Policlinico, il direttore generale Marco Restuccia lascia la guida dell’azienda universitaria

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Il manager Marco Restuccia (tra Navarra e De Domenico)

Il manager Marco Restuccia (tra Navarra e De Domenico)

Il direttore generale del Policlinico di Messina Marco Restuccia lascia la guida dell' azienda universitaria. La notizia si e' diffusa nella mattinata di oggi tra i padiglioni della struttura sanitaria piu' grande di Messina. E' stata successivamente confermata ufficiosamente dai vertici dell'ateneo. Restuccia ha comunicato la sua decisione al rettore Pietro Navarra. Nelle prossime ore le dimissioni andranno formalizzate al presidente della Regione,Rosario Crocetta.Secondo le prime indiscrezioni, tutte da verificare, Marco Restuccia ha lasciato per motivi strettamente personali, piu' specificamente di salute.Il manager era al vertice del Policlinico dal giugno del 2014.

Ineleggibilità della consigliera Sindoni: le acrobazie pseudo giuridiche del legale Catalioto nel circo politico mediatico messinese, sguarnito di specchi. I ritardi annosi del segretario generale Le Donne

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Antonio Catalioto e Donatella Sindoni

Antonio Catalioto e Donatella Sindoni

Le circolari di un assessore possono abrogare, derogare o mettere nel nulla una legge emanata dal Parlamento o dall’Assemblea regionale siciliana?

La domanda, tanto è semplice la risposta, non viene posta neppure agli studenti degli istituti tecnici che si vuole aiutare a raggiungere una sufficienza striminzita in diritto.

Eppure, l’avvocato Antonio Catalioto, ex assessore tra il 2005 e il 2007 della Giunta del sindaco Francantonio Genovese, ha convocato una conferenza stampa per sostenere che la consigliera del comune di Messina Donatella Sindoni, da lui patrocinata, era perfettamente eleggibile.

Il motivo? “Ci sono due circolari assessoriali che dicono che la legge che stabilisce l’ineleggibilità della Sindoni non si applica”, ha detto il legale con il pallino per la politica davanti a una decina di giornalisti che prendevano appunti come gli alunni di scuola elementare davanti al maestro che racconta che “il ciuccio vola”.

L’avvocato, alla presenza di un nutrito gruppo di colleghi della Sindoni, appositamente convocati, se l’è presa così con il segretario generale del Comune di Messina.

Antonio Le Donne – secondo Catalioto – è   colpevole di non aver subito detto che c’erano queste circolari e di non avere così stoppato sul nascere il lungo procedimento, nato dal un servizio giornalistico a firma di Michele Schinella  (vedi servizio del 22 giugno del 2015), sfociato nel parere dell’Ufficio legale della Regione, che un anno dopo si è trovato d’accordo con le argomentazioni giuridiche persino dell’ultimo dei giornalisti, dichiarando l’ineleggibilità della Sindoni.

GLI SCIVOLONI DI CATALIOTO

“Le Donne guadagna 200mila euro all’anno e anche per il ruolo che riveste non poteva non sapere che c’erano le circolari”, accusa Catalioto raggiunto telefonicamente.

Il legale, però, vacilla non appena il giornalista, non presente alla conferenza stampa, gli pone due domande.

La prima: “Ma le circolari – secondo lei – derogano o possono dichiarare inapplicabile la legge?” “No, assolutamente no”, precisa Catalioto.

La seconda domanda, conseguente: “Il segretario generale – domanda ancora il solito giornalista – è obbligato ad applicare la legge oppure le circolari assessorali”.

A questa domanda, il legale si attorciglia: “La legge”. Poi, però, nel tentativo di risolvere le contraddizioni rispetto a quanto detto in conferenza stampa, aggiunge: “Il segretario generale se ne deve fregare delle circolari, ma se ne deve fregare sempre”, conclude mostrando la fragilità delle sue argomentazioni.

Come dire, siccome Le Donne di solito applica le circolari, in questo caso doveva farlo egualmente senza porsi neppure il problema che le circolari, come spesso capita, possano essere illegittime.

LE ELUCUBRAZIONI ANTIGIURICHE DELL’AVVOCATO

Non che ci fosse la necessità di porgli due domande per capire quanto le (mutevoli, peraltro) tesi del legale, destinatario di una serie di incarichi da parte di enti pubblici e di esponenti politici in materia elettorale, siano fondate su un vacuo arzigogolare antigiuridico finalizzato, al massimo, a un po’ di pubblicità gratuita.

Infatti, le circolari – come sanno tutti e come la Corte di Cassazione ha sempre precisato – non hanno alcuna efficacia normativa. Non possono innovare l’ordinamento giuridico. Non possono stabilire se una norma vigente dell’ordinamento non si applichi.

I pubblici funzionari come i giudici sono tenuti ad applicare la Legge.

Ebbene, la Legge che stabilisce che Donatella Sindoni non poteva essere eletta è vigente, tanto nell’ordinamento nazionale quanto in quello regionale, nell’identica formulazione: “Non è eleggibile il legale rappresentante delle strutture convenzionate per il Consiglio del comune il cui territorio coincide in tutto o in parte con quello dell’ Azienda sanitaria provinciale con cui sono convenzionate”, stabiliscono l’articolo 9 della legge regionale 31 del 1986 e l’articolo 30 del Testo unico Enti locali.

La norma parla di “legale rappresentante”, non di direttore sanitario o direttore generale, come sostiene, o per ignoranza o in mala fede, tertium non datur, la consigliera gridando alla persecuzione, quasi fosse Berlusconi.

Donatella Sindoni era azionista di maggioranza (95% delle quote), legale rappresentante e direttore del laboratorio di analisi “Studio diagnostico Sindoni di Donatella Sindoni Snc” accreditato e convenzionato con l’Asp 5. E non solo nel 2013, al momento dell’ultima tornata elettorale, ma anche tra il 2005 e il 2008, quando occupò la poltrona a palazzo Zanca benché fosse egualmente ineleggibile.

Il legislatore e la Corte costituzionale sono più volte intervenute negli ultimi anni sulla materia e mai hanno modificato o abrogato l’indigesta norma che la sapienza giuridica di Catalioto vorrebbe inapplicabile, come avrebbero fatto se l’avessero ritenuta incostituzionale o priva di ragion d’essere.

Dunque, la presenza formale di questa norma nell’ordinamento giuridico ne impone l’applicazione, come il legale sa bene.

Questo dato da solo sarebbe stato sufficiente a non perdere altro tempo con una vicenda divenuta penosa.

Tuttavia, Catalioto si è superato arrampicandosi sugli specchi. A ben pensarci, la presenza di qualche specchio nella sala della conferenza stampa forse avrebbe consentito alla consigliera e al suo avvocato di tenere a freno la lingua e a non avventurarsi in argomentazioni e dietrologie false quanto ridicole.

Se Catalioto lo scorso anno è arrivato a sostenere che “la norma nazionale era stata abrogata dalla Corte costituzionale (circostanza falsa) e quindi a cascata anche la norma regionale che l’aveva recepita doveva ritenersi abrogata (non si è mai capito in base a quale principio giuridico), durante la conferenza stampa ha (ri) spiegato alla platea perché la norma non si applica, spiegando non senza enfasi la ratio che l’aveva ispirata.

Dice, in sintesi, Catalioto: “La norma fu dettata nel 1986 quando le ausl erano dirette da un comitato di gestione i cui componenti erano in parte nominati dal Consiglio comunale e aveva come ratio evitare i conflitti di interesse in capo ai consiglieri/titolari di strutture sanitarie convenzionati con le stesse aziende sanitarie. Duqnue, non ha più ragione d’essere da quando le Asp hanno cambiato forma giuridica e nulla hanno a che fare con i Comuni, ma sono emanazione delle Regioni”.

Ora, il venir meno della ratio originaria di una norma non può essere mai motivo per stabilire che una norma non si applichi, perché se così fosse si dovrebbe sostenere che migliaia di norme dettate decenni fa non siano applicabili, perché all’avvocato di turno magari non piacciono.

Ma c’è di più. Sulla ratio della norma, che – è bene ribadire – il legislatore e la Corte costituzionale non hanno mai toccato, si è pronunciata la Corte di Cassazione nel 2001, in un caso identico a quello che riguarda Donatella Sindoni.

La Corte di cassazione con sentenza 13878 del 2001 (sentenza ineleggibilità) ha ritenuto legittima la decadenza del primo degli eletti al Consiglio del comune di Guidonia Montecelio perché legale rappresentante di 4 laboratori di analisi convenzionati con la locale Asp.

Nell’occasione la Cassazione ha stabilito che la ratio della norma è “la captatio voti da parte del titolare di strutture sanitarie private (che trattano un bene delicato come la salute e incassano soldi pubblici, ndr), che la condizione di ineleggibilità in esame tende ad evitare”.

Donatella Sindoni e il suo legale Antonio Catalioto, hanno sicuramente letto la sentenza che è stata loro segnalata (vedi corsivo del 2 luglio 2015) e fanno finta di non sapere.

Tuttavia, hanno ragione.

LE COLPE DI LE DONNE.

Il segretario generale è colpevole. Colpevole di aver perso tempo chiedendo pareri a destra e manca e di non aver messo rapidamente all’ordine del giorno del Consiglio comunale la decadenza della consigliera. Indugia ancora adesso che ha dal primo luglio 2016 sul tavolo il parere richiesto il primo dicembre del 2015, a sei mesi dalla pubblicazione dell’articolo che sollevava il caso.

La questione da un punto di vista giuridico è di una semplicità solare.

Da un punto di vista del rispetto della democrazia e della legge anche penale, si va facendo sempre più grave.

Sugli scranni del Consiglio comunale siede un consigliere ineleggibile che da tre anni percepisce indennità di funzioni e rappresenta i cittadini pur non avendone titolo.

La stessa consigliera sugli stessi scranni c’è stata seduta pure in passato, tra il 2005 e il 2008, pur egualmente ineleggibile.

LE DICHIARAZIONI FALSE

Donatella Sindoni al momento delle elezioni ha dichiarato, come tutti i candidati, di non trovarsi in condizioni di ineleggibilità: dichiarazione che se è falsa potrebbe integrare gli estremi del reato di falso ideologico in atti pubblici e truffa.

Eppure, intervistata nell’ambito del servizio che sollevava il caso, ha dichiarato di essere a conoscenza della norma sull’ineleggibilità ma di non essere stata sfiorata dal dubbio, salvo poi un attimo dopo chiedere al giornalista se “a sto punto arrivati” si dovesse dimettere (vedi video/intervista).

 

Il consigliere comunale Donatella Sindoni era ineleggibile. E’ arrivato il responso dell’Ufficio legale della Regione. Un anno prima un servizio giornalistico aveva denunciato il caso

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Donatella Sindoni

Donatella Sindoni

C’ è voluto un anno, ma alla fine l’Ufficio legale e legislativo della Presidenza della regione Sicilia si è trovato d’accordo con la legge e la giurisprudenza della Corte di Cassazione.

Donatella Sindoni non poteva ricoprire la carica di consigliera comunale. Al momento delle ultime elezioni di maggio del 2013 era infatti ineleggibile. Per l’esponente politico eletto sotto le insegne del Pd, promotrice subito dopo le lezioni, insieme al collega Santi Zuccarello del gruppo Missione Messina e passata di recente a Grande sud, adesso dovrebbe scattare la decadenza.

Il tema della sua ineleggibilità fu sollevato da un’inchiesta giornalistica pubblicata sul blog www.micheleschinella.it il 22 giugno del 2015, in cui ne venivano spiegati i motivi di fatto e di diritto.

A seguito della pubblicazione del servizio, Giovanni Cocivera, il primo dei non eletti del Pd, inviò, due giorni dopo, il 24 giugno del 2015 una lettera al presidente del Consiglio comunale, Emilia Barrile, chiedendo di “verificare il fondamento del fatto denunciato nell’articolo di stampa”.

Il presidente Barrile girò la patata bollente al segretario generale Antonino Le Donne; questi, dopo aver acquisito le deduzioni del legale di Donatella Sindoni, Antonio Catalioto, non se la sentì di decidere e, a sua volta, passò la palla, in data 1 dicembre del 2015, al Dipartimento regionale Autonomie locali. Tre mesi e 20 giorni dopo, il 21 marzo del 2016, della questione fu investito l’Ufficio legale della Presidente della Regione che alla fine ha deciso per l’ineleggibilità.

Donatella Sindoni reagì al servizio giornalistico con una nota stampa diffusa dal suo collega Santi Zuccarello che ipotizzava complotti a suoi danni e sprizzava la tranquillità che le aveva trasmesso il suo legale Catalioto, per il quale l’articolo era fondato sul nulla: “Una bufala”, la definì. La nota fu ripresa acriticamente da giornalisti avvezzi al ruolo di addetti stampa.

L’autore del servizio giornalistico fu così costretto a tornare sulla vicenda con un corsivo  (vedi servizio) del 2 luglio del 2015.

Donatella Sindoni non era eleggibile perché all’epoca delle lezioni era (proprietaria) e rappresentante legale di una struttura sanitaria (laboratorio di analisi) convenzionato con l’Azienda sanitaria provinciale di Messina.

Infatti, l‘articolo 9 della legge regionale 31 del 1986 (articolo 9) stabilisce “l’ineleggibilità del rappresentate legale della struttura convenzionata con l’Asp”. 

In realtà, Donatella Sindoni, già in precedenza (tra il 2005 e il 2008) ha esercitato le funzioni di consigliere comunale pur trovandosi nella stessa identica situazione di ineleggibilità.

Nel frattempo, Giovanni Cocivera, l’aspirante consigliere comunale, ginecologo dell’azienda “Papardo” è finito sotto inchiesta penale e agli arresti domiciliari con l’accusa di aver praticato aborti illegali.

Notizie riservate dall’avvocato, accesso alla Banca dati delle Forze dell’Ordine, incontri a piacimento in località protetta: nella carte dell’inchiesta ecco come il collaboratore di giustizia Bisognano si faceva beffa dello Stato e tesseva le sue trame

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Carmelo Bisognano

Carmelo Bisognano

 

“… il Giudice Salamone gli ha fatto fare la relazione che Stefano Rottino parlava con lei … … cioè proprio ha chiamato il Carabiniere… questa cosa … ora lei mi fa una cortesia, esce tra un poco, cinque minuti e si viene a sedere anche con i Carabinieri dove ci sono io … così se Stefano Rottino viene qua e parla io gli dico: “lei se ne deve andare è una mattinata che ci rompe i coglioni”

E’ il 16 febbraio del 2016. Il procuratore generale Maurizio Salomone vedendolo liberamente colloquiare nel Tribunale di Messina con Stefano Rottino, fresco di condanna per mafia, chiede al carabiniere presente di fare una relazione di servizio.

Il suo avvocato, Mariella Cicero, si allarma, e gli telefona sul cellulare consigliandogli cosa fare per dare una giustificazione (di comodo) ex post allo strano colloquiare di un collaboratore di giustizia con chi era stato un affiliato al clan che capeggiava prima di “pentirsi”.

A Carmelo Bisognano, 51 anni, i contribuenti italiani pagavano la scorta, due avvocati, la casa, i viaggi e un assegno mensile di 1600 euro.

Lui, boss della mafia di Barcellona e autore di decine di delitti, oltre a girare libero e scortato per i Tribunali della Sicilia a puntare l’indice a destra e a manca, consentendo una serie di operazioni di polizia che hanno decapitato i vertici della mafia del Longano, teneva contatti con esponenti dei clan mafiosi impartendo loro istruzioni; svolgeva attività imprenditoriale sotto mentite spoglie, si incontrava a suo piacimento nella località protetta (anche con altri collaboratori di giustizia) e, soprattutto, concordava dichiarazioni assolutorie con condannati per mafia o minacciava di fare dichiarazioni che aveva omesso al fine di ottenere vantaggi economici.

L’inchiesta “Alla Vecchia maniera”, condotta dagli uomini del commissariato di Barcellona Pozzo di Gotto ha portato il 18 maggio del 2016 Bisognano dalla casa in cui viveva sotto protezione alle celle del carcere e ha mostrato come Bisognano si sia fatto beffa delle Istituzioni e della legge e, in realtà, – secondo gli investigatori – non avesse alcuna intenzione di abdicare definitivamente al suo ruolo di boss mafioso per percorrere la via della legalità.

Le stesse indagini, fatte di intercettazioni e di appostamenti, hanno però portato gli investigatori al convincimento, ora rimesso alla valutazione della Procura di Messina, che tutto ciò sia stato possibile grazie alla complicità di coloro che avrebbero dovuto assicurare la sua incolumità o offrigli assistenza legale: gli uomini della scorta e uno dei suoi avvocati. L’operato di Mariella Cicero, storico collega di studio dell’altro legale di Bisognano, Fabio Repici, infatti, non ha convinto per nulla il dirigente del Commissariato di Barcellona, Mario Ceraolo.

Il vice questore Mario Ceraolo

Il vice questore Mario Ceraolo

 

AVVOCATI NEL MIRINO

Secondo il vice questore, infatti, “Bisognano ha avuto la possibilità di accedere ad informazioni, anche coperte dal segreto istruttorio che quasi quotidianamente gli vengono fornite dal suo difensore Maria Rita Cicero con condotte che non rappresentano soltanto una evidente violazione dei doveri deontologici ma configurano precisi reati penali e che consentono al Bisognano di meglio operare nel comprensorio della provincia di Messina”. Il dirigente Ceraolo evidenzia ai magistrati della Procura di Messina come “I rapporti che intercorrono tra il legale ed il collaboratore di giustizia, come emerso in diverse altre intercettazioni, sono caratterizzati da uno scambio di informazioni a volte anche riservate che sembrano essere estranee al mandato difensivo”. Di più, ha insistito Ceraolo: “Carmelo Bisognano gode di informazioni privilegiate, ed a volte riservate, provenienti dal suo difensore  Maria Rita Cicero, che il collaboratore utilizza per meglio realizzare i suoi disegni criminosi”

Carmelo Bisognano, aveva pure la possibilità di accedere alle banche dati interforze (SDI) “strumento investigativo di grandi potenzialità specie se ne nelle mani di un mafioso e conseguentemente dei suoi complici”, come scrivono gli inquirentiimpegnati ora a dare risposta ad una serie di domande inquietanti.

INQUIETANTI DOMANDE.

Chi gli consentiva l’accesso allo SDI e ottenere informazioni riservate su persone e mezzi è stato lo stesso collaboratore a raccontarlo a magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Messina, nel corso di un lungo e teso interrogatorio avvenuto 15 giorno dopo gli arresti.

Invece, se si provasse che in effetti da parte dell’avvocato Cicero siano state divulgate notizie riservate, sul tavolo dei magistrati della Direzione distrettuale ci sarebbero a cascata altre domande: chi forniva le informazioni riservate all’avvocato Maria Rita Cicero che poi le girava a Bisognano? E, ancora, perché l’avvocato Cicero dava queste informazioni a Bisognano? E perché, lo stesso avvocato si intratteneva in lunghe telefonate con il  collaboratore “estranee” – secondo gli inquirenti – al mandato difensivo e si preoccupava di coprirne gli scivoloni, come il colloquio con Rottino?

 

DIFFAMAZIONE STRISCIANTE

Scrive ancora Mario Ceraolo, in un altro passaggio di comunicazioni inviate alla Procura: In generale va evidenziata l’evidente, quanto preoccupante, inopportunità  delle diffamatorie propalazioni del legale che manifesta una disinvolta tendenza a fornire al collaboratore di giustizia rappresentazioni negative e fuorvianti di appartenenti alle istituzioni”.

E’ lo stesso Ceraolo a rilevare che ad un certo punto, a marzo del 2016, improvvisamente Bisognano si fa molto prudente al telefono. “in questo momento non ce né telefono e né niente, ordina a un suo uomo.

Allo stesso modo e contemporaneamente si trasformano in telegrafici i lunghi colloqui con il difensore Cicero, “la quale – rileva il dirigente Mario Ceraolo – nelle ultime settimane ha evitato – a differenza di quanto accadeva prima – di dilungarsi nelle conversazioni telefoniche intrattenute con il suo assistito limitandosi a brevi comunicazioni di “servizio” “.

Mariella Cicero

Mariella Cicero

 

LA REPLICA DELLA CICERO

L’avvocato Mariella Cicero raggiunta telefonicamente nella tarda serata di venerdì 24 giugno, spiega: “Ho la coscienza apposto di chi ha fatto il proprio lavoro per bene. Non ho nulla da rimproverarmi, se non di aver esperito ogni goccia di energia in questa attività di assistenza. Escludo di aver instaurato con il collaboratore un rapporto di eccessiva confidenza. Nessuna leggerezza c’è stata da parte mia”.

Entrambi i legali di Bisognano, Repici e Cicero, erano presenti quando il collaboratore, tenendo fede all’accordo con l’imprenditore Tindaro Marino, intessuto tramite Lorisco e registrato in presa diretta dagli inquirenti, rilascia le nuove dichiarazioni che alleggeriscono la posizione dell’imprenditore di Brolo.

 

DICHIARAZIONI “ADDOMESTICATE” …

Secondo gli accertamenti del commissariato di Polizia di Barcellona Pozzo di Gotto, fatti di intercettazioni telefoniche, Carmelo Bisognano tramite il fidato Angelo Lorisco, finito anch’egli in carcere, nel 2015 è entrato in contatto con Tindaro Marino, imprenditore di Gioiosa Marea, all’epoca agli arresti domiciliari e in attesa dell’esito del ricorso per Cassazione avverso la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa e del procedimento di appello di confisca del suo patrimonio.

Nel corso dell’estate del 2015, i contatti tra Bisognano e Lorisco sono stati frenetici. Così come quelli tra Lorisco e Marino.

Le intercettazioni – secondo gli inquirenti – hanno evidenziato che, in cambio del denaro necessario a svolgere attività imprenditoriali all’estero attraverso una società intestata a teste di legno, il collaboratore si è impegnato a modificare le dichiarazioni rese in precedenza contro l’imprenditore.

“….Vi interessa poi a tutti e due, in base a quello che ha detto lui ….”, dice Lorisco a Bisognano. Che ribatte: “Ah,mi potrebbe pure interessare a me, per dire… Perché sono più cose che riguardano di più a lui, che a me”. “Certo, lui esce tranquillo… E se liberano, quelli che liberano il cinquanta per cento è tuoCome ha parlato lui… eh se lui è come dice lui che esce tranquillo, sono tanti … perciò vi potete sistemate tutti e due!”, conclude Lorisco.

Promesso, fatto.

 

FATIDICO GIORNO

E’ il 30 settembre del 2015 quando Bisognano assistito dai suoi due legali Fabio Repici e Mariella Cicero risponde alle domande che gli pone nell’ambito di indagini difensive il legale di Marino, Salvatore Silvestro.

Il verbale riepilogativo viene depositato in Cassazione, dove pende il ricorso e, soprattutto, ciò che più interessa Marino, nel procedimento per la confisca dei beni dello stesso imprenditore.

E’ destinato a passare al vaglio di giudici che nulla sanno di cosa avesse detto Bisognano di Marino 5 anni prima. Ma qualcosa va storto. Perché gli sviluppi del patto scellerato sono seguiti in presa diretta dagli inquirenti.

Dal confronto delle dichiarazioni – secondo i magistrati della direzione distrettuale antimafia, Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, che anni prima avevano raccolte tutte le dichiarazioni di Bisognano, poi usate nei processi, e il giudice Monica Marino – emergono delle differenze notevoli: Bisognano che aveva dipinto Marino come associato alle organizzazioni e come imprenditore che si è avvalso dei suoi rapporti con la stessa organizzazione per ampliare i suoi affari, lo dipinge 5 anni dopo, a processi fatti, come estraneo alla mafia e vittima.

Il confronto tra le dichiarazioni fatte nel 2010 sul conto di Marino e quelle fatte e contenute nel verbale riassuntivo il 30 settembre del 2015 mostrano – a leggere l’ordinanza di misure cautelari – un virata di rotta clamorosa. Non solo.

Il collaboratore si è dimenticato completamente che 5 anni prima lo aveva indicato come persona che aveva curato per conto dei clan la latitanza di boss di vertice del clan palermitano Lo Piccolo in provincia di Messina.

“Può senz’altro sostenersi che Bisognano in osservanza di accordi precedentemente rese abbia rilasciato su Marino dichiarazioni più favorevoli in quanto ne attenuavano non poco la sua responsabilità penale”, ha scritto il Gip Marino nell’ordinanza di misure cautelari.

ASSISTENZA SILENTE

I legali di Bisognano assistono alla deposizione senza nulla eccepire e senza dimostrare nel corso della stessa alcuna sorpresa. L’avvocato Cicero mentre il collaboratore risponde alle domande sul suo pc scorre i verbali di interrogatorio che Bisognano aveva fatto anni prima sul conto di Marino. L’avvocato Silvestro invece sottolinea che questi verbali lui non li ha mai visti. Il verbale è firmato da tutti i legali e da Bisognano. L’interrogatorio è stato registrato su supporto audio.

“L’interrogatorio di Bisognano – sostiene l’avvocato Cicero – è stato più complesso di quanto il verbale riassuntivo (il solo preso in esame dagli inquirenti) dica. Non appena sarà disponibile il file audio tutto sarà più chiaro. Credo ci sia stato un difetto nelle indagini”.

E gli accordi a monte con Marino e tutta l’attività delittuosa di Bisognano? “Non ne so nulla. Se ci sono stati questi accordi non lo so. Bisogna chiedere a Bisognano, a Marino e alla Procura. Io e il mio collega non ci siamo accorti di nessun cambio di rotta su Marino”.

I due legali non si accorgono del cambio di rotta di Bisognano, benché l’avvocato Cicero quando viene contattata dall’avvocato Salvatore Silvestro che le comunica la richiesta di esame di Bisognano si allarma, temendo un’imboscata da parte di chi (Silvestro) è difensore anche di Saro Cattafi, “nemico” storico di Cicero, Repici e dell’ex presidente della commissione parlamentare antimafia europea Sonia Alfano, della cui famiglia Repici è legale.

In quel momento, infatti, il processo d’appello nei confronti di Cattafi è alle battute finali. Sulla condanna in primo grado con l’accusa di essere il capo della mafia di Barcellona sono pesate come macigni le dichiarazioni di Bisognano.

L’avvocato chiama subito Bisognano per sapere se lui sa già di questa iniziativa e per raccomandargli di non prestare il fianco a possibili autogol. Quest’ultimo, prima fa finta di non saperne nulla, poi ammette: “si..si io so tutto…sono chiaroveggente io so tutto e non so..lei lo sa…“, infine, la tranquillizza: “Non si allarmi”. La Cicero lo incalza: “perchè io di questo se devo dire la verità, mi sono preoccupata …“. “No…no…dico io faccio il chiaroveggente poi ognuno può dire quello che vuole…“, ribadisce Bisognano. A cui risponde la Cicero: “si l’ho capito io!.. io già lo sapevo che lei faceva il chiaroveggente…

 

“Avevo rappresentato ai magistrati della Procura l’inopportunità di questa iniziativa ritenendo vi fosse un traccheggio per favorire non Marino, ma Cattafi”, rivela Mariella Cicero.

ALL’INCASSO….

Quattro giorni dopo l’interrogatorio, il 4 ottobre del 2015, Bisognano è al telefono con Lorisco: “Io quello che dovevo fare, per dire per l’affare mio, l’ho fatto, dove sono i soldi? Ma non per me, per fare queste cose”, dice il collaboratore.

Le risorse economiche arrivano qualche giorno dopo.

 

RINUNCIA ALLA DIFESA….MA NON TROPPO

Lo stesso giorno degli arresti, Salvatore Silvestro ha rinunciato all’incarico di difesa di Marino. Mariella Cicero ha aspettato qualche giorno: “Ho rinunciato all’incarico dopo aver letto l’ordinanza e capito che c’è un appendice che può riguardare la mia persona. E io mi devo pure tutelare”, rivela, mettendo così il giornalista alla ricerca delle carte dell’ “appendice”. “Credo – aggiunge il legale – che io abbia delle cose da raccontare come testimone in questa storia e se fossi rimasta legale avrei potuto danneggiare Bisognano”.

La rinuncia all’incarico riguarda solo il procedimento “Alla vecchia maniera”, e non tutti gli altri procedimenti in cui Bisognano è coinvolto come imputato e collaboratore di giustizia ed è difeso pure da Fabio Repici.

E’ quest’ultimo, collega di studio di Mariella Cicero, ad assistere Bisognano nell’inchiesta che gli potrebbe costare la revoca del programma di protezione. E’ con l’assistenza di Repici che Bisognano è stato interrogato dai pm Cavallo e Di Giorgio che gli hanno chiesto conto di una serie di condotte, ma non si sono soffermati neppure un attimo sui rapporti con il suo avvocato.

 

SCORTA… DI COMPLICITA’

Mi controlli se questa persona ha precedenti penali? Mi controlli di chi è questa macchina? Mi controlli se questo mezzo è sotto confisca? Quando Bisognano aveva bisogno di un’informazione riservata gli bastava chiamare Domenico Tagliente (che eseguiva materialmente l’accesso) o Diego Pistelli o Enrico Abbina. Sono tre uomini, carabinieri, del Servizio di Protezione che avrebbero dovuto proteggere Bisognano. Invece, secondo le risultanze delle indagini, avevano instaurato con il collaboratore un rapporto di complicità che sfociava nell’illegalità.

I tre uomini deputati alla protezione di Bisognano, gli consentivano  invece di frequentarsi liberamente, senza che fosse chiesta alcuna autorizzazione, con altri collaboratori di giustizia. E, ancora, consentivano che Bisognano ricevesse visite da parte di Dora Simone, dipendente del comune di Mazzarà “in contatto con diversi soggetti gravitanti in ambienti criminali tra cui lo stesso Lorisco Angelo”, secondo gli inquirenti. Gli inquirenti hanno pure annotato un incontro di Bisognano con Dora Simone al Tribunale di Messina in presenza dell’avvocato Cicero, proprio qualche ora prima che Bisognano rendesse le dichiarazioni che alleggerivano la posizione di Tindaro Marino.

 

IRONIA DELLA SORTE

Il Giudice delle Indagini preliminari Monica Marino, accogliendo la richiesta di arresti avanzata dalla stessa Direzione distrettuale di Messina, che ne aveva curato la collaborazione iniziata sin dall’estate del 2011, è stata molto dura: “Le condotte poste in essere dal collaboratore sono di straordinaria gravità perché da un lato lumeggiano la strumentalizzazione del ruolo di collaboratore di giustizia e dall’altro testimoniano il tentativo posto in essere dallo stesso di reinserirsi nel contesto territoriale di provenienza, non disdegnando per conseguire tali finalità di ricorrere ai metodi illeciti”.

Il Tribunale della Libertà rigettando il ricorso del legali di Bisognano ha condiviso la valutazione molto dura del giudice Marino.

Quest’ultimo giudice, giudicando in abbreviato Saro Cattafi aveva – come ha scritto la Corte d’appello in un passaggio –  “aderito senza riserve al narrato del collaboratore Carmelo Bisognano”, i cui racconti su Cattafi, tendenti ad affermarne l’attualità del ruolo di capo dei capi della mafia di Barcellona, sono stati determinanti per la condanna in primo grado di Cattafi come boss di vertice, ma sono stati ritenuti sguarniti di prova dalla Corte d’appello che, con sentenza emessa prima degli arresti di Bisognano, ha riconosciuto comunque Cattafi colpevole di essere stato sino al 2000 membro dei clan mafiosi, ma come semplice affiliato e non capo dell’organizzazione.

L’ATTENDIBILITA’ SALVATA

I sostituti Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo che ne hanno chiesto gli arresti, hanno sottolineato che l’attendibilità di Bisognano non è messa in discussione dai reati che in ipotesi ha commesso mentre era sotto protezione, visto che le sue dichiarazioni, usate per infliggere condanne pesantissime, sono state sempre puntualmente riscontrate. ll Giudice Monica Marino ha condiviso.

 

 

Policlinico, arresti a scoppio ritardato. Il primario Calbo, il figlio e un medico ai domiciliari per fatti notori dal 2013. Nel frattempo, Calbo è diventato direttore della scuola di specializzazione in chirurgia e di recente è stato promosso Primario di struttura complessa

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Calbo, Marullo e calbo senior

Aveva un seno più grosso dell’altro e voleva renderli eguali: si è ritrovata senza capezzoli né areola mammaria. Un’altra donna, invece, non sopportava l’adipe sull’addome e ai glutei: delle mutilazioni ne hanno preso il posto.

La vicenda diventò di pubblico dominio a giugno del 2013 (vedi articolo di Centonove Protesi poco pro…tette che la raccontava in tutti i dettagli).

Gli interventi di chirurgia estetica fatti passare per interventi necessari per curare tumori (in modo da porli a carico del Servizio sanitario nazionale) erano stati già effettuati nelle sale operatorie del Policlinico di Messina nei mesi precedenti. Alcuni di questi avevano pure prodotto danni gravi ai pazienti.

L’autore ne era Enrico Calbo, specializzando e figlio di Elio, primario all’epoca di Endocrinochirurgia (struttura semplice), che per legge non poteva neppure effettuare gli interventi come primo operatore; al suo fianco, neppure in tutti i casi, il chirurgo collega di papà Massimo Marullo.

L’allora direttore generale del Policlinico di Messina, Giuseppe Pecoraro, sospese i due medici strutturati per due mesi. E nominò una commissione interna che facesse luce sulla vicenda. La Procura aprì un’inchiesta iscrivendo i tre sul registro degli indagati. Non solo. Nei mesi successivi alla direzione dell’azienda ospedaliera arrivarono diverse richieste di risarcimento danni per centinaia di migliaia di euro da parte di pazienti che si erano affidati ai bisturi del figlio d’arte.

Oggi, trentasei mesi dopo, per gli stessi fatti, con l’accusa di truffa, falso e abuso d’ufficio, i tre sono finiti agli arresti domiciliari.

 

CORSA INARRESTABILE

Eppure, tutto ciò non ha impedito che nel frattempo Letterio Calbo diventasse prima direttore della scuola di specializzazione in Chirurgia generale: ciò colui che ha la responsabilità della formazione tecnica e deontologica dei futuri chirurgi della città; e poi, di recente, primario di Chirurgia d’urgenza del Policlinico universitario, sia pure in via provvisoria visto che il Policlinico aspetta venga approvato dalla Regione l’atto aziendale.

 

IL PLEBISCITO. 

E’ un incarico cui ha sempre ambito: dirigere la scuola di specializzazione. La vicenda delle protesi su cui era scivolato il figlio e le indagini della Procura rischiava di far svanire il sogno. Invece, non lo ha minimamente sfiorato.

Lelio Calbo è diventato direttore della scuola si specializzazione agli inizi del 2015 con una maggioranza bulgara: 55  su 60 colleghi chirurghi gli hanno dato fiducia a dispetto della sospensione, dell’inchiesta della Procura e del clamore mediatico.

“Dalla Procura non ho ricevuto nulla. Non so nulla di inchieste a mio carico. Non credo ci sia persona più meritevole e adatta di me per guidare la scuola di specializzazione. Non c’è nessun problema di opportunità, nè di incompatibilità”. Rispondeva così Elio Calbo, al giornalista che subito dopo la sua elezione a direttore della scuola di specializzazione, avvenuta a gennaio del 2015, faceva notare la contraddizione tra il suo nuovo ruolo di responsabilità anche deontologica e la condotta tenuta nella vicenda che aveva visto come protagonista il figlio.

Questi, in violazione del regolamento interno, pur essendovi decine di reparti disponibili per la sua formazione, operava a suo piacimento in quello del padre, che lo aveva accolto volentieri e che – secondo le conclusioni degli inquirenti – non solo non vigilava sul figlio ma ne era complice.

“Una commissione ha stabilito che tutti gli interventi svolti da mio figlio rientrano nella legalità”, sottolineò nell’occasione Elio Calbo.

 

L’ASSOLUZIONE DEI COLLEGHI E I BUCHI NERI

In effetti, il medico legale Patrizia Gualniera e il chirurgo plastico Michele Colonna, entrambi medici del Policlinico, incaricati dal manager Pecoraro di valutare l’operato dei tre colleghi, erano stati netti. “Tutti i ricoveri oggetto di indagine sono risultati congrui in quanto le patologie riscontrate richiedevano le prestazioni effettuate”, hanno scritto i due medici al termine di una relazione di una paginetta, depositata in direzione generale il 15 luglio del 2013.

Il sostituto procuratore Antonella Fradà (sulla scorta della relazione del suo consulente tecnico, Elvira Ventura Spagnolo) l’ha pensata in maniera diametralmente opposta, convincendo pure il Gip Maria Luisa Materia.

Gli interventi fuorilegge secondo le conclusioni del pm sono stati compiuti tra il 2011 e il 2013. Tutti sono stati registrat

 

LE PROMOZIONI

Di recente, con delibera del 22 ottobre del 2015 il direttore generale dell’azienda universitaria Marco Restuccia, ottenuta l’intesa dal rettore dell’Università di Messina Pietro Navarra, ha nominato Calbo direttore dell’unità operativa complessa di Chirurgia d’urgenza.

L’incarico è per sei mesi e costituisce una promozione (sia sotto il profilo economico che del prestigio) per il docente ordinario che sino a quel momento era direttore di una struttura semplice.

Nel corso degli ultimi anni sono giunte sulla scrivania del manager diverse richieste di risarcimento danni frutto dell’operato di Enrico Calbo. Alcuni contenziosi sono stati evitati con delle transazioni.

ALLEANZE MAGICHE

Elio Calbo, fedelissimo da tempo immemore dell’allora  rettore Franco Tomasello, alla vigilia delle elezioni per la scelta del nuovo ermellino (tenute a maggio del 2013) si è schierato dalla parte di Pietro Navarra (eletto poi rettore), tradendo il candidato appoggiato dal neurochirurgo rettore uscente.

Pippo Navarra, il fratello del Magnifico, è il chirurgo più prestigioso e potente del Policlinico e l’elezione a direttore della scuola di specializzazione di Calbo è avvenuta grazie alla sua sponsorizzazione politica.

 

 

Clientelismo spacciato per mafia. Paolo David messo alla gogna per reati di cui non è accusato. Ecco come opera la “matassa” della disinformazione

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La conferenza stampa dell'operazione Matassa

La conferenza stampa dell’operazione Matassa

E’ clientelismo, di basso livello, fatto di buste della spesa e di regali di 50 euro; e di livello poco più alto, fatto di ricerca di posti di lavoro a familiari di marescialli dei carabinieri e ispettori di polizia e di intercessione politica per tentare di avvicinare imprenditori alle istituzioni. Ma è stato spacciato per mafia.

A leggere l’ordinanza di misure cautelare, denominata Matassa e  firmata dal Gip Maria Teresa Arena non si capisce che ci faccia la foto del consigliere comunale Paolo David, fedelissimo di Francantonio Genovese e Franco Rinaldi, i due esponenti politici più importanti di Messina prima di essere azzoppati due anni fa dall’inchiesta sulla formazione, accanto a quelle di coloro che sono ritenuti esponenti dei clan mafiosi della zona sud della città.

Per Paolo David, infatti, non c’è nessuna accusa da parte dei magistrati della Procura, Liliana Todaro e Maria Pellegrino, di associazione per delinquere di stampo mafioso; nessuna accusa di voto di scambio politico mafioso. Non c’è documentata nessuna richiesta da parte sua di aiuto alla mafia. E le intercettazioni cui è stato sottoposto per mesi non hanno registrato alcun rapporto con nessun esponente dei clan.

Paolo David, infatti, intrattiene unicamente rapporti con Angelo Pernicone e Giuseppe Pernicone, imprenditori titolari di una società, il Consorzio sociale siciliano, perfettamente in regola con la legge tanto che partecipa e si aggiudica gare pubbliche.

Entrambi incensurati, sino all’alba del 12 maggio 2016 , quando sono stati arrestati con l’accusa di aver messo a disposizione la loro azienda per consentire l’inserimento lavorativo e la rieducazione di detenuti (disposto, comunque, dal Tribunale di Sorveglianza) che così hanno potuto godere di permessi per uscire dal carcere .

Per il papà Angelo Pernicone tanti anni fa era stata chiesta la misura cautelare degli arresti in carcere. Fu rigettata, e al termine del processo “Albachiara” fu assolto.

LE ACCUSE VERE.

Invece, il consigliere Paolo David è accusato di una serie di ipotesi di corruzione elettorale, consumate tra il 2012 e il 2013, in occasione di tre tornate elettorali (politiche, regionali e amministrative), il reato che compie “Chiunque, per ottenere, a proprio od altrui vantaggio, la firma per una dichiarazione di presentazione di candidatura, il voto elettorale o l’astensione, dà, offre o promette qualunque utilità ad uno o più elettori, o, per accordo con essi, ad altre persone, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni”. Peraltro,  “La stessa pena si applica all’elettore che, per dare o negare la firma o il voto, ha accettato offerte o promesse o ha ricevuto denaro o altra utilità”.

Ma soprattutto David è accusato di associazione per delinquere finalizzata a compiere questo reato. Non solo, l’associazione viene ancora ritenuta operante anche se tornate elettorali non ce ne sono da tempo

E’ la contestazione di questo reato che porta David in carcere. Infatti, per i singoli episodi di corruzione elettorale, la Procura non può chiedere il carcere e non lo chiede.

Il bancario Paolo David finisce in carcere perché secondo le due righe di motivazioni del Gip Arena l’associazione è ancora esistente e c’è il pericolo che il reato, commesso nel 2013, ovvero 3 anni fa,  venga reiterato benchè non sono alle viste consultazioni elettorali, né politiche, né amministrative.

L’ASSOCIAZIONE FA I FAVORI

Secondo l’accusa si è associato con i due imprenditori Pernicone, padre e figlio, e con Giuseppe Picarella, chirurgo plastico molto noto a Messina quale titolare di alcune strutture sanitarie e centri estetici, e con la figlia Cristina.

I Picarella consentono a David di avere a disposizione delle aziende dove poter assumere. Infatti David ottiene l’assunzione, per breve periodi, di alcune persone su sollecitazione dei familiari di quest’ultimi.

Da David i Picarella ricevono l’intercessione politica (attraverso Francantonio Genovese) presso l’assessorato alla Salute, con il funzionario Marco Fiorella. La polizia non documenta che la facilitazione di questo rapporto avesse ad oggetto attività illecite.  “Si sono comportati con molta gentilezza”, riferisce Picarella a David. Null’altro.

David pur facendo parte di questa associazione unitamente ai Pernicone, fa la cortesia all’imprenditore di metterlo in contatto con il commissario del Consorzio autostrade siciliane Nino Gazzara. I Pernicone erano arrabbiati perché al Cas non riuscivano a vincere neppure una gara. Non l’hanno vinta neppure dopo l’incontro di David con Gazzara.

David benchè associato con i Pernicone e Picarella, dopo le elezioni, si prodiga per far assumere un familiare dei Pernicone presso una  società di Picarella, come operatore socio sanitario.

Le utilità che David prometteva erano le buste della spesa distribuite prima dell’elezione regionali nei quartieri più degradati della città. E una dazione di 50 euro.

Altre utilità erano una serie di promesse di aiuto per lavoro e per il disbrigo pratiche presso l’Inail, dove lavorava il fratello.

In molti casi, erano gli stessi interlocutori di David che lo chiamavano e chiedevano la cortesia dicendosi pronti a votare per lui. David si metteva sempre a disposizione. In alcuni casi faceva presente che era  candidato e che contava sul loro voto.

 

CLIENTELISMO ECCELLENTE

 

A David chiede aiuto il maresciallo Lorenzo Papale comandante della stazione dei carabinieri di Giostra che ha bisogno di un posto di lavoro prima per la consuocera e poi, dopo il rifiuto di questa, per la nipote. Lo stesso aiuto per lo stesso obiettivo, il posto di lavoro per un familiare, lo chiedono due appartenenti alla polizia, Stefano Genovese e Michelangelo La Malfa, i quali si spendono politicamente per David. “Michele parliamoci chiaro noi lavoriamo tutti per lo stesso fine che sarebbero i figli”, dice Paolo David a Michelangelo La Malfa.

 

LA MATASSA DELLA DISINFORMAZIONE

Paolo David non è accusato di mafia, neppure di concorso esterno. Eppure, la sua foto, scattata all’alba da fotografi insonni che si trovavano per caso nei paraggi, mentre esce dalla Questura, con a fianco due agenti, per essere accompagnato al carcere di Gazzi ha fatto il giro dell’Italia. E’ apparsa su tutti i giornali italiani. E’ stata mandata per due giorni in onda sui TG.

E’ lui per la stampa locale e nazionale l’emblema degli intrecci tra politica e mafia a Messina. Tuttavia, il consigliere comunale non è accusato di Mafia. E’ accusato di un reato comunque grave, certo. Lo stesso reato di cui è accusato il governatore della regione Basilicata, ad esempio.

Un reato che non commette nessuno in terra di Sicilia: infatti, tutte le assunzioni sono fatte per concorso pubblico, specie nelle cooperative sociali, e tutti coloro che fanno campagna elettorale a favore di questo o quel politico lo fanno per ideali e non perché si aspettano in cambio qualcosa (uffici stampa o incarichi di sottogoverno, compresi)

La corruzione elettorale è un reato grave perchè attenta alla democrazia e, soprattutto, alla dignità delle persone, che se la vendono per pochi spiccioli.

Ma mafia non è.

 

I MOSTRI DELLA MAFIA.

E allora perché metterci Paolo David tra 35 presunti mafiosi? Perché la notizia degli arresti è stata data (con chiara violazione del segreto istruttorio da parte di qualche inquirente) dalla giornalista della testata nazionale “La Repubblica” (che ha fatto il suo lavoro) prima che ne venissero a conoscenza gli arrestati?

Se l’operazione di polizia avesse portato in carcere presunti esponenti dei clan di Camaro, non ne avrebbe scritto e parlato neppure la televisione locale, con tutto il rispetto per gli inquirenti e gli arrestati, molti dei quali erano già in carcere. A parte Carmelo Ventura, gli arrestati sono personaggi di nessun livello.

Invece, è stato sufficiente mettere Paolo David accanto a esponenti della mafia con cui nulla aveva a che fare, sottolineando che era uomo di Francantonio Genovese, per creare la notizia e per far diventare protagonisti della notizia stessa, a reti unificate, magistrati, inquirenti e i giornalisti che si sono fatti latori di una notizia falsa.

E’ bastata una conferenza stampa presieduta dal Questore della città, Giuseppe Cucchiara, e dal capo del Procura, Guido Lo Forte, per amplificare la notizia fondata sul falso.

Si sono scatenati pure i politici antimafiosi, che senza conoscere le carte e sulla base di una notizia falsa, si sono avventurati in giudizi su cose di cui nulla sapevano.

La mafia, infatti, fa audience.

La mafia negli anni novanta faceva audience se in carcere finivano i boss. Adesso fa audience solo se accanto ai mafiosi viene inserito, non importa se giustamente o ingiustamente, un qualche esponente dello Stato o delle Istituzioni.

La mafia dentro lo Stato eccita i cittadini e li rassicura. Permette di vendere copie di giornaliE fornisce alibi. In fondo, se il sindaco Renato Accorinti e la sua amministrazione non sono capaci di risolvere i problemi dei cittadini la colpa è della mafia, la cui puzza ha subito sentito il neo assessore Luca Eller Vainicher, arrivato dal nord a Messina per sistemare i conti della città e non per risolvere i problemi dei depuratori puzzolenti o dell’immondizia putrescente per le strade.

La mafia fa audience e crea “mostri”.

La mafia genera o facilita carriere nella magistratura, nelle forze dell’ordine, nella politica e nel giornalismo: quel giornalismo che non certo per caso, va acriticamente a braccetto con alcuni magistrati antimafia, magari poco impegnati visto che hanno tempo per scrivere libri e per stare ore in televisione.

Alla fine dopo anni, molti anni, si scopre che era tutto un bluff, ma la gente continua a credere che la verità è la falsità spacciata per verità tanti anni prima.

 

I PRECEDENTI

L’operazione Matassa e la relativa conferenza stampa ricorda, solo per fare un esempio, molto la conferenza stampa che annunciò all’Italia intera che era stato arrestato un emissario della ndrangheta che truccava gli esami di Medicina all’Università di Messina. Agli investigatori arrivarono i complimenti dell’allora ministro degli Interni e la notizia fece il giro dell’Italia. Ci voleva poco per capire che Montagnese fosse solo un millantatore.  E infatti il processo dimostrò, due anni dopo, che la ‘ndrangheta non c’entrava nulla e che Montagnese non sapeva neppure come si svolgesse un test di ammissione a Medicina.

 

La conferenza stampa Matassa, ricorda, per fare un altro esempio, la conferenza stampa in cui venne raccontato degli arresti di un gruppo di persone che avevano in corso una sorta di compravendita di un bambino rumeno. Le persone furono arrestate attraverso la contestazione di un reato che pacificamente non poteva essere contestato, come stabilirono successivamente prima il Tribunale della Libertà e poi la Corte di Cassazione.Intanto, però, per 30 giorni gli arrestati erano rimasti illegalmente in galera.

 

Diffamazione aggravata e continuata ai danni dei propri concittadini, a giudizio il sindaco di Torrenova Salvatore Castrovinci

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Il sindaco di Torrenova

Il sindaco di Torrenova

Pensava che l’uso di nomi di fantasia l’avrebbe coperto. Ma non aveva considerato quanto sia facile attraverso l’internet provider risalire all’autore di post su facebook.

Eletto nel 2012  per amministrare Torrenova, piccola cittadina sulla costa tirrenica messinese, il sindaco Salvatore Castrovinci – secondo le risultanze di un’inchiesta svolte dalla Procura di Patti – si dilettava pure a dileggiare alcuni suoi concittadini sul social network.

La smania di mettere alla berlina una decina di suoi avversari politici, gli costerà ora un processo per diversi episodi di diffamazione aggravata e continuata. Dalle stesse accuse dovrà difendersi anche il suo braccio destro, Giuseppe Panesi.

A emettere il decreto di citazione diretta a giudizio il pubblico ministero Rossana Casabona. La prima udienza del giudizio nel corso del quale verrà vagliata la validità degli assunti accusatori e gli imputati potranno difendersi, è fissata per il 7 settembre del 2016.

Gli inquirenti hanno verificato che i commenti diffamatori partivano da un internet provider che rimandava all’utenza telefonica fissa del primo cittadino.

“Roberto Santi Scolaro” e “Roberto Rodengo”: erano questi i falsi nomi che usavano – secondo la pubblica accusa – il sindaco e il suo fidato amico per offendere l’onore delle persone prese di mira. Gli episodi si sono consumati tra il 2013 e il 2014.

Sono dodici i cittadini di Torrenova vittime dello sberleffo e autori di diverse querele: Maria Tiziana Scolaro, Francesco Corrao, Salvatore Lenzo, Rossana L’Abadessa; Sebastiano Calcò; Pietro Ferrante; Sonia Morgano, Giuseppa Vinci, Marco Castelli, Catena Oddo, Maria Rosa Balli e Antonino Caliò. Quest’ultimo è titolare del sito di informazione locale TN24, più volte preso di mira dai commenti di “Roberto Santi Scolaro” e “Roberto Rodengo”, sotto il cui profilo appunto – per gli inquirenti – si celavano il primo cittadino e Giuseppe Panesi; e dai commenti al vetriolo di “Marco Impresario” e “Giovanni Sucapiano”, altri due profili di fantasia la cui reale identità è rimasta però ignota.

Il sindaco e Panesi dovranno pure difendersi dall’accusa di Sostituzione di persona, reato in cui incorre chi si attribuisce un falso nome, inducendo altri in errore, al fine di procurarsi un vantaggio o danneggiare altri.

Estorsione ai danni degli imprenditori Palumbo, il sindacalista della Cisl Enzo Cambria condannato a tre anni

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Tre anni di reclusione. Si è chiuso con una condanna il processo di primo grado nei confronti di Enzo Cambria. Il sindacalista della Cisl era accusato di aver costretto gli imprenditori Palumbo a pagare somme di denaro per evitare proteste e scioperi nel cantiere navale che ha preso il posto della Smeb, nella zona Falcata della città di Messina.

Il giudice Fabio Pagana si è convinto della colpevolezza del sindacalista benché Cambria, difeso da Giovambattista Freni, abbia protestato la propria innocenza chiedendo che venisse visto in aula un video che immortalava la dazione di denaro, avvenuta in un bar, dall’imprenditore Antonio Palumbo e l’allora responsabile provinciale del settore metalmeccanici del sindacato bianco.

Secondo la difesa il video avrebbe mostrato – contrariamente a quanto sostenuto degli inquirenti della Squadra mobile della polizia – che non ci fosse stato alcun passaggio di busta. Il giudice ha rigettato la richiesta. A sostenere l’accusa, per non c’era solo il video.

L’impianto accusatorio era fondato sulle intercettazioni telefoniche tra Antonio Palumbo, il figlio Raffaele e tra questi e lo stesso Cambria, e su alcune testimonianze.

Enzo Cambria

Enzo Cambria

 

AL BAR ANTICO

«Si è pappato unʼaltra volta i soldi». È il 15 aprile del 2010. Antonio Palumbo si è appena congedato da Enzo Cambria, sindacalista della Cisl di Messina, con cui si era intrattenuto alcuni minuti nel bar “Caffè Antico” di Messina, a due passi dal Tribunale. Dallʼaltro capo del telefono cʼè il figlio Raffaele. Che di rimbalzo, commenta: «Secondo me di come era abituato in precedenza che si prendeva il doppio o il triplo…». Gli inquirenti della Polizia di Stato non solo ascoltano le sue conversazioni telefoniche ma sono a pochi passi dal titolare del cantiere navale. Erano infatti nel bar a filmare lʼincontro tra questʼultimo e il sindacalista. Il tenore dellʼintercettazione consente loro di decifrare quanto è accaduto nel locale e immortalato dal video di cui la difesa ha chiesto la visione in aula.  «Con gesto repentino Palumbo ha prelevato qualcosa dalla tasca e lo ha consegnato al Cambria. Questʼultimo con gesto altrettanto repentino riponeva nella tasca quanto aveva ricevuto dallʼimprenditore», hanno scritto nella relazione di servizio gli uomini della Squadra mobile.

«La rapidità del gesto ha impedito di capire cosa i due si fossero passati, ma dalla telefonata successiva è emerso che cʼera stata una consegna di denaro». Che così sia stato gli investigatori lo hanno appreso direttamente dalla bocca di Antonio Palumbo il 19 maggio del 2010 negli uffici della Squadra Mobile. «Cambria le ha mai chiesto somme di denaro in maniera esplicita per un suo fattivo intervento volto a risolvere la conflittualità allʼinterno dellʼazienda?», gli è stato chiesto. «No – ha risposto Palumbo – Ma era evidente attraverso i nostri incontri che il suo intervento dellʼorganizzazione sindacale poteva porre fine a scioperi illegittimi o al blocco del lavoro arbitrario da parte dei lavoratori. Ad ogni suo intervento seguiva un corrispettivo in denaro da parte mia. La maggior parte delle problematiche allʼinterno dellʼazienda erano strumentali. Da queste Cambria ne traeva vantaggi economici. In occasione dellʼincontro gli ho dato mille e 500 euro. Non è stata lʼunica volta che è successo. In passato ho consegnato somme della stessa entità in coincidenza con situazioni conflittuali allʼinterno del cantiere. Non sono in grado di quantificarle. Il suo intervento sui responsabili delle rappresentanze sindacali unitarie calmava i lavoratori, ma poi dopo un poʼ tutto tornava come prima». Interrogata, la responsabile del Personale dellʼazienda, Alessandra Latino, ha confermato: «Mi risulta che Antonio Palumbo elargiva somme di denaro a Cambria, il quale si presentava come colui che poteva risolvere ogni problematica con i lavoratori in azienda».

RELAZIONI PERICOLOSE

Che i rapporti tra Enzo Cambria e lʼimprenditore napoletano non si svolgessero allʼinsegna della norma dialettica di controparti, gli inquirenti lo capiscono dal tenore delle intercettazini: “Cambria mantiene uno strano rapporto di complicità con Palumbo, a cui garantisce di poter controllare le maestranze e riconosce che le proteste dei lavoratori non hanno fondamento e sono protestuose”, avevano scritto in una delle informative. Il 6 aprile del 2010 Palumbo e Cambria sono al telefono. «Enzo quando ci siamo visti io e te io gli impegni li ho sempre mantenuti nei tuoi confronti..tu hai sempre detto “si, si ,si” però in 4 anni non è mai successo niente», ha protestato, intercettato, Palumbo. «Qui in città la sigla che rappresento ha sempre difeso Palumbo», gli ha risposto Cambria. Che ha aggiunto: «Se tu vieni qui a Messina e ci incontriamo chiariamo in maniera serena». «Enzo, sai quando chiariamo? Quanto io e te andiamo al bar ci prendiamo un caffè io mantengo i miei impegni e finisce lì, dopo due giorni iniziamo unʼaltra volta dʼaccapo». «No, no siccome su questa cosa io non ho coinvolto il segretario generale, ecco quando tu vieni ci incontriamo alla Cisl insieme a Tonino Genovese … poi se ci dovremmo prendere il caffè ce lo prendiamo», ha sottolineato Enzo Cambria. Secondo l’accusa “La locuzione “prendersi il caffè” indica lʼappuntamento per la dazione di denaro». Che al bar Antico di Messina il 10 aprile del 2010 si presentarono, telecamere nascoste al seguito, per gustare “lʼaroma” del caffè.

 

ESTORSIONE O CORRUZIONE?

Per gli inquirenti il problema più grosso è stato stabilire se Antonio Palumbo fosse costretto a pagare il sindacalista, ipotizzando in questo modo il reato di estorsione, o se invece fosse stato lʼimprenditore napoletano a pagare sua sponte per ottenere un atteggiamento meno rigido da parte della Cisl. In questʼultimo caso si sarebbero dovute archiviare le indagini visto che la “corruzione” di un rappresentante di unʼassociazione privata, qual è il sindacato, non costituisce reato. Il magistrato Maria Pellegrino, sulla scorta degli elementi che sono stati raccolti dagli inquirenti, ha ritenuto di potere ipotizzare lʼestorsione nei confronti di Enzo Cambria e, in concorso, di 2 Rappresentanti sindacali, Leonardo Miraglia e Giovanni Schepis, usati come strumenti da Cambria, secondo lʼipotesi accusatoria, per creare tensioni e conflitto allʼinterno del cantiere in modo da costringere lʼimprenditore napoletano a richiedere il suo intervento, a cui seguiva lʼerogazione di somme di denaro.

 

L’ INNOCENZA DI SCHEPIS E MIRAGLIA

L’accusa di estorsione nei confronti di Cambria ha retto al processo quella nei confronti di Miraglia e Schepis, vagliata nel giudizio abbreviato, no.

Nei confronti dei due lavoratori non è stato trovato alcun elemento di prova e le intercettazioni telefoniche hanno dato esito negativo.  Antonio Palumbo ha precisato: «Non ho mai consegnato denaro a Schepis o Miraglia. Non posso escludere che siano stati in combutta con Cambria. Alla luce di quanto sto apprendendo qui, osservo che è stato Cambria a volerli nelle Rsu e che tutte le proteste da loro promosse erano strumentali».

Il telefono di Leonardo Miraglia è stato sottoposto a intercettazione per verificare se fosse in combutta con Cambria: “Lʼintercettazione ha avuto esito negativo”, hanno rilevato gli inquirenti. «Non cʼentriamo nulla in questa vicenda – hanno sempre ripetuto i due operai – Le nostre azioni di lotta erano mosse solo da motivi sacrosanti di difesa dei diritti dei lavoratori”.

Il giudice Massimiliano Micali ha motivato così l’assoluzione di MIraglia e Schepis, difesi dall’avvocato Salvatore Silvestro, poi confermata in appello: «Schepis e Miraglia, come hanno sostenuto con forza sin dal momento in cui sono stati coinvolti nelle indagini, non hanno mai avuto alcun rapporto con Cambria. Non risulta alcun contatto telefonico con lo stesso nel periodo in cui risultano le dazioni di denaro ed è da escludere che le proteste cui aderivano tutti i lavoratori che scioperando rinunciavano alla loro paga fossero strumentali agli interessi del sindacalista. Anzi alcuni provvedimenti del Giudice del Lavoro dicono che si è trattato sempre di proteste correlate ad un disagio sul luogo di lavoro. Dʼaltra parte che gli scioperi organizzati da Schepis e Miraglia non abbiano avuto quella natura biecamente strumentale denunciata dai Palumbo lo si trae dal sostegno e dalla convinta adesione che ad essi è stato nel tempo sempre assicurato dalle maestranze allʼinterno dellʼazienda», ha concluso il giudice Micali.

CONFLITTI GIUDIZIARI

Incidentalmente, Il magistrato, in un passaggio delle 20 pagine di motivazione, aveva posto le basi per l’assoluzione di Cambria: «Che nel rapporto che ha legato i Palumbo al Cambria devono ravvisarsi i caratteri di un fenomeno di corruzione privata è giudizio che si impone con tratti di evidenza». Per il giudice Micali la condotta addebitata a Cambria non è penalmente rilevante non essendo considerato il sindacalista un pubblico ufficiale. «Che i Palumbo, insofferenti, e non costretti, dalle ripetute manifestazioni di protesta organizzate dai propri dipendenti, abbiano voluto reclutare il Cambria, e che questʼultimo in spregio al suo ruolo, abbia accettato di degradare se stesso a occulto strumento di persuasione; che, per effetto, egli sia ripetutamente attivato in coerenza della volontà dellʼimprenditore spendendo la propria autorevolezza presso i lavoratori per placarne le proteste, che la sistematica dazione di danaro dal primo al secondo abbia avuto la funzione di ricompensarne lʼopaco servigio reso, è allʼevidenza, proposta ricostruttiva dotata di sicura forza persuasiva», aveva tuttavia sottolineato il giudice Micali.

Il collega Pagana l’ha pensata allo stesso modo sulla valutazione dei fatti, ma in maniera diametralmente opposta sulla qualificazione giuridica degli stessi.

Medicina, mancano 30 buste. A Messina salta l’esame di abilitazione. L’ateneo accusa e il Cineca riconosce l’errore. I precedenti negativi del Consorzio universitario

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università di messina

Si sono presentati al Policlinico universitario di Messina alle 8 e 30 per sostenere l’esame di abilitazione alla professione di medico, fissato in tutt’Italia per il 4 febbraio del 2016. Dopo sei ore di attesa, però, i 155 aspiranti medici se ne sono dovuti tornare a casa. «Gli esami sono rinviati a data da destinarsi», è stato loro comunicato. Mentre in tutti gli altri atenei le prove si sono svolte regolarmente, per i candidati siciliani il conseguimento dell’abilitazione si è trasformato in una disavventura. Che ci fosse qualche problema, i futuri medici lo hanno capito dalle mimiche facciali dei membri della commissione d’esame al momento dell’apertura dello scatolo contenente i test. Il pacco era arrivato da Casalecchio del Reno, sede del Cineca, il consorzio interuniversitario a cui è stata commissionata la preparazione delle domande, il giorno prima. I commissari si sono subito accorti che all’interno vi erano un numero di plichi insufficienti: solo 125, trenta in meno degli iscritti all’esame. Febbrili contatti tra la commissione e i vertici dell’ateneo, e tra quest’ultimi e il Miur per capire il da farsi si sono concluse alcune ore dopo con l’annuncio del rinvio. «Una barzelletta», ha commentato un candidato uscendo dall’aula.

Responsabilità

Il rettore dell’università di Messina, Pietro Navarra, ha subito chiesto pubblicamente scusa ai candidati e ha annunciato un’azione di risarcimento danni nei confronti del Cineca. «C’è la prova documentale che abbiamo richiesto al Cineca il numero esatto di plichi, 155», spiega il direttore generale dell’ateneo Franco De Domenico. Cosa è accaduto? «Informalmente ci è stato detto che per un errore invece di segnare 155, l’operatore del Cineca nella trascrizione dell’ordine ha segnato 115», sottolinea De Domenico. Il Presidente del Cineca, Emilio Ferrari, conferma che «non ci sono responsabilità a carico dell’Università di Messina» e annuncia che «sono in corso verifiche interne al Cineca, verifiche che richiederanno maggiori approfondimenti per la complessità di realizzazione dei test, la loro articolazione in diverse fasi ed il coinvolgimento di diversi soggetti». «I danni di immagine che l’ateneo subisce per colpa di altri ormai non si contano più», osserva De Domenico. «Quest’ultimi si aggiungono a quelli di qualche mese fa in occasione dei test per l’ammissione ai corsi di laurea delle professioni sanitarie», aggiunge. Il rapporto tra il Cineca e l’Università di Messina, infatti, sembra segnato dalla cattiva sorte.

Fantasmi

Le prove di ammissione ai 12 corsi di laurea a numero chiuso per le professioni sanitarie dell’ateneo di Messina, tenutesi il 4 ottobre del 2015, avevano avuto un epilogo in giallo. Corretti i test da parte del consorzio bolognese e pubblicata la graduatoria definitiva, di 36 candidati (su quasi 2mila partecipanti) si era persa ogni traccia. Dieci giorni dopo, gli studenti sono stati ritrovati; la graduatoria trasmessa dal Cineca è stata annullata e ne è stata pubblicata una nuova. «Il Cineca non aveva corretto 36 prove. Il presidente, Emilio Ferrari, ci ha inviato le formali scuse», racconta il direttore generale De Domenico, «Abbiamo sospeso il pagamento del corrispettivo dovuto e ci siamo riservati di chiedere i danni ». La vicenda si è chiusa senza strascichi giudiziari. Dei 36 «fantasmi» poi rintracciati solo 5 avevano totalizzato un punteggio che dava diritto all’accesso. Ma coloro che sono stati scalzati, per il gioco degli scorrimenti hanno comunque guadagnato l’ammissione ai uno dei 12 corsi.

Bufera

Il Consorzio, che impiega 700 dipendenti e incassa 100 milioni di euro all’anno, era incappato in un clamoroso errore in occasione del concorso per l’ammissione alle Scuole di specializzazione in medicina, svolte a fine ottobre del 2014. Uno scambio di quiz aveva costretto il Ministero dell’Università ad annunciare l’annullamento e la ripetizione delle prove cui avevano partecipato 12mila medici. Le prove, qualche giorno dopo, sono state salvate, ma l’errore ha spalancato le porte ad un grosso contenzioso davanti ai giudici amministrativi ancora in corso.

“Volontario ma non premeditato”. Depositate le motivazioni della sentenza che condanna Sebastian Oriti per l’omicidio di Andrea Bruno, vittima della cieca gelosia

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coltello insanguinato“Voleva certamente ammazzare per gelosia il suo rivale in amore, ma non ha premeditato l’omicidio benché avesse in passato minacciato di commetterlo. Tuttavia, non merita le attenuanti generiche perché non ha mai mostrato segni di pentimento anzi con bugie durante il processo ha tentato di infangare la vittima. Solo la considerazione della sua giovanissima età di 20 anni evita di dargli il massimo della pena edittale”.

E’ questa la sintesi delle 22 pagine di motivazioni depositate il 21 gennaio del 2016 che hanno portato la Corte d’appello di assise di Messina a riconoscere Sebastian Oriti colpevole dell’omicidio volontario (avvenuto l’11 febbraio del 2013 a Rocca di Caprileone) di Andrea Oberdan Bruno e a condannarlo a 24 anni e 4 mesi di reclusione.

Il collegio d’appello presieduto da Maria Pina Lazzara ha così ridotto la pena dell’ergastolo irrogata dalla sentenza di primo grado che aveva ritenuto sussistere l’aggravante della premeditazione.

Il MOVENTE.

Gelosia cieca. E’ questo il sentimento che la mattina dell’11 febbraio del 2013 ha armato di coltello Sebastian.

La sua fidanzatina – secondo quanto emerso nel corso dell’istruzione dibattimentale – nell’ottobre precedente aveva avuto un flirt con Andrea durato poche settimane, al termine delle quali aveva ripreso la relazione con Sebastian. Quest’ultimo però questa ricambiata simpatia non l’aveva mai digerita: né mentre si svolgeva, né successivamente.

 

I FATTI.

Quando Sebastian scopre che la sua ragazza, a cui era legata da un mese circa, si è presa una cotta per il suo giovane compaesano di 24 anni non ci vede più.

Secondo il racconto di vari testimoni, il giovane appena ventenne, a novembre del 2012, in stato di evidente alterazione è visto a piazza “Mattarella” di Rocca: “Avete visto Andrea? Lo ammazzo. Mi ha fregato la fidanzata”, gridava con indosso un coltello a serramanico che faceva capolino dalla tasca del giubbotto.

La stessa notte taglia le ruote della moto di Andrea.

La fidanzata agli inquirenti ha raccontato: “Quando rivelai a Sebastian che lo avevo baciato, inveì contro di me e mi disse che gliela avrebbe fatto pagare, che l’avrebbe ammazzato”.

Per un pò di tempo le cose, però, si acquietano.

Ma la sera del 10 febbraio 2012 a Rocca di Caprileone c’è la festa di Carnevale. Durante il ballo Sebastian Oriti, ubriaco, spintona e infastidisce ripetutamente Andrea che alla fine lo schiaffeggia pubblicamente. Sebastian viene accompagnato a casa, dove vomita.

La notte gli porta un consiglio: perverso.

La mattina del giorno successivo alle 8 è già sotto casa di Andrea: entra nell’androne e lo aspetta. Con lui ha un coltello. Andrea esce dalla porta di casa per andare al lavorio alle 8 e 30, scende le scale e si trova davanti Sebastian. Dopo pochi minuti, un passante lo trova con il coltello conficcato nella coscia, in un lago di sangue, esanime, ferito da cinque profonde coltellate.

I soccorsi del 118 sono vani. Andrea muore all’ospedale di Sant’Agata Militello alle 11 e 25 nel corso di un intervento chirurgico.

Seguendo le indicazioni dei testimoni, i carabinieri rintracciano subito Sebastian: lo trovano a casa, stravolto, i vestiti sporchi di sangue. Nella dispensa della cucina dei coltelli della stessa fattura e della stessa marca di quello che aveva sancito la morte di Andrea.

LA VERSIONE DI SEBASTIAN

Sebastian invece ha raccontato una versione diversa: la mattina dell’11 febbraio era andato sotto casa di Sebastian solo per chiarire l’accaduto della sera prima. Andrea da casa è sceso con un coltello addosso e lo ha brandito contro di lui. Lui per difendersi ha finito per ammazzarlo. Questa versione è stata duramente censurata dai giudici.

I difensori di Oriti, Decimo Lo Presti e Gaetano Pecorella, hanno sostenuto non solo che il ragazzo non avesse premeditato l’omicidio ma non avesse neppure la volontà di ammazzare ma solo di avere un chiarimento sfociato in un tragico alterco, e hanno chiesto di verificare attraverso una perizia medico legale se i soccorsi sono stati tempestivi ed efficaci e se il giovane si potesse salvare.

 

PAROLA ALLA GIURIA

La Corte non l’ha pensata allo stesso modo e ha ritenuto l’inutilità della perizia più volte invocata: “Se anche una qualche responsabilità colposa medica fosse emersa, viste le gravissime condizioni in cui il meccanico è giunto in ospedale, non avrebbe comunque spezzato il nesso di causalità tra le coltellate e la morte”, hanno motivato i giudici.

“Le precedenti minacce e persino l’accaduto della sera precedente non sono sufficienti per ritenere provato che Sebastian abbia maturato prima il proposito criminoso e lo abbia coltivato sino all’11 febbraio 2013, avendo così il tempo di recedere dallo stesso. La ricostruzione della vicenda fa ritenere che Sebastian ha maturato la volontà di vendicarsi quella mattina al risveglio e lo ha concretato qualche minuto dopo. A prescindere dai vari comportamenti di minacce e angherie che hanno fatto da preludio all’omicidio – ha sottolineato la Corte – va rilevato che Sebastian non ha mai mostrato un serio pentimento per il gravissimo gesto compiuto e, invece di tacere, ha risposto alle domande con plateali bugie. Con tracotanza e protervia, a distanza di mesi dall’accaduto, è arrivato a infangare la memoria della vittima sostenendo che questi fosse uscito dall’abitazione armato”, hanno scritto i giudici escludendo così la possibilità di accordare ad Oriti le attenuanti generiche.