Calcioscommesse, la palla passa al Gup Tiziana Leanza. La Procura di Messina chiede il rinvio a giudizio per mister Arturo Di Napoli, il vicepresidente Pietro Gugliotta e altre 15 persone tra calciatori e scommettitori. Nel frattempo il Tribunale della Libertà ha salvato a metà l’impianto accusatorio, in precedenza demolito dal Gip Monica Marino

Download PDF
Il commercialista Pietro Gugliotta

Il commercialista ex vicepresidente del Messina Calcio, Pietro Gugliotta

 

 

L’udienza preliminare è stata fissata per il 21 gennaio 2019.

Quel giorno il giudice Tiziana Leanza dovrà decidere se e chi tra i 17 imputati dell’inchiesta sulle partite truccate del Messina calcio nella stagione 2015/ 2016 deve andare a processo.

Il 17 settembre del 2018 Il sostituto procuratore Francesco Massara titolare delle indagini ha chiesto il rinvio a giudizio per l’ex allenatore del Messina calcio Arturo Di Napoli, il commercialista Pietro Gugliotta vicepresidente della società sportiva e i calciatori  Alessandro Berardi (portiere), Stefano D’Addario, Daniele Frabotta, Andrea De Vito; il manager della Paganese Cosimo D’Eboli; l’allenatore della stessa squadra campana Gianluca Grassadonia e il calciatore Piersilvio Acampora.

Sulla graticola anche un gruppo di scommettitori (alcuni titolari di fatto di agenzie di scommesse) collegati stabilmente in quanto parte di un associazione criminale – secondo l’accusa – con mister Di Napoli, Gugliotta e Berardi: si tratta di Eros Nastasi, Ivan Giuseppe Palmisciano, Fabio Russo, Giuseppe Messina, Alessandro Costa, Halim Abdel Khalifeh, Giovanni Panarello, Andrea De Pasquale.

Associazione per delinquere finalizzata a truccare le partite e a truffare le agenzie di scommesse e una serie di ipotesi di Frode sportiva, tante quanto le partite finite sotto la lente: sono questi i reati contestati.

Sulla base del materiale probatorio raccolto dalla Guardia di Finanza (e fatto di intercettazioni telefoniche, analisi dei tabulati, interrogatori e analisi dei flussi delle giocate), il magistrato Massara è arrivato alla conclusione che Re Artù, il bomber delle stagioni d’oro del Messina in serie A, è colui che ha promosso l’organizzazione criminosa e l’ha diretta sia mentre era allenatore sia successivamente: a febbraio del 2016 fu infatti costretto a lasciare la guida della squadra perché colpito da squalifica per aver truccato da allenatore del Savona la partita della sua squadra con il L’Aquila nella stagione 2014/2015.

Le partite nell’occhio del ciclone

Per gli inquirenti otto sono le partite alterate: Casertana Messina del 21 dicembre del 2015; Messina Paganese del 14 febbraio del 2016; Akragas Messina del 24 aprile del 2016; Messina Martina Franca del 9 gennaio del 2016; Catania Messina del 24 marzo del 2016; Lecce Messina del 5 dicembre del 2016, Messina Benevento del 16 gennaio del 2016; Messina Monopoli del 30 gennaio del 2016.

Tutte sono state contrassegnate da flussi di giocate anomale.

La Frode poco….sportiva

Specificamente, in relazione a tutte le otto partite ipoteticamente truccate, Di Napoli, Gugliotta e Berardi, oltre che di associazione per delinquere, sono anche accusati di Frode in competizione sportiva aggravata “per aver promesso o offerto denaro ed altre utilità o vantaggio a calciatori del Messina e delle altre squadre avversarie al fine di alterare il risultato della partita, o per aver usato altri mezzi fraudolenti”, come si legge nel capo di imputazione,

Un impianto accusatorio dai piedi di argilla

Il giudice Leanza nello stabilire se ci sono elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio nei confronti dei vari imputati e di conseguenza rinviarli a giudizio, si troverà sul tavolo le valutazioni non del tutto positive fatte sull’impianto accusatorio da parte della collega Gip Monica Marino e dei colleghi del Tribunale del Riesame presieduto da Antonino Genovese.

Infatti, il 24 novembre del 2017 il pubblico ministero Massara aveva chiesto una serie di misure cautelari nei confronti degli indagati: il carcere per Di Napoli; gli arresti domiciliari per Gugliotta, Berardi e gli 8  scommettitori strettamente collegati al trio.

Il giudice Marino “boccia” il pm Massara

Tuttavia, il 23 aprile del 2018 il giudice Marino ha rigettato la richiesta di misura per tutti.

Il Gip si è trovato d’accordo con il pm Massara (sia pure parzialmente) sulla ricostruzione dei fatti salienti della vicenda.

Ad avviso della Marino le intercettazioni, i tabulati telefonici e alcune dichiarazioni testimoniali, oltre che i flussi di giocate anomale, permettono di affermare che l’esito di tre delle 8 partite indicate dal pm è stato aggiustato: Casertana Messina del 21 dicembre del 2015; Messina Paganese del 14 febbraio del 2016; Akragas Messina del 24 aprile del 2016.

Così come permettono di sostenere che dopo aver truccato le 3 partite siano state fatte puntate vincenti da persone in contatto con Di Napoli e Gugliotta.

Tuttavia – ha concluso il Gip Marino, che ha rilevato delle carenze investigative – non è stato trovato ed offerto alcun indizio prova della promessa di denaro o altra utilità o della corresponsione della stessa ad individuati calciatori, necessari per configurare il reato di Frode sportiva. Mancando indizi sulla sussistenza dei reato fine dell’associazione non è possibile -secondon il giudice – neppure contestare l’associazione per delinquere.

Il Tribunale del Riesame dixit

Il pm Massara ha fatto appello contro la decisione del Gip Marino, ritenendo non fondate le conclusioni a cui questa era giunta e per contro ben solide le risultanze dell’inchiesta.

L’udienza davanti al tribunale del Riesame si è tenuta il 2 luglio del 2018 ma la decisione con le motivazioni è stata depositata Il 25 ottobre del 2018, dopo che Massara aveva gà chiesto il rinvio a giudizio per tutti i 17 indagati mantenendo fermi i capi di imputazione pure bocciati dal Gip Marino.

Il collegio coordinato dal giudice Genovese ha escluso la sussistenza di indizi di prova dell’associazione per delinquere, come aveva fatto la Marino, ma con argomentazioni diverse: “E’ insostenibile la ricorrenza della fattispecie associativa: difettano elementi indiziari univocamente sintomatici della ricorrenza del pactum sceleris o di un accordo stabile; della predisposizione di un programma delinquenziale, dell’esistenza di una struttura organizzativa, anche se minima e rudimentale; della consapevolezza da parte dei singoli di condividere l’attuazione di un programma criminoso“.

Azzoppata… ma non azzerata

Il Tribunale del Riesame tuttavia, al contrario della Gip Marino, ha “salvato” il reato di Frode in competizione sportiva in riferimento alle due partite considerate truccate, indicando alla pubblica accusa una via: “Se può convenirsi con il Gip che le indagini non hanno accertato offerte o promesse indebite, accordi corruttivi e passaggi di denaro, per configurare il reato è tuttavia sufficiente (secondo la norma e la giurisprudenza di legittimità) la ricorrenza di qualsiasi atto fraudolento. Dunque, è sostenibile sotto il profilo indiziario che Di Napoli e Gugliotta, unitamente a taluni partecipanti alle due gare truccate, siano stati protagonisti di accordi rivolti ad alterarne l’esito”, ha scritto il Tribunale del Riesame.

 

Alla faccia dei tifosi

Le due partite (delle tre partite individuate dal Gip e delle 8 dal pm) sono Casertana Messina del 21 dicembre del 2015; Messina Paganese del 14 febbraio del 2016.

Non a caso le due uniche partite in cui la Procura ha individuato e messo sotto procedimento penale i calciatori che con la loro condotta hanno influito sull’esito della stessa.

Segnatamente, per alterare Casertana Messina finita con la vittoria della squadra di casa per 4 a 1, il trio Di Napoli Gugliotta e Berardi avrebbe “avvicinato” i messinesi D’Addario, De Vito e Frabbotta, autori di una prestazione molto negativa.

Più complessa la combine che nella ricostruzione della Guardia di Finanza ha riguardato Messina Paganese terminata 2 a 2, primo tempo 1 a 0 per la squadra ospite

Secondo gli inquirenti i tre si sono avvalsi dell’aiuto del manager Cosimo D’Eboli, già squalificato per aver truccato partite nell’inchiesta in cui fu coinvolto Di Napoli, e dell’allenatore Grassadonia.

Il manager venne  contattato più volte alla vigilia del match proprio da Di Napoli, con cui non si sentiva quasi mai.

Grassadonia invece ha fatto entrare nel corso della partita il calciatore (quasi mai utilizzato) Piersilvio Acampora autore, qualche minuto dopo, di un clamoroso autogol che ha propiziato il pareggio giallorosso.

Mentre il primo tempo, era stato contrassegnato da un grave errore del portiere Berardi che era costato il vantaggio della squadra ospite.

Gli inquirenti hanno accertato diversi contatti telefonici alla vigilia delle due partite tra Di Napoli e Gugliotta e tra questi e il gruppetto degli scommettitori imputati.

Quest’ultimi hanno proceduto a diverse puntate tutte vincenti.

Casertana Messina risultato esatto 4 a 1 o, in alternativa, 1 risultato finale e over; Messina Paganese primo tempo 2, risultato finale X: hanno fatto felici in molti.

Di Napoli in un intercettazione scottante rivela di essere stato a conoscenza prima del match del parziale e del finale di Messina Paganese:  “Ho provato più volte a rintracciarti..la quota relativa al segno primo tempo 2 era data a 14..“, afferma Di Napoli.

Dall’altra parte del telefono c’è Paolo Mercurio, arrestato successivamente nell’ambito dell’inchiesta Totem e rinviato a giudizio per associazione mafiosa finalizzata alle scommesse clandestine. Che taglia corto: “Vabbè… comunque vedi tu, mi chiami a questo numero e ci vediamo subito quando c’è qualcosa“.

L’inchiesta sportiva

Queste due partite sono state oggetto di indagini da parte della Procura federale sportiva. L’esito è stato opposto a quello cui sono giunti gli inquirenti: archiviazione per tutti i calciatori e i tesserati coinvolti.

Una cordata di ferro

In genere è la società che ingaggia un allenatore. A Messina andò diversamente. Fu Di Napoli infatti che nell’estate del 2015 organizzò la cordata di imprenditori messinesi che rilevarono l’Acr Messina dal catanese Pietro Lo Monaco iscrivendola in extremis al campionato di Lega Pro della stagione 2015/2016.

Arturo Di Napoli si guadagnò così i galloni di allenatore. Il trio Natale Stracuzzi (presidente), Pietro Gugliotta (vice) e Pietro Oliveri non ebbero dubbi ad affidargli la squadra.

Che Di Napoli fosse sotto inchiesta per aver truccato una partita del campionato di Lega pro della stagione calcistica precedente 2014/2015 per loro non ebbe alcuna rilevanza.

 

 

 

 

IL CASO. Sonia Alfano si scaglia in udienza contro il giudice Francesco Alligo “reo” di aver assolto Maurizio Marchetta. La guerra tra l’ex presidente della commissione antimafia europea e l’architetto. Il giornalismo da premio…. legale

Download PDF
Sonia Alfano

Sonia Alfano

Il giudice non aveva ancora terminato di leggere il dispositivo della sentenza.

Una dura invettiva lo ha costretto a interrompere quello che è l’atto finale di un processo penale: “Questo Tribunale consente a un mafioso di diffamare e rimanere impunito. Ora iniziano i conti. Farò una guerra a questo Tribunale dove accadono cose incredibili”.

La protagonista della scena a cui nei tribunali italiani si poteva talvolta assistere durante gli anni di piombo e, raramente, sempre in passato, nei processi di mafia non è un personaggio qualunque, ma l’ex presidente della Commissione antimafia europea Sonia Alfano.

Figlia del giornalista Beppe Alfano, ucciso a Barcellona l’8 gennaio del 1993 (sono stati riconosciuti colpevoli con sentenza passata in giudicato gli esponenti mafiosi Pippo Gullotti e Antonino Merlino), Sonia Alfano al Tribunale della città del Longano mercoledì 18 ottobre 2018 c’era arrivata con due auto blindate e relativa scorta al seguito.

Era giunta per ascoltare di persona l’epilogo del processo che vedeva imputato di diffamazione ai suoi danni l’imprenditore di Barcellona, Maurizio Marchetta, “il mafioso” secondo l’Alfano.

Il giudice Francesco Alligo però ha assolto quest’ultimo.

Sonia Alfano a quel punto non ha saputo contenere la rabbia.

Preso alla sprovvista dall’inconsueta reazione, il giudice ha dapprima tentato di calmarla: “Se lo faccia spiegare dai suo avvocati....”, si è quasi giustificato.

Ma non c’è stato nulla da fare. Vana è stata pure l’opera del legale Mariella Cicero.

Il giudice Alligo allora non ha potuto fare altro che mettere a verbale quanto era accaduto, indicando come possibili testimoni le persone presenti, tra cui gli uomini della scorta.

Il pubblico ministero, a sua volta, ha chiesto la trasmissione del verbale all’ufficio di Procura per valutare la sussistenza di estremi di reato a carico della Alfano: in ipotesi, Oltraggio al giudice in udienza o Minacce ad un corpo giudiziario.

L’attuale liquidatrice di Tirrenoambiente Spa, la società che gestiva la discarica di Mazzarà Sant’Andrea, non ha risparmiato improperi a Marchetta: “Sei un mafioso. Ti farò la guerra”, ha minacciato, uscendo dal Tribunale.

Sonia e l’architetto: un rapporto difficile

Maurizio Marchetta era accusato di aver diffamato Sonia Alfano in quanto autore di due commenti inviati in forma anonima contemporaneamente a due siti: a quello dell’allora parlamentare europea www.soniaalfano.it e al sito www.enricodigiacomo.org.

Il primo in data 13 aprile del 2011; il secondo in data 10 giugno del 2011.

Nel primo commento, quello del 13 aprile del 2011, era contenuta la ricostruzione – ritenuta dalla Procura di Barcellona diffamatoria – di una serie di fatti e la indicazione di relazioni tra l’onorevole stesso, alcuni avvocati e il giornalista della Gazzetta del sud Leonardo Orlando finalizzati a manipolare il collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano.

Dalle indagini è emerso che l‘internet provider da cui è partito il commento era di proprietà della ditta della famiglia di Maurizio Marchetta e tuttavia si trattava di un Ip aperto senza password a cui in teoria si poteva attaccare chiunque fosse nei paraggi e in grado di ricevere il segnale con un pc.

Marchetta, un passato da vicepresidente del Consiglio comunale di Barcellona, avrebbe avuto anche un movente: in quel periodo era stato preso più volte di mira da Sonia Alfano.

La figlia del giornalista lo riteneva un testimone di giustizia falso e aveva spesso contestato attraverso scritti pubblicati sul suo sito che gli venisse garantita la scorta.

L’imprenditore era infatti sotto protezione per qualche tempo prima aveva denunciato per estorsione i boss della mafia di Barcellona Carmelo Bisognano e Carmelo D’amico.

Fu grazie a queste accuse che i due esponenti di primo livello dell’organizzazione criminale in quel momento praticamente liberi sono stati condannati nell’ambito dell’operazione “Sistema” a pene pesantissime e hanno iniziato la collaborazione con la giustizia.

Il giudice Alligo – da quanto si desume dal dispositivo –  pur ritenendo che l’autore del commento fosse Marchetta lo ha assolto perché il fatto (del reato di diffamazione) non sussiste.

Infatti, il commento era giunto solo alla persona offesa e all’addetta stampa della stessa e dunque la diffamazione non si poteva configurare; successivamente, fu pubblicato su ordine della stessa Alfano e dunque il reato di diffamazione si è consumato ma grazie alla determinante attività della parte offesa.

 

Per il commento identico mandato a www.enricodigiacomo.org la Alfano non aveva sporto querela.

Gli inquirenti invece non hanno mai accertato da quale Internet provider provenisse il commento del 12 giugno 2011, pubblicato dai titolari dei due siti nonostante fosse diffamatorio.

Il giudice Alligo ha così assolto Marchetta per questo post con la formula “per non aver commesso il fatto”.

L’Orlando… furioso

Nello stesso processo Marchetta era accusato di avere diffamato Leonardo Orlando, corrispondente da Barcellona della Gazzetta del sud, sempre attraverso il commento dell’8 aprile del 2011 inviato al sito di Sonia Alfano e di Enrico di Giacomo e proveniente dalla Internet provider della ditta della famiglia Marchetta.

Poiché il commento era stato diffuso e portato a conoscenza di persone diverse dalla  persona offesa e chi l’ha ricevuto l’ha pubblicato, il giudice ha ritenuto che il fatto della diffamazione ai danni di Orlando si potesse configurare e ha condannato Marchetta a 8 mesi di reclusione.

Giornalismo… da premio “legale”

Nel commento diffamatorio oltre all’appartenenza di Orlando alla ipotetica cordata della Alfano, c’erano altre notizie, egualmente diffamatorie, che riguardavano il giornalista di giudiziaria.

Secondo l’anonimo attribuito dal giudice Alligo a Marchetta, Orlando per anni ha abitato nella casa dell’avvocato Giuseppe Lo Presti, uno dei più importanti dell’intera provincia, difensore di vari esponenti mafiosi di primo piano.

Dall’attività istruttoria è emerso che Orlando non pagasse affitto, il tutto mentre scriveva sulla Gazzetta del Sud le vicende dei clienti dell’avvocato Lo Presti e di conseguenza dell’attività dello stesso legale.

Sempre secondo lo stesso commento, la sorella di Orlando era stata dall’Aias di Barcellona nel periodo in cui questa fu commissariata dal presidente nazionale Francesco Lo Trovato ed era in corso una guerra giudiziaria tra quest’ultimo e il vecchio presidente Luigi La Rosa, estromesso con l’accusa di aver sottratto fondi, accusa che gli è poi costata una condanna penale.

Anche questo dato è risultato vero.

D’altro canto, nell’informativa di reato dell’inchiesta sull’ente di assistenza agli spastici che ha portato a giudizio lo stesso Lo Trovato, la squadra mobile di Messina aveva messo in rilievo come Orlando – mentre scriveva per la Gazzetta del Sud dell’Aias – intrattenesse relazioni con il padre padrone dell’Aias sino a giungere a prospettare un suo interessamento su magistrati in modo da sbloccare l’impasse giudiziaria a favore di quest’ultimo.

Al contempo aveva segnalato la necessità di un lavoro per la sorella, che infatti fu assunta.

L’ordine dei giornalisti della Sicilia nello stesso periodo del 2011 ha conferito a Orlando il premio Mario Francese, assegnato ogni in memoria del giornalista ucciso dalla mafia.

Il navigato giornalista della Gazzetta del Sud nel processo contro Marchetta è stato difeso dal legale Fabio Repici da sempre impegnato con indomito coraggio a fustigare (anche) i giornalisti che – suo parere – non raccontano la verità in maniera imparziale.

Il “mafioso” Marchetta

Il 23 luglio 2018 Maurizio Marchetta, “il mafioso” secondo Sonia Alfano, è stato assolto dall’accusa di concorso esterno alla mafia dal 1993 al 2011 che gli era stata contestata nel 2017 dalla Procura di Messina.

Specificamente, in abbreviato, il Giudice per l’udienza preliminare Monica Marino ha ritenuto che Marchetta fosse responsabile del reato di concorso esterno alla mafia sino al 2003, ma lo ha assolto per prescrizione; mentre per gli anni successivi al 2003 ha ritenuto non ci fossero prove di un consapevole apporto all’organizzazione criminale e lo ha assolto nel merito.

Il 2003 è l’anno in cui fu arrestato Sam Di Salvo, all’epoca boss di spicco della mafia barcellonese. Con quest’ultimo, che peraltro sin da giovane era stato dipendente della società di famiglia, Marchetta aveva intrattenuto relazioni di amicizia e di affari ritenute penalmente rilevanti benché prescritte.

 

L’OPINIONE. Cateno De Luca e la fissa del tram: il sindaco aderisce all’idea di città “autocentrica” voluta dai commercianti e rimane fermo nella decisione di eliminare uno dei pochi servizi che funziona

Download PDF

tram

 

La domanda, come diceva Antonio Lubrano, storico conduttore di Diogene “sorge spontanea”.

Il sindaco di Messina Cateno De Luca quante volte ha preso il tram? Quante volte lo hanno usato i suoi familiari? Quante volte l’hanno usato gli assessori della sua Giunta o i rispettivi congiunti?

Non si va lontano dalla verità se si risponde: “Mai. Neppure una volta”.

Eppure, De Luca con la sicumera di uno che invece conosce perfettamente la materia ha sentenziato che il tram non serve a nessuno: è inutile. Ed è anche troppo costoso. Anzi, persino disutile per i commercianti, gli stessi magari – unico caso al mondo – che non vogliono le isole pedonali. E ha deciso che va eliminato.

Eliminare il tram era una fissazione di De Luca prima ancora vincere le elezioni.

Dopo averle vinte è passato subito all’azione: Messina ha tanti problemi ma il nuovo sindaco ha iniziato con lo smantellare l’unico servizio che davvero funziona, l’unico servizio che è davvero migliorato nei 5 anni dell’amministrazione guidata da Renato Accorinti.

Se De Luca avesse avuto il tempo e la voglia di farsi un’idea personale sul tram, magari usandolo per qualche mese o semplicemente ascoltando coloro che il tram lo adoperano quotidianamente, avrebbe osservato che il tram è l’unico mezzo di trasporto pubblico affidabile della città, una corsa ogni 15 minuti: puntuale; è l’unico vettore pubblico e privato che garantisce certezza sui tempi: l’utente sa a che ora lo può prendere e sa a che ora arriva a destinazione.

Il tram, che collega la città da nord a sud per 10 km, è a Messina l’unico mezzo di locomozione che non inquina, a parte la bicicletta.

L’unico mezzo che dà certezza di non rimanere imbottigliati nel traffico alle centinaia di studenti anche universitari, molti fuori sede, che vanno al Policlinico ogni mattina o alla cittadella universitaria; ai giovani che dalla zona sud arrivano a frotte al centro nel pomeriggio o nel fine settimana; agli anziani che escono di casa per fare la spesa o andare a trovare i familiari.

Certo, dell’utilità del tram nulla sanno coloro, la maggioranza dei cittadini, che invece conoscono un solo modo di muoversi: l’auto, con cui arrivare al centro, sotto il proprio ufficio, davanti al proprio negozio, ingolfando il traffico, ammorbando l’aria e insultando i timpani. E pazienza se non c’è il parcheggio, quello regolare, tanto l’auto a Messina la si può lasciare dappertutto, in seconda e terza fila, con assoluta certezza di impunità.

Al sindaco basterebbe fare una passeggiata su viale San Martino, su via Cesare Batttisti, su Corso Cavour e su via La farina, su via Garibaldi, solo per fare qualche esempio, a qualsiasi ora del giorno per osservare come le auto vengono lasciate tranquillamente dove c’è il cartello di rimozione forzata, concetto quest’ultimo a cui viene dato un senso solo quando passa il giro d’italia, agli angoli dei semafori, sulla pista ciclabile, sui marciapiedi. Il tutto mentre i parcheggi a pagamento costati milioni di euro alle casse pubbliche rimangono vuoti.

E così mentre in tutto il mondo si costruiscono linee elettriche per fronteggiare il traffico e l’inquinamento, si chiude al traffico l’intero centro cittadino per chilometri quadrati, si incentiva l’uso della bici costruendo piste ciclabili, si ordina per giorni ai cittadini di lasciare l’automobile in garage e si penalizzano pesantemente coloro che pensano di andare al cesso in auto, a Messina la linea elettrica del tram, costata 100 miliardi di vecchie lire e anni di lavori, la si abbandona.

In sintesi, De Luca preferisce l’idea auto centrica all’idea antropocentrica, che vorrebbe il benessere dell’uomo in un ambiente salubre quale obiettivo della politica

Al posto del tram, abbandonata l’idea del tram volante, ci saranno (già ci sono) gli shuttle.

Solo che non si tratta delle navicelle con cui gli americani negli anni ottanta andarono più volte nello spazio, ma di banali autobus che percorreranno la città dall’estremo sud all’estremo nord. Riedizione americanizzata – quanto al nome – del vecchio 28 ante tram, è facile prevedere daranno una mano al traffico, all’inquinamento e al caos: insomma esattamente il contrario di quello che in tutto il mondo si tenta di arginare.

In tutto il resto del mondo, invece, il tram, costruito in corsia protetta, verrebbe velocizzato, sarebbe sufficiente far funzionare i famosi (perché previsti dal progetto iniziale) semafori intelligenti, quelli che danno sempre precedenza al tram e se il tram non passa danno sempre precedenza alle auto o ai pedoni.

E soprattutto si obbligherebbe la maggioranza dei cittadini ad usarlo e a pagare il relativo biglietto, facendo divenire quello che inizialmente può sembrare una scomodità una condotta virtuosa di civiltà di cui essere orgogliosi.

Basterebbe, in fondo, chiudere il centro al traffico o più semplicemente applicare il codice della strada con le migliaia di automobilisti indisciplinati.

Questi ultimi così all’atto di salire a bordo dell’auto per giungere al centro cittadino, sicuri di una multa o peggio della rimozione forzata, si dovrebbero porre un problema: mi conviene usarla o forse è meglio usare il tram, almeno a partire dai due opposti capolinea?

Cateno De Luca ha giustificato la decisione di eliminare il tram con argomenti economici. 

Il sindaco sa perché è amministratore navigato che i servizi pubblici non generano mai ricavi che coprono i costi (altrimenti ad esempio bisognerebbe chiudere le scuole) e che i costi economici vanno confrontati non solo con i ricavi ma anche con i benefici sociali.

Senza considerare che gli shuttle, non si muoveranno ad acqua e non saranno guidati dal pilota automatico.

Altro sono gli sprechi.

L’Atm di Messina, l’azienda municipalizzata dei trasporti pubblici, in mano da sempre a sindacalisti e politicanti di bassa lega che l’hanno usata per fare clientelismo, in materia di sprechi ha sempre brillato e De Luca se vi metterà ordine avrà il consenso di tutti i cittadini.

Ma eliminare il tram perché chi lo gestisce scialacqua è come chiudere un reparto di un ospedale che funziona perché i dipendenti hanno stipendi doppi o tripli o sono in numero esorbitante rispetto a quanto previsto dalla legge o dalle buone regole di amministrazione.

E’ quindi chiaro che l’eliminazione del tram ha (anche) un altro obiettivo: riconsegnare lo spazio della sede protetta del tram alle auto, presupposto essenziale -secondo i commercianti del centro città cui De Luca deve pagare la cambiale del sostegno elettorale – per il rilancio dell’economia.

Da qui a qualche mese quindi vedremo i negozi presenti lungo la linea del tram (che non ci sarà più) pullulare di acquirenti, vedremo file di persone in attesa della brioche con granita alle entrate dei bar e ristoranti gremiti all’inverosimile. 

Perché era proprio vero: a Messina i cittadini si tengono lontano dai negozi non perché non hanno abbastanza soldi, non perché i prezzi sono alti, non perché alcuni esercizi commerciali sono gestiti in maniera pessima da gente senza cultura e rispetto dei clienti, non perché il personale pagato in nero una miseria è demotivato. 

No. Era tutta colpa del tram.

 

 

 

Omicidio di Lorena Mangano, “La gara tra auto c’era: ecco perché”. Nelle motivazioni della Corte d’appello la responsabilità di Giovanni Gugliandolo in competizione con Gaetano Forestiere. Che speronò l’auto condotta dalla studentessa di 23 anni

Download PDF
Lorena Mangano

Lorena Mangano

 

 

Che la sera del 28 giugno del 2016 Gaetano Forestiere, alla guida dell’Audi TT in stato di ebbrezza, non si sia fermato all’incrocio tra via Garibaldi e via Torrente Trapani al rosso del semaforo e ad una velocità folle abbia speronato una Fiat panda uccidendo la conducente Lorena Mangano di 23 anni e ferendo le altre persone a bordo era un dato provato incontrovertibilmente nel giudizio di primo grado.

Il giudizio di appello doveva risolvere un altro tema controverso: l’agente della guardi di finanza di 32 anni quella sera era impegnato in una gara nel centro città ingaggiata con Giovanni Gugliandolo, 25 anni, alla guida di una Fiat 500 Abarth?

Una domanda di non poco conto soprattutto per Gugliandolo: se gara non c’era allora quest’ultimo non avrebbe dovuto rispondere della morte di Lorena e del ferimento degli altri (a titolo di cooperazione colposa).

In primo grado, Il giudice per l’udienza preliminare, Salvatore Mastroeni alla domanda aveva dato una risposta positiva: ritenendoli entrambi colpevoli di avere cagionato la morte di Lorena Mangano li aveva condannati a 11 anni di reclusione il primo e a 7 anni il secondo.

I difensori di Gugliandolo in appello hanno cercato di confutare la tesi della gara, affidandosi alla consulenza tecnica “negazionista” effettuata per conto del pubblico ministero dall’ingegnere Santi Mangano sulla base dei filmati e tenuta in nessuna considerazione dal giudice Mastroeni, e ad alcune testimonianze “assolutorie”, prime fra tutte quella del conducente di un’Opel Corsa, Marco Giorgianni.

Mastroeni invece aveva considerato sufficienti e determinanti alcune testimonianze di automobilisti che avevano assistito alla scena.

I giudici di appello, a leggere le motivazioni di 42 pagine depositate oggi, hanno ritenuto che la gara ci fosse, usando argomentazioni più ampie.

La Corte d’appello “integra” il gup Salvatore Mastroeni

Infatti, a provare la tesi della gara – secondo i giudici- ci sono non solo alcune testimonianze già utilizzate dal giudice Mastroeni, ma anche uno spezzone del video che riprende le due auto poco prima dell’impatto letale.

“Dal filmato si vede l’auto Fiat 500 abarth che viaggiava al centro della carreggiata leggermente spostata verso sinistra con davanti un motociclo e dietro l’audi TT che si dirigeva, in sorpasso, alla sua destra. Improvvisamente l’auto condotta da Gugliandolo devia verso destra, di fatto impedendo al Forestiere la manovra, tanto da indurlo a deviare, a sua volta, a sinistra ed a sorpassare da tale lato il ciclomotore“, osservano i giudici, che concludono: “Si tratta a ben vedere di manovra per nulla necessaria – in quanto la Fiat 500 Abarth poteva tranquillamente sorpassare il motorino a sinistra, avendone lo spazio – e che può trovare logica spiegazione solo nell’intento di impedire all’Audi TT il sorpasso. Il che si inquadra perfettamente nella competizione tra i due imputati“, motivano i giudici nel passaggio saliente della sentenza d’appello.

 

I giudici d’appello valorizzano anche la testimonianza della fidanzata del conducente dell’Opel corsa, in quei frangenti a bordo della stessa auto, sentita appositamente nel corso del processo di secondo grado: “Si vedeva che c’erano  queste due macchine, c’era questa Audi che correva e questa Abarth che gli andava dietro, quindi comunque era la velocità…se non ci fosse stato questo incidente queste due auto avrebbero continuato con lo stesso andamento”, ha dichiarato  Antonietta Manganaro, che sul punto ha neutralizzato le dichiarazioni del fidanzato Marco Giorgianni. Questi aveva escluso che “le due auto stessero gareggiando“.

I giudici di secondo grado hanno comunque ridotto le pene a 10 anni per Forestiere e a 6 anni per Gugliandolo, ritenendo non applicabile una delle aggravanti addebitate loro in primo grado.

Capo dell’Ispettorato del lavoro e consigliere comunale: per la legge le due cariche non si possono cumulare ma Gaetano Sciacca ha dichiarato che non è incompatibile. Ecco cosa rischia l’esponente del Movimento 5 Stelle. La crociata spuntata di “Diventerà bellissima”, dopo il flop nelle urne

Download PDF
Gaetano Sciacca con accanto il deputato regionale del M5Stelle Valentina Zafarano

Gaetano Sciacca con accanto il deputato regionale del M5Stelle Valentina Zafarana


Al mattino ordina le ispezioni per verificare il rispetto della normativa a tutela dei lavoratori nei luoghi di lavoro e firma eventuali provvedimenti sanzionatori e denunce in Procura per datori di lavoro; al pomeriggio siede tra gli scranni di Palazzo Zanca e guida l’azione politica del Movimento 5 Stelle.

Un giorno, applicando il principio di imparzialità dell’azione amministrativa coordina le decine di dipendenti dell’ufficio di via Ugo Bassi; il giorno successivo si batte per far passare delibere che risolvano i problemi della città secondo la visione della parte politica che rappresenta.

Su Gaetano Sciacca, candidato perdente a sindaco del Movimento 5 Stelle e consigliere comunale in carica, pende un’azione giudiziaria diretta a stabilire se si potesse o meno candidare e a sancirne nel secondo caso la decadenza.

Tuttavia, il capo dell’Ispettorato del Lavoro di Messina – legge alla mano – dovrebbe essere costretto a scegliere tra il suo incarico dirigenziale e quello di rappresentante dei cittadini messinesi molto prima che gli organi della giustizia si pronuncino.

Anzi, doveva esserlo un attimo dopo aver giurato come consigliere comunale.

Sciacca, il 10 luglio del 2018, ha sottoscritto al pari di tutti gli altri 31 colleghi una dichiarazione con cui ha affermato che non versa in alcuna situazione di incompatibilità.

La legge però lo smentisce.

E lo smentisce la giurisprudenza della Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, competente a vigilare  sull’attuazione del decreto legislativo 39 del 2013 che disciplina la materia della “Inconferibilità e incompatibilità degli incarichi presso le pubbliche amministrazioni”.

Il Genio della legalità

La legge all’articolo 12 sul punto è chiarissima: “Gli incarichi dirigenziali, interni e esterni, nelle pubbliche amministrazioni, negli enti pubblici e negli enti di diritto privato in controllo pubblico di livello regionale sono incompatibili: b) con la carica di componente della giunta o del consiglio di una provincia, di un comune con popolazione superiore ai 15.000 abitanti

L’ex capo del Genio civile è, infatti, un dirigente della regione Sicilia, a cui è stato affidato l’incarico di capo di un ufficio, che peraltro ha competenza anche nel comune in cui svolge le funzioni di consigliere comunale.

Di recente l’Anac (delibera) ha dichiarato incompatibile alla carica di consigliere del comune di Roseto degli abruzzi un dirigente della regione Abruzzo, titolare del Servizio Bilancio del Dipartimento Risorse e Organizzazione, ribadendo un principio più volte enunciato: “Tutti gli incarichi dirigenziali interni ed esterni mediante i quali sia conferita la responsabilità di un servizio/ufficio, sono soggetti alla disciplina del decreto legislativo n. 39 del 2013 in materia di incompatibilità“, ha scritto il presidente Raffaele Cantone.

Una situazione identica a quella in cui versa Sciacca.

L’Ispettorato provinciale del Lavoro di Messina nell’organigramma regionale è configurato come Servizio, precisamente il XVIII del Dipartimento Lavoro dell’Assessorato alle politiche sociali e alla famiglia.

Aut….aut

Secondo la normativa è il Responsabile della prevenzione della corruzione della regione Sicilia, Emanuela Giuliano, a dover contestare l’incompatibilità a Sciacca, diffidandolo ad optare tra i due incarichi entro i 15 giorni successivi alla sua comunicazione.

Se Sciacca non rimuove la situazione di incompatibilità nel termine, allora l’avvocato Giuliano deve risolvere il contratto di responsabile dell’Ispettorato.

In teoria, l’incompatibilità finalizzata alla decadenza da consigliere potrebbe essere anche contestata dal Consiglio comunale, ma come l’esperienza ha anche di recente mostrato le possibilità che accada sono pari allo zero.

 

Dichiarazioni dubbie e sanzioni certe

La rimozione della causa di incompatibilità non salverebbe Sciacca da una sanzione prevista dalla legge per la dichiarazione resa al momento dell”insediamento: “La dichiarazione mendace, accertata dalla stessa amministrazione, nel rispetto del diritto di difesa e del contraddittorio dell’interessato, comporta la inconferibilità di qualsivoglia incarico dirigenziale per un periodo di 5 anni”, stabilisce la legge.

La norma fa salva la responsabilità penale che passa comunque dalla dimostrazione che Sciacca sapeva di essere incompatibile.

La crociata…. e il buco nell’acqua

I ricorsi amministrativo e civile volti a dichiarare l’ineleggibilità di Sciacca sono stati proposti dagli esponenti della lista “Diventerà Bellissima”, riconducibile all’avvocato Ferdinando Croce, capo di gabinetto dell’assessore regionale alla Sanità.

La lista all’ultima tornata elettorale non raggiunse per poco il quorum del 5% necessario per partecipare alla ripartizione dei seggi e con il ricorso vorrebbe rientrare in lizza.

Infatti, l’azione giudiziaria mira non tanto e non solo all’annullamento dell’ammissione di Sciacca alla tornata elettorale ma soprattutto, come effetto a cascata, al successivo annullamento degli 11 mila voti ottenuti dall’unica lista dei Movimento 5 Stelle collegata a Sciacca, in modo che si abbassi il numero dei voti necessari per superare il 5%.

L’ineleggibilità cui sarebbe incorso Sciacca – secondo il legale di Diventerà bellissima Alberto Pappalardo – è di essere “dipendente della regione Sicilia con qualifica non inferiore a direttore o equiparata”, secondo quanto previsto art. 9 della legge regionale 31 del 1986.

Può sostenersi con successo che Sciacca abbia la qualifica di direttore qualifica ad essa equiparata?

 

La qualifica di direttore è stata eliminata dall’ordinamento giuridico regionale: precisamente 14 anni dopo l’emanazione della legge sull’ineleggibilità degli amministratori, nel 2000, con la legge n. 10.

Poiché le norme in materia di ineleggibilità sono di strettissima interpretazione ed è dunque vietata ogni interpretazione analogica, estensiva o evolutiva delle stesse, l’esser venuta meno la qualifica di direttore dovrebbe mettere nel nulla la causa di ineleggibilità invocata.

Tuttavia, superando questa obiezione in genere insormontabile, si potrebbe sostenere che benché i direttori non ci siano più, una norma di legge abbia attribuitogli stessi poteri, le funzioni e competenze ad altra figura denominata diversamente.

Di conseguenza, l’ineleggibilità riguarderebbe coloro che hanno preso il posto dei direttori nel rispetto di quella che era la ratio della norma: ovvero impedire e sanzionare l’alterazione della par condicio nella competizione elettorale a vantaggio di chi svolgeva rilevanti ruoli apicali nell’amministrazione regionale.

In effetti è cosi.

La legge 10 ha riordinato la dirigenza regionale istituendo tre fasce e nell’abolire la qualifica di direttore ha stabilito che “accedono alla prima fascia dirigenziale il segretario generale, i direttori regionali ed equiparati“.

La stessa legge ha previsto che i dirigenti generali debbano essere nominati solo tra gli appartenenti alla prima fascia dirigenziale.

Dunque, gli ex direttori ed equiparati altri non sono che gli attuali direttori generali o al più i dirigenti di prima fascia.

Gaetano Sciacca è invece dirigente di terza fascia, a cui è stata affidata la responsabilità di un Servizio, il XVIII, da parte del direttore generale del Dipartimento Lavoro, cui è gerarchicamente sottoposto.

Il consigliere comunale dei 5 Stelle ha dunque una qualifica inferiore (e non equiparata, come dovrebbe essere perché fosse ineleggibile) rispetto a coloro che hanno preso il posto dei dipendenti che al tempo in cui fu emanata la legge in cui confida “Diventerà bellissima” erano chiamati direttori.

 

 

Inchiesta “Terzo livello”, chiuse le indagini. La Procura si appresta a chiedere il rinvio a giudizio per Emilia Barrile e gli altri protagonisti del sistema clientelare creato dall’ex presidente del Consiglio comunale e dal suo socio Marco Ardizzone

Download PDF
Emilia Barrile

Emilia Barrile

Gli arresti e le altre misure cautelari sono scattate il 2 agosto scorso.

Un mese e mezzo dopo, la Procura stringe i tempi e tira diritto lungo la strada che porta al giudizio nei confronti dell’ex presidente del Consiglio comunale Emilia Barrile, del suo fidato scudiero Marco Ardizzone, del suo luogotenente Carmelo Pullia, dello stretto collaboratore Giovanni Luciano, dell’amico di sempre nonché imprenditore Francesco Clemente, e dell’amica Angela Costa: i sei devono rispondere di associazione per delinquere finalizzata a commettere reati contro la pubblica amministrazione.

Avviso di conclusione indagini pure per le altre persone coinvolte nell’inchiesta “Terzo livello”:  l’ex presidente dell’Amam Leonardo Termini; il direttore amministrativo dell’Atm Daniele De Almagro; gli imprenditori Antonio Fiorino, Sergio Bommarito, Angelo e Giuseppe Pernicone; Vincenzo Pergolizzi e i suoi figli Sonia e Stefania, il genero Michele Adige, la sorella Teresa Pergolizzi, il suo uomo di fiducia Elio Cordaro, la dipendente storica Vincenza Merlino.

 

Le contesazioni nei fatti per gli indagati rimangono quelle condensate nella richiesta di misure cautelari, ma la Procura – aderendo alla tesi del Gip Tiziana Leanza – ha riqualificato una serie di ipotesi inizialmente configurate di Corruzione in quelle meno gravi sotto il profilo sanzionatorio di Traffico di influenze illecite.

In sintesi, la Barrile è accusata di aver creato, insieme al suo mentore e socio Marco Ardizzone, un sistema clientelare fondato su patronati e cooperative e su favori ottenuti grazie al suo peso politico a una serie di imprenditori o manager, che la ripagavano con assunzioni di persone a lei vicine e altre utilità, il tutto al fine di alimentare il suo bacino di consensi elettorali.

Manager… ma non tanto

Leonardo Termini deve difendersi dall’accusa di Turbativa d’asta per aver favorito nel 2015 una coop riconducibile alla Barrile nell’aggiudicazione di un appalto all’Amam.

De Almagro, in cambio del sostegno della Barrile necessario per la sua riconferma nell’azienda dei trasporti – secondo la Procura – ha determinato  l’assunzione temporanea come autista di persona segnalata dallo stesso esponente politico: fatto declinato nel reato di Induzione indebita a dare o promettere utilità.

Imprenditori sul fondo del Barrile

Bommarito, patron della Fire Spa, azienda nazionale leader nel recupero credito, alla Barrile chiese il disbrigo di alcune pratiche al Comune e di intercedere su Leonardo Termini in modo da favorire il pagamento di una fattura milionaria a favore della Fire che l’Amam riteneva non fosse del tutto dovuta.

In cambio, sempre secondo l’impianto accusatorio, ha fatto donazioni di denaro ad alcune società sportive e alcune assunzioni.

Tony Fiorino, titolare della Despar di Messina, alla Barrile chiese aiuto per ottenere il via libera alla costruzione di un centro commerciale a Sperone e per avere dagli uffici comunali informazioni riservate su suoi concorrenti. In cambio, operava assunzioni e prometteva lavoro nella eventuale costruzione dello stesso centro commerciale.

Angelo e Giuseppe Pernicone, padre e figlio, sotto inchiesta nel processo Matassa per Associazione per delinquere di stampo mafioso e intestazione fittizia di beni, alla Barrile chiesero intercessione per ottenere la concessione dello stadio San Filippo per il concerto dei Pooh, nell’ambito del quale avrebbe dovuto lavorare la loro cooperativa, in cambio di un coinvolgimento pure della cooperativa dell’esponente politico.

Vincenzo Pergolizzi, l’imprenditore noto a Messina per aver costruito il complesso Aralia su Montepiselli, finisce nell’inchiesta sulla Barrile e poi in custodia cautelare in carcere perché – secondo la Procura – si rivolge all’ex presidente del Consiglio e a Clemente per ottenere lo sblocco di alcune pratiche per la costruzione di un’abitazione su via Bisazza in cambio della promessa di commesse negli eventuali lavori.

Dalle indagini è però pure emerso che Pergolizzi aveva appena effettuato una serie di operazioni di cessione delle sue quote societarie, oggetto qualche anno prima di sequestro preventivo finalizzato alla confisca, annullato successivamente dalla Cassazione, a favore dei suoi stretti collaboratori o congiunti.

Le operazioni societarie sono state declinate in termini di Trasferimento fraudolento di valori: sono state effettuate infatti mentre pende a Reggio calabria il giudizio di prevenzione dopo la sentenza di annullamento con rinvio della Cassazione.

Per la Procura sono state fatte proprio per eludere il possibile nuovo sequestro preventivo.

Gli sviluppi e le misure cautelari

Adesso si apre una fase in cui gli indagati possono chiedere di essere sentiti per chiarire la loro posizione o presentare memorie e documenti nel tentativo di evitare la richiesta di rinvio a giudizio cui l’avviso di conclusioni indagini in genere è propedeutico.

Le indagini sono state chiuse pure per Angela Costa, la moglie di Peppe Chiarella, ex consigliere comunale di Messina e candidato alle ultime elezioni amministrative con la lista Leali di Emilia Barrile.

La Procura aveva chiesto per lei la misura degli arresti domiciliari in quanto socia di una coop riconducibile alla Barrile e ritenuta parte dell’associazione per delinquere capeggiata dalla Barrile e da Marco Ardizzone.

Il Gip Tiziana Leanza ha tuttavia escluso la sussistenza a suo carico dei gravi indizi di colpevolezza dell’appartenenza all’associazione, rigettando la richiesta di misura.

Francesco Clemente, una lunga militanza politica, anch’egli considerato membro dell’associazione per delinquere guidata da Barrile (cui è legato da antica amicizia) e da Ardizzone era finito agli arresti domiciliari.

Il Tribunale della libertà ha nei suoi riguardi annullato la misura: ha così ricevuto la notifica dell’avviso di conclusioni indagini completamente libero.

Ha sostenuto di non aver mai saputo neppure dell’esistenza di Marco Ardizzone e Carmelo Pullia, i membri dell’ipotizzata associazione per delinquere e dunque non potesse essere ritenuto organico di un’associazione di cui non conosce i componenti.

A parte Angela Costa, Francesco Clemente, Leonardo Termini, Sergio Bommarito, tutti gli altri indagati sono sottoposti a misura cautelare.

Vincenzo Pergolizzi è in carcere; la Barrile, Ardizzone, Pullia, Luciano, Adige, Cordaro e Merlino sono ai domiciliari; De Almagro è interdetto dall’esercitare le funzioni di direttore amministrativo; Tony Fiorino ha il divieto di svolgere attività imprenditoriale e di ricoprire cariche nelle società; Sonia e Stefania Pergolizzi hanno l’obbligo di dimora.

In questo procedimento non hanno avuto misure neppure Angelo e Giuseppe Pernicone, ma il primo (padre) è in custodia cautelare in carcere nell’ambito del procedimento Matassa, il secondo (il figlio) è invece libero.

Faida tra “tutori” della legge, un poliziotto e il fratello carabiniere agli arresti domiciliari. Per vendicare la nipote denunciata per furto confezionano contravvenzioni a tavolino nei confronti dei colleghi “troppo rigorosi”. E con il vezzo di guidare motocicli privi di assicurazione

Download PDF

polizia-e-carabinieri

Le contravvenzioni per guida di motociclo privo di copertura assicurativa con conseguente sequestro del mezzo sono state recapitate a due agenti della polizia di Stato in servizio alla caserma “Calipari” di Messina.

A firmarli un carabiniere, Maurizio Pugliatti, fratello di Francesco Pugliatti, sovrintendente capo della polizia e collega di ufficio dei due destinatari della contravenzione.

Non si è trattato di un caso lodevole di un custode dell’ordine pubblico che non guarda in faccia nessuno e applica la legge nel rispetto del principio di uguaglianza, ma – secondo le conclusioni cui è giunta la Procura al termine di alcuni mesi di indagini – di una vendetta organizzata a tavolino proprio dai fratelli Pugliatti.

Per loro il giudice per le indagini preliminari, Monica Marino, ha disposto la misura cautelare degli arresti domiciliari con le accusa di falso aggravato in atto pubblico e accesso abusivo al sistema informatico.

Il movente della guerra fraticida

Il sovrintendente Maurizio Cisca e il vice Danilo Minissale, i due destinatari delle multe, infatti, qualche settimana prima avevano svolto le indagini e individuato la responsabile di alcuni furti denunciando all’autorità giudiziaria la nipote dei fratelli Pugliatti, Sabrina Alizio.

Ciò ha dapprima suscitato le proteste del loro collega di ufficio e zio della Alizio: “Trattandosi di parente di collega dovevate avvertirmi in modo da trovare il modo di comporre la cosa anche con le persone offese”, ha protestato Francesco Pugliatti, secondo quanto hanno raccontato i due colleghi Cisca e Minissale.

Successivamente, è scattata la vendetta, che ha assunto la forma delle due contravvenzioni confezionate a tavolino.

L’imboscata…. imperfetta

Come hanno evidenziato le indagini, i fratelli Pugliatti attraverso degli accessi alla banca dati in uso alle forze dell’ordine effettuata da un collega (ritenuto dagli inquirenti in buona fede), hanno verificato che gli scooter con cui i colleghi si recavano al lavoro erano privi dell’obbligatoria copertura assicurativa.

Così, qualche giorno dopo, precisamente la mattina del 19 aprile del 2018, Maurizio Pugliatti, in forza al Nucleo radiomobile dei carabinieri, mentre faceva servizio a Piazza Trombetta unitamente al collega Alfredo Grillo (anch’egli indagato) ha attestato nei verbali di contravvenzione e nella relazione di servizio di aver visto passare (più o meno nell’ora in cui si prende servizio alla caserma Calipari), due motocicli che non era riuscito a fermare e di cui aveva però preso le targhe, mezzi che a un controllo successivo erano risultati privi di copertura assicurativa.

Quella che sembrava per i fratelli Pugliatti la più facile delle imboscate si è rivelata un autogol.

Non appena è stata loro notificata, i destinatari delle contravvenzioni hanno denunciato che per andare al lavoro avevano seguito strade diverse da quelle riportate nei verbali da Pugliatti e Grillo: sono così scattate le indagini.

Queste, fondate sull’acquisizione delle immagini delle telecamere della zona, hanno dato loro ragione e smentito quanto attestato nei vari verbali da Maurizio Pugliatti e Alfredo Grillo.

 

Ad applicare la legge…. violando la legge

Cisca e Minissale, che tra i compiti di ufficio hanno anche la repressione delle violazioni al codice della strada, nelle loro denunce non hanno negato di aver usato i mezzi privi di assicurazione né che questi non lo fossero, ma che Pugliatti quella mattina non li ha visti né avrebbe potuti vederli.

D’altronde che fossero privi di assicurazione è un dato documentale; che siano andati al lavoro quella mattina a bordo di quegli scooter lo hanno mostrato le immagini delle telecamere.

Le (solite) fughe di notizie riservate

I fratelli Pugliatti non si sono limitati a congegnare e poi eseguire una maldestra vendetta, ma quando hanno saputo che sul loro conto si stavano svolgendo indagini hanno ancor di più peggiorato la loro situazione.

I due fratelli hanno presentato una denuncia per calunnia nei confronti di Cisca e Minissale.

Dalle denuncia emerge che i due erano a conoscenza del contenuto dell’esposto dei colleghi benché le indagini fossero coperti dal segreto istruttorio.

Chi li ha avvisati?

Il Gip Marino ha valorizzato questa circostanza per motivare la sussistenza del pericolo di reiterazione del reato e di inquinamento probatorio su cui ha fondato la necessità degli arresti domiciliari.

Corruzione, da rifare il processo al giudice della sezione fallimentare Giuseppe Minutoli. Il gup di Reggio Calabria, Davide Lauro, ordina la restituzione degli atti alla Procura per il corretto esercizio dell’azione penale: “Fatti diversi da quelli contestati”

Download PDF
Il magistrato Giuseppe Minutoli

Il magistrato Giuseppe Minutoli


Né una sentenza di condanna, né una sentenza di assoluzione, bensì un’ordinanza di restituzione degli atti al pubblico ministero perché eserciti correttamente l’azione penale.

E’ questo l’esito del giudizio abbreviato che vedeva come imputato di corruzione il presidente della sezione fallimentare del Tribunale di Messina Giuseppe Minutoli.

Il giudice dell’udienza preliminare di Reggio calabria, Davide Lauro, al termine di tre lunghe udienze ha stabilito che i fatti descritti dal capo di imputazione sono materialmente diversi da quelli, in ipotesi penalmente rilevanti in termini sempre di corruzione, che emergono nel materiale probatorio raccolto dalla Procura e posto all’esame del giudice.

Minutoli era accusato di aver accettato la promessa che gli era stata fatta dall’amico Gianfranco Colosi, imprenditore molto noto a Messina nel campo della ristorazione (è il titolare di Casa Ramona di viale San Martino), dell’assunzione della moglie nella costituenda società che proprio grazie all’aiuto del presidente della Fallimentare avrebbe dovuto subentrare all’Istituto vendite giudiziarie nella gestione dei servizi relativi alle vendite forzate del Tribunale.

L’accusa era fondata su alcune intercettazioni ambientali e telefoniche.

Il gup Lauro nell’ordinanza di tre pagine, per mostrare la divergenza tra fatti descritti e i fatti risultanti dagli atti di indagine, ha in primo luogo osservato che in queste intercettazioni non vi è un riferimento all’assunzione della moglie nella costituenda società, ma si parla di generica assunzione presso altra società riconducibile all’imprenditore della ristorazione.

In secondo luogo, il giudice ha rilevato che diversamente da quanto sostenuto nel capo di imputazione, dalle intercettazioni emerge che Colosi non dovesse scalzare l’Istituto vendite giudiziarie (IVG), ma avrebbe dovuto stringere un patto sinergico con la società Astelegali.net, interessata a succedere all’IVG, e che l’intento di Minutoli fosse proprio quello di mettere in contatto Colosi con Astelegali.net. .

“L’imputato ha diritto di difendersi da fatti materiali descritti compiutamente nel capo di imputazione corrispondenti a quelli che emergono dalle risultanze istruttorie”, ha in sostanza statuito il Gip.

Nel caso di specie ciò non è accaduto e dunque la Procura dovrà di nuovo procedere alla contestazione dei fatti proponendo una nuova richiesta di rinvio a giudizio.

I coimputati vanno in ordinario

Il coimputato Gianfranco Colosi ha scelto il rito ordinario. Dopo un errore di notifica della richiesta di rinvio a giudizio, l’udienza preliminare non si è ancora tenuta.

Il rito ordinario è stato scelto pure da Letterio Romeo, all’epoca dei fatti capo della Direzione investigativa antimafia di Messina.

L’ufficiale, intimo amico sia di Colosi che di Minutoli, secondo l’accusa è stato attore del patto corruttivo tra il giudice e l’imprenditore e ha avuto, a sua volta, la promessa dell’assunzione della moglie.

La pubblica accusa aveva chiesto per Giuseppe Minutoli 5 anni di reclusione, 7 anni e mezzo come come pena base, ridotta di un terzo, ovvero di 2 anni e mezzo, per la scelta del rito speciale.

 

Inchiesta sull’appalto della Siracusa Gela, il consulente/mediatore Nicola Armonium collabora con gli inquirenti e torna libero. In 10 ore di interrogatorio puntella le accuse nei confronti dei coimputati di corruzione e chiama in causa altri personaggi di rilievo politico e istituzionale. Omissati i verbali

Download PDF
L'ex vice presidente del Cas Nino Gazzara

L’ex vice presidente del Cas Nino Gazzara

Arrestato il 13 marzo del 2018 ha fatto una quindicina di giorni di carcere, poi 3 mesi di arresti domiciliari.

Alla vigilia dell’udienza preliminare ha deciso di vuotare il sacco: ha ammesso i fatti contestati, ha fatto nomi e cognomi, ha tirato in ballo personaggi di rilievo politico e istituzionale.

Nicola Armonium, il titolare di Pachira Srl, società usata – secondo la Procura di Messina – per pagare tangenti a Nino Gazzara, il vicepresidente del Cas, l’ente che aveva bandito la gara, in modo che si prodigasse per favorire il Raggruppamento imprenditoriale Condotte Acque Spa e Cosedil Spa aggiudicatario dell’appalto da 320 milioni di euro per la costruzione di un tratto della Siracusa Gela, è libero.

A disporre la revoca di qualsiasi misura cautelare il Giudice per le indagini preliminari Simona Finocchiaro.

Ma un peso determinante l’ha avuto il parere positivo della Procura guidata da Salvatore De Lucia, che sino a 3 mesi e mezzo fa si era detta contraria anche ai domiciliari in luogo del carcere, disposti comunque dal Tribunale della Libertà il 29 marzo del 2018.

“La condotta processuale di Armonium ha fatto cessare le esigenze cautelari”, ha motivato il gip Finocchiaro.

Di più, la Procura ha dato il consenso alla definizione della posizione processuale di Armonium attraverso il patteggiamento.

La “condotta processuale” positivamente valutata da pm e gip è condensata in due verbali di interrogatorio tenuti in data 2 luglio e 6 luglio del 2018.

Due interrogatori lunghi 10 ore, a cui ha partecipato anche l’aggiunto della Procura Rosa Raffa.

La corruzione

Armonium davanti ai magistrati ha raccontato come si sono svolti i fatti che la Procura ha declinato in termini di corruzione, puntellando l’impianto accusatorio nei confronti di coloro che sono coimputati: Nino Gazzara, colui che secondo l’accusa ha percepito una tangente sotto forma di consulenza legale a favore di Pachira; Stefano Polizzotto, il legale con un passato da capo di gabinetto del Governatore Rosario Crocetta destinatario anch’egli di somme di denaro da parte di Pachira; Duccio Astaldi e Antonio D’andrea, legali rappresentanti del Raggruppamento che si è aggiudicato l’appalto e con Armonium hanno sottoscritto un contratto di consulenza da quasi due milioni di euro.

Armonium è andato anche oltre: ha chiamato in causa personaggi sinora estranei alle indagini e ha aperto squarci di luce anche su altri appalti: è per questo che i verbali sono stati in larga parte omissati.

Gli abusi d’ufficio

Secondo l’impianto accusatorio sono due gli atti di favore che Gazzara, in cambio di una consulenza di 30 mila euro e dell’impegno a consulenze future, ha cercato di far conseguire al Raggruppamento di imprese vittorioso: uno effettivamente deliberato, l’altro no.

Innanzitutto, la stipula di un addendum al contratto di appalto, firmato dall’allora direttore generale Maurizio Trainiti, che ha consentito alla ditta di posticipare la consegna del tratto principale di autostrada di 6 mesi, rispetto alla data fissata nel bando di gara del 31 dicembre del 2015.

Trainiti insieme agli istigatori Gazzara, Astaldi, D’andrea e Polizzotto sono imputati di abuso d’ufficio.

Secondo la procura questo patto era illegale. Per le difese era pienamente lecito e giustificato dal ritardo nell’aggiudicazione definitiva dell’appalto.

Gazzara ancora sempre nell’ambito dell’accordo corruttivo si spese successivamente sul nuovo direttore generale, Salvatore Pirrone, per fare ottenere al raggruppamento un anticipazione del 5% del valore dell’appalto, ma l’anticipazione non fu mai data: Pirrone ritenne fosse vietata dalla legge.

La turbativa d’asta

La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per turbativa d’asta anche dei componenti della sub commissione incaricata dalla commissione di gara nazionale di verificare se le migliorie al progetto definitivo proposto dal raggruppamento vincente non fosse in contrasto con la legge o con il disciplinare di gara e quindi la società risultata vittoriosa non andasse esclusa.

La sub commissione diede il via libera all’aggiudicazione. Secondo la procura così facendo ha turbato la gara, perché il raggruppamento vincente andava escluso.

Che la gara, però, non sia stata truccata, non nel modo ipotizzato dalla Procura, l’ha stabilito il Consiglio di giustizia amministrativa (vedi ampio servizio sulla vicenda).

Imputati di turbativa d’asta sono Pietro Mandanici, Sebastiano Sudano, Antonino Recupero, Corrado Magro e Gaspare Sceusa.

L’eccesso di zelo innocuo

Quest’ultimo, capo dell’ufficio tecnico del Consorzio per le autostrade siciliane, è accusato anche di abuso d’ufficio per aver autorizzato il sub contratto di consulenza legale tra il raggruppamento vincente e la società Pachira Srl, nonostante questo tipo di contratti di sub appalto siano vietati.

In questo modo Sceusa – per la pubblica accusa – ha fatto conseguire un vantaggio indebito alla Pachira srl.

L’attività di indagine ha mostrato che questo contratto di consulenza non ha aggravato in alcun modo il costo dell’appalto per la pubblica amministrazione.

Anche se non vi fosse stata autorizzazione di Sceusa, nulla poteva impedire al raggruppamento vittorioso di procedere alla stipula dello stesso.

Sceusa nel corso di interrogatorio aveva spiegato che l’autorizzazione fu frutto di eccesso di zelo, in quanto non si trattava di un vero e proprio sub appalto: Pachira Srl cioè non andava a compiere opere o attività cui si era impegnato in sede di gara il Raggruppamento di imprese vittorioso, ma attività di tutt’altra natura.

Disposto lo stralcio della posizione di Armonium, tutti gli altri imputati si troveranno davanti al gip Eugenio Fiiorentino il prossimo 16 luglio.

Il COMMENTO. L’uscita di scena di Renato Accorinti metafora di un sindaco che ha fallito innanzitutto come uomo

Download PDF
Scambio reciproco di fascia tricolore tra Renato Accorinti e Cateno De Luca

Scambio reciproco di fascia tricolore tra Renato Accorinti e Cateno De Luca



Nessun sindaco uscente era mai riuscito nell’impresa. Ma Renato Accorinti non poteva lasciare Palazzo Zanca senza superare se stesso. Prendersi del “buffone, buffone” all’insediamento del suo successore, al momento dello scambio della fascia tricolore, è in effetti un record difficilmente imitabile.

Eppure, Cateno De Luca, il nuovo sindaco, con lui era stato affettuoso e generoso. Davanti alle decine di suoi sostenitori entusiasti gli aveva riconosciuto il merito di aver aperto un varco nel sistema di potere messinese, di aver migliorato i conti del Comune e gli aveva lasciato la fascia tricolore di sindaco: “So che ci tieni tanto, come ricordo di anni che hai vissuto intensamente. A me ne hanno regalata una nuova”.

Ma poteva Accorinti uscire di scena con classe ed eleganza, come farebbe una qualunque persona con un po di senso delle istituzioni, o anche un qualunque sportivo sconfitto?

Poteva generosamente lasciare spazio al suo successore con parole semplici: “Complimenti per la vittoria, auguri per il vostro lavoro, spero facciate bene per la comunità, considera che se le vostre azioni non mi convinceranno farò sentire la mia voce di opposizione politica”?

No, Accorinti non si poteva smentire.

Doveva essere protagonista anche se lì dove si trovava il protagonista era altra persona e a lui toccava il ruolo di comprimario.

Ecco allora il solito sermone fatto di slogan, che ripete da 5 anni come un disco rotto. Come se fosse l’insediamento suo e non il suo addio o arrivederci.

E poi, infine, le provocazioni, manifestazione di rabbia di un pacifista nonviolento, con riferimenti al tram volante e alla telefonata scherzo di Papa Francesco.

“Buffone, buffone”, era il minimo che si potesse beccare.

De Luca lo ha comunque protetto, pure dal coro. E non ha risposto alle provocazioni, mantenendosi signorile.

Ma lui, non pago, ha ripreso la parola per completare l’opera.

L’opera di un sindaco, divenuto sindaco per caso, in un momento storico particolare segnato da inchieste giudiziarie, che ha pensato di essere divenuto sindaco per qualità sue al punto da ignorare le persone che per lui si erano battute quando nessuno credeva in lui.

Un uomo che per 5 anni si è specchiato nel lago, o meglio negli specchi della stanza del palazzo municipale in cui si è chiuso, scambiando la politica per se stesso, dimenticandosi degli “ultimi” che tanto aveva declamato e occupandosi a tempo pieno di coltivare rapporti con i potenti, magari tentando di rubare loro la scena se troppo potenti: il “Trump, peace no war”, al G7 di Taormina è solo un esempio..

Quello che è accaduto allo scambio della fascia tricolore è la metafora di Accorinti: un uomo che confonde se stesso con le istituzioni, incapace di accettare i suoi limiti e le sue sconfitte, privo di umiltà e generosità, neppure animato da spirito sportivo benché l’unica competenza che abbia sia quella di professore di educazione fisica.Un uomo che pensa ancora di essere sindaco quando non lo è più e si fa appositamente immortalare a bordo della bicicletta che in 5 anni ha usato pochissime volte con la fascia tricolore stretta nel pugno alzato in segno di vittoria, benché abbia palesemente perso.

Un uomo che non è uscito sconfitto (già prima delle elezioni) perché la sua Giunta ha amministrato peggio delle amministrazioni precedenti (anzi, per certi versi, ha fatto meglio) e neppure per la sua incompetenza su tutto (a parte gli slogan), ma per la sua mancanza assoluta di umiltà, che ha portato pure i suoi sostenitori a non volerlo più.

Basti dire che una buona fetta di “Cambiamo messina dal basso”, alla vigilia della campagna elettorale aveva manifestato la sfiducia e l’opportunità di non ricandidarlo.

Un uomo che se i messinesi votano per lui sono “virtuosi e rivoluzionari”, se non lo votano sono “ignoranti e mafiosi”.

Se il nuovo sindaco De Luca con Accorinti è stato generoso e signorile nonostante l’ultimo spettacolo non si può dire la stessa cosa della sua assessora Dafne Musolino.

L’avvocata si è dimenticata del nuovo ruolo istituzionale, o forse non c’è ancora entrata, e si è prodotta su facebook in uno show fatto di improperi all’indirizzo di Renato Accorinti.

Cateno De Luca le affiderà anche la delega al bon ton?