di ritorno da una cena con Minutoli e famiglia. “Per fare una certa cosa lì al Tribunale. L’Ivg ora lui glielo svuota. Dopo questa chiacchierata sono molto contento perché vuole che faccia lavorare pure a lei, ad Ersilia (moglie di Minutoli, ndr)”.

Qualche mese dopo, è stata registrata un’altra conversazione, dal tenore molto meno netto e più ipotetico.

E’ il 20 novembre del 2015. Colosi è in auto con la moglie. L’argomento è sempre quello delle vendite giudiziarie. “Secondo me l’anello per questo lavoro è Ersilia…Se tu gli trovi….“, dice Colosi. “Un posto ad Ersilia tu dici….quello si p….ma non in questa cosa…in questa cosa no..perché non lo fa…non glielo farebbe fare“, sottolinea la moglie Immacolata Caserta.

La difesa del magistrato

Minutoli nell’interrogatorio ha negato seccamente di aver avuto alcuna intenzione di far assumere la moglie da Colosi: “Non ho mai chiesto di far lavorare mia moglie, né ciò mi è stato mai prospettato. Mia moglie ha tre bambine piccole e addirittura in una società che lavorava per il Tribunale…no… e poi non avrebbe mai voluto lavorare con Colosi, non gradisce molto il tipo di modalità, anche lavorativa. Sono stupito delle affermazioni intercettate di Colosi”, ha spiegato.

Dubbi in cerca di soluzione

Saranno ritenute sufficienti le due intercettazioni per provare che le condotte di Minutoli (quantomeno quelle di presentazione dei vertici delle due società) fossero frutto del patto corruttivo con Colosi, avente ad oggetto l’assunzione della moglie, come ipotizza la Procura?

E se così non sarà e Minutoli si fosse mosso soltanto per amicizia è ipotizzabile qualche altro reato a suo carico?

Sono questi alcuni dei temi salienti della vicenda processuale che inizierà il prossimo 20 gennaio.

O Romeo….romeo

Chi invece è sicuramente in attesa dell’assunzione è la compagna dell’allora capo della Dia “Lillo” Romeo.

L’ufficiale è convinto che Colosi da un momento all’altro avrebbe iniziato la nuova attività

Dall’attività di indagine è emerso che Colosi lo ha tenuto costantemente informato sugli incontri e le trattative con i vertici delle due società di vendita telematica.

Ad alcuni, documentati con appostamenti, ha partecipato lo stesso ufficiale che poi ha intrattenuto relazioni telefoniche con l’amministratore di Edicom Srl Arlotta.

A dicembre del 2015 la sua convivente Maria Laura Pulejo è in fibrillazione: ha problemi lavorativi; Gianfranco Colosi le ha prospettato la possibilità di lavorare nella nuova società e la necessità di fare prima tirocinio nella sede Edicom Srl di Reggio calabria, ma cerca qualche certezza in più.

Romeo tenta di offrirgliela: “La cosa di Gianfranco mi pare la più concreta. Perché la farà..questa cosa lui la farà…si deve vedere quando…se a gennaio, a febbraio…ma la farà sicuramente“, afferma l’ufficiale il 15 dicembre del 2015. “Appena questo (il riferimento è ad Arlotta, ndr) capita a Messina te lo fa incontrare cosi tu da quel momento puoi andare a Reggio a vedere come funziona il lavoro…“, sottolinea Il tenente colonnello dei carabinieri Romeo. Che nel frattempo è finito nella rete dell’inchiesta su Antonello Montante, uno dei (tanti) paladini dell’antimafia della Sicilia, ed è sotto processo a Caltanissetta accusato di aver distrutto una relazione di servizio in cui dava atto che l’allora presidente di Confindustria Sicilia l’aveva minacciato.

Il cambio di rotta e il naufragio

Nonostante le certezze di Romeo, l’avventura di Colosi viene stoppata.

D’improvviso, subito dopo l’epifania del 2016, altro colpo di scena.

Minutoli prende le distanze da Edicom srl. Colosi dal canto suo sospende ogni attività diretta a realizzare il progetto. Non vengono più registrate telefonate scottanti. L’Istituto vendite giudiziarie della famiglia Attinà stipula una convenzione con la società concorrente Astelegali.net Spa e da allora, anche con il placet del presidente Minutoli, continua a lavorare per la sezione fallimentare del Tribunale di Messina.

Cos’è accaduto?

 

LA PRECISAZIONE DI ALESSANDRO ARLOTTA

“Premesso che la nostra società opera in ambito nazionale e si contraddistingue per la massima trasparenza e professionalità, siamo
ad osservare, che la ricostruzione dei fatti relativi all’attività da noi svolta nella qualità di software house e soggetto specializzato, appare artefatta e con sfumature romanzesche, nonché ricavata da stralci di intercettazioni di dubbia provenienza, con relativa pubblicazione di nome e cognome per
esteso di persone e società non coinvolte nel procedimento”.

E’ questa la precisazione dell’amministratore unico di Edicom Srl inviata a seguito della pubblicazione dell’articolo.

(L’articolo è stato scritto sulla base delle risultanze di indagini, a chiunque legge è chiaro che Arlotta, la sua società o altri dipendenti della stessa non risultano indagati o coinvolti, semmai – nella prospettazione dell’accusa – vittime. M.S.).

Corruzione del pm Olindo Canali, nell’inchiesta entra anche il boss Pippo Gullotti. La lettera partita dal 41 bis e le accuse, a scoppio ritardato, del pentito Carmelo D’amico. Il viaggio del “Testamento” del magistrato brianzolo, diffuso – per la Procura di Reggio Calabria – per riaprire il processo Alfano. I nodi da sciogliere

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Il magistrato Olindo Canali

Il magistrato Olindo Canali

Un “testamento”, scritto da un magistrato e affidato a un giornalista, obbligato a non divulgarlo se non in un caso estremo.

Una lettera, partita dal carcere, vergata da un detenuto eccellente al 41 bis da 22 anni e contenente un messaggio criptato.

Le dichiarazioni di uno degli esponenti di vertice dell’organizzazione criminale barcellonese degli anni duemila  autore di decine di omicidi, fatte a un anno di distanza da quando nel 2014 è divenuto collaboratore di giustizia.

Il Testamento, la lettera, le dichiarazioni del “pentito”.

Sono questi i tre tasselli fondamentali che la Procura di Reggio calabria ha assemblato per arrivare a un’ ipotesi processuale precisa, condensata in un avviso di conclusioni indagini, che ipotizza per il magistrato, il boss in carcere e il collaboratore di giustizia il reato di corruzione aggravata dal favoreggiamento alla mafia.

I personaggi

Il magistrato è Olindo Canali. Da sostituto procuratore del Tribunale di Barcellona, tra le altre, ha coordinato l’inchiesta e sostenuto l’accusa nel processo che ha portato alla condanna definitiva per il mandante e l’esecutore materiale dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano, avvenuto l’8 gennaio del 1993. Nel “Testamento”, tuttavia ha seminato molti dubbi sulla verità processuale che si è raggiunta e sull’attendibilità del testimone principale, Maurizio Bonaceto, la cui collaborazione aveva gestito.

Scritto nel 2006, il “Testamento” è stato depositato nel processo d’appello Mare nostrum alla mafia barcellonese nebroidea nell’udienza del 9 marzo del 2009. Il conseguente putiferio portò al trasferimento per incompatibilità ambientale di Canali al Tribunale civile di Milano, dove si trova attualmente.

Il boss autore della missiva che a fine del 2008 superò la censura del 41 bis è Pippo Gullotti: riconosciuto colpevole con sentenza passata in giudicato come mandante dell’omicidio Alfano, all’epoca era imputato proprio in “Mare nostrum” per associazione mafiosa e per un duplice omicidio (quello di Pippo Iannello e Giuseppe Benvenga).

L’accusa

Secondo il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Gaetano Paci, Canali ha scritto e recapitato il Testamento a uno dei legali di Gullotti, Franco Bertolone, in modo che questi lo usasse a favore del suo cliente, nel processo Mare nostrum e per tentare di ottenere la revisione del processo Alfano, in cambio di denaro. Tanto denaro, corrisposto da Salvatore Rugolo, il cognato di Gullotti: medico e consulente tecnico del Tribunale di Barcellona con Canali intratteneva una frequentazione pubblica (evidenziata nell’informativa Tsunami dei carabinieri del 2005).

Morto da incensurato il 26 ottobre del 2008, Rugolo – sempre secondo l’ipotesi dei magistrati reggini – a sua volta il denaro lo chiese a Carmelo D’amico, il teste chiave. Questi oltre a Canali chiama in causa anche l’ex procuratore generale Franco Cassata, indagato ma non destinatario dell’avviso di conclusioni indagini.

 

Le dichiarazioni del collaboratore

Nel 2015 Carmelo D’amico raccontò agli inquirenti: “Tra il 2007 e il 2008, vidi passare Rugolo a bordo della jeep. Mi fece segno di seguirlo e io obbedii. Ci incontrammo. Nell’occasione mi disse che c’era la possibilità di riaprire il caso Alfano e di sistemare Mare nostrum, che ne aveva parlato con Canali e con Cassata e che bisognava pagare 600 mila euro. I soldi li avrei dovuti dare io che all’epoca avevo grande disponibilità. Rugolo mi disse che 300 mila erano per Canali e 300 mila per Cassata. Io accettai. Precisai però che avrei pagato 100 mila euro a colpo, ossia in corrispondenza di qualche risultato positivo in quei processi. Dopo qualche tempo, a metà del 2008 ci siamo incontrati e gli consegnai 100 mila euro in contanti. Dopo qualche tempo incontrai Rugolo che mi confermo di avere consegnato 50 mila euro a Canali e 50 mila a Cassata. Rugolo non mi disse come Canali e Cassata sarebbero intervenuti a favore di Gullotti. Ero pronto a sborsare gli altri soldi se avessi visto dei risultati, che però sino alla data del mio arresto avvenuto agli inizi del 2009 non vidi. Successivamente seppi che Gullotti era stato assolto nel processo Mare nostrum“.

L’intermediario Salvatore Rugolo muore: “Qualche mese dopo che gli consegnassi i 100 mila euro“, ricorda D’amico. Precisamente, in un incidente stradale. Ma a fine del 2018 a Barcellona arriva una lettera. E’ firmata da Pippo Gullotti ed è diretta ad un suo parente.

Sulle tracce di questa lettera gli inquirenti vengono messi dallo stesso collaboratore. E scoprono che esiste davvero.

E’ su questa missiva che si basa l’accusa di concorso in corruzione a Gullotti, in prima battuta, nel primo avviso di conclusioni indagini ora aggiornato, lasciato fuori dall’inchiesta.

Gullotti al termine del processo Mare Nostrum viene condannato per associazione mafiosa a 14 anni, ma assolto per l’omicidio di Iannello e Benvenga (decisione confermata dalla Cassazione): il Testamento di Canali – a leggere le motivazioni – non ha avuto alcuna rilevanza. Decisiva è stata invece la ritenuta non attendibilità del collaboratore Maurizio Avola, su cui era stata fondata la condanna all’ergastolo in primo grado.

La lettera e l’interpretazione del boss D’amico

La lettera mi fu sottoposta. Notai che c’era scritto una frase del tipo “Si devono portare i soldi…”. In quella lettera Gulloti sembrava si riferisse alla necessità di consegnare dei soldi agli avvocati, ma Io capii subito che si riferisse al denaro che doveva essere consegnato a Canali e Cassata. Io non feci nulla perché non sapevo come avvicinare quei magistrati. Successivamente fui arrestato“, ha raccontato D’amico.

 

Il viaggio del Testamento

E’ un dato accertato processualmente che il Testamento fu scritto l’11 gennaio del 2006 e fu affidato al giornalista della Gazzetta del sud Leonardo Orlando. “Lo devi rendere pubblico solo se verrò arrestato”, gli raccomandò Canali, la cui paura di finire in carcere nasceva proprio dai suoi rapporti con Salvatore Rugolo, finiti in quel periodo all’attenzione della magistratura reggina.

Invece, il memoriale di tre pagine entrò ben presto in possesso di diverse persone. Il modo in cui questo documento si diffuse meriterebbe un lungo capitolo. “Io non l’ho dato a nessuno. Non ne avevo colto neppure l’importanza. Qualche settimana dopo l’ho solo fatto leggere al bar all’avvocato Fabio Repici. Dopo qualche mese ancora, lo stesso Repici mi telefonò e mi disse che ce l’avevano varie persone senza dirmi chi. Tempo dopo ancora Canali mi contattò per contestarmi che questo documento circolava a Barcellona e per chiedermi se lo avessi diffuso io“, ha raccontato il giornalista il 10 ottobre del 2011 ai magistrati della Procura di Reggio calabria.

Fatto sta che a depositarlo al processo Mare Nostrum è il legale Bertolone che ha dichiarato di averlo ricevuto nella buca della posta.

Emerse poi che qualche mese prima, il 2 dicembre del 2008, il sostituto della Procura di Messina Rosa Raffa aveva già interrogato Canali, che riconobbe come suo il “Testamento”  esibito.

Dopo l’interrogatorio della Raffa Canali mi chiamò per lamentarsi che il “Testamento” era stato diffuso. “Io non l’ho dato a nessuno”, ho ribadito. Seppi in quell’occasione che era stato Repici a fare qualche tempo prima l’esposto. Solo dopo che il Testamento divenne pubblico Repici mi telefonò e mi disse: “Non ti preoccupare ho detto a chi di dovere chi me l’ha dato. Non ti posso dire chi è“, raccontò sempre Orlando a Reggio Calabria.

Canali ha spiegato il movente, ma non ha mai raccontato le ragioni e soprattutto gli scopi per cui ha scritto il memoriale, che consegnò comunque a un giornalista che sapeva essere in ottimi rapporti con l’avvocato Repici, il legale della famiglia Alfano, ovvero chi poteva essere danneggiato dal documento di tre pagine.

 

A seguire l’ipotesi accusatoria…qualcosa non fila

Riassumendo, Canali ha scritto il “Testamento” nel 2006 e lo ha affidato a un giornalista.  La copia, a distanza di qualche mese, entra nelle mani di diverse persone o comunque nella loro sfera di conoscenza: tra questi Repici. L’ avvocato per due anni, almeno sino a quando non arriva a conoscenza della Procura di Messina, non fa niente.

Canali stesso già nel 2008 viene a conoscenza della diffusione indiscriminata, ma se ne sta con le mani in mano pure lui, salvo lamentarsi con il giornalista che sospetta essergli stato infedele.

Nel 2015, D’amico, collaboratore da 2 anni, si ricorda che a metà del 2008, quando il Testamento era già diffuso e Canali contestava a Orlando la diffusione, diede i soldi a Rugolo per pagare Canali in modo che questi diffondesse il memoriale e così si tentasse di riaprire il processo Alfano e di “aggiustare” Mare nostrum.

Gullotti dal canto suo, dal 41 bis – a seguire l’imputazione –  doveva essere stato informato che il cognato nel 2008 è impegnato a corrompere il giudice perché diffondesse un documento che a Barcellona già hanno in molti e sa pure che non sono stati pagati tutti i soldi. Morto il cognato, scrive una lettera che – secondo l’interpretazione che ne dà D’amico – conteneva un ordine: continuare a pagare.

 

L’altra corruzione… prescritta

La sentenza di assoluzione per Carmelo D’amico e Salvatore Micale fu depositata dalla Corte d’assise di Messina il 20 novembre del 1999.

I due erano accusati del triplice omicidio Geraci-Raimondo-Martino, avvenuto il 4 settembre del 1993. Si trattava di una sentenza molto controversa perché nel corso del dibattimento una serie di testimoni avevano ritrattato, tra questi soprattutto la moglie di Geraci, sopravvissuto per un periodo all’attentato nel corso del quale aveva indicato ai parenti gli autori dell’imboscata proprio in D’amico e Micale.

Il pm Olindo Canali che aveva sostenuto l’accusa, presenta appello il 7 aprile 2000. Ma il termine ultimo fissato dalla legge è il 3 aprile. Qualche giorno dopo, rinuncia all’appello per “errore di calcolo”. La sentenza diventa irrevocabile.

Questi i fatti. Per anni finiti nel dimenticatoio finché nel 2015 D’amico non fa le sue rivelazioni. Tirano sempre in ballo il defunto Salvatore Rugolo e costano a Canali la seconda imputazione per corruzione aggravata: “Negli anni 1997/98 notai Rugolo frequentarsi con notevole assiduità con il magistrato Canali. La cosa mi sorprese molto perché per noi Canali era il nemico numero uno. In quel periodo ero sotto processo per il triplice omicidio. Per caso incontrai Rugolo. Nel corso della chiacchierata gli dissi: “Canali mi sta processando per il triplice omicidio. Non gli puoi chiedere se può fare qualcosa?” “Ti faccio sapere”, mi rispose.  Dopo alcuni giorni mi venne a cercare e mi disse: “Ci vogliono cento milioni per sistemare il processo”. Andai da Eugenio Barresi (esponente di vertice dell’organizzazione mafiosa, ndr) che mi disse che per lui andava bene. Dalle sue risposte capii che sapeva già tutto. Qualche giorno dopo Barrresi mi fece avere i soldi avvolti in un sacchetto di carta, che io consegnai a Rugolo. Nell’occasione questi mi disse che Canali gli aveva detto che io avrei dovuto avvicinare la moglie di Geraci, in modo da convincerla a dichiarare in udienza che suo marito non aveva riconosciuto i killer. La moglie di Geraci, che aveva prima testimoniato contro di me, prima di deporre mi fece l’occhiolino. Canali se ne accorse ma fece finta di nulla. Chiese nei miei confronti la condanna a trent’anni. Ma fui assolto. I miei avvocati, Giuseppe Lo Presti e Tommaso Calderone, mi avvisarono che il pm l’avrebbe sicuramente appellata. Dopo qualche giorno mi incontrai con Rugolo e gli consegnai i restanti 50 milioni di lire. Gli dissi: “Vedi che il processo deve finire”. “Non preoccuparti”, mi rispose. Canali in effetti fece appello in ritardo. Rugolo qualche tempo dopo ridendo mi disse che Canali aveva fatto un poco di scena, facendo finta di sbagliare i conti“, ha dichiarato il collaboratore, che già in precedenza, all’inizio della collaborazione, si era autoaccusato del delitto.

I fatti sono risalenti a 19 anni fa e il reato ampiamente prescritto. Olindo Canali, però, ha rinunciato alla prescrizione.

Pentito sul filo del rasoio

La tenuta delle dichiarazioni di D’amico rispetto a questa imputazione dipende dalla risposta positiva a una domanda: Canali conosceva e frequentava Rugolo sin dal 1997/1998 e prima comunque che il processo “aggiustato” finisse?

Il magistrato nel corso di un interrogatorio tenuto il 16 aprile 2009, 6 anni prima delle accuse di D’amico, davanti al capo della Procura di Reggio, Giuseppe Pignatone, spiegò: “Conobbi Rugolo per la prima volta nel 2000. Ebbi un malore nel corso di una requisitoria e mi soccorse in Tribunale“.

 

L’irresponsabilità dei magistrati e la credibilità della giustizia

Nonostante Canali non avesse impugnato una controversa sentenza di assoluzione nei confronti di due killer della mafia e avesse quindi così oggettivamente favorito la loro l’impunità, rimase tranquillamente al suo posto, a Barcellona, e nessun provvedimento disciplinare fu mai assunto dal Consiglio superiore della magistratura. Come se nulla fosse, benché la mancata presentazione dell’appello fosse a conoscenza tra gli addetti ai lavori e minasse la sua credibilità di magistrato oltre ad esporlo a ricatti di ogni sorta.

Nessun provvedimento disciplinare venne assunto neppure quando emersero i rapporti di frequentazione pubblica, giunti all’attenzione della Procura di Reggio Calabria, di Canali con Salvatore Rugolo: quest’ultimo, per quanto incensurato, era sempre il cognato e il figlio del boss di Barcellona e questo in un ambiente piccolo come quello della cittadina del Longano lo esponesse a insinuazioni e dubbi. O ad accuse postume che attentano alla fiducia dei cittadini nella giustizia, com’è puntualmente accaduto.

Né mai il magistrato brianzolo stesso, neppure a seguito di questi fatti, ha sentito l’esigenza di cambiare aria, chiedendo il trasferimento, che arrivò forzatamente a distanza di 18 anni dal suo insediamento a Barcellona solo dopo l’approdo davanti all’autorità giudiziaria del “Testamento”.

Anzi, nel frattempo trovò pure il tempo di avventurarsi in un’iniziativa senza precedenti: spargere dubbi e veleni, nero su bianco in un documento che poteva giungere a chicchessia, su una verità processuale che egli stesso aveva contribuito a realizzare.

 

Teoremi e…. assoluzioni

Il “Testamento” fu già fonte di guai giudiziari per Canali. Dopo il deposito a Mare Nostrum, il magistrato venne chiamato a testimoniare. Sulla base delle sue risposte, l’avvocato Repici lo denunciò per due ipotesi di falsa testimonianza.

Fu processato, ma assolto dopo tre gradi di giudizio “perché il fatto non sussiste”.

La paura Cassata… fa brutti scherzi

Il collaboratore di giustizia Carmelo D’amico, boss di Barcellona e autore di efferati omicidi, non ne ha parlato nel verbale illustrativo della collaborazione; non ne ha parlato nei 180 giorni dall’inizio della collaborazione, come prevede la legge; non se n’è ricordato, incalzato dal pm e dagli avvocati di parte civile nel corso di alcuni processi in cui è stato chiamato a testimoniare su fatti strettamente connessi, come nel processo d’appello a Saro Cattafi, imputato di essere il capo della mafia di Barcellona; né nel corso del processo sulla presunta “Trattativa tra lo Stato e la mafia”.

Ma ad aprile del 2015, a un anno dall’inizio della collaborazione, chiede con urgenza di essere sentito dai magistrati e mette nero su bianco le nuove dichiarazioni che riguardano Canali e Cassata.

Non ho riferito prima queste cose perché non le ricordavo in maniera cosi precisa e perché continuo ad avere paura di un personaggio come Cassata, molto potente, che ha dalla sua parte appartenenti alla forze armate, carabinieri ecc“, si è giustificato.

 

Corrruzione, violazione del segreto istruttorio, truffa e falso: 4 poliziotti e due medici sotto inchiesta. A due ufficiali mossa l’accusa di aver aiutato il boss emergente della zona sud Francesco Arena a dribblare la legge.

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Francesco Arena

Francesco Arena: per la Procura è stato aiutato da poliziotti infedeli

 

Soldi in cambio di informazioni riservate per consentire al boss e ai suoi sodali di farla franca: per un poliziotto è una delle accuse più infamanti.

E’ da questa imputazione, declinata in termini di corruzione, che dovrà difendersi Giuseppe Bartuccio, sovrintendente della Polizia di Stato, in servizio all’epoca dei fatti (risalenti al 2016) alla Squadra mobile di Messina.

Il boss che – sempre stando all’accusa compendiata nell’avviso di conclusione indagini – lo ha foraggiato e si è avvantaggiato della sua opera è Francesco Arena, arrestato nell’operazione “Snife” del gennaio scorso perché considerato il capo di un’organizzazione criminale dedita allo spaccio di droga nella zona sud della città.

Il Sovrintendente ha in cambio – sempre secondo l’impianto accusatorio – rivelato al capo dell’associazione criminale l’esistenza di un’ordinanza di misure cautelari nei confronti di soggetti a lui vicini e notizie riguardanti atti di indagini.

Le prove sono contenute in una serie di intercettazioni captate proprio nell’indagine “Snife”, condotta dai carabinieri.

Dalle intercettazioni è emerso pure che Bartuccio si è reso protagonista di altre violazioni del segreto istruttorio.

Mentre indagava sull’omicidio di Giuseppe De Francesco, consumato ad aprile del 2016, ha rivelato ai pregiudicati Gaspare Caracci e Alberto Di Blasi e a Gaetano Alessandro l’autore dell’omicidio, le circostanze dell’arresto dell’autore e il movente.

Mentre collaborava all’inchiesta sul ferimento di Angelo Arrigo, avvenuto nell’aprile del 2016, Bartuccio nell’immediatezza del fatto ha rivelato alla convivente della vittima il possibile movente e, soprattutto, le ha preannunciato una perquisizione domiciliare alla ricerca di cocaina.

Come dribblare le prescrizioni

Francesco Arena, 37 anni, secondo le conclusioni cui sono giunti i sostituti della Procura Liliana Todaro e Federica Rende ha potuto per anni contare anche sull’aiuto  di un altro poliziotto.

Domenico De Michele, sostituto commissario, coordinatore del settore anticrimine del Commissariato Messina sud, è infatti accusato solo di plurime ipotesi di omissioni in atti d’ufficio.

Omissioni che hanno consentito ad Arena di muoversi a suo piacimento eludendo in diverse occasioni  i provvedimenti limitativi della sua libertà adottati dal Questore di Messina.

Il lavoro stanca

Nell’inchiesta coordinata dai sostituto Liliana Todaro e Federica Rende sono rimasti invischiati anche altri due poliziotti in servizio al commissariato di Villa San Giovanni e due medici messinesi.

L’assistente capo Giovanni De Michele, 36 anni figlio del sostituto commissario Domenico, è accusato di truffa perché mentre era in servizio al commissariato di Villa San Giovanni si è allontanato arbitrariamente dal servizio in più occasioni nel periodo compreso tra marzo e maggio del 2016.

De Michele, sempre a seguire l’accusa, si è dato da fare per procurare al suo collega Marco Rappazzo, 40 anni anch’egli in servizio a Villa, un certificato medico falso attestante l’inidoneità a svolgere il servizio per 10 giorni.

Specificamente, De Michele si è rivolto al suo medico curante Francesco Asciutto, anche se il certificato datato 26 aprile del 2016 l’ha redatto il collega di studio Francesco Peditto.

Entrambi i medici devono rispondere di falso ideologico .

Ai 6 indagati è stato notificato l’avviso di conclusione indagine.

Caso “Il Detective”: tutti assolti. L’inchiesta della Procura di Messina sulla storica società di vigilanza si sgonfia come una bolla di sapone. Il vizio originario

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il detective

 

“Assolti perché il fatto non sussiste”.

Finisce come una bolla di sapone l’inchiesta sulla società di vigilanza Il Detective che tra il 2007 e il 2010 mobilitò l’intera sezione della polizia giudiziaria della Guardia di Finanza e mise sulla graticola la moglie dell’allora rettore dell’ateneo Franco Tomasello.

Il Tribunale di Messina presieduto da Mario Samperi ha dichiarato non responsabili dei reati loro contestati gli ultimi 6 imputati sopravvissuti alla prescrizione.

Lo straordinario…abbaglio

Sono stati assolti dalla grave accusa di estorsione Enzo Savasta, uomo di fiducia prima del fondatore della società Antonino Corio e poi, dopo la sua morte, avvenuta nel 1998, della moglie Antonia Privitera; Salvatore Privitera, fratello di quest’ultima, e Mariella Russo, sorella (non germana) del fondatore Antonino Corio: in qualità dipendenti amministrativi erano accusati di aver obbligato alcuni dipendenti ad accettare pagamenti in nero dello straordinario e in misura minore al dovuto, attraverso la minaccia  di licenziamento.

Teste principale dell’accusa per questo capo di imputazione era Salvatore Di Natale, sindacalista aziendale della Cgil: sentito in fase di indagine dalla Guardia di Finanza aveva fatto delle dichiarazioni di accusa nette e dure ai tre imputati.

Nel corso del processo, Di Natale, costituito parte civile,  rispondendo alle domande del pubblico ministero ha ribadito le accuse, ma incalzato dal legale di Savasta, Salvatore Saccà, che aveva iniziato a dare lettura di alcune intercettazione da cui emergeva la sua posizione di sindacalista tutt’altro che neutra rispetto alla guerra intestina societaria, ha lamentato un malore. Il Tribunale è stato costretto a rinviare il contro esame.

Che non si è mai potuto tenere: Di Natale ha ripetutamente presentato certificati medici finché il Tribunale non ha revocato l’ordinanza ammissiva.

La tesi difensiva – emersa nel corso del dibattimento – è che non ci fu alcuna minaccia, né avesse motivo di esserci: i dipendenti che hanno lamentato di aver avuto corrisposto lo straordinario in nero (6 su 100) erano guardie che mensilmente facevano più straordinario di quanto la legge consentisse.

Per cui questo ulteriore straordinario non poteva essere  per legge inserito nella busta paga,  ma veniva pagato in nero. Il dipendente, in realtà, così non solo non veniva danneggiato ma addirittura avvantaggiato: percepiva – dati alla mano – di più per ogni ora di straordinario per così dire “ultra legem”, perché quanto corrisposto era netto non dovendosi pagare ritenute fiscali e contributive.

Il Tribunale, sulla scorta di queste argomentazioni logico giuridiche, mai prese in considerazione durante le indagini, e anche delle testimonianze di altre guardie giurate, ha ritenuto non credibile Di Natale, assolvendo i tre imputati.

La polizza della discordia

Sono stati assolti, sempre dall’accusa di estorsione, Antonella Corio e il marito Marco Lenci: secondo l’accusa avevano minacciato la mamma (e suocera) Antonia Privitera, proprietaria de Il Detective di non farle più vedere il proprio figlio (ovvero il nipotino), se non avesse trasferito alla figlia una polizza vita, che aveva come beneficiaria la stessa Antonella.

L’accusa si fondava sulla testimonianza di Maria Bongiovanni, donna delle pulizie di casa Corio che era stata sempre vicina alla signora Privitera nel periodo della malattia.

Maria Bongiovanni e il marito Carmelo Maceli, quando scoppiò la guerra tra le 4 sorelle si schierò dalla parte di Daniela Corio e nel periodo in cui fa le dichiarazioni contro la sorella Antonella, ottiene da Daniela dei miglioramenti di stipendio per se stessa e il marito Carmelo Maceli.

Il Tribunale – a leggere il dispositivo d’assoluzione – non ha ritenuto credibile la Bongiovanni.

Se Maometto non va alla montagna…

E’ stato assolto Carmelo Altomonte, dirigente del Comune di Messina. Era accusato di aver autenticato la firma di Antonia Privitera che – secondo l’accusa – mai incontrò di persona, visto che, come ha riferito Carmelo Maceli, autista della signora Privitera,  questa mai poté andare al Comune e mai ci andò a causa delle sue condizioni di salute.

La tesi difensiva – che ha trovato ora l’avallo dal Tribunale – è che fu Altomonte ad andare a domicilio della Privitera, nella sede de Il detective, per autenticare la firma, eventualità questa mai scandagliata dagli inquirenti.

Fioccano le prescrizioni

All’inizio del giudizio di primo grado, nel 2012, i capi di imputazione erano 65. In piedi, dopo 5 anni, nel 2017, ne rimasero 9.

Il 22 maggio del 2018 il Tribunale dichiarò l’avvenuta prescrizione per il decorso del tempo di 56 capi di imputazione.

Tredici imputati, infatti, hanno beneficiato della sentenza di non doversi procedere per il decorso massimo del tempo dai fatti contestati.

I fatti oggetto delle ipotesi di reato erano stati commessi nel 2007.

Uscirono dal processo Daniela Corio, figlia dei proprietari della società di vigilanza, e Pietro Cacace, il marito; la figlia Federica Cacace; Cristina Corio e Natala Corio le altre due sorelle figlie dei proprietari de Il Detective; Corrado Emanuele Galizia, ex agente dei servizi segreti, per un periodo amministratore de Il Detective, consigliere e braccio destro di Daniela Corio; Giuseppe Giammillaro, marito di Cristina Corio; Antonino Lo Giudice, avvocato e consulente della società; Pietro Sofia e Massimiliano Morabito, guardie giurate; Pietro Previte e Massimiliano Carrozza, titolari di ditte che avevano lavorato per il Detective; Maria Gabriella Ciriago, funzionaria della Prefettura di Messina.

I reati contestati e dichiarati prescritti andavano dalla turbativa d’asta, all’appropriazione indebita, alla falsa testimonianza, alla truffa attraverso false fatturazioni, alla circonvenzione di persona incapace, alla rivelazione del segreto d’ufficio.

 

Origini interessate e assunzioni di favore

Le indagini coordinate all’epoca dai sostituti Antonino Nastasi e da Adriana Sciglio sono nate dalle denunce di una delle figlie di Antonino Corio e Antonia Privitera, Daniela Corio, presentate un paio di mesi dopo la morte della mamma, avvenuta il 3 maggio del 2007, al termine di una malattia.

Daniela Corio, in quel momento  minoranza nella società di famiglia (dopo alcuni di mesi da direttore generale) si presentò insieme alla sorella Cristina in Procura denunciando una serie di fatti che accusavano coloro che in quel momento avevano la guida della società: le sorelle Antonella e Natala e Enzo Savasta, socio con il 5% e amministratore della società,  ago della bilancia nella battaglia tra le 4 sorelle.

Le indagini condotte dalla sezione della polizia giudiziaria della Guardia di Finanza, guidata da Diego Arena, furono caratterizzate – per come è emerso – dai rapporti frequenti tra Daniela Corio e Corrado Emanuele Galizia e il luogotenente Giuseppe Smedile, che di fatto svolgeva le indagini.

L’ufficiale Smedile, con le indagini ancora in corso, si ritrovò assunto il genero da parte di un’altra società di vigilanza, la Corio srl (ex Vigilnot) nel frattempo acquisita da Daniela Corio e Cristina Corio.

Le due sorelle, rimaste minoranza nella società di famiglia ma prima che un’assemblea dei soci certificasse ciò, avevano affittato a prezzo irrisorio l’azienda de Il Detective proprio a Corio Srl, appena acquistata.

Alla fine, tirando le fila di un’indagine durata tre anni e fatta di intercettazioni telefoniche, la procura contestò reati anche a Daniela Corio e Corrado Emanuele Galizia, commessi secondo la procura proprio nel periodo in cui i due entravano e uscivano dagli uffici della Guardia di Finanza.

Nell’inchiesta rimase invischiata la moglie dell’allora rettore dell’ateneo di Messina Franco Tomasello, Melitta Grasso (deceduta tre anni fa), amica di vecchia data di Antonia Privitera: indagata inizialmente per corruzione anche in base alle dichiarazioni di Maria Bongiovanni, la Procura chiese e ottenne per lei l’archiviazione.

Effetto boomerang: fallimenti e condanne

La società Il detective, che quando iniziarono le indagini della procura aveva 7 milioni di euro di fatturato e 100 dipendenti, nel 2013 è stata dichiarata fallita.

Fallita è stata dichiarata pure la società Corio srl (ex Vigilnot).

Da quest’ultimo fallimento è nato un procedimento penale per bancarotta fraudolenta che al termine del processo d’appello ha visto condannate Daniela Corio  e Cristina Corio a  3 anni e 6 mesi di reclusione.

Daniela Corio, nell’ambito di un’altra costola dell’inchiesta principale, è stata condannata con sentenza passata in giudicato ad otto mesi di reclusione per rivelazione del segreto d’ufficio: nel corso della guerra societaria aveva chiesto e ottenuto informazioni riservate da impiegati della Prefettura di Messina.