Vecchia Maniera, la Corte d’appello conferma la condanna a tre anni per Angelo Lorisco per tentata estorsione e intestazione fittizia di beni. Era l’uomo fidato dell’ex boss Carmelo Bisognano, che dalla località protetta di collaboratore continuava a svolgere attività imprenditoriale. E non solo….

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 Angelo Lorisco

Angelo Lorisco

 

Carmelo Bisognano lo usava dalla località protetta di collaboratore di giustizia per continuare a svolgere attività imprenditoriale a Barcellona. Insieme all’ex boss della mafia del Longano, Angelo Lorisco fu arrestato il 16 maggio del 2016.

Oggi è stato condannato dalla Corte d’appello di Messina.

Il collegio presieduto da Francesco Tripodi confermando la sentenza a emessa in primo grado dal Tribunale di Barcellona gli ha inferto tre anni di reclusione.

Angelo Lorisco era accusato di intestazione fittizia di beni e di tentata estorsione, reati commessi tra il 2015 e il 2016 in concorso con lo stesso Bisognano.

In pratica, dalle attività di indagine condotte dal commissariato di Barcellona era emerso che Bisognano pur essendo un collaboratore di giustizia in violazione delle regole imposte nel programma di protezione, dalla località protetta, usando appunto Lorisco, aveva costituito una società e aveva iniziato l’attività di imprenditore, sotto mentite spoglie, grazie all’aiuto dell’imprenditore Tindaro Marino, sottoposto alla misura di prevenzione patrimoniale e condannato all’epoca per concorso esterno alla mafia.

Per tornare operativo, Bisognano sempre tramite Lorisco aveva strumentalizzato il ruolo di collaboratore e tentato di sottoporre a estorsione i membri della famiglia Torre, titolari di un’azienda, minacciando di fare dichiarazioni sul loro conto: da qui l’accusa per entrambi anche di tentata estorsione.

L’ex boss della mafia Bisognano, collaboratore di giustizia dal 2010, ha scelto il rito ordinario e per gli stessi reati è stato condannato in primo grado a 5 anni di reclusione (vedi articolo).

Il collegio presieduto da Tripodi nel condannare Lorisco ha ritenuto che non vi fossero i presupposti per la condanna al risarcimento a favore di una serie di associazioni antiracket, che invece in primo grado avevano ottenuto prima di costituirsi parte civile e poi anche la liquidazione di somme di denaro.

La spedizione punitiva

Qualche giorno dopo gli arresti, Angelo Lorisco, fu selvaggiamente pestato in carcere da un gruppo di detenuti che lo volevano punire perché aveva aiutato Bisognano considerato, a causa della collaborazione con la giustizia, un “infame”.

Al Tribunale di Messina è in corso il processo che vede sul banco degli imputati coloro che sono stati individuati come gli autori del pestaggio: Lorisco si è costituito parte civile.

IL COMMENTO. Se l’Università diventa teatro di propaganda elettorale, in barba alla sua natura di istituzione neutrale e super partes e alla par condicio tra i candidati

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Franco De Domenico

Franco De Domenico

 

“Al termine dei lavori del Consiglio, il direttore generale Franco de Domenico, avrà il piacere di incontrare il personale docente e tecnico amministrativo del Dipartimento”.

La postilla è contenuta in calce all’ordine del giorno del Consiglio di Dipartimento di Scienze cognitive convocato per il 7 ottobre per deliberare su una serie di provvedimenti relativi alla didattica e alla ricerca ed è firmata dal direttore Antonino Pennisi.

Il “piacere” di De Domenico di incontrare “i suoi sottoposti”, gerarchicamente s’intende, non incontrerebbe alcuna riserva se non fosse che (il piacere) venga provato mentre De Domenico, da anni a capo della macchina amministrativa dell’ateneo, è in piena campagna elettorale, alla ricerca di voti decisivi per l’elezione a deputato regionale: è candidato nelle file del Partito democratico, a cui ha clamorosamente aderito anche il rettore Pietro Navarra qualche settimana prima .

Cose simili, con modalità magari diverse, è logico immaginare accadano in queste settimane che precedono il voto del 5 novembre anche a Palermo.

Il Pd, a riprova della scarsa qualità della classe dirigente che annovera, ha pensato di prevalere alle elezioni siciliane pescando nel bacino enorme di voti rappresentato dalle aziende pubbliche più importanti in termini di personale e di potere economico della regione: il rettore Fabrizio Micari è stato candidato a Governatore.

Ad occhio, non si tratta di un buon servizio reso alle istituzioni con più storia e prestigio della Sicilia.

Può un’istituzione pubblica, luogo di confronto di idee diverse, per sua natura neutrale in quanto deputata alla formazione della classe dirigente, alla cultura e alla ricerca scientifica divenire teatro di propaganda politica, essere identificata come istituzione di parte e quindi esposta a giochi di potere e a possibili ritorsioni?

Come ne uscirà la comunità accademica da una campagna elettorale combattuta all’ultimo voto?

Quale potere contrattuale avranno Micari e Navarra se si trovassero a dover chiedere attenzione per i loro atenei tra qualche mese al Governo nazionale retto magari da forze di centro destra?

La discesa in campo dei vertici degli atenei di Messina e Palermo non solo mette a rischio gli interessi e la coesione di un’ istituzione neutrale, ma nella sostanza getta ombre sulla regolarità della competizione elettorale.

Beninteso, formalmente De Domenico e Micari sono eleggibili.

La legge regionale siciliana non prevede queste cariche nel novero di quelle che avrebbero imposto la cessazione dalle funzioni 6 mesi prima delle elezioni, in omaggio al principio della par condicio tra i candidati, che vuole che nessuno si avvantaggi nella competizione elettorale da un ruolo pubblico di particolare rilevanza e potere, esercitando quella che si chiama captatio voti.

E tuttavia un problema c’è. Di sostanza. Etico, quantomeno.

C’è in Sicilia un ruolo pubblico che può alterare di più la competizione elettorale quale quello di vertice degli enti che hanno il maggior numero di dipendenti (docenti compresi, che a loro volta hanno un poter enorme sugli studenti), e gestiscono appalti di lavori e servizi per centinaia di milioni di euro?

Basti solo osservare che per paradosso, se De Domenico e Micari fossero direttore generale del Policlinico di Messina o di Palermo, sarebbero ineleggibili.

Eppure, a scegliere i manager dell’azienda ospedaliere universitarie sono proprio i vertici dell’università e non si vede come possano alterare le competizioni elettorali i vertici del Policlinici e non i vertici degli atenei, organismi più grandi che sui vertici dei Policlinici hanno potere di vita e di morte.

De Domenico e Micari sfruttano un vuoto normativo.

Mai il legislatore poteva immaginare che i vertici in carica delle Università scendessero in campo nell’agone elettorale. Mai era capitato.

Micari e Navarra (e De Domenico), comunque vada la consultazione, passeranno alla storia come i rettori che hanno innovato la tradizione e la natura di istituzione super partes dell’Università italiana.

Eppure, legge o non legge, per evitare tutto ciò a Micari e De Domenico sarebbe bastato cessare dalle funzioni e presentarsi al giudizio degli elettori senza potere diretto e gerarchico su migliaia di persone, contando sulla loro storia e il loro valore.

Certo, in caso di insuccesso avrebbero perso in un colpo solo, come si dice, il cane e il guinzaglio.

Ma sarebbero stati apprezzati per aver mostrato che il rispetto delle istituzioni viene prima del “piacere” delle poltrone.

Licenziamento illegale, il Policlinico di Messina condannato a risarcire 130mila euro al direttore amministrativo Vincenzo Santoro. Nel 2006 fu mandato via dal manager Carmelo Caratozzolo in guerra con il rettore Franco Tomasello

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MEDICI LITIGANO IN SALA PARTO, DONNA E BIMBO GRAVI A MESSINA

Alla direzione amministrativa del Policlinico di Messina lo aveva voluto l’allora rettore dell’Università Franco Tomasello.

A revocare l’incarico su due piedi a Vincenzo Santoro fu l’allora direttore generale del Policlinico universitario Carmelo Caratozzolo, che nel frattempo era entrato in guerra con il rettore.

Ritenendolo troppo vicino a quest’ultimo, Il manager calabrese il’1 febbraio del 2006 stracciò il contratto del dirigente di lungo corso dell’ateneo, nominato il 3 novembre del 2005 ai vertici della macchina amministrativa dell’azienda universitaria.

Per il Tribunale del Lavoro di Messina, si è trattato di un atto illegittimo, fondato – come si può evincere  dalla sentenza firmata dal giudice Laura Romeo – su circostanze false e quindi su motivi pretestuosi.

E così 11 anni dopo i fatti, il giudice ha riconosciuto a Santoro, da anni ormai in pensione, un risarcimento danni di 130mila euro: 68mila per danni morali e di immagine e 67mila per danni patrimoniali, pari alla differenza tra quanto Santoro percepì come dirigente dell’ateneo e quanto avrebbe percepito se il suo incarico di direttore amministrativo del Policlinico fosse durato secondo quanto previsto, ovvero sino al 6 novembre 2008.

Il provvedimento lo adottò Carmelo Caratozzolo, ma il maxi risarcimento lo dovrà ora pagare l’azienda Policlinico, salvo poi l’inevitabile giudizio di responsabilità contabile nei confronti di chi materialmente l’atto lo firmò.

La sentenza al momento è di primo grado e, dunque, potrebbe essere modificata in appello.

Per giustificare la revoca, a Santoro vennero contestate una serie di inadempienze amministrative, in qualche modo riconnesse ai problemi di bilancio dell’azienda.

“Le contestazioni mosse a Santoro non risultano corrispondenti alla realtà”, ha motivato il giudice Romeo in un passaggio della sentenza.

Una guerra e tanti danni

La revoca dell’incarico a Santoro, che ha fatto causa assistito dal legale Fernando Rizzo, si inquadra in uno scontro durissimo che contrappose, a cavallo tra la fine del 2005 e gli inizi del 2006, il direttore generale Caratozzolo e il rettore Tomasello che un anno prima lo aveva fortissimamente voluto alla guida dell’azienda universitaria.

Una guerra che fini con l’allontanamento di Caratozzolo ad opera del rettore.

La competenza a sciogliere il contratto di direttore generale dell’azienda universitaria era per legge del presidente della regione Sicilia, all’epoca Raffaele Lombardo, che infatti l’aveva nominato con un decreto.

Tomasello però confortato da una serie di pareri legali e – come è emerso nelle intercettazioni captate nell’ambito dell’inchiesta sui concorsi truccati alla facoltà di Veterinaria in corso proprio in quelle settimane –  da rassicurazioni che arrivavano dagli uffici giudiziari messinesi, decise di procedere egualmente.

Il manager Caratozzolo, con i suoi avvocati Marcello Scurria e Arturo Merlo, si asserragliò per qualche giorno negli uffici dell’azienda di viale Gazzi finché, completamente isolato, non decise di fare i bagagli e intentare, anche lui, causa civile per il risarcimento danni.

 

Concorso esterno alla mafia, al via il processo per Maurizio Marchetta. Carmelo Bisognano, fresco di condanna e in carcere per reati commessi da collaboratore di giustizia, chiede di costituirsi parte civile. “L’ex capo della mafia è stato danneggiato”, dice il suo legale Fabio Repici. Il Gip Monica Marino rigetta. Storia di una “guerra” tra l’imprenditore e chi aveva denunciato di estorsione

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maurizio marchetta

Maurizio Marchetta

Non l’avrebbe immaginato neppure la più frizzante tra le scrittrici di racconti di fantascienza.

E’ invece accaduto in un’aula del Tribunale di Messina: quella in cui si è tenuta il 12 ottobre del 2017 l’udienza preliminare che vede l’imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto Maurizio Marchetta imputato di concorso esterno alla mafia del Longano.

Fresco di condanna in primo grado a 5 anni per tentata estorsione e intestazione fittizia di beni e in carcere per violazione del segreto d’ufficio e accesso abusivo a un sistema informatico, tutti reati commessi da collaboratore di giustizia (vedi articolo correlato), Carmelo Bisognano a lungo capo della mafia di Barcellona (la stessa a cui Marchetta avrebbe, in ipotesi, concorso dall’esterno) ha avanzato richiesta di costituzione di parte civile come persona offesa dalle condotte contestate a Marchetta.

Lo ha fatto attraverso il suo legale Fabio Repici, che lo difende, insieme alla collega di studio Mariella Cicero, sin dall’inizio della collaborazione con la giustizia, avvenuta alla fine del 2010.

In pratica, secondo il battagliero e famoso legale, Marchetta ha danneggiato il capo della mafia, proprio quella mafia che secondo l’accusa ha aiutato, sia pure senza esserne parte integrante.

Il giudice per l’udienza preliminare, Monica Marino, dopo pochi minuti di camera di consiglio ha rigettato l’istanza dell’avvocato Repici. E ha accolto la richiesta di rito abbreviato presentata dal legale di Marchetta, Ugo Colonna.

Il magistrato ha rinviato al 24 maggio del 2018 per il giudizio con rito speciale, celebrato sulla scorta del materiale probatorio raccolto dalla Procura sino alla conclusione delle indagini

La richiesta di rinvio a giudizio nei confronti Maurizio Marchetta è stata avanzata dai sostituti della Direzione distrettuale di Messina, Angelo Cavallo, Vito Di Giorgio e Massara il 3 agosto 2017.

Secondo i pm, le imprese della famiglia Marchetta sarebbero state di fatto di proprietà dei vertici della mafia di Barcellona e attraverso queste imprese la mafia ha partecipato a gare d’appalto appositamente truccate.

In questo modo, Marchetta avrebbe conseguito il vantaggio di lavorare e guadagnare sotto protezione della mafia e la mafia per contro quello di lucrare usando imprese pulite.

 

Questione di attendibilità

Contro Marchetta ci sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Carmelo Bisognano e Carmelo D’amico, altro capo dell’organizzazione che a sua volta ha iniziato a collaborare nel 2014..

I due insieme a Nicola Mazzagatti, furono denunciati da Maurizio Marchetta per estorsione ai suoi danni e furono arrestati nell’ambito dell’inchiesta Sistema, scattata alla fine del 2009.

D’amico e Bisognano, sin da subito, non appena sottoposti a custodia cautelare (quando non erano ancora collaboratori di giustizia) reagirono sostenendo che Marchetta non era un imprenditore estorto ma colluso con la mafia.

In primo grado, il 25 febbraio del 2010, il Tribunale di Messina ritenne Marchetta attendibile e condannò così D’amico a 10 anni e 7 mesi e Bisognano 7 e 4 mesi.

Sempre sulla scorta delle dichiarazioni di Marchetta il 28 aprile del 2011 il Tribunale di Barcellona condannò pure Nicola Mazzagatti ad anni 8 e mesi 6 di reclusione.

In appello, invece, i tre furono assolti.

La Corte di secondo grado con due sentenze del 25 maggio del 2013 e il 14 gennaio del 2014 ritenne, infatti, non credibili le dichiarazioni di Maurizio Marchetta.

Se Marchetta è vincente in Cassazione e pure a Reggio calabria

La Corte di cassazione, però qualche tempo dopo, ha annullato le due sentenza della Corte d’appello, “per gravi carenze motivazionali” proprio sulla ritenuta non attendibilità di Marchetta, disponendo la nuova celebrazione dei due processi a Reggio calabria, uno a carico di D’amico e Bisognano, uno di Mazzagatti.

A Reggio calabria, la Corte d’appello ha già ribaltato il giudizio dei giudici di secondo grado messinesi e ha condannato Nicola Mazzagatti per estorsione a carico di Marchetta, ritenendo attendibili le dichiarazioni accusatorie di quest’ultimo.

E’ in corso di svolgimento, invece, il nuovo processo ordinato dalla Cassazione per estorsione aggravata a carico di D’amico e Bisognano con Marchetta parte civile.

Tentato omicidio di Ylenia Bonavera, la Procura le contesta il reato di favoreggiamento personale ma la vittima continua a difendere Alessio Mantineo. Nuova lite con la madre nel corso dell’udienza preliminare. Il Gup rinvia al 22 novembre per sentire le due donne

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Ylenia Bonavera e Alessio Mantineo

Ylenia Bonavera e Alessio Mantineo

 

Le prove raccolte dagli inquirenti sono schiaccianti. E la Procura di Messina ha aperto un fascicolo nei suoi confronti per favoreggiamento personale.

Ylenia Bonavera però continua a difendere Alessio Mantineo, il fidanzato accusato di averle lanciato addosso della benzina dandole fuoco, a seguito dell’ennesimo litigio, alle 5 circa del mattino dell’8 gennaio 2017.

Questa mattina nel corso dell’Udienza preliminare davanti al giudice Salvatore Mastroeni, la ragazza di 23 anni non solo non ha voluto costituirsi parte civile ma per difendere il fidanzato ha litigato con la madre, Nunziata Giorgio Piluso, che invece assistita dal legale Roberto Bonavita si è costituita.

Si è così ripetuto, questa volta in un’aula di giustizia, lo stesso spettacolo che tutti gli italiani hanno visto sugli schermi televisivi della trasmissione la “Pomeriggio 5″, qualche giorno dopo i fatti, mentre Ylenia era ancora ricoverata in ospedale.

La Procura di Messina sulla scorta del materiale probatorio raccolto nell’immediatezza dei  fatti aveva chiesto il rinvio a giudizio con un accusa di tentato omicidio.

L’avvocato di Alessio Mantineo, Salvatore Silvestro, aveva invece domandato il rito abbreviato condizionato proprio alla audizione della ragazza.

Il giudice ha rinviato all’udienza del 22 novembre, disponendo sia l’audizione della ragazza che quella della madre.

Rigettata la costituzione di parte civile di una serie di associazioni anti violenza.

Una difesa strenua

Ilenia pure questa mattina, sia pure nel corso del litigio con la madre, ha continuato a sostenere la versione assolutoria data agli uomini della polizia.

“E ‘ stato un uomo di 26/27 anni di cui non ho riconosciuto l’identità né il possibile movente a cui ho aperto la porta di casa alle 4 di mattina. Non è stato Alessio”, ha dichiarato il giorno dopo l’aggressione.

Eppure, che fosse stato il ragazzo ventisettenne con cui da tempo intratteneva una relazione burrascosa, Ylenia lo aveva confidato a caldo in stato di shock e dolente per le ustioni, alla vicina ottantenne, alla cui porta aveva bussato quella mattina chiedendo aiuto: “La prego mi aiuti. Chiami il 118”.

La promessa di omertà e il reato di favoreggiamento personale

All’addetto della centrale operativa del 118 che cercava di capire cosa fosse successo, la donna ottantenne ha detto che Ylenia le aveva raccontato che a darle fuoco era stato il suo ex fidanzato, come peraltro risulta dalla registrazione della comunicazione.

La ragazza però non aveva per nulla gradito la loquacità della donna: “Quando finii di parlare con il 118,Ylenia mi ha detto: “Io non sono una sbirra“, ha raccontato l’anziana donna agli agenti che successivamente l’hanno sentita.

Che fosse stato Alessio, lo ha di nuovo detto qualche ora dopo davanti al medico che la stava medicando e alla madre: “Chi è stato, chi è stato, è stato Alessio”, ha detto la ragazza, come hanno raccontato la madre e il medico agli inquirenti. E, prima ancora,lo ha detto alla zia che era accorsa subito in ospedale.

Poi però interrogata, qualche ora dopo dagli inquirenti, ha fornito la versione assolutoria favorevole ad Alessio. E da quella versione non si è più schiodata.

Tanto che la Procura, dinanzi ai fatti accertati e alle prove raccolte, ha dovuto iscriverla sul registro degli indagati per favoreggiamento personale, reato che prevede una pena sino a 4 anni di reclusione, proprio perché sta aiutando Alessio “a eludere le investigazioni dell’Autorità”.

 

 Con la tanica in mano

Alessio Mantineo, che a sua volta si è sempre professato innocente, è stato invece inchiodato dalla telecamere del distributore di benzina che lo hanno immortalato mentre riempiva una tanica di benzina un’ora prima che Ylenia bussasse alla porta della vicina per chiedere aiuto.

Ylenia è stata pure smentita dalle testimonianze delle amiche su cosa sia accaduto quella sera.

La ragazza ha raccontato di aver incontrato in precedenza all’Officina, un locale di Messina, Alessio, ma di essere stata accompagnata al mattino a casa dalle amiche, con le quali quella sera era uscita.

Le amiche hanno, invece, dichiarato: “Ylenia e Alessio sono andati via dal locale intorno alle 2 per conto loro. Da quel momento non li abbiamo più visti”.

Pornografia minorile, tre foto a un unico “amico” della rete. Ecco nel dettaglio l’ accusa al giudice Gaetano Maria Amato: qualche settimana prima degli arresti aveva ammesso le chat e l’invio di immagini. Sequestrati personal computer e cellulare, gli inquirenti a caccia di nuove prove e di (eventuali) altri “appassionati” di bambini

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pedopornografia
Tre foto di due persone minorenni seminude (due) e nude (una), tutte carpite all’insaputa delle vittime e inviate tra il 2014 e il 2015 a un solo utente della rete con dei commenti a corredo.

Sono questi i fatti per cui il giudice della Corte d’appello di Reggio calabria Gaetano Maria Amato, su richiesta della Procura di Messina accolta dal Giudice per le indagini preliminari Maria Vermiglio, è stato arrestato e condotto nel carcere di Gazzi il 3 ottobre scorso.

L’accusa per il cinquantottenne è di Pornografia minorile, reato per cui è prevista una pena da 6 a 12 anni di reclusione.

Tuttavia, le indagini sul magistrato sono tutt’altro che chiuse.

Da quanto si è riuscito a sapere da ambienti vicini agli inquirenti, pochi giorni prima che scattassero gli arresti,  a casa del giudice residente a Messina si sono presentati gli agenti della polizia con in mano un provvedimento di perquisizione e di sequestro di supporti telematici e informatici.

Nell’occasione della perquisizione, lo stesso giudice ha fatto dichiarazioni spontanee, minimizzando i fatti e ammettendo che in passato aveva intrattenuto delle chat con un pedofilo a cui aveva inviato tre o 4 foto: in sostanza, ciò che gli inquirenti sapevano già e che gli è stato contestato al momento dell’esecuzione della misura cautelare.

Gli inquirenti al termine della perquisizione hanno sequestrato e portato via personal computer e telefoni cellulari .

La perizia sui supporti informatici permetterà di stabilire se il magistrato ha raccontato la verità e, quindi lo scambio di materiale pedo pornografico è stato occasionale e limitato a quello già accertato, oppure le foto prodotte e inviate sono molto di più e l’interlocutore del giudice non è stato uno solo ma diversi.

In quest’ultimo caso, altri interlocutori con la “passione” per le immagine pedo pornografiche potrebbero finire nel mirino della Procura.

Nella rete…della perizia informatica

E’ con lo strumento della consulenza tecnica su strumentazione informatica che – secondo quanto si è riuscito a sapere dagli inquirenti della squadra mobile della polizia di Stato di Bolzano – ci è si imbattuti nel giudice di Messina.

Le indagini infatti erano concentrate su un pedofilo che, a tempo pieno, usando  diversi account e nick name, navigava sulla rete alla ricerca di materiale pedo pornografico.

E’ stata l’accertamento tecnico sul materiale sequestrato a quest’ultimo che ha consentito di individuare tra la miriade di chat e scambio di materiale scottante, le comunicazioni e, soprattutto, le foto che il giudice gli ha inviato.

Le carte sono state così trasmesse per competenza territoriale alla Procura di Messina.

La partita giuridica

La normativa che il legislatore ha dettato dal 1998 in poi contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minore, prevede diverse fattispecie di reato, di gravità diversa e quindi punite con pena diversa, i cui confini sono stati oggetto di interpretazioni non sempre univoche da parte della giurisprudenza.

Al magistrato Amato, in attesa degli esiti degli ulteriori accertamenti tecnici sul pc e sul cellulare, è contestata la fattispecie più grave (art. 600 ter, primo comma): quella che incrimina chi “utilizzando minori di anni 18, realizza esibizioni o spettacoli pornografici ovvero produce materiale pornografico”.

Per quanto le foto inviate dal giudice sono state realizzate all’insaputa delle vittime (e, ovviamente, senza la loro minima collaborazione), e sono state inviate a un solo utente, i fatti accertati sembrano rispondere appieno alla interpretazione che la Cassazione (a Sezioni unite) ha offerto della norma.

La cassazione nel 2000 (numero 13) ha, infatti, stabilito che la norma “offre una tutela penale anticipata volta a reprimere quelle condotte prodromiche che mettono a repentaglio il libero sviluppo personale del minore, mercificando il suo corpo e immettendolo nel circuito perverso della pedofilia. Per conseguenza il reato è integrato quando la condotta dell’agente che sfrutta il minore per fini pornografici abbia una consistenza tale da implicare concreto pericolo di diffusione del materiale pornografico prodotto”.

Non sarà semplice, ma ciò dipenderà anche dal tipo e dalla natura delle chat, per il giudice Amato difendersi sostenendo che l’aver trasmesso le foto a uno sconosciuto (che quindi non dava alcuna garanzia di riservatezza) non abbia determinato il concreto pericolo di diffusione delle stesse e quindi il rischio di pregiudicare il libero sviluppo personale dei minori raffigurati.

Primi provvedimenti

In applicazione della legge, che sul punto non ammette deroghe e riguarda tutti i pubblici funzionari senza che via la necessità di alcuna richiesta specifica di alcuno, il magistrato in conseguenza degli arresti e sin dal giorno successivo è stato sospeso dalle funzioni e dallo stipendio.

Allo stesso modo, è stato avviato nei suoi confronti procedimento disciplinare: si tratta, allo stato delle cose, di un grave illecito disciplinare, rientrante nella categoria degli “Illeciti conseguenti a reato” (e dunque diverso da quello compiuto nell’esercizio delle funzioni o fuori dalle stesse, ma sempre facendo pesare il ruolo di magistrato).

Questo tipo di illeciti possono portare alla sanzione (anche della rimozione dalla magistratura) solo dopo la condanna irrevocabile.

IL CORSIVO. Se l’assessore ai Beni culturali si occupa di monnezza. Aura Notarianni rilancia il boicottaggio della Tari, avviato senza successo nel 2015. “Mi dà ragione una recente sentenza della Cassazione”. Che però dice cose diverse. Il “destino” dell’avvocata con la passione per la politica senza compromessi

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Aura Notarianni con il governatore Crocetta

Aura Notarianni con il governatore Rosario Crocetta

Il presidente della regione Rosario Crocetta in pieno shopping elettorale, confidando sulle sue enormi competenze e doti di efficienza, l’ha chiamata a un mese e mezzo delle elezioni a ricoprire l’incarico di assessore ai Beni culturali.

Aura Notarianni non ha resistito al fascino del Governatore che pure l’aveva snobbata 4 anni prima e ha sostituito Carlo Vermiglio che non ha accettato il ricatto del Governatore: “O ti candidi con me o ti dimetti”.

Crocetta in men che non si dica ha liberato una poltrona e l’ha rioccupata, fornendo un mirabile esempio di uso clientelare delle istituzioni pubbliche e degli incarichi di governo.

Nonostante gli impegni palermitani, la neo assessora trova il tempo per continuare a occuparsi di monnezza, quella della città di Messina.

E, in piena campagna elettorale, rilancia il boicottaggio della Tari, la tassa sui rifiuti, operazione che cercò di portare avanti nel 2015 mettendo la sua sapienza giuridica a disposizione dei due consiglieri comunali eletti nelle liste del sindaco e divenuti nello spazio di qualche mese i suoi più acerrimi nemici, Nina Lo Presti e Gino Sturniolo.

La campagna di boicottaggio, congegnata dopo che il sindaco Renato Accorinti l’aveva bocciata come assessore, abortì ben presto essendo, oltre che strumentale, palesemente fondata sul nulla giuridico, come persino un giornalista poté facilmente dimostrare (vedi articolo).

Il pretesto per questa impennata di orgoglio dell’assessore nominata in zona Cesarini è una sentenza della Cassazione di qualche giorno fa, che secondo la giurista prestata alla politica dimostra che “la campagna era giusta e la battaglia vincente”.

Il boicottaggio del 2015  si tramutò in un modulo, preparato dalla stessa avvocata, che ogni singolo contribuente di Messina avrebbe dovuto presentare agli uffici del Comune in cui annunciava che avrebbe pagato solo il 20% della tassa in quanto “il servizio di gestione dei rifiuti in città non viene svolto o viene svolto in grave violazione della legge come è documentato da segnalazioni dell’Asp 5 agli uffici competenti nonché dai controlli dell’Ato 3 nel 2015, supportati da documentazione”.

Solo che i due consiglieri e la giurista si dimenticarono di dire che per legge (e per giurisprudenza del Tar) il diritto generalizzato dei cittadini a pagare la Tari in misura ridotta scattava solo se  l’Azienda sanitaria avesse “riconosciuto e dichiarato  una  situazione  di danno o pericolo di danno alle persone o all’ambiente”, come conseguenza della gestione irregolare del servizio dei rifiuti.

Certificazione che non c’era allora, né c’è oggi.

La Cassazione un tanto al chilo

La sentenza della Cassazione, la stessa ora sbandierata dall’avvocata con il debole per la politica, non solo non dà ragione nel merito a chi ha fatto ricorso (un hotel napoletano,Il Britannique) ma si occupa di un caso diverso e, soprattutto, ribadisce principi che mostrano ancora di più come quella campagna fosse fondata sul nulla giuridico.

La Corte di cassazione, infatti, come chiunque può leggere (la comprensione poi è altra cosa), nella sentenza (vedi allegato) riconosce il diritto dei cittadini a certe condizioni (gravi disfunzioni nel servizio di raccolta) di pagare la Tari in misura ridotta.

Ma questo, contrariamente a quanto faccia intendere l’assessore, nessuno l’aveva messo in dubbio, neppure la sentenza della Commissione Tributaria regionale della Campania, oggetto appunto della pronuncia della Cassazione.

Ciò che la Cassazione,  la stessa invocata dal neo assessore, ha bocciato è la motivazione dei giudici tributari partenopei che avevano rigettato il ricorso dell’hotel contro le cartelle esattoriali, affermando che il Comune di Napoli delle disfunzioni nella raccolta dei rifiuti non aveva responsabilità (colpa) dirette, essendo (era il 2008) che tutte le competenze erano nelle mani del Commissario straordinario per l’emergenza rifiuti nominato dal Governo.

La Cassazione, la stessa invocata dall’assessore, ha bocciato sul punto la motivazione dei giudici tributari, stabilendo che ai fini del diritto a pagare in misura ridotta ciò che rileva è solo (a prescindere dalla responsabilità) la ricorrenza obiettiva della condizioni previste dalla legge.

Di più, ha stabilito che è onere del contribuente dimostrare la sussistenza di dette specifiche condizioni e portarne prova, davanti al giudice di merito che dovrà accertarne la ricorrenza. Sarà davanti al giudice di merito 

Il punto è proprio questo: l’esistenza delle condizioni e la prova delle stesse.

Le condizioni stabilite dalle legge, quelle invocate nel modulo di boicottaggio generalizzato confezionato dal trio Lo Presti, Sturniolo e Notarianni, esistevano? Esistono? avrebbero potuto i cittadini messinesi dimostrarle? Certo che no. 

Nel caso di specie peraltro, l’hotel aveva chiesto la riduzione della cartelle esattoriali invocando una norma diversa da quella su cui poggiava la campagna di Notarianni e company, ovvero che “il servizio di nettezza urbana non sia svolto nella zona di residenza o di dimora nell’immobile a disposizione o di esercizio dell’attività dell’utente; – ovvero, vi sia svolto in grave violazione delle prescrizioni del regolamento del servizio di nettezza urbana”.

Questa condizione  può essere invocata dal singolo cittadino a seconda di ciò che si verifica sotto casa sua e non certo con una campagna generica e generalizzata come quella messa in piedi dalla Notarianni, fondata peraltro su un presupposto diverso (e inesistente come la dichiarazione dell’Asp).

Quando è proprio destino….

Rosario Crocetta nel corso della presentazione al museo regionale del suo ultimo, in ordine di tempo, assessore ha affermato che “l’esperienza politica della Notarianni al mio fianco non durerà sino alle elezioni ma andrà oltre”.

Aura Notarianni l’esperienza politica al fianco del Governatore avrebbe voluto iniziarla molto prima, nel 2012. Ma Rosario la snobbò. Dopo mesi di presenza assidua a Tusa, nel quartier generale di Crocetta,  in fremente attesa di una candidatura prima alle politiche e poi alle amministrative del 2013 come aspirante sindaco di Messina, l’avvocata rimase a mani vuote e a marzo del 2013 accusò Crocetta: “Questi sono vecchi metodi di fare politica”.

In cerca di rivincita e, soprattutto, desiderosa di mettere il suo bagaglio di competenze al servizio della collettività, si propose come assessore prima del candidato a sindaco del centro sinistra Felice Calabrò, che non le diede certezze.

Successivamente, al candidato a sindaco del centro destra Vincenzo Garofalo. Ma questi, che pure si era mostrato possibilista, uscì sconfitto dalle elezioni.

A vincere fu Accorinti a cui la Notarianni fu caldeggiata a più riprese come assessore dal fidato Guido Signorino: invano.

Il destino evidentemente voleva che l’avvocata tornasse alla corte dell’uomo politico che l’aveva snobbata, al cui fascino non ha saputo resistere, dimentica dei “vecchi metodi di fare politica” che gli aveva contestato 4 anni prima, forse perché sicura che la sua nomina sia avvenuta con metodi finalmente nuovi. E rivoluzionari.

 

Vecchia maniera, condannato in primo grado a 5 anni di reclusione il collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano per estorsione e intestazione fittizia di beni, reati commessi sotto protezione. Due anni a Tindaro Marino. Tutti i guai dell’ex boss di Barcellona

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Carmelo Bisognano

Carmelo Bisognano

Cinque anni di reclusione per Carmelo Bisognano e due anni a Tindaro Marino.

Finisce con una sentenza di condanna il processo di primo grado a carico dell’ex boss di Barcellona, dal 2010 collaboratore di giustizia, e per l’imprenditore di Gioiosa marea.

Il Tribunale di Barcellona al termine di una camera di consiglio durata sino alle 23 e 20 ha ritenuto Bisognano colpevole del reato di intestazione fittizia di beni e di tentata estorsione ai danni dell’imprenditore Giuseppe Torre e della stessa società Torre srl.

I reati sono stati commessi tra il 2015 e il 2016 mentre Bisognano si trovava sotto la protezione dello Stato e i contribuenti italiani gli pagavano la scorta, due avvocati, la casa, i viaggi e un assegno mensile di 1600 euro.

Tindaro Marino è stato invece ritenuto colpevole del reato di intestazione fittizia di beni.

Entrambi erano stati arrestati il 16 maggio del 2016, nell’ambito dell’inchiesta Vecchia Maniera.

Gli arresti scattarono anche per Angelo Lorisco, uomo fidato di Bisognano, che ha scelto il rito abbreviato e per gli stessi reati che hanno portato ora alla condanna del collaboratore, l’8 gennaio 2017. è stato condannato a tre anni di reclusione.

La strumentalizzazione del ruolo di collaboratore

Gli inquirenti del commissariato di Barcellona guidati da Mario Ceraolo avevano scoperto che Bisognano dalla località protetta, usando Angelo Lorisco, aveva costituito una società e aveva iniziato l’attività di imprenditore, sotto mentite spoglie, grazie all’aiuto dell’imprenditore Tindaro Marino, sottoposto alla misura di prevenzione patrimoniale e condannato all’epoca per concorso esterno alla mafia.

Per tornare operativo, Bisognano tramite Lorisco aveva – secondo l’ipotesi accusatoria che ha trovato un primo positivo riscontro – strumentalizzato il ruolo di collaboratore e tentato di sottoporre a estorsione i membri della famiglia Torre, titolari di un’azienda, minacciando di fare dichiarazioni sul loro conto.

Le dichiarazione di favore e l’imputazione coattiva

A Bisognano, la cui colaborazione ha permesso di mettere alla sbarra vari esponenti della mafia del Longano, e Marino fu contestato al momento degli arresti anche un altro reato.

In cambio dell’aiuto economico di Tindaro Marino, Bisognano, come hanno disvelato in maniera chiara le intercettazioni si era impegnato a fare nuove e diverse dichiarazioni, nell’ambito di indagini difensive, favorevoli a Marino, che ne alleggerissero la posizione in vista del giudizio della Cassazione per concorso esterno alla mafia e di quello diretto al sequestro di tutti i beni nel procedimento di prevenzione patrimoniale pendente in appello.

Per quest’ultimo capo di accusa, i sostituti della Direzione distrettuale antimafia di Messina,  Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, gli stessi che hanno gestito la collaborazione di Bisognano e avevano chiesto gli arresti, hanno domandato l’archiviazione.

Ma il giudice per l’udienza preliminare Monica Marino, il 28 giugno del 2017 ha rigettato la richiesta ordinando l’imputazione coattiva per il reato di  False dichiarazioni al difensore rilasciate nell’ambito delle investigazioni difensive.

Per i due pm, Cavallo e Di Giorgio, che hanno totalmente rivisto la valutazione fatta sul punto nella richiesta di misure cautelari, Bisognano si era si impegnato a fare dichiarazioni di favore ma poi non le aveva fatte.

Diametralmente opposta la valutazione del giudice Monica Marino.

Secondo quest’ultima, Bisognano le dichiarazioni di favore e diverse da quelle che aveva reso in precedenza, il 30 settembre del 2015, in presenza dei suoi difensori, Mariella Cicero e Fabio Repici, e del difensore di Marino, Salvatore Silvestro, le ha rese.

Il ritorno in carcere

Da venerdì 7 luglio 2017 Bisognano è nel carcere di Rebibbia.

E’ stato nuovamente arrestato su ordine del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Chiara Gallo, che ha accolto la richiesta della Procura, guidata da Giuseppe Pignatone.

Il Tribunale di Barcellona, lo stesso che oggi lo ha condannato, il 17 maggio del 2017, dopo un anno esatto di carcere, ne aveva ordinato la scarcerazione anche sulla base del fatto che il programma di protezione non fosse stato revocato.

Dalle indagini del commissario di Barcellona era pure emerso che due degli agenti (Domenico Tagliente e Enrico Abbina) che dovevano proteggerlo e controllarlo, avevano intessuto con il collaboratore un rapporto di complicità che consentiva a quest’ultimo di muoversi e incontrarsi a suo piacimento, anche con altri collaboratori di giustizia, in violazione di ogni norma regolamentare e, soprattutto, di avere libero accesso al sistema informatico della polizia.

La procura di Roma, a cui erano stati trasmessi gli atti per competenza territoriale ha declinato l’accusa in termini di violazione abusiva dei sistemi informatici e del segreto d’ufficio.

La difesa strenua e i complotti

Carmelo Bisognano durante la collaborazione e sino agli arresti del maggio del 2016 era assistito da Fabio Repici e Mariella Cicero, colleghi da anni di studio.

Mariella Cicero subito dopo gli arresti ha rimesso il mandato essendo emerse delle intercettazioni tra il legale e il collaboratore suscettibili – secondo gli inquirenti – di rilevanza penale. Repici ha continuato a difendere Bisognano e nel processo in corso a Barcellona ha citato la Cicero come teste a difesa di Bisognano.

Stando agli atti processuali, secondo il legale Repici l’incriminazione di Bisognano è stata frutto di un complotto che ha visto come protagonisti il commissario Ceraolo, l’avvocato Ugo Colonna, l’avvocato di Barcellona Saro Cattafi (condannato per calunnia nei confronti di Bisognano e Repici e assolto dalla Cassazione dall’accusa di essere il capo della mafia mafia di Barcellona e dal 2000 in poi anche un semplice affiliato mentre per il periodo precedente è necessario un nuovo giudizio d’appello), e il legale di quest’ultimo Salvatore Silvestro.

Di “scivolone su una buccia di banana” aveva parlato nel corso della sua deposizione  Mariella Cicero, minimizzando la gravità dei fatti contestati a Bisognano

Il Tribunale di Barcellona,presieduto da Fabio Processo, non si è fatto incantare né dai complotti, né dalla metafora delle bucce di banana.

 

IL RETROSCENA. Le mani della mafia sul risanamento di fondo Fucile: l’assessore Sergio De Cola “impermeabile”; l’intermediazione dell’amico Raffaele Cucinotta; la distrazione decisiva dell’architetto Salvatore Parlato. Ecco cosa dicono le carte dell’inchiesta sul clan capeggiato – secondo la Procura – da Enzo Romeo

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La baraccopoli di fondo Fucile

La baraccopoli di fondo Fucile

 

“….perché ritengo che secondo me per l’approccio che ho avuto io in 3 minuti con De Cola ed io ho esperienza con i politici… non è gente influenzabile dalla vecchia casta…”.

Enzo Romeo e il socio Biagio Grasso, arrestati il 26 giugno 2017 perché ritenuti rispettivamente il capo di una costola del clan catanese di Santapaola a Messina e un imprenditore organico alla stessa cosca, nell’aprile del 2014 hanno un obiettivo importante per fare liquidità: vendere al Comune di Messina, impegnato nel risanamento della baraccopoli di Fondo fucile, degli appartamenti che la loro società Rd Immobiliare srl sta costruendo nel vicino villaggio Aldisio.

Sulla strada che porta alla realizzazione di questo obiettivo, però, c’è un ostacolo di non poco conto.

Rd immobiliare srl non è proprietaria per intero del complesso edilizio che hanno intenzione di offrire: una parte del terreno su cui sorge, infatti, era rimasta di proprietà di altri e così – secondo il codice civile – anche ciò che era stato costruito sopra.

L’operazione speculativa non è di facile realizzazione anche perché ben presto si accorgono che l’assessore Sergio De Cola è tutt’altro che permeabile.

E’ Grasso, intercettato, a confidarlo dopo un colloquio con lo stesso assessore.

I due comunque non demordono e per risolvere il problema si muovono su due fronti: da un lato, tentano di prendere tempo regolarizzare a livello catastale la situazione; dall’altro, soprattutto, cercano la via per far passare per conforme ai requisiti stabiliti dal bando l’immobile che invece non potrebbe essere che bocciato.

Cucinotta, l’ingegnere a disposizione

Filippo Barbera, uomo di fiducia di Enzo Romeo e Filippo Grasso, investe del problema l’amico di lunga data Raffaele Cucinotta, funzionario di lungo corso del Dipartimento attività edilizia, che sulla gara di competenza del Dipartimento politiche della casa, non ha alcun potere diretto.

Arrestato anche lui con l’accusa di corruzione aggravata dal metodo mafioso per aver – secondo le accuse – compiuto atti del suo ufficio diretti a favorire il gruppo imprenditoriale che sapeva mafioso in cambio di denaro, assunzioni di parenti e protezione, Cucinotta ha, tra le altre cose – sempre stando alla ulteriore accusa di Turbata libertà degli incanti – favorito la proroga del termine di scadenza del bando fissata per il 14 aprile 2014 e consentito che l’offerta non valida divenisse per magia valida.

Dalle attività di indagine emerge che Raffaele Cucinotta indirizza Biagio Grasso sull’assessore al Risanamento Sergio De Cola, l’unico che può rinviare i termini di scadenza del bando deliberato dalla Giunta comunale (l’11 marzo del 2014) e sul funzionario dello stesso Dipartimento Edilizia privata Salvatore Parlato, applicato appositamente al Dipartimento Risanamento con il compito di vagliare le offerte e stabilire se possiede o meno i requisiti richiesti.

 

L’incontro con De Cola e lo spostamento del termine

Biagio Grasso ottiene di incontrarsi con De Cola a palazzo Zanca agli inizi di aprile del 2014 (il giorno di preciso non è stato individuato).

Qualche giorno dopo l’incontro con l’assessore, il 17 aprile del 2014, Grasso nel corso di un colloquio intercettato con Barbera e Cucinotta, pronuncia la frase che evita ogni coinvolgimento giudiziario di De Cola: .…perché ritengo che secondo me per l’approccio che ho avuto io in 3 minuti con De Cola ed io ho esperienza con i politici … non è gente influenzabile dalla vecchia casta…“.

Insomma, come sintetizzano gli inquirenti del Ros dei carabinieri, Grasso aveva in poco tempo compreso che “De Cola non poteva essere facilmente corrotto”.

Cucinotta concorda con lui: “no assolutamente anzi… completamente“.

Barbera allora chiede: “e chi è che la può influenzare…?”

Biagio Grasso precisa: “realmente sceglieranno il posto più adatto a quelli di Fondo Fucile  e quelli di Fondo Fucile vogliono stare là…” .

Cucinotta condivide: “certo…”, afferma.

Insomma, Grasso esce dall’incontro con De Cola una sola convinzione.

Se la loro offerta avesse superato il vaglio tecnico, sarebbe stata la favorita per un motivo molto semplice: coloro che abitano a Fondo fucile vogliono continuare a vivere in quel posto, l’amministrazione per motivi sociali e politici vuole accondiscendere questa richiesta e il loro immobile è proprio ubicato a ridosso di fondo Fucile.

Le ragioni di una proroga

Tuttavia, è un dato di fatto che il 10 aprile del 2014 la Giunta del sindaco Accorinti  sposta di un mese la scadenza del termine del bando, dal 15 aprile al 15 maggio del 2014.

Se non è frutto – nella stessa ricostruzione degli inquirenti – della corruzione di De Cola, che infatti non risulta essere indagato, quali sono le ragioni che hanno portato a dare la possibilità ai partecipanti di disporre di 60 giorni invece che degli iniziali 30 concessi per preparare la documentazione a corredo dell’offerta?

E’ lo stesso De Cola a spiegarlo l’8 aprile del 2014 nel corso dei lavori della IV commissione del Consiglio comunale “Sono state ricevute parecchie offerte e ne stiamo ricevendo ulteriori. Si sta valutando la proroga della scadenza del termine perché ci sono arrivate richieste in tal senso per dare a tutti i possibili partecipanti il tempo di preparare le offerte”.

L’esigenza di prorogare il termine è condivisa dal consigliere di opposizione Nino Carreri: “Tanti cittadini interessati hanno evidenziato che i termini stretti per presentare le offerte non consentono loro di arrivare in tempo a presentare la documentazione”.

E in effetti, se il bando di ricognizione è da considerare soggetto al codice degli appalti,  i 30 giorni concessi erano inferiori ai termini minimi fissati dal codice stesso nella formulazione allora vigente.

Della proroga non si avvantaggia solo la società RD immobiliare srl di Grasso e Romeo: la loro offerta reca il numero 27, ma in tutto le offerte sono state 44. 17 sono state presentate successivamente.

Paradossi giudiziari

Tuttavia, agli atti dell’inchiesta c’è un’intercettazione che dimostra secondo gli inquirenti che la proroga del bando l’abbia determinata Raffaele Cucinotta: “Lo abbiamo fatto rimandare noi…”, dice Biagio Grasso a una delle persone proprietarie del terreno su cui si sta costruendo l’immobile. 

Le attività di indagine, però, non spiegano come Cucinotta abbia potuto determinare la proroga che in realtà ha deciso e motivato l’assessore De Cola e quest’ultimo sia stato bollato come persona non influenzabile

La distrazione dell’architetto Parlato

I trenta giorni in più concessi comunque non permettono a Romeo e Grasso di regolarizzare la loro offerta e cioè di rimediare alla mancanza del diritto di proprietà sull’intero complesso.

Risulta necessario allora contattare chi è deputato a verificare se l’offerta ha i requisiti previsti dal bando.

E’ Cucinotta a suggerire al duo Romeo Grasso di rivolgersi all’architetto Parlato.

Il 3 settembre del 2014, Enzo Romeo è in auto con Filippo Barbera. Oggetto della discussione gli immobili che sono stati offerti in vendita al Comune e che debbono essere valutati dal tecnico.

Parlato?“,chiede Barbera. “Tutto a posto“, risponde Romeo “Devo fare io un passaggio io…da..“, aggiunge. “Di nuovo?”, gli chiede Barbera. “Si…da Parlato..“. “So che è tutto a posto?”, dice di rimando Barbera. “Nodebbono venire loro quà…debbo parlare con loro qua“,dice ancora Romeo, “Perché non possiamo avere intralci“, sottolinea. “E lui lo fa….?“, chiede Barbera. “Certo che lo fa…devo andare a fare il passaggio…lui tutte cose fa“, spiega Romeo. “Certo pagando s’intende“, afferma Barbera ridendo. “Certo“, concorda Romeo.

L’offerta di Rd immobiliare è controllata proprio da Parlato, che in quei giorni di settembre e ottobre del 2014 più volte, come rilevano gli inquirenti, entra in contatto telefonico con Grasso.

L’architetto Parlato non si accorge che l’immobile non ha i requisiti previsti e l’offerta quindi deve essere esclusa.

La dirigente del Dipartimento Risanamento Maria Canale, interrogata dagli inquirenti, ha sottolineato che i funzionari preposti al controllo avevano l’obbligo di controllare “l’esattezza dei requisiti” e che “tra le verifiche vi doveva essere la titolarità del bene offerto al Comune”.

Invece, Parlato, che non risulta indagato, non si accorge di nulla.

Paradossi giudiziari bis

Per gli inquirenti, però, di questa svista è responsabile solo Cucinotta, colui cioè che ha messo in contatto Romeo con Parlato.

Gli atti di indagine non spiegano però come l’ingegnere abbia da solo favorito la società di Romeo e Grasso se la verifica del possesso dei requisiti l’abbia fatta materialmente il collega Parlato.

 

L’amministrazione ridimensiona le mire di Romeo e Grasso

Il 6 novembre 2014 il Dipartimento stila la graduatoria. La società di Grasso e Romeo risulta essersi aggiudicata la vendita di 24 appartamenti. 7 giorni dopo, però, dal Comune arriva una nota che invita l’amministratore di Rd immobiliare srl a sottoscrivere il preliminare di vendita ma solo per 14 appartamenti.

 

Il risanamento… malato

Ad ogni modo, qualche tempo dopo, a seguito (a maggio del 2015) di un esposto di due consiglieri comunali tutta la procedura di gara viene annullata in autotutela dalla Regione Sicilia: era venuto, infatti, alla luce che tra gli immobili che il comune si apprestava a comprare per darli ai “baraccati” di fondo Fucile, molti non avevano il certificato di abitabilità.

Nel frattempo, Romeo e Grasso avevano già rinunciato a vendere i 14 appartamenti al Comune.

Sparatoria al M’ama, dai tabulati telefonici nuovi indizi a carico di Aloisi. “Vai via, sei un moccusu”: un testimone racconta che Cutè quella sera fu offeso dal proprietario del lido

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L'ingresso del M'ama

L’ingresso del M’ama

 

Gianfranco Aloisi si trovava davanti al M’ama sia quando c’è stato il litigio con i buttafuori e uno dei proprietari del locale, intorno all’ 1 e 30 della notte tra il 21 e 22 luglio scorso; sia soprattutto quando sono stati esplosi i 5 colpi di pistola, alle 2 e 19, verso l’entrata del noto lido di via Consolare Pompea, due dei quali hanno ferito gravemente Tania, una ragazza di 34 anni di Briga, a cui è stato spappolato il femore e recisa l’arteria.

Non è stata trovata l’arma con cui sono stati esplosi i 5 colpi.

Non è stato trovato lo scooter usato per il raid.

Nessuno potrebbe identificare con certezza in Alessandro Cutè e Gianfranco Aloisi i due uomini che a bordo della motocicletta hanno sparato i colpi di revolver verso l’ingresso del M’ama.

Tuttavia, il fragile quadro indiziario, probabilmente insufficiente per una condanna “al di là di ogni ragionevole dubbio”, si è arricchito di un dato che ha indotto il Tribunale della Libertà a rigettare la richiesta di scarcerazione per i due, a Gazzi  da un mese e mezzo con l’accusa di Tentato omicidio e porto d’armi aggravato.

L’analisi dei tabulati telefonici dell’utenza di Alosio e il monitoraggio delle cella a cui il cellulare si è attaccato, infatti, mostrano in maniera chiara che l’uomo accusato di aver materialmente sparato dallo scooter guidato – secondo l’accusa – da Cutè era proprio lì dove i fatti sono accaduti, alle 2 e 19, ora in cui sono stati esplosi i 5 colpi di pistola.

Cutè invece – secondo gli accertamenti dei carabinieri – quella sera non aveva con sè il telefono cellulare che per tutta la sera è rimasto agganciato alla cella della zona sud della città dove vive.

L’unico dato certo è il movente. Che, però, oltre a Cutè e Aloisi, potevano avere anche altri loro amici.

Infatti, dagli accertamenti è emerso che quella sera a chiedere insistentemente ed invano di entrare c’era insieme ai due almeno un altro amico (come ha riferito una delle dipendenti del M’ama), che però al momento non è stato identificato.

Si potrebbe trattare dello stesso uomo che si è intrattenuto a parlare con Aloisi e Cutè (come emerge dalle registrazioni della telecamera del bar prospicente il M’ama), prima che due di loro, intorno all’ 1 e 23 di notte, un’ora prima del raid, salissero sull’auto e si dirigessero verso il centro città.

Per i carabinieri i due che sono saliti sulla smart sono proprio Cutè e Aloisi, che dopo un’ora sono tornati a bordo dello scooter.

Lo stra…potere dei buttafuori e dei proprietari

 

Le ulteriori indagini hanno chiarito meglio anche il movente dei due e i motivi del litigio all’ingresso e della ritorsione.

Un testimone oculare, che conosceva sia Cutè che Aloisi, ha raccontato che i buttafuori e il proprietario del locale non si sono limitati ad impedire l’ingresso dei due giovani, ma a fronte delle loro insistenze li hanno – stando a quanto raccontato – anche offesi facendo leva sulla loro posizione di forza e sulla stazza fisica.

Sei un moccuso, vai via”.

E questa, secondo il racconto del testimone, l’offesa che ha fatto andare su tutte le furie Alessandro Cutè, detto il leoncino, nipote dello zio omonimo, il leone, a capo del clan di Mangialupi.

Gli è stata rivolta dal proprietario del M’ama, chiamato dai due buttafuori che non ne volevano sapere di farli entrare.

Il  testimone ha pure raccontato che per mettere pace si era offerto di lasciare a Cutè e ai suoi amici i tavoli che stava occupando.

Cutè però non ne ha voluto sapere: “Mi ha detto: Se non mi fanno entrare gli faccio fare il botto“, ha riferito il testimone.

Per tentare di fare ragionare Cutè, un’ altra persona lì presente si è offerta di farlo parlare l’indomani con un’altro dei proprietari del M’ama, socio di chi lo aveva offeso poco prima (ovvero il titolare di un negozio di frutta su viale Giostra), in modo che gli desse soddisfazione con le scuse. Ma niente.

Cutè è stato irremovibile.

Vu fazzu avvidire io”, ha minacciato andando via dal locale, per ritornare – secondo l’accusa – un’ora dopo e trasformare la minaccia in fatti concreti e tragici.