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Il CASO: Un gruppo di persone irrompe al comizio di Cateno De Luca al grido “Cateno non lo vogliamo”. Il leader? Salvatore Bonaffini, genero dell’ex commissario Mario Ceraolo, designato da Dino Bramanti assessore alla legalità. L’antefatto e il retroscena

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Cateno De Luca aveva iniziato a parlare da alcuni minuti.

Raggiante per essere giunto al ballottaggio alle elezioni per il sindaco della città, stava spiegando al foltissimo pubblico accorso a Piazza Duomo nella serata di lunedì 12 giugno che non aveva nessuna intenzione di ritirarsi come avevano ipotizzato alcuni giornalisti qualche ora dopo l’esito del voto del giorno prima.

D’improvviso nella piazza hanno fatto irruzione una ventina di aitanti giovani.

Hanno inscenato un coro da stadio: “Cateno, non lo vogliamo…non lo vogliamo”.

Gli elettori del candidato a sindaco hanno accolto il coro con i buh e con i fischi.

De Luca, invece, li ha accolto chiedendo un applauso alla folla.

Per un pò sono stati in silenzio. Poi hanno ripreso: “Cateno non lo vogliamo…Cateno non lo vogliamo…..”. E a seguire: “Messina… Messina…”.

Vedendo che insistevano e il comizio veniva interrotto, De Luca ha intonato anche lui il coro e ha chiesto per loro un altro applauso.

Poi li ha fatti avvicinare al palco: “Avete ragione….Venite cosi mi aiutate. Venite al nostro fianco”.

Loro, in fila indiana hanno attraversato la folla e si sono messi attorno al deputato regionale, guidati da colui che visibilmente era il loro leader: un uomo corpulento, con i capelli rasati e con la maglia rossa che si è posto accanto a De Luca, sigaretta in bocca, appoggiando il piede al panchetto su cui era salito De Luca per farsi vedere dalla gente che gremiva piazza Duomo.

Per altri 6, 7 minuti De Luca ha continuato il comizio: l’uomo con la maglia rossa gli è stato accanto e gli altri attorno.

Chi ha dimestichezza con le partite di calcio del Messina ha subito riconosciuto che alcuni di loro fanno parte del gruppo di tifosi detto “Testi fracidi”.

Ma non erano lì per tifare, né per chiedere a Cateno De Luca di mettere il calcio tra le priorità della sua agenda politica.

Il motivo per cui erano arrivati sino a piazza Duomo a manifestare il loro non gradimento a De Luca si è compreso qualche minuto dopo.

“Non ti posso dare la mano, mi hai chiamato mafioso”, ha detto l’uomo con la maglia rossa a De Luca che gli porgeva la mano.

“Non ho mai fatto questo e non c’entra nulla”, ha risposto De Luca.

“E’ stato un tuo candidato, alla tua presenza”, ha rincarato.

Il politico si è giustificato: “Non me ne sono manco accorto”.

“Dovevi dissociarti, dovevi dissociarti”, ha arringato con voce decisa uno del gruppo capitanato dall’uomo con la maglia rossa.

De Luca ha tagliato corto con fermezza: “Ho fatto quello che dovevo fare, ciascuno rimane della sua opinione, basta”.

A quel punto, l’uomo con la maglia rossa ha ordinato a tutti di andare via. Il gruppo ha fatto il percorso inverso aprendosi un corridoio tra la folla.

Chi è l’uomo della maglia rossa e chi è che gli ha dato del mafioso in un comizio alla presenza di De Luca?

Il retroscena

L’uomo con la maglia rossa è Salvatore Bonaffini, noto alle cronache non solo per essere il capo del gruppo più famoso dei tifosi del Messina, ma anche perché in un lontano passato è stato coinvolto in un fatto di sangue: l’omicidio di Paolo Pellegrino, il macellaio di via Del santo ucciso il 20 marzo del 1992  a venti anni.

Bonaffini, allora anche lui ventenne, non fu il killer del giovane macellaio ma ebbe il ruolo di staffetta nella preparazione dell’agguato e fu condannato con sentenza passata in giudicato a 14 anni e 6 mesi.

Tanti anni dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, Salvatore Bonaffini diventa oggetto di campagna elettorale per un motivo molto semplice: è il genero di Mario Ceraolo, il commissario di polizia da qualche mese in pensione che il candidato a sindaco del centro destra Dino Bramanti, competitor di De Luca al ballottaggio, ha indicato come assessore alla Legalità.

E’ questo rapporto di affinità con il commissario Ceraolo infatti a trascinarlo sino a Piazza Duomo, al comizio di De Luca.

Cosa era accaduto?

L’antefatto e l’imbarazzo

Gianfranco Pensavalli, giornalista e candidato a consigliere comunale nelle liste a sostegno di De Luca, nel corso di un comizio tenuto 15 giorni prima del voto ha affermato: “Bramanti ha indicato come assessore Ceraolo che altri non è se non il suocero del mafioso Salvatore Bonaffini”.

Bonaffini non è stato mai condannato per mafia e anche in relazione all’omicidio di Pellegrino la Corte d’appello ha escluso l’aggravante di aver favorito la mafia, invece riconosciuta dal giudice di primo grado, che lo aveva condannato a 20 anni.

Il commissario Mario Ceraolo – da quanto si sa tra gli addetti ai lavori – ha sin dall’inizio contrastato il rapporto della figlia con Bonaffini, al punto da tagliare completamente con la stessa tutti i rapporti per lunghi anni. Solo di recente –  pare – ci sia stato un riavvicinamento.

 

Si candida a sindaco e da due mesi e mezzo non va a lavorare, ma il direttore generale dell’Irccs Neurolesi “Bonino Pulejo” Angelo Aliquò fa finta di nulla nonostante la legge. Lo strano caso dello scienziato Dino Bramanti alla guida della coalizione di centro destra nel segno della legalità. Il precedente del doppio incarico… “coperto” dall’ateneo di Messina e arenato per 8 anni in Procura

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Il candidato a sindaco Dino Bramanti                                Il direttore generale dell’Irccs Angelo Aliquò



Non è ineleggibile, né incompatibile, non secondo le norme che regolano le elezioni e governano gli enti locali.

Tuttavia, Dino Bramanti quando ha deciso di candidarsi a sindaco della città di Messina ha comunicato al direttore generale dell’Irccs Neurolesi “Bonino Pulejo”, architetto Angelo Aliquò, di autosospendersi a partire dal 27 marzo del 2018.

In pratica, di non andare a svolgere le funzioni di direttore scientifico dell’Istituto dei colli san Rizzo almeno sino alle elezioni del 10 e all’eventuale ballottaggio del 24 giugno, per un periodo dunque lungo tre mesi, in modo da potersi dedicare a tempo pieno, anima e corpo, alla campagna elettorale alla guida della coalizione di centrodestra.

Ora, se un qualunque manager di un’azienda privata facesse una comunicazione analoga a quella dell’aspirante primo cittadino, il datore di lavoro gli sospenderebbe la retribuzione e avvierebbe la procedura di risoluzione del rapporto di lavoro per grave inadempimento, salvo il caso in cui generosamente gli volesse mantenere il posto perché magari condivide e sostiene il percorso politico del suo dipendente.

Ma l’irrcs non è un’azienda privata.

Eravamo quattro amici al bar

L’Irccs è un ente pubblico abbondantemente finanziato con i soldi dei contribuenti siciliani: ogni anno nella casse della struttura (promossa dalla Fondazione Bonino Pulejo, a sua volta azionista della Gazzetta del Sud), che si dovrebbe occupare di pazienti con gravi cerebrolesioni acquisite affluiscono 26 milioni di euro per 70 posti letto attivi.

E’ un ente pubblico il cui legale rappresentante, pubblico ufficiale, ha l’obbligo di fare gli interessi della pubblica amministrazione applicando le leggi dello Stato.

Invece, il commissario straordinario Angelo Aliquò non ha battuto ciglio, come se la decisione di Bramanti fosse esercizio di un diritto assoluto ed insindacabile o una questione da gestire tra vecchi amici o in famiglia.

Non esiste infatti nell’albo pretorio dell’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico una delibera che prenda atto della comunicazione del direttore scientifico: non si è riuscito neppure a sapere se esiste una nota formale o quest’ultima non sia una semplice comunicazione orale, di quelle che si fanno ai propri parenti per metterli a conoscenza di un viaggio vacanza in località esotica.

Né esiste una delibera con cui i vertici del Neurolesi assumono provvedimenti che vadano a incidere modificandolo sul rapporto che lega Bramanti all’Irccs, primo fra tutti sull’obbligo di corrispondere la retribuzione.

Chi scrive, per scrupolo, ha mediante telefonate e mail (inviate per posta elettronica certificata) chiesto ripetutamente copia di questi provvedimenti e della nota di Bramanti al direttore generale ma si è  trovato di fronte un muro di gomma, segno tangibile dell’aria salubre di trasparenza che si respira sui colli san Rizzo.

Se questi provvedimenti non ci sono se ne deve desumere che tutto è rimasto immutato nei rapporti di dare e avere tra Irccs e Bramanti: rapporti disciplinati da un contratto di prestazione d’opera intellettuale, cui si applicano anche le norme del codice civile e, in specie, l’eccezione di inadempimento.

In base a questo contratto e alla legge da un lato “il direttore scientifico è obbligato a svolgere a tempo pieno ed esclusivo le funzioni di coordinamento e promozione dell’attività di ricerca, incarico incompatibile con qualsiasi altra attività lavorativa pubblica e privata e con qualsiasi professione”; dall’altro, l’Irccs è obbligato a corrispondergli 150 mila euro all’anno, piu o meno 13 mila euro al mese.

Nel momento in cui ha deciso di dedicarsi esclusivamente e a tempo pieno ad altra attività (la campagna elettorale) Bramanti non ha violato gravemente questo fondamentale obbligo contrattuale?

Le legge e il contratto (che rispecchia tutto quanto prevede la normativa in materia), sottoscritto da Bramanti, prevedono che “in caso di grave inadempimento o per gravi motivi il legale rappresentante dell’Irccs, previa contestazione formale dell’addebito, deve proporre al ministero della Sanità, titolare del potere di nomina, la risoluzione del rapporto”.

Il manager Angelo Aliquò non gestendo un’azienda di proprietà di famiglia non ha l’obbligo giuridico, sanzionato a sua volta in caso di omissione, di applicare la norma contrattuale e la legge?

Se ne starebbe con le mani in mano, per esempio, il direttore generale del Policlinico a cui il direttore sanitario (legato all’azienda da un contratto analogo a quello di Bramanti) comunicasse che per tre mesi si assenterà dal lavoro avendo deciso di fare un viaggio per il mondo?

E Aliquò si girerebbe disinvoltamente dall’altra parte se Bramanti si fosse candidato con una formazione politica avversa a quella che è riconducibile al presidente della regione Nello Musumeci, da cui a breve dipenderà la sua riconferma a manager della sanità?

Tra l’altro, la condotta di Dino Bramanti chiama in causa in qualche modo anche l’ateneo di Messina: proprio perché l’incarico di direttore scientifico ha natura esclusiva, lo scienziato è in aspettativa dall’Università, amministrazione di cui è dipendente. Ma l’aspettativa gli è stata concessa (e gli poteva essere concessa solo per questo) per svolgere a tempo pieno le funzioni di direttore scientifico e non certo per fare una campagna elettorale lunga tre mesi.

 

 

L’allergia “esclusiva”… alla legge

Lo scienziato Dino Bramanti già in passato ha dato ampie prove dell’allergia alla natura esclusiva delle funzioni di direttore scientifico.

Nel 2006, quando fu nominato direttore scientifico dell’Irccs Neurolesi, Bramanti era infatti docente straordinario dell’ateneo di Messina, a cui era legato da un contratto di lavoro a tempo pieno ed esclusivo: aveva appena vinto un concorso per ordinario di anatomia benché il campo di azione dell’Istituto dei colli San Rizzo fosse da sempre la neurologia.

Tuttavia, benché la legge sugli Irccs del 2003 stabilisse in maniera chiara e inequivocabile la natura esclusiva dell’incarico di direttore scientifico (e in questo senso nel 2004 si era pronunciato perentoriamente il Consiglio di stato e la legge finanziaria del 2007), Bramanti firmò il contratto con il legale rappresentante dell’Irccs Neurolesi Raffaele Tommasini, avvocato e docente universitario, impegnandosi a svolgere le incombenze di coordinatore della ricerca scientifica in cambio di 130 mila euro all’anno (l’indennità di allora).

Insomma, il candidato a sindaco del centro destra per due anni si impegnò contemporaneamente a tempo pieno e a regime esclusivo con Irccs e Università di Messina: la stessa situazione di illegalità in cui si trova un uomo che si sposa con due donne contemporaneamente, assumendo l’obbligo giuridico di fedeltà sia nei confronti dell’una che dell’altra.

Lo scienziato così cumulò per due anni, in palese violazione di legge, gli emolumenti di docente universitario, che gli venivano accreditati di mese in mese sul conto corrente, e quelli di direttore scientifico, che andava maturando come credito ma che prudentemente non si faceva liquidare.

Fu il settimanale Centonove in una serie di articoli firmati da Michele Schinella a denunciare (tra le altre cose) la violazione del divieto di cumulo da parte di Dino Bramanti.

A seguito degli articoli, l’Università all’epoca guidata dal rettore Franco Tomasello chiese un parere all’Avvocatura dello Stato che dopo quattro mesi, a maggio del 2008, si trovò d’accordo con la legge e con il settimanale, imponendo a Bramanti di mettersi in aspettativa dall’ateneo.

Negli stessi giorni della primavera del 2008 sui colli san Rizzo giunsero i Nas dei carabinieri che oltre a riscontrare una serie di carenze igieniche, strutturali e organizzative che facevano a pugni con l’etichetta di eccellenza strombazzata ad ogni pie sospinto da Bramanti e ripresa da addetti stampa che si spacciano per giornalisti, rilevò il doppio incarico e lo denunciò in informative di reato alla Procura della Repubblica di Messina, ipotizzando l’ abuso d’ufficio, il falso e la truffa.

A quel punto Bramanti, finito nella morsa di un’inchiesta penale insidiosa, rinunciò attraverso apposite dichiarazione all’Ufficio provinciale del Lavoro, ai 260 mila euro di credito che vantava nei confronti del Neurolesi.

Il risultato fu degno di una delle migliori opere di Pirandello: Bramanti fu pagato per due anni dall’Università per la quale non aveva lavorato, né poteva farlo visto che svolgeva l’incarico di direttore scientifico sui colli san Rizzo; e invece non fu materialmente pagato dall’irccs, ente per cui aveva realmente lavorato.

L’università… spettatrice collusa

L’università degli studi di Messina (all’epoca rettore era Franco Tomasello e il direttore amministrativo era Pino Cardile) che aveva pagato per due anni un docente che non aveva svolto attività di professore universitario fece orecchie da mercante, non assumendo alcun provvedimento: né di richiesta della restituzione di quanto corrisposto (qualcosa come 100 mila euro); né l’attivazione di procedimenti disciplinari che in altri atenei per casi simili (basta guardare nella giurisprudenza dei giudici amministrativi) avevano portato alla decadenza dal ruolo di docente.

L’inchiesta penale arenata e le perle di diritto

L’inchiesta penale sul doppio incarico fu affidata al sostituto procuratore del Tribunale di Messina Anna Maria Grazia Arena.

Il fascicolo, aperto a giugno del 2008 a seguito dell’informativa dei Nas dei carabinieri, aveva come indagati  Dino Bramanti e Raffaele Tommasini solo per il reato di abuso di ufficio, il meno grave di quelli rilevati dai carabinieri.

Per 7 anni il fascicolo rimase fermo, riposto in un angolo degli uffici della Procura.

Non fu fatta alcuna attività di indagine: né ce n’era bisogno, visto che tutto era stato documentalmente accertato dai carabinieri.

Duemila e 500 giorni dopo, il 24 aprile del 2015, con il reato di abuso d’ufficio ampiamente prescritto, il pubblico ministero chiese l’archiviazione.

Le due pagine di motivazioni sono davvero interessanti: “Non può configurarsi il reato perché manca il danno patrimoniale (elemento costitutivo della fattispecie di reato, ndr) all’Irccs, visto che Bramanti ha rinunciato agli emolumenti”, ha scritto il pm Arena, che non è stata minimamente sfiorata  dal dubbio che il reato potesse essere configurato nella forma tentata.

E il danno patrimoniale nei confronti dell’Università?

Il pubblico ministero Arena nel rispondere a questa domanda ha prodotto un’argomentazione che poco si concilia con il buon senso, giusto per non scomodare il diritto: “L’Università non ha mai inteso recuperare gli stipendi, quindi non può assumere la veste di persona danneggiata avendo dato causa con il suo comportamento alla realizzazione del danno. Pertanto non si ravvisano elementi di reato”.

Quindi – a seguire il raffinato ragionamento giuridico del magistrato della Repubblica italiana – poiché il rettore e il direttore amministrativo dell’ateneo (e non certo l’Istituzione  l’Università) non hanno fatto il loro dovere a livello amministrativo e anzi con il loro comportamento hanno facilitato il danno all’Istituzione Università, invece di ritenere gli stessi concorrenti nel reato se non addirittura autori di altro reato in forma omissiva come vorrebbero la logica e i principi di diritto, va concluso il reato contestato a Bramanti e Tommasini.

In conclusione, per il pm Arena un’illegalità ha annullato un’illegalità precedente.

Il Giudice per le indagini preliminari Salvatore Mastroeni, ex marito della pm Arena, tre mesi dopo ha accordato l’archiviazione: in 5 righe scritte a penna ha dichiarato “di condividere il ragionamento del sostituto della Procura”.

 

 

 

 

 

 

Diffamazione ai danni del maestro di pianoforte Dario Nicoletti, il giudice di Pace Giuseppe Cannizzaro “innova” la legge e la giurisprudenza e assolve il sindacalista Rosario Nicita: “Non aveva intenzione di offendere il musicista. L’obiettivo finale era il direttore del Conservatorio Corelli”

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A sx il senatore accademico Rosario Nicita, a dx il maestro di pianoforte Dario Nicoletti

Il sindacalista Rosario Nicita                     Il maestro di pianoforte Dario Nicoletti

 

Doveva rispondere di diffamazione aggravata ai danni del musicista Dario Nicoletti, docente del Conservatorio di Messina.

Per giustificare la bocciatura della figlia Arianna e, soprattutto, ottenere il trasferimento ad altro docente, aveva accusato il maestro di pianoforte di assentarsi sempre dal lavoro e di aver proposto lezioni private estive a pagamento (illegali).

Il processo ha dimostrato che queste accuse, condensate in alcune missive inviate al dirigente generale del Miur e al direttore del Conservatorio “Corelli”, fossero totalmente false, come aveva accertato in precedenza un’inchiesta amministrativa.

Eppure, il giudice di Pace di Messina, Giuseppe Cannizzaro, ha assolto Rosario Nicita, sindacalista della Flp e responsabile del centro di documentazione europea dell’Università di Messina nonché membro del Senato accademico, perché “il fatto non sussiste”.

Il motivo?

“Rosario Nicita non aveva intenzione di offendere e accusare il maestro Dario Nicoletti, rispetto a cui invero ha mostrato malcelata acredine, bensì il direttore del Conservatorio che non autorizzava il trasferimento della figlia ad altro docente. Pertanto, il reato ai danni del professore Dario Nicoletti non può giuridicamente configurarsi”, ha in sintesi motivato il giudice nella sentenza emessa il 12 marzo 2018, già appellata dalla parte civile e dalla pubblica accusa.

Il giudice innova (o sconosce) la giurisprudenza

Insomma, secondo l’avvocato Cannizzaro, giudice di Pace di un Tribunale della Repubblica Italiana, le frasi usate da Rosario Nicita erano materialmente lesive dell’onore di Dario Nicoletti, ma mancava nel soggetto agente il dolo intenzionale, l’intenzione cioè di voler offendere specificamente il musicista. Il  papà di Arianna, invece, aveva intenzione di offendere il direttore Gianfranco Nicoletti, solo omonimo del maestro, che non ha mai sporto querela.

Il giudice ha cosi innovato la legge e la giurisprudenza pacifica da sempre in materia di diffamazione, che per la configurazione di questo reato richiede semplicemente il cosiddetto “dolo generico”, ovvero la coscienza della portata offensiva delle frasi e la volontà di manifestarle.

Per fare intendere ai profani del diritto, se il principio applicato del giudice onorario Cannizzaro fosse in linea con la legge e la giurisprudenza non ci sarebbe giornalista condannato per diffamazione, neppure chi scrive cose totalmente false: è da escludersi già solo per logica che un giornalista abbia l’intenzione di offendere le persone di cui scrive nei suoi articoli, il più delle volte non conoscendole neppure.

Senza scrupoli…

Dario Nicoletti seppe degli esposti di Nicita all’inizio del 2015, in occasione dell’ispezione ministeriale.

Un paio d’anni prima aveva scoperto di avere una grave e letale forma di tumore.

Tuttavia, aveva continuato ad andare al lavoro senza mai fruire dei permessi e dei congedi retribuiti che la legge riserva ai pazienti oncologici.

Per non danneggiare i suoi allievi, ogni volta che era costretto ad assentarsi dal Conservatorio di Messina per visite mediche, esami diagnostici, radioterapia e chemioterapia, recuperava nei giorni successivi le ore di lezione perse.

Ciò che fece sino a pochi giorni prima di morire, il 25 aprile del 2016.

“L’accusa di aver promesso lezioni a pagamento mi colpisce profondamente, perché nei miei lunghi 43 anni di servizio non ho mai, dicasi mai, fatto lezioni private a pagamento ad un solo alunno del conservatorio, e questo lo sanno bene i miei alunni di sempre e l’intero ambiente scolastico avendo io combattuto e denunziato le tante praticate possibilità di malaffare e corruzione all’interno degli Istituti musicali”, ha scritto nella querela da cui è nato il procedimento penale Dario Nicoletti.

Quella bocciatura non s’ha da fare

Tutto iniziò con la bocciatura di Arianna nella sessione di settembre 2014 dalla Commissione d’esame, composta da Dario Nicoletti ma anche da altri professori, con voti da 3 a 5.

Documenti alla mano, risulta che Arianna Nicita si è presentata all’esame di riparazione con un programma al 90% identico a quello con cui era stata promossa l’anno prima dal sesto al settimo anno: ciò che indusse il maestro Nicoletti a rifiutare di sottoscriverlo.

La studentessa così non fu ammessa all’ottavo anno.

Scelgo io il docente di mia figlia

Papà Rosario allora si mise all’opera: ottenere il trasferimento in altra classe della figlia e, quindi, affidarne la carriera ad altro docente di pianoforte divenne il suo obiettivo.

Dapprima, fece per due volte irruzione al Conservatorio: il suo modo di fare ebbe connotati tali da costringere il direttore Gianfranco Nicoletti a chiamare le forze dell’ordine.

Poi passò alle missive con cui accusava il maestro Dario Nicoletti e lo stesso direttore.

E ottene il risultato voluto.

Il direttore del “Corelli” – “persona offesa” anche secondo il giudice di Pace Cannizzaro -, non solo non ha mai sporto denuncia ma cedette ai voleri del papà della studentessa e affidò Arianna alla collega di Dario, Francesca Valbruzzi.

Il trasferimento giovò moltissimo ad Arianna che l’anno successivo fu promossa con il massimo dei voti.

 

Calcio scommesse, la Procura di Messina chiede gli arresti per 11 indagati. Il Gip non accorda la misura. I retroscena dell’inchiesta che coinvolge mister Arturo Di Napoli, il commercialista Pietro Gugliotta e il portiere Alessandro Berardi

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calcioscommesse
Mi costringono a fare giocare certi giocatori. Al giovedì prima delle partite vengono fatte riunioni particolari. Se voglio, posso fare aprire un’inchiesta e far fallire il Messina perché questa è una società in cui si vendono le partite”.

E’ questa la sintesi di una delle conversazioni telefoniche più significative captate nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Messina sul calcio scommesse.

Autore di questo sfogo è Raffaele Di Napoli, l’allenatore che il 3 febbraio del 2016 sostituì sulla panchina del Messina calcio il più famoso Arturo Di Napoli, costretto a lasciare la guida della squadra perché colpito da squalifica per aver truccato da allenatore del Savona la partita della sua squadra con il L’Aquila nella stagione 2014/2015.

E’ proprio Re Artù, il bomber delle stagioni d’oro del Messina in serie A, colui che  -secondo le conclusioni cui è giunto il titolare delle indagini Francesco Massara –  aveva promosso  un’organizzazione per delinquere che aveva come fine l’alterazione del risultato di una serie di partite del Messina giocate tra il 2015 e il 2016 e la truffa ai danni delle agenzie di scommesse:

Di Napoli operava – sempre per la Procura – in buona compagnia, sia da allenatore sia successivamente: infatti, un ruolo da protagonisti ce l’hanno avuto il commercialista Pietro Gugliotta vicepresidente della società sportiva, rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa nell’inchiesta Totem, e il portiere Alessandro Berardi.

Per Di Napoli il pubblico ministero Massara aveva chiesto la misura cautelare del carcere; per Gugliotta e per il portiere Alessandro Berardi e un gruppo di 8  scommettitori strettamente collegati al trio, gli arresti domiciliari. Si tratta di Eros Nastasi, Ivan Giuseppe Palmisciano , Fabio Russo, Giuseppe Messina, Alessandro Costa, Halim Abdel Khalifeh, Giovanni Panarello, Andrea De Pasquale.

Il Giudice per l’indagini preliminari ha, però, rigettato la richiesta.

Diversità di vedute giuridiche

Tecnicamente, il gip ha ritenuto che per configurare il reato contestato fosse necessario dare la prova che Di Napoli, Gugliotta e Berardi avessero promesso denaro o altra utilità ai calciatori che sono stati usati per truccare le partite e questa prova non c’è.

Il pm Massara ha proposto appello ritenendo il ragionamento del Gip non fondato giuridicamente.

Per il sostituto procuratore le cose in punto di diritto stanno diversamente e pur in assenza di questa prova il reato può essere configurato egualmente.

Deciderà il giudice d’appello cautelare il prossimo 2 luglio del 2018.

Sul fatto che almeno tre partite siano state truccate. Sul fatto che fosse stata messa in piedi un ‘organizzazione con questo scopo. Sul fatto che dopo aver truccato le partite siano state fatte puntate da persone in contatto con Di Napoli e Gugliotta, sia il pm che Gip si sono trovati sostanzialmente d’accordo.

Ad avviso di entrambi, le intercettazioni e i tabulati telefonici e alcune dichiarazioni testimoniali, permettono di affermare che l’esito di tre partite è stato concordato: Casertana Messina del 21 dicembre del 2015; Messina Paganese del 14 febbraio del 2016; Akragas Messina del 24 aprile del 2016.

Per la Procura sono state truccate pure Messina Martina Franca del 9 gennaio del 2016; Catania Messina del 24 marzo del 2016; Lecce Messina del 5 dicembre del 2016, Messina Benevento del 16 gennaio del 2016.

Il Gip però ha rilevato che a parte le giocate anomale sui risultati vincenti non ci siano altre prove che queste gare siano stato oggetto di combine.

Quando Gip e Pm si trovano d’accordo

Per truccare Casertana Messina il trio Di Napoli, Gugliotta, Berardi ha – sempre stando all’accusa – usato i calciatori Stefano D’addario, Daniele Frabbotta e Andrea De Vito. I tabulati telefonici e gli accertamenti presso i centri scommesse hanno evidenziato che Di Napoli in prossimità della partita si è sentito con Eros Nastasi, questi a sua volta oltre a effettuare puntate personalmente si è messo in contatto con Ivan Palmisciano che ha cercato e trovato Fabio Russo, il quale ha giocato una ventina di bollette vincenti.

Gugliotta invece si è sentito con Giovanni Panarello che a sua volta è entrato in contatto con Alessandro Costa, che è risultato vincitore di diverse scommesse.

Per pilotare Messina Paganese, Di Napoli si sarebbe messo in contatto con Cosimo D’eboli e Gianluca Grassadonia, rispettivamente direttore sportivo e allenatore della squadra campana.

E’ stato Sebastiano Pancaldo, titolare di un’agenzia di scommesse, a dare riscontri preziosi agli uomini della Finanza su queste due partite chiamando in causa anche persone che non erano emerse dall’esame dei tabulati: “Andrea De Pasquale ha effettuato giocate vincenti per conto di Eros Nastasi, il quale ha avuto notizie sull’esito della gara Casertana Messina da parte di Di Napoli”, ha dichiarato Pancaldo. Che in relazione all’altra partita ha affermato: “De Pasquale mi ha chiesto di effettuare giocate sull’esito poi rivelatosi esatto di Messina Paganese, ma rifiutai perché convinto che ci fosse stata combine”.

Gli indizi che Akragas Messina sia stata truccata sono in alcune telefonate tra Di Napoli, non più l’allenatore del Messina, e il noto odontoiatra Halim Abdel Khalifeh. Nel corso delle stesse i due usano un linguaggio criptico. Poi, il dentista effettua una serie di puntate vincenti attraverso Giuseppe Lo Medico e quando la partita è al già al secondo tempo e il Messina è avanti per 2 a 0 cerca in tutti i modi di puntare 1000 euro sul pareggio che in effetti poi fu il risultato finale.

Il presidente convoca tutti e fa saltare il piano

L’esame delle giocate su Messina Benevento finita 0 a 5 ha mostrato come quasi tutte le scommesse concentratasi sull’ x sono state perse. Per gli inquirenti era quello il risultato oggetto della combine. Però il piano saltò. Il presidente Natale Stracuzzi, avendo ricevuto la segnalazione di giocate sospette, alla vigilia della partita convocò tutta la squadra e la  mise a conoscenza di quanto gli era stato comunicato dall’organismo che vigila sulle giocate e dell’intenzione di presentare un esposto.

Questo – secondo gli inquirenti – portò Di Napoli e company a recedere dal progetto per non essere scoperti. Berardi, autore in quella partita di errori clamorosi, avrebbe avuto il compito di facilitare la vittoria degli avversrai.

Lo stesso portiere il giorno precedente la partita si mise in contatto telefonico con il giocatore del Benevento Amato Ciciretti. E una serie di contatti telefonici sono stati registrati nell’immediata vigilia del match tra tutti i soggetti facenti parte del gruppo capitanato da Di Napoli.

Intercettazioni scottanti

Nel materiale raccolto durante le indagini c’è l’intercettazione di una conversazione tra Re Artù e Paolo Mercurio, arrestato successivamente nell’ambito dell’inchiesta Totem e rinviato a giudizio per associazione mafiosa finalizzata alle scommesse clandestine.

Per gli investigatori oggetto della conversazione è Paganese Messina, finita 2 a 2, primo tempo 0 a 1: “Ho provato piu volte a rintracciarti..la quota relativa al segno primo tempo 2 era data a 14..“, afferma Di Napoli. Mercurio taglia corto: “Vabbè… comunque vedi tu, mi chiami a questo numero e ci vediamo subito quando c’è qualcosa“.

Il successore smentisce se stesso

Raffaele Di Napoli, il successore di Re Artù, è stato interrogato dagli inquirenti che gli hanno chiesto conto della conversazione in cui diceva di subire minacce per far giocare determinati giocatori e di riunioni particolari: “Mi ricordo solo di una riunione tra 5 calciatori e Di Napoli in bar di Messina. Il mio predecessore non ha mai interferito sul mio lavoro”.

Questa affermazione è per gli inquirenti smentita dai tabulati telefonici: infatti, la sera prima di Messina Paganese, partita truccata e oggetto del conversazione tra Di Napoli e Mercurio, l’ex allenatore contatta il mister in carica.

Una cordata sospetta

In genere è la società che ingaggia un allenatore. A Messina andò diversamente. Fu Di Napoli infatti che nell’estate del 2015 organizzò la cordata di imprenditori messinesi che rilevarono l’Acr Messina dal catanese Pietro Lo Monaco iscrivendola in extremis al campionato di Lega Pro della stagione 2015/2016.

Arturo Di Napoli si guadagnò così i galloni di allenatore. Il trio Natale Stracuzzi (presidente), Pietro Gugliotta (vice) e Pietro Oliveri non ebbero dubbi ad affidargli la squadra.

Che Di Napoli fosse sotto inchiesta per aver truccato da allenatore del Savona una partita del campionato di Lega pro della stagione calcistica precedente 2014/2015 per loro non ebbe alcuna rilevanza.

 

Fallimento ex Vigilnot Sicilia, la Corte d’appello condanna Daniela e Cristina Corio e Antonino Romano per bancarotta. La società nel 2007 fu usata per “svuotare” Il Detective, lo storico istituto di vigilanza di Messina fallito nel 2011

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Rimaste minoranza nella società di famiglia, prima che l’assemblea dei soci li estromettesse dalla dirigenza, ne comprarono un’altra a cui trasferirono in affitto (a prezzo irrisorio) l’azienda (e soprattutto tutti gli appalti in essere pari a 8 milioni di euro annui), in modo da mantenerne così la gestione.

La spericolata operazione di svuotamento della società di vigilanza “Il Detective Srl” non solo non ha realizzato, se non per qualche settimana, l’obiettivo che si erano prefissato, essendo stata bloccata all’epoca dal Tribunale civile di Messina, ma è costata alle protagoniste come effetto collaterale una dura condanna.

Daniela Corio e Cristina Corio, due delle 4 figlie del fondatore della storica azienda che arrivò nel 2006 ad avere 100 dipendenti, sono state condannate dalla Corte d’appello di Messina a 3 anni e 6 mesi di reclusione per bancarotta documentale e fraudolenta.

La stessa pena è stata irrogata ad Antonino Romano.

I tre sono stati alla guida della società Vigilnot Sicilia srl (poi denominata Corio Srl) tra il 2007 e il 2008.

Vigilnot Sicilia Srl fu lo strumento attraverso cui fu realizzato lo svuotamento de “Il Detective”, al centro di una guerra intestina per il controllo scoppiata alla morte di Antonia Privitera, avvenuta il 4 maggio del 2007. Protagoniste le 4 figlie, Antonella e Natala oltre a Cristina e Daniela, con Enzo Savasta, da sempre uomo fidato prima del fondatore Antonino Corio e poi della moglie, ago della bilancia nella contesa in quanto titolare del 5% delle quote.

Le imputazioni di bancarotta

Quando fu acquistata, il 30 ottobre del 2007, Vigilnot si trovava in stato di decozione: aveva infatti 222 mila euro di debiti.

Le due sorelle si impegnarono ad ripianare i debiti e ad aumentare il capitale sociale. Lo fecero solo in parte e, dopo pochi giorni, si ripresero con la complicità dell’amministratore  Romano una porzione di quelli versati, 60 mila euro. Da qui l’ accusa di Bancarotta fraudolenta. Nel 2009 Vigilnot Sicilia srl fu dichiarata fallita.

I tre rispondevano pure di bancarotta documentale per aver tenuto le scritture contabili della società in maniera irregolare tanto da non rendere possibile la ricostruzione delle movimentazioni.

Nel processo era imputato anche Domenico Macrì, imprenditore calabrese che il 6 giugno del 2008 acquistò la maggioranza del capitale di una società la Corio Srl (ex Vigilnot Srl) priva di commesse e con soli debiti.

Macrì ci rimise 67 mila euro e l’imputazione di bancarotta documentale, in concorso con Daniela e Cristina Corio e Antonino Romano.

In primo grado era stato condannato a due anni. La Corte d’appello l’ha assolto.

Domenico Macrì dopo l’avventura nella società di vigilanza acquistò e gestì per un periodo a cavallo tra il 2010 e il 2012 il bar Select, ubicato a due passi dal Tribunale.

Operazione svuotamento a in…castro

L’affitto a prezzi irrisori dell’azienda Il Detective allora in buonissima salute a Vigilnot Sicilia fu effettuato mentre presidente del Cda Corrado Emanuele Galizia, ex agente dei servizi segreti in pensione che in tutta la guerra societaria è stato sempre accanto a Daniela Corio.

Come mostrarono le intercettazioni telefoniche, fu il legale Andrea Lo Castro a suggerire a Daniela Corio e alla sorella Cristina Corio di effettuare l’operazione di svuotamento della società.

L’avvocato Lo Castro, molto noto a Messina e per anni componente del collegio di difesa della Provincia regionale di Messina, è finito sotto processo per concorso esterno all’associazione mafiosa.

Secondo la Procura e il Giudice per le indagini preliminari attraverso una serie di consigli giuridici (tra cui quelli di affitto di azienda) ha favorito il clan capeggiato a Messina da Enzo Romeo, nipote del boss Nitto Santapaola.

Denunce a orologeria

L’inchiesta che è sfociata nella sentenza d’appello, comunque non definitiva, è una costola accessoria dell’inchiesta madre nata dalle denunce che presentò la stessa Daniela Corio alla Procura di Messina proprio mentre organizzava e portava a termine l’operazione di svuotamento della società di famiglia.

La Corio denunciò una serie di fatti che accusavano coloro che in quel momento avevano di fatto la guida della società e da li a breve, dopo l’assemblea dei soci, l’avrebbero guidata: le sorelle Antonella e Natala e Enzo Savasta.

Le denunce penali e la guerra societaria combattuta in sede civile portarono nel 2011 Il Detective al fallimento.

Assunzioni di favore e inquirenti port a porter

Le indagini, coordinate dai sostituto Adriana Sciglio e Antonino Anastasi, furono affidate alla sezione di polizia giudiziaria diretta da Diego Arena.

Fu il luogotenente Giuseppe Smedile a svolgere quasi tutti gli accertamenti. Questi mentre indagava sulle persone denunciate da Daniela Corio, la riceveva quotidianamente negli uffici di via Monsignor D’arrigo, dove veniva accompagnata dall’ex agente dei servizi segreti Galizia.

Nello stesso tempo Daniela Corio diede un posto di lavoro al padre del nipotino dello stesso ufficiale, ovvero al compagno della figlia,  assumendolo proprio alla ex Vigilnot Sicilia Srl.

Primi responsi ed effetti boomerang

Al termine delle indagini, nel 2011 la Procura chiese e ottenne il rinvio a giudizio di 19 persone per 65 capi di imputazione.

Il processo in corso di svolgimento davanti alla prima sezione penale del Tribunale presieduta da Mario Samperi ha avuto il 17 maggio del 2017 un primo responso.

Tredici dei diciannove imputati sono stati assolti per prescrizione (Processo Detective, fioccano le prescrizioni).

Daniela Corio è alla terza condanna rimediata nell’ambito delle indagini sulle inchieste connesse alla sua denuncia.

E’ stata in precedenza condannata con sentenza passata in giudicato a 8 mesi di reclusione per rivelazione del segreto d’ufficio e, in primo grado, per calunnia ai danni di Salvatore Formisano, generale della Guardia di finanza in pensione, per un periodo amministratore de Il Detective in rappresentanza della maggioranza avversa a Daniela Corio. E’ stata assolta per prescrizione dai diversi capi di imputazione di cui doveva rispondere nel processo davanti alla prima sezione penale.

 

Aula di giustizia? Non solo, anche sala rinfresco. Al Tribunale di Messina si susseguono le feste di pensionamento in orario di lavoro. La segnalazione del giudice Massimiliano Micali ai Presidenti del Tribunale e della Corte d’appello

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L’udienza era stata fissata per le ore 11 del 16 aprile del 2018 nell’aula della Corte d’assise. Il processo era quello denominato “Dominio”, che vede alla sbarra i presunti affiliati al clan mafioso capeggiato da Domenico La Valle.

Gli avvocati difensori, gli imputati non detenuti e i loro parenti: tutti all’ora prefissata si stavano avvicinando all’aula.

A palazzo Piacentini erano stati tradotti pure gli imputati detenuti e quelli ai domiciliari.

D’improvviso è arrivato il contrordine, concretato in un avviso apposto alla porta dell’aula: “L’udienza è stata spostata alle ore 14 e 30″.

Il motivo non è stato spiegato.

Ma è bastato aprire la porta per vedere che l’aula era impegnata per un rinfresco.

Una dipendente è andata in pensione e i colleghi sono stati chiamati a condividere il momento con rustici, dolci e bevande.

Alle 14 e 30  i segni della festa erano evidenti: pezzi di pitone e vettovaglie per terra, briciole sui tavoli.

Insomma, i normali resti di una festa, tenuta non in un sala di un ristorante o in un luogo privato ma in un’aula di Giustizia.

Il presidente del Tribunale collegiale Massimiliano Micali non l’ha presa per niente bene.

All’inizio dell’udienza ha fatto mettere a verbale che “l’aula era stata lasciata in condizioni indecorose sotto il profilo igienico, le quali avrebbero imposto al presidente di ordinare il trasferimento del processo in altra aula se non fosse stato che questa è l’unica dove ci sono le gabbie per gli imputati detenuti”.

Micali ha disposto la trasmissione dello stesso verbale al presidente del Tribunale, Antonio Totaro, e della Corte d’appello, Michele Galluccio.

Ma l’iniziativa del giudice è servita a nulla.

Nella mattinata di ieri 8 maggio si è assistito alla replica.

L’ aula dedicata ai festeggiamenti era diversa, la C, quella posta a destra subito dopo l’atrio. L’orario sempre quello d’ufficio, le 13 circa.

Nutrita la presenza di lavoratori, che hanno sospeso per l’occasione la loro attività.

Il tavolo riservato di solito agli avvocati è stato coperto da una tovaglia e sopra sono state sistemate le vivande.

Mentre si festeggiava, nell’aula di fronte, la A, il giudice onorario Maria Grazia Mandanici ha sospeso l’attività processuale per una decina di minuti: “Facciamo una breve pausa”, ha detto..

Gli avvocati e le parti hanno atteso la ripresa e l’assistente del giudice si è spostata a festeggiare nell’aula di fronte.

“Lei non può fare foto. Sta violando la privacy”, arringa una delle dipendenti festaiole che si accorge che qualcuno sta immortalando l’allegria del momento.

Mette la mano sulla fotocamera e chiede: “Lei chi è? Non è autorizzato. Le faccio sequestrare il cellulare dai carabinieri”, afferma.

“Stiamo festeggiando il pensionamento di due colleghe. Che c’è di male?”, aggiunge qualche secondo dopo un’altra collega.

Un carabiniere in servizio a Palazzo Piacentini spiega: “Queste feste di pensionamento sono usuali. Noi sappiamo siano autorizzate”.

 

Concorso truccato per favorire il figlio, condannato a 7 anni l’ex preside di Farmacia, Giuseppe Bisignano. Sei anni a Giuseppe Teti, il docente che “convinse” l’allievo Salvatore Papasergi a ritirarsi. Un anno e mezzo a Maria Chiara Aversa che creò una commissione di comodo. Tutti i dettagli dell’inchiesta nata per caso

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L'ex preside di Farmacia Giuseppe Bisignano

L’ex preside di Farmacia Giuseppe Bisignano

Il concorso di ricercatore lo vinse il figlio: non perché lo meritasse ma perché alla vigilia dell’ultima prova il candidato sicuro vincitore si ritirò.

La voglia matta di sistemare il proprio figliuolo Carlo nell’organico dell’ateneo di Messina è costata una dura condanna all’ex preside di Farmacia Giuseppe Bisignano.

Il Tribunale di Messina in primo grado lo ha riconosciuto colpevole di concussione per aver costretto Salvatore Papasergi, il candidato più titolato, ad abbandonare  la selezione bandita nel 2012 quando ormai l’esito era segnato a suo favore.

Per ottenere il risultato l’ex preside si era avvalso del collega Giuseppe Teti, ordinario di Microbiologia, di cui Papasergi era allievo da oltre un decennio.

Teti è stato condannato per concorso in concussione a sei anni di reclusione.

A Papasergi da un lato venne “consigliato di ritirarsi per evitare problemi per il futuro” e dall’altro venne data assicurazione che sarebbe stato aiutato in altro concorso per ricercatore della stessa disciplina che l’ ateneo da li a poco avrebbe bandito, come poi è accaduto.

Determinante per la condanna è stato il racconto prima agli inquirenti della Guardia di Finanza e poi nella sostanza davanti al Tribunale di Papasergi, che si è costituito parte civile: “Mi sono consultato con il professor Teti, il quale mi ha rappresentato che la nomina di ricercatore per quel concorso mi avrebbe determinato delle difficoltà in futuro per
la eventuale nomina a professore associato. In particolare, il professore Teti riteneva che nellʼambito del Dipartimento di Microbiologia della facoltà di Medicina mi sarei dovuto in futuro confrontare con persone aventi più titoli. Per queste ragioni ho ritenuto opportuno rinunciare al suddetto concorso nella speranza di vincerne uno bandito dalla Facoltà di
Farmacia circa un mese fa nella stessa area di ricerca e per il quale ho già presentato domanda. Benché la scelta di non presentarmi alla discussione finale
può apparire illogica ed autolesiva, ritengo che ciò può avere avuto un senso nella misura in cui si consideri che non faccio parte di un certo giro e devo stare a quello che mi viene consigliato. Voglio precisare che lavoro a titolo volontario e che mi mantengo con i soldi
che ho messo da parte. Spesso sono aiutato economicamente dai miei genitori», ha dichiarato Papasergi qualche mese dopo essersi ritirato.

Quando i vertici dell’ateneo scoprono che la procedura selettiva era finita nel mirino degli inquirenti l’annullano e deludono le speranze di un pronto riscatto di Papasergi.

 

Concussione in emergenza

In realtà le indagini mostrarono che l’opera di pressione e convincimento su Papasergi fu una misura di emergenza, una sorta di piano b.

Il concorso doveva andare al figlio di Bisignano grazie alla benevolenza dei membri della commissione scelti direttamente dall’ex preside di Farmacia, grazie alla complicità dell’allora delegata alla ricerca del rettore Franco Tomasello,  Maria Chiara Aversa, peraltro consuocera del Magnifico, che li propose con successo al Senato accademico.

Per questa condotta la Aversa  (cosi come Teti) è stata condannata per abuso d’ufficio.

E’ stato invece assolto per non aver commesso il fatto l’ex rettore Franco Tomasello ritenuto dalla Procura a conoscenza dell’accordo tra Bisignano e la Aversa per nominare la commissione di comodo, benché non ci fosse alcun elemento di prova a suo carico.

 

La docente onesta… fa saltare il piano principale

Il piano saltò perché Gianna Tempera, una componente della commissione non si piegò alle pretese di Bisignano: per lei non c’era discussione, Papasergi era superiore.

Gianna che cazzo fa, non lʼho capito? Quella si è convinta che Papasergi è a livello notevolmente più alto», dice Bisignano parlando al telefono con il suo collega Sandro Ripa, ordinario di microbiologia all’Università di Camerino.

«Gianna conferma di essere una donna stupida, stupida, stupida», attacca Ripa. Che arringa lʼinterlocutore: «A Gianna se lʼaggredisci ottieni qualcosa. Gianna chi la convince? Solo Nicoletti la può convincere», dice ancora Ripa. «Questa stronza dobbiamo vedere di inquadrarla», afferma di rimando Bisignano. «Parlane con Giuseppe Nicoletti», insiste Ripa.

Nicoletti altri non era se non un docente emerito di microbiologia dell’Università di Catania, maestro di Gianna Tempera.

In effetti, Bisignano segue il consiglio di Ripa e va a trovare Nicoletti. Quest’ultimo a sua volta ne parla con l’ allieva.

La Tempera però rimane ferma.

Interrogata dagli inquirenti difende il suo maestro: “Nicoletti non mi ha chiesto di modificare il parere positivo redatto nei confronti di Papasergi, limitandosi a chiedermi se i suoi lavori fossero attinenti al settore scientifico oggetto del concorso. A ciò io gli risposi che i titoli di Papasergi erano inerenti al concorso e decisamente migliori di quelli di Carlo Bisognano”, ha dichiarato la Tempera.

Tuttavia, ciò non è bastato a evitare a Nicoletti la condanna ad un anno di reclusione per tentata induzione indebita a dare o promettere utilità.

Anche per questo reato è stato riconosciuto colpevole Bisignano, che nel complesso è stato condannato a 7 anni di reclusione.

La posizione di Ripa, considerato concorrente dei due, è stata stralciata.

Aversa, Nicoletti, Teti e Bisignano sono stati pure condannati a pagare a Papasergi la somma di 50 mila euro a titolo di risarcimento danni.

La corruzione che non c’è

Ma perchè Giuseppe Teti ha sacrificato un proprio allievo che lo seguiva da un decennio? Secondo la Procura in cambio di un favore, ovvero l’interessamento di Bisignano a far diventare ordinario la moglie di Teti, Concetta Beninati, all’epoca docente associato alla facoltà del preside Bisignano e in attesa di divenire ordinario.

Eʼ un intercettazione di un colloquio tra Bisignano e Ripa a convincere gli uomini della Finanza che Teti vuole ottenere qualcosa per la moglie in cambio del suo interessamento: “Ma scusa, una stupidaggine simile…..ma insomma eh che quello fa il prezzo perché vuole la moglie ordinario.. se la fotte lui cosa vuole», dice Bisignano. «E pare che ci sei tu in commissione?…. mica ci stai tu in commissione ehee!», ribatte Ripa. «Ma sa che noi siamo in un certo giro… che abbiamo un certo potere che lui non ha….percheʼ se noi diciamo no, lui butta sangue», conclude lʼordinario di Farmacia.

Troppo poco per provare l’accordo corruttivo.

Il Tribunale presieduto da Mario Samperi ha infatti ritenuto che il fatto non sussista e ha assolto entrambi da questo capo di imputazione.

Tutto partì da fatture false

Gli inquirenti della Guardia di Finanza si imbatterono nel concorso destinato al figlio di Bisignano per caso.

Stavano infatti indagando su un giro di fatture false create dal delegato dell’economato della facoltà di Farmacia Cesare Grillo al fine di appropriarsi di risorse pubbliche, in tutto circa 8 mila euro.

La  Procura ipotizzò che Bisignano, il delegante, fosse a conoscenza del perverso stratagemma messo in piedi da Grillo.

Ma l’ipotesi non ha trovato alcun riscontro in giudizio e l’ex preside di Farmacia è stato assolto. Condannato invece a 4 anni Grillo per peculato e falso.

Gravi carenze igieniche, multe salate alle due rosticcerie più famose di Messina. “Zimbaro” di viale San Martino per evitare la sospensione dell’attività chiude per ristrutturazione. Recidivi i “Fratelli Famulari” di via Cesare Battisti. Il precedente nel segno del giornalismo in forma estorsiva

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La rosticceria Zimbaro chiusa per ristrutturazione

La rosticceria Zimbaro chiusa per ristrutturazione

 

Doveva investire in igiene. Invece, è stato indotto a spendere migliaia di euro in pubblicità per tenere nascosta la verità che pure un blog aveva raccontato.

I giornali locali, se si possono chiamare giornali quelli che non pubblicano le notizie e poi incassano soldi in attività promozionale atta a manipolare le stesse identiche notizie, sono andati a nozze.

Ma tre anni e mezzo dopo, nuovi controlli della Polizia di stato e dei tecnici dell’azienda sanitaria provinciale di Messina hanno fatto riemergere le magagne di un tempo: gravi carenze igieniche.

La “rinomata” Rosticceria dei Fratelli Famulari di via Cesare Battisti, una delle più famose e frequentate di Messina, ubicata a due passi dall’Università e dal Tribunale, si è beccata una nuova multa con obbligo di adeguarsi al più presto a una serie di prescrizioni.

Ma l’ispezione non ha avuto esito negativo solo per Salvatore Famulari.

Se la simpatia e il lusso non bastano

Questa volta, al contrario della precedente, ci ha rimesso le penne pure un collega altrettanto famoso, nel cui esercizio commerciale sono state riscontrate carenze molto più gravi.

La fama di Dino Zimbaro, conosciuto dagli avventori del locale posto all’incrocio tra viale Europa e viale San Martino per i suoi modi rudi e accoglienti al tempo stesso, si è negli ultimi anni estesa.

Nel 2016, infatti, nello stesso stabile di sua proprietà in cui sorge la rosticceria, la figlia, sposata con un noto calciatore di serie A, ha realizzato un piccolo hotel boutique di lusso, pubblicizzato dai mass media locali ma anche nazionali.

Non c’è cliente dell’hotel che nelle recensioni sulle riviste specializzate non racconta di aver gustato anche le prelibatezze della rosticceria di famiglia e di aver potuto apprezzare la convivialità del titolare.

Centinaia di migliaia di euro di investimento per un piccolo albergo di 7 stanze apprezzato e lodato dai clienti – sempre a leggere le stesse recensioni – proprio per l’igiene, l’attenzione per i minimi dettagli e la professionalità.

Nessun investimento invece – a giudicare dall’esito disastroso degli accertamenti che non coinvolgono in alcun modo l’hotel – per adeguare a standard minimi di igiene la cucina dell’attigua rosticceria.

Anche per Dino Zimbaro è scattata così una multa salatissima e obblighi di immediato adeguamento strutturale, con proposta di chiusura del locale inoltrata al sindaco.

Lo storico commerciante ha giocato d’anticipo e ha subito sospeso l’attività dell’esercizio che da alcuni giorni “è in ristrutturazione”, come spiegano i cartelloni attaccati alla saracinesche abbassate.

La rosticceria Fratelli Famulari di via Cesare Battisti

La rosticceria Fratelli Famulari di via Cesare Battisti

Il precedente…. e il giornalismo in forma estorsiva

 

Era il 29 agosto del 2014 quando sul blog www.micheleschinella.it apparve l’articolo: “Riapre la rosticceria dei fratellli Famulari di via Cesare Battisti. Era stata chiusa per gravi carenze igieniche dall’Asp 5. I retroscena”.

L’articolo raccontava l’esito sconvolgente (per lo stomaco dei clienti) dell’ispezione nata per puro caso.

Chi lo scrisse ne venne a conoscenza sulla spiaggia, mentre prendeva il sole, da alcuni vicini di ombrellone, che ne parlavano perché in qualche modo parte in causa.

Bastò un rapido controllo giornalistico per capirne di più e informare i lettori.

L’articolo ebbe oltre 100.000 lettori (o, meglio, click), oltre 150 messaggi di commento inviati al blog e centinaia di condivisioni su facebook.

Tuttavia, nessun giornale di Messina, né l’unico cartaceo, né quelli on line, nèle televisioni ripresero la notizia.

Che la rosticceria più frequentata di Messina, dove le famiglie portano i bambini a fare feste, fosse stata chiusa per carenze igieniche secondo i giornalisti di Messina non era notizia che interessasse alla gente.

Nei giorni seguenti accaddero dei fatti che spiegarono meglio che non era stata questa la valutazione.

Salvatore Famulari nei giorni immediatamente successivi contattò ripetutamente l’autore dell’articolo. Voleva che l’articolo fosse cancellato dalla rete. Con cortesia e gentilezza insistette perché ci si incontrasse per definire l’accordo: “Per colpa dell’articolo nella rosticceria viene poca gente. Ci vediamo. Ci mettiamo d’accordo e lei cancella il pezzo”.

“Se ci sono scritti fatti in maniera non corretta mandi una rettifica e verrà pubblicata. Altrimenti l’articolo rimarrà là dov’è. Non voglio nulla, neppure un arancino”, si sentì rispondere.

Il 17 settembre del 2014 su tutti i giornali di Messina e sulle televisioni locali inizia una campagna di propaganda a favore della rosticceria dei Fratelli Famulari.

Viene pubblicato un comunicato stampa. Basta cercarlo con google (cercando “famulari apre la sua cucina”, con accanto il nome delle varie testate). E’ ancora in rete.

La campagna era ovviamente opera di un giornalista (o, per meglio dire, addetto stampa) che si era proposto a Salvatore Famulari, in quel momento in difficoltà, come colui in grado di risolvergli i problemi di immagine ed economici che l’articolo sul blog gli stava procurando e comunque di impedire che lo stesso avesse ulteriore eco.

Fu così che gli stessi giornali che avevano omesso di dare la notizia dell’esito dell’ispezione, pubblicizzarono l’igiene e le virtù della rosticceria.

Ma l’articolo sul blog continuò ad essere “un problema”.

Salvatore Famulari riprese a telefonare: “Non solo ho perso clienti ma il suo articolo mi è costato migliaia di euro di pubblicità per non risolvere nulla”, si lasciò sfuggire in una delle telefonate.

Ma chi è il giornalista (anzi, addetto stampa) che con condotta al limite dell’estorsione, organizzò la campagna pubblicitaria per Famulari?

Lo sanno i responsabili dei giornali che la pubblicità la fecero. E lo sa il titolare della rosticceria che i soldi li sborsò. Quest’ultimo, però, nel frattempo ha perso la memoria.

“Guardi non mi ricordo nulla di quella vicenda”, dice a specifica domanda Salvatore Famulari contattato questa mattina telefonicamente.

Inchieste del Cas bis, per la Procura e il Gip Salvatore Mastroeni la gara d’appalto per la costruzione della Siracusa Gela era truccata, ma il Consiglio di Giustizia amministrativa un anno prima aveva detto il contrario. Il peso della testimonianza dell’ex capo del genio di Messina Civile Gaetano Sciacca, sconfessato dai giudici amministrativi

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Il gip Salvatore Mastroeni

Il gip Salvatore Mastroeni

L’impianto accusatorio dell’inchiesta condotta dalla Procura di Messina che il 14 marzo del 2018 è deflagrato con sei arresti eccellenti, si fonda su un dato sposato in toto dal Giudice per le indagini preliminari, Salvatore Mastroeni: la gara da 370 milioni di euro bandita nel 2013 dal Consorzio per le autostrade siciliane per la costruzione di un tratto di 20 km dell’autostrada Gela Siracusa è stata truccata a favore del Raggruppamento imprenditoriale Condotte Acque Spa e Cosedil Spa.

La prova?

Le dichiarazioni dell’ex Capo del Genio civile di Messina, Gaetano Sciacca.

Eppure, che le decisive valutazioni di Gaetano Sciacca non fossero giuridicamente corrette e che la gara non fosse truccata, non almeno secondo la modalità ritenuta dalla Procura, l’aveva stabilito in maniera chiara il Consiglio di giustizia amministrativa con una sentenza del 5 maggio del 2017, pubblicata 24 giorni dopo, il 29 maggio del 2017.

La pronuncia del massimo organo di giustizia amministrativa siciliana era arrivata due mesi prima che il procuratore aggiunto Vincenzo Barbaro, e i sostituti Rossana Casabona  e Alessia Giorgianni, il 6 luglio del 2017, chiedessero le misure cautelari per il funzionario Gaspare Sceusa, colui cioè che secondo l’accusa, quale presidente della sub commissione di gara incaricata di valutare un aspetto controverso del progetto esecutivo del gruppo risultato vincitore, aveva truccato la gara.

E sollecitassero analoghe misure cautelari per Nino Gazzara, vicepresidente del Cas; Nicola Armonium, titolare di una società di consulenza legale, Pachira Srl; per il i rappresentanti legali  del gruppo imprenditoriale Condotte Acque, Duccio Astaldi e Antonio D’andrea, per l’avvocato Stefano Polizzotto, accusati di essersi prodigati dopo l’aggiudicazione dell’appalto (insieme allo stesso Sceusa) per favorire l’impresa aggiudicataria nell’esecuzione dell’appalto, anche e soprattutto attraverso la corruzione dell’avvocato Gazzara avvenuta per il tramite di Armonium.

La sentenza del Cga era di nove mesi prima che il Gip Salvatore Mastroeni il 14 marzo del 2018 disponesse gli arresti domiciliari per Sceusa, Astaldi, D’andrea e Polizzotto e il carcere per Armonium e Gazzara, fidandosi ciecamente del materiale probatorio presentatogli dalla Procura.

Il giudice Mastroeni, in specie, per quanto riguarda il reato di alterazione del risultato della gara d’appalto che a Sceusa è costato la privazione della libertà, ha preso per oro colato quanto aveva detto Gaetano Sciacca.

La gara truccata secondo la Procura

Il gruppo Condotte Spa Cosedil Spa si era aggiudicata la gara presentando un progetto migliorativo rispetto a quello definitivo proposto dalla stazione appaltante e già approvato dal Genio civile di Ragusa.

Questo progetto migliorativo prevedeva che i conci dei viadotti “Salvia” e “Scardina” che attraversavano il tratto di autostrada oggetto di appalto fossero di dimensioni diverse da quelle contenute nel progetto definitivo: più grandi, e quindi in misura minore rispetto al progetto he costituiva termine di riferimento della gara.

La commissione ministeriale formata da tecnici nominati dal ministro alle Infrastrutture, dopo aver formulato la graduatoria finale che vedeva al primo posto il Raggruppamento Condotte acqua spa Cosedil spa, aveva chiesto alla sub commissione presieduta da Sceusa  proprio di verificare se questa miglioria non fosse in contrasto con la legge o con il disciplinare di gara e quindi la società risultata vittoriosa non andasse esclusa.

Più precisamente, i commissari nazionali chiedevano se in virtù proprio di queste modifiche non fosse necessaria la preventiva approvazione del progetto esecutivo proposto dall’impresa vincitrice da parte del Genio civile.

Dopo alcune sedute la sub commissione anche sulla base delle dichiarazioni rassicuranti dei legali dell’impresa aggiudicataria si pronuncia nel senso che non c’era bisogno di questa approvazione preventiva. Cosi si arriva all’aggiudicazione definitiva.

Gli inquirenti ipotizzano che questa decisione della sub commissione fosse illegale e di conseguenza la gara truccata. Iscrivono sul registro degli indagati oltre a Sceusa gli altri componenti la commissione.

Ma prove dell’illegalità non ne hanno. Non hanno intercettazioni, testimonianze. documenti che lo attestino. Nulla di nulla.

L’assist dell’ex Genio Gaetano Sciacca

E’ Gaetano Sciacca a fornire linfa alla tesi degli inquirenti.

Il 13 febbraio del 2016 infatti, al pubblico ministero che lo convoca in Procura, spiega con sicurezza: “Il progetto dell’offerta progettuale del raggruppamento Condotte Cosedil, avrebbe comportato la necessità di una nuova approvazione da parte del Genio civile, proprio perché era prevista una modifica dimensionale dei conci e una loro riduzione numerica”.

Sciacca va oltre: “Mi pare dubbio il comportamento della sub commissione che non si sia attivata per richiedere un parere al Genio civile sul progetto migliorativo”.

L’ex capo del Genio civile conclude, rincarando la dose: “Le modifiche tecniche contenute nell’offerta costituiscono una variazione tale da determinare non solo una nuova approvazione da parte del Genio civile ma una nuova approvazione in linea tecnica-amministrativa da parte dell’Anas”. Di più. Sciacca dichiara: “Il progetto andava approvato da un organo interno al Cas denominato Rina, e lo stesso Responsabile unico del procedimento avrebbe dovuto validare di nuovo il progetto”

Insomma, secondo Sciacca l’operato della sub commissione era stato completamente fuori legge.

Il giudice Mastroeni d’accordo con i i tre pubblici ministeri Barbaro, Casabona e Giogianni, sulla scorta di questa valutazione, conclude: “Vi è un’evidente turbativa della gara”.

Se Sciacca è smentito dal Cga e i giudici non se ne avvedono

La gara d’appalto arriva all’attenzione degli organi di giustizia amministrativa regionale cui si erano rivolti le società perdenti, immediatamente dopo l’aggiudicazione.

Secondo i ricorrenti la società aggiudicataria andava esclusa proprio perché il progetto migliorativo richiedeva nuova e  preventiva autorizzazione da parte del Genio civile.

E’ stato il Tar di Catania nel 2014 semplicemente in base a quanto sostenuto nel ricorso sul punto e senza alcun giudizio di merito a chiedere alla Procura di Messina di controllare l’andamento della gara.

In sede di merito, tuttavia sia il Tar che, in appello, il Cga danno ragione al Cas e al Raggruppamento vittorioso.

Sul dato su cui si incentra l’inchiesta penale, già il Consiglio di giustizia amministrativa si era pronunciato l’1 dicembre del 2014, un anno e mezzo prima che Sciacca venisse sentito dalla Procura.

I giudici d’appello avevano rigettato il ricorso sottolineando che “la sub commissione aveva approfondito la questione della necessità dell’approvazione preventiva del progetto del Genio civile e che comunque questa rientrava nella valutazione discrezionale della commissione, aggredibile solo se irragionevole: cosa che non ricorreva nel caso di specie”.

Una motivazione che ha permesso ai pm ministeri e al Gip di ritenere che questa decisione del Cga non ostasse sotto il profilo penale alla configurazione del reato di turbativa d’asta

Tuttavia, il Cga nel 2017 torna specificamente sulla questione nel giudizio revocatorio, rimedio straordinario (per fare un parallelismo una sorta di revisione di sentenza penale passata in giudicato), instaurato dalle società perdenti.

E vi torna non solo in punto di diritto giustificando tutto attraverso il ricorso alla categoria della discrezionalità amministrativa, ma avvalendosi della consulenza tecnica del capo del Genio civile di Ragusa, ovvero di colui che guida l’ufficio competente a esprimersi sul progetto dell’appalto.

Il giudizio tranciante del consulente del CGA

Sulla base di questa consulenza il Cga aveva concluso che “la relazione non lascia adito a dubbi sulla natura dell’intervento autorizzatorio del Genio civile e sul carattere non essenziale delle modifiche proposte dalla società aggiudicataria riguardo le dimensioni dei conci dell’impalcato dei viadotti Salvia e Scardino”.

Il Capo del Genio civile di Ragusa, smentendo Gaetano Sciacca, nella sua relazione aveva spiegato: “Le società concorrenti erano libere di presentare progetti migliorativi. L’ unica condizione è che prima della realizzazione delle opere (e non prima dell’aggiudicazione e della presentazione dell’offerta da parte delle ditte concorrenti, ndr) vengano depositati gli esecutivi e le verifiche delle opere provvisionali per la preventiva autorizzazione del Genio civile”.

Ciò che ha sempre ritenuto la sub commissione presieduta da Sceusa e ciò che è stato fatto dopo l’aggiudicazione e prima dell’inizio dei lavori.

In altre parole, secondo il Cga, la sub commissione presieduta da Sceusa ha operato correttamente secondo quelle che sono le regole tecniche in materia giuridico ingegneristica.

Esattamente il contrario dell’idea che si è fatta la Procura.

Di questa sentenza del 2017 nella richiesta di misure cautelari e nell’ordinanza firmata da Mastroeni non c’è traccia

Che “c’azzecca” l’ex capo del Genio civile…

Le prove regina che la gara fosse truccata è la testimonianza di Gaetano Sciacca.

Questi è stato sentito a sommarie informazioni testimoniali, benché in realtà gli inquirenti gli abbiano chiesto una valutazione tecnica, da veri e propri esperti: ciò che per legge si fa attraverso la nomina di un consulente. E solo questa d’altronde gli potevano chiedere.

Sciacca non solo non è testimone: non si è mai occupato del progetto dell’autostrada che rientrava nella competenza del Genio civile di Ragusa, quindi nulla sa dell’opera.

Ma quando viene sentito non è più da due anni ormai (dal 14 settembre del 2014) a capo del Genio civile di Messina: è infatti a capo di ufficio con tutt’altre competenze, l’Ispettorato del Lavoro.

Non solo. Tra il 2011 e il 2012, per oltre un anno, Gaetano Sciacca, per volere dell’allora Governatore Raffaele Lombardo, ha rivestito, contemporaneamente alle funzioni di capo del Genio civile, anche quelle di vertice del Consorzio per le autostrade siciliane: dei cui funzionari anni dopo ha bocciato l’operato.

Il perché un procuratore della Repubblica senta la necessità di convocare Sciacca, che nella vicenda non ha avuto alcun ruolo, è un mistero che la lettura degli atti non permette di disvelare.

Gravi indizi…. di equivoci

Che la gara d’appalto non si possa dire truccata non significa che le altre ipotesi di reato contestate dalla Procura e accolte dal Gip (che ha disposto una serie di arresti), relativamente al periodo successivo all’aggiudicazione poggino di conseguenza solo per questo sulla sabbia.

Tuttavia, la lettura delle carte consente di dire che una serie di fatti per come sono stati ricostruiti dalla Procura non hanno pieno riscontro nella realtà o sono smentiti.

Di certo c’è che Nino Gazzara, ex onorevole della repubblica italiana, ha ottenuto il 20 gennaio del 2015 un contratto di consulenza legale per attività professionale di avvocato della durata di un anno dalla società Pachira di Nicola Armonium, a sua volta legata da contratto con il gruppo imprenditoriale che si era aggiudicato l’appalto. E che ha incassato 31 mila euro.

 

IL COMMENTO: Inchieste del Cas, il direttore generale Salvatore Pirrone e il funzionario Gaspare Sceusa rischiano di finire in carcere per tre reati inesistenti. Il tintinnio di manette e la frana…. della Procura, arginata solo in parte dal Gip Eugenio Fiorentino. Il ruolo del consulente tecnico e le 22 ipotesi di reato contestate

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Il direttore generale Salvatore Pirrone

Il direttore generale del Consorzio autostrade siciliane Salvatore Pirrone

 

Può un pubblico amministratore che ordina in via d’urgenza dei lavori per fermare una frana fonte di pericolo per le persone essere accusato del reato di Disastro ambientale punito con una pena da 5 a 15 anni e rischiare la misura cautelare del carcere perché i lavori non sono stati eseguiti adeguatamente dalla ditta incaricata e il pericolo della frana – secondo un consulente del pubblico ministero – permane?

A questa domanda un qualunque cittadino dotato di semplice buon senso e di elementare cultura giuridica risponderebbe con un no, accompagnato magari da un tono di indignazione, tanto la risposta è scontata.

Eppure, ciò che per un semplice cittadino sarebbe inimmaginabile, è realmente accaduto.

E’ accaduto al direttore generale del Consorzio autostrade siciliane Salvatore Pirrone e al direttore tecnico dello stesso ente pubblico che ha la gestione delle autostrade siciliane, Gaspare Sceusa.

Il sostituto procuratore della Repubblica Anna Maria Grazia Arena ipotizzando nei loro confronti il reato di Disastro ambientale aveva chiesto la custodia cautelare in carcere.

Per un terzo funzionario del Cas Antonio Spitaleri, il pm aveva domandato il Divieto di dimora in provincia di Messina.

Il giudice per le indagini preliminari, Eugenio Fiorentino, non ha accordato le misure.

Ma non perché ha ritenuto non configurabile questo gravissimo reato (previsto dall’art. 452 quater del cod. pen.), ma perché ha considerato sufficiente a neutralizzare il pericolo di reiterazione del reato la misura della sospensione delle funzioni per 12 mesi.

Il peccato originale della frana

La frana è quella che il 5 ottobre del 2015 interessa l’autostrada Messina Catania, determinando nei pressi di Letojanni la chiusura dell’intero tratto di autostrada in direzione della città etnea. La Procura di Messina apre un’inchiesta.

Il Consorzio interviene il giorno stesso. Vengono affidati i lavori a una ditta di Letojanni, la Musumeci Spa, con procedura di somma urgenza e quindi affidamento diretto. Costo totale 500 mila euro. I lavori iniziano il 27ottobre 2015 e terminano il 26 gennaio del 2016.

Qualche giorno dopo viene aperta l’autostrada sia pure ad una corsia.

Il 26 novembre 2016, un anno dopo, in seguito ad abbondanti precipitazioni dei detriti cadono sull’autostrada: non fanno danni e la corsia viene chiusa solo per poche ore.

Pietro Concetto Costa, ingegnere di Catania, nominato consulente dal sostituto Anna Maria Grazia Arena titolare dell’inchiesta per accertare le cause della frana del 5 ottobre del 2015 e le eventuali responsabilità, ha analizzato pure i lavori che il Cas ha messo in cantiere in via d’urgenza a seguito della frana.

E ha concluso che l’opera realizzata in somma urgenza non è adeguata a proteggere la pubblica incolumità, in specie gli automobilisti.

In base a queste valutazioni e a quanto capitato un anno dopo con il crollo di detriti, il pubblico ministero e Giudice per le indagini preliminari hanno contestato ai funzionari che hanno avuto un ruolo nei lavori il reato di Disastro ambientale.

Se le accuse poggiano su un costone di sabbia

Si può mai sostenere che la costruzione di un’opera di contenimento fatta d’urgenza per evitare proprio il disastro ambientale e per proteggere la pubblica incolumità, sia pure fatta male, possa configurare in capo all’amministratore pubblico il reato che commette chi per esempio scarichi a mare migliaia di tonnellate di sostanze chimiche inquinanti o appunto determina il dissesto idrogeologico?

Certo che no.

Peraltro il consulente della Procura, il sostituto procuratore e il Gip,  a leggere l’ordinanza, valutano l’opera come se fosse l’opera definitiva per risolvere il problema.

E invece non è così.

Seppure la frana da allora non si è mossa più, il Cas ha nel frattempo elaborato un progetto definitivo che per risolvere definitivamente il problema prevede un costo di 12 milioni di euro.

Il diritto è buon senso

Ma non è solo il buon senso e la logica a sconfessare la tesi del sostituto Maria Grazia Arena e del Gip Fiorentino.

Basta leggere la norma del’articolo 452 quater del codice penale. Che hanno letto pure pubblico ministero e Gip, prendendone però – come si capisce scorrendo l’ordinanza di misure cautelari – solo un pezzetto.

La norma stabilisce che è disastro ambientale:  l’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema; oppure  (seconda ipotesi), l’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali; oppure, terzo caso, l’offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto e l’estensione compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone esposte a pericolo.

Il sostituto Arena e il Gip Fiorentino convergono sul terzo caso e in sintesi dicono: siccome le opere non sono state fatte bene e siccome c’è ancora il pericolo per le persone allora i due funzionari hanno commesso il reato di disastro ambientale.

Entrambi i magistrati però si concentrano sull’offesa alla pubblica incolumità, e dimenticano che la norma (il terzo caso) impone che la condotta tacciabile di Disastro ambientale abbia comunque determinato una compromissione o un fatto di alterazione della natura o dell’ecosistema e solo in conseguenza di ciò ci sia un’esposizione a pericolo per le persone.

I lavori di contenimento della frana hanno arrecato una grave compromissione o alterazione dell’ecosistema?

La risposta è elementare.

Senza contare che manca in ogni caso completamente nella condotta il dolo, necessario per contestare questo reato.

Il paradosso del tintinnio di manette

Il consulente della Procura nella sua perizia ha evidenziato che la frana del 5 ottobre 2015 è frutto di una serie di condotte illegittime tenute dai proprietari di alcuni villaggi turistici e di civili abitazioni ubicate a monte della frana e di alcune condotte omissive di taluni funzionari che non si erano attivati per prevenire le frana pur avendone l’obbligo.

In dieci sono stati iscritti sul registro degli indagati per Disastro ambientale, ma per nessuno di loro è stata assunto alcuna misura cautelare, richiesta e disposta per coloro (i tre funzionari del Cas sospesi dal Gip Fiorentino, appunto) che invece hanno cercato di bloccare gli effetti del fenomeno franoso.

Il peculato…. per aver pagato quanto dovuto

 

Per la verità, Pirrone, Sceusa e Spitaleri sono accusati pure di peculato e anche per questo reato il pm aveva chiesto la misura cautelare del carcere.

Ma anche questa imputazione, condivisa dal Gip Fiorentino, avrà di che far divertire gli avvocati e il Tribunale del Riesame, un po meno gli indagati.

La colpa dei tre è di aver liquidato di fatto 40 mila euro ai due progettisti dell’opera utilizzando una sorta di “copertura”.

Nella ricostruzione del sostituto Arena, i due progettisti (un ingegnere e un geologo) li nomina la ditta, che si era impegnata a effettuare solo i lavori, ma doveva nominarli la stazione appaltante Cas.

Poi però li paga il Cas attraverso lo “schermo”  di una perizia di variante in corso d’opera approvata dai vertici del Cas che porta l’importo dei lavori dai 400 mila euro inizialmente previsti a 500 mila.

Ai due professionisti vanno in tutto 40 mila euro.

Ora, il peculato è il reato del pubblico ufficiale che si appropria di un bene o di denaro della pubblica amministrazione di cui ha il possesso e può comportare una pena sino a 10 anni e 6 mesi.

Pur volendo ritenere verosimile la dietrologica ricostruzione del sostituto Arena sulla perizia di variante usata da “copertura”, ricostruzione fondata solo su deduzioni e nessun elemento di prova,  viene subito da porsi una domanda: Pirrone, Sceusa e Spitaleri si appropriano dei 40 mila euro?

Certo che no.

Forse pagano chi non ne ha diritto, al solo scopo, in ipotesi, di appropriarsi poi della somma in virtù di un accordo illecito a monte con gli stessi percettori, di una parte del denaro?

No.

E’ lo stesso Gip Fiorentino ad affermare che “i due professionisti hanno svolto effettivamente il lavoro e hanno diritto ad essere pagati”.

E allora come è possibile che due magistrati abbiano ritenuto che i tre abbiano commesso questo reato?

La risposta è impietosa: la lettura parziale e dunque errata già sotto il profilo della ratio della norma, di una massima di una sentenza del 2017 della Corte di cassazione.

Basta leggere l’ordinanza di misure cautelari firmata da Fiorentino per comprenderlo.

Il sostituto e il Gip per sostenere che la condotta dei tre pubblici funzionari sia peculato e non abuso d”ufficio (reato meno grave, che non consente gli arresti) citano i giudici con l’ermellino: “L’utilizzo di denaro pubblico per finalità diverse da quelle previste integra il reato di abuso d’ufficio qualora l’atto di destinazione avvenga in violazione delle regole contabili sebbene sia funzionale alla realizzazione, oltre che di indebiti interessi privati, anche di interessi pubblici“, scrive la Corte di Cassazione: ciò che potrebbe calzare a pennello alla condotta cosi come ricostruita dalla Procura che si fonda sul fatto che la perizia di variante di 100 mila euro sia stata fatta con lo scopo di far pagare al Cas chi doveva pagare invece la ditta.

La Cassazione continua: “mentre integra il più grave reato di peculato l’atto di disposizione compiuto in difetto di qualsiasi motivazione o documentazione ovvero in presenza di una motivazione di copertura formale per finalità esclusivamente private ed estranee a quelle della pubblica amministrazione“, affermano ancora i magistrati del massimo organo della giurisdizione.

“L’esistenza della “copertura formale” data dalla perizia di variante”, chiosa il Gip Fiorentino in accordo con il sostituto Arena, “propende per la contestazione del reato di peculato”.

Anche in questo caso i due magistrati si concentrano sulla “copertura”, che è una modalità dell’azione, e si coprono gli occhi sulla finalità della condotta richiesta dalla Cassazione perché possa essere contestato il peculato: le finalità esclusivamente private.

Hanno i tre funzionari del Cas un interesse esclusivamente privato nel far pagare i due professionisti (che, si ripete, ne avevano il diritto) attraverso la “copertura” della perizia di variante?

La risposta anche in questo caso è elementare.

E’ lo stesso sostituto procuratore a sostenere che i due professionisti andassero nominati e pagati dal Cas.

Se almeno una volta il Gip boccia il pm

Il sostituto procuratore Anna Maria Grazia Arena nelle sue richieste si era spinta anche oltre.

Aveva infatti chiesto la custodia in carcere per Pirrone e Sceusa e il divieto di dimora per Spitaleri anche per un altro reato: la frode in pubbliche forniture, punito con la reclusione sino a 5 anni.

Secondo la ricostruzione del magistrato, che ha pedissequamente fatto sue le conclusioni cui è giunto il consulente Certo, nel computare il costo dell’opera i pubblici funzionari avevano applicato solo in parte il prezziario dell’ Anas in modo da far lievitare i costi a vantaggio della ditta..

Il Gip Fiorentino su questo punto l’ha bocciata.

Ci ha messo poco il giovane giudice a ravvisare che il sostituto non aveva letto e applicato  correttamente la norma del codice penale. Ha, infatti, evidenziato che la frode nelle pubbliche forniture è reato che si realizza quando la ditta non si attiene nell’esecuzione dei lavori a quanto si è impegnata nel contratto: mentre in questo caso, si verte chiaramente in ipotesi completamente diversa.

 

Un alluvione di… reati

Il lavoro certosino del consulente della Procura ha portato il sostituto procuratore Arena a contestare oltre ai tre gravi reati per cui aveva chiesto la misura cautelare in carcere anche 19 ipotesi dei reato di abuso d’ufficio e falso ideologico: una ipotesi per ogni irregolarità riscontrata nella procedura amministrativa da chi è esperto di ingegneria e non certo di diritto amministrativo.

In media, secondo il pm, questo lavoro svolto con procedura di somma urgenza in 3 mesi e costato 500 mila euro sarebbe stato contrassegnato da un reato ogni 3 giorni.

Un consulente molto certosino

L’ingegnere Certo fu uno dei consulenti incaricati dalla Procura di fare luce sulle cause dell’alluvione di Giampilieri e Scaletta che il 2 ottobre del 2009 determinò la morte di 39 persone.

Sulla scorta della perizia, la Procura incriminò tecnici e ingegneri autori di opere risalenti a decenni prima. Ma il Tribunale, già in primo grado, li ha assolti tutti.