Le dichiarazioni “di favore” del collaboratore di Giustizia Carmelo Bisognano, la Procura insiste per il proscioglimento e il gip Simona Finocchiaro accoglie. Revocato il programma di protezione un anno e mezzo dopo gli arresti

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Carmelo Bisognano

Carmelo Bisognano

 

Da collaboratore di giustizia si era impegnato a fare nuove dichiarazioni in cambio dell’aiuto economico necessario ad iniziare l’attività imprenditoriale sotto mentite spoglie, ma poi in sede di indagini difensive il 30 settembre del 2015 non ha cambiato la sua versione fornita in precedenza sulla caratura criminale dell’imprenditore Tindaro Marino, a cui le dichiarazioni servivano per tentare di sfuggire alla condanna per concorso esterno e al sequestro di tutti i beni.

E’ questa la conclusione cui è giunto il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Messina, Simona Finocchiaro, disponendo il proscioglimento di Carmelo Bisognano, ex boss di Barcellona Pozzo di Gotto, dal 2010 collaboratore di giustizia.

Arrestato il 18 maggio del 2016 nell’ambito dell’inchiesta Vecchia Maniera anche per Tentata estorsione e Intestazione fittizia di beni, reati per cui è stato condannato in primo grado, Bisognano era imputato del reato di False dichiarazioni al difensore rilasciate nell’ambito di investigazioni difensive.

 

Stesse dichiarazioni, valutazioni diametralmente opposte

Il giudice Finocchiaro l’ha pensata in modo diametralmente opposto alla collega Monica Marino e ha aderito all’assunto dei sostituti della direzione distrettuale antimafia, Angelo Cavallo e Vito Di Giorgio, che hanno insistito per il proscioglimento del collaboratore di giustizia.

Il giudice per le indagini preliminari Marino, infatti, il 26 giugno del 2017, aveva rigettato la prima richiesta di archiviazione avanzata dagli stessi magistrati Cavallo e Di Giorgio e  aveva ordinato loro di disporre l’imputazione coattiva nei confronti di Bisognano, di Tindaro Marino e di Angelo Lorisco, ovvero colui che teneva i rapporti tra Bisognano, in località protetta dal momento dell’inizio della collaborazione avvenuta nel 2010, e Marino, all’epoca agli arresti domiciliari.

Le dichiarazioni della discordia

I due pm Cavallo e Di Giorgio, che hanno gestito sin dall’inizio la collaborazione grazie alla quale sono stati arrestati vari esponenti della mafia del Longano e hanno chiesto nel 2016 gli arresti per Bisognano, non si sono discostati dalla prima richiesta di archiviazione che avevano motivato aderendo a quella che sin da subito era stata la tesi difensiva di Bisognano e del suo avvocato Fabio Repici.

E da questa tesi, nonostante la bocciatura della Marino, non si sono mossi.

Il collaboratore di giustizia, un mese dopo gli arresti, ha chiesto e ottenuto di essere interrogato dai due pm Di Giorgio e Cavallo: “Ammetto di aver fatto il patto con Marino e che questi in cambio ha acconsentito entrare come socio occulto nella società Ldm Costruzioni Srl dietro la condizione che facessi nuove dichiarazioni sul suo conto. E’ stato un grave errore e una violazione delle regole che mi imponeva il programma di protezione”.

Che ci fossero state delle trattative per rendere delle dichiarazioni di favore era un dato di fatto. C’erano infatti molteplici intercettazioni telefoniche e ambientali che attestavano le trattative tra Bisognano e Tindaro Marino.

“Tuttavia, non ho detto il falso né ho cambiato versione rispetto a quanto avessi dichiarato prima“, ha affermato dinanzi ai due pm Bisognano.

Insomma – seguendo il ragionamento di Bisognano – Marino  in cambio del suo aiuto economico voleva dal collaboratore delle dichiarazioni di favore; Bisognano ha accettato la proposta “scellerata”; Marino ha chiesto insistentemente al suo difensore, Salvatore Silvestro, di sentire Bisognano; il 30 settembre del 2015, alla presenza dei suoi difensori Fabio Repici e Mariella Cicero, il collaboratore però poi queste dichiarazioni di favore non le ha fatte; tuttavia, il legale di Marino le ha depositate in Cassazione e in Corte d’appello e Marino stesso è entrato lo stesso in società con Bisognano, offrendo il suo apporto economico per l’attività di Ldm Costruzioni Srl.

In conclusione, l’imprenditore Marino – a seguire la tesi difensiva – è stato in qualche modo raggirato da Bisognano.

Di Giorgio e Cavallo dopo aver confrontato la trascrizione della registrazione integrale delle dichiarazioni rese il 30 settembre del 2015 con quelle rese in precedenza, hanno sposato la tesi di Bisognano: “Nelle linee essenziali, le dichiarazioni di Bisognano su Marino non sono cambiate”, hanno scritto nella prima richiesta di archiviazione, cambiando così l’idea che si erano fatti al momento di richiedere la misura cautelare per Bisognano.

Al collaboratore, infatti, avevano contestato, sulla base dei verbali riassuntivi, anche di aver fatto dichiarazioni diverse e di favore rispetto a prima sul conto dell’imprenditore di Gioiosa Marea.

Questione di Giudice

Lo stesso lavoro di confronto tra le dichiarazioni del 30 settembre del 2015 (sia dei verbali riassuntivi che delle dichiarazioni integrali) e quelle rese in precedenza lo ha fatto il Gip Marino, che era giunto senza esitazioni a conclusioni invece diametralmente opposte a quelle dei due pm e ora della collega Finocchiaro.

Conclusivamente, può senz’altro sostenersi che Carmelo Bisognano, in ossequio ad accordi presi in precedenza con Tindaro Marino, abbia rilasciato false dichiarazioni sullo stesso Marino, in quanto oggettivamente diverse da quelle rese in precedenza, assolutamente più favorevoli in quanto ne attenuano non poco la sua responsabilità penale e ciò al fine di conseguire un’utilità e un vantaggio di non poco rilievo: poter iniziare a svolgere una nuova e lucrosa attività imprenditoriale al riparo da occhi indiscreti”, aveva scritto il 26 giugno scorso il Gip Marino, giudice che aveva accolto la richiesta di misure cautelari per l’ex boss del Longano.

Alla Vecchia Maniera

Tre mesi dopo, il 28 settembre del 2017, per il reato di intestazione fittizia di beni (proprio nella società Ldm Costruzione srl) e di tentata estorsione che, unitamente al reato di False dichiarazioni ora archiviato dal Gip Finocchiaro,  gli erano stati contestati al momento degli arresti, Bisognano è stato condannato in primo grado a 5 anni di reclusione dal Tribunale di Barcellona. A due anni è stata la pena per Marino.

 

Se la Procura di Roma bussa alla porta

Da venerdì 7 luglio 2017 Bisognano è nel carcere di Rebibbia. Era stato prelevato dalla località in cui viveva sotto protezione e arrestato su ordine del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Chiara Gallo, che ha accolto la richiesta della Procura, guidata da Giuseppe Pignatone.

La procura di Roma, a cui erano stati trasmessi gli atti per competenza territoriale, ha declinato l’accusa in termini di violazione abusiva dei sistemi informatici e di violazione del segreto d’ufficio.

Sempre nell’ambito dell’inchiesta Vecchia Maniera condotta dal commissario di Barcellona diretto da Mario Ceraolo era pure emerso che due degli agenti (Domenico Tagliente e Enrico Abbina) che dovevano proteggerlo e controllarlo, avevano intessuto con il collaboratore un rapporto di complicità che consentiva a quest’ultimo di muoversi e incontrarsi a suo piacimento, anche con altri collaboratori di giustizia, in violazione di ogni norma regolamentare e, soprattutto, di avere libero accesso al sistema informatico della polizia.

Bisognano era libero. Infatti, su richiesta del suo difensore Repici, era stato scarcerato il 26 maggio del 2017 proprio dal Tribunale di Barcellona (che poi lo ha condannato), anche sulla base della considerazione che il programma di protezione non fosse stato revocato.

 

La revoca del Programma di protezione

La legge prevede che la violazione delle regole di condotta (anche se in ipotesi non costituisce reato) che il collaboratore di giustizia si impegna a osservare comporta la revoca del programma di protezione. Tuttavia, a Bisognano dopo gli arresti di maggio del 2015 era stato mantenuto il programma di protezione. Ed era stato mantenuto anche dopo gli arresti chiesti e ottenuti dalla Procura di Roma il 7 luglio del 2017.

In questo modo l’ex boss di Barcellona ha continuato a godere dello speciale trattamento riservato ai collaboratori e che pagano i contribuenti italiani: la scorta, due avvocati, la casa, i viaggi e un assegno mensile di 1600 euro.

Ciò di cui godeva mentre – secondo gli inquirenti e il Tribunale di Barcellona – commetteva reati

Il programma di protezione gli è stato revocato da qualche settimana, dopo la condanna del Tribunale di Barcellona del 29 settembre 2017 e un anno e mezzo dopo gli arresti.

 

Gemello morto due giorni dopo la nascita, per la Corte d’appello Edoardo Bombara non fu assistito adeguatamente. Tre medici del Policlinico condannati al risarcimento. Le tappe di una vicenda lunga 12 anni e finita con la prescrizione

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Erano gemelli. Uno, Cristiano, non appena venne al mondo il 18 dicembre del 2005 in una delle sale parto del Policlinico Universitario di Messina manifestò piccoli problemi respiratori: ora ha 12 anni e gode di ottima salute.

L’altro, Edoardo, alla nascita stava molto meglio del fratellino e tuttavia morì due giorni dopo, nelle primissime ore del 20 dicembre, nell’Unità terapia intensiva neonatale.

Per la Corte d’appello di Messina, presieduta da Maria Tindara Celi, la morte di uno dei gemelli Bombara non è stato un caso propiziato da una “congiuntura astrale sfavorevole”, per usare le parole dell’allora direttore sanitario Giovanni Materia, ma il frutto della condotta negligente dei tre sanitari che avevano in carico Edoardo nella giornata del 19 dicembre 2015.

I giudici di secondo grado, riformando totalmente la sentenza di primo grado, hanno ritenuto che i medici del reparto di Terapia intensiva neonatale, Antonia Bonarrigo, Viviana Tulino e Giuseppe Pagano, siano stati responsabili per negligenza della morte di Edoardo.

I giudici hanno ritenuto invece non responsabile il quarto imputato Alessandro Arco.

I tre sanitari, comunque, andranno esenti da sanzione penale in quanto il reato di omicidio colposo che veniva loro contestato è ampiamente prescritto.

La condanna è stata emessa solo ai fini del risarcimento dei danni che verrà, salvo eventuale e diverso giudizio della Cassazione, quantificato in sede civile.

La consulenza decisiva

Decisiva per la condanna dei tre medici la consulenza tecnica disposta dall’organo della giurisdizione di secondo grado e affidata al medico legale Antonello Crisci di Salerno.

Secondo il medico legale salernitano, la sofferenza respiratoria di Edoardo era frutto di una lieve immaturità polmonare,la stessa che aveva il gemello Cristiano, che poteva e doveva essere diagnosticata da subito e trattata, come da collaudato protocollo terapeutico, con il surfactante.

Ciò avrebbe evitato con altissima probabilità – secondo il consulente – la  morte di Edoardo.

Invece, i sanitari, che avrebbero dovuto essere ancor di più attenti alla luce della sofferenza respiratoria del gemello (per contro tempestivamente e adeguatamente trattata), non avevano tenuto sotto controllo le condizioni di Edoardo, omettendo di eseguire gli esami strumentali che avrebbero per tempo consentito di fare la diagnosi.

In realtà, che vi fossero delle responsabilità a carico dei medici era emerso anche dall’apporto medico scientifico dei consulenti del pubblico ministero: l’inchiesta fu coordinata da Angelo Cavallo.

I tre medici legali, Giuseppe Ragazzi, Conversano e Di Noto, erano giunti alle stesse conclusioni di responsabilità degli imputati cui è giunto da ultimo Crisci, imponendo al pm la richiesta di rinvio a giudizio.

Il Tribunale di Messina, nella persona del giudice Monica Marino, il 12 maggio del 2012, però, aveva assolto i quattro medici, per l’impossibilità di accertarne la responsabilità al di là di ogni ragionevole dubbio.

Il giudice Marino aveva messo in rilievo in motivazione come dubbi sulla causa della morte individuata dai consulenti del pm, derivassero da una perizia di parte, ad opera del pediatra Paolo Biban, che aveva individuato la morte del neonato in una ipotetica grave infezione, mai provata, e desunta dal fatto che ce l’avesse il gemello sopravvissuto Cristiano.

L’assoluzione di Arco

Cinque anni dopo, la Corte d’appello ribaltando la sentenza di primo grado, ha tuttavia confermato l’assoluzione di uno dei quattro indagati, Alessandro Arco, nel frattempo divenuto primario dell’Unità Terapia intensiva neonatale, in precedenza per anni diretta da Ignazio Barberi.

Arco, si è sempre difeso sostenendo che quel giorno del 19 dicembre pur essendo di servizio era stato impegnato in altre incombenze (ambulatorio di day hospital e attività amministrativa), e non aveva mai visitato il neonato, che aveva visto solo al momento del giro anche se alcuno dei colleghi gli avesse impartito disposizioni; né aveva mai espresso pareri o valutazioni sul neonato.

La Corte d’appello ha ritenuto fondata questa linea di difesa, non condannando Arco.

La mamma dei gemelli, Silvana Materia, e il papà Giovanni, sono stati assistiti in giudizio dall’avvocato Roberto Materia, zio dei gemelli, e dal collega Salvatore La Fauci.

Donatella Sindoni non è più consigliere comunale, al suo posto subentra Giuseppe Siracusano. Anche per la Corte d’appello non era eleggibile. La sentenza è immediatamente esecutiva. Naufragano le tesi del legale Antonio Catalioto. Il caso sollevato da un servizio giornalistico.

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Antonio Catalioto e Donatella Sindoni

Antonio Catalioto e Donatella Sindoni

Donatella Sindoni non era eleggibile ed è sostituita da Giuseppe Siracusano.

La corte d’appello di Messina si trova d’accordo con il Tribunale e decreta la decadenza dal Consiglio comunale della biologa prestata alla politica.

Nel contempo, dispone che il suo posto venga ricoperto dal primo dei non eletti della lista cui apparteneva alle elezioni amministrative del 2013.

Non potendo essere Giovanni Cocivera, che nel frattempo è finito prima agli arresti e poi sotto processo per gravi reati connessi alla sua professione di ginecologo, i giudici hanno decretato che temporaneamente il nuovo consigliere comunale sia Giuseppe Siracusano, di professione avvocato.

Dura lex… sed lex

Il provvedimento della Corte d’appello, pubblicato qualche minuto fa, per la legge è immediatamente esecutivo e dunque la Sindoni non è più da considerasi appartenente al civico consesso.

Donatella Sindoni al momento in cui è stata eletta nel giugno del 2013 era ineleggibile, benché avesse dichiarato di non avere alcuna causa di ineleggibilità all’atto della presentazione delle candidature.

Era, infatti, titolare di un laboratorio di analisi convenzionato con l’Asp 5 di Messina: ciò che la legge regionale e nazionale vietavano e vietano.

La stessa consigliera, peraltro, aveva occupato lo scranno di consigliere comunale tra il 2005 e il 2006 pur essendo allo stesso modo ineleggibile.

La Corte d’appello si è trovata d’accordo con il Tribunale, che aveva sancito la ineleggibilità della Sindoni già il 2 febbraio del 2016.

Ancora prima, il 30 giugno del 2016, l’Ufficio legale e legislativo della Regione, massimo organo di consulenza giuridica degli enti locali siciliani, aveva dichiarato la consigliera ineleggibile.

L’ineleggibilità era stata sollevata, un anno prima, il 22 giugno del 2015,  da un servizio giornalistico a firma di Michele Schinella pubblicato sul blog www.micheleschinella.it dal titolo “Occupa lo scranno di consigliere comunale ma era ineleggibile. Lo strano caso di Donatella Sindoni”.

Tuttavia, nonostante fosse chiaro e palese che la Sindoni non si potesse candidare alle elezioni del 2013, è rimasta in carica sino a pochi mesi dalla scadenza del mandato  grazie ai ritardi e alle indecisioni del segretario generale del Comune Antonino Le Donne e al comportamento di gran parte dei consiglieri comunali, che all’atto di votare la decadenza non si sono presentati al voto come è accaduto da ultimo hanno ritirato la firma sulla proposta di delibera della decadenza (vedi servizio).

Una difesa…eccezionale

Assistita dal suo legale Antonio Catalioto, le cui tesi sono state spazzate via da due organi giurisdizionali della repubblica italiana e prima ancora dal massimo organo di consulenza giuridica della regione, la consigliera le ha provate tutte (conferenze stampa comprese)  pur di rimanere incollata allo scranno che per legge non poteva occupare, riuscendo a guadagnare mesi e mesi di carica e di gettoni di presenza.

La consigliera infatti pur di impedire al Consiglio comunale di votare sulla sua ineleggibilità a poche ore dal voto denunciò in Procura il segretario generale Le Donne e minacciò di denunciare i colleghi consiglieri.

Tutta la vicenda, dipanatosi per due anni e mezzo, è illustrata nel servizio, sempre a firma di Michele Schinella, dal titolo “Caso Sindoni: “Il segretario generale Le Donne sotto accusa e denunciato in Procura. L’avvocato Scurria ispira il vicesegretario del Comune Interdonato. Ma le tesi del legale non stanno in piedi. Come quelle del collega Catalioto”

 

 

 

 

 

 

 

Risanamento di Fiumedinisi in conflitto di interessi, assolto l’onorevole Cateno De Luca. Era accusato di abuso d’ufficio e tentata concussione. Il Tribunale dà atto della prescrizione per alcune imputazioni e lo ritiene non colpevole per altre. Promosso il Contratto di quartiere “criminalizzato” dalla Procura

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cateno de luca

 

 

Assolto: per prescrizione rispetto ad alcuni capi di reato e nel merito rispetto ad altri.

E’ questo l’esito del giudizio di primo grado a carico di Cateno De Luca, eletto deputato regionale il 5 novembre del 2017 e arrestato (per la seconda volta) con l’accusa di aver promosso un’associazione per delinquere finalizzata alle false fatturazioni e all’ evasione fiscale, tre giorni dopo, l’8 novembre.

Una serie di illegalità commesse in concorso con altri amministratori e tecnici del Comune nell’attuazione del Contratto di quartiere che avrebbe dovuto cambiare il volto di Fiumedinisi, il piccolo centro di cui è stato sindaco dal 2004 sino al 27 giugno del 2011, quando fu arrestato.

Queste erano in sintesi le contestazioni da cui doveva difendersi De Luca.

E da queste accuse è uscito indenne da condanna: il Tribunale di Messina presieduto da Mario Samperi lo ha, infatti, assolto.

L’inchiesta e il successivo processo a carico di Cateno De Luca che oggi si è concluso con la sentenza di primo grado ha ad oggetto il Contratto di quartiere ViviFiumedinisi, proposto al fine “di porre un argine ai fenomeni di abbandono del centro e di degrado ambientale e sociale, prevede oltre che interventi sul patrimonio edilizio esistente da recuperare, anche la realizzazione di opere di urbanizzazione, quali strutture di carattere sociale, ma soprattutto il recupero delle aree adiacenti il corso del fiume”, come si legge nel decreto di finanziamento del ministero dell’ Economia.

Tra le opere più importanti da costruire, le sponde in cemento armato per arginare il fiume, un centro benessere, un centro congressi, un impianto sportivo e delle abitazioni private di persone riunite nella cooperativa Mabel.

Le opere dovevano essere finanziate dallo Stato e della Regione per complessivi 125 milioni di euro, ma anche dai soggetti privati coinvolti, secondo lo spirito del Contratto di quartiere che vuole la sinergia tra il pubblico e il privato ed è strumento di pianificazione urbanistica che opera modificando il Piano regolatore generale.

In conflitto di interesse

Specificamente, per quanto riguarda i privati, il centro benessere dalla società Dionisio e il centro congressi dalla Caf Fenapi Srl, riconducibili a De Luca.

Nella sostanza, a Cateno De Luca veniva rimproverato di aver agito in conflitto di interessi, finendo per compiere una serie di reati di abuso d’ufficio e due di tentata concussione: da un lato, sindaco del comune di Fiumedinisi, parte pubblica cui spettava promuovere il Contratto di quartiere,  dall’altro lato, nello stesso tempo, proprietario della società Dionisio Srl, fratello del vicepresidente della cooperativa Mabel e proprietario di fatto del Caf Fenapi srl, parti private.

Il Contratto di quartiere e la criminalizzazione infondata della Procura

Cateno De Luca era accusato di aver proposto e portato all’approvazione una serie di delibere  del Consiglio comunale, ritenute illegittime dalla Procura perché tese a dare l’avvio allo strumento del contratto di Quartiere, configurato dall’accusa come strumento “criminale” per i propri interessi e quelli delle società a lui riconducibili.Quest’accusa è stata ritenuta non fondata dal Tribunale che ha assolto nel merito De Luca.

Allo stesso modo, pronunciando l’assoluzione nel merito, la Corte ha ritenuto che non fosse fondata l’accusa di aver dato il via libera al Contratto di quartiere  senza prima avere ottenuto la necessaria Valutazione ambientale della Regione Sicilia.

La concussione

Al deputato regionale veniva pure contestato di aver sottoposto nel 2005 i proprietari di due terreni (Massimo Giardina e i suoi genitori e Carmelo De Francesco), su cui dovevano sorgere delle opere previste dal Contratto di Quartiere approvato dalla Regione, minacciandoli di espropriare il loro terreno se non avessero voluto cederlo volontariamente: ciò che peraltro era previsto dalla legge, ma avrebbe richiesto tempi più lunghi. Il Tribunale ha riqualificato il reato in tentata induzione indebita a dare o promettere utilità, ha emesso sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione.

 

De Luca all’attacco dei giudici

Cateno De Luca assistito dal legale Carlo Taormina non ha pensato solo a difendersi, ma ha attaccato pesantemente i magistrati Vincenzo Barbaro e Liliana Todaro, additati come coloro che si sono mossi con l’unico scopo di farlo fuori dalla scena politica, su input dell’allora Governatore Raffaele Lombardo, che De Luca aveva all’epoca attaccato.

Fendenti sono stati sferrati anche nei confronti dei giudici, accusati di parzialità, del collegio presieduto da Samperi che lo doveva giudicare: De Luca il 30 gennaio del 2017 ha presentato alla Corte di Cassazione un’istanza di rimessione del processo per legittima suspicione di 194 pagine.

La Corte di cassazione il 26 settembre 2017 l’ha dichiarato inammissibile l’istanza perché “fondata su meri sospetti”.

De Luca però con questa istanza ha guadagnato nove mesi di tempo che gli hanno permesso di candidarsi alle elezioni del 5 novembre 2017 prima che si giungesse alla sentenza.

Vecchia Maniera, la Corte d’appello conferma la condanna a tre anni per Angelo Lorisco per tentata estorsione e intestazione fittizia di beni. Era l’uomo fidato dell’ex boss Carmelo Bisognano, che dalla località protetta di collaboratore continuava a svolgere attività imprenditoriale. E non solo….

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 Angelo Lorisco

Angelo Lorisco

 

Carmelo Bisognano lo usava dalla località protetta di collaboratore di giustizia per continuare a svolgere attività imprenditoriale a Barcellona. Insieme all’ex boss della mafia del Longano, Angelo Lorisco fu arrestato il 16 maggio del 2016.

Oggi è stato condannato dalla Corte d’appello di Messina.

Il collegio presieduto da Francesco Tripodi confermando la sentenza a emessa in primo grado dal Tribunale di Barcellona gli ha inferto tre anni di reclusione.

Angelo Lorisco era accusato di intestazione fittizia di beni e di tentata estorsione, reati commessi tra il 2015 e il 2016 in concorso con lo stesso Bisognano.

In pratica, dalle attività di indagine condotte dal commissariato di Barcellona era emerso che Bisognano pur essendo un collaboratore di giustizia in violazione delle regole imposte nel programma di protezione, dalla località protetta, usando appunto Lorisco, aveva costituito una società e aveva iniziato l’attività di imprenditore, sotto mentite spoglie, grazie all’aiuto dell’imprenditore Tindaro Marino, sottoposto alla misura di prevenzione patrimoniale e condannato all’epoca per concorso esterno alla mafia.

Per tornare operativo, Bisognano sempre tramite Lorisco aveva strumentalizzato il ruolo di collaboratore e tentato di sottoporre a estorsione i membri della famiglia Torre, titolari di un’azienda, minacciando di fare dichiarazioni sul loro conto: da qui l’accusa per entrambi anche di tentata estorsione.

L’ex boss della mafia Bisognano, collaboratore di giustizia dal 2010, ha scelto il rito ordinario e per gli stessi reati è stato condannato in primo grado a 5 anni di reclusione (vedi articolo).

Il collegio presieduto da Tripodi nel condannare Lorisco ha ritenuto che non vi fossero i presupposti per la condanna al risarcimento a favore di una serie di associazioni antiracket, che invece in primo grado avevano ottenuto prima di costituirsi parte civile e poi anche la liquidazione di somme di denaro.

La spedizione punitiva

Qualche giorno dopo gli arresti, Angelo Lorisco, fu selvaggiamente pestato in carcere da un gruppo di detenuti che lo volevano punire perché aveva aiutato Bisognano considerato, a causa della collaborazione con la giustizia, un “infame”.

Al Tribunale di Messina è in corso il processo che vede sul banco degli imputati coloro che sono stati individuati come gli autori del pestaggio: Lorisco si è costituito parte civile.

IL COMMENTO. Se l’Università diventa teatro di propaganda elettorale, in barba alla sua natura di istituzione neutrale e super partes e alla par condicio tra i candidati

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Franco De Domenico

Franco De Domenico

 

“Al termine dei lavori del Consiglio, il direttore generale Franco de Domenico, avrà il piacere di incontrare il personale docente e tecnico amministrativo del Dipartimento”.

La postilla è contenuta in calce all’ordine del giorno del Consiglio di Dipartimento di Scienze cognitive convocato per il 7 ottobre per deliberare su una serie di provvedimenti relativi alla didattica e alla ricerca ed è firmata dal direttore Antonino Pennisi.

Il “piacere” di De Domenico di incontrare “i suoi sottoposti”, gerarchicamente s’intende, non incontrerebbe alcuna riserva se non fosse che (il piacere) venga provato mentre De Domenico, da anni a capo della macchina amministrativa dell’ateneo, è in piena campagna elettorale, alla ricerca di voti decisivi per l’elezione a deputato regionale: è candidato nelle file del Partito democratico, a cui ha clamorosamente aderito anche il rettore Pietro Navarra qualche settimana prima .

Cose simili, con modalità magari diverse, è logico immaginare accadano in queste settimane che precedono il voto del 5 novembre anche a Palermo.

Il Pd, a riprova della scarsa qualità della classe dirigente che annovera, ha pensato di prevalere alle elezioni siciliane pescando nel bacino enorme di voti rappresentato dalle aziende pubbliche più importanti in termini di personale e di potere economico della regione: il rettore Fabrizio Micari è stato candidato a Governatore.

Ad occhio, non si tratta di un buon servizio reso alle istituzioni con più storia e prestigio della Sicilia.

Può un’istituzione pubblica, luogo di confronto di idee diverse, per sua natura neutrale in quanto deputata alla formazione della classe dirigente, alla cultura e alla ricerca scientifica divenire teatro di propaganda politica, essere identificata come istituzione di parte e quindi esposta a giochi di potere e a possibili ritorsioni?

Come ne uscirà la comunità accademica da una campagna elettorale combattuta all’ultimo voto?

Quale potere contrattuale avranno Micari e Navarra se si trovassero a dover chiedere attenzione per i loro atenei tra qualche mese al Governo nazionale retto magari da forze di centro destra?

La discesa in campo dei vertici degli atenei di Messina e Palermo non solo mette a rischio gli interessi e la coesione di un’ istituzione neutrale, ma nella sostanza getta ombre sulla regolarità della competizione elettorale.

Beninteso, formalmente De Domenico e Micari sono eleggibili.

La legge regionale siciliana non prevede queste cariche nel novero di quelle che avrebbero imposto la cessazione dalle funzioni 6 mesi prima delle elezioni, in omaggio al principio della par condicio tra i candidati, che vuole che nessuno si avvantaggi nella competizione elettorale da un ruolo pubblico di particolare rilevanza e potere, esercitando quella che si chiama captatio voti.

E tuttavia un problema c’è. Di sostanza. Etico, quantomeno.

C’è in Sicilia un ruolo pubblico che può alterare di più la competizione elettorale quale quello di vertice degli enti che hanno il maggior numero di dipendenti (docenti compresi, che a loro volta hanno un poter enorme sugli studenti), e gestiscono appalti di lavori e servizi per centinaia di milioni di euro?

Basti solo osservare che per paradosso, se De Domenico e Micari fossero direttore generale del Policlinico di Messina o di Palermo, sarebbero ineleggibili.

Eppure, a scegliere i manager dell’azienda ospedaliere universitarie sono proprio i vertici dell’università e non si vede come possano alterare le competizioni elettorali i vertici del Policlinici e non i vertici degli atenei, organismi più grandi che sui vertici dei Policlinici hanno potere di vita e di morte.

De Domenico e Micari sfruttano un vuoto normativo.

Mai il legislatore poteva immaginare che i vertici in carica delle Università scendessero in campo nell’agone elettorale. Mai era capitato.

Micari e Navarra (e De Domenico), comunque vada la consultazione, passeranno alla storia come i rettori che hanno innovato la tradizione e la natura di istituzione super partes dell’Università italiana.

Eppure, legge o non legge, per evitare tutto ciò a Micari e De Domenico sarebbe bastato cessare dalle funzioni e presentarsi al giudizio degli elettori senza potere diretto e gerarchico su migliaia di persone, contando sulla loro storia e il loro valore.

Certo, in caso di insuccesso avrebbero perso in un colpo solo, come si dice, il cane e il guinzaglio.

Ma sarebbero stati apprezzati per aver mostrato che il rispetto delle istituzioni viene prima del “piacere” delle poltrone.

Licenziamento illegale, il Policlinico di Messina condannato a risarcire 130mila euro al direttore amministrativo Vincenzo Santoro. Nel 2006 fu mandato via dal manager Carmelo Caratozzolo in guerra con il rettore Franco Tomasello

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MEDICI LITIGANO IN SALA PARTO, DONNA E BIMBO GRAVI A MESSINA

Alla direzione amministrativa del Policlinico di Messina lo aveva voluto l’allora rettore dell’Università Franco Tomasello.

A revocare l’incarico su due piedi a Vincenzo Santoro fu l’allora direttore generale del Policlinico universitario Carmelo Caratozzolo, che nel frattempo era entrato in guerra con il rettore.

Ritenendolo troppo vicino a quest’ultimo, Il manager calabrese il’1 febbraio del 2006 stracciò il contratto del dirigente di lungo corso dell’ateneo, nominato il 3 novembre del 2005 ai vertici della macchina amministrativa dell’azienda universitaria.

Per il Tribunale del Lavoro di Messina, si è trattato di un atto illegittimo, fondato – come si può evincere  dalla sentenza firmata dal giudice Laura Romeo – su circostanze false e quindi su motivi pretestuosi.

E così 11 anni dopo i fatti, il giudice ha riconosciuto a Santoro, da anni ormai in pensione, un risarcimento danni di 130mila euro: 68mila per danni morali e di immagine e 67mila per danni patrimoniali, pari alla differenza tra quanto Santoro percepì come dirigente dell’ateneo e quanto avrebbe percepito se il suo incarico di direttore amministrativo del Policlinico fosse durato secondo quanto previsto, ovvero sino al 6 novembre 2008.

Il provvedimento lo adottò Carmelo Caratozzolo, ma il maxi risarcimento lo dovrà ora pagare l’azienda Policlinico, salvo poi l’inevitabile giudizio di responsabilità contabile nei confronti di chi materialmente l’atto lo firmò.

La sentenza al momento è di primo grado e, dunque, potrebbe essere modificata in appello.

Per giustificare la revoca, a Santoro vennero contestate una serie di inadempienze amministrative, in qualche modo riconnesse ai problemi di bilancio dell’azienda.

“Le contestazioni mosse a Santoro non risultano corrispondenti alla realtà”, ha motivato il giudice Romeo in un passaggio della sentenza.

Una guerra e tanti danni

La revoca dell’incarico a Santoro, che ha fatto causa assistito dal legale Fernando Rizzo, si inquadra in uno scontro durissimo che contrappose, a cavallo tra la fine del 2005 e gli inizi del 2006, il direttore generale Caratozzolo e il rettore Tomasello che un anno prima lo aveva fortissimamente voluto alla guida dell’azienda universitaria.

Una guerra che fini con l’allontanamento di Caratozzolo ad opera del rettore.

La competenza a sciogliere il contratto di direttore generale dell’azienda universitaria era per legge del presidente della regione Sicilia, all’epoca Raffaele Lombardo, che infatti l’aveva nominato con un decreto.

Tomasello però confortato da una serie di pareri legali e – come è emerso nelle intercettazioni captate nell’ambito dell’inchiesta sui concorsi truccati alla facoltà di Veterinaria in corso proprio in quelle settimane –  da rassicurazioni che arrivavano dagli uffici giudiziari messinesi, decise di procedere egualmente.

Il manager Caratozzolo, con i suoi avvocati Marcello Scurria e Arturo Merlo, si asserragliò per qualche giorno negli uffici dell’azienda di viale Gazzi finché, completamente isolato, non decise di fare i bagagli e intentare, anche lui, causa civile per il risarcimento danni.

 

Concorso esterno alla mafia, al via il processo per Maurizio Marchetta. Carmelo Bisognano, fresco di condanna e in carcere per reati commessi da collaboratore di giustizia, chiede di costituirsi parte civile. “L’ex capo della mafia è stato danneggiato”, dice il suo legale Fabio Repici. Il Gip Monica Marino rigetta. Storia di una “guerra” tra l’imprenditore e chi aveva denunciato di estorsione

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maurizio marchetta

Maurizio Marchetta

Non l’avrebbe immaginato neppure la più frizzante tra le scrittrici di racconti di fantascienza.

E’ invece accaduto in un’aula del Tribunale di Messina: quella in cui si è tenuta il 12 ottobre del 2017 l’udienza preliminare che vede l’imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto Maurizio Marchetta imputato di concorso esterno alla mafia del Longano.

Fresco di condanna in primo grado a 5 anni per tentata estorsione e intestazione fittizia di beni e in carcere per violazione del segreto d’ufficio e accesso abusivo a un sistema informatico, tutti reati commessi da collaboratore di giustizia (vedi articolo correlato), Carmelo Bisognano a lungo capo della mafia di Barcellona (la stessa a cui Marchetta avrebbe, in ipotesi, concorso dall’esterno) ha avanzato richiesta di costituzione di parte civile come persona offesa dalle condotte contestate a Marchetta.

Lo ha fatto attraverso il suo legale Fabio Repici, che lo difende, insieme alla collega di studio Mariella Cicero, sin dall’inizio della collaborazione con la giustizia, avvenuta alla fine del 2010.

In pratica, secondo il battagliero e famoso legale, Marchetta ha danneggiato il capo della mafia, proprio quella mafia che secondo l’accusa ha aiutato, sia pure senza esserne parte integrante.

Il giudice per l’udienza preliminare, Monica Marino, dopo pochi minuti di camera di consiglio ha rigettato l’istanza dell’avvocato Repici. E ha accolto la richiesta di rito abbreviato presentata dal legale di Marchetta, Ugo Colonna.

Il magistrato ha rinviato al 24 maggio del 2018 per il giudizio con rito speciale, celebrato sulla scorta del materiale probatorio raccolto dalla Procura sino alla conclusione delle indagini

La richiesta di rinvio a giudizio nei confronti Maurizio Marchetta è stata avanzata dai sostituti della Direzione distrettuale di Messina, Angelo Cavallo, Vito Di Giorgio e Massara il 3 agosto 2017.

Secondo i pm, le imprese della famiglia Marchetta sarebbero state di fatto di proprietà dei vertici della mafia di Barcellona e attraverso queste imprese la mafia ha partecipato a gare d’appalto appositamente truccate.

In questo modo, Marchetta avrebbe conseguito il vantaggio di lavorare e guadagnare sotto protezione della mafia e la mafia per contro quello di lucrare usando imprese pulite.

 

Questione di attendibilità

Contro Marchetta ci sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Carmelo Bisognano e Carmelo D’amico, altro capo dell’organizzazione che a sua volta ha iniziato a collaborare nel 2014..

I due insieme a Nicola Mazzagatti, furono denunciati da Maurizio Marchetta per estorsione ai suoi danni e furono arrestati nell’ambito dell’inchiesta Sistema, scattata alla fine del 2009.

D’amico e Bisognano, sin da subito, non appena sottoposti a custodia cautelare (quando non erano ancora collaboratori di giustizia) reagirono sostenendo che Marchetta non era un imprenditore estorto ma colluso con la mafia.

In primo grado, il 25 febbraio del 2010, il Tribunale di Messina ritenne Marchetta attendibile e condannò così D’amico a 10 anni e 7 mesi e Bisognano 7 e 4 mesi.

Sempre sulla scorta delle dichiarazioni di Marchetta il 28 aprile del 2011 il Tribunale di Barcellona condannò pure Nicola Mazzagatti ad anni 8 e mesi 6 di reclusione.

In appello, invece, i tre furono assolti.

La Corte di secondo grado con due sentenze del 25 maggio del 2013 e il 14 gennaio del 2014 ritenne, infatti, non credibili le dichiarazioni di Maurizio Marchetta.

Se Marchetta è vincente in Cassazione e pure a Reggio calabria

La Corte di cassazione, però qualche tempo dopo, ha annullato le due sentenza della Corte d’appello, “per gravi carenze motivazionali” proprio sulla ritenuta non attendibilità di Marchetta, disponendo la nuova celebrazione dei due processi a Reggio calabria, uno a carico di D’amico e Bisognano, uno di Mazzagatti.

A Reggio calabria, la Corte d’appello ha già ribaltato il giudizio dei giudici di secondo grado messinesi e ha condannato Nicola Mazzagatti per estorsione a carico di Marchetta, ritenendo attendibili le dichiarazioni accusatorie di quest’ultimo.

E’ in corso di svolgimento, invece, il nuovo processo ordinato dalla Cassazione per estorsione aggravata a carico di D’amico e Bisognano con Marchetta parte civile.

Tentato omicidio di Ylenia Bonavera, la Procura le contesta il reato di favoreggiamento personale ma la vittima continua a difendere Alessio Mantineo. Nuova lite con la madre nel corso dell’udienza preliminare. Il Gup rinvia al 22 novembre per sentire le due donne

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Ylenia Bonavera e Alessio Mantineo

Ylenia Bonavera e Alessio Mantineo

 

Le prove raccolte dagli inquirenti sono schiaccianti. E la Procura di Messina ha aperto un fascicolo nei suoi confronti per favoreggiamento personale.

Ylenia Bonavera però continua a difendere Alessio Mantineo, il fidanzato accusato di averle lanciato addosso della benzina dandole fuoco, a seguito dell’ennesimo litigio, alle 5 circa del mattino dell’8 gennaio 2017.

Questa mattina nel corso dell’Udienza preliminare davanti al giudice Salvatore Mastroeni, la ragazza di 23 anni non solo non ha voluto costituirsi parte civile ma per difendere il fidanzato ha litigato con la madre, Nunziata Giorgio Piluso, che invece assistita dal legale Roberto Bonavita si è costituita.

Si è così ripetuto, questa volta in un’aula di giustizia, lo stesso spettacolo che tutti gli italiani hanno visto sugli schermi televisivi della trasmissione la “Pomeriggio 5″, qualche giorno dopo i fatti, mentre Ylenia era ancora ricoverata in ospedale.

La Procura di Messina sulla scorta del materiale probatorio raccolto nell’immediatezza dei  fatti aveva chiesto il rinvio a giudizio con un accusa di tentato omicidio.

L’avvocato di Alessio Mantineo, Salvatore Silvestro, aveva invece domandato il rito abbreviato condizionato proprio alla audizione della ragazza.

Il giudice ha rinviato all’udienza del 22 novembre, disponendo sia l’audizione della ragazza che quella della madre.

Rigettata la costituzione di parte civile di una serie di associazioni anti violenza.

Una difesa strenua

Ilenia pure questa mattina, sia pure nel corso del litigio con la madre, ha continuato a sostenere la versione assolutoria data agli uomini della polizia.

“E ‘ stato un uomo di 26/27 anni di cui non ho riconosciuto l’identità né il possibile movente a cui ho aperto la porta di casa alle 4 di mattina. Non è stato Alessio”, ha dichiarato il giorno dopo l’aggressione.

Eppure, che fosse stato il ragazzo ventisettenne con cui da tempo intratteneva una relazione burrascosa, Ylenia lo aveva confidato a caldo in stato di shock e dolente per le ustioni, alla vicina ottantenne, alla cui porta aveva bussato quella mattina chiedendo aiuto: “La prego mi aiuti. Chiami il 118”.

La promessa di omertà e il reato di favoreggiamento personale

All’addetto della centrale operativa del 118 che cercava di capire cosa fosse successo, la donna ottantenne ha detto che Ylenia le aveva raccontato che a darle fuoco era stato il suo ex fidanzato, come peraltro risulta dalla registrazione della comunicazione.

La ragazza però non aveva per nulla gradito la loquacità della donna: “Quando finii di parlare con il 118,Ylenia mi ha detto: “Io non sono una sbirra“, ha raccontato l’anziana donna agli agenti che successivamente l’hanno sentita.

Che fosse stato Alessio, lo ha di nuovo detto qualche ora dopo davanti al medico che la stava medicando e alla madre: “Chi è stato, chi è stato, è stato Alessio”, ha detto la ragazza, come hanno raccontato la madre e il medico agli inquirenti. E, prima ancora,lo ha detto alla zia che era accorsa subito in ospedale.

Poi però interrogata, qualche ora dopo dagli inquirenti, ha fornito la versione assolutoria favorevole ad Alessio. E da quella versione non si è più schiodata.

Tanto che la Procura, dinanzi ai fatti accertati e alle prove raccolte, ha dovuto iscriverla sul registro degli indagati per favoreggiamento personale, reato che prevede una pena sino a 4 anni di reclusione, proprio perché sta aiutando Alessio “a eludere le investigazioni dell’Autorità”.

 

 Con la tanica in mano

Alessio Mantineo, che a sua volta si è sempre professato innocente, è stato invece inchiodato dalla telecamere del distributore di benzina che lo hanno immortalato mentre riempiva una tanica di benzina un’ora prima che Ylenia bussasse alla porta della vicina per chiedere aiuto.

Ylenia è stata pure smentita dalle testimonianze delle amiche su cosa sia accaduto quella sera.

La ragazza ha raccontato di aver incontrato in precedenza all’Officina, un locale di Messina, Alessio, ma di essere stata accompagnata al mattino a casa dalle amiche, con le quali quella sera era uscita.

Le amiche hanno, invece, dichiarato: “Ylenia e Alessio sono andati via dal locale intorno alle 2 per conto loro. Da quel momento non li abbiamo più visti”.

Pornografia minorile, tre foto a un unico “amico” della rete. Ecco nel dettaglio l’ accusa al giudice Gaetano Maria Amato: qualche settimana prima degli arresti aveva ammesso le chat e l’invio di immagini. Sequestrati personal computer e cellulare, gli inquirenti a caccia di nuove prove e di (eventuali) altri “appassionati” di bambini

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Tre foto di due persone minorenni seminude (due) e nude (una), tutte carpite all’insaputa delle vittime e inviate tra il 2014 e il 2015 a un solo utente della rete con dei commenti a corredo.

Sono questi i fatti per cui il giudice della Corte d’appello di Reggio calabria Gaetano Maria Amato, su richiesta della Procura di Messina accolta dal Giudice per le indagini preliminari Maria Vermiglio, è stato arrestato e condotto nel carcere di Gazzi il 3 ottobre scorso.

L’accusa per il cinquantottenne è di Pornografia minorile, reato per cui è prevista una pena da 6 a 12 anni di reclusione.

Tuttavia, le indagini sul magistrato sono tutt’altro che chiuse.

Da quanto si è riuscito a sapere da ambienti vicini agli inquirenti, pochi giorni prima che scattassero gli arresti,  a casa del giudice residente a Messina si sono presentati gli agenti della polizia con in mano un provvedimento di perquisizione e di sequestro di supporti telematici e informatici.

Nell’occasione della perquisizione, lo stesso giudice ha fatto dichiarazioni spontanee, minimizzando i fatti e ammettendo che in passato aveva intrattenuto delle chat con un pedofilo a cui aveva inviato tre o 4 foto: in sostanza, ciò che gli inquirenti sapevano già e che gli è stato contestato al momento dell’esecuzione della misura cautelare.

Gli inquirenti al termine della perquisizione hanno sequestrato e portato via personal computer e telefoni cellulari .

La perizia sui supporti informatici permetterà di stabilire se il magistrato ha raccontato la verità e, quindi lo scambio di materiale pedo pornografico è stato occasionale e limitato a quello già accertato, oppure le foto prodotte e inviate sono molto di più e l’interlocutore del giudice non è stato uno solo ma diversi.

In quest’ultimo caso, altri interlocutori con la “passione” per le immagine pedo pornografiche potrebbero finire nel mirino della Procura.

Nella rete…della perizia informatica

E’ con lo strumento della consulenza tecnica su strumentazione informatica che – secondo quanto si è riuscito a sapere dagli inquirenti della squadra mobile della polizia di Stato di Bolzano – ci è si imbattuti nel giudice di Messina.

Le indagini infatti erano concentrate su un pedofilo che, a tempo pieno, usando  diversi account e nick name, navigava sulla rete alla ricerca di materiale pedo pornografico.

E’ stata l’accertamento tecnico sul materiale sequestrato a quest’ultimo che ha consentito di individuare tra la miriade di chat e scambio di materiale scottante, le comunicazioni e, soprattutto, le foto che il giudice gli ha inviato.

Le carte sono state così trasmesse per competenza territoriale alla Procura di Messina.

La partita giuridica

La normativa che il legislatore ha dettato dal 1998 in poi contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minore, prevede diverse fattispecie di reato, di gravità diversa e quindi punite con pena diversa, i cui confini sono stati oggetto di interpretazioni non sempre univoche da parte della giurisprudenza.

Al magistrato Amato, in attesa degli esiti degli ulteriori accertamenti tecnici sul pc e sul cellulare, è contestata la fattispecie più grave (art. 600 ter, primo comma): quella che incrimina chi “utilizzando minori di anni 18, realizza esibizioni o spettacoli pornografici ovvero produce materiale pornografico”.

Per quanto le foto inviate dal giudice sono state realizzate all’insaputa delle vittime (e, ovviamente, senza la loro minima collaborazione), e sono state inviate a un solo utente, i fatti accertati sembrano rispondere appieno alla interpretazione che la Cassazione (a Sezioni unite) ha offerto della norma.

La cassazione nel 2000 (numero 13) ha, infatti, stabilito che la norma “offre una tutela penale anticipata volta a reprimere quelle condotte prodromiche che mettono a repentaglio il libero sviluppo personale del minore, mercificando il suo corpo e immettendolo nel circuito perverso della pedofilia. Per conseguenza il reato è integrato quando la condotta dell’agente che sfrutta il minore per fini pornografici abbia una consistenza tale da implicare concreto pericolo di diffusione del materiale pornografico prodotto”.

Non sarà semplice, ma ciò dipenderà anche dal tipo e dalla natura delle chat, per il giudice Amato difendersi sostenendo che l’aver trasmesso le foto a uno sconosciuto (che quindi non dava alcuna garanzia di riservatezza) non abbia determinato il concreto pericolo di diffusione delle stesse e quindi il rischio di pregiudicare il libero sviluppo personale dei minori raffigurati.

Primi provvedimenti

In applicazione della legge, che sul punto non ammette deroghe e riguarda tutti i pubblici funzionari senza che via la necessità di alcuna richiesta specifica di alcuno, il magistrato in conseguenza degli arresti e sin dal giorno successivo è stato sospeso dalle funzioni e dallo stipendio.

Allo stesso modo, è stato avviato nei suoi confronti procedimento disciplinare: si tratta, allo stato delle cose, di un grave illecito disciplinare, rientrante nella categoria degli “Illeciti conseguenti a reato” (e dunque diverso da quello compiuto nell’esercizio delle funzioni o fuori dalle stesse, ma sempre facendo pesare il ruolo di magistrato).

Questo tipo di illeciti possono portare alla sanzione (anche della rimozione dalla magistratura) solo dopo la condanna irrevocabile.