Policlinico, arresti a scoppio ritardato. Il primario Calbo, il figlio e un medico ai domiciliari per fatti notori dal 2013. Nel frattempo, Calbo è diventato direttore della scuola di specializzazione in chirurgia e di recente è stato promosso Primario di struttura complessa

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Calbo, Marullo e calbo senior

Aveva un seno più grosso dell’altro e voleva renderli eguali: si è ritrovata senza capezzoli né areola mammaria. Un’altra donna, invece, non sopportava l’adipe sull’addome e ai glutei: delle mutilazioni ne hanno preso il posto.

La vicenda diventò di pubblico dominio a giugno del 2013 (vedi articolo di Centonove Protesi poco pro…tette che la raccontava in tutti i dettagli).

Gli interventi di chirurgia estetica fatti passare per interventi necessari per curare tumori (in modo da porli a carico del Servizio sanitario nazionale) erano stati già effettuati nelle sale operatorie del Policlinico di Messina nei mesi precedenti. Alcuni di questi avevano pure prodotto danni gravi ai pazienti.

L’autore ne era Enrico Calbo, specializzando e figlio di Elio, primario all’epoca di Endocrinochirurgia (struttura semplice), che per legge non poteva neppure effettuare gli interventi come primo operatore; al suo fianco, neppure in tutti i casi, il chirurgo collega di papà Massimo Marullo.

L’allora direttore generale del Policlinico di Messina, Giuseppe Pecoraro, sospese i due medici strutturati per due mesi. E nominò una commissione interna che facesse luce sulla vicenda. La Procura aprì un’inchiesta iscrivendo i tre sul registro degli indagati. Non solo. Nei mesi successivi alla direzione dell’azienda ospedaliera arrivarono diverse richieste di risarcimento danni per centinaia di migliaia di euro da parte di pazienti che si erano affidati ai bisturi del figlio d’arte.

Oggi, trentasei mesi dopo, per gli stessi fatti, con l’accusa di truffa, falso e abuso d’ufficio, i tre sono finiti agli arresti domiciliari.

 

CORSA INARRESTABILE

Eppure, tutto ciò non ha impedito che nel frattempo Letterio Calbo diventasse prima direttore della scuola di specializzazione in Chirurgia generale: ciò colui che ha la responsabilità della formazione tecnica e deontologica dei futuri chirurgi della città; e poi, di recente, primario di Chirurgia d’urgenza del Policlinico universitario, sia pure in via provvisoria visto che il Policlinico aspetta venga approvato dalla Regione l’atto aziendale.

 

IL PLEBISCITO. 

E’ un incarico cui ha sempre ambito: dirigere la scuola di specializzazione. La vicenda delle protesi su cui era scivolato il figlio e le indagini della Procura rischiava di far svanire il sogno. Invece, non lo ha minimamente sfiorato.

Lelio Calbo è diventato direttore della scuola si specializzazione agli inizi del 2015 con una maggioranza bulgara: 55  su 60 colleghi chirurghi gli hanno dato fiducia a dispetto della sospensione, dell’inchiesta della Procura e del clamore mediatico.

“Dalla Procura non ho ricevuto nulla. Non so nulla di inchieste a mio carico. Non credo ci sia persona più meritevole e adatta di me per guidare la scuola di specializzazione. Non c’è nessun problema di opportunità, nè di incompatibilità”. Rispondeva così Elio Calbo, al giornalista che subito dopo la sua elezione a direttore della scuola di specializzazione, avvenuta a gennaio del 2015, faceva notare la contraddizione tra il suo nuovo ruolo di responsabilità anche deontologica e la condotta tenuta nella vicenda che aveva visto come protagonista il figlio.

Questi, in violazione del regolamento interno, pur essendovi decine di reparti disponibili per la sua formazione, operava a suo piacimento in quello del padre, che lo aveva accolto volentieri e che – secondo le conclusioni degli inquirenti – non solo non vigilava sul figlio ma ne era complice.

“Una commissione ha stabilito che tutti gli interventi svolti da mio figlio rientrano nella legalità”, sottolineò nell’occasione Elio Calbo.

 

L’ASSOLUZIONE DEI COLLEGHI E I BUCHI NERI

In effetti, il medico legale Patrizia Gualniera e il chirurgo plastico Michele Colonna, entrambi medici del Policlinico, incaricati dal manager Pecoraro di valutare l’operato dei tre colleghi, erano stati netti. “Tutti i ricoveri oggetto di indagine sono risultati congrui in quanto le patologie riscontrate richiedevano le prestazioni effettuate”, hanno scritto i due medici al termine di una relazione di una paginetta, depositata in direzione generale il 15 luglio del 2013.

Il sostituto procuratore Antonella Fradà (sulla scorta della relazione del suo consulente tecnico, Elvira Ventura Spagnolo) l’ha pensata in maniera diametralmente opposta, convincendo pure il Gip Maria Luisa Materia.

Gli interventi fuorilegge secondo le conclusioni del pm sono stati compiuti tra il 2011 e il 2013. Tutti sono stati registrat

 

LE PROMOZIONI

Di recente, con delibera del 22 ottobre del 2015 il direttore generale dell’azienda universitaria Marco Restuccia, ottenuta l’intesa dal rettore dell’Università di Messina Pietro Navarra, ha nominato Calbo direttore dell’unità operativa complessa di Chirurgia d’urgenza.

L’incarico è per sei mesi e costituisce una promozione (sia sotto il profilo economico che del prestigio) per il docente ordinario che sino a quel momento era direttore di una struttura semplice.

Nel corso degli ultimi anni sono giunte sulla scrivania del manager diverse richieste di risarcimento danni frutto dell’operato di Enrico Calbo. Alcuni contenziosi sono stati evitati con delle transazioni.

ALLEANZE MAGICHE

Elio Calbo, fedelissimo da tempo immemore dell’allora  rettore Franco Tomasello, alla vigilia delle elezioni per la scelta del nuovo ermellino (tenute a maggio del 2013) si è schierato dalla parte di Pietro Navarra (eletto poi rettore), tradendo il candidato appoggiato dal neurochirurgo rettore uscente.

Pippo Navarra, il fratello del Magnifico, è il chirurgo più prestigioso e potente del Policlinico e l’elezione a direttore della scuola di specializzazione di Calbo è avvenuta grazie alla sua sponsorizzazione politica.

 

 

Clientelismo spacciato per mafia. Paolo David messo alla gogna per reati di cui non è accusato. Ecco come opera la “matassa” della disinformazione

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La conferenza stampa dell'operazione Matassa

La conferenza stampa dell’operazione Matassa

E’ clientelismo, di basso livello, fatto di buste della spesa e di regali di 50 euro; e di livello poco più alto, fatto di ricerca di posti di lavoro a familiari di marescialli dei carabinieri e ispettori di polizia e di intercessione politica per tentare di avvicinare imprenditori alle istituzioni. Ma è stato spacciato per mafia.

A leggere l’ordinanza di misure cautelare, denominata Matassa e  firmata dal Gip Maria Teresa Arena non si capisce che ci faccia la foto del consigliere comunale Paolo David, fedelissimo di Francantonio Genovese e Franco Rinaldi, i due esponenti politici più importanti di Messina prima di essere azzoppati due anni fa dall’inchiesta sulla formazione, accanto a quelle di coloro che sono ritenuti esponenti dei clan mafiosi della zona sud della città.

Per Paolo David, infatti, non c’è nessuna accusa da parte dei magistrati della Procura, Liliana Todaro e Maria Pellegrino, di associazione per delinquere di stampo mafioso; nessuna accusa di voto di scambio politico mafioso. Non c’è documentata nessuna richiesta da parte sua di aiuto alla mafia. E le intercettazioni cui è stato sottoposto per mesi non hanno registrato alcun rapporto con nessun esponente dei clan.

Paolo David, infatti, intrattiene unicamente rapporti con Angelo Pernicone e Giuseppe Pernicone, imprenditori titolari di una società, il Consorzio sociale siciliano, perfettamente in regola con la legge tanto che partecipa e si aggiudica gare pubbliche.

Entrambi incensurati, sino all’alba del 12 maggio 2016 , quando sono stati arrestati con l’accusa di aver messo a disposizione la loro azienda per consentire l’inserimento lavorativo e la rieducazione di detenuti (disposto, comunque, dal Tribunale di Sorveglianza) che così hanno potuto godere di permessi per uscire dal carcere .

Per il papà Angelo Pernicone tanti anni fa era stata chiesta la misura cautelare degli arresti in carcere. Fu rigettata, e al termine del processo “Albachiara” fu assolto.

LE ACCUSE VERE.

Invece, il consigliere Paolo David è accusato di una serie di ipotesi di corruzione elettorale, consumate tra il 2012 e il 2013, in occasione di tre tornate elettorali (politiche, regionali e amministrative), il reato che compie “Chiunque, per ottenere, a proprio od altrui vantaggio, la firma per una dichiarazione di presentazione di candidatura, il voto elettorale o l’astensione, dà, offre o promette qualunque utilità ad uno o più elettori, o, per accordo con essi, ad altre persone, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni”. Peraltro,  “La stessa pena si applica all’elettore che, per dare o negare la firma o il voto, ha accettato offerte o promesse o ha ricevuto denaro o altra utilità”.

Ma soprattutto David è accusato di associazione per delinquere finalizzata a compiere questo reato. Non solo, l’associazione viene ancora ritenuta operante anche se tornate elettorali non ce ne sono da tempo

E’ la contestazione di questo reato che porta David in carcere. Infatti, per i singoli episodi di corruzione elettorale, la Procura non può chiedere il carcere e non lo chiede.

Il bancario Paolo David finisce in carcere perché secondo le due righe di motivazioni del Gip Arena l’associazione è ancora esistente e c’è il pericolo che il reato, commesso nel 2013, ovvero 3 anni fa,  venga reiterato benchè non sono alle viste consultazioni elettorali, né politiche, né amministrative.

L’ASSOCIAZIONE FA I FAVORI

Secondo l’accusa si è associato con i due imprenditori Pernicone, padre e figlio, e con Giuseppe Picarella, chirurgo plastico molto noto a Messina quale titolare di alcune strutture sanitarie e centri estetici, e con la figlia Cristina.

I Picarella consentono a David di avere a disposizione delle aziende dove poter assumere. Infatti David ottiene l’assunzione, per breve periodi di alcune persone su sollecitazione dei familiari.

Da David i Picarella ricevono  l’intercessione politica (attraverso Francantonio Genovese) presso l’assessorato alla Salute, con il funzionario Marco Fiorella. La polizia non documenta che la facilitazione di questo rapporto avesse ad oggetto attività illecite.  “Si sono comportati con mostra gentilezza”, riferisce Picarella a David. Null’altro.

David pur facendo parte di questa associazione unitamente ai Pernicone, fa la cortesia all’imprenditore di metterlo in contatto con il commissario del Consorzio autostrade siciliane Nino Gazzara. I Pernicone erano arrabbiati perché al Cas non riuscivano a vincere neppure una gara. Non l’hanno vinta neppure dopo l’incontro di David con Gazzara.

David benchè associato con i Pernicone e Picarella, dopo le elezioni, si prodiga per far assumere un familiare presso una  società di Picarella, come operatore socio sanitario.

Le utilità che David prometteva erano le buste della spesa distribuite prima dell’elezione regionali nei quartieri più degradati della città. E una dazione di 50 euro.

Altre utilità erano una serie di promesse di aiuto per lavoro e per il disbrigo pratiche presso l’Inail dove lavorava il fratello.

In molti casi erano gli interlocutori di David che lo chiamavano e chiedevano la cortesia dicendosi pronti a votare per lui. David si metteva sempre a disposizione. In alcuni casi faceva presente che era  candidato e che contava sul loro voto.

 

CLIENTELISMO ECCELLENTE

 

A David chiede aiuto il maresciallo Lorenzo Papale comandante della stazione dei carabinieri di Giostra che ha bisogno di un posto di lavoro prima per la consuocera e poi, dopo il rifiuto di questa, per la nipote. Lo stesso aiuto per lo stesso obiettivo, il posto di lavoro per un familiare, lo chiedono due appartenenti alla polizia, Stefano Genovese e Michelangelo La Malfa, i quali si spendono politicamente per David. “Michele parliamoci chiaro noi lavoriamo tutti per lo stesso fine che sarebbero i figli”, dice Paolo David a Michelangelo La Malfa.

 

LA MATASSA DELLA DISINFORMAZIONE

Paolo David non è accusato di mafia, neppure di concorso esterno. Eppure, la sua foto, scattata all’alba da fotografi insonni che si trovavano per caso nei paraggi, mentre esce dalla Questura, con a fianco due agenti, per essere accompagnato al carcere di Gazzi ha fatto il giro dell’Italia. E’ apparsa su tutti i giornali italiani. E’ stata mandata per due giorni in onda sui TG.

E’ lui per la stampa locale e nazionale l’emblema degli intrecci tra politica e mafia a Messina. Tuttavia, il consigliere comunale non è accusato di Mafia. E’ accusato di un reato comunque grave, certo. Lo stesso reato di cui è accusato il governatore della regione Basilicata, ad esempio.

Un reato che non commette nessuno in terra di Sicilia:  infatti tutte le assunzioni sono fatte per concorso pubblico, specie nelle cooperative sociali, e tutti coloro che fanno campagna elettorale a favore di questo o quel politico lo fanno per ideali e non perché si aspettano in cambio qualcosa (uffici stampa o incarichi di sottogoverno, compresi)

La corruzione elettorale è un reato grave perchè attenta alla democrazia e, soprattutto, alla dignità delle persone, che se la vendono per pochi spiccioli.

Ma mafia non è.

 

I MOSTRI DELLA MAFIA.

E allora perché metterci Paolo David tra 35 presunti mafiosi? Perché la notizia degli arresti è stata data (con chiara violazione del segreto istruttorio da parte di qualche inquirente) dalla giornalista della testata nazionale “La Repubblica” (che ha fatto il suo lavoro) prima che ne venissero a conoscenza gli arrestati?

Se l’operazione di polizia avesse portato in carcere presunti esponenti dei clan di Camaro, non ne avrebbe scritto e parlato neppure la televisione locale, con tutto il rispetto per gli inquirenti e gli arrestati, molti dei quali erano già in carcere. A parte Carmelo Ventura, gli arrestati sono personaggi di nessun livello.

Invece, è stato sufficiente mettere Paolo David accanto a esponenti della mafia con cui nulla aveva a che fare, sottolineando che era uomo di Francantonio Genovese, per creare la notizia e per far diventare protagonisti della notizia stessa, a reti unificate, magistrati, inquirenti e i giornalisti che si sono fatti latori di una notizia falsa.

E’ bastata una conferenza stampa presieduta dal Questore della città, Giuseppe Cucchiara, e dal capo del Procura, Guido Lo Forte, per amplificare la notizia fondata sul falso.

Si sono scatenati pure i politici antimafiosi, che senza conoscere le carte e sulla base di una notizia falsa, si sono avventurati in giudizi su cose di cui nulla sapevano.

La mafia, infatti, fa audience.

La mafia negli anni novanta faceva audience se in carcere finivano i boss. Adesso fa audience solo se accanto ai mafiosi viene inserito, non importa se giustamente o ingiustamente, un qualche esponente dello Stato o delle Istituzioni.

La mafia dentro lo Stato eccita i cittadini e li rassicura. Permette di vendere copie di giornaliE fornisce alibi. In fondo, se il sindaco Renato Accorinti e la sua amministrazione non sono capaci di risolvere i problemi dei cittadini la colpa è della mafia, la cui puzza ha subito sentito il neo assessore Luca Eller Vainicher, arrivato dal nord a Messina per sistemare i conti della città e non per risolvere i problemi dei depuratori puzzolenti o dell’immondizia putrescente per le strade.

La mafia fa audience e crea “mostri”.

La mafia genera o facilita carriere nella magistratura, nelle forze dell’ordine, nella politica  e nel giornalismo: quel giornalismo che non certo per caso, va acriticamente a braccetto con alcuni magistrati antimafia, magari poco impegnati visto che hanno tempo per scrivere libri e per stare ore in televisione.

Alla fine dopo anni, molti anni, si scopre che era tutto un bluff, ma la gente continua a credere che la verità è la falsità spacciata per verità tanti anni prima.

 

I PRECEDENTI

L’operazione Matassa e la relativa conferenza stampa ricorda, solo per fare un esempio, molto la conferenza stampa che annunciò all’Italia intera che era stato arrestato un emissario della ndrangheta che truccava gli esami di Medicina all’Università di Messina. Arrivarono agli investigatori i complimenti dell’allora ministro degli Interni e la notizia fece il giro dell’Italia. Ci voleva poco per capire che Montagnese fosse solo un millantatore.  E infatti il processo dimostrò, due anni dopo, che la ‘ndrangheta non c’entrava nulla e che Montagnese non sapeva neppure come si svolgesse un test di ammissione a Medicina.

 

La conferenza stampa Matassa, ricorda, per fare un altro esempio, la conferenza stampa in cui venne raccontato degli arresti di un gruppo di persone che avevano in corso una sorta di compravendita di un bambino rumeno. Le persone furono arrestate attraverso la contestazione di un reato che pacificamente non poteva essere contestato, come stabilirono successivamente prima il Tribunale della Libertà e poi la Corte di Cassazione.Intanto, però, per 30 giorni gli arrestati erano rimasti illegalmente in galera.

 

Diffamazione aggravata e continuata ai danni dei propri concittadini, a giudizio il sindaco di Torrenova Salvatore Castrovinci

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Il sindaco di Torrenova

Il sindaco di Torrenova

Pensava che l’uso di nomi di fantasia l’avrebbe coperto. Ma non aveva considerato quanto sia facile attraverso l’internet provider risalire all’autore di post su facebook.

Eletto nel 2012  per amministrare Torrenova, piccola cittadina sulla costa tirrenica messinese, il sindaco Salvatore Castrovinci – secondo le risultanze di un’inchiesta svolte dalla Procura di Patti – si dilettava pure a dileggiare alcuni suoi concittadini sul social network.

La smania di mettere alla berlina una decina di suoi avversari politici, gli costerà ora un processo per diversi episodi di diffamazione aggravata e continuata. Dalle stesse accuse dovrà difendersi anche il suo braccio destro, Giuseppe Panesi.

A emettere il decreto di citazione diretta a giudizio il pubblico ministero Rossana Casabona. La prima udienza del giudizio nel corso del quale verrà vagliata la validità degli assunti accusatori e gli imputati potranno difendersi, è fissata per il 7 settembre del 2016.

Gli inquirenti hanno verificato che i commenti diffamatori partivano da un internet provider che rimandava all’utenza telefonica fissa del primo cittadino.

“Roberto Santi Scolaro” e “Roberto Rodengo”: erano questi i falsi nomi che usavano – secondo la pubblica accusa – il sindaco e il suo fidato amico per offendere l’onore delle persone prese di mira. Gli episodi si sono consumati tra il 2013 e il 2014.

Sono dodici i cittadini di Torrenova vittime dello sberleffo e autori di diverse querele: Maria Tiziana Scolaro, Francesco Corrao, Salvatore Lenzo, Rossana L’Abadessa; Sebastiano Calcò; Pietro Ferrante; Sonia Morgano, Giuseppa Vinci, Marco Castelli, Catena Oddo, Maria Rosa Balli e Antonino Caliò. Quest’ultimo è titolare del sito di informazione locale TN24, più volte preso di mira dai commenti di “Roberto Santi Scolaro” e “Roberto Rodengo”, sotto il cui profilo appunto – per gli inquirenti – si celavano il primo cittadino e Giuseppe Panesi; e dai commenti al vetriolo di “Marco Impresario” e “Giovanni Sucapiano”, altri due profili di fantasia la cui reale identità è rimasta però ignota.

Il sindaco e Panesi dovranno pure difendersi dall’accusa di Sostituzione di persona, reato in cui incorre chi si attribuisce un falso nome, inducendo altri in errore, al fine di procurarsi un vantaggio o danneggiare altri.

Estorsione ai danni degli imprenditori Palumbo, il sindacalista della Cisl Enzo Cambria condannato a tre anni

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Tre anni di reclusione. Si è chiuso con una condanna il processo di primo grado nei confronti di Enzo Cambria. Il sindacalista della Cisl era accusato di aver costretto gli imprenditori Palumbo a pagare somme di denaro per evitare proteste e scioperi nel cantiere navale che ha preso il posto della Smeb, nella zona Falcata della città di Messina.

Il giudice Fabio Pagana si è convinto della colpevolezza del sindacalista benché Cambria, difeso da Giovambattista Freni, abbia protestato la propria innocenza chiedendo che venisse visto in aula un video che immortalava la dazione di denaro, avvenuta in un bar, dall’imprenditore Antonio Palumbo e l’allora responsabile provinciale del settore metalmeccanici del sindacato bianco.

Secondo la difesa il video avrebbe mostrato – contrariamente a quanto sostenuto degli inquirenti della Squadra mobile della polizia – che non ci fosse stato alcun passaggio di busta. Il giudice ha rigettato la richiesta. A sostenere l’accusa, per non c’era solo il video.

L’impianto accusatorio era fondato sulle intercettazioni telefoniche tra Antonio Palumbo, il figlio Raffaele e tra questi e lo stesso Cambria, e su alcune testimonianze.

Enzo Cambria

Enzo Cambria

 

AL BAR ANTICO

«Si è pappato unʼaltra volta i soldi». È il 15 aprile del 2010. Antonio Palumbo si è appena congedato da Enzo Cambria, sindacalista della Cisl di Messina, con cui si era intrattenuto alcuni minuti nel bar “Caffè Antico” di Messina, a due passi dal Tribunale. Dallʼaltro capo del telefono cʼè il figlio Raffaele. Che di rimbalzo, commenta: «Secondo me di come era abituato in precedenza che si prendeva il doppio o il triplo…». Gli inquirenti della Polizia di Stato non solo ascoltano le sue conversazioni telefoniche ma sono a pochi passi dal titolare del cantiere navale. Erano infatti nel bar a filmare lʼincontro tra questʼultimo e il sindacalista. Il tenore dellʼintercettazione consente loro di decifrare quanto è accaduto nel locale e immortalato dal video di cui la difesa ha chiesto la visione in aula.  «Con gesto repentino Palumbo ha prelevato qualcosa dalla tasca e lo ha consegnato al Cambria. Questʼultimo con gesto altrettanto repentino riponeva nella tasca quanto aveva ricevuto dallʼimprenditore», hanno scritto nella relazione di servizio gli uomini della Squadra mobile.

«La rapidità del gesto ha impedito di capire cosa i due si fossero passati, ma dalla telefonata successiva è emerso che cʼera stata una consegna di denaro». Che così sia stato gli investigatori lo hanno appreso direttamente dalla bocca di Antonio Palumbo il 19 maggio del 2010 negli uffici della Squadra Mobile. «Cambria le ha mai chiesto somme di denaro in maniera esplicita per un suo fattivo intervento volto a risolvere la conflittualità allʼinterno dellʼazienda?», gli è stato chiesto. «No – ha risposto Palumbo – Ma era evidente attraverso i nostri incontri che il suo intervento dellʼorganizzazione sindacale poteva porre fine a scioperi illegittimi o al blocco del lavoro arbitrario da parte dei lavoratori. Ad ogni suo intervento seguiva un corrispettivo in denaro da parte mia. La maggior parte delle problematiche allʼinterno dellʼazienda erano strumentali. Da queste Cambria ne traeva vantaggi economici. In occasione dellʼincontro gli ho dato mille e 500 euro. Non è stata lʼunica volta che è successo. In passato ho consegnato somme della stessa entità in coincidenza con situazioni conflittuali allʼinterno del cantiere. Non sono in grado di quantificarle. Il suo intervento sui responsabili delle rappresentanze sindacali unitarie calmava i lavoratori, ma poi dopo un poʼ tutto tornava come prima». Interrogata, la responsabile del Personale dellʼazienda, Alessandra Latino, ha confermato: «Mi risulta che Antonio Palumbo elargiva somme di denaro a Cambria, il quale si presentava come colui che poteva risolvere ogni problematica con i lavoratori in azienda».

RELAZIONI PERICOLOSE

Che i rapporti tra Enzo Cambria e lʼimprenditore napoletano non si svolgessero allʼinsegna della norma dialettica di controparti, gli inquirenti lo capiscono dal tenore delle intercettazini: “Cambria mantiene uno strano rapporto di complicità con Palumbo, a cui garantisce di poter controllare le maestranze e riconosce che le proteste dei lavoratori non hanno fondamento e sono protestuose”, avevano scritto in una delle informative. Il 6 aprile del 2010 Palumbo e Cambria sono al telefono. «Enzo quando ci siamo visti io e te io gli impegni li ho sempre mantenuti nei tuoi confronti..tu hai sempre detto “si, si ,si” però in 4 anni non è mai successo niente», ha protestato, intercettato, Palumbo. «Qui in città la sigla che rappresento ha sempre difeso Palumbo», gli ha risposto Cambria. Che ha aggiunto: «Se tu vieni qui a Messina e ci incontriamo chiariamo in maniera serena». «Enzo, sai quando chiariamo? Quanto io e te andiamo al bar ci prendiamo un caffè io mantengo i miei impegni e finisce lì, dopo due giorni iniziamo unʼaltra volta dʼaccapo». «No, no siccome su questa cosa io non ho coinvolto il segretario generale, ecco quando tu vieni ci incontriamo alla Cisl insieme a Tonino Genovese … poi se ci dovremmo prendere il caffè ce lo prendiamo», ha sottolineato Enzo Cambria. Secondo l’accusa “La locuzione “prendersi il caffè” indica lʼappuntamento per la dazione di denaro». Che al bar Antico di Messina il 10 aprile del 2010 si presentarono, telecamere nascoste al seguito, per gustare “lʼaroma” del caffè.

 

ESTORSIONE O CORRUZIONE?

Per gli inquirenti il problema più grosso è stato stabilire se Antonio Palumbo fosse costretto a pagare il sindacalista, ipotizzando in questo modo il reato di estorsione, o se invece fosse stato lʼimprenditore napoletano a pagare sua sponte per ottenere un atteggiamento meno rigido da parte della Cisl. In questʼultimo caso si sarebbero dovute archiviare le indagini visto che la “corruzione” di un rappresentante di unʼassociazione privata, qual è il sindacato, non costituisce reato. Il magistrato Maria Pellegrino, sulla scorta degli elementi che sono stati raccolti dagli inquirenti, ha ritenuto di potere ipotizzare lʼestorsione nei confronti di Enzo Cambria e, in concorso, di 2 Rappresentanti sindacali, Leonardo Miraglia e Giovanni Schepis, usati come strumenti da Cambria, secondo lʼipotesi accusatoria, per creare tensioni e conflitto allʼinterno del cantiere in modo da costringere lʼimprenditore napoletano a richiedere il suo intervento, a cui seguiva lʼerogazione di somme di denaro.

 

L’ INNOCENZA DI SCHEPIS E MIRAGLIA

L’accusa di estorsione nei confronti di Cambria ha retto al processo quella nei confronti di Miraglia e Schepis, vagliata nel giudizio abbreviato, no.

Nei confronti dei due lavoratori non è stato trovato alcun elemento di prova e le intercettazioni telefoniche hanno dato esito negativo.  Antonio Palumbo ha precisato: «Non ho mai consegnato denaro a Schepis o Miraglia. Non posso escludere che siano stati in combutta con Cambria. Alla luce di quanto sto apprendendo qui, osservo che è stato Cambria a volerli nelle Rsu e che tutte le proteste da loro promosse erano strumentali».

Il telefono di Leonardo Miraglia è stato sottoposto a intercettazione per verificare se fosse in combutta con Cambria: “Lʼintercettazione ha avuto esito negativo”, hanno rilevato gli inquirenti. «Non cʼentriamo nulla in questa vicenda – hanno sempre ripetuto i due operai – Le nostre azioni di lotta erano mosse solo da motivi sacrosanti di difesa dei diritti dei lavoratori”.

Il giudice Massimiliano Micali ha motivato così l’assoluzione di MIraglia e Schepis, difesi dall’avvocato Salvatore Silvestro, poi confermata in appello: «Schepis e Miraglia, come hanno sostenuto con forza sin dal momento in cui sono stati coinvolti nelle indagini, non hanno mai avuto alcun rapporto con Cambria. Non risulta alcun contatto telefonico con lo stesso nel periodo in cui risultano le dazioni di denaro ed è da escludere che le proteste cui aderivano tutti i lavoratori che scioperando rinunciavano alla loro paga fossero strumentali agli interessi del sindacalista. Anzi alcuni provvedimenti del Giudice del Lavoro dicono che si è trattato sempre di proteste correlate ad un disagio sul luogo di lavoro. Dʼaltra parte che gli scioperi organizzati da Schepis e Miraglia non abbiano avuto quella natura biecamente strumentale denunciata dai Palumbo lo si trae dal sostegno e dalla convinta adesione che ad essi è stato nel tempo sempre assicurato dalle maestranze allʼinterno dellʼazienda», ha concluso il giudice Micali.

CONFLITTI GIUDIZIARI

Incidentalmente, Il magistrato, in un passaggio delle 20 pagine di motivazione, aveva posto le basi per l’assoluzione di Cambria: «Che nel rapporto che ha legato i Palumbo al Cambria devono ravvisarsi i caratteri di un fenomeno di corruzione privata è giudizio che si impone con tratti di evidenza». Per il giudice Micali la condotta addebitata a Cambria non è penalmente rilevante non essendo considerato il sindacalista un pubblico ufficiale. «Che i Palumbo, insofferenti, e non costretti, dalle ripetute manifestazioni di protesta organizzate dai propri dipendenti, abbiano voluto reclutare il Cambria, e che questʼultimo in spregio al suo ruolo, abbia accettato di degradare se stesso a occulto strumento di persuasione; che, per effetto, egli sia ripetutamente attivato in coerenza della volontà dellʼimprenditore spendendo la propria autorevolezza presso i lavoratori per placarne le proteste, che la sistematica dazione di danaro dal primo al secondo abbia avuto la funzione di ricompensarne lʼopaco servigio reso, è allʼevidenza, proposta ricostruttiva dotata di sicura forza persuasiva», aveva tuttavia sottolineato il giudice Micali.

Il collega Pagana l’ha pensata allo stesso modo sulla valutazione dei fatti, ma in maniera diametralmente opposta sulla qualificazione giuridica degli stessi.

Medicina, mancano 30 buste. A Messina salta l’esame di abilitazione. L’ateneo accusa e il Cineca riconosce l’errore. I precedenti negativi del Consorzio universitario

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università di messina

Si sono presentati al Policlinico universitario di Messina alle 8 e 30 per sostenere l’esame di abilitazione alla professione di medico, fissato in tutt’Italia per il 4 febbraio del 2016. Dopo sei ore di attesa, però, i 155 aspiranti medici se ne sono dovuti tornare a casa. «Gli esami sono rinviati a data da destinarsi», è stato loro comunicato. Mentre in tutti gli altri atenei le prove si sono svolte regolarmente, per i candidati siciliani il conseguimento dell’abilitazione si è trasformato in una disavventura. Che ci fosse qualche problema, i futuri medici lo hanno capito dalle mimiche facciali dei membri della commissione d’esame al momento dell’apertura dello scatolo contenente i test. Il pacco era arrivato da Casalecchio del Reno, sede del Cineca, il consorzio interuniversitario a cui è stata commissionata la preparazione delle domande, il giorno prima. I commissari si sono subito accorti che all’interno vi erano un numero di plichi insufficienti: solo 125, trenta in meno degli iscritti all’esame. Febbrili contatti tra la commissione e i vertici dell’ateneo, e tra quest’ultimi e il Miur per capire il da farsi si sono concluse alcune ore dopo con l’annuncio del rinvio. «Una barzelletta», ha commentato un candidato uscendo dall’aula.

Responsabilità

Il rettore dell’università di Messina, Pietro Navarra, ha subito chiesto pubblicamente scusa ai candidati e ha annunciato un’azione di risarcimento danni nei confronti del Cineca. «C’è la prova documentale che abbiamo richiesto al Cineca il numero esatto di plichi, 155», spiega il direttore generale dell’ateneo Franco De Domenico. Cosa è accaduto? «Informalmente ci è stato detto che per un errore invece di segnare 155, l’operatore del Cineca nella trascrizione dell’ordine ha segnato 115», sottolinea De Domenico. Il Presidente del Cineca, Emilio Ferrari, conferma che «non ci sono responsabilità a carico dell’Università di Messina» e annuncia che «sono in corso verifiche interne al Cineca, verifiche che richiederanno maggiori approfondimenti per la complessità di realizzazione dei test, la loro articolazione in diverse fasi ed il coinvolgimento di diversi soggetti». «I danni di immagine che l’ateneo subisce per colpa di altri ormai non si contano più», osserva De Domenico. «Quest’ultimi si aggiungono a quelli di qualche mese fa in occasione dei test per l’ammissione ai corsi di laurea delle professioni sanitarie», aggiunge. Il rapporto tra il Cineca e l’Università di Messina, infatti, sembra segnato dalla cattiva sorte.

Fantasmi

Le prove di ammissione ai 12 corsi di laurea a numero chiuso per le professioni sanitarie dell’ateneo di Messina, tenutesi il 4 ottobre del 2015, avevano avuto un epilogo in giallo. Corretti i test da parte del consorzio bolognese e pubblicata la graduatoria definitiva, di 36 candidati (su quasi 2mila partecipanti) si era persa ogni traccia. Dieci giorni dopo, gli studenti sono stati ritrovati; la graduatoria trasmessa dal Cineca è stata annullata e ne è stata pubblicata una nuova. «Il Cineca non aveva corretto 36 prove. Il presidente, Emilio Ferrari, ci ha inviato le formali scuse», racconta il direttore generale De Domenico, «Abbiamo sospeso il pagamento del corrispettivo dovuto e ci siamo riservati di chiedere i danni ». La vicenda si è chiusa senza strascichi giudiziari. Dei 36 «fantasmi» poi rintracciati solo 5 avevano totalizzato un punteggio che dava diritto all’accesso. Ma coloro che sono stati scalzati, per il gioco degli scorrimenti hanno comunque guadagnato l’ammissione ai uno dei 12 corsi.

Bufera

Il Consorzio, che impiega 700 dipendenti e incassa 100 milioni di euro all’anno, era incappato in un clamoroso errore in occasione del concorso per l’ammissione alle Scuole di specializzazione in medicina, svolte a fine ottobre del 2014. Uno scambio di quiz aveva costretto il Ministero dell’Università ad annunciare l’annullamento e la ripetizione delle prove cui avevano partecipato 12mila medici. Le prove, qualche giorno dopo, sono state salvate, ma l’errore ha spalancato le porte ad un grosso contenzioso davanti ai giudici amministrativi ancora in corso.

“Volontario ma non premeditato”. Depositate le motivazioni della sentenza che condanna Sebastian Oriti per l’omicidio di Andrea Bruno, vittima della cieca gelosia

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coltello insanguinato“Voleva certamente ammazzare per gelosia il suo rivale in amore, ma non ha premeditato l’omicidio benché avesse in passato minacciato di commetterlo. Tuttavia, non merita le attenuanti generiche perché non ha mai mostrato segni di pentimento anzi con bugie durante il processo ha tentato di infangare la vittima. Solo la considerazione della sua giovanissima età di 20 anni evita di dargli il massimo della pena edittale”.

E’ questa la sintesi delle 22 pagine di motivazioni depositate il 21 gennaio del 2016 che hanno portato la Corte d’appello di assise di Messina a riconoscere Sebastian Oriti colpevole dell’omicidio volontario (avvenuto l’11 febbraio del 2013 a Rocca di Caprileone) di Andrea Oberdan Bruno e a condannarlo a 24 anni e 4 mesi di reclusione.

Il collegio d’appello presieduto da Maria Pina Lazzara ha così ridotto la pena dell’ergastolo irrogata dalla sentenza di primo grado che aveva ritenuto sussistere l’aggravante della premeditazione.

Il MOVENTE.

Gelosia cieca. E’ questo il sentimento che la mattina dell’11 febbraio del 2013 ha armato di coltello Sebastian.

La sua fidanzatina – secondo quanto emerso nel corso dell’istruzione dibattimentale – nell’ottobre precedente aveva avuto un flirt con Andrea durato poche settimane, al termine delle quali aveva ripreso la relazione con Sebastian. Quest’ultimo però questa ricambiata simpatia non l’aveva mai digerita: né mentre si svolgeva, né successivamente.

 

I FATTI.

Quando Sebastian scopre che la sua ragazza, a cui era legata da un mese circa, si è presa una cotta per il suo giovane compaesano di 24 anni non ci vede più.

Secondo il racconto di vari testimoni, il giovane appena ventenne, a novembre del 2012, in stato di evidente alterazione è visto a piazza “Mattarella” di Rocca: “Avete visto Andrea? Lo ammazzo. Mi ha fregato la fidanzata”, gridava con indosso un coltello a serramanico che faceva capolino dalla tasca del giubbotto.

La stessa notte taglia le ruote della moto di Andrea.

La fidanzata agli inquirenti ha raccontato: “Quando rivelai a Sebastian che lo avevo baciato, inveì contro di me e mi disse che gliela avrebbe fatto pagare, che l’avrebbe ammazzato”.

Per un pò di tempo le cose, però, si acquietano.

Ma la sera del 10 febbraio 2012 a Rocca di Caprileone c’è la festa di Carnevale. Durante il ballo Sebastian Oriti, ubriaco, spintona e infastidisce ripetutamente Andrea che alla fine lo schiaffeggia pubblicamente. Sebastian viene accompagnato a casa, dove vomita.

La notte gli porta un consiglio: perverso.

La mattina del giorno successivo alle 8 è già sotto casa di Andrea: entra nell’androne e lo aspetta. Con lui ha un coltello. Andrea esce dalla porta di casa per andare al lavorio alle 8 e 30, scende le scale e si trova davanti Sebastian. Dopo pochi minuti, un passante lo trova con il coltello conficcato nella coscia, in un lago di sangue, esanime, ferito da cinque profonde coltellate.

I soccorsi del 118 sono vani. Andrea muore all’ospedale di Sant’Agata Militello alle 11 e 25 nel corso di un intervento chirurgico.

Seguendo le indicazioni dei testimoni, i carabinieri rintracciano subito Sebastian: lo trovano a casa, stravolto, i vestiti sporchi di sangue. Nella dispensa della cucina dei coltelli della stessa fattura e della stessa marca di quello che aveva sancito la morte di Andrea.

LA VERSIONE DI SEBASTIAN

Sebastian invece ha raccontato una versione diversa: la mattina dell’11 febbraio era andato sotto casa di Sebastian solo per chiarire l’accaduto della sera prima. Andrea da casa è sceso con un coltello addosso e lo ha brandito contro di lui. Lui per difendersi ha finito per ammazzarlo. Questa versione è stata duramente censurata dai giudici.

I difensori di Oriti, Decimo Lo Presti e Gaetano Pecorella, hanno sostenuto non solo che il ragazzo non avesse premeditato l’omicidio ma non avesse neppure la volontà di ammazzare ma solo di avere un chiarimento sfociato in un tragico alterco, e hanno chiesto di verificare attraverso una perizia medico legale se i soccorsi sono stati tempestivi ed efficaci e se il giovane si potesse salvare.

 

PAROLA ALLA GIURIA

La Corte non l’ha pensata allo stesso modo e ha ritenuto l’inutilità della perizia più volte invocata: “Se anche una qualche responsabilità colposa medica fosse emersa, viste le gravissime condizioni in cui il meccanico è giunto in ospedale, non avrebbe comunque spezzato il nesso di causalità tra le coltellate e la morte”, hanno motivato i giudici.

“Le precedenti minacce e persino l’accaduto della sera precedente non sono sufficienti per ritenere provato che Sebastian abbia maturato prima il proposito criminoso e lo abbia coltivato sino all’11 febbraio 2013, avendo così il tempo di recedere dallo stesso. La ricostruzione della vicenda fa ritenere che Sebastian ha maturato la volontà di vendicarsi quella mattina al risveglio e lo ha concretato qualche minuto dopo. A prescindere dai vari comportamenti di minacce e angherie che hanno fatto da preludio all’omicidio – ha sottolineato la Corte – va rilevato che Sebastian non ha mai mostrato un serio pentimento per il gravissimo gesto compiuto e, invece di tacere, ha risposto alle domande con plateali bugie. Con tracotanza e protervia, a distanza di mesi dall’accaduto, è arrivato a infangare la memoria della vittima sostenendo che questi fosse uscito dall’abitazione armato”, hanno scritto i giudici escludendo così la possibilità di accordare ad Oriti le attenuanti generiche.

Il boss Carmelo D’amico a quasi due anni dall’inizio della collaborazione ricorda fatti nuovi appresi da persone morte e chiama in causa l’avvocato Peppuccio Santalco, il giudice Cassata e Saro Cattafi

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Il collaboratore Carmelo D'amico

Il collaboratore Carmelo D’amico

L’intenzione di ammazzare il giornalista Beppe Alfano perché aveva iniziato a mettere il naso nella Corda Fratres del giudice Franco Cassata; il ruolo dell’avvocato Peppuccio Santalco in seno all’organizzazione mafiosa del Longano; il contributo dell’avvocato Saro Cattafi nella morte dell’urologo Attilio Manca, “ucciso dai servizi segreti”.

Il collaboratore di giustizia Carmelo D’amico, boss di Barcellona e autore di efferati omicidi, non ne ha parlato nel verbale illustrativo della collaborazione; non ne ha parlato nei 180 giorni dall’inizio della collaborazione, come prevede la legge; non se n’è ricordato, incalzato dal pm e dagli avvocati di parte civile, nel corso dell’esame del processo d’appello a Saro Cattafi imputato di essere il capo della mafia di Barcellona, né nel corso del processo sulla presunta Trattativa tra lo Stato e la mafia.

Ma il 15 ottobre del 2015 a quasi due anni dall’inizio della collaborazione ha messo nero su bianco nuove e clamorose dichiarazioni, raccontando fatti, tutti appresi da persone ormai decedute.

L’AVVOCATO PEPPUCCIO SANTALCO

“L’avvocato Peppuccio Santalco era un componente della mafia di Barcellona, assisteva nei processi il boss Pippo Iannello (ucciso a dicembre del 1993), faceva uso di cocaina insieme a noi e ha aggiustato dei processi per conto nostro”, ha dichiarato D’amico. “Aveva lo studio in viale Kennedy, all’epoca dei fatti aveva 40 anni ed era il figlio di Carmelo Santalco, ex senatore della Repubblica (deceduto, ndr)”, ha precisato. “Mio zio Cannata (boss della mafia deceduto da anni, ndr) mi disse che Santalco padre era arrivato in Parlamento grazie all’aiuto di tutta la mafia barcellonese”

“Nello studio di Peppuccio Santalco facevamo uso di cocaina”, ha ancora sottolineato D’amico.

BEPPPE ALFANO E LA CORDA FRATRES DEL GIUDICE CASSATA

Ricordo che un giorno sentii Pippo Iannello dire preoccupato a Santalco che Pippo Gullotti voleva ammazzare il giornalista Beppe Alfano perché aveva iniziato ad indagare sulla Corda Frates, l’associazione culturale guidata dal giudice Franco Cassata (ex procuratore generale della Corte d’appello di Messina, ndr). Fu l’avvocato Santalco a dire a Iannello di non preoccuparsi perché avrebbe parlato lui con Cassata in modoo che quest’ultimo facesse desistere dal progetto Pippo Gullotti”, ha detto il collaboratore.

“Non ho raccontato prima queste cose perché avevo paura di Cassata che è un giudice molto potente”, ha precisato ancora il collaboratore.

Per l’omicidio di Beppe Alfano sono stati condannati con sentenza passata in giudicato Pippo Gullotti e Nino Merlino come esecutore materiale. Secondo l’impianto accusatorio l’omicidio è maturato perché Alfano si stava interessando di una grossa truffa immobiliare nell’ambito dell’Aias di Barcellona.

Carmelo D’amico – secondo quanto è già trapelato – ha dichiarato che Nino Merlino è estraneo all’omicidio del giornalista.

 

Il RUOLO DI CATTAFI, I SERVIZI SEGRETI E LA MORTE DI ATTILIO MANCA

“Nello studio dell’avvocato Carmelo Santalco sentii ancora Iannello dire che Gullotti e Saro Cattafi avevano il cervello malato perché avevano dato la loro disponibilità alle famiglie della mafia di Palermo e Catania a preparare l’attentato per uccidere l’ex ministro Claudio Martelli e il giudice Antonio di Pietro. Ho saputo di recente nel carcere dal boss Nino Rotolo che il mandante degli attentati (non eseguiti) era il leader del Psi, Bettino Craxi (deceduto da anni, ndr)”, ha riferito D’amico.

 

“Dopo la morte dell’urologo Attilio Manca, avvenuta a Viterbo nel 2004, incontrai a Barcellona Salvatore Rugolo (cognato del boss Pippo Gullotti) che ce l’aveva con Saro Cattafi. Mi disse che Cattafi per conto di Bernardo Provenzano aveva contattato il suo amico Attilio Manca in modo che questi l’operasse di prostata. A Cattafi – mi disse Rugolo – l’incarico glielo aveva dato un generale dei carabinieri. Di recente, Nino Rotolo, mi ha raccontato che sono stati i servizi segreti ad ammazzare Manca e che l’omicidio era stato organizzato dal direttore del Sisde”.

 

“Non ho riferito prima queste cose perché non me ne sono ricordato. Ogni giorno che passa mi ricordo cose nuove. La legge che regola la collaborazione e impone di dire tutto nei primi 180 giorni è sbagliata”, si è giustificato D’amico.

Salvatore Rugolo è morto da alcuni anni e non è stato mai processato né tantomeno condannato per fatti di mafia.

Secondo tutti i magistrati di Viterbo che si sono occupati della morte di Attilio Manca, l’urologo è morto per overdose. Secondo i magistrati di Palermo che hanno indagato sulla latitanza di Provenzano (e sui fiancheggiatori) Manca non ha mai operato Provenzano a Marsiglia.

IL D’AMICO PRECEDENTE.

Il collaboratore era stato sentito nel processo d’appello a carico di Saro Cattafi. Condannato in primo grado a 18 anni come capo della mafia di Barcellona, Cattafi in appello è stato riconosciuto un semplice affiliato e solo sino al 2000 e la pena gli è stata ridotta a 7 anni di reclusione (vedi articolo correlato).

Il 4 dicembre 2015 gli stessi giudici della Corte d’appello ne hanno disposto la scarcerazione (vedi articolo correlato).

D’amico sentito come testimone aveva dichiarato di aver visto una sola volta Cattafi nel corso di un incontro avvenuto negli anni novanta tra associati in una masseria nel corso del quale aveva saputo che “era un amico” e di aver ricevuto l’ordine di ammazzarlo perché per alcuni giorni fu ritenuto colui che aveva fatto la spia e consentito nel maggio del 1993 alla polizia di arrestare il boss Nitto Santapaola.

D’AMICO A RUOTA LIBERA

Carmelo D’amico è stato sentito nell’aprile scorso come testimone nel processo Trattativa Stato-mafia in corso di svolgimento al Tribunale di Palermo e che vede sul banco degli imputati, tra gli altri, il generale dei carabinieri Mario Mori, uomini delle istituzioni e boss della mafia.

D’amico ha riferito una serie di circostanze tutte apprese in carcere (entrambi al 41 bis) dal boss Nino Rotolo, con il quale “comunicava per gesti”, che avvalorano la tesi sostenuta dai pm secondo cui lo Stato dopo le stragi del 1993 arrivò ad un compromesso con la mafia per evitare nuove stragi (vedi articolo correlato). Questa tesi, però, sinora è stata smentita da alcune pronunce dei Tribunali che hanno avuto ad oggetto gli stessi fatti.

Evasione fiscale, assolti l’ex presidente del Messina calcio Pietro Franza e Josè Villari. Le tappe di un processo “imposto” dal Gip

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Pietro Franza

Pietro Franza

I reati per tutti i sei imputati erano già andati in prescrizione da un anno e mezzo, come rilevato dallo stesso pubblico ministero, ma come richiesto dai loro difensori il giudice del Tribunale di Messina, Valeria Curatola, li ha assolti perché il fatto non sussiste.

Pietro Franza, ex presidente del Messina peloro calcio e Giuseppe detto “Josè” Villari, commentatore televisivo e presidente delle associazioni sportive “Eta Beta” e “Ad Altiora” (gli imputati più noti), erano accusati di evasione fiscale in concorso.  I fatti erano risalenti al 2004 e 2005, quando il Messina calcio militava in serie A.

Secondo l’accusa, Franza e Villari avevano creato un sistema per consentire al Messina calcio di evadere le tasse Irpeg e Iva, in tutto 135mila euro, attraverso l’emissione di fatture da parte delle due associazioni sportive che in base a delle convenzioni dovevano curare l’individuazione e la selezione di giovani promesse calcistiche: attività che – sempre secondo l’ipotesi accusatoria – erano inesistenti.

Nello stesso processo erano imputati di falsa testimonianza e favoreggiamento Claudio Villari, fratello di Josè; Carmelo Cirino, Claudio Cirino e Lucia Maresca: secondo l’imputazione nel corso delle indagini aveva rilasciato alla polizia giudiziaria dichiarazioni false e tese a far conseguire l’impunità a Franza e Villari.

Invece, l’istruzione dibattimentale ha dimostrato che le due associazioni svolgevano regolare attività; che il Messina calcio aveva altre 65 convenzioni aventi lo stesso oggetto; che alle fatture emesse da Josè Villari erano corrisposti effettivi e tracciati pagamenti da parte del Fc Messina peloro. Soprattutto, è emerso un dato dirimente: i bilanci della società di calcio presentavano delle perdite di 15 milioni di euro e, dunque, le fatture non potevano mai abbattere gli utili che, appunto,  non c’erano e che neppure l’Iva era stata abbattuta posto che non è stata individuata Iva a debito (da compensare, in ipotesi, con fatture false) nelle dichiarazione dei redditi del Fc Messina calcio.

Il giudice Valeria Curatola, al termine delle arringhe difensive degli avvocati Giovanni Cambria, Isabella Barone e Anna Scarcella, ha emesso sentenza di assoluzione.

In realtà, già l’ufficio di Procura non si era mostrato convinto della responsabilità penale degli indagati, anzi. Aveva, infatti, chiesto per due volte l’archiviazione ma il Giudice per le indagini preliminari, Giovanni De Marco, per due volte l’ha rigettata, ordinando alla fine l’imputazione coattiva e il coinvolgimento nell’inchiesta anche dei quattro accusati di falsa testimonianza e favoreggiamento.

La prima udienza del processo si è tenuta il 2 febbraio del 2009, l’ultima 6 anni e nove mesi dopo.

Saro Cattafi torna libero. La Corte d’appello ne ordina la scarcerazione. La decisione dopo la sentenza che ha stabilito che l’avvocato di Barcellona è stato un semplice affiliato della mafia e solo sino al 2000

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Saro Cattafi

Saro Cattafi

La Corte d’appello di Messina ha disposto la scarcerazione di Saro Cattafi, in carcere al 41 bis dal 24 luglio del 2012, quando fu arrestato con l’accusa di essere il capo della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto, anello di congiunzione con i clan di Catania e Palermo.

La decisione è stata assunta dagli stessi magistrati d’appello che il 24 novembre del 2015 avevano riformato parzialmente la sentenza di primo grado che, sposando in toto l’impianto accusatorio della Procura, aveva inflitto all’avvocato di Barcellona di 63 anni la pena di 12 anni di reclusione (18 anni ridotti a 12 grazie ai benefici del rito abbreviato).

Il collegio presieduto da Francesco Tripodi ha, infatti, escluso che Cattafi sia mai stato ai vertici dell’organizzazione mafiosa e lo ha ritenuto un semplice affiliato ma solo sino al 2000, quando l’avvocato fu sottoposto per 5 anni a misure di prevenzione personale. Da quell’anno in poi infatti secondo la Corte d’appello non esiste alcuna prova che Cattafi abbia continuato a far parte del sodalizio criminale. Di conseguenza ha condannato Cattafi a 7 anni: pena non ancora definitiva ma ancora potenzialmente al vaglio della Cassazione.

Nella giornata di oggi 4 dicembre 2015 gli stessi giudici hanno revocato la misura cautelare del carcere, ordinando l’immediata scarcerazione di Cattafi.

I giudici hanno accolto la richiesta avanzata dal legale Salvatore Silvestro, il giorno successivo alla condanna.

Secondo i magistrati d’appello non c’è alcun elemento che lasci pensare che Cattafi sia socialmente pericoloso essendo le condotte per cui è stato condannato risalenti ad oltre tre lustri e non avendo l’imputato alcun’altra pendenza.

Gli stessi giudici hanno ancora sottolineato che non sussiste il pericolo che Cattafi si dia alla fuga, posto che tra l’altro gran parte della pena è stata espiata (tre anni e 4 mesi) e il condannato potrebbe godere del beneficio della liberazione anticipata.

 

Saro Cattafi non è il boss della mafia di Barcellona ma un affiliato semplice e solo sino al 2000. La Corte d’appello riforma la sentenza di condanna per l’avvocato

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Saro Cattafi

Saro Cattafi

 

La corte d’appello di Messina, presieduta da Francesco Tripodi, riformando parzialmente la sentenza di primo grado, ha condannato Saro Cattafi a 7 anni di reclusione.

L’avvocato Cattafi era accusato di essere il capo della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto e di aver tenuto, in questa veste, i contatti con le famiglie di Cosa nostra catanese e palermitana.

La Corte d’appello ha escluso che Saro Cattafi sia un capo promotore e lo ha riconosciuto colpevole, in quanto semplice affiliato, per le condotte tenute sino al 2000.

In primo grado, al termine del giudizio abbreviato era stato condannato a 12 anni di reclusione (grazie alla riduzione di un terzo della pena per il rito). Sedici anni di reclusione per associazione per delinquere di stampo mafioso e due anni per l’accusa di Calunnia ai danni del collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano e del suo legale Fabio Repici: 18 anni, poi ridotti di un terzo.

La Corte d’appello ha confermato la condanna per calunnia.

Cattafi nel corso del 2011 in esposti/denuncia aveva indicato il legale Repici, come ispiratore, e Bisognano, come esecutore, di una sorta di complotto ai suoi danni teso a portarlo in carcere: cosa accaduta il 24 luglio del 2012, quando Cattafi fu condotto a Gazzi.

Il materiale probatorio contro Saro Cattafi era formato da atti di indagine risalenti nel tempo e dalla dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Tra questi i barcellonesi (boss della mafia del Longano) Carmelo Bisognano e Carmelo D’amico.

Quest’ultimo ha raccontato di vicende risalenti nel tempo. Mentre Bisognano ha riferito di un messaggio che nel 2008 gli fu dato in carcere dal boss della mafia catanese Aldo Ercolano perché lo portasse a Cattafi al momento della scarcerazione.

I difensori di Cattafi, Salvatore Silvestro e Giovambattista Freni, hanno sostenuto che sino al 2007 tutte le condotte contestate a Cattafi  sono state già vagliate da altri giudici e dalla Cassazione che hanno assolto in passato Cattafi e, dunque, per la regola del ne bis in idem non potessero essere nuovamente rivalutate dai giudici ai fini della condanna. Secondo gli stessi legali, dal 2007 in poi non c’è alcun elemento probatorio nuovo che possa supportare la tesi fatta propria dal giudice di primo grado.

L’avvocato di Barcellona tra il 2009 e il 2011 è stato sottoposto ad intercettazioni ambientali e telefoniche che non  hanno dato alcun frutto.

Per quanto riguarda l’accusa di calunnia, gli avvocati difensori hanno sostenuto che Cattafi ha raccontato fatti veri e che non aveva alcuna volontà di accusare taluno “sapendolo innocente”, come prescrive il codice penale per la configurazione del reato, ma solo quella di difendersi mettendo gli inquirenti al corrente di fatti in modo che non prendessero abbagli.

La pubblica accusa nel corso della requisitoria ha chiesto la conferma della condanna di primo grado.

E così, allo stesso modo la parte civile rappresentata da Fabio Repici per Bisognano e da Mariella Cicero per lo stesso Repici.