La beffa dei collaboratori di giustizia: la Cassazione mette il sigillo all’inchiesta Vecchia Maniera che portò in carcere l’ex boss di Barcellona Carmelo Bisognano. Passa in giudicato la condanna a 5 anni per Tentata estorsione e Intestazione fittizia di beni

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                           Carmelo Bisognano

Per anni boss della mafia, dal 2010, dall’inizio della collaborazione con la giustizia, era protetto dallo Stato ma se ne faceva beffa, commettendo reati.

La Corte di Cassazione mette il sigillo all’inchiesta del commissariato di Barcellona Pozzo di Gotto che il 16 maggio del 2016 portò in carcere il boss di Barcellona Carmelo Bisognano e l’imprenditore di Gioiosa Marea Tindaro Marino.

I giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso, dichiarato inammissibile, proposto dai legali dei due imputati.

E’ così passata in giudicato la sentenza della Corte d’appello di Messina che il 26 marzo del 2019 aveva condannato  a 5 anni di reclusione il collaboratore di giustizia per tentata estorsione e intestazione fittizia di beni e a due anni l’imprenditore Marino, accusato però solo (in concorso) di intestazione fittizia.

I reati sono stati commessi tra il 2015 e il 2016 mentre Bisognano, collaboratore di giustizia dal 2010, si trovava sotto la protezione e i contribuenti italiani gli pagavano la scorta, due avvocati, la casa, i viaggi e un assegno mensile di 1600 euro.

Gli arresti scattarono anche per Angelo Lorisco, uomo fidato di Bisognano.

Lorisco ha scelto il rito abbreviato e, per gli stessi reati che hanno portato ora alla condanna dell’ex collaboratore, l’8 gennaio 2017 è stato condannato a tre anni di reclusione.

A cavallo tra il 2015 e il 2016, gli inquirenti del commissariato di Barcellona guidati da Mario Ceraolo scoprirono che Bisognano dalla località protetta, usando proprio Lorisco, aveva costituito una società e aveva iniziato l’attività di imprenditore, sotto mentite spoglie, grazie all’aiuto dell’imprenditore Tindaro Marino, sottoposto alla misura di prevenzione patrimoniale e condannato all’epoca per concorso esterno alla mafia.

Per tornare operativo, Bisognano tramite Lorisco aveva – secondo l’ipotesi accusatoria che ha tenuto in tutti i gradi del processo – strumentalizzato il ruolo di collaboratore e tentato di sottoporre a estorsione i membri della famiglia Torre, titolari di un’azienda, minacciandoli di fare dichiarazioni sul loro conto.

Sull’ex capomafia, la cui collaborazione è stata molto utile per mettere alla sbarra vari esponenti della mafia del Longano e di fare luce su diversi delitti, pendono altri processi, tutti figli dell’inchiesta Vecchia Maniera.

E’ infatti sotto processo per un’altra ipotesi per estorsione consumata sempre ai danni degli imprenditori Torre, inizialmente sfuggita alla direzione distrettuale antimafia di Messina, che dopo averne per anni gestito la collaborazione è stata costretta a chiederne gli arresti.

Carmelo Bisognano, è pure sotto processo a Roma per accesso abusivo al sistema informatico e violazione del segreto d’ufficio.

Sempre dalle indagini del commissario di Barcellona era pure emerso che due degli agenti che dovevano proteggerlo e controllarlo, avevano intessuto con il collaboratore un rapporto di complicità che consentiva a quest’ultimo di muoversi e incontrarsi a suo piacimento in violazione di ogni norma regolamentare con i propri avvocati Mariella Cicero e Fabio Repici e con altri collaboratori di giustizia, e, soprattutto, di avere libero accesso al sistema informatico della polizia.

La procura di Roma, guidata all’epoca da Giuseppe Pignatone, a cui erano stati trasmessi gli atti per competenza territoriale, ha declinato l’accusa in termini di violazione abusiva dei sistemi informatici e di violazione del segreto d’ufficio.

Nel frattempo, un anno e due mesi dopo gli arresti, a Bisognano è stato revocato il programma di protezione e, non potendo più godere dei benefici riservati a chi collabora, l’ex boss si trova recluso in un carcere. 

Bisognano, infatti, sta scontando una condanna passata in giudicato a 13 anni di reclusione rimediata nell’ambito del processo Gotha per omicidio e associazione mafiosa. Ora si aggiunge questa a 5 anni.

Lo Stato gli garantisce comunque la tutela.

La legittimità della revoca è stata avallata prima dal Tribunale amministrativo del Lazio e dal Consiglio di Stato, nel giudizio cautelare e poi, di recente, sempre dal Tar, nel giudizio di merito, il 18 gennaio del 2021.

Tuttavia, per il suo legale Fabio Repici, Bisognano è stato vittima di un complotto, ordito tra gli altri dallo stesso commissario Ceraolo.

Per questo ha fatto denunce in diverse sedi,anche pubbliche.

In pratica, volendo trarre le sintetiche conclusioni dal materiale dell’inchiesta, secondo il legale, noto in tutta Italia per le sue battaglie in nome della legalità, Bisognano commetteva reati, per alcuni dei quali ora è stato condannato con sentenza definitiva, per dare un aiutino a coloro che avevano ordito il complotto.

Inchieste spettacolari di Razza politica, le “spalmature” virtuose e travisamenti dei fatti. I dati sui contagi manipolati non per offrire un quadro falso della realtà ma per l’esatto contrario. Alla base di tutto le inefficienze della sanità regionale

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I dati dei contagi e dei morti spalmati (quindi falsificati) per evitare che la Sicilia finisse in zona Rossa e venissero adottati provvedimenti restrittivi delle libertà e dannosi per l’economia.

E’ questo ciò che viene contestato all’assessore (ormai ex) Ruggero Razza, al suo capo di gabinetto Ferdinando Croce e ai tre funzionari dell’assessorato regionale alla sanità finiti ai domiciliari martedì scorso.

E’ questo il messaggio che è stato veicolato, acriticamente (ma questo non stupisce) dai media regionali e nazionali, al servizio delle Procure e non dei cittadini.

Un messaggio davvero succulento nella stagione del terrore, dei terrorizzati, in cui fa audience pensare che i governanti trucchino i dati per squallidi giochi politici infischiandosene della salute dei cittadini.

Ma si tratta di un messaggio, questo si, falso.

Basta leggere l’ordinanza, fondata unicamente su intercettazioni telefoniche  – disposte in un procedimento penale che riguardava cose più serie, ovvero mazzette nelle pubbliche forniture – avere un minimo di cognizioni in campo sanitario e la memoria di quanto è accaduto nell’ultimo anno in Sicilia, per capire che le ragioni per cui si è seguito questo metodo sono opposte a quelle che sono state rappresentate e date in pasto all’opinione pubblica.

I dati dei positivi al Covid venivano spalmati proprio a tutela dei diritti dei cittadini: per evitare, cioè, che gli stessi numeri non rappresentassero la situazione reale. Si, proprio così.

Il motivo è presto detto e riposa nell’inefficienza del sistema sanitario regionale, peggiorata a vista d’occhio negli ultimi anni: di questo è davvero colpevole Razza, avvocato penalista chiaramente inadeguato (la Giunta frutto del peggiore consociativismo siculo del presidente Musumeci peraltro ne è piena zeppa) ad occuparsi del settore che assorbe il 60% della spesa regionale.

A causa di questa inefficienza, di questa disorganizzazione burocratica e informatica, a causa del fatto che il terrore Covid ha svuotato gli uffici di personale che comunque ha continuato a ricevere lo stipendio pur non lavorando, a Palermo affluivano dati a singhiozzo, in notevole ritardo, dalle varie aziende ospedaliere, dai vari laboratori in cui venivano processati i tamponi.

Accadeva così che da Messina, ad esempio, per tre giorni non arrivavano i dati dei positivi, mentre il quarto giorno arrivavano tutti in una volta (quindi, sempre per esempio, invece di 100 positivi al giorno (300  quindi in tre giorni), ne arrivano 400 il quarto giorno, la somma).

Potevano essere comunicati a Roma 400 positivi tutti in una volta come se fossero stati rilevati positivi quel giorno?

E’ evidente che la risposta non possa essere che negativa: se lo si fosse fatto non sarebbe stata rappresentata in maniera veritiera la situazione, ma questa sarebbe stata pericolosamente falsata.

Questo è quello che è accaduto per mesi.

Altro che strategia per evitare l’adozione di provvedimenti restrittivi.

Stessa cosa per il caso – oggetto specifico dell’inchiesta – dei morti con il covid di Biancavilla: a Palermo arriva la comunicazione di 7 decessi in una sola soluzione. Erano però di vari giorni precedenti.

Si potevano comunicare al ministero della Salute e all’opinione pubblica come se fossero tutti occorsi in quella giornata?

Certo Razza non poteva neppure dire al Governo nazionale: “Sono assessore da tre anni in una delle regioni più grandi di italia che nell’epoca dell’informatizzazione e della tecnologia pervasiva non è in grado di fornire dati in tempi accettabili, benché per contrastare la diffusione del coronavirus abbia fatto assumere centinaia tra educatori professionali, psicologi e addetti stampa (figure essenziali per contrastare l’epidemia, ci mancherebbe altro, ndr)”.

Che l’obiettivo delle “spalmature” non fosse quello di evitare l’adozione di provvedimenti restrittivi è confermato dal fatto che nei mesi scorsi la regione Sicilia per bocca del presidente Nello Musumeci ha invocato e ottenuto la dichiarazione di zona rossa quando secondo i dati in possesso del Ministero della sanità non ce ne fossero i presupposti.

Non solo. Musumeci fra i presidenti delle regioni italiane si è segnalato in tutti questi mesi per l’adozione di provvedimenti liberticidi e in sicuro contrasto con la Costituzione.

Che senso avrebbe avuto truccare i dati per non essere zona rossa e contemporaneamente chiederla?

Quale senso farlo per non imporre limitazioni alle libertà (soprattutto economiche) e poi puntualmente restringerle?

D’altro canto, sarebbe stato davvero paradossale che in un paese in cui da un anno si vive di emergenza coronavirus, alimentandola quanto più possibile perché fonte di affari, spesso illeciti, di cui tra qualche mese si comprenderà la vera entità, i governanti siciliani si fossero mossi in senso addirittura opposto.

Che i dati sui contagi fossero sostanzialmente veri e non sottostimati con l’esposizione della popolazione a rischi per la salute, lo si evince da un’altra circostanza di fatto: la Sicilia è una delle regione d’Italia con il minor eccesso di mortalità, l’unico dato veramente attendibile per misurare gli effetti di un’epidemia.

La Sicilia, in altre parole, ha avuto – secondo i dati Istat – un aumento dei morti rispetto alla media degli anni precedenti pari al 5%. La media nazionale registra un eccesso di mortalità pari al 15%, tre volte tanto.

Se il numero dei positivi fosse stato artatamente e sistematicamente sottostimato e per questo non si fossero quindi adottate le misure necessarie al contenimento dell’epidemia non si sarebbero dovuti registrare dati nettamente peggiori?

L’assessore Razza, indagato ma non colpito da misure cautelari, non appena ha ricevuto l’avviso di garanzia si è dimesso.

Il dirigente regionale, Letizia Di Liberti, che attuava le direttive dell’assessore, e i due funzionari Emilio Madonia e Salvatore Cusimano, che materialmente raccoglievano, “spalmavano” e trasmettevano i dati a Roma, sono stati messi ai domiciliari, aggravati  dal controllo del braccialetto elettronico, come si fa per i criminali pericolosissimi.

Per il Gip del Tribunale di Trapani, Caterina Brignone, che ha sposato l’impianto accusatorio della Procura, c’è il rischio di reiterazione del reato e di inquinamento probatorio.

Ma perché – si chiederà il cittadino con un minimo di buon senso – la sospensione dalle funzioni non sarebbe stata sufficiente a neutralizzare questi pericoli?

Forse si, ma – è risaputo – gli arresti fanno più notizia.

Sta di fatto che non solo c’è stato bisogno di misure cautelari gravemente limitative della libertà, ma sono state ravvisate ragioni di urgenza straordinarie.

Nulla altrimenti ci avrebbe “azzeccato” il Tribunale di Trapani con reati commessi a Palermo, di competenza di quella Procura, a cui il fascicolo è stato trasmesso subito dopo gli arresti.

Se fosse stato trasferito prima di adottare le misure coercitive della libertà dei tre funzionari chissà nel frattempo i pericolosi criminali quali altre nefandezze avrebbero commesso.

 

 

 

 

 

“Il fatto (della corruzione) non sussiste”: assolti il presidente del Tribunale fallimentare Giuseppe Minutoli, l’imprenditore Gianfranco Colosi e l’ex capo della Dia Lillo Romeo. Le ombre di un’inchiesta che attesta sia lecito per un magistrato propiziare affari ad un amico usando il suo ruolo.

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Assoluzione perché “il fatto non sussiste”.

E’ finito così il processo di primo grado celebrato in abbreviato che vedeva sul banco degli imputati il presidente della sezione fallimentare del Tribunale di Messina Giuseppe Minutoli, l’amico imprenditore Gianfranco Colosi e l’ex capo della Dia di Messina Letterio Romeo.

Il fatto che – secondo il Giudice del Tribunale di Reggio Calabria, Alessandra Borselli –  non sussiste è quello inquadrato in termini giuridici dalla Procura di Reggio Calabria nella fattispecie di Corruzione in atti giudiziari.

Non è stato ritenuto sussistente o comunque non provato il pactum sceleris a tre, in forza del quale – secondo il capo di imputazione elaborato dal sostituto Roberto Di Palma – Minutoli aveva accettato la promessa dall’amico (ex compagno di classe e testimone di nozze) Colosi, titolare del ritrovo “Casaramona” di viale San Martino, dell’assunzione della moglie in una sua società. In cambio il presidente della sezione Fallimentare l’avrebbe aiutato per permettergli di entrare nella gestione dei servizi relativi alle vendite forzate del Tribunale di Messina, previo esautoramento dell’Istituto vendite giudiziarie della famiglia Attinà, che per conto del Tribunale di Messina, in regime di concessione, si occupa da decenni della vendita all’asta dei beni mobili espropriati.

Il patto illecito – stando al capo di imputazione – era stato sostenuto dall’allora capo della Dia di Messina Romeo, che in cambio della promessa di assunzione della convivente “ha messo a disposizione di Colosi e Minutoli i suoi rapporti con l’ambiente messinese”.

 

Parole in libertà e assenza di prova del patto corruttivo

A provare – secondo l’impianto accusatorio – la sussistenza di questo patto corruttivo, essenziale per configurare il reato contestato, c’erano due intercettazioni. 

Due intercettazioni peraltro contraddittorie tra di loro, che avevano ad oggetto racconti che Colosi faceva ai figli e alla moglie in automobile.

Ho chiuso una bella operazione. Bella. Ottima. Fantastica. Mi ha dato l’ok…“, afferma Colosi il 19 settembre del 2015. “Per cosa“, gli chiede il figlio che sta viaggiando insieme a lui e agli altri familiari in auto di ritorno da una cena con Minutoli e famiglia. “Per fare una certa cosa lì al Tribunale. L’Ivg ora lui glielo svuota. Dopo questa chiacchierata sono molto contento perché vuole che faccia lavorare pure a lei, ad Ersilia (moglie di Minutoli, ndr)”.

Qualche mese dopo, è stata registrata un’altra conversazione, dal tenore molto meno netto e più ipotetico.

E’ il 20 novembre del 2015. Colosi è in auto con la moglie. L’argomento è sempre quello delle vendite giudiziarie. “Secondo me l’anello per questo lavoro è Ersilia…Se tu gli trovi….“, dice Colosi. “Un posto ad Ersilia tu dici….quello si p….ma non in questa cosa…in questa cosa no..perché non lo fa…non glielo farebbe fare“, sottolinea la moglie Immacolata Caserta.

Potevano mai queste due intercettazioni costituire la prova di un patto corruttivo (io ti favorisco e tu mi assumi la moglie), in mancanza della quale il reato contestato dalla Procura sarebbe stato inevitabilmente ritenuto insussistente? 

Da quanto si può dedurre dal dispositivo della sentenza e in attesa delle motivazioni – per il giudice reggino Borselli – no: le due intercettazioni non sono sufficienti.

La difesa del magistrato…. stupito

Sul punto è prevalsa facilmente la versione difensiva di Minutoli.

Il giudice interrogato nel corso delle indagini dai pm di Reggio titolari delle indagini ha negato seccamente di aver avuto alcuna intenzione di far assumere la moglie da Colosi: “Non ho mai chiesto di far lavorare mia moglie, né ciò mi è stato mai prospettato. Mia moglie ha tre bambine piccole e addirittura in una società che lavorava per il Tribunale…no… e poi non avrebbe mai voluto lavorare con Colosi, non gradisce molto il tipo di modalità, anche lavorativa. Sono stupito delle affermazioni intercettate di Colosi“, ha spiegato.

Le manovre spericolate di un giudice

Eppure, negli atti delle indagini svolte dai carabinieri c’era una mole notevole di materiale investigativo che indicava come possibile una diversa ricostruzione e valorizzazione dei fatti. Di quelli provati.

Mostrava in maniera chiara che il giudice Minutoli aveva sicuramente messo al corrente Colosi delle problematiche relative alla vendite giudiziarie, benché si trattasse di questioni attinenti al proprio ufficio e Colosi non avese alcuna esperienza e competenza in materia.  

Ancora, le investigazioni avevano evidenziato che lo stesso giudice aveva posto in essere una serie di atti propedeutici a far dichiarare l’Istituto vendite giudiziarie non più idoneo ai servizi svolti per conto del Tribunale fallimentare e che nel frattempo aveva ipotizzato e messo in allarme (quali possibili sostituti) altri operatori del settore delle aste on line, che già lavoravano per il Tribunale fallimentare da lui diretto, individuati prima in Astelegali.net e, successivamente, in Edicom Srl.

Soprattutto, è emerso che, nel contempo, il presidente della Fallimentare ha messo in contatto l’amico Colosi con i rappresentanti legali di quest’ultime società, colossi delle aste giudiziarie immobiliari.

E’ stato accertato, infine, che Colosi ha trovato un accordo con il titolare della società Edicom srl, Alessandro Arlotta, per costituire una società a cui la stessa Edicom srl si sarebbe dovuta appoggiare per le attività in loco. 

Dubbi… al di sopra di ogni sospetto

E’ in linea con il codice penale la condotta di un giudice che mette in contatto un suo amico imprenditore ignorante del settore con uno invece già addentrato ed esperto e “lavora” per l’ufficio che dirige, in modo che entrino in affari?

Se non fosse stato per l’intercessione del presidente del Tribunale, Arlotta, amministratore di una delle società leader del settore, avrebbe mai realizzato un accordo di affari con l’imprenditore amico dello stesso giudice Colosi, che di aste giudiziarie non sapeva assolutamente nulla?

A queste due domande nessun giudice ha dovuto rispondere poiché la procura di Reggio Calabria ha contestato il fatto/reato di Corruzione in atti giudiziari, che richiede la prova del patto tra corrotto e corruttore, vincolando così il giudice e non ha, per esempio, contestato quello che le indagini e i fatti documentati indicavano come il più fondato di Induzione indebita a dare o promettere utilità. 

La configurazione di quest’ultimo reato, infatti, richiede che “un pubblico ufficiale abusando della sua qualità o dei suoi poteri (in ipotesi astratta, un giudice), induce taluno (in ipotesi egualmente astratta, un imprenditore) a dare o promettere indebitamente a se o ad altri (in ipotesi sempre astratta, un amico), denaro o altra utilità (infine in ipotesi massimamente astratta, la costituzione di una società per entrare in un settore molto remunerativo)”.

La prudenza del Csm

Giuseppe Minutoli ha scoperto di essere indagato nel 2016. Subito dopo, il caso è arrivato al Consiglio superiore della magistratura.

La sezione disciplinare ha sospeso il giudizio in attesa che si definisse il procedimento penale, benché la responsabilità disciplinare sia fondata su presupposti diversi da quella penale. 

Minutoli, sotto inchiesta per un grave reato commesso nell’esercizio delle sue funzioni, non solo è rimasto in servizio al Tribunale di Messina ma è rimasto da allora sempre al suo posto di presidente della sezione fallimentare del Tribunale, nella stessa stanza in cui i carabinieri avevano piazzato le videocamere nascoste.

 

Le carte cantano… in pochi ascoltano e qualcuno 

Il materiale probatorio dell’inchiesta scattata all’inizio del 2015 è costituito da una fitta rete di intercettazioni tra i tre imputati: specie tra Colosi e Minutoli.

Tutta la vicenda si snoda tra la viglia dell’estate del 2015, quando le telefonate tra il magistrato e l’imprenditore fanno emergere l’interesse comune, e il gennaio del 2016, quando improvvisamente i protagonisti della vicenda diventano prudentissimi e l’idea di defenestrare l’Istituto vendite giudiziarie subisce un brusco stop.

Il programma d’azione…. per favorire l’amico

Il 28 giugno del 2015 Minutoli informa Colosi della faccenda “Istituto vendite giudiziarie”, usando il pronome personale plurale “noi”, come se parlasse di una questione di comune interesse: “Per quanto riguarda quel discorso delle vendite…si. Conviene per il momento fermarci perché io volevo chiamare l’amministratore di quella società (….) Deve essere convertito entro sessanta giorni un decreto legge in cui si dice che è possibile istituire nuovi commissionari al posto dell’Istituto vendite giudiziarie con determinate caratteristiche….quindi in questo momento iniziare a fare affinità o ipotizzare qualcosa se prima non sappiamo le regole, certo non conviene (….) però sicuramente visto che tu sei una persona di supporto, ci siamo detti, e quindi attendiamo…“, comunica il giudice.

Qualche settimana dopo Minutoli è ancora al telefono con Colosi: “A Reggio cosa è accaduto? Il Tribunale ha fatto un’ispezione e si è accorto c’erano una serie irregolarità. Ha invitato a sanarle, quelli non l’hanno fatto e allora ha revocato la concessione. Ora nel momento in cui il Tribunale ordina..si rende conto che i beni non sono sistemati, che c’è confusione…perchè l’Ivg (di Messina, ndr) in questo momento è una Snc…Forse lui e la figlia…il padre è vecchissimo (….) Se quando uno ordina la sistemazione dei beni e questi non sono in grado di farlo allora potrebbe esserci l’immissione di un nuovo socio“, ipotizza il presidente della sezione fallimentare il 17 luglio del 2015.

Il semplice contributo di un estraneo ignorante

Il magistrato, interrogato il 21 luglio del 2016 dai procuratori reggini titolari delle indagini che gli hanno letto e contestato le intercettazioni (in quel momento a lui ancora ignote), non ha potuto negare di aver coinvolto  l’amico nella questione dell’Istituto vendite giudiziarie, la cui inadeguatezza peraltro gli era stata segnalata dallo stesso Colosi benché l’imprenditore non avesse un ruolo istituzionale: “Il suo doveva essere solo un contributo”, ha però minimizzato. Ma non ha convinto i colleghi calabresi.

Anche perché Colosi parlando con la moglie riconosce candidamente di essere un ignorante della materia: “Non ne capisco e cerco di prendere acqua, per capire il meccanismo perché mi viene complicato, (….) non capisco come si prendono gli incarichi….”, ammette il 20 novembre del 2015.

 

Presentazioni di peso

Colosi non sa nulla del settore. Da solo non potrebbe mai operare: non all’inizio almeno. Ecco allora che ha bisogno di creare sinergie con chi invece opera da anni e già lavora per conto della sezione fallimentare di Messina per l’offerta all’asta dei beni immobili espropriati: le società Astelegali.net. Spa ed Edicom srl, i due colossi (tra di loro concorrenti) delle vendite telematiche.

Il titolare di Casaramona non conosce i vertici delle due società.

E’ Minutoli a creare il contatto.

Il primo amore… non sboccia

Il 23 settembre 2015 Minutoli chiama Colosi: “Ti devo dire una cosa al volo”. Dopo il fugace incontro, Colosi si mette in moto. Ma ha capito male il cognome della persona che gli ha fornito il giudice da contattare.

Manda un sms a Minutoli. Che risponde: “Il cognome è Raco, avvocato Daniela Raco“.

Colosi si procura così il numero dello studio ma il telefono squilla a vuoto.

Chi sia Daniela Raco e quale la ragione della telefonata lo si scopre qualche ora dopo. Colosi telefona infatti a Claudio Palazzetti, amministratore delegato della società di vendite telematiche Astelegali.net Spa: “Sono Colosi. Si ricorda? Ci siamo visti dal dottore Minutoli“, esordisce. “Si certo…certo“, risponde l’interlocutore. “Vediamo se possiamo andare avanti per quel discorso che ci eravamo detti….”, incalza Colosi. “Il progetto lo dobbiamo portare avanti (…..) L’idea sarebbe quella di poter avere un’operatività sul posto, quindi verrebbe benissimo avere un appoggio tipo…penso insomma a quello che potrebbe dare lei….“, precisa Palazzetti. Colosi aggiunge: “Mi diceva il dottore Minutoli che mi cercava Daniela Raco. Non è la vostra….?Si. E’ la nostra dipendente sul posto…quindi parla tranquillamente a nome dell’azienda”, conferma l’amministratore di Astelegali.net, che fornisce all’imprenditore il numero di cellulare della referente a Messina.

Passano poche ore e Colosi telefona all’avvocato Raco: “Sono Colosi. Ci siamo incontrati dal dottore Minutoli. Il dottore Palazzetti mi ha dato il suo numero. Mi diceva il dottore Minutoli che appunto le aveva detto un attimino se potevamo incontrarci ..non so per vedere se quel discorso è…è possibile portarlo avanti“, spiega Colosi. L’avvocato Raco dichiara la sua disponibilità. Da quel giorno in poi, vengono registrati diversi incontri tra Colosi, Raco e Palazzetti. L’oggetto è sempre lo stesso.

La liaison va avanti alcune settimane.

Il tradimento

A novembre il nuovo colpo di fulmine.

Colosi raffredda i rapporti con i vertici di Astelegali.net Spa e inizia febbrili contatti con i vertici di Edicom Srl, con cui imbastisce i contatti più seri e più concreti.

Il presidente della fallimentare nel corso dell’interrogatorio ha negato di aver fatto da tramite.

Sul punto però le intercettazioni lo smentiscono.

In effetti, il primo contatto telefonico tra Alessandro Arlotta il legale rappresentante di Edicom Srl e Colosi è telefonico ed è finalizzato a un incontro.

E’ il 12 novembre del 2015. I due non si sono mai visti, ma la ragione della telefonata è chiara come è chiaro chi sia stato indirettamente a favorire il contatto. “Avevo parlato con la mia collaboratrice Daniela Bottari e….volevamo parlare un attimo per quel discorso della vendita telematica del Tribunale (….) volevo parlare con lei perché so che insomma c’era questo interesse“, spiega Arlotta a Colosi.

Si, c’era questo interesse”, ribatte subito Colosi. “Ci possiamo vedere dove la sua collaboratrice ha preso il cocktail assieme al dottore Minutoli, da Casaramona“, sottolinea.

Minutoli d’altro canto è entusiasta di Daniela Bottari, distaccata, quale referente a Messina di Edicom srl, in una stanza del Tribunale e del suo capo Arlotta e viene a sapere da subito che Colosi è entrato in contatto con quest’ultimo.

Il giorno dopo, il 13 novembre 2015, infatti, Colosi è nell’ufficio di Minutoli: “Adesso c’è un buon feeling con la Bottari…“, osserva Colosi. “Questa della Edicom“, completa Minutoli. “E’una persona intelligente.Che tra l’altro il suo capo, Arlotta, è bravo. Un cervellone“, aggiunge Colosi. “Sono in gamba questi, me ne sono accorto che sono persone attive“, rincara Minutoli. Che si spinge oltre gli apprezzamenti: “Chissà se un domani si può….“. “Certo“, risponde Colosi.

I rapporti si raffreddano e subentra la delusione

Lo scemare dell’interesse di Colosi e delle sollecitazioni di Minutoli viene registrato dai referenti di Astelegali.net Spa, che però non immaginano sia frutto dell’intensificarsi dei rapporti con la concorrenza: “Minutoli inizialmente voleva che mettessimo a suo compare, poi ha fatto marcia indietro“, afferma Daniela Raco l’11 novembre del 2015 al telefono con un collega. Qualche ora dopo è a colloquio con altra collega. Che attacca: “L’interesse che aveva Minutoli era circoscritto perché….“. “Adesso se ne sta sbattendo, cioè loro avevano interesse a fare entrare l’amico…“, conferma la Raco. “Adesso è rimasto tutto come prima…non ha dato neanche impulso..cioè non ha fatto nient’altro….“, rilancia la collega.

Ma in realtà non c’era stato alcuno stop.

Dal notaio…operazione quasi in porto

Negli stessi giorni di novembre infatti i contatti tra Arlotta e Colosi si fanno intensi.

L’imprenditore messinese è certo che l’operazione possa andare in porto.

Si attiva, infatti, per cercare un locale da adibire a deposito dei beni da mettere all’asta e soprattutto si reca dal commercialista prima e dal notaio poi per costituire una società ad hoc (cui era stato già trovato un nome: Servizi vendite giudiziarie Srl).

I “non ricordo” di un giudice

“Sa se Colosi si sia recato dal notaio per costituire una società?”, chiedono a Minutoli i magistrati reggini. “Non me lo ricordo”, ha risposto il giudice nell’interrogatorio del 21 luglio del 2016, a pochi mesi dai fatti.

Eppure, Colosi il 20 novembre del 2015 nel corso di un colloquio con la moglie riferisce: “Giuseppe mi ha detto..se trovi un dottore commercialista che ti fa da amministratore è meglio, io non so niente, non voglio sapere niente”.

Sinergie fruttifere

Tutti i passaggi per la creazione della nuova società sono concordati proprio con l’amministratore di Edicom Srl, Arlotta, con il quale sono registrati contatti continui.

“Con l’anno nuovo si può partire tranquillamente”, si sbilancia Arlotta in una telefonata intercorsa con Colosi il  23 novembre del 2015.

Nelle stesse ore in cui Colosi e Arlotta (mai iscritto nel registro degli indagati nell’ambito di questa inchiesta) congegnano la forma della nuova società che deve approdare al Tribunale, Minutoli chiama l’amministratore di Edicom srl. E’ il 3 dicembre.

La società da tempo si era impegnata a pagare le spese di organizzazione della sala dove si sarebbe tenuto un convegno organizzato da Minutoli e allietato dalla presenza di un giudice della Corte di Cassazione.

Ma ci sono da definire dei dettagli. Tra questi le spese per il pranzo tra Minutoli e il giudice ospite e le rispettive famiglie.

Offro io…un contributo è necessario

“Lei ha sistemato per quanto riguarda il pranzo?”, chiede a un certo punto Arlotta. “Per il pranzo avevo pensato se era possibile fare riferimento a voi…”, risponde il presidente della Fallimentare. “Si”, afferma subito Arlotta. “Si metta d’accordo con Gianfranco Colosi… per la fatturazione elettronica…(…) ma anche di essere limitato nelle pretese…”, suggerisce Minutoli. “Non si preoccupi. Avevamo appuntamento per domani… E’ una persona generosa”, lo rassicura Arlotta. “E’ una persona in gamba“, ribadisce il giudice. “Ci siamo trovati….Per qualsiasi cosa mi chiami, sono a sua disposizione“, lo congeda Arlotta.

Com’è andata?“, chiede per sms Colosi a Minutoli non appena gli ospiti lasciano Casaramona. “Complimenti per il pranzo…Abbiamo mangiato benissimo…Me lo ha ripetuto più volte e lui (il giudice della Cassazione, ndr) gira molto“, risponde Minutoli qualche ora dopo. “Meno male – esclama Colosi – Domattina poi ci vado lì… a che ora parte?“. Minutoli suggerisce: “Se gli vuoi portare qualche cosettina gli fa piacere“. Detto, fatto.

Il Romeo innamorato ma ignaro

Chi invece è sicuramente in attesa dell’assunzione è la compagna dell’allora capo della Dia “Lillo” Romeo.

L’ufficiale è convinto che Colosi da un momento all’altro avrebbe iniziato la nuova attività.

Dall’attività di indagine è emerso che Colosi lo ha tenuto costantemente informato sugli incontri e le trattative con i vertici delle due società di vendita telematica.

Ad alcuni, documentati con appostamenti, ha partecipato lo stesso ufficiale che poi ha intrattenuto relazioni telefoniche con l’amministratore di Edicom Srl Arlotta.

A dicembre del 2015 la sua convivente Maria Laura Pulejo è in fibrillazione: ha problemi lavorativi; Gianfranco Colosi le ha prospettato la possibilità di lavorare nella nuova società e la necessità di fare prima tirocinio nella sede Edicom Srl di Reggio calabria, ma cerca qualche certezza in più.

Romeo tenta di offrirgliela: “La cosa di Gianfranco mi pare la più concreta. Perché la farà..questa cosa lui la farà…si deve vedere quando…se a gennaio, a febbraio…ma la farà sicuramente“, afferma l’ufficiale il 15 dicembre del 2015. “Appena questo (il riferimento è ad Arlotta, ndr) capita a Messina te lo fa incontrare cosi tu da quel momento puoi andare a Reggio (alla sede Edicom, ndr) a vedere come funziona il lavoro…“, sottolinea Il tenente colonnello dei carabinieri Romeo. Che nel frattempo è finito nella rete dell’inchiesta su Antonello Montante, uno dei (tanti) paladini dell’antimafia della Sicilia, ed è sotto processo a Caltanissetta accusato di aver distrutto una relazione di servizio in cui dava atto che l’allora presidente di Confindustria Sicilia l’aveva minacciato.

Il cambio di rotta e il naufragio

Nonostante le certezze di Romeo, l’avventura di Colosi viene stoppata.

D’improvviso, subito dopo l’epifania del 2016, altro colpo di scena.

Minutoli prende le distanze da Edicom srl. Colosi dal canto suo sospende ogni attività diretta a realizzare il progetto. Non vengono più registrate telefonate scottanti. L’Istituto vendite giudiziarie della famiglia Attinà stipula una convenzione con la società concorrente Astelegali.net Spa e da allora, anche con il placet del presidente Minutoli, continua a lavorare per la sezione fallimentare del Tribunale di Messina.

Misteri irrisolti

Cos’è accaduto? 

Qualcuno – per puro caso – ha avvisato il magistrato che c’erano indagini in corso?

E’ questa un’altra domanda a cui l’inchiesta non ha dato sinora risposta.

 

Disastro nella gestione dell’emergenza (che a Messina non c’è stata) Covid 19: ecco perché il manager dell’Asp 5 Paolo La Paglia deve essere licenziato secondo la relazione impietosa e disarmante della commissione ispettiva regionale

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Il manager dell’asp 5 di Messina Paolo La Paglia

 

Costituzione dell’unità di crisi aziendale. Caricamento puntuale sulla piattaforma del numero dei tamponi eseguiti e dell’esito degli stessi. Aggiornamento quotidiano della situazione dei posti letto negli ospedali della provincia.  Contact tracing. Reclutamento e organizzazione del personale dedicato all’emergenza. Potenziamento dei laboratori di analisi. Gestione dei rifiuti speciali dei soggetti positivi.

Non c’è uno solo di questi obiettivi dettati dalla normativa nazionale e regionale per fronteggiare l’epidemia di Covid 19 che è stato realizzato dall’Azienda sanitaria provinciale di Messina tra il marzo e il dicembre del 2020.

Sono queste le conclusioni cui è giunta che la commissione ispettiva nominata dall’assessore regionale alla sanità Ruggero Razza il 16 dicembre del 2020.

Emerge l’inadeguatezza dell’organizzazione nel suo complesso ad incidere con successo sui risultati dei processi organizzativi interni e nell’individuare risposte efficaci,tempestive e funzionali alle nuove esigenze legate all’epidemia di Covid 19. Si evidenzia la criticità nelle relazioni tra le varie articolazioni aziendali,la scarsa capacità di coordinamento delle diverse figure, uffici, settori deputate alla gestione dell’emergenza Covid e la difficoltà, su aspetti prioritari, di gestire adeguatamente i rapporti con la ditta informatica”, hanno scritto in sintesi gli ispettori regionali al termine della loro relazione, consegnata – dopo 7 giorni di lavoro – il 24 dicembre all’assessore Razza.

Gli ispettori hanno verificato, punto per punto, se e in che misura  l’Asp 5 ha adottato le misure imposte in vista dell’ondata epidemica.

Nel corso di nove mesi non è stato minimamente o parzialmente realizzato neppure uno degli obiettivi previsti.

Dalla lettura attenta della relazione ne esce uno spaccato impietoso e disarmante  del modo in cui la (paventata) emergenza coronavirus è stata gestita nel territorio di competenza dell’Asp 5.

E’ sulla scorta di questa relazione di 31 pagine che il presidente della Regione Nello Musumeci il 17 febbraio ha avviato la procedura diretta al licenziamento del direttore generale dell’azienda provinciale Paolo La Paglia.

La lettera di contestazione conteneva l’invito a controdedurre nel termine di 30 giorni.

Il giorno successivo però – nelle more della procedimento diretto alla risoluzione del contratto – il presidente della regione ha comunque disposto la sospensione dall’incarico di La Paglia.

Al manager nisseno era stata già offerta la possibilità di spiegare la sue ragioni nel corso di un’audizione tenuta a Palermo il 20 gennaio 2021 davanti ai due dirigenti generali dell’assessorato regionale.

Ma – a parere dei due dirigenti regionali – le sue giustificazioni non hanno minimamente scalfito la fondatezza dei gravi rilievi messi nero su bianco dagli ispettori.

Benché – a leggere la relazione – l’Asp 5 di Messina ha mostrato una totale inadeguatezza e carenze gravissime  in tutti i settori – l’emergenza sanitaria -quella vera non quella inventata da politicanti e giornalisti servi del potere – a Messina non c’è stata.

Lo dimostrano anche i dati diffusi qualche giorno fa dallo stesso assessorato alla Sanità.

L’emergenza non c’è stata né in termini di numero dei contagiati, né in termini di mortalità, né in termini di stress del sistema sanitario (occupazione posti letto).

Non c’è stata  – soprattutto – in termini di eccesso di mortalità rispetto agli anni precedenti.

La città di Messina e la sua provincia hanno i dati migliori di tutta la Sicilia. E la regione Sicilia tra i dati migliori di tutta Italia.

 

Asp 5 di Messina, il presidente della Regione Nello Musumeci avvia la procedura di decadenza del direttore generale Paolo La Paglia

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Il manager Paolo La Paglia

 

Il manager nisseno Paolo La Paglia è sull’uscio del portone dell’Asp 5 di Messina.

Nella giornata di oggi, il presidente della Regione Nello Musumeci ha avviato la procedura diretta al licenziamento del direttore generale dell’azienda provinciale.

Alla base della decisione le risultanze del lavoro della commissione ispettiva istituita lo scorso 17 dicembre 2020 dall’assessore alla Sanità Ruggero Razza.

La relazione inviata all’assessore Razza il 24 dicembre 2020 segnala “rilevanti criticità” nella gestione dell’azienda sanitaria provinciale.

Al manager era stata già offerta la possibilità di spiegare la sue ragioni nel corso di un’audizione tenuta a Palermo il 20 gennaio 2021 davanti ai due dirigenti generali dell’assessorato regionale.

Ma evidentemente non è stato capace o non ha potuto convincerli della infondatezza dei rilievi.

Le risultanze dall’attività ispettiva sono state condivise da Ruggero Razza, ovvero di colui che, di concerto con il presidente Musumeci, lo aveva nominato ritenendolo competente e capace.

Musumeci gli ha oggi contestato le ragioni che giustificano – secondo l’amministrazione regionale – lo scioglimento del contratto di direttore generale.

La Paglia avrà ora 30 giorni di tempo per far pervenire le sue controdeduzioni, dopo di ché il pallino delle decisione finale tornerà in mano al presidente Musumeci.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL CASO: La “polizia politica” fuorilegge di Cateno De Luca e gli inviti “abnormi” del capo della Procura Maurizio De Lucia al sindaco di Messina. Cronaca di un cortocircuito istituzionale. Il magistrato smentisce La Gazzetta del Sud che insiste: chi mente?

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Può esistere in un ordinamento liberale e democratico un organo denominato di polizia giudiziaria che svolga la sua attività alle dirette dipendenze e sotto la direzione di autorità diverse dalla Procura della Repubblica?

La risposta è no. Assolutamente no. Certo che no.

La ragione è semplice ed ha a che fare con la tutela delle libertà fondamentali dei cittadini: si tratta di impedire che, in barba al principio di separazioni dei poteri, un soggetto politico, per sua natura non imparziale, possa usare uno strumento, quello delle indagini (magari create o orientate ad arte) svolte da un organo di polizia sottoposto al suo potere gerarchico, per porre in essere ritorsioni o ricatti.

Un pò quello che capitava – con le dovute proporzioni – con la polizia politica di stampo dittatoriale.

Non può esistere questo organo di polizia giudiziaria, al di là dell’attività che svolge, neppure sotto il profilo formale: per l’ovvia ragione che usando questa denominazione (presente anche sulla carta intestata), che evoca indagini di rilievo penale ordinati dalla magistratura, si esercita sui cittadini e sui rappresentati delle altre istituzioni con cui interloquisce un’indebita pressione.

Eppure, ciò che è proprio dei regimi fascisti, a Messina è stato ideato e messo nero su bianco in una delibera della Giunta guidata dal Sindaco Cateno De Luca.

Precisamente la  “Sezione operativa di polizia giudiziaria” altra e parallela a quella legale “Aliquota di Polizia municipale” posta alle dirette dipendenze della Procura, è stata istituita dalla delibera di Giunta 435 del 28 giugno del 2019.

In precedenza, infatti, negli organigrammi del Comune non si trova traccia di questa Sezione speciale.

Basta dare una lettura allo stralcio della delibera del 2019 per comprendere l’aberrazione messa nero su bianco: 

Vengono citate alcune norme del Codice di procedura penale per attribuire a questo corpo speciale la possibilità di svolgere addirittura “di propria iniziativa”  attività diretta all’accertamento di illeciti e responsabilità penali.

Ma le norme del codice di procedura penale richiamate stabiliscono esattamente l’opposto: questo tipo di attività può essere svolta solo esclusivamente da un organo posto alle dipendenze e sotto la direzione della Procura.

Ovvero soltanto dall’organo individuato al punto successivo, il 10. , della stessa Delibera di Giunta:

 

Che qualcosa non andasse nel modo di agire di questo organismo fuorilegge lo ha rilevato di recente finanche il capo della Procura della Repubblica di Messina, Maurizio De Lucia, al quale questa “Sezione di polizia giudiziaria della polizia municipale” che agiva autonomamente dall’organo giudiziario da mesi faceva giungere informative di reato.

De Lucia ha scritto al sindaco Cateno De Luca “per invitarlo a adeguare il comportamento della polizia municipale di Messina (ovvero di questa Sezione speciale” ai canoni di legge”.

Da quanto scrive il procuratore De Lucia, a Messina quello che la legge voleva impedire si è verificato.

E’ accaduto che un organo politico, quale il sindaco, abbia indotto o meglio “ordinato” a questa polizia alle sue dipendenze gerarchiche di fare indagini su fatti che ha ritenuto penalmente rilevanti riguardanti cittadini, in ipotesi astratta – giusto per fare un esempio utile a capire la gravità di quanto accaduto – suoi avversari politici.

L’escamotage usato dal sindaco – sempre sulla base della lettera del magistrato De Lucia – sarebbe stato quello della denuncia o della querela da parte del sindaco non all’autorità giudiziaria deputata a riceverla, come prevede la legge, ma alla “sua” Sezione speciale di polizia giudiziaria.

Tuttavia, l’iniziativa del procuratore Maurizio De Lucia per certi versi è inquietante quanto, se non di più, della stessa esistenza di questa sorta di polizia giudiziaria fuorilegge.

Non si ha notizia, infatti, di vertici della Procura che, muovendosi nell’alveo della legalità, invitano un sindaco, cioè un organo politico, a fare o non fare delle cose.

La Procura istituzionalmente e per dettato costituzionale, apprende le notizie di reato, coordina le indagini per accertarne la sussistenza, individua i presunti responsabili, esercita l’azione penale e, in caso di rinvio a giudizio, rappresenta la pubblica accusa in giudizio. Stop.

Il resto significa travalicare le proprie competenze.

Sono individuabili nei comportamenti degli agenti di questo organismo di polizia giudiziaria fatti penalmente rilevanti. E in caso positivo, la loro condotta è stata posta in essere su ordine o richiesta del sindaco o di qualche assessore, che a quel punto sarebbero concorrenti nel reato?

Perché un sindaco invece di presentare le sue (legittime, in ipotesi) denunce agli organi deputati per legge a riceverle, si rivolge a un corpo di polizia municipale fuorilegge e sottoposto al suo controllo?

Queste sono le domande a cui la Procura dovrebbe dare risposta. Questo è ciò che hanno diritto di sapere i cittadini messinesi.

Invece, De Lucia si è avventurato in una lettera di invito.

E’ come se un pubblico ministero, venuto a conoscenza che i secondini di un istituto penitenziario calpestano i diritti fondamentali dei detenuti, scriva al direttore del carcere per invitarlo a farli smettere.

Nel caso di specie, poi, la lettera di invito al sindaco inviata da De Lucia tramite protocollo generale (e quindi conoscibile da chicchessia) ha determinato una sorta di cortocircuito mediatico/politico/giudiziario. 

Se c’erano delle indagini in corso, infatti, De Lucia con la sua lettera ne ha rilevato l’esistenza agli interessati, in spregio al segreto d’ufficio.

Il giornalista della Gazzetta del sud Nuccio Anselmo, infatti, qualche giorno dopo ha dato notizia di vigili sotto inchiesta per i reati gravi di abuso d’ufficio e falso.

Lo stesso giorno però De Lucia – non appena ha letto il giornale – ha smentito categoricamente la notizia con una nota all’Ansa, la più importante agenzia di stampa italiana.

Il perché un magistrato debba preoccuparsi di smentire una notizia falsa (delle decine pubblicate ogni giorno) rimane un mistero.

Il giornalista Anselmo tuttavia ha ribadito che di vigili sotto procedimento penale – checchè ne dica De Lucia – ce ne sono. Eccome, se ce ne sono. 

Dunque – secondo il migliore dei giornalisti della Gazzetta del Sud –  o De Lucia dice una cosa falsa o non sa quello che fanno i suoi sostituti procuratori, magari gli stessi con cui ha parlato Anselmo.

Secondo De Lucia, invece, chi non ha cognizione di ciò che scrive è Anselmo.

In attesa che Anselmo e De Lucia si mettano d’accordo, Cateno De Luca – da par suo –  ne ha approfittato per abbozzare la sua vittimistica e scontata difesa: “Contro di me si sta preparando una nuova lupara giudiziaria”. 

Poco manca si giustifichi sostenendo che aveva creato questo speciale corpo di polizia (non a caso, “giudiziaria”) proprio per prevenirla. 

Il RETROSCENA. Competenze & ricatti: La commissaria Covid Maria Grazia Furnari mette i puntini sulle i, Cateno De Luca la minaccia evocando la “debolezza” della “parentela” con il capo della Procura: “Voglio tutti i dati o ti denuncio all’autorità giudiziaria”. La manager si piega. Gli aveva scritto: “Sindaco senza poteri sulla gestione sanitaria”.

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Il sindaco Cateno De Luca e la commissaria emergenza Covid Maria Grazia Furnari

 

La commissaria per l’emergenza Covid Maria Grazia Furnari mette – garbatamente – i puntini sulle i. Per tutta risposta, il sindaco Cateno De Luca minaccia di denunciarla ai magistrati della Procura della Repubblica, guidati dal cognato della manager Maurizio De Lucia, evocando un caso di conflitto di interessi e di imbarazzo istituzionale.

Alla fine, la Furnari si piega, ma salva le apparenze.

Era prevedibile. E’ stato previsto. E’ accaduto.

La prova di quanto fosse inopportuna la decisione dell’assessore alla sanità Ruggero Razza e del presidente Nello Musumeci di affidare alla vigilia di Natale la gestione dell’emergenza (infinita) coronavirus alla manager palermitana dal legame ingombrante in riva allo Stretto, è arrivata nel giro di poche settimane dall’insediamento.

De Luca, unico sindaco di italia che ritiene di aver diritto di ingerirsi nella gestione dell’emergenza coronavirus, attaccando quotidianamente attraverso face book i vertici della locale azienda sanitaria provinciale, non ha avuto esitazione a fare leva sulla “debolezza” della commissaria, non appena questa si è “ribellata” ai suoi voleri.

Tavoli tecnici, la passione di De Luca

Il casus belli è nato dalla convocazione da parte di Cateno De Luca di un tavolo tecnico per sabato 23 gennaio in cui discutere una serie di problematiche relative all’emergenza Covid in città: l’ennesimo convivio – per molti addetti ai lavori – stucchevole e causa di perdita di tempo.

Rifiuti, dati epidemiologici, istituzione Unità di medici per l’assistenza a casa, e banca dati contagiati: questi alcuni dei temi fissati all’ordine del giorno dal sindaco.

Questione di competenze

La commissaria con tono cortese e misurato ha declinato l’invito provando a spiegare a De Luca che il sindaco non ha competenze operative in materia di misure sanitarie e non ne ha, a maggior ragione, in materia di emergenza Covid:

Sono spiacente di dover declinare l’invito a partecipare al tavolo
tecnico convocato dalla Signoria Vostra per la giornata di domani, sabato 23 gennaio. Sul punto, mi corre l’obbligo di precisare che le attività indicate all’ordine del giorno dei lavori del suddetto tavolo riguardano a ben vedere competenze di organizzazione sanitaria istituzionalmente in capo all’assessorato Regionale della Salute anche per il tramite della scrivente
Commissario ad acta.
Pur apprezzando comunque la disponibilità di codesta Amministrazione comunale, come si è fattivamente dimostrato con la frequentissima celebrazione di tavoli congiunti, le attività di cui si chiede di discutere nella riunione della giornata di domani risultano già avviate e/o poste in essere,  attraverso l’Ufficio commissariale di competenza e in sinergia con l’ASP di Messina e le Aziende del Servizio sanitario regionale della provincia.
A parere della scrivente, emerge dalla suddetta convocazione che l’Amministrazione Comunale di Messina intenderebbe discutere nel merito dello svolgimento di attività che, in disparte l’ordinaria organizzazione amministrativa e il riparto di competenze in materia di sanità pubblica (che, come è noto, in forza della c.d. aziendalizzazione del S.S.N., operata fin dal d.lgs 502/1992, è stata sottratta dalle prerogative degli enti locali), risultano già disciplinate dalla normativa emergenziale e dai protocolli ministeriali e regionali fino a questo momento adottati in materia di  emergenza epidemiologica da Covid-19“, ha precisato Maria Grazia Furnari in una nota datata 22 gennaio.

In nessun comune di Italia e di Sicilia, neanche nelle città che hanno mortalità e percentuali di positivi di gran lunga superiore a Messina, i sindaci indicono quasi quotidianamente tavoli tecnici convocando agli orari a loro più graditi i manager delle aziende ospedaliere per discutere di questioni sanitarie.

La manager ha richiamato alla difesa di questo principio di autonomia anche i vertici delle aziende ospedaliere della città: “La presente è rivolta altresì ai Direttori delle altre Aziende Ospedaliere che a maggior ragione, per le peculiari competenze sanitarie a cui assolvono, appaiono avulse dall’iniziativa in commento“, ha precisato, inviando la lettera alle diverse autorità convocate.

Ciò detto, con riferimento alle prerogative di cui all’incarico che rivesto, confermo la mia piena disponibilità a svolgere un attento monitoraggio della gestione dell’attuale Emergenza da parte di tutti gli attori coinvolti”,ha comunque ribadito al sindaco.

L’ira funesta del sindaco esperto di emergenze

Non appena De Luca ha letto la nota del commissario è andato su tutte le furie, come traspare dalle pesanti espressioni usate nella lettera che le ha indirizzato il giorno dopo, 23 gennaio.

Un profluvio di accuse e contestazioni lunghe 6 pagine fitte, fitte: “Prendo atto della Sua rivendicazione di assoluta ed esclusiva competenza sulla gestione dell’emergenza sanitaria, laddove la Signoria sua decide arbitrariamente di escludere l’Amministrazione comunale dal confronto (…) e non posso esimermi dal rilevare che con la sua dichiarazione ha manifestato il totale dispregio nei confronti di questo Sindaco e della sua autorità e dei suoi compiti sicché – a Suo parere – l’avvenuta disciplina delle attività emergenziali impedirebbe a questa Amministrazione di entrare nel merito delle modalità con le quali l’Asp di Messina e il Suo Ufficio Commissariale hanno gestito l’emergenza”, ha polemizzato De Luca. 

Il sindaco non ha potuto contestare il principio di autonomia ma ha insistito su un punto: il diritto a conoscere i dati dei contagi e della situazione degli ospedali:”Forse Lei ha trascurato di considerare, mentre redigeva la nota di rifiuto alla convocazione al tavolo, che i dati relativi all’andamento epidemiologico che si era già impegnata a fornire ed aggiornare, non possono essere omessi al Sindaco che ha adottato una Ordinanza che ha superato per ben due volte il vaglio del giudizio monocratico da parte del Tar  Sicilia, che ha ritenuto che proprio i dati relativi all’andamento del contagio contenuti nelle motivazioni dell’Ordinanza ne legittimassero le disposizioni più restrittive rispetto a quelle di carattere nazionale e regionale. Omettere i  dati che si era impegnata a comunicare, e che Le vengono richiesti anche con la presente, significa impedire al Sindaco di valutare l’efficacia delle misure adottate, impedire al Sindaco di valutare l’eventuale proroga delle stesse o la loro rimodulazione. Significa, in poche parole, impedire al Sindaco di esercitare i propri poteri, privandolo illegittimamente di dati che non possono e non devono essere taciuti”, ha sottolineato De Luca il 23 gennaio, riconvocando comunque il tavolo tecnico per il giorno successivo di domenica 24 gennaio. 

Il primo cittadino ha così diffidato la commissaria a fornirgli giornalmente i dati dei positivi, dei posti letto occupati in degenza ordinaria e in terapia intensiva, concludendo minaccioso:

Si avvisa che la mancata trasmissione dei suddetti dati, che dovranno essere trasmessi entro lunedì 25 gennaio 2021, costituirà espressione di rifiuto che, in quanto tale, verrà denunciato all’Autorità Giudiziaria competente territorialmente anche in applicazione dei principi di cui alla Legge n. 248/2002“. 

 

Il ricatto strisciante

La legge che cita De Luca è quella che ha modificato alcune norme del codice di Procedura penale in materia di rimessione: ovvero quell’istituto in forza del quale per legittimo sospetto di non imparzialità del giudice competente il processo debba essere spostato ad altra sede.

De Luca conosce bene la materia perché quando era sotto processo a Messina per una serie di ipotesi di abuso di ufficio e tentata concussione (processo poi finito con l’assoluzione nel merito per alcuni capi di imputazione e per prescrizione per quello più grave) avanzò appunto  richiesta di rimessione, rigettata dalla Corte di Cassazione.

Il messaggio benché cifrato è chiaro e può essere sintetizzato in questi termini grossolani: tu mi contrasti e io ti denuncio e porto il tuo operato davanti alla valutazione dell’ufficio di Procura diretto da tuo cognato, facendo così diventare concreto il conflitto di interessi e creando un problema allo stesso capo della Procura e ai suoi colleghi di Palazzo piacentini, perché tutti potranno dubitare della loro imparzialità.

La lettera di De Luca reca in calce (stampato) anche il nome e cognome dell’assessore con delega all’emergenza Covid Dafne Musolino, ma risulta firmata solo dal sindaco.

Se la manager….incassa e si prepara a vacillare

La missiva di De Luca ha prodotto i risultati voluti.

Maria Grazia Furnari, sempre nella giornata di sabato 23, incassata la dura rampogna del sindaco, ha ripreso penna e carta e ha riscontrato la nota.

Dopo aver fornito una serie di precisazioni su temi oggetti del tavolo tecnico, la manager ha concluso conciliante ma ferma : “Da ultimo, quale spunto metodologico per la utile prosecuzione delle interlocuzioni istituzionali tra questo ufficio commissariale e il Comune di Messina, rilevo per il futuro che le convocazioni ai tavoli debbono essere preferibilmente celebrate – come già avvenuto il 15 gennaio scorso – dinanzi al Prefetto di Messina e, in ogni caso, condivise e preventivamente concordate sia quanto alla data e all’orario di celebrazione che quanto agli argomenti da porre all’ordine del giorno.
Per dette medesime ragioni, preso atto della ulteriore convocazione di cui alla nota prot. n. 19465 di data odierna, faccio presente che non potrò prendere parte all’incontro fissato unilateralmente per domani, domenica 24 gennaio, manifestandomi disponibile per un ulteriore incontro, ribadisco, da concordare congiuntamente”.

Il ripensamento immediato

Detto e sottolineato, ma non fatto.

Maria Grazia Furnari, infatti, domenica 24 gennaio si è regolarmente presentata al tavolo tecnico convocato unilateralmente da De luca.

E il 25 gennaio, nel termine fissato minacciosamente dal primo cittadino, sul tavolo del sindaco sono arrivati i dati dei contagiati e la situazione dei posti letto.

Appalti e proroghe illegali all’Asp 5: veleni giornalistici sul manager Paolo La Paglia. La sospensione della direttrice amministrativa Catena Di Blasi fondata su motivi opposti a quelli rivelati (in esclusiva) dalla Gazzetta del sud. Che fa sua la suggestiva tesi dietrologica e la confonde con i fatti

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Il direttore amministrativo “sospeso” Catena Di Blasi e il direttore generale Paolo La Paglia

 

La Gazzetta del sud nell’edizione di ieri 27 gennaio del 2021, con un servizio a firma di uno dei suoi migliori giornalisti, ha spiegato – in esclusiva – perché il manager dell’Asp 5 Paolo La Paglia il 6 gennaio del 2021 ha sospeso dalle funzioni il direttore amministrativo Catena Di Blasi: “L’appalto conteso e i veleni dell’asp, il titolo del servizio a firma Nuccio Anselmo. “Ecco la vera storia della gara da dieci milioni di euro al centro di forti contrapposizioni“, l’occhiello. “La direttrice amministrativa dell’ente sanitario Di Blasi sospesa per sei mesi dal D.g. La Paglia, dopo aver detto no alla proroga, ha presentato un esposto in Procura e uno al Giudice del lavoro“, il sommario.

A stare alla versione fatta sua dal giornalista, che infatti non usa il virgolettato e precisa di aver letto le carte, c’è una relazione tra  il “no” della Di Blasi alla firma della proroga del contratto a Engie Servizi Spa, titolare da anni dell’appalto di fornitura di energia elettrica e di manutenzione degli impianti energetici di tutti i presidi ospedalieri dell’Asp 5 del valore di 10 milioni di euro all’anno, e il provvedimento di sospensione (adottato “poco tempo dopo”, secondo la testuale espressione della Gazzetta).

Una ritorsione, in altre parole, portata a segno dal Direttore generale.

Quest’ultimo (chissà per quali oscuri motivi è il sospetto che nasce in chi legge) voleva la proroga del contratto di appalto che per legge – come sosteneva la Di Blasi – non si può fare anche perché era necessario affidare l’appalto a Edison Energy Facility Spa, aggiudicataria nel frattempo di una gara centralizzata Consip. 

Una versione analoga ma in termini più prudenti era stata fornita ai lettori qualche giorno prima dalla testata on line meno autorevole (ma solo perché più giovane) messinatoday.it.

Ora, quali carte abbia letto (nell’interesse dei lettori, ovviamente) il giornalista della Gazzetta del sud e a che ora ciò sia accaduto, non è dato saperlo.

E’ sicuramente smentito dalle carte (in altre parole, falso) che la Di Blasi si sia rifiutata di firmare, poco tempo prima della sospensione, la proroga del contratto con Engie Servizi Spa (ex Cofely Spa).

Basta leggere la delibera datata 24 dicembre 2020, n 3749 per verificare non solo che la proroga dall’1 gennaio al 28 febbraio 2021 è stata decisa dai vertici aziendali, ma che reca la firma della stessa direttrice amministrativa Catena Di Blasi (oltre che del direttore generale e del direttore sanitario Dino Alagna).

In precedenza, altre due proroghe (di 11 mesi complessivi) erano state accordate sempre alla stessa Engie Spa: con delibera del 31 gennaio del 2020 n° 888, sino al 31 luglio 2020, la prima; con delibera 2029 del 24 luglio, sino al 31 dicembre 2020, la seconda.

Entrambe sono state firmate dalla stessa Di Blasi.

E’ logicamente possibile che il manager abbia posto a fondamento della sospensione della direttrice una firma “rifiutata” se invece le firme risultano apposte?

Carta canta…(in esclusiva?)

La Paglia  – da quanto si è verificato – nel provvedimento di sospensione invece alla Di Blasi ha contestato l’esatto contrario. 

Più precisamente, di non aver provveduto – quale responsabile di tutta l’attività amministrativa – a predisporre per tempo e correttamente tutti gli adempimenti amministrativi necessari per firmare il contratto con la società Edison Energy Facility Spa. 

Ciò, da un lato, ha obbligato alla proroga con Engie spa, deliberata appunto il 24 dicembre 2020; e, dall’altro, ha fatto spirare il termine ultimo entro cui era possibile stipulare il contratto con Edison Spa alle condizioni favorevoli di aggiudicazione della gara Consip. 

Quest’ultima proroga contrattuale, vietata di regola dalla legge e fonte di possibile responsabilità contabile e disciplinare del direttore generale di un ente pubblico, è seguita alle altre due. 

 

I problemi tecnici e le proroghe

Il contratto con Engie Spa, infatti, era scaduto il 31 gennaio del 2020. 

Le prime due proroghe iniziali sono state motivate con la necessità di procedere a una serie di adempimenti a carico sia della società subentrante Edison che dell’Asp 5, presupposti essenziali alla stipula del nuovo contratto.

Le gare centralizzate Consip sono standard. Nel momento della stipula del contratto bisogna adattare le varie clausole alle caratteristiche specifiche dell’ente pubblico che deve fruire del servizio appaltato.

 

Cronaca di una pubblica amministrazione inefficiente

E’ il 7 gennaio 2020, 23 prima giorni dalla scadenza del contratto con Engie Spa, quando all’Asp 5 sa che è possibile avvalersi dei risultati della gara Consip.

L’azienda sanitaria vi aderisce il giorno stesso.

Si instaura così un contraddittorio tra società Edison Facility Solutions Spa, aggiudicataria della gara Consip, e l’Ufficio Tecnico dell’Asp 5: è infatti la struttura diretta dall’ingegnere Salvatore Trifiletti, titolare e responsabile di tutta la procedura.

Passano i mesi, ma le problematiche tecniche ed economiche che via via insorgono si risolvono con grandi difficoltà.

Dopo la prima proroga del contratto, si rende necessaria la seconda.

Il 23 novembre 2020 la fumata bianca sembra a un passo.

Dieci mesi per stipulare un contratto di appalto con la società aggiudicataria sono un record.

L’Ufficio Tecnico diretto da Trifiletti, infatti, elabora una proposta di delibera per la stipula del contratto con Edison e la invia al direttore generale La Paglia, avvertendolo che ha quattro giorni di tempo per dare il suo assenso. 

Lo schema di contratto non piace per nulla al Energy Manager, responsabile dell’uso razionale dell’energia nell’azienda.

L’ingegnere Carlo Olivo, dopo aver letto le carte, avanza una serie di rilievi.

Nasce un conflitto tra i due ingegneri.

Il manager La Paglia, contrariato per i ritardi con cui la proposta è arrivata sul suo tavolo e per i tempi stretti (4 giorni) per valutare la stessa e non convinto – alla luce del parere dell’Energy manager – della bontà delle soluzione contenute nel contratto elaborato dall’Ufficio tecnico, non firma.

E’ a questa mancata firma che – ha denunciato successivamente e pubblicamente – ricollega “certi attacchi che gli sono giunti da più parti”.

I tempi stringono. Ma la proposta di delibera rimane immutata.

Il 18 dicembre 2020 l’ingegnere Trifiletti informa il manager La Paglia che il termine ultimo per la stipula del contratto con Edison è il 22 dicembre 2020, trascorso il quale l’azienda decade da questa possibilità.

Qualche giorno prima, Trifiletti aveva prospettato allo stesso La Paglia che, in caso di mancata stipula del contratto, l’azienda avrebbe potuto subire un danno di 2 milioni di euro all’anno.

La Paglia, però, è irremovibile.

Ordina agli uffici di formulare una proposta di delibera per la proroga del contratto con Engie Servizi Spa (ex Cofely Italia), 

Che arriva il 24 dicembre e viene firmata anche da Catena Di Blasi.

Qualche giorno dopo, il direttore generale notifica la sospensione per sei mesi alla Di Blasi che egli stesso aveva nominato un anno e mezzo prima evidentemente perché ne conosceva le competenze tecniche.

Secondo La Paglia, chi è a capo e coordina l’attività amministrativa di tutti gli uffici è il responsabile dei ritardi e degli errori nella procedura che doveva portare alla stipula del contratto con Edison Spa.

 

La difesa della direttrice sospesa

Rimanendo a quelli che sono i motivi su cui la sospensione è fondata, la Di Blasi dal canto suo   – è facile dedurlo dalla ricostruzione della vicenda attraverso alcune delibere –  non avrà difficoltà a sostenere davanti al giudice del Lavoro, dov’è finito il contenzioso, che in realtà gli uffici (ovvero l’Ufficio Tecnico di Trifiletti) avevano partorito la proposta di delibera per la stipula del contratto con Edison Spa il 23 novembre 2020, in tempo assolutamente utile e sufficiente per consentirne l’esame al direttore generale.

Di conseguenza, se la delibera non è stata sottoscritta dal direttore generale – secondo la tesi della Di Blasi – è solamente per sua scelta arbitraria.

In ogni caso, le ipotetiche ed eventuali problematicità di merito in essa contenute che hanno sconsigliato La Paglia dall’esprimere il consenso non sono attribuibili alla sua responsabilità non rientrando nelle sue competenze, ma in quelle di tipo tecnico proprie della struttura di Trifiletti..

 

Quando si confondono lucciole per lampioni

In effetti, a andare indietro nella storia di questo travagliato appalto milionario, Catena Di Blasi un “no” al direttore generale lo oppose.

Era il dicembre del 2019, oltre un anno prima, non “poco tempo prima”.

La Engie Spa a primi del 2019, ad un anno dalla scadenza del contratto, propose di rinegoziare (cosa diversa dalla proroga secca) i termini del contratto. 

Partì così una procedura durata mesi, che impegnò vari uffici dell’Asp 5.

La proposta di Engie Spa includeva lavori di efficentamento energetico di tutti i presidi ospedalieri, la riduzione del canone e, in cambio, l’allungamento di altri 10 anni del contratto.

L’ufficio legale dell’Asp diede il suo via libera alla percorribilità giuridica dell’operazione poiché la rinegoziazione era prevista dalla legge per gli appalti di servizio di energia, ma si rimise tuttavia agli uffici tecnici per la valutazione della convenienza economica della stessa.

L’ufficio tecnico di Trifiletti avanzò forti dubbi. L’Energy Manager Carlo Olivo al contrario espresse tutto il suo favore.

La proposta venne rimodulata da Engie Spa, su richiesta dell’Asp 5.

L’Enea (Ente nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico) diede parere positivo alla convenienza economica dell’operazione.

Il direttore generale La Paglia si convinse della bontà dell’operazione “rinegoziazione”, istituto tuttavia oggetto sotto il profilo giuridico di varie disquisizioni in dottrina e di contenziosi davanti all’Anac, l’Autorità anticorruzione. 

A fine dicembre del 2019 la proposta di delibera di rinegoziazione è pronta: a elaborarla l’Ufficio Economico finanziario diretto da Pietro Frassica e non quello Tecnico, esautorato dalla procedimento dopo aver fatto pervenire – nella prima fase della procedura – dei rilievi negativi.

Catena Di Blasi ritenendo che l’operazione non fosse conforme alle legge nega la sua firma. La stessa posizione la assume l’allora direttore sanitario Domenico Sindoni.

Qualche giorno prima, agli inizi di dicembre, era giunta notizia della possibilità per gli enti pubblici siciliani di avvalersi dei risultati della gara Consip, aggiudicata a Edison Spa.

Il direttore generale avrebbe potuto firmare da solo la delibera essendo il legale rappresentante dell’azienda, ma non se ne assunse la responsabilità.  

La rinegoziazione sfuma. Il rapporto di fiducia e la direttrice amministrativa si incrina.

Parte così la procedura per la stipula del contratto con Edison che ancora non si è conclusa.

 

Dietrologie… sul terreno della follia

C’è una relazione tra il no del dicembre del 2019 della Di Blasi e la sua sospensione decretata da La Paglia a gennaio del 2021?

Cioè è ipotizzabile che il manager l’abbia voluta punire per lo sgarbo subito un anno prima?

E, ancora andando appresso a tesi ancora più dietrologiche, è ipotizzabile che La Paglia nel 2020 abbia artatamente negato la firma alla delibera di stipula del contratto con Edison Spa per legittimare l’ennesima proroga a Engie Spa, con cui già voleva sposare l’Asp 5 12 mesi prima per altri 10 anni? Ed è ipotizzabile lo abbia fatto in modo da scaricare le responsabilità sulla Di Blasi, che invece alla rinegoziazione con Engie Spa si era opposta 12 mesi prima? 

Chi è dalla parte della direttrice amministrativa o “odia” il manager ennese sempre più delegittimato anche dalla campagna di denigrazione portata avanti dal sindaco Cateno De Luca, ritiene che a queste domande si possa o si debba dare una risposta positiva.

A lume di logica, però, per poter sostenere queste tesi è necessario affermarne almeno un’altra.

La Paglia è così coraggioso e freddo che, nonostante sia nell’occhio del ciclone da mesi e mentre è in corso un’ispezione regionale sul suo conto, pur di realizzare questo suo diabolico piano accetta di determinare un danno all’azienda di cui è legale rappresentante e di esporre conseguentemente se stesso a responsabilità erariale e disciplinare. 

Se fosse così, per dirimere il contenzioso tra i due manager non di avvocati  e giudici ci sarebbe bisogno, ma di psichiatri di ottimo livello o forse, meglio ancora, di neuropsichiatri infantili.

 

Difetti di procedura

Il giudice del Lavoro tuttavia potrebbe ordinare la reintegrazione della Di Blasi senza entrare nel merito della fondatezza delle censure mosse da La Paglia (e senza nominare consulenti medico legali).

Infatti – secondo certa giurisprudenza – la sospensione del direttore amministrativo ha natura sanzionatoria e prima di adottarla è necessario consentire alla parte di difendersi esponendo le proprie ragioni. Ciò che nel caso di specie non è accaduto.

 

Caso Bisognano: Il Tribunale amministrativo del Lazio avalla la revoca del programma di protezione e “condanna” l’ex boss di Barcellona a rimanere in carcere. Da collaboratore di giustizia si faceva beffa dello Stato e commetteva reati. Per il suo legale Fabio Repici è però vittima di un complotto

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Carmelo Bisognano

Il suo legale Fabio Repici, al contempo legale di varie associazioni e di familiari di vittime della mafia, denuncia da anni a destra e manca sia stato vittima di un complotto.

Ma anche per il Tribunale amministrativo regionale del Lazio Carmelo Bisognano, il boss della mafia di Barcellona, autore di crimini efferati, dal 2010 collaboratore di giustizia, deve rimanere in carcere.

Più specificamente, l’organo di giustizia amministrativa di primo grado con sentenza depositata il 18 gennaio 2021 ha ritenuto giustificata e legittima la revoca del programma di protezione.

Questo, infatti, in concreto significa per il collaboratore di giustizia non poter godere dei benefici economici e delle misure alternative al carcere (ovvero a vivere pressoché libero e protetto benché riconosciuto colpevole di efferati delitti), obiettivo principale di chi, sicuro di essere condannato a lunghissimi periodi di detenzione, decide di “pentirsi” .

Bisognano, infatti, sta scontando una condanna passata in giudicato a 13 anni di reclusione rimediata nell’ambito del processo Gotha per omicidio e associazione mafiosa. E attende l’esito di altri processi che lo vedono imputato di reati molto gravi, alcuni commessi mentre da collaboratore di giustizia godeva di stipendio e protezione dello Stato, che gli pagava pure i due legali.

Una revoca ritardata

La revoca del programma di protezione fu decisa dalla Commissione centrale su richiesta della Direzione nazionale e della Direzione distrettuale antimafia di Messina l’1 agosto del 2017, a distanza di quasi un anno mezzo dagli arresti scattati il 16 maggio del 2016.

Bisognano, invece, era stato arrestato su richiesta degli stessi magistrati della direzione distrettuale antimafia, Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, che ne curarono sin dall’inizio la collaborazione importante per fare luce su delitti rimasti impuniti e mettere alla sbarra decine di affiliati al clan.

Era indiziato dei gravissimi reati di intestazione fittizia di beni, di tentata estorsione, di accesso abusivo al sistema informatico, violazione del segreto d’ufficio false dichiarazioni ai difensori nell’ambito di indagini difensive.

Tuttavia, dal giorno degli arresti e per 15 mesi Bisognano mantenne il programma di protezione nonostante per legge la semplice violazione degli obblighi di condotta assunti dal collaboratore ne debba determinare la revoca, anche se gli inadempimenti dello stesso non sfocino in reati penali.

I giudici del Tribunale amministrativo in un passaggio della sentenza spiegano: “Ciò che appare accertato, e non contestabile, è che le condotte poste in essere dal ricorrente integrano fatti di rilevante gravità (…) Non vi è dubbio che sia imputabile al ricorrente il venire meno, reiteratamente, agli obblighi assunti, perseverando in condotte criminali anche nella vigenza di un programma di protezione che rappresenta un costo elevato per la comunità sia in termini economici che di impiego di personale, oltre a metterne a rischio la sicurezza“.

In precedenza, lo stesso Tar e il Consiglio di Stato avevano rigettato l’istanza cautelare degli avvocati di Bisognano, Biagio Parmaliana e dello stesso Repici.

Bisognano, rimasto senza programma di protezione e recluso quindi in carcere, in attesa che si pronunciassero i giudici penali e amministrativi, ha continuato a collaborare.

Il ministero degli Interni, a tutela della sua incolumità gli garantisce la scorta e speciali misure di protezione.

 

Incastrato alla Vecchia Maniera

Tra il 2015 e il 2016, gli inquirenti del commissariato di Barcellona guidati da Mario Ceraolo scoprirono che Bisognano dalla località protetta, in cui peraltro si muoveva a suo piacimento, usando il fidato collaboratore Angelo Lorisco, aveva costituito una società e, sotto mentite spoglie, aveva ripreso l’attività di impresa, grazie all’aiuto di Tindaro Marino. Quest’ultimo,imprenditore di Gioiosa Marea era sottoposto anch’egli alla misura di prevenzione patrimoniale ed era già condannato in secondo grado per concorso esterno alla mafia.

Per tornare operativo poi – secondo gli accertamenti investigativi – Bisognano, tramite lo stesso Lorisco, strumentalizzando il ruolo di collaboratore, aveva preso di mira i membri della famiglia Torre, titolari di un’azienda: nei loro cantieri cominciò a presentarsi assiduamente Lorisco, che spendendo il nome di Bisognano e minacciando dichiarazioni sul loro conto chiedeva utilità di varia natura.

La Procura, oltre all’intestazione fittizia di beni, infatti, a Bisognano e Lorisco contestò il tentativo di estorsione, consistito nell’aver preteso di far lavorare i propri mezzi negli appalti che i Torre avevano in corso di esecuzione.

Qualche tempo dopo Bisognano è stato riconosciuto colpevole del reato di intestazione fittizia di beni e di tentata estorsione in primo e secondo grado e condannato a 5 anni di reclusione: attende di giocarsi le ultime carte in Cassazione.

Nel frattempo, è finito sotto processo a Barcellona per un’altra ipotesi di estorsione, questa volta consumata, sempre ai danni degli stessi imprenditori Torre e sempre commessa da collaboratore di giustizia. Sfuggita in un primo tempo alla Procura, è oggetto di un giudizio pendente in primo grado.

Ancora, al Tribunale di Rieti Bisognano è alla sbarra per accesso abusivo al sistema informatico e violazione del segreto d’ufficio.

Sempre dalle indagini del commissariato di Barcellona emerse che due degli agenti (Domenico Tagliente e Enrico Abbina) che dovevano proteggerlo e controllarlo, avevano intessuto con il collaboratore un rapporto di complicità che consentiva a quest’ultimo di muoversi e incontrarsi a suo piacimento con i suoi due legali Fabio Repici e Mariella Cicero e anche con altri collaboratori di giustizia, in violazione di ogni norma regolamentare e, soprattutto, di avere libero accesso al sistema informatico della polizia.

 

La “truffa” a Tindaro Marino

Le intercettazioni dell’Inchiesta Vecchia Maniera disvelarono che Bisognano in cambio dell’aiuto economico di Tindaro Marino, si era impegnato nell’ambito di indagini difensive a fare nuove e diverse dichiarazioni favorevoli all’imprenditore di Gioiosa Marea, in modo da alleggerirne la posizione in vista del giudizio della Cassazione per concorso esterno alla mafia e di quello diretto al sequestro di tutti i beni nel procedimento di prevenzione patrimoniale pendente in appello.

Al momento della richiesta di misura cautelare, i due sostituti Di Giorgio e Cavallo dopo aver confrontato le dichiarazioni rese da Bisognano in precedenza sul conto di Marino con quelle rese il 30 settembre del 2015 al difensore di Marino, Salvatore Silvestro (presenti i difensori del collaboratore Fabio Repici e la collega di studio Mariella Cicero) si erano convinti che questi avesse cambiato effettivamente le dichiarazioni, depositate effettivamente in Cassazione e nel giudizio di prevenzione dal legale di Marino.

Dello stesso avviso Monica Marino, il Gip che accolse la richiesta di misure cautelari.

E’ stato lo stesso collaboratore di giustizia nell’interrogatorio di garanzia ad ammettere: “Mi sono messo d’accordo per modificare le dichiarazioni, ma poi non l’ho fatto”.

Proprio a seguito di questa giustificazione, i due pubblici ministeri cambiarono idea chiedendo per questo capo di accusa l’archiviazione.

Il Gip Monica Marino rimase della sua idea. Ha rigettato e ordinato l’imputazione coattiva: “Le dichiarazioni sono state cambiate per interessi economici”, scrisse il Gip Marino dopo aver messo ancora una volta a confronto le dichiarazioni.

Tre mesi dopo, il 17 novembre del 2017, un altro Gip del Tribunale di Messina Simona Finocchiaro accolse la richiesta di archiviazione ribadita dai due sostituti della Dda.

In conclusione, a seguire le conclusioni dell’inchiesta su questa imputazione, Bisognano “truffò” il suo “socio finanziatore” Tindaro Marino.

 

In attesa di novità da Reggio Calabria

 

L’ex boss di Barcellona attende pure l’esito del giudizio di appello del processo Sistema, nato dalle dichiarazioni di Maurizio Marchetta, l’imprenditore di Barcellona che nel 2008 inizio a collaborare con gli inquirenti della squadra mobile, spiegando tra le altre cose di essere vittima del clan guidato da Bisognano.

Fu a seguito degli arresti nell’ambito dell’inchiesta Sistema fondata sulle dichiarazioni di Marchetta che Bisognano decise di collaborare con la giustizia. 

In primo grado, Bisognano fu condannato a 8 anni di reclusione in abbreviato. In appello fu assolto in quanto Marchetta fu ritenuto non attendibile.

Ma la Corte di cassazione ritenendo che sul punto della inattendibilità di Marchetta i giudici messinesi non avessero motivato logicamente e adeguatamente, ha annullato con rinvio a Reggio Calabria, dove verrà celebrato il processo d’appello. 

 

Il complottismo da operetta

Tuttavia, per il legale Fabio Repici che, insieme alla collega di studio Mariella Cicero, sin dall’inizio della collaborazione lo ha assistito, Bisognano è vittima di un complotto ordito dal commissario Ceraolo, dall’avvocato Ugo Colonna, da Saro Cattafi, l’avvocato di Barcellona accusato da Bisognano di essere stato il capo della mafia di Barcellona sino al 2012 e tuttavia assolto, e dal legale di quest’ultimo, Salvatore Silvestro.

Il collaboratore – a tirare le fila delle accuse di Repici – violava la legge – come hanno stabilito decine di giudici penali e amministrativi – per fare una cortesia ai protagonisti del complotto. 

Repici ha indicato una delle possibili finalità del complotto: “E’ stata un’operazione tesa a fare conseguire a Cattafi l’impunità”, ha ripetuto più volte, anche sfidando la logica, senza offrire né fatti, né elementi di prove.

 

Il complottismo alla prova della cronologia

Le dichiarazioni accusatorie Bisognano su Cattafi sono state ritenute non riscontrate né credibili dalla Corte d’appello di Messina che, riformando la condanna di primo grado, ha assolto Cattafi dall’accusa di essere stato non solo capo della mafia ma anche semplice affiliato dal 2000 in poi.

La sentenza della Corte d’appello, che successivamente ha avuto l’avallo della Corte di Cassazione, è del 24 novembre del 2015, di 7 mesi prima che Bisognano fosse arrestato nell’ambito di Vecchia Maniera e si conoscessero le imprese che realizzava mentre era collaboratore di giustizia.

 

Covid, emergenza sprechi: l’Asp 5 assume decine di medici a 40 euro all’ora ma lascia da 7 mesi inoperosi 9 medici dei Presidi di primo intervento. I sanitari aspettano i pazienti nei due ambulatori della città in cui però è vietato entrare

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Il poliambulatorio di via del Vespro sede di un Ppi dell’Asp 5 di Messina

 

Da 7 mesi, dall’estate scorsa, non hanno alcuna incombenza quotidiana se non aspettare che passino i secondi, i minuti, le ore di servizio. E poi controllare a fine mese che sul conto corrente giunga regolarmente la paga dell’Azienda sanitaria provinciale di Messina.

Sono i medici dei due Ppi, Punto di primo intervento, della città di Messina: strutture aperte dalle 8 di mattina alle 20 di sera, che nella logica della politica sanitaria regionale dovrebbero assicurare l’assistenza sanitaria ai casi più semplici, in modo da impedire l’afflusso incontrollato ai Pronto soccorso degli ospedali, riservati ai casi più gravi e urgenti.

Mentre l’Asp 5 – guidata da Paolo La Paglia (e tutte le altre aziende del servizio sanitario regionale) – ha messo sul libro paga a 40 euro all’ora centinaia di medici e infermieri senza o con poca esperienza per fronteggiare l’emergenza (infinita) Covid 19, che a Messina e in Sicilia non c’è stata, e altri ne sta assumendo ora che l’emergenza viene rappresentata dai media locali e dal sindaco di Messina Cateno De Luca, 9 medici con anni di esperienza sulle spalle rimangono inoperosi.

La ragione? Gli ambulatori in cui prestavano servizio nel marzo scorso vennero chiusi al pubblico come misura precauzionale per evitare il diffondersi del contagio. Non sono mai stati riaperti, neppure nel periodo estivo, e gli operatori in servizio sono stati impiegati nelle attività funzionali al contenimento del contagio solo per il periodo iniziale della pandemia.

Basta fare un giro negli immobili dell’Asp 5 di via Del Vespro e di Pistunina che ospitano i due ambulatori per verificarlo. 

Alla porta c’è scritto: “Il servizio è sospeso”.  Appena la porta si schiude si intravedono i medici di turno presenti. 

Insomma, sono medici  pagati per prestare assistenza a pazienti che non possono accedere nei locali in cui dovrebbero effettuare le visite e prescrivere le cure.

Per completezza, oltre ai due presenti in città c’è un Punto di primo intervento per ognuno degli altri 5 distretti sanitari in cui è suddivisa l’Asp 5:Taormina, Patti, Barcellona, Milazzo e Sant’agata Militello.

Tutti e cinque i Ppi sono egualmente chiusi al pubblico dall’inizio della pandemia.

Cinque medici per 5 distretti sanitari fanno altri 25 medici.

Se dall’estate scorsa siano inoperosi come quelli di Messina o svolgono attività che non è propriamente tipica dei medici, chi scrive non è stato in grado di accertarlo con sicurezza.

Il motivo? L’emergenza Covid 19.