Riscaldamenti al massimo, finestre aperte e condizionatori d’aria fredda: al Tribunale di Messina in scena il festival dello spreco e della stupidità

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Tribunale di Messina

Il Tribunale di Messina

 

“Qua si scoppia di caldo”. Il coro è unanime: avvocati, cittadini, addetti alla vigilanza, sono tutti d’accordo.

Il colmo si è raggiunto nella giornata di giovedì 13 dicembre quando nell’aula in cui teneva udienza il collegio del Tribunale presieduto da Silvana Grasso sono  partiti i condizionatori d’aria fredda.

Si proprio così.

Riscaldamenti – come si dice in gergo – “a palla” e, contemporaneamente condizionatori d’aria fredda.

Termosifoni infuocati e finestre aperte.

In barba a ogni regola di logica e buon senso, senza scomodare concetti molto più complicati come risparmio energetico o inquinamento.

Al Tribunale di Messina il clima è torrido da alcune settimane e non solo per gli attacchi alla magistratura messinese scatenati dal deputato regionale Cateno De Luca.

E’ torrido perché già da novembre in chiara violazione di legge, che vieta in Sicilia di attivare i riscaldamenti prima del primo dicembre, a Palazzo Piacentini, dove la legge bisogna applicarla, sono stati attivati i riscaldamenti per diverse ore al giorno, nonostante le temperature siano quelle del sud italia e non certo di Milano o Bolzano.

l festival del paradosso e dello spreco, è anche ineluttabile.

Tutti si lamentano, meglio sommessamente, non si sa mai, ma sembra si tratti di un supplizio ulteriore per chi deve attendere ore che venga chiamato il suo processo e per non sudare è costretto a rimanere in maniche di camicia.

C’è chi da semplice cittadino si è rivolto agli uffici amministrativi della Corte d’appello: “Si, ha ragione, vediamo cosa si può fare”, ha spiegato a metà novembre un garbatissimo Alfredo Girbino, direttore amministrativo della Corte d’appello.

Ma tutto è rimasto come prima.

Tanto (apparentemente) non paga nessuno.

Domanda: se il presidente del Tribunale o il presidente della Corte d’appello dovessero pagare di tasca loro, tollererebbero lo spreco?

A casa loro, i riscaldamenti li tengono accessi contemporaneamente ai condizionatori d’aria fredda e alle finestre aperte?

E’ normale che a dicembre si debba sopportare il disagio del caldo in un luogo in cui il funzionamento del cervello (notoriamente in tilt con il caldo) è fondamentale?

Certo, non è questo il problema più grosso e importante di un servizio giustizia agonizzante.

Non è il più grosso, ma per risolverlo non ci vogliono né scienziati, né riforme legislative.

Spedizione punitiva nel carcere di Gazzi, condannati gli otto autori dell’aggressione a Angelo Lorisco e Stefano Rottino. Alla base della “lezione”, l’aiuto al collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano, arrestato insieme a loro nell’inchiesta Vecchia Maniera

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L'entrata del carcere di Gazzi

L’entrata del carcere di Gazzi

 

Organizzarono e portarono a segno a colpi di pugni e schiaffi la spedizione punitiva contro Angelo Lorisco e Stefano Rottino, perchè “colpevoli” di avere aiutato Carmelo Bisognano, benché l’ex boss di Barcellona Pozzo di Gotto avesse collaborato (dal 2010) con la giustizia contribuendo a fare arrestare molti esponenti dell’organizzazione mafiosa, tra cui alcuni di loro.

Per l’aggressione ad Angelo Lorisco e a Stefano Rottino, avvenuta nel carcere di Gazzi il 26 maggio del 2016, sono stati condannati Salvatore Bucolo, Angelo Bucolo, Maurizio Trifirò, Santino Benvenga, Carmelo Maio, Sebastiano Torre, Mario Pantè e Marco Chiofalo.

Le due vittime dell’aggressione erano stati arrestati qualche giorno prima,il 18 maggio del 2016, nell’ambito dell’inchiesta Vecchia Maniera, che ha portato in carcere il collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano.

L’ex boss era accusato di aver continuato a delinquere (intestazione fittizia di beni, tentata estorsione ai danni dell’impresa Torre e False dichiarazioni al difensore)  anche mentre era sottoposto al programma di protezione, servendosi soprattutto di Angelo Lorisco (incriminato, infatti, in concorso con Bisognano per la tentata estorsione e l’intestazione fittizia di beni)

Mentre la stessa inchiesta aveva certificato dei contatti con Stefano Rottino, arrestato con l’accusa di tentata estorsione, avente ad oggetto del denaro, ai danni della profumeria Principato di Barcellona.

Fu per questo che il gruppo di esponenti del clan dei barcellonesi da tempo reclusi a Gazzi idearono l’aggressione.

Rottino fu colpito a calci e pugni nel cortile dell’area passeggio dai due Bucolo, Trifirò e Benvenga.

Qualche ora dopo, Lorisco fu aggredito dagli altri quattro imputati mentre in compagnia di un agente di polizia penitenziaria faceva ritorno nella sua cella: l’agente stesso rimase coinvolto e riportò un leggero trauma.

Due gruppi in azione

Le prognosi per Rottino e Lorisco furono inferiori ai 40 giorni e quindi gli aggressori rispondevano di lesioni personali lievi, pluriaggravate per le modalità e il movente.

Ai componenti del gruppo che aveva partecipato all’aggressione di Lorisco, era contestato pure il reato di resistenza a pubblico ufficiale.

Da qui e dai precedenti penali la diversità delle pene comminate agli imputati dal Tribunale di Messina, presieduto da Silvana Grasso.

Le pene nel dettaglio

Nel dettaglio, la pena più pesante è toccata a Mario Pantè, condannato a 7 anni e 4 mesi di reclusione; Carmelo Maio e Marco Chiofalo hanno rimediato una pena di anni 5 e 6 mesi; Sebastiano Torre di 5 anni e 3 mesi: i 4 hanno aggredito Lorisco.

Pene piu miti, visto che non rispondevano di resistenza a pubblico ufficiale, sono toccati a Maurizio Trifirò che ha “avuto” 4 anni e 8 mesi di reclusione; a Salvatore Bucolo, 4 anni e 2 mesi; a Angelo Bucolo e Santino Benvenga, 3 anni e 10 mesi di reclusione.

Se Rottino ha la pressione bassa

Completamente diverso l’atteggiamento nel processo da parte delle due vittime dell’aggressione.

Angelo Lorisco si è costituto parte civile e nel corso dell’esame dibattimentale ha confermato la dinamica dei fatti accertata dagli inquirenti, indicando le persone che aveva riconosciuto.

Stefano Rottino, a cui nell’agosto del 2006 era stato ammazzato da una frangia della stessa organizzazione mafiosa il fratello Ninì Rottino, invece ha dichiarato di non ricordare nulla di quanto gli è occorso, e che riteneva che le ferite riportate fossero una conseguenza di una caduta per effetto di un abbassamento di pressione, problematica di cui soffre da sempre.

Ora rischia l’incriminazione per falsa testimonianza: il Tribunale ha disposto infatti la trasmissione degli atti al pubblico ministero per le valutazioni di competenza.

Gli esiti provvisori di Vecchia maniera

Per le accuse di intestazione fittizia di beni e tentata estorsione Angelo Lorisco è stato condannato in primo grado e in appello a tre anni di reclusione.

Stefano Rottino, già condannato in primo e secondo grado per associzioni di stampo mafioso, è stato prosciolto dall’accusa di tentata estorsione, avente ad oggetto denaro, ai danni della profumeria Principato.

Il gup Monica Marino, nell’ordinanza di proscioglimento ha rilevato come se anche non ci siano stati pagamenti in denaro né nelle richieste si facesse riferimento a denaro ma a profumi, comunque quest’ultimi erano stati consegnati dai titolari della profumeria per la paura nascente dalla caratura criminale di Rottino, con cui non avevano alcun rapporto.

Per gli stessi reati di Lorisco, l’ex boss Carmelo Bisognano è stato condannato a cinque anni in primo grado.

Dal luglio del 2017, Bisognano è in carcere a Roma in quanto accusato anche di accesso abusivo al sistema informatico e di violazione del segreto d’ufficio, reati in ipotesi commessi in concorso con gli agenti della scorta deputati a proteggerlo.

La Corte di cassazione in data 27 ottobre del 2017 ha annullato l’ordinanza del Gip del tribunale di Roma, rilevando un vizio di motivazione in ordine alla connessione tra i reati commessi a Messina e quelli commessi a Roma: se mancasse non si potrebbero usare a Roma le intercettazione raccolte dal commissariato di Barcellona.

Di recente, a un anno e mezzo dagli arresti del maggio del 2016, a Bisognano è stato revocato il programma di protezione, sanzione prevista in caso di violazione delle regole di condotta imposte a un collaboratore, anche se non sfociano in reati.

 

 

Travolge un ciclista e tira diritto, il giudice onorario Gianluca Manca identificato nove giorni dopo grazie ad un video girato da telecamera privata. Nel frattempo ha tenuto udienze al Tribunale di Barcellona. Sta applicando la legge anche stamani, due giorni dopo l’avviso di garanzia

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Non si ferma allo stop di un incrocio, travolge un ciclista e tira diritto.

E mentre gli inquirenti cercavano di individuare chi per poco non ha ammazzato l’anziano uomo in sella alla bici, teneva regolarmente udienza al Tribunale di Barcellona, come se nulla fosse accaduto.

Gianluca Manca, avvocato e giudice onorario del Tribunale del Longano, ha applicato la legge in nome del popolo italiano, giudicando della responsabilità penale di cittadini accusati di reati minori, anche nella giornata di ieri, dopo che la polizia gli aveva già notificato l’informazione di garanzia: lesioni personali stradali e omissione di soccorso o Fuga del conducente in caso lesioni personali stradali  le possibili contestazioni, reati per i quali non è previsto l’arresto.

Il giudice Manca sta tenendo udienza proprio ora nella mattinata del 22 novembre 2017, in sostituzione di un collega.

L’anziano ciclista, finito all’ospedale con un grosso trauma cranico e con una serie di ferite lacero contuse, è ancora ricoverato ma – da quanto è trapelato – fuori pericolo di vita. Di trenta giorni la prognosi, il che al momento farebbe ipotizzare il reato di lesioni personali lievi, punite con pena sino a tre anni.

Il giudice onorario Gianluca Manca

Il giudice onorario Gianluca Manca

Per poco manca…va il responsabile

Il giudice onorario Manca è stato individuato come il conducente dell’auto che ha travolto la bicicletta nella mattina dell’11 novembre del 2017 per puro caso.

E’ stata la telecamera piazzata sul balcone di una civile abitazione e orientata sull’incrocio a filmare il terribile impatto: il video diffuso sopra altro non è se non la ripresa con il cellulare dello schermo di una tv su cui vengono fatte scorrere le immagini registrare dalla telecamera stessa.

Gli inquirenti della polstrada sono riusciti ad individuare l’auto pirata in una Opel Insigna Sw e hanno così puntato sui pochi proprietari di quest’auto e, infine, dopo nove giorni hanno accertato che si trattava proprio di quella di Gianluca Manca.

Nella zona non ci sono negozi e uffici e quindi telecamere fisse e, dunque, se non ci fosse stato il video amatoriale il conducente dell’auto non sarebbe mai stato identificato.

Nel nome della legalità e… della verità

Gianluca Manca è molto conosciuto non solo a Barcellona ma un pò in tutt’Italia in quanto fratello di Atttilio Manca, l’urologo trovato morto l’11 febbraio del 2004 nella sua casa di Viterbo.

Per i magistrati della procura di Viterbo, la morte fu determinata dal un mix di eroina e anfetamine e di recente Monica Mileti, la donna con cui Manca era entrata in contatto i giorni precedenti la morte, è stata condannata dal Tribunale di Viterbo per avergli fornito la dose letale.

Tuttavia, la famiglia Manca non si è mai rassegnata a questa verità.

Assistita dal legale fabio Repici e in tempi più recenti dall’ex pm Antonino Ingroia, ha sostenuto la tesi che Manca fosse stato ammazzato perché aveva operato di prostata il latitante boss Bernardo Provenzano a Marsiglia, benché tra le altre cose, la Procura di Palermo, la stessa cui apparteneva Ingroia, avesse individuato tutti i componenti francesi dell’equipe che ha operato Provenzano sotto falso nome e tra questi non c’era il medico barcellonese.

Gianluca Manca in questi anni ha partecipato a trasmissioni televisive delle reti nazionale e a manifestazioni e incontri antimafia e per promuovere la legalità, ribadendo la tesi che il fratello è vittima della mafia e che la Procura di Viterbo non ha voluto accertare la verità.

 

Le dichiarazioni “di favore” del collaboratore di Giustizia Carmelo Bisognano, la Procura insiste per il proscioglimento e il gip Simona Finocchiaro accoglie. Revocato il programma di protezione un anno e mezzo dopo gli arresti

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Carmelo Bisognano

Carmelo Bisognano

 

Da collaboratore di giustizia si era impegnato a fare nuove dichiarazioni in cambio dell’aiuto economico necessario ad iniziare l’attività imprenditoriale sotto mentite spoglie, ma poi in sede di indagini difensive il 30 settembre del 2015 non ha cambiato la sua versione fornita in precedenza sulla caratura criminale dell’imprenditore Tindaro Marino, a cui le dichiarazioni servivano per tentare di sfuggire alla condanna per concorso esterno e al sequestro di tutti i beni.

E’ questa la conclusione cui è giunto il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Messina, Simona Finocchiaro, disponendo il proscioglimento di Carmelo Bisognano, ex boss di Barcellona Pozzo di Gotto, dal 2010 collaboratore di giustizia.

Arrestato il 18 maggio del 2016 nell’ambito dell’inchiesta Vecchia Maniera anche per Tentata estorsione e Intestazione fittizia di beni, reati per cui è stato condannato in primo grado, Bisognano era imputato del reato di False dichiarazioni al difensore rilasciate nell’ambito di investigazioni difensive.

 

Stesse dichiarazioni, valutazioni diametralmente opposte

Il giudice Finocchiaro l’ha pensata in modo diametralmente opposto alla collega Monica Marino e ha aderito all’assunto dei sostituti della direzione distrettuale antimafia, Angelo Cavallo e Vito Di Giorgio, che hanno insistito per il proscioglimento del collaboratore di giustizia.

Il giudice per le indagini preliminari Marino, infatti, il 26 giugno del 2017, aveva rigettato la prima richiesta di archiviazione avanzata dagli stessi magistrati Cavallo e Di Giorgio e  aveva ordinato loro di disporre l’imputazione coattiva nei confronti di Bisognano, di Tindaro Marino e di Angelo Lorisco, ovvero colui che teneva i rapporti tra Bisognano, in località protetta dal momento dell’inizio della collaborazione avvenuta nel 2010, e Marino, all’epoca agli arresti domiciliari.

Le dichiarazioni della discordia

I due pm Cavallo e Di Giorgio, che hanno gestito sin dall’inizio la collaborazione grazie alla quale sono stati arrestati vari esponenti della mafia del Longano e hanno chiesto nel 2016 gli arresti per Bisognano, non si sono discostati dalla prima richiesta di archiviazione che avevano motivato aderendo a quella che sin da subito era stata la tesi difensiva di Bisognano e del suo avvocato Fabio Repici.

E da questa tesi, nonostante la bocciatura della Marino, non si sono mossi.

Il collaboratore di giustizia, un mese dopo gli arresti, ha chiesto e ottenuto di essere interrogato dai due pm Di Giorgio e Cavallo: “Ammetto di aver fatto il patto con Marino e che questi in cambio ha acconsentito entrare come socio occulto nella società Ldm Costruzioni Srl dietro la condizione che facessi nuove dichiarazioni sul suo conto. E’ stato un grave errore e una violazione delle regole che mi imponeva il programma di protezione”.

Che ci fossero state delle trattative per rendere delle dichiarazioni di favore era un dato di fatto. C’erano infatti molteplici intercettazioni telefoniche e ambientali che attestavano le trattative tra Bisognano e Tindaro Marino.

“Tuttavia, non ho detto il falso né ho cambiato versione rispetto a quanto avessi dichiarato prima“, ha affermato dinanzi ai due pm Bisognano.

Insomma – seguendo il ragionamento di Bisognano – Marino  in cambio del suo aiuto economico voleva dal collaboratore delle dichiarazioni di favore; Bisognano ha accettato la proposta “scellerata”; Marino ha chiesto insistentemente al suo difensore, Salvatore Silvestro, di sentire Bisognano; il 30 settembre del 2015, alla presenza dei suoi difensori Fabio Repici e Mariella Cicero, il collaboratore però poi queste dichiarazioni di favore non le ha fatte; tuttavia, il legale di Marino le ha depositate in Cassazione e in Corte d’appello e Marino stesso è entrato lo stesso in società con Bisognano, offrendo il suo apporto economico per l’attività di Ldm Costruzioni Srl.

In conclusione, l’imprenditore Marino – a seguire la tesi difensiva – è stato in qualche modo raggirato da Bisognano.

Di Giorgio e Cavallo dopo aver confrontato la trascrizione della registrazione integrale delle dichiarazioni rese il 30 settembre del 2015 con quelle rese in precedenza, hanno sposato la tesi di Bisognano: “Nelle linee essenziali, le dichiarazioni di Bisognano su Marino non sono cambiate”, hanno scritto nella prima richiesta di archiviazione, cambiando così l’idea che si erano fatti al momento di richiedere la misura cautelare per Bisognano.

Al collaboratore, infatti, avevano contestato, sulla base dei verbali riassuntivi, anche di aver fatto dichiarazioni diverse e di favore rispetto a prima sul conto dell’imprenditore di Gioiosa Marea.

Questione di Giudice

Lo stesso lavoro di confronto tra le dichiarazioni del 30 settembre del 2015 (sia dei verbali riassuntivi che delle dichiarazioni integrali) e quelle rese in precedenza lo ha fatto il Gip Marino, che era giunto senza esitazioni a conclusioni invece diametralmente opposte a quelle dei due pm e ora della collega Finocchiaro.

Conclusivamente, può senz’altro sostenersi che Carmelo Bisognano, in ossequio ad accordi presi in precedenza con Tindaro Marino, abbia rilasciato false dichiarazioni sullo stesso Marino, in quanto oggettivamente diverse da quelle rese in precedenza, assolutamente più favorevoli in quanto ne attenuano non poco la sua responsabilità penale e ciò al fine di conseguire un’utilità e un vantaggio di non poco rilievo: poter iniziare a svolgere una nuova e lucrosa attività imprenditoriale al riparo da occhi indiscreti”, aveva scritto il 26 giugno scorso il Gip Marino, giudice che aveva accolto la richiesta di misure cautelari per l’ex boss del Longano.

Alla Vecchia Maniera

Tre mesi dopo, il 28 settembre del 2017, per il reato di intestazione fittizia di beni (proprio nella società Ldm Costruzione srl) e di tentata estorsione che, unitamente al reato di False dichiarazioni ora archiviato dal Gip Finocchiaro,  gli erano stati contestati al momento degli arresti, Bisognano è stato condannato in primo grado a 5 anni di reclusione dal Tribunale di Barcellona. A due anni è stata la pena per Marino.

 

Se la Procura di Roma bussa alla porta

Da venerdì 7 luglio 2017 Bisognano è nel carcere di Rebibbia. Era stato prelevato dalla località in cui viveva sotto protezione e arrestato su ordine del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Chiara Gallo, che ha accolto la richiesta della Procura, guidata da Giuseppe Pignatone.

La procura di Roma, a cui erano stati trasmessi gli atti per competenza territoriale, ha declinato l’accusa in termini di violazione abusiva dei sistemi informatici e di violazione del segreto d’ufficio.

Sempre nell’ambito dell’inchiesta Vecchia Maniera condotta dal commissario di Barcellona diretto da Mario Ceraolo era pure emerso che due degli agenti (Domenico Tagliente e Enrico Abbina) che dovevano proteggerlo e controllarlo, avevano intessuto con il collaboratore un rapporto di complicità che consentiva a quest’ultimo di muoversi e incontrarsi a suo piacimento, anche con altri collaboratori di giustizia, in violazione di ogni norma regolamentare e, soprattutto, di avere libero accesso al sistema informatico della polizia.

Bisognano era libero. Infatti, su richiesta del suo difensore Repici, era stato scarcerato il 26 maggio del 2017 proprio dal Tribunale di Barcellona (che poi lo ha condannato), anche sulla base della considerazione che il programma di protezione non fosse stato revocato.

 

La revoca del Programma di protezione

La legge prevede che la violazione delle regole di condotta (anche se in ipotesi non costituisce reato) che il collaboratore di giustizia si impegna a osservare comporta la revoca del programma di protezione. Tuttavia, a Bisognano dopo gli arresti di maggio del 2015 era stato mantenuto il programma di protezione. Ed era stato mantenuto anche dopo gli arresti chiesti e ottenuti dalla Procura di Roma il 7 luglio del 2017.

In questo modo l’ex boss di Barcellona ha continuato a godere dello speciale trattamento riservato ai collaboratori e che pagano i contribuenti italiani: la scorta, due avvocati, la casa, i viaggi e un assegno mensile di 1600 euro.

Ciò di cui godeva mentre – secondo gli inquirenti e il Tribunale di Barcellona – commetteva reati

Il programma di protezione gli è stato revocato da qualche settimana, dopo la condanna del Tribunale di Barcellona del 29 settembre 2017 e un anno e mezzo dopo gli arresti.

 

Gemello morto due giorni dopo la nascita, per la Corte d’appello Edoardo Bombara non fu assistito adeguatamente. Tre medici del Policlinico condannati al risarcimento. Le tappe di una vicenda lunga 12 anni e finita con la prescrizione

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Errori-medici

 

Erano gemelli. Uno, Cristiano, non appena venne al mondo il 18 dicembre del 2005 in una delle sale parto del Policlinico Universitario di Messina manifestò piccoli problemi respiratori: ora ha 12 anni e gode di ottima salute.

L’altro, Edoardo, alla nascita stava molto meglio del fratellino e tuttavia morì due giorni dopo, nelle primissime ore del 20 dicembre, nell’Unità terapia intensiva neonatale.

Per la Corte d’appello di Messina, presieduta da Maria Tindara Celi, la morte di uno dei gemelli Bombara non è stato un caso propiziato da una “congiuntura astrale sfavorevole”, per usare le parole dell’allora direttore sanitario Giovanni Materia, ma il frutto della condotta negligente dei tre sanitari che avevano in carico Edoardo nella giornata del 19 dicembre 2015.

I giudici di secondo grado, riformando totalmente la sentenza di primo grado, hanno ritenuto che i medici del reparto di Terapia intensiva neonatale, Antonia Bonarrigo, Viviana Tulino e Giuseppe Pagano, siano stati responsabili per negligenza della morte di Edoardo.

I giudici hanno ritenuto invece non responsabile il quarto imputato Alessandro Arco.

I tre sanitari, comunque, andranno esenti da sanzione penale in quanto il reato di omicidio colposo che veniva loro contestato è ampiamente prescritto.

La condanna è stata emessa solo ai fini del risarcimento dei danni che verrà, salvo eventuale e diverso giudizio della Cassazione, quantificato in sede civile.

La consulenza decisiva

Decisiva per la condanna dei tre medici la consulenza tecnica disposta dall’organo della giurisdizione di secondo grado e affidata al medico legale Antonello Crisci di Salerno.

Secondo il medico legale salernitano, la sofferenza respiratoria di Edoardo era frutto di una lieve immaturità polmonare,la stessa che aveva il gemello Cristiano, che poteva e doveva essere diagnosticata da subito e trattata, come da collaudato protocollo terapeutico, con il surfactante.

Ciò avrebbe evitato con altissima probabilità – secondo il consulente – la  morte di Edoardo.

Invece, i sanitari, che avrebbero dovuto essere ancor di più attenti alla luce della sofferenza respiratoria del gemello (per contro tempestivamente e adeguatamente trattata), non avevano tenuto sotto controllo le condizioni di Edoardo, omettendo di eseguire gli esami strumentali che avrebbero per tempo consentito di fare la diagnosi.

In realtà, che vi fossero delle responsabilità a carico dei medici era emerso anche dall’apporto medico scientifico dei consulenti del pubblico ministero: l’inchiesta fu coordinata da Angelo Cavallo.

I tre medici legali, Giuseppe Ragazzi, Conversano e Di Noto, erano giunti alle stesse conclusioni di responsabilità degli imputati cui è giunto da ultimo Crisci, imponendo al pm la richiesta di rinvio a giudizio.

Il Tribunale di Messina, nella persona del giudice Monica Marino, il 12 maggio del 2012, però, aveva assolto i quattro medici, per l’impossibilità di accertarne la responsabilità al di là di ogni ragionevole dubbio.

Il giudice Marino aveva messo in rilievo in motivazione come dubbi sulla causa della morte individuata dai consulenti del pm, derivassero da una perizia di parte, ad opera del pediatra Paolo Biban, che aveva individuato la morte del neonato in una ipotetica grave infezione, mai provata, e desunta dal fatto che ce l’avesse il gemello sopravvissuto Cristiano.

L’assoluzione di Arco

Cinque anni dopo, la Corte d’appello ribaltando la sentenza di primo grado, ha tuttavia confermato l’assoluzione di uno dei quattro indagati, Alessandro Arco, nel frattempo divenuto primario dell’Unità Terapia intensiva neonatale, in precedenza per anni diretta da Ignazio Barberi.

Arco, si è sempre difeso sostenendo che quel giorno del 19 dicembre pur essendo di servizio era stato impegnato in altre incombenze (ambulatorio di day hospital e attività amministrativa), e non aveva mai visitato il neonato, che aveva visto solo al momento del giro anche se alcuno dei colleghi gli avesse impartito disposizioni; né aveva mai espresso pareri o valutazioni sul neonato.

La Corte d’appello ha ritenuto fondata questa linea di difesa, non condannando Arco.

La mamma dei gemelli, Silvana Materia, e il papà Giovanni, sono stati assistiti in giudizio dall’avvocato Roberto Materia, zio dei gemelli, e dal collega Salvatore La Fauci.

Donatella Sindoni non è più consigliere comunale, al suo posto subentra Giuseppe Siracusano. Anche per la Corte d’appello non era eleggibile. La sentenza è immediatamente esecutiva. Naufragano le tesi del legale Antonio Catalioto. Il caso sollevato da un servizio giornalistico.

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Antonio Catalioto e Donatella Sindoni

Antonio Catalioto e Donatella Sindoni

Donatella Sindoni non era eleggibile ed è sostituita da Giuseppe Siracusano.

La corte d’appello di Messina si trova d’accordo con il Tribunale e decreta la decadenza dal Consiglio comunale della biologa prestata alla politica.

Nel contempo, dispone che il suo posto venga ricoperto dal primo dei non eletti della lista cui apparteneva alle elezioni amministrative del 2013.

Non potendo essere Giovanni Cocivera, che nel frattempo è finito prima agli arresti e poi sotto processo per gravi reati connessi alla sua professione di ginecologo, i giudici hanno decretato che temporaneamente il nuovo consigliere comunale sia Giuseppe Siracusano, di professione avvocato.

Dura lex… sed lex

Il provvedimento della Corte d’appello, pubblicato qualche minuto fa, per la legge è immediatamente esecutivo e dunque la Sindoni non è più da considerasi appartenente al civico consesso.

Donatella Sindoni al momento in cui è stata eletta nel giugno del 2013 era ineleggibile, benché avesse dichiarato di non avere alcuna causa di ineleggibilità all’atto della presentazione delle candidature.

Era, infatti, titolare di un laboratorio di analisi convenzionato con l’Asp 5 di Messina: ciò che la legge regionale e nazionale vietavano e vietano.

La stessa consigliera, peraltro, aveva occupato lo scranno di consigliere comunale tra il 2005 e il 2006 pur essendo allo stesso modo ineleggibile.

La Corte d’appello si è trovata d’accordo con il Tribunale, che aveva sancito la ineleggibilità della Sindoni già il 2 febbraio del 2016.

Ancora prima, il 30 giugno del 2016, l’Ufficio legale e legislativo della Regione, massimo organo di consulenza giuridica degli enti locali siciliani, aveva dichiarato la consigliera ineleggibile.

L’ineleggibilità era stata sollevata, un anno prima, il 22 giugno del 2015,  da un servizio giornalistico a firma di Michele Schinella pubblicato sul blog www.micheleschinella.it dal titolo “Occupa lo scranno di consigliere comunale ma era ineleggibile. Lo strano caso di Donatella Sindoni”.

Tuttavia, nonostante fosse chiaro e palese che la Sindoni non si potesse candidare alle elezioni del 2013, è rimasta in carica sino a pochi mesi dalla scadenza del mandato  grazie ai ritardi e alle indecisioni del segretario generale del Comune Antonino Le Donne e al comportamento di gran parte dei consiglieri comunali, che all’atto di votare la decadenza non si sono presentati al voto come è accaduto da ultimo hanno ritirato la firma sulla proposta di delibera della decadenza (vedi servizio).

Una difesa…eccezionale

Assistita dal suo legale Antonio Catalioto, le cui tesi sono state spazzate via da due organi giurisdizionali della repubblica italiana e prima ancora dal massimo organo di consulenza giuridica della regione, la consigliera le ha provate tutte (conferenze stampa comprese)  pur di rimanere incollata allo scranno che per legge non poteva occupare, riuscendo a guadagnare mesi e mesi di carica e di gettoni di presenza.

La consigliera infatti pur di impedire al Consiglio comunale di votare sulla sua ineleggibilità a poche ore dal voto denunciò in Procura il segretario generale Le Donne e minacciò di denunciare i colleghi consiglieri.

Tutta la vicenda, dipanatosi per due anni e mezzo, è illustrata nel servizio, sempre a firma di Michele Schinella, dal titolo “Caso Sindoni: “Il segretario generale Le Donne sotto accusa e denunciato in Procura. L’avvocato Scurria ispira il vicesegretario del Comune Interdonato. Ma le tesi del legale non stanno in piedi. Come quelle del collega Catalioto”

 

 

 

 

 

 

 

Risanamento di Fiumedinisi in conflitto di interessi, assolto l’onorevole Cateno De Luca. Era accusato di abuso d’ufficio e tentata concussione. Il Tribunale dà atto della prescrizione per alcune imputazioni e lo ritiene non colpevole per altre. Promosso il Contratto di quartiere “criminalizzato” dalla Procura

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cateno de luca

 

 

Assolto: per prescrizione rispetto ad alcuni capi di reato e nel merito rispetto ad altri.

E’ questo l’esito del giudizio di primo grado a carico di Cateno De Luca, eletto deputato regionale il 5 novembre del 2017 e arrestato (per la seconda volta) con l’accusa di aver promosso un’associazione per delinquere finalizzata alle false fatturazioni e all’ evasione fiscale, tre giorni dopo, l’8 novembre.

Una serie di illegalità commesse in concorso con altri amministratori e tecnici del Comune nell’attuazione del Contratto di quartiere che avrebbe dovuto cambiare il volto di Fiumedinisi, il piccolo centro di cui è stato sindaco dal 2004 sino al 27 giugno del 2011, quando fu arrestato.

Queste erano in sintesi le contestazioni da cui doveva difendersi De Luca.

E da queste accuse è uscito indenne da condanna: il Tribunale di Messina presieduto da Mario Samperi lo ha, infatti, assolto.

L’inchiesta e il successivo processo a carico di Cateno De Luca che oggi si è concluso con la sentenza di primo grado ha ad oggetto il Contratto di quartiere ViviFiumedinisi, proposto al fine “di porre un argine ai fenomeni di abbandono del centro e di degrado ambientale e sociale, prevede oltre che interventi sul patrimonio edilizio esistente da recuperare, anche la realizzazione di opere di urbanizzazione, quali strutture di carattere sociale, ma soprattutto il recupero delle aree adiacenti il corso del fiume”, come si legge nel decreto di finanziamento del ministero dell’ Economia.

Tra le opere più importanti da costruire, le sponde in cemento armato per arginare il fiume, un centro benessere, un centro congressi, un impianto sportivo e delle abitazioni private di persone riunite nella cooperativa Mabel.

Le opere dovevano essere finanziate dallo Stato e della Regione per complessivi 125 milioni di euro, ma anche dai soggetti privati coinvolti, secondo lo spirito del Contratto di quartiere che vuole la sinergia tra il pubblico e il privato ed è strumento di pianificazione urbanistica che opera modificando il Piano regolatore generale.

In conflitto di interesse

Specificamente, per quanto riguarda i privati, il centro benessere dalla società Dionisio e il centro congressi dalla Caf Fenapi Srl, riconducibili a De Luca.

Nella sostanza, a Cateno De Luca veniva rimproverato di aver agito in conflitto di interessi, finendo per compiere una serie di reati di abuso d’ufficio e due di tentata concussione: da un lato, sindaco del comune di Fiumedinisi, parte pubblica cui spettava promuovere il Contratto di quartiere,  dall’altro lato, nello stesso tempo, proprietario della società Dionisio Srl, fratello del vicepresidente della cooperativa Mabel e proprietario di fatto del Caf Fenapi srl, parti private.

Il Contratto di quartiere e la criminalizzazione infondata della Procura

Cateno De Luca era accusato di aver proposto e portato all’approvazione una serie di delibere  del Consiglio comunale, ritenute illegittime dalla Procura perché tese a dare l’avvio allo strumento del contratto di Quartiere, configurato dall’accusa come strumento “criminale” per i propri interessi e quelli delle società a lui riconducibili.Quest’accusa è stata ritenuta non fondata dal Tribunale che ha assolto nel merito De Luca.

Allo stesso modo, pronunciando l’assoluzione nel merito, la Corte ha ritenuto che non fosse fondata l’accusa di aver dato il via libera al Contratto di quartiere  senza prima avere ottenuto la necessaria Valutazione ambientale della Regione Sicilia.

La concussione

Al deputato regionale veniva pure contestato di aver sottoposto nel 2005 i proprietari di due terreni (Massimo Giardina e i suoi genitori e Carmelo De Francesco), su cui dovevano sorgere delle opere previste dal Contratto di Quartiere approvato dalla Regione, minacciandoli di espropriare il loro terreno se non avessero voluto cederlo volontariamente: ciò che peraltro era previsto dalla legge, ma avrebbe richiesto tempi più lunghi. Il Tribunale ha riqualificato il reato in tentata induzione indebita a dare o promettere utilità, ha emesso sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione.

 

De Luca all’attacco dei giudici

Cateno De Luca assistito dal legale Carlo Taormina non ha pensato solo a difendersi, ma ha attaccato pesantemente i magistrati Vincenzo Barbaro e Liliana Todaro, additati come coloro che si sono mossi con l’unico scopo di farlo fuori dalla scena politica, su input dell’allora Governatore Raffaele Lombardo, che De Luca aveva all’epoca attaccato.

Fendenti sono stati sferrati anche nei confronti dei giudici, accusati di parzialità, del collegio presieduto da Samperi che lo doveva giudicare: De Luca il 30 gennaio del 2017 ha presentato alla Corte di Cassazione un’istanza di rimessione del processo per legittima suspicione di 194 pagine.

La Corte di cassazione il 26 settembre 2017 l’ha dichiarato inammissibile l’istanza perché “fondata su meri sospetti”.

De Luca però con questa istanza ha guadagnato nove mesi di tempo che gli hanno permesso di candidarsi alle elezioni del 5 novembre 2017 prima che si giungesse alla sentenza.

Vecchia Maniera, la Corte d’appello conferma la condanna a tre anni per Angelo Lorisco per tentata estorsione e intestazione fittizia di beni. Era l’uomo fidato dell’ex boss Carmelo Bisognano, che dalla località protetta di collaboratore continuava a svolgere attività imprenditoriale. E non solo….

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 Angelo Lorisco

Angelo Lorisco

 

Carmelo Bisognano lo usava dalla località protetta di collaboratore di giustizia per continuare a svolgere attività imprenditoriale a Barcellona. Insieme all’ex boss della mafia del Longano, Angelo Lorisco fu arrestato il 16 maggio del 2016.

Oggi è stato condannato dalla Corte d’appello di Messina.

Il collegio presieduto da Francesco Tripodi confermando la sentenza a emessa in primo grado dal Tribunale di Barcellona gli ha inferto tre anni di reclusione.

Angelo Lorisco era accusato di intestazione fittizia di beni e di tentata estorsione, reati commessi tra il 2015 e il 2016 in concorso con lo stesso Bisognano.

In pratica, dalle attività di indagine condotte dal commissariato di Barcellona era emerso che Bisognano pur essendo un collaboratore di giustizia in violazione delle regole imposte nel programma di protezione, dalla località protetta, usando appunto Lorisco, aveva costituito una società e aveva iniziato l’attività di imprenditore, sotto mentite spoglie, grazie all’aiuto dell’imprenditore Tindaro Marino, sottoposto alla misura di prevenzione patrimoniale e condannato all’epoca per concorso esterno alla mafia.

Per tornare operativo, Bisognano sempre tramite Lorisco aveva strumentalizzato il ruolo di collaboratore e tentato di sottoporre a estorsione i membri della famiglia Torre, titolari di un’azienda, minacciando di fare dichiarazioni sul loro conto: da qui l’accusa per entrambi anche di tentata estorsione.

L’ex boss della mafia Bisognano, collaboratore di giustizia dal 2010, ha scelto il rito ordinario e per gli stessi reati è stato condannato in primo grado a 5 anni di reclusione (vedi articolo).

Il collegio presieduto da Tripodi nel condannare Lorisco ha ritenuto che non vi fossero i presupposti per la condanna al risarcimento a favore di una serie di associazioni antiracket, che invece in primo grado avevano ottenuto prima di costituirsi parte civile e poi anche la liquidazione di somme di denaro.

La spedizione punitiva

Qualche giorno dopo gli arresti, Angelo Lorisco, fu selvaggiamente pestato in carcere da un gruppo di detenuti che lo volevano punire perché aveva aiutato Bisognano considerato, a causa della collaborazione con la giustizia, un “infame”.

Al Tribunale di Messina è in corso il processo che vede sul banco degli imputati coloro che sono stati individuati come gli autori del pestaggio: Lorisco si è costituito parte civile.

IL COMMENTO. Se l’Università diventa teatro di propaganda elettorale, in barba alla sua natura di istituzione neutrale e super partes e alla par condicio tra i candidati

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Franco De Domenico

Franco De Domenico

 

“Al termine dei lavori del Consiglio, il direttore generale Franco de Domenico, avrà il piacere di incontrare il personale docente e tecnico amministrativo del Dipartimento”.

La postilla è contenuta in calce all’ordine del giorno del Consiglio di Dipartimento di Scienze cognitive convocato per il 7 ottobre per deliberare su una serie di provvedimenti relativi alla didattica e alla ricerca ed è firmata dal direttore Antonino Pennisi.

Il “piacere” di De Domenico di incontrare “i suoi sottoposti”, gerarchicamente s’intende, non incontrerebbe alcuna riserva se non fosse che (il piacere) venga provato mentre De Domenico, da anni a capo della macchina amministrativa dell’ateneo, è in piena campagna elettorale, alla ricerca di voti decisivi per l’elezione a deputato regionale: è candidato nelle file del Partito democratico, a cui ha clamorosamente aderito anche il rettore Pietro Navarra qualche settimana prima .

Cose simili, con modalità magari diverse, è logico immaginare accadano in queste settimane che precedono il voto del 5 novembre anche a Palermo.

Il Pd, a riprova della scarsa qualità della classe dirigente che annovera, ha pensato di prevalere alle elezioni siciliane pescando nel bacino enorme di voti rappresentato dalle aziende pubbliche più importanti in termini di personale e di potere economico della regione: il rettore Fabrizio Micari è stato candidato a Governatore.

Ad occhio, non si tratta di un buon servizio reso alle istituzioni con più storia e prestigio della Sicilia.

Può un’istituzione pubblica, luogo di confronto di idee diverse, per sua natura neutrale in quanto deputata alla formazione della classe dirigente, alla cultura e alla ricerca scientifica divenire teatro di propaganda politica, essere identificata come istituzione di parte e quindi esposta a giochi di potere e a possibili ritorsioni?

Come ne uscirà la comunità accademica da una campagna elettorale combattuta all’ultimo voto?

Quale potere contrattuale avranno Micari e Navarra se si trovassero a dover chiedere attenzione per i loro atenei tra qualche mese al Governo nazionale retto magari da forze di centro destra?

La discesa in campo dei vertici degli atenei di Messina e Palermo non solo mette a rischio gli interessi e la coesione di un’ istituzione neutrale, ma nella sostanza getta ombre sulla regolarità della competizione elettorale.

Beninteso, formalmente De Domenico e Micari sono eleggibili.

La legge regionale siciliana non prevede queste cariche nel novero di quelle che avrebbero imposto la cessazione dalle funzioni 6 mesi prima delle elezioni, in omaggio al principio della par condicio tra i candidati, che vuole che nessuno si avvantaggi nella competizione elettorale da un ruolo pubblico di particolare rilevanza e potere, esercitando quella che si chiama captatio voti.

E tuttavia un problema c’è. Di sostanza. Etico, quantomeno.

C’è in Sicilia un ruolo pubblico che può alterare di più la competizione elettorale quale quello di vertice degli enti che hanno il maggior numero di dipendenti (docenti compresi, che a loro volta hanno un poter enorme sugli studenti), e gestiscono appalti di lavori e servizi per centinaia di milioni di euro?

Basti solo osservare che per paradosso, se De Domenico e Micari fossero direttore generale del Policlinico di Messina o di Palermo, sarebbero ineleggibili.

Eppure, a scegliere i manager dell’azienda ospedaliere universitarie sono proprio i vertici dell’università e non si vede come possano alterare le competizioni elettorali i vertici del Policlinici e non i vertici degli atenei, organismi più grandi che sui vertici dei Policlinici hanno potere di vita e di morte.

De Domenico e Micari sfruttano un vuoto normativo.

Mai il legislatore poteva immaginare che i vertici in carica delle Università scendessero in campo nell’agone elettorale. Mai era capitato.

Micari e Navarra (e De Domenico), comunque vada la consultazione, passeranno alla storia come i rettori che hanno innovato la tradizione e la natura di istituzione super partes dell’Università italiana.

Eppure, legge o non legge, per evitare tutto ciò a Micari e De Domenico sarebbe bastato cessare dalle funzioni e presentarsi al giudizio degli elettori senza potere diretto e gerarchico su migliaia di persone, contando sulla loro storia e il loro valore.

Certo, in caso di insuccesso avrebbero perso in un colpo solo, come si dice, il cane e il guinzaglio.

Ma sarebbero stati apprezzati per aver mostrato che il rispetto delle istituzioni viene prima del “piacere” delle poltrone.

Licenziamento illegale, il Policlinico di Messina condannato a risarcire 130mila euro al direttore amministrativo Vincenzo Santoro. Nel 2006 fu mandato via dal manager Carmelo Caratozzolo in guerra con il rettore Franco Tomasello

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MEDICI LITIGANO IN SALA PARTO, DONNA E BIMBO GRAVI A MESSINA

Alla direzione amministrativa del Policlinico di Messina lo aveva voluto l’allora rettore dell’Università Franco Tomasello.

A revocare l’incarico su due piedi a Vincenzo Santoro fu l’allora direttore generale del Policlinico universitario Carmelo Caratozzolo, che nel frattempo era entrato in guerra con il rettore.

Ritenendolo troppo vicino a quest’ultimo, Il manager calabrese il’1 febbraio del 2006 stracciò il contratto del dirigente di lungo corso dell’ateneo, nominato il 3 novembre del 2005 ai vertici della macchina amministrativa dell’azienda universitaria.

Per il Tribunale del Lavoro di Messina, si è trattato di un atto illegittimo, fondato – come si può evincere  dalla sentenza firmata dal giudice Laura Romeo – su circostanze false e quindi su motivi pretestuosi.

E così 11 anni dopo i fatti, il giudice ha riconosciuto a Santoro, da anni ormai in pensione, un risarcimento danni di 130mila euro: 68mila per danni morali e di immagine e 67mila per danni patrimoniali, pari alla differenza tra quanto Santoro percepì come dirigente dell’ateneo e quanto avrebbe percepito se il suo incarico di direttore amministrativo del Policlinico fosse durato secondo quanto previsto, ovvero sino al 6 novembre 2008.

Il provvedimento lo adottò Carmelo Caratozzolo, ma il maxi risarcimento lo dovrà ora pagare l’azienda Policlinico, salvo poi l’inevitabile giudizio di responsabilità contabile nei confronti di chi materialmente l’atto lo firmò.

La sentenza al momento è di primo grado e, dunque, potrebbe essere modificata in appello.

Per giustificare la revoca, a Santoro vennero contestate una serie di inadempienze amministrative, in qualche modo riconnesse ai problemi di bilancio dell’azienda.

“Le contestazioni mosse a Santoro non risultano corrispondenti alla realtà”, ha motivato il giudice Romeo in un passaggio della sentenza.

Una guerra e tanti danni

La revoca dell’incarico a Santoro, che ha fatto causa assistito dal legale Fernando Rizzo, si inquadra in uno scontro durissimo che contrappose, a cavallo tra la fine del 2005 e gli inizi del 2006, il direttore generale Caratozzolo e il rettore Tomasello che un anno prima lo aveva fortissimamente voluto alla guida dell’azienda universitaria.

Una guerra che fini con l’allontanamento di Caratozzolo ad opera del rettore.

La competenza a sciogliere il contratto di direttore generale dell’azienda universitaria era per legge del presidente della regione Sicilia, all’epoca Raffaele Lombardo, che infatti l’aveva nominato con un decreto.

Tomasello però confortato da una serie di pareri legali e – come è emerso nelle intercettazioni captate nell’ambito dell’inchiesta sui concorsi truccati alla facoltà di Veterinaria in corso proprio in quelle settimane –  da rassicurazioni che arrivavano dagli uffici giudiziari messinesi, decise di procedere egualmente.

Il manager Caratozzolo, con i suoi avvocati Marcello Scurria e Arturo Merlo, si asserragliò per qualche giorno negli uffici dell’azienda di viale Gazzi finché, completamente isolato, non decise di fare i bagagli e intentare, anche lui, causa civile per il risarcimento danni.