Truffa ai danni del Miur, a giudizio il direttore generale dell’Università di Messina Carmelo Trommino e l’ex commissario del Cus Sergio Cama. La procura: “Inviavano a Roma report gonfiati per ottenere contributi non dovuti pari a 520 mila euro in 4 anni”. Le biografie di due manager molto sportivi

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Carmelo Trommino e Sergio Cama

Carmelo Trommino e Sergio Cama


Confezionavano e inviavano a Roma, al Ministero dell’Università, prospetti con dati falsi e gonfiati al fine di ottenere maggiori contributi pubblici per la gestione degli impianti sportivi.

E’ questa l’accusa costata all’attuale direttore generale facente funzioni dell’Università di Messina Carmelo Trommino e all’ex commissario del Cus Sergio Cama il rinvio a giudizio per truffa ai danni dello Stato.

Il periodo a cui si riferisce la contestazione va dal 2009 a 2013, anno in cui il Cus fu messo in liquidazione e cessò l’attività.

Le risorse irregolarmente percepite sono state quantificate complessivamente in 525 mila euro.

Si tratta dei fondi previsti dalla Legge 394 del 1977, riservati ai Cus locali, Centri universitari sportivi, che sempre per legge hanno la gestione esclusiva degli impianti sportivi di proprietà dei vari atenei.

La dotazione finanziaria della legge 394 viene ripartita tra i Cus italiani in base a vari parametri tra cui il costo sostenuto per il personale e gli impianti e il numero e l’estensione degli stessi impianti sportivi da gestire.

Secondo le conclusioni cui è giunta la Procura, che si è avvalsa di quattro consulenti, Trommino, all’epoca direttore della costola dell’ateneo UnimeSport, e Cama ogni anno mandavano a Roma prospetti in cui esponevano costi per il personale e per gli impianti che in realtà il Cus non sosteneva.

Ancora di piu, indicavano come gestiti dal Centro sportivo universitario strutture che da tempo non erano più nella sua disponibilità ma in quella di UnimeSport, la struttura autonoma creata nel 2006 dall’allora rettore Franco Tomasello su consiglio anche sotto il profilo giuridico dal suo braccio destro Pietro Navarra, che nel 2013 ne ha preso il posto di Magnifico.

Il processo che vedrà sul banco degli imputati Trommino e Cama ha origine da una lunga e complessa inchiesta che il sostituto procuratore Antonio Carchiettì aprì nel 2013 sul Cus di Messina, sui rapporti con l’Università e soprattutto con UnimeSport.

Il pasticciaccio di UnimeSport 

UnimeSport nacque per spazzare via il Cus locale da 40 anni guidato da Piero Jaci.

Nel 2006, su proposta del rettore, infatti, il Consiglio d’amministrazione dell’ateneo tolse al Centro universitario sportivo la gestione di tutti gli impianti sportivi della cittadella di viale Annunziata e la affidò dapprima a Unilav Spa, società partecipata già operante, e poi a UnimeSport, creata invece appositamente.

Il Cus nazionale (Cusi) presentò subito ricorso al Tribunale amministrativo regionale forte della norma di legge che riservava ai Cus in via esclusiva la gestione degli impianti, e così l’ateneo per evitare di essere bocciato dai giudici amministrativi fu costretto ad una sorta di transazione.

La gestione degli impianti fu divisa: alcuni (campo da baseball e palazzetto dello sport) rimasero al Cus, gli altri a Unime Sport, a capo del quale fu messo da subito (ovvero dagli inizi del 2007) Carmelo Trommino, inizialmente ingaggiato con un contratto di consulente esterno.

 

Trommino, manager sulla fiducia

Marito del magistrato Ornella Pastore, giudice prima, a cavallo degli anni 2000 al Tribunale Siracusa, poi sino al 2006 al Tribunale di Messina e ora presidente di sezione a Reggio Calabria, Trommino tra il 2004 e il 2005 è stato consulente dell’allora assessore regionale allo Sport Fabio Granata, cui era politicamente vicino.

Laureato in Scienze motorie nel 2002, Trommino a Unimesport è arrivato a gennaio del 2007 dal Comune della città di Siracusa, dove dal 2003 svolgeva l’incarico di dirigente a contratto (affidato cioè senza concorso e in via fiduciaria) alle Politiche dello Sport, contemporaneamente (in certi periodi) a quello di consulente alla regione Sicilia.

In precedenza, dal 2000 al 2002, dallo stesso Comune di Siracusa aveva avuto incarichi di consulenza.

Per 7 mesi, sino al 30 luglio 2007 ha cumulato l’incarico di dirigente a Siracusa con quello di consulente di Unimesport  a supporto delle attività gestionali. Ma all’Università di Messina c’ era già stato anche come docente a contratto della facoltà di Scienze motorie, precisamente negli anni accademici dal 2002 a 2005.

Di più: il dirigente aretuseo figura come coautore di una pubblicazione scientifica partorita nell’ateneo di Messina: “Integrins, muscle agrin and sarcoglycans during muscular inactivity conditions: an immunohistochemical study”, datata 2006.

La sua firma figura accanto a quelle prestigiose di Pucci Anastasi, ordinario di anatomia e a quel tempo prorettore di Tomasello, e Dino Bramanti, scienziato instancabile che all’epoca (tra il 2006 e il 2008) si divideva, violando la legge, tra l’attività di docenza universitaria e la direzione scientifica dell’Irccs Neurolesi “Bonino Pulejo”.

Il primo ottobre del 2007,  il giorno dopo aver terminato la sua esperienza quadriennale di dirigente al Comune di Siracusa, Trommino è diventato dirigente sempre a contratto (ovvero senza selezione) dell’ateneo di Messina e quindi direttore di UnimeSport.

Dopo 4 anni, il primo settembre del 2011 è entrato nei ruoli dell’ateneo messinese a tempo indeterminato: qualche settimana prima infatti era risultato vincitore di un concorso bandito nel 2010 per “dirigente con specifiche competenze connesse alla direzione di UnimeSport”.

 

Cama, garbatamente predestinato

Figlio di uno dei comandanti di nave piu importanti e piu tenuti in considerazione dalla famiglia degli armatori Franza, Sergio Cama venne nominato commissario del Cus di Messina nel 2010. Fu caldeggiato da Pietro Navarra di cui è amico personale.

Agli inizi del 2010, la protesta clamorosa degli otto dipendenti del Cus, che reclamavano alcune mensilità di stipendi arretrati, fornì al rettore Tomasello il motivo per chiedere ed ottenere dall’organismo nazionale del Cus, il Cusi, la rimozione di Piero Jaci e il commissariamento del Cus, all’epoca già gravato di debiti che superavano i 2 milioni di euro.

Sergio Cama giunse al Cus con l’aureola del risanatore. All’inizio i dipendenti apprezzarono molto il garbo e i pasticcini che portava al mattino in ufficio. Ma di virtuosismi gestionali non si vide neppure l’ombra.

Anzi, quando il Cus fu messo in liquidazione, tre anni dopo, Cama lasciò debiti che erano  arrivati a quasi 4 milioni di euro: se ne andò a lavorare per una società di navigazione.

Il deficif fu aggravato soprattutto dai Campionati nazionali universitari del 2012, costati 800 mila euro e passati alla storia non tanto per le gesta degli atleti arrivati da tutt’Italia per cimentarsi in 20 discipline sportive, ma per le spese «folli». Dai 15 mila euro (per una settimana di lavoro) ai 5 addetti stampa reclutati benché fosse stata ingaggiata un’agenzia di comunicazione costata a sua volta 14 mila euro; passando alla cena di inaugurazione da nababbi (30 mila euro); per finire alle spese per una serie di appalti per servizi, affidati senza regolare gara a prezzi più alti di quelli di mercato.

Il peccato originale

E’ proprio la nascita di UnimeSport alla base delle irregolarità riscontrate dalla Procura e declinate in termini di reato.

Infatti, ben presto ci si accorse che UnimeSport, costola autonoma dell’ateneo, costava troppo e dalla gestione degli impianti incassava pochissimo: anche perché era costretta ad applicare ai vari collaboratori che ingaggiava il contratto del comparto università, molto più gravoso di quello che invece poteva applicare il Cus.

Quest’ultimo infatti godeva di un regime molto agevolato sotto il profilo contributivo e fiscale.

Mentre i contributi che arrivavano al Cus dalla Fondo della legge 394 del 1997 diminuirono proporzionalmente alla riduzione degli impianti gestiti, effetto della transazione.

Come ti salvo…. capre e cavoli

Fu così che per spendere meno in personale e per continuare a incassare i contributi della Legge 394 Cama e Trommino diedero vita a un meccanismo particolarmente vantaggioso ma, secondo gli inquirenti, anche illegale.

Da un lato il Cus fu trasformato  in «un’agenzia di lavoro per reclutare (senza concorso) e fornire all’Università lavoratori a basso costo», come accertarono gli ispettori del lavoro di Messina. L’organo ispettivo verificò infatti che gli istruttori sportivi, gli addetti alla segreteria e persino quelli alle pulizie (in tutto 80 lavoratori), necessari a Unime Sport, li assumeva il Cus con contratti di collaborazione sportiva esentati da tasse e contribuzione previdenziale, ma i lavoratori venivano utilizzati come fossero propri dipendenti subordinati (senza, però, le tutele previste per quest’ultimi), direttamente da Unimesport dell’Università di Messina, che poi rimborsava al Cus il valore degli stipendi.

L’Ispettorato ipotizzando l’interposizione fittizia di manodopera ha comminato multe per due milioni di euro.

Dall’altro lato, Cama e Trommino mandavano a Roma prospetti in cui risultava che il costo del lavoro che usava e pagava di fatto UnimeSport lo sostenesse il Cus.

Allo stesso modo facevano apparire come gestiti dal Cus impianti che non lo erano da anni: il tutto per avere maggiori e non dovuti contributi.

La Procura ritenendo che queste ultime condotte integrino il reato di truffa ha esercitato l’azione penale: l’inizio del processo a carico di Cama e Trommino dopo il rinvio a giudizio decretato il 3 ottobre del 2017 dal Gup Monia De Francesco è previsto per il 7 aprile del 2018.

Un Cus va… e un Cus viene

Mandato in soffitta il vecchio Cus, gravato di 4 milioni di euro di debiti, e le centinaia di creditori, l’ateneo guidato da 2013 da Pietro Navarra, sostenitore dell’operazione che portò alla nascita di Unimesport e al ridimensionamento del Cus, si è rimangiato  quanto fatto in precedenza.

Ha eliminato Unimesport e ha  promosso la creazione di un Cus nuovo di zecca sgravato di tutti i debiti: CusUnime, subito affiliato dal Cusi e affidato alle cure di Nino Micali, funzionario dell’ateneo, a lungo stretto collaboratore di Trommino.

Il nuovo Cus ha la gestione di tutti gli impianti e così prende per intero i contributi della 394.

La sorte del dirigente aretuseo e la distrazione di Navarra

E Carmelo Trommino?

Il dirigente con la laurea in Scienze motorie, assunto specificamente per occuparsi di sport alla guida di Unimesport, alla cittadella sportiva non ha più messo piede.

Eliminata la struttura per cui era stato assunto, è stato incaricato di dirigere il dipartimento amministrativo “Servizi didattici, ricerca e alta formazione”.

Dal qualche settimana è temporaneamente, in attesa del concorso, direttore generale dell’ateneo in sostituzione del neo deputato regionale Franco De Domenico.

Lo ha nominato il rettore Navarra benché qualche mese prima fosse stato rinviato a giudizio per un ipotesi di reato commessa nell’esercizio delle sue funzioni di pubblico ufficiale.

Ufficio stampa del Comune, il generoso “regalo” di Renato Accorinti a Sergio Colosi. Il sindaco induce la Giunta a deliberare l’applicazione del vantaggioso contratto dei giornalisti, in barba alla legge, alla Corte costituzionale e alla Cassazione. Per palazzo Zanca un salasso (non dovuto) di 80 mila euro all’anno. Il precedente di Attilio Borda Bossana

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Sergio Colosi

Sergio Colosi

 

La Corte costituzionale e la Corte di Cassazione hanno stabilito che ai componenti degli uffici stampa degli enti locali della Sicilia non è dovuta l’applicazione del vantaggioso contratto collettivo dei giornalisti professionisti. E vada loro applicato quello degli Enti locali, come accade d’altro canto nel resto d’ Italia.

Il sindaco di Messina, Renato Accorinti, e i componenti della Giunta che guida, però, del giudice delle leggi e del massimo organo della giurisdizione se ne sono infischiati.

Hanno così “regalato” al funzionario del Comune Sergio Colosi un contratto di giornalista con qualifica di capo redattore che, a seconda dell’anzianità di servizio, può arrivare a costare per Palazzo Zanca solo di stipendio base circa 120 mila euro all’anno, più o meno 80 mila euro in più di quanto Colosi avrebbe diritto a percepire.

Il regalo è contenuto in una delibera della Giunta voluta fortissimamente da Renato Accorinti.

Ha la forma di una transazione che costerà negli anni a Palazzo Zanca centinaia di migliaia di euro e garantirà a Colosi uno stipendio e un Trattamento di fine rapporto triplo rispetto al dovuto e in misura eguale a quelli di un giornalista che ha la responsabilità di pensare in tempi ristretti un giornale, di coordinare di decine di redattori, di pagare risarcimenti danni per diffamazione: nulla a che vedere con gli impegni di un capo ufficio stampa di un Comune.

L’uso del tempo indicativo futuro è obbligatorio perché dopo l’approvazione della delibera, l’iter che avrebbe concretamente fatto sorridere il giornalista ha avuto una battuta di arresto: l’accordo transattivo a cui la Giunta aveva dato il via libera di fatto non è stato ancora firmato.

 

Trattative sotto traccia

La delibera della Giunta (che ha la firma di regolarità contabile del Segretario generale Antonino Le Donne e di regolarità tecnica del dirigente Giovanni Bruno) è dell’estate: reca il numero 462 ed è del 29 giugno del 2017.

Ma a monte vi è un frenetico lavoro sottotraccia sollecitato da alcuni esponenti dell’organizzazione sindacale dei giornalisti Assostampa (tra questi si è distinto Massimo Passalacqua in versione esperto di diritto) e da diversi “consigliori” del primo cittadino, che hanno preso a cuore la battaglia di Colosi.

Quest’ultimo, infatti, a capo dell’ufficio stampa del Comune  sin dall’insediamento del sindaco Accorinti (giugno del 2013), il 27 agosto del 2015 si è rivolto al Tribunale del Lavoro perché gli venisse riconosciuta la qualifica di capo redattore in applicazione del Contratto collettivo dei giornalisti con richiesta di 45 mila euro di differenze retributive. Aurora Notarianni, sino a due mesi fa assessore regionale ai Beni culturali, il suo legale. Il Comune si è affidato alla competenze di Santa Chindemi, dello studio legale che fu di Angelo Falzea, accademico dei Lincei.

 

Messina, 21/10/2013: il sindaco Renato Accorinti.

Il sindaco Renato Accorinti.

Il cuore di Accorinti batte…. per Colosi

Renato Accorinti, pur alle prese con innumerevoli problemi e con i disastrati conti del Comune, si è innamorato così tanto della causa di Colosi che l’ 1 dicembre del 2016 ha preso carta e penna e ha scritto all’Avvocatura e al Dipartimento risorse umane: “Proponete una soluzione per la definizione del contenzioso”.

La soluzione già trovata dal sindaco e da Colosi è in una transazione: Colosi rinuncia a tutti gli arretrati che gli spetterebbero se gli fosse stato applicato il contratto di giornalista sin dall’inizio della sua avventura all’Ufficio stampa e che aveva chiesto al giudice del Lavoro, il Comune gli applica dal momento della firma della transazione il contratto di caporedattore.

Il dirigente dell’Avvocatura Giovanni Bruno il 7 dicembre del 2016  chiede un parere prognostico sull’esito della causa al legale Chindemi.

Tuttavia, il 3 aprile del 2017, prima ancora che il parere dell’avvocata giungesse, Accorinti manifesta la sua determinazione e, come se già fosse sicuro dell’esito del parere, scrive al Segretario generale, Antonino Le Donne: “E’ intenzione dell’amministrazione cessare la materia del contendere e applicare a Colosi il Contratto dei giornalisti”

Il parere del legale del Comune di Messina, Santa Chindemi, giunge un mese e mezzo dopo, il 17 maggio del 2017: è paradossale, quasi degno del miglior Pirandello, e appare confezionato in maniera tale da accontentare la volontà palese di chi l’aveva chiesto.

“Il Comune per legge e per dictum della Corte costituzionale non può applicare il Contratto dei giornalisti a Colosi e in punto di diritto sono convinta che abbia ragione da vendere come ho rappresentato nelle memorie difensive; ma di recente ci sono state alcune pronunce di Giudici siciliani di primo grado che hanno detto cose diverse. Quindi il Comune potrebbe anche perdere la causa“, ha scritto in sintesi il legale. “Pertanto, si ritiene possibile valutare positivamente l’ipotesi transattiva allo studio“, ha concluso l’avvocata.

Due giorni dopo, il 19 maggio del 2017, l’avvocata Notarianni ribadisce ufficialmente la disponibilità alla transazione.

Il sindaco Accorinti, senza tenere in nessuna considerazione che in ogni caso il potere di transazione che impegna economicamente gli enti pubblici è sottoposto dalla Corte dei conti a limiti molto stringenti, non perde tempo.

Il 25 maggio 2017 ordina al Segretario generale che si proceda con lo schema di transazione da sottoporre all’approvazione della Giunta.

Nel frattempo, la causa davanti al giudice del Lavoro è stata rinviata per due volte  (la prossima udienza è fissata al 2 febbraio prossimo) proprio in attesa che la transazione venga firmata e così dichiarata cessata la materia del contendere.

La Corte di Cassazione dixit

L’avvocata Chindemi si è fermata ad alcune decisioni dei giudici di primo grado siciliani, ma non ha citato la sentenza della Corte Cassazione numero 488 del 2017.

Depositata nella cancelleria l’11 gennaio del 2017 è di 4 mesi prima che rendesse il parere.

Con questa pronuncia, il massimo organo della giurisdizione ha annullato la sentenza della Corte d’appello di Messina che, confermando quella del Tribunale, aveva riconosciuto a Maria Flavia Carilli, in forza all’ufficio stampa della Provincia regionale di Messina, l’applicazione del contratto di giornalista sulla base delle stesse argomentazioni giuridiche su cui poggia il ricorso proposto da Colosi.

Il precedente di Attilio Borda Bossana

Prima di Sergio Colosi, alla guida del ufficio stampa del Comune c’era Attilio Borda Bossana, entrato nell’organico del Comune senza alcun concorso. Collaboratore esterno di Palazzo Zanca sin dal 1980, Borda Bossana nel 1999 ne divenne dipendente in palese violazione dell’articolo 97 della Costituzione.

Grazie a un delibera voluta dal vicesindaco di allora Giampiero D’alia e avallata dal segretario generale Filippo Ribaudo non solo divenne dipendente ma gli fu da subito applicato il contratto di caporedattore.

A cavallo tra 2011 e il 2012, Il settimanale Centonove in una serie di articoli a firma di Michele Schinella raccontò come a Borda Bossana in violazione di legge fosse garantito un trattamento mensile medio di 10 mila euro per 13 mensilità.

Insomma, Borda Bossana (titolo di studio geometra), era il dipendente più pagato di Palazzo Zanca, più di qualsiasi dirigente.

Il sindaco Giuseppe Buzzanca a seguito degli articoli chiese un parere al collegio di difesa, presieduto da Francesco Marullo. Quattro componenti si astennero perché intimi amici di Borda Bossana.

Il parere giunse. Il dirigente del Personale Giuseppe Mauro lo ritenne “incomprensibile e contraddittorio”. Ne chiese uno a chiarimento. Arrivò sul tavolo di Provvidenza Castiglia, dirigente che nel frattempo sostituì Mauro, ma fu secretato.

Qualche mese dopo Giuseppe Buzzanca si dimise.

A ottobre del 2012 a palazzo Zanca giunse il commissario Luigi Croce, ex capo della procura di Messina.

Borda Bossana premiato da Croce

Attilio Borda Bossana (a sx) premiato da Luigi Croce

Una mano lava l’altra…

Passarono 6 mesi e il primo maggio del 2013 Attilio Borda Bossana si mise in pensione, a 62 anni.

A lui andò un trattamento di fine rapporto e una pensione che se non gli fosse stato applicato il contratto dei giornalisti si sarebbe sognato.

Quindici giorni dopo, il 14 maggio del 2013, con delibera numero 47, il commissario Croce eliminò la figura professionale di capo redattore dall’organigramma del Comune e la sostituì con quella di giornalista inserendola nella categoria D3 del Contratto degli enti locali: così come viene fatto in tutti i Comuni d’ italia.

Tuttavia, l’ex magistrato Croce nessuna iniziativa giuridica intraprese per fare chiarezza sul diritto di Borda Bossana di ricevere emolumenti da manager di un’azienda privata.

L’amministrazione Accorinti, che si trovò per le mani la spinosa questione del sontuoso trattamento di fine rapporto reclamato da Borda Bossana, fece a sua volta finta di nulla.

E alcuni anni dopo, mettendo nel nulla pure l’operato del commissario Croce, si appresta, a fine legislatura, a fare di Colosi il nuovo Borda Bossana.

Eppure, che Colosi ora (e Borda Bossana prima) non abbia alcun diritto all’applicazione del Contratto dei giornalisti e alla qualifica di caporedattore e per contro il Comune abbia l’obbligo di non applicarlo a pena di responsabilità contabile, lo ha stabilito indirettamente la sentenza della Corte di Cassazione che si è pronunciata su Maria Flavia Carilli.

 

La vicenda in punto di diritto

Per chi ha un minimo di tempo e di dimestichezza con il diritto e non cade (come talvolta anche taluni giudici) nelle trappole fumose tese da avvocati e giornalisti in cerca di privilegi (dopo aver criticato quelli dei politici) la vicenda è di una semplicità disarmante.

La legge nazionale n° 150 del 2000 ha previsto che “Le amministrazioni pubbliche possono (non devono, ndr) dotarsi di un ufficio stampa“.

Per ciò che attiene specificamente la vicenda che riguarda il trattamento economico e giuridico tra gli altri di Colosi, ha precisato che: “Negli uffici stampa l’individuazione e la regolamentazione dei profili professionali sono affidate alla contrattazione collettiva nell’ambito di una speciale area di contrattazione, con l’intervento delle organizzazioni rappresentative della categoria dei giornalisti. Dall’ attuazione del presente comma non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica“.

In Sicilia, tuttavia, un legislatore molto attento alle esigenze economiche dei giornalisti emanò una serie di norme nel tentativo di anticipare il contenuto dell’Accordo tra le parti sociali stabilendo in sintesi che: “Ai giornalisti degli uffici stampa degli enti locali siciliani si applica il contratto collettivo dei giornalisti e la qualifica di caporedattore

Queste norme regionali furono spazzate via dalla Corte costituzionale che con sentenza  189 del 5 giugno 2007 ha ribadito in maniera molta chiara un principio pacifico nella giurisprudenza: “I rapporti di lavoro alle dipendenze della pubblica amministrazione per legge sono regolate dalla contrattazione collettiva al fine di garantire su tutto il territorio nazionale uniformità di trattamento dei lavoratori. Questo principio si impone anche nelle regioni a statuto speciale e quindi limita la potestà legislativa esclusiva della regione Sicilia“, ha concluso la Consulta.

In altre parole, in omaggio al principio costituzionale di uguaglianza non può accadere che il componente dell’ufficio stampa del Comune di Roma guadagni 4 mila euro lordi al mese e quello di Messina arrivi a 10 mila: i dati sarebbero quelli reali se la delibera di Giunta fosse attuata a favore di Colosi.

E’ per evitare queste discriminazioni e per consentire un controllo da parte del Governo e della Corte dei conti sulla spesa pubblica che è stata creata l’Aran (Agenzia per la rappresentanza negoziale), unico organismo che per legge ha la rappresentanza delle pubbliche amministrazioni ai fini della firma dei Contratti collettivi di lavoro e può dunque validamente vincolarle.

L’Aran non ha mai sottoscritto un accordo con le organizzazioni rappresentative di categoria dei giornalisti, che avrebbe comunque il limite di non dover determinare nuovi oneri per le finanze pubbliche.

E, dunque, in tutta Italia ai giornalisti che fanno parte dell’ufficio stampa dei Comuni e delle Province si applica il contratto degli enti locali.

L’Accordo di Pulcinella in terra siciliana

La decisione della Corte costituzionale non piacque all’Assostampa Sicilia e cosi si cercò subito il modo per aggirarla.

Il 24 ottobre del 2007 a Palermo si riuniscono per le parti pubbliche: l’assessore regionale alla Presidenza, Mario Torrisi; il presidente dell’Associazione dei Comuni (Anci) della Sicilia; il segretario dell’Unione regionale provincie siciliane (Uprs); per le parti private: il segretario dell’Associazione stampa siciliana (Assostampa) e il presidente della Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi).

Stipulano un Contratto.

L’Accordo in sostanza ripristina il principio che la Corte costituzionale aveva spazzato via dall’ordinamento giuridico: ovvero l’applicazione del Contratto dei giornalisti ai componenti degli uffici stampa degli enti locali.

Per tentare di ammantarlo della forza di fonte del diritto, l’Accordo fu pure pubblicato nella Gazzetta ufficiale della regione Sicilia

E’ su questo Contratto che fanno leva le cause proposte in tutta la Sicilia da vari giornalisti in forza all’ufficio stampa dei Comuni (e dallo stesso Sergio Colosi) o delle Province (è il caso di Maria Flavia Carilli) per vedersi riconoscere il trattamento di giornalista.

Il tema determinante su cui alcuni giudici, aiutati talvolta da distratti difensori degli enti enti locali, si sono incartati è proprio questo.

Che efficacia vincolante ha questo Accordo?

Non ci vuole molta competenza per capire che non ne ha alcuna: basti solo osservare che metterebbe nel nulla il principio di uniformità di trattamento richiamato dalla Corte costituzionale.

Può l’Associazione (politica) dei comuni siciliani o l’Unione (politica) regionale delle province siciliane vincolare una pubblica amministrazione nel trattamento giuridico ed economico dei dipendenti dei comuni o delle province? Può l’organo politico Assessore regionale vincolare la regione Sicilia? Certo che no.

Alessandro Garilli, ordinario di diritto del Lavoro all’Università di Palermo, chiamato in causa anni fa sul tema, ha dato la sua autorevole opinione: “E’ carta straccia. E’ stato sottoscritto da chi non ha nessuna competenza a rappresentare i Comuni e le Province o la regione Sicilia. Questa legittimazione spetta solo all’ Aran nazionale per comuni e le province, e all’Aran Sicilia per la Regione”.

Se per assurdo….

Ma, in ipotesi, si consideri pure (per assurdo) che l’Accordo sia vincolante e cioè che chi lo ha sottoscritto avesse legittimazione a farlo impegnando le pubbliche amministrazioni.

Basta dare una lettura attenta al testo per scoprire che è lo stesso Accordo a stabilire  all’articolo 1 che” l’applicazione riguarda il personale degli enti di cui all’articolo 1 della legge regionale 10 del 2000″: è facile, leggendo quest’ultima norma avvedersi che si tratta della “Regione e degli enti sottoposti a controllo o vigilanza delle Regione”.

Quindi per andare al caso di Colosi, il Contratto del 24 ottobre 2007 all’ente Comune neppure si potrebbe applicare.

Ma c’è di più.

E’ sempre lo stesso Accordo (art. 2) a disporre che “l’operativa dello stesso è subordinata alle contrattazioni integrative aziendali”. Che al Comune di Messina non sono state mai fatte e dunque mai potrebbe Colosi invocare davanti ai giudici il Contratto con successo.

Infatti, è la stessa Corte di Cassazione nella sentenza che ha riguardato la Carilli a dichiarare che questo Accordo non abbia alcuna efficacia vincolante per le amministrazioni pubbliche siciliane.

Tangenti all’Aias di Barcellona, assolti in appello per prescrizione l’onorevole Tatà Sanzarello, il funzionario dell’Asp 5 Oreste Casimo e il loro accusatore Luigi La Rosa. L’ex presidente dell’ente di assistenza assolto in secondo grado sempre per prescrizione pure dall’accusa di essersi appropriato di decine di migliaia di euro

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Tata Sanzarello

Tata Sanzarello

 

Tutti assolti per prescrizione: finisce così, in appello, uno dei due processi nati dalle dichiarazioni accusatorie dell’ex presidente Luigi La Rosa dell’Aias di Barcellona, per le tangenti pagate dall’ente di assistenza ai disabili.

Sul banco degli imputati c’erano Sebastiano (Tatà) Sanzarello, un passato di deputato europeo e nazionale e di assessore regionale alla Sanità; Oreste Casimo funzionario dell’azienda sanitaria provinciale di Messina con cui l’Aias era convenzionata; e il loro accusatore: il commercialista La Rosa.

L’onorevole era accusato di avere chiesto e ottenuto tangenti quantificate in un decennio  un miliardo di lire e in primo grado era stato condannato a 4 anni: l’originaria accusa di concussione era stata derubricata in quella meno grave di Induzione a dare o promettere utilità.

La goccia che fece traboccare il vaso e interruppe il flusso di tangenti dalle casse dellʼAias alle tasche dellʼex eurodeputato Tatà Sanzarello fu, secondo il racconto di Luigi La Rosa, “la richiesta di 50mila euro per comprare una casa a Roma”.

Era il 2004 quando Pietro Arnò, il dominus dell’ente e lʼallora presidente della sezione di Barcellona decisero che lʼonorevole di Mistretta aveva esagerato nelle richieste. «Solo 20 giorni prima gli avevamo corrisposto 20mila euro», ha raccontato ai magistrati lʼex presidente dellʼAias

L’ex segretario particolare dell’allora direttore generale dell’Asp 5  invece le tangenti – secondo l’accusa – le aveva incassate dal 2003  in poi per accelerare la liquidazione delle fatture e in primo grado era stato condannato a tre anni: anche per lui l’originaria accusa di corruzione era stata riqualificata in quella meno grave di Induzione indebita a dare utilità.

All’ex presidente dell’ Aias era contestato di aver corrotto Casimo: in primo grado aveva rimediato una pena di un anno e sei mesi

Gli episodi oggetto dell’imputazione arrivavano sino al 2010 per Casimo e La Rosa e al 2004 per Sanzarello.

La Corte d’appello ha pertanto dovuto prendere atto del fatto che il trascorrere del tempo avesse superato quello massimo utile per la punizione dei colpevoli.

Messina in calcio d’angolo

Nello stesso procedimento penale, in concorso con Luigi La Rosa, quale corruttore di Casimo, era imputato anche Sebastiano Messina, per un lungo periodo unitamente ad Arnò e La Rosa ai vertici dell’Aias di Barcellona.

Il  preside dell’Agrario di Barcellona domandò il giudizio abbreviato e il giudice Giovanni De Marco il 17 agosto 2012 emise sentenza di assoluzione ritenendo che “per gli episodi delittuosi successivi al 2004 non vi fossero elementi che provavano la sua responsabilità visto che da quell’anno in poi non aveva più compiti operativi, mentre per gli episodi delittuosi gli anni precedenti al 2004, per i quali emergono significativi elementi indiziari, era già giunta la prescrizione”.

Tangenti bis ai vertici

L’onorevole Sanzarello unitamente al braccio Natale D’amico, ex consigliere provinciale,.è sotto processo a Barcellona per altri episodi di corruzione ai danni dell’Aias.

Con loro sul banco degli accusati si trovano il padre padrone dell’Aias nazionale, Francesco Lo Trovato, il figlio, Sergio Lo Trovato, e il commercialista dell’ente Giuseppe Grasso.

L’impianto accusatorio si basa sempre sulle dichiarazioni di Luigi La Rosa (Vedi ampio servizio sulla vicenda) .

 

Le appropriazioni di La Rosa

Luigi La rosa dal canto suo, su denuncia di Lo Trovato, è finito sotto processo per essersi appropriato di svariate decine di migliaia di euro appartenenti all’ente di assistenza.

Era stato Francesco Lo Trovato nel 2010 a estromettere La Rosa dalla presidenza dell’Aias contestandogli “gravi irregolarità contabili e gestionali”.

In primo grado, il 22 luglio del 2016, La Rosa era stato condannato a due anni di reclusione e al pagamento di una provvisionale risarcitoria complessiva a favore dell’Aias di 550mila euro.

Oggi si è celebrato pure il processo d’appello: analogamente all’altro processo celebrato qualche ora prima, la Corte ha dovuto dichiarare la prescrizione.

Tuttavia, la condanna al risarcimento dei danni è rimasta confermata, a riprova che anche per i giudici di secondo grado La Rosa è colpevole nel merito, ma è stata ridotta a 100 mila euro.

 

Le mani della mafia sull’ente di assistenza

In virtù delle dichiarazioni del commercialista La Rosa, per estorsione ai danni dell’Aias sono stati già condannati in appello i boss della mafia del Longano Carmelo D’amico, Mariano Foti, Giovanni Rao, e Carmelo Giambò. il processo ha mostrato che gli esponenti dell’organizzazione intascavano ingenti risorse dell’ente attraverso le minacce.

Specificamente, La Rosa raccontò agli inquirenti che sin dalla fine degli anni novanta (quando alla guida dell’ente c’era Pietro Arnò) e sino al 2009, quando decise di porre fine al pagamento del pizzo, l’Aias fosse costretta a pagare la somma di 40 milioni di lire all’anno (diventati poi 40 mila euro) e a effettuare delle assunzioni a favore di persone vicine ai membri dell’organizzazione criminale.

Le sua accuse hanno trovato riscontro nel dibattimento (vedi approfondimento).

Riscaldamenti al massimo, finestre aperte e condizionatori d’aria fredda: al Tribunale di Messina in scena il festival dello spreco e della stupidità

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Tribunale di Messina

Il Tribunale di Messina

 

“Qua si scoppia di caldo”. Il coro è unanime: avvocati, cittadini, addetti alla vigilanza, sono tutti d’accordo.

Il colmo si è raggiunto nella giornata di giovedì 13 dicembre quando nell’aula in cui teneva udienza il collegio del Tribunale presieduto da Silvana Grasso sono  partiti i condizionatori d’aria fredda.

Si proprio così.

Riscaldamenti – come si dice in gergo – “a palla” e, contemporaneamente condizionatori d’aria fredda.

Termosifoni infuocati e finestre aperte.

In barba a ogni regola di logica e buon senso, senza scomodare concetti molto più complicati come risparmio energetico o inquinamento.

Al Tribunale di Messina il clima è torrido da alcune settimane e non solo per gli attacchi alla magistratura messinese scatenati dal deputato regionale Cateno De Luca.

E’ torrido perché già da novembre in chiara violazione di legge, che vieta in Sicilia di attivare i riscaldamenti prima del primo dicembre, a Palazzo Piacentini, dove la legge bisogna applicarla, sono stati attivati i riscaldamenti per diverse ore al giorno, nonostante le temperature siano quelle del sud italia e non certo di Milano o Bolzano.

l festival del paradosso e dello spreco, è anche ineluttabile.

Tutti si lamentano, meglio sommessamente, non si sa mai, ma sembra si tratti di un supplizio ulteriore per chi deve attendere ore che venga chiamato il suo processo e per non sudare è costretto a rimanere in maniche di camicia.

C’è chi da semplice cittadino si è rivolto agli uffici amministrativi della Corte d’appello: “Si, ha ragione, vediamo cosa si può fare”, ha spiegato a metà novembre un garbatissimo Alfredo Girbino, direttore amministrativo della Corte d’appello.

Ma tutto è rimasto come prima.

Tanto (apparentemente) non paga nessuno.

Domanda: se il presidente del Tribunale o il presidente della Corte d’appello dovessero pagare di tasca loro, tollererebbero lo spreco?

A casa loro, i riscaldamenti li tengono accessi contemporaneamente ai condizionatori d’aria fredda e alle finestre aperte?

E’ normale che a dicembre si debba sopportare il disagio del caldo in un luogo in cui il funzionamento del cervello (notoriamente in tilt con il caldo) è fondamentale?

Certo, non è questo il problema più grosso e importante di un servizio giustizia agonizzante.

Non è il più grosso, ma per risolverlo non ci vogliono né scienziati, né riforme legislative.

Spedizione punitiva nel carcere di Gazzi, condannati gli otto autori dell’aggressione a Angelo Lorisco e Stefano Rottino. Alla base della “lezione”, l’aiuto al collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano, arrestato insieme a loro nell’inchiesta Vecchia Maniera

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L'entrata del carcere di Gazzi

L’entrata del carcere di Gazzi

 

Organizzarono e portarono a segno a colpi di pugni e schiaffi la spedizione punitiva contro Angelo Lorisco e Stefano Rottino, perchè “colpevoli” di avere aiutato Carmelo Bisognano, benché l’ex boss di Barcellona Pozzo di Gotto avesse collaborato (dal 2010) con la giustizia contribuendo a fare arrestare molti esponenti dell’organizzazione mafiosa, tra cui alcuni di loro.

Per l’aggressione ad Angelo Lorisco e a Stefano Rottino, avvenuta nel carcere di Gazzi il 26 maggio del 2016, sono stati condannati Salvatore Bucolo, Angelo Bucolo, Maurizio Trifirò, Santino Benvenga, Carmelo Maio, Sebastiano Torre, Mario Pantè e Marco Chiofalo.

Le due vittime dell’aggressione erano stati arrestati qualche giorno prima,il 18 maggio del 2016, nell’ambito dell’inchiesta Vecchia Maniera, che ha portato in carcere il collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano.

L’ex boss era accusato di aver continuato a delinquere (intestazione fittizia di beni, tentata estorsione ai danni dell’impresa Torre e False dichiarazioni al difensore)  anche mentre era sottoposto al programma di protezione, servendosi soprattutto di Angelo Lorisco (incriminato, infatti, in concorso con Bisognano per la tentata estorsione e l’intestazione fittizia di beni)

Mentre la stessa inchiesta aveva certificato dei contatti con Stefano Rottino, arrestato con l’accusa di tentata estorsione, avente ad oggetto del denaro, ai danni della profumeria Principato di Barcellona.

Fu per questo che il gruppo di esponenti del clan dei barcellonesi da tempo reclusi a Gazzi idearono l’aggressione.

Rottino fu colpito a calci e pugni nel cortile dell’area passeggio dai due Bucolo, Trifirò e Benvenga.

Qualche ora dopo, Lorisco fu aggredito dagli altri quattro imputati mentre in compagnia di un agente di polizia penitenziaria faceva ritorno nella sua cella: l’agente stesso rimase coinvolto e riportò un leggero trauma.

Due gruppi in azione

Le prognosi per Rottino e Lorisco furono inferiori ai 40 giorni e quindi gli aggressori rispondevano di lesioni personali lievi, pluriaggravate per le modalità e il movente.

Ai componenti del gruppo che aveva partecipato all’aggressione di Lorisco, era contestato pure il reato di resistenza a pubblico ufficiale.

Da qui e dai precedenti penali la diversità delle pene comminate agli imputati dal Tribunale di Messina, presieduto da Silvana Grasso.

Le pene nel dettaglio

Nel dettaglio, la pena più pesante è toccata a Mario Pantè, condannato a 7 anni e 4 mesi di reclusione; Carmelo Maio e Marco Chiofalo hanno rimediato una pena di anni 5 e 6 mesi; Sebastiano Torre di 5 anni e 3 mesi: i 4 hanno aggredito Lorisco.

Pene piu miti, visto che non rispondevano di resistenza a pubblico ufficiale, sono toccati a Maurizio Trifirò che ha “avuto” 4 anni e 8 mesi di reclusione; a Salvatore Bucolo, 4 anni e 2 mesi; a Angelo Bucolo e Santino Benvenga, 3 anni e 10 mesi di reclusione.

Se Rottino ha la pressione bassa

Completamente diverso l’atteggiamento nel processo da parte delle due vittime dell’aggressione.

Angelo Lorisco si è costituto parte civile e nel corso dell’esame dibattimentale ha confermato la dinamica dei fatti accertata dagli inquirenti, indicando le persone che aveva riconosciuto.

Stefano Rottino, a cui nell’agosto del 2006 era stato ammazzato da una frangia della stessa organizzazione mafiosa il fratello Ninì Rottino, invece ha dichiarato di non ricordare nulla di quanto gli è occorso, e che riteneva che le ferite riportate fossero una conseguenza di una caduta per effetto di un abbassamento di pressione, problematica di cui soffre da sempre.

Ora rischia l’incriminazione per falsa testimonianza: il Tribunale ha disposto infatti la trasmissione degli atti al pubblico ministero per le valutazioni di competenza.

Gli esiti provvisori di Vecchia maniera

Per le accuse di intestazione fittizia di beni e tentata estorsione Angelo Lorisco è stato condannato in primo grado e in appello a tre anni di reclusione.

Stefano Rottino, già condannato in primo e secondo grado per associzioni di stampo mafioso, è stato prosciolto dall’accusa di tentata estorsione, avente ad oggetto denaro, ai danni della profumeria Principato.

Il gup Monica Marino, nell’ordinanza di proscioglimento ha rilevato come se anche non ci siano stati pagamenti in denaro né nelle richieste si facesse riferimento a denaro ma a profumi, comunque quest’ultimi erano stati consegnati dai titolari della profumeria per la paura nascente dalla caratura criminale di Rottino, con cui non avevano alcun rapporto.

Per gli stessi reati di Lorisco, l’ex boss Carmelo Bisognano è stato condannato a cinque anni in primo grado.

Dal luglio del 2017, Bisognano è in carcere a Roma in quanto accusato anche di accesso abusivo al sistema informatico e di violazione del segreto d’ufficio, reati in ipotesi commessi in concorso con gli agenti della scorta deputati a proteggerlo.

La Corte di cassazione in data 27 ottobre del 2017 ha annullato l’ordinanza del Gip del tribunale di Roma, rilevando un vizio di motivazione in ordine alla connessione tra i reati commessi a Messina e quelli commessi a Roma: se mancasse non si potrebbero usare a Roma le intercettazione raccolte dal commissariato di Barcellona.

Di recente, a un anno e mezzo dagli arresti del maggio del 2016, a Bisognano è stato revocato il programma di protezione, sanzione prevista in caso di violazione delle regole di condotta imposte a un collaboratore, anche se non sfociano in reati.

 

 

Travolge un ciclista e tira diritto, il giudice onorario Gianluca Manca identificato nove giorni dopo grazie ad un video girato da telecamera privata. Nel frattempo ha tenuto udienze al Tribunale di Barcellona. Sta applicando la legge anche stamani, due giorni dopo l’avviso di garanzia

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Non si ferma allo stop di un incrocio, travolge un ciclista e tira diritto.

E mentre gli inquirenti cercavano di individuare chi per poco non ha ammazzato l’anziano uomo in sella alla bici, teneva regolarmente udienza al Tribunale di Barcellona, come se nulla fosse accaduto.

Gianluca Manca, avvocato e giudice onorario del Tribunale del Longano, ha applicato la legge in nome del popolo italiano, giudicando della responsabilità penale di cittadini accusati di reati minori, anche nella giornata di ieri, dopo che la polizia gli aveva già notificato l’informazione di garanzia: lesioni personali stradali e omissione di soccorso o Fuga del conducente in caso lesioni personali stradali  le possibili contestazioni, reati per i quali non è previsto l’arresto.

Il giudice Manca sta tenendo udienza proprio ora nella mattinata del 22 novembre 2017, in sostituzione di un collega.

L’anziano ciclista, finito all’ospedale con un grosso trauma cranico e con una serie di ferite lacero contuse, è ancora ricoverato ma – da quanto è trapelato – fuori pericolo di vita. Di trenta giorni la prognosi, il che al momento farebbe ipotizzare il reato di lesioni personali lievi, punite con pena sino a tre anni.

Il giudice onorario Gianluca Manca

Il giudice onorario Gianluca Manca

Per poco manca…va il responsabile

Il giudice onorario Manca è stato individuato come il conducente dell’auto che ha travolto la bicicletta nella mattina dell’11 novembre del 2017 per puro caso.

E’ stata la telecamera piazzata sul balcone di una civile abitazione e orientata sull’incrocio a filmare il terribile impatto: il video diffuso sopra altro non è se non la ripresa con il cellulare dello schermo di una tv su cui vengono fatte scorrere le immagini registrare dalla telecamera stessa.

Gli inquirenti della polstrada sono riusciti ad individuare l’auto pirata in una Opel Insigna Sw e hanno così puntato sui pochi proprietari di quest’auto e, infine, dopo nove giorni hanno accertato che si trattava proprio di quella di Gianluca Manca.

Nella zona non ci sono negozi e uffici e quindi telecamere fisse e, dunque, se non ci fosse stato il video amatoriale il conducente dell’auto non sarebbe mai stato identificato.

Nel nome della legalità e… della verità

Gianluca Manca è molto conosciuto non solo a Barcellona ma un pò in tutt’Italia in quanto fratello di Atttilio Manca, l’urologo trovato morto l’11 febbraio del 2004 nella sua casa di Viterbo.

Per i magistrati della procura di Viterbo, la morte fu determinata dal un mix di eroina e anfetamine e di recente Monica Mileti, la donna con cui Manca era entrata in contatto i giorni precedenti la morte, è stata condannata dal Tribunale di Viterbo per avergli fornito la dose letale.

Tuttavia, la famiglia Manca non si è mai rassegnata a questa verità.

Assistita dal legale fabio Repici e in tempi più recenti dall’ex pm Antonino Ingroia, ha sostenuto la tesi che Manca fosse stato ammazzato perché aveva operato di prostata il latitante boss Bernardo Provenzano a Marsiglia, benché tra le altre cose, la Procura di Palermo, la stessa cui apparteneva Ingroia, avesse individuato tutti i componenti francesi dell’equipe che ha operato Provenzano sotto falso nome e tra questi non c’era il medico barcellonese.

Gianluca Manca in questi anni ha partecipato a trasmissioni televisive delle reti nazionale e a manifestazioni e incontri antimafia e per promuovere la legalità, ribadendo la tesi che il fratello è vittima della mafia e che la Procura di Viterbo non ha voluto accertare la verità.

 

Le dichiarazioni “di favore” del collaboratore di Giustizia Carmelo Bisognano, la Procura insiste per il proscioglimento e il gip Simona Finocchiaro accoglie. Revocato il programma di protezione un anno e mezzo dopo gli arresti

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Carmelo Bisognano

Carmelo Bisognano

 

Da collaboratore di giustizia si era impegnato a fare nuove dichiarazioni in cambio dell’aiuto economico necessario ad iniziare l’attività imprenditoriale sotto mentite spoglie, ma poi in sede di indagini difensive il 30 settembre del 2015 non ha cambiato la sua versione fornita in precedenza sulla caratura criminale dell’imprenditore Tindaro Marino, a cui le dichiarazioni servivano per tentare di sfuggire alla condanna per concorso esterno e al sequestro di tutti i beni.

E’ questa la conclusione cui è giunto il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Messina, Simona Finocchiaro, disponendo il proscioglimento di Carmelo Bisognano, ex boss di Barcellona Pozzo di Gotto, dal 2010 collaboratore di giustizia.

Arrestato il 18 maggio del 2016 nell’ambito dell’inchiesta Vecchia Maniera anche per Tentata estorsione e Intestazione fittizia di beni, reati per cui è stato condannato in primo grado, Bisognano era imputato del reato di False dichiarazioni al difensore rilasciate nell’ambito di investigazioni difensive.

 

Stesse dichiarazioni, valutazioni diametralmente opposte

Il giudice Finocchiaro l’ha pensata in modo diametralmente opposto alla collega Monica Marino e ha aderito all’assunto dei sostituti della direzione distrettuale antimafia, Angelo Cavallo e Vito Di Giorgio, che hanno insistito per il proscioglimento del collaboratore di giustizia.

Il giudice per le indagini preliminari Marino, infatti, il 26 giugno del 2017, aveva rigettato la prima richiesta di archiviazione avanzata dagli stessi magistrati Cavallo e Di Giorgio e  aveva ordinato loro di disporre l’imputazione coattiva nei confronti di Bisognano, di Tindaro Marino e di Angelo Lorisco, ovvero colui che teneva i rapporti tra Bisognano, in località protetta dal momento dell’inizio della collaborazione avvenuta nel 2010, e Marino, all’epoca agli arresti domiciliari.

Le dichiarazioni della discordia

I due pm Cavallo e Di Giorgio, che hanno gestito sin dall’inizio la collaborazione grazie alla quale sono stati arrestati vari esponenti della mafia del Longano e hanno chiesto nel 2016 gli arresti per Bisognano, non si sono discostati dalla prima richiesta di archiviazione che avevano motivato aderendo a quella che sin da subito era stata la tesi difensiva di Bisognano e del suo avvocato Fabio Repici.

E da questa tesi, nonostante la bocciatura della Marino, non si sono mossi.

Il collaboratore di giustizia, un mese dopo gli arresti, ha chiesto e ottenuto di essere interrogato dai due pm Di Giorgio e Cavallo: “Ammetto di aver fatto il patto con Marino e che questi in cambio ha acconsentito entrare come socio occulto nella società Ldm Costruzioni Srl dietro la condizione che facessi nuove dichiarazioni sul suo conto. E’ stato un grave errore e una violazione delle regole che mi imponeva il programma di protezione”.

Che ci fossero state delle trattative per rendere delle dichiarazioni di favore era un dato di fatto. C’erano infatti molteplici intercettazioni telefoniche e ambientali che attestavano le trattative tra Bisognano e Tindaro Marino.

“Tuttavia, non ho detto il falso né ho cambiato versione rispetto a quanto avessi dichiarato prima“, ha affermato dinanzi ai due pm Bisognano.

Insomma – seguendo il ragionamento di Bisognano – Marino  in cambio del suo aiuto economico voleva dal collaboratore delle dichiarazioni di favore; Bisognano ha accettato la proposta “scellerata”; Marino ha chiesto insistentemente al suo difensore, Salvatore Silvestro, di sentire Bisognano; il 30 settembre del 2015, alla presenza dei suoi difensori Fabio Repici e Mariella Cicero, il collaboratore però poi queste dichiarazioni di favore non le ha fatte; tuttavia, il legale di Marino le ha depositate in Cassazione e in Corte d’appello e Marino stesso è entrato lo stesso in società con Bisognano, offrendo il suo apporto economico per l’attività di Ldm Costruzioni Srl.

In conclusione, l’imprenditore Marino – a seguire la tesi difensiva – è stato in qualche modo raggirato da Bisognano.

Di Giorgio e Cavallo dopo aver confrontato la trascrizione della registrazione integrale delle dichiarazioni rese il 30 settembre del 2015 con quelle rese in precedenza, hanno sposato la tesi di Bisognano: “Nelle linee essenziali, le dichiarazioni di Bisognano su Marino non sono cambiate”, hanno scritto nella prima richiesta di archiviazione, cambiando così l’idea che si erano fatti al momento di richiedere la misura cautelare per Bisognano.

Al collaboratore, infatti, avevano contestato, sulla base dei verbali riassuntivi, anche di aver fatto dichiarazioni diverse e di favore rispetto a prima sul conto dell’imprenditore di Gioiosa Marea.

Questione di Giudice

Lo stesso lavoro di confronto tra le dichiarazioni del 30 settembre del 2015 (sia dei verbali riassuntivi che delle dichiarazioni integrali) e quelle rese in precedenza lo ha fatto il Gip Marino, che era giunto senza esitazioni a conclusioni invece diametralmente opposte a quelle dei due pm e ora della collega Finocchiaro.

Conclusivamente, può senz’altro sostenersi che Carmelo Bisognano, in ossequio ad accordi presi in precedenza con Tindaro Marino, abbia rilasciato false dichiarazioni sullo stesso Marino, in quanto oggettivamente diverse da quelle rese in precedenza, assolutamente più favorevoli in quanto ne attenuano non poco la sua responsabilità penale e ciò al fine di conseguire un’utilità e un vantaggio di non poco rilievo: poter iniziare a svolgere una nuova e lucrosa attività imprenditoriale al riparo da occhi indiscreti”, aveva scritto il 26 giugno scorso il Gip Marino, giudice che aveva accolto la richiesta di misure cautelari per l’ex boss del Longano.

Alla Vecchia Maniera

Tre mesi dopo, il 28 settembre del 2017, per il reato di intestazione fittizia di beni (proprio nella società Ldm Costruzione srl) e di tentata estorsione che, unitamente al reato di False dichiarazioni ora archiviato dal Gip Finocchiaro,  gli erano stati contestati al momento degli arresti, Bisognano è stato condannato in primo grado a 5 anni di reclusione dal Tribunale di Barcellona. A due anni è stata la pena per Marino.

 

Se la Procura di Roma bussa alla porta

Da venerdì 7 luglio 2017 Bisognano è nel carcere di Rebibbia. Era stato prelevato dalla località in cui viveva sotto protezione e arrestato su ordine del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Chiara Gallo, che ha accolto la richiesta della Procura, guidata da Giuseppe Pignatone.

La procura di Roma, a cui erano stati trasmessi gli atti per competenza territoriale, ha declinato l’accusa in termini di violazione abusiva dei sistemi informatici e di violazione del segreto d’ufficio.

Sempre nell’ambito dell’inchiesta Vecchia Maniera condotta dal commissario di Barcellona diretto da Mario Ceraolo era pure emerso che due degli agenti (Domenico Tagliente e Enrico Abbina) che dovevano proteggerlo e controllarlo, avevano intessuto con il collaboratore un rapporto di complicità che consentiva a quest’ultimo di muoversi e incontrarsi a suo piacimento, anche con altri collaboratori di giustizia, in violazione di ogni norma regolamentare e, soprattutto, di avere libero accesso al sistema informatico della polizia.

Bisognano era libero. Infatti, su richiesta del suo difensore Repici, era stato scarcerato il 26 maggio del 2017 proprio dal Tribunale di Barcellona (che poi lo ha condannato), anche sulla base della considerazione che il programma di protezione non fosse stato revocato.

 

La revoca del Programma di protezione

La legge prevede che la violazione delle regole di condotta (anche se in ipotesi non costituisce reato) che il collaboratore di giustizia si impegna a osservare comporta la revoca del programma di protezione. Tuttavia, a Bisognano dopo gli arresti di maggio del 2015 era stato mantenuto il programma di protezione. Ed era stato mantenuto anche dopo gli arresti chiesti e ottenuti dalla Procura di Roma il 7 luglio del 2017.

In questo modo l’ex boss di Barcellona ha continuato a godere dello speciale trattamento riservato ai collaboratori e che pagano i contribuenti italiani: la scorta, due avvocati, la casa, i viaggi e un assegno mensile di 1600 euro.

Ciò di cui godeva mentre – secondo gli inquirenti e il Tribunale di Barcellona – commetteva reati

Il programma di protezione gli è stato revocato da qualche settimana, dopo la condanna del Tribunale di Barcellona del 29 settembre 2017 e un anno e mezzo dopo gli arresti.

 

Gemello morto due giorni dopo la nascita, per la Corte d’appello Edoardo Bombara non fu assistito adeguatamente. Tre medici del Policlinico condannati al risarcimento. Le tappe di una vicenda lunga 12 anni e finita con la prescrizione

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Errori-medici

 

Erano gemelli. Uno, Cristiano, non appena venne al mondo il 18 dicembre del 2005 in una delle sale parto del Policlinico Universitario di Messina manifestò piccoli problemi respiratori: ora ha 12 anni e gode di ottima salute.

L’altro, Edoardo, alla nascita stava molto meglio del fratellino e tuttavia morì due giorni dopo, nelle primissime ore del 20 dicembre, nell’Unità terapia intensiva neonatale.

Per la Corte d’appello di Messina, presieduta da Maria Tindara Celi, la morte di uno dei gemelli Bombara non è stato un caso propiziato da una “congiuntura astrale sfavorevole”, per usare le parole dell’allora direttore sanitario Giovanni Materia, ma il frutto della condotta negligente dei tre sanitari che avevano in carico Edoardo nella giornata del 19 dicembre 2015.

I giudici di secondo grado, riformando totalmente la sentenza di primo grado, hanno ritenuto che i medici del reparto di Terapia intensiva neonatale, Antonia Bonarrigo, Viviana Tulino e Giuseppe Pagano, siano stati responsabili per negligenza della morte di Edoardo.

I giudici hanno ritenuto invece non responsabile il quarto imputato Alessandro Arco.

I tre sanitari, comunque, andranno esenti da sanzione penale in quanto il reato di omicidio colposo che veniva loro contestato è ampiamente prescritto.

La condanna è stata emessa solo ai fini del risarcimento dei danni che verrà, salvo eventuale e diverso giudizio della Cassazione, quantificato in sede civile.

La consulenza decisiva

Decisiva per la condanna dei tre medici la consulenza tecnica disposta dall’organo della giurisdizione di secondo grado e affidata al medico legale Antonello Crisci di Salerno.

Secondo il medico legale salernitano, la sofferenza respiratoria di Edoardo era frutto di una lieve immaturità polmonare,la stessa che aveva il gemello Cristiano, che poteva e doveva essere diagnosticata da subito e trattata, come da collaudato protocollo terapeutico, con il surfactante.

Ciò avrebbe evitato con altissima probabilità – secondo il consulente – la  morte di Edoardo.

Invece, i sanitari, che avrebbero dovuto essere ancor di più attenti alla luce della sofferenza respiratoria del gemello (per contro tempestivamente e adeguatamente trattata), non avevano tenuto sotto controllo le condizioni di Edoardo, omettendo di eseguire gli esami strumentali che avrebbero per tempo consentito di fare la diagnosi.

In realtà, che vi fossero delle responsabilità a carico dei medici era emerso anche dall’apporto medico scientifico dei consulenti del pubblico ministero: l’inchiesta fu coordinata da Angelo Cavallo.

I tre medici legali, Giuseppe Ragazzi, Conversano e Di Noto, erano giunti alle stesse conclusioni di responsabilità degli imputati cui è giunto da ultimo Crisci, imponendo al pm la richiesta di rinvio a giudizio.

Il Tribunale di Messina, nella persona del giudice Monica Marino, il 12 maggio del 2012, però, aveva assolto i quattro medici, per l’impossibilità di accertarne la responsabilità al di là di ogni ragionevole dubbio.

Il giudice Marino aveva messo in rilievo in motivazione come dubbi sulla causa della morte individuata dai consulenti del pm, derivassero da una perizia di parte, ad opera del pediatra Paolo Biban, che aveva individuato la morte del neonato in una ipotetica grave infezione, mai provata, e desunta dal fatto che ce l’avesse il gemello sopravvissuto Cristiano.

L’assoluzione di Arco

Cinque anni dopo, la Corte d’appello ribaltando la sentenza di primo grado, ha tuttavia confermato l’assoluzione di uno dei quattro indagati, Alessandro Arco, nel frattempo divenuto primario dell’Unità Terapia intensiva neonatale, in precedenza per anni diretta da Ignazio Barberi.

Arco, si è sempre difeso sostenendo che quel giorno del 19 dicembre pur essendo di servizio era stato impegnato in altre incombenze (ambulatorio di day hospital e attività amministrativa), e non aveva mai visitato il neonato, che aveva visto solo al momento del giro anche se alcuno dei colleghi gli avesse impartito disposizioni; né aveva mai espresso pareri o valutazioni sul neonato.

La Corte d’appello ha ritenuto fondata questa linea di difesa, non condannando Arco.

La mamma dei gemelli, Silvana Materia, e il papà Giovanni, sono stati assistiti in giudizio dall’avvocato Roberto Materia, zio dei gemelli, e dal collega Salvatore La Fauci.

Donatella Sindoni non è più consigliere comunale, al suo posto subentra Giuseppe Siracusano. Anche per la Corte d’appello non era eleggibile. La sentenza è immediatamente esecutiva. Naufragano le tesi del legale Antonio Catalioto. Il caso sollevato da un servizio giornalistico.

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Antonio Catalioto e Donatella Sindoni

Antonio Catalioto e Donatella Sindoni

Donatella Sindoni non era eleggibile ed è sostituita da Giuseppe Siracusano.

La corte d’appello di Messina si trova d’accordo con il Tribunale e decreta la decadenza dal Consiglio comunale della biologa prestata alla politica.

Nel contempo, dispone che il suo posto venga ricoperto dal primo dei non eletti della lista cui apparteneva alle elezioni amministrative del 2013.

Non potendo essere Giovanni Cocivera, che nel frattempo è finito prima agli arresti e poi sotto processo per gravi reati connessi alla sua professione di ginecologo, i giudici hanno decretato che temporaneamente il nuovo consigliere comunale sia Giuseppe Siracusano, di professione avvocato.

Dura lex… sed lex

Il provvedimento della Corte d’appello, pubblicato qualche minuto fa, per la legge è immediatamente esecutivo e dunque la Sindoni non è più da considerasi appartenente al civico consesso.

Donatella Sindoni al momento in cui è stata eletta nel giugno del 2013 era ineleggibile, benché avesse dichiarato di non avere alcuna causa di ineleggibilità all’atto della presentazione delle candidature.

Era, infatti, titolare di un laboratorio di analisi convenzionato con l’Asp 5 di Messina: ciò che la legge regionale e nazionale vietavano e vietano.

La stessa consigliera, peraltro, aveva occupato lo scranno di consigliere comunale tra il 2005 e il 2006 pur essendo allo stesso modo ineleggibile.

La Corte d’appello si è trovata d’accordo con il Tribunale, che aveva sancito la ineleggibilità della Sindoni già il 2 febbraio del 2016.

Ancora prima, il 30 giugno del 2016, l’Ufficio legale e legislativo della Regione, massimo organo di consulenza giuridica degli enti locali siciliani, aveva dichiarato la consigliera ineleggibile.

L’ineleggibilità era stata sollevata, un anno prima, il 22 giugno del 2015,  da un servizio giornalistico a firma di Michele Schinella pubblicato sul blog www.micheleschinella.it dal titolo “Occupa lo scranno di consigliere comunale ma era ineleggibile. Lo strano caso di Donatella Sindoni”.

Tuttavia, nonostante fosse chiaro e palese che la Sindoni non si potesse candidare alle elezioni del 2013, è rimasta in carica sino a pochi mesi dalla scadenza del mandato  grazie ai ritardi e alle indecisioni del segretario generale del Comune Antonino Le Donne e al comportamento di gran parte dei consiglieri comunali, che all’atto di votare la decadenza non si sono presentati al voto come è accaduto da ultimo hanno ritirato la firma sulla proposta di delibera della decadenza (vedi servizio).

Una difesa…eccezionale

Assistita dal suo legale Antonio Catalioto, le cui tesi sono state spazzate via da due organi giurisdizionali della repubblica italiana e prima ancora dal massimo organo di consulenza giuridica della regione, la consigliera le ha provate tutte (conferenze stampa comprese)  pur di rimanere incollata allo scranno che per legge non poteva occupare, riuscendo a guadagnare mesi e mesi di carica e di gettoni di presenza.

La consigliera infatti pur di impedire al Consiglio comunale di votare sulla sua ineleggibilità a poche ore dal voto denunciò in Procura il segretario generale Le Donne e minacciò di denunciare i colleghi consiglieri.

Tutta la vicenda, dipanatosi per due anni e mezzo, è illustrata nel servizio, sempre a firma di Michele Schinella, dal titolo “Caso Sindoni: “Il segretario generale Le Donne sotto accusa e denunciato in Procura. L’avvocato Scurria ispira il vicesegretario del Comune Interdonato. Ma le tesi del legale non stanno in piedi. Come quelle del collega Catalioto”

 

 

 

 

 

 

 

Risanamento di Fiumedinisi in conflitto di interessi, assolto l’onorevole Cateno De Luca. Era accusato di abuso d’ufficio e tentata concussione. Il Tribunale dà atto della prescrizione per alcune imputazioni e lo ritiene non colpevole per altre. Promosso il Contratto di quartiere “criminalizzato” dalla Procura

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cateno de luca

 

 

Assolto: per prescrizione rispetto ad alcuni capi di reato e nel merito rispetto ad altri.

E’ questo l’esito del giudizio di primo grado a carico di Cateno De Luca, eletto deputato regionale il 5 novembre del 2017 e arrestato (per la seconda volta) con l’accusa di aver promosso un’associazione per delinquere finalizzata alle false fatturazioni e all’ evasione fiscale, tre giorni dopo, l’8 novembre.

Una serie di illegalità commesse in concorso con altri amministratori e tecnici del Comune nell’attuazione del Contratto di quartiere che avrebbe dovuto cambiare il volto di Fiumedinisi, il piccolo centro di cui è stato sindaco dal 2004 sino al 27 giugno del 2011, quando fu arrestato.

Queste erano in sintesi le contestazioni da cui doveva difendersi De Luca.

E da queste accuse è uscito indenne da condanna: il Tribunale di Messina presieduto da Mario Samperi lo ha, infatti, assolto.

L’inchiesta e il successivo processo a carico di Cateno De Luca che oggi si è concluso con la sentenza di primo grado ha ad oggetto il Contratto di quartiere ViviFiumedinisi, proposto al fine “di porre un argine ai fenomeni di abbandono del centro e di degrado ambientale e sociale, prevede oltre che interventi sul patrimonio edilizio esistente da recuperare, anche la realizzazione di opere di urbanizzazione, quali strutture di carattere sociale, ma soprattutto il recupero delle aree adiacenti il corso del fiume”, come si legge nel decreto di finanziamento del ministero dell’ Economia.

Tra le opere più importanti da costruire, le sponde in cemento armato per arginare il fiume, un centro benessere, un centro congressi, un impianto sportivo e delle abitazioni private di persone riunite nella cooperativa Mabel.

Le opere dovevano essere finanziate dallo Stato e della Regione per complessivi 125 milioni di euro, ma anche dai soggetti privati coinvolti, secondo lo spirito del Contratto di quartiere che vuole la sinergia tra il pubblico e il privato ed è strumento di pianificazione urbanistica che opera modificando il Piano regolatore generale.

In conflitto di interesse

Specificamente, per quanto riguarda i privati, il centro benessere dalla società Dionisio e il centro congressi dalla Caf Fenapi Srl, riconducibili a De Luca.

Nella sostanza, a Cateno De Luca veniva rimproverato di aver agito in conflitto di interessi, finendo per compiere una serie di reati di abuso d’ufficio e due di tentata concussione: da un lato, sindaco del comune di Fiumedinisi, parte pubblica cui spettava promuovere il Contratto di quartiere,  dall’altro lato, nello stesso tempo, proprietario della società Dionisio Srl, fratello del vicepresidente della cooperativa Mabel e proprietario di fatto del Caf Fenapi srl, parti private.

Il Contratto di quartiere e la criminalizzazione infondata della Procura

Cateno De Luca era accusato di aver proposto e portato all’approvazione una serie di delibere  del Consiglio comunale, ritenute illegittime dalla Procura perché tese a dare l’avvio allo strumento del contratto di Quartiere, configurato dall’accusa come strumento “criminale” per i propri interessi e quelli delle società a lui riconducibili.Quest’accusa è stata ritenuta non fondata dal Tribunale che ha assolto nel merito De Luca.

Allo stesso modo, pronunciando l’assoluzione nel merito, la Corte ha ritenuto che non fosse fondata l’accusa di aver dato il via libera al Contratto di quartiere  senza prima avere ottenuto la necessaria Valutazione ambientale della Regione Sicilia.

La concussione

Al deputato regionale veniva pure contestato di aver sottoposto nel 2005 i proprietari di due terreni (Massimo Giardina e i suoi genitori e Carmelo De Francesco), su cui dovevano sorgere delle opere previste dal Contratto di Quartiere approvato dalla Regione, minacciandoli di espropriare il loro terreno se non avessero voluto cederlo volontariamente: ciò che peraltro era previsto dalla legge, ma avrebbe richiesto tempi più lunghi. Il Tribunale ha riqualificato il reato in tentata induzione indebita a dare o promettere utilità, ha emesso sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione.

 

De Luca all’attacco dei giudici

Cateno De Luca assistito dal legale Carlo Taormina non ha pensato solo a difendersi, ma ha attaccato pesantemente i magistrati Vincenzo Barbaro e Liliana Todaro, additati come coloro che si sono mossi con l’unico scopo di farlo fuori dalla scena politica, su input dell’allora Governatore Raffaele Lombardo, che De Luca aveva all’epoca attaccato.

Fendenti sono stati sferrati anche nei confronti dei giudici, accusati di parzialità, del collegio presieduto da Samperi che lo doveva giudicare: De Luca il 30 gennaio del 2017 ha presentato alla Corte di Cassazione un’istanza di rimessione del processo per legittima suspicione di 194 pagine.

La Corte di cassazione il 26 settembre 2017 l’ha dichiarato inammissibile l’istanza perché “fondata su meri sospetti”.

De Luca però con questa istanza ha guadagnato nove mesi di tempo che gli hanno permesso di candidarsi alle elezioni del 5 novembre 2017 prima che si giungesse alla sentenza.