“Accorinti è il sindaco di Francantonio Genovese. Vergognati”. Il Consiglio non approva la mozione di sfiducia e Pippo Trischitta si scaglia contro l’assessore Daniele Ialacqua. Il video dello show del consigliere di Forza italia. La Sindoni attacca la presidente Barrile e la invita a sgomberare il pubblico. Reo di voltarle le spalle: in silenzio

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“Ventitrè voti favorevoli, 10 contrari, 5 astenuti. Il Consiglio non approva la mozione di sfiducia”.

Il presidente del Consiglio Emilia Barrile ha appena comunicato il responso del voto al termine di 10 ore di dibattito e i sostenitori del sindaco Renato Accorinti intonano “Bella ciao”.

Pippo Trischitta, il consigliere più critico contro l’amministrazione Accorinti,  è furibondo e va via tra i primi.

All’esponente di Forza Italia, “Bella ciao, bella ciao”, proprio non va giù.

All’uscita incrocia l’assessore all’Ambiente Daniele Ialacqua e lo attacca: “Non ti vergogni ad essere l’assessore del sindaco di Genovese”. Ialacqua risponde: “Vattene a casa”.

Trischitta continua il suo show: “E’ stato Francantonio Genovese a ordinare ad alcuni consiglieri di non appoggiare la sfiducia”.

E fa i nomi dei 5 consiglieri che si sono astenuti o sono usciti dall’aula.

Si tratta dei nuovi colleghi di partito, che sulle orme di Genovese sono passati dal Pd, di cui Genovese prima che finisse in carcere (coinvolto nell’inchiesta sulla formazione) era leader, alla stessa formazione di Forza Italia cui fa parte Trischitta: tra questi la presidente del Consiglio Barrile.

Francantonio Genovese e Renato Accorinti

Francantonio Genovese e Renato Accorinti

Trischitta, l’avvocato/showman

Pippo Trischitta durante i lavori si era prodotto in show provocatori che avevano suscitato le proteste e gli sberleffi dei sostenitori di Accorinti assiepati nella tribuna.

“Signor presidente. E’ una vergogna. Deve intervenire. Non è rispetto questo delle Istituzioni. Faccia uscire tutti”.

A pochi minuti dal voto, quando si è accorto che nel corso dell’intervento di Donatella Sindoni tutto il pubblico ha dato le spalle alla consigliera, Trischitta ha arringato il presidente del Consiglio comunale.

Solo in quel momento la stessa consigliera si è accorta che il pubblico, per disapprovare la sua pervicacia a rimanere incollata allo scranno benché dichiarata ineleggibile dall’Ufficio legale e legislativo della Regione e dal Tribunale di Messina, si era messo con le spalle voltate.

Infatti, quello della Sindoni è stato l’intervento meno disturbato dai presenti che sono stati in religioso silenzio finchè Trischitta non si è alzato dal suo posto rivolgendosi al presidente.

La protesta silenziosa e “la porcheria di amministrazione”

Trischitta ha dato un formidabile assist alla consigliera per protestare contro il presidente e dirsi vittima: “Non posso continuare. Il mio intervento è disturbato. Deve sgombrare il pubblico”.

La presidente l’ha invitata a continuare nell’intervento. La Sindoni, da poco transitata anche lei dal Pd a Forza Italia a<l seguito di Genovese, l’ha sfidata: “Se non interviene la invito ad abbandonare il suo ruolo di presidente che non svolge correttamente”.

A quel punto la Barrile ha perso la trebisonda. E si è prodotta, a sua volta, in uno show che non aveva nulla da invidiare a quelli del miglior Trischitta.

Ha ordinato alla polizia municipale di sgomberare il pubblico. Poi ha lasciato il suo posto sbattendo le carte. Dopo qualche secondo è tornata e si è diretta verso Trischitta e ha inveito contro di lui, reo di aver spalleggiato la collega di partito.

La quale Sindoni peraltro qualche secondo prima l’aveva attaccata affermando che il Comune aveva speso 10mila euro per le trasferte della presidente: ciò che aveva innervosito non poco la Barrile.

Intanto, gli uomini della polizia municipale e della Digos sono saliti in Tribuna. “Dovete andare via tutti. E’ un ordine del presidente”.

Nessuno si è mosso.

“Ma perché, è obbligatorio guardare il consigliere mentre parla?”, hanno chiesto in molti. “Qual è il reato?”.

L’ordine era così campato in aria che gli agenti stessi nulla hanno fatto.

Nel frattempo, in tribuna è arrivato il segretario generale Antonio Le Donne che ha convinto i sostenitori di Accorinti a stare nella posizione canonica.

Il presidente è tornato al suo posto e ha dato la parola alla Sindoni. Nel silenzio assoluto la consigliera ha insistito: “Presidente, le chiedo di sgomberare il pubblico”.

Nessuno le ha dato corda.

Ha così ripreso l’intervento e guardando Accorinti e i suo assessori ha concluso: “Voterò la sfiducia perchè questa porcheria di amministrazione se ne vada a casa”.

IL COMMENTO: Caso Sindoni, il segretario generale Le Donne sotto accusa e denunciato in Procura. L’avvocato Scurria ispira il vice presidente del Consiglio Interdonato. Ma le tesi del legale non stanno in piedi. Come quelle del collega Catalioto. Il caso Buzzanca lo dimostra

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Il segretario generale Antonio Le Donne

Il segretario generale Antonio Le Donne

 

Mancanza di imparzialità e predisposizione di un atto illegittimo per fare fuori un consigliere comunale a cui nel frattempo si è abusivamente impedito di esercitare le sue funzioni.

Per un Segretario generale, custode della legalità nell’ambito dell’amministrazione locale, le accuse che gli ha rivolto pubblicamente Nino Interdonato, il vicepresidente del Consiglio comunale, sono le più gravi e indigeste si possano ricevere. Anche perchè dallo stesso consigliere rimesse alla valutazione della Procura.

Sono indigeste ancor di più se arrivano a qualche ora da quelle della stessa natura che le ha mosso la consigliera Donatella Sindoni in un esposto in Procura, letto su input del suo legale Antonio Catalioto a pochi minuti del voto fissato sulla delibera che avrebbe sancito la fine della sua lunga avventura da ineleggibile a palazzo Zanca.

L’Ufficio Legale e legislativo della Regione e di recente, a distanza di 8 mesi, una pronuncia del Tribunale di Messina, infatti, hanno stabilito che la biologa prestata alla politica non poteva partecipare alle elezioni di maggio del 2013.

Il consigliere Nino Interdonato con il deputato regionale Beppe Picciolo

Il consigliere Nino Interdonato (a destra) con il deputato regionale Beppe Picciolo

Il giovane politico, pupillo del deputato regionale Beppe Picciolo, avendo firmato la proposta di delibera predisposta dalla Segreteria generale e messa all’ordine del giorno di mercoledì 8 febbraio si è preoccupato e non poco alla lettura dell’esposto che denunciava abusi: “Segretario, mi conferma che la delibera è legittima?”, ha chiesto un paio di volte, prima di tranquillizzarsi e votare: invano, perché non si è raggiunto il numero legale.

Tuttavia, è bastato che qualche ora dopo un avvocato gli fornisse un parere legale perché  lo spavento di Interdonato diventasse terrore: l’esponente di Sicilia Futura non solo ha preso le distanze dalla delibera di decadenza (con il ritiro della firma), ma è arrivato ad accusare il segretario Le Donne di assenza di imparzialità e disonestà, investendo anche lui del caso la Procura.

 Abusi in decadenza

Secondo l’avvocato/consulente di Interdonato, la proposta di delibera è frutto di abusi. Interdonato ha supinamente sposato la tesi del legale.

L’uscita pubblica di Interdonato, unito all’esposto letto in aula  e alla minacce di denunce per chi avesse votato la delibera mosse ai colleghi dalla stessa Sindoni (vedi articolo), ha paralizzato la decisione sul punto del Consiglio comunale.

 

Corsi e ricorsi storici

A fornire il parere a Nino Interdonato è stato Marcello Scurria, l’avvocato che con i suoi consigli giuridici permise tra ricorsi, controricorsi ed eccezioni all’ex sindaco di Messina Giuseppe Buzzanca di mantenere per due anni la carica di sindaco di Messina e consigliere regionale, nonostante la Corte costituzionale (il 23 aprile del 2010) avesse stabilito che non potessero essere cumulati.

Naturalmente, tutto questo fu possibile grazie alla complicità dell’Ars, che pendente il ricorso non ne volle sapere di votare in sede di verifica dei poteri sull’incompatibilità del collega. Fu il Tribunale amministrativo regionale a ordinargli di discutere e deliberare la decadenza di Buzzanca: esattamente il 26 giugno del 2012, due anni e 3 mesi dopo dalla sentenza della Consulta.

A battersi per l’incompatibilità di Buzzanca fu proprio Antonio Catalioto, che assisteva il primo dei non eletti, Antonio D’aquino: il legale si mostrò più volte indignato per la resistenza del sindaco su entrambe le poltrone.

 

Le tappe della vicenda Sindoni

Il 22 giugno del 2015 nel servizio giornalistico “Occupa lo scranno di consigliere comunale ma era ineleggibile. Lo strano caso di Donatella Sindoni”, viene sollevato il caso dell’ineleggibilità.

L’1 dicembre 2015 il Segretario generale Antonio Le Donne chiede un parere legale al Dipartimento enti locali della Regione Sicilia.

Il 30 giugno del 2016 l’Ufficio legale e legislativo della Regione, massimo organo di consulenza giuridica degli enti locali siciliani, dichiara Donatella Sindoni ineleggibile.

Il 4 agosto 2016 il Consiglio comunale discute e si pronucia sulla delibera di decadenza. 11 assenti, 8 favorevoli, 1 contrario, 20 astenuti. Le proposta non viene approvata.

Il 2 febbraio del 2017 il Tribunale di Messina si pronuncia sull’ineleggibilità. E dispone: “Il Tribunale dichiara Donatella Sindoli ineleggibile. Sostituisce la stessa con il primo dei non eletti”. Ordinanza Tribunale Messina Sindoni

Il 3 febbraio 2017 la Sindoni si presenta a palazzo Zanca e partecipa comunque ai lavori.

Il 6 febbraio 2017 la Sindoni torna a Palazzo Zanca ma su disposizione del Segretario generale le viene impedito di partecipare ai lavori

Il 6 febbraio 2017 alle ore 17 e 55 il legale della Sindoni, Antonio Catalioto, comunica al Segretario generale che è stato proposto appello.

Il 6 febbraio 2017 la Segreteria generale predispone una nuova delibera di decadenza, fondata sul pareri dell’Ufficio legale della Regione ora però corroborato dalla pronuncia dei giudici. La proposta di delibera, per conto dell’Ufficio di Presidenza è firmata dal vicepresidente Nino Interdonato.

L’8 febbraio 2017 la delibera approda in aula: il legale della Sindoni a pochi minuti dal voto annuncia che è stata presentato esposto in Procura Esposto procura Sindoni. per denunciare gli abusi del Segretario generale e della Presidenza del Consiglio. Scoppia la bagarre non si raggiunge il numero legale di 16 per poter votare. Solo 15 presenti, tutti favorevoli. 25 gli assenti su 40 consiglieri.

Il 9 febbraio 2017 il vicepresidente del Consiglio Nino Interdonato ritira la firma sulla proposta di delibera, si dimette, e attacca il segretario generale accusandolo di mancanza di imparzialità e di illegalità. Trasmette la nota alla Procura della Repubblica, cui chiede di verificarne la condotta.Nota di Interdonato

 

Antonio Catalioto

Antonio Catalioto

 

La confusione di Catalioto

Antonio Catalioto, subito dopo la pubblicazione dell’ordinanza del Tribunale, aveva sostenuto in dichiarazioni al giornale on line Tempostretto che l’ordinanza non fosse immediatamente esecutiva citando la norma del codice di procedura civile che disciplina gli effetti in caso di mancato appello, ovvero il divenire della stessa cosa giudicata: “L’art.702 quater dispone che l’ordinanza emessa ai sensi dell’art.702 ter produce gli effetti esecutivi dell’articolo 2909 codice civile se non è appellata entro i 30 giorni dalla sua comunicazione”, ha detto Catalioto al giornalista.

Invece, la norma che disciplina l’efficacia dell’ordinanza è il comma 8 dell’articolo 22 della Dlgs 150/2011 che stabilisce. “L’efficacia esecutiva dell’ordinanza pronunciata dal Tribunale è sospesa in pendenza di appello”articolo 22 dlgs 150-2011.

La lettera della norma è chiara. L’ordinanza è esecutiva; nel momento in cui viene incardinato l’appello (che quindi da quel momento pende) l’efficacia è sospesa.  

L’avvocato Catalioto, così, dopo aver letto la norma giusta e dopo averla interpretata ha cambiato rotta, e per sostenere che Le Donne ha commesso un abuso nell’impedire a Donatella Sindoni di partecipare ai lavori prima della proposizione dell’appello si è inventato un’altra teoria.

Nella nota di diffida inviata al Segretario generale (Diffida di Catalioto a Le Donne)  poi ripresa nell’esposto inviato in Procura, ha sostenuto che l’ordinanza del Tribunale non potesse impedire alla Sindoni di svolgere sino al momento della proposizione dell’appello la sua attività di consigliere “perché sancisce l’ineleggibilità e non dichiara la decadenza che spetta al Consiglio comunale”.

Ripasso di diritto amministrativo

Tuttavia, le argomentazione del legale si scontrano con un principio elementare per gli studenti di giurisprudenza che hanno sostenuto l’esame di diritto amministrativo. In presenza di un’ordinanza che dichiara l’ineleggibilità (e porta alla nullità con effetto retroattivo dell’elezione come se mai ci fosse stata) non impugnata in appello (appello nel caso di specie che appunto non c’è sino alla sera del 6 febbraio) al Consiglio comunale spetta la sola mera presa atto dell’ineleggibilità dichiarata dai giudici e la sostituzione con il primo dei non eletti. Null’altro. La decadenza non c’entra nulla.

Marcello Scurria su questa conclusione  è concorde.

L'avvocato Marcello Scurria

L’avvocato Marcello Scurria

L’interpretazione Scurresca nostalgica del passato

Ma per il legale/consulente di Interdonato il segretario generale ha commesso comunque un abuso a impedire alla Sindoni di partecipare ai lavori perché l’ordinanza non era immediatamente esecutiva.

“E’ vero la lettera della norma sempre dire che l’efficacia è esecutiva”, dice Scurria. “Ma la norma va interpretata. In passato era principio pacifico che la pronuncia non avesse efficacia immediata”.

La norma infatti (abrogata nel 2011) stabiliva: “L’ esecuzione delle sentenze emesse dal tribunale civile resta sospesa in pendenza di ricorso alla corte d’appello”.

“Il legislatore del 2011 non ha saputo copiare”, conclude Scurria.

Marcello Scurria è molto affezionato al passato e allergico alle innovazioni legislative.

Dimentica, infatti, che il Dlgs 150 è stato fatto per unificare i vari procedimenti civili speciali, ben 33 per la precisione, che pullulavano nell’ordinamento creando lungaggini e difficoltà interpretative per ricondundurli ai tre principali: quello ordinario di cognizione, quello del lavoro e sommario di cognizione (cui viene ricondotto quello elettorale).

Basta leggere la relazione illustrativa della legge delega (sfociata poi nel dlgs del 2011) e i lavori della dottrina sul punto.

Principio comune da decenni dei tre riti è che tutte le pronunce di primo grado sono immediatamente esecutive: la parte soccombente può però a certe condizioni fare istanza di sospensione della provvisoria esecutività.

La dottrina così è unanime partendo dalla lettera della norma e dalla ratio dell egislatore nel dire che la nuova formulazione è da intendere nel senso che l’ordinanza ha efficacia esecutiva immediata come tutte gli altri (vedi, ad esempio, lavoro sul punto di Luca Andreassi)

L’eccezione sancita dall’articolo 22, comma 8,  rispetto alla regola generale sta ne fatto che l’appello sospende automaticamente l’efficacia esecutiva della pronuncia senza che sia necessario apposita istanza di sospensione ai giudici, come prevede la regola generale.

Il primo abuso di Le Donne non c’è

Dunque anche la tesi sull’efficacia dell’ordinanza di Scurria presa per oro colato da Interdonato, è una mera opinione di Scurria, smentita dall’interpretazione unanime della dottrina. Così come quella di Catalioto.

Le Donne dunque ha fatto bene a impedire alla Sindoni di prendere parte ai lavori del 6 febbraio.

La Sindoni, dal canto suo, abusivamente ha partecipato ai lavori del 3 febbraio e illegalmente voleva partecipare a quelli del 6 febbraio.

 

La consigliera torna in carica: il secondo abuso di Le Donne secondo i due legali

A partire dalla serata del 6 febbraio la Sindoni è tornata nella pienezza delle sue funzioni.

Per i due legali il Consiglio comunale non poteva pronunciarsi sulla delibera di decadenza della Sindoni preparata dalla segreteria generale, votando favorevolmente o in senso contrario. Dunque, Le Donne ha fatto un altro abuso.

Il motivo?

Scurria (nella nota di Interdonato)  e Catalioto (nella diffida e nell’esposto) sostengno, senza citare né norma giuridica né precedente né dottrina, che siccome c’è una causa pendente davanti ai giudici al Consiglio è precluso pronunciarsi contemporanemante sulla stessa vicenda finchè pende il giudizio.

Smentiti dalla Corte costituzionale

Questa tesi non solo non è fondata su nessuna norma giuridica né precedente né lavoro dottrinale. Ma è stata smentita più volte dalla Corte costituzionale (vedi, ad esempio, sentenza 357 del 1996) (a sua volta più volte richiamata dai giudici amministrativi e dalla Cassazione) che ha stabilito esattamente il contrario.

E cioè che i due porocedimenti scorrono su binari diversi e che l’uno è autonomo rispetto all’altro.

Ha infatti stabilito la Corte Costituzionale: “La procedura di verifica dei poteri davanti al Consiglio e il giudizio di fronte al Tribunale – per quanto attivabili entrambi per iniziativa di cittadini elettori, estranei al Consiglio stesso, e orientati in definitiva allo scopo comune dell’eliminazione delle situazioni di incompatibilità e di ineleggibilità previste dal legislatore, in cui versino i consiglieri – si svolgono su piani diversi, mirando a finalità immediate anch’esse diverse: la verifica del titolo di partecipazione all’organo collegiale a opera e nell’interesse dell’organo stesso alla propria regolare composizione, la prima; la garanzia del rispetto delle cause di ineleggibilità e incompatibilità nell’interesse della generalità dei cittadini elettori e a opera della Autorità giudiziaria, la seconda”.

La Consulta ha ancora precisato: “Questo spiega la concorrenza delle due distinte garanzie in ordine alle cause di incompatibilità e di ineleggibilità, concorrenza ormai pacificamente riconosciuta nella giurisprudenza della Corte di cassazione e giudicata conforme alla Costituzione da questa stessa Corte”.

Giuseppe Buzzanca e Marcello Scurria

Giuseppe Buzzanca e Marcello Scurria

A proposito di …. memoria coerenza e imparzialità

Marcello Scurria, il principio della concorrenza e autonomia del procedimento amministrativo di verifica dei poteri dal giudizio davanti al Tribunale lo conosce molto bene.

Come lo conosce molto bene l’avvocato Antonio Catalioto.

Lo conoscono bene entrambi perché lo hanno sperimentato nella vicenda che ha portato alla decadenza del sindaco Buzzanca. Ma forse se ne sono dimenticati,

Scurria tentò di usare l’argomentazione dell’efficacia preclusiva del giudizio pendente davanti al Tribunale per evitare che l’Assemblea regionale siciliana, cui si era rivolto Antonio Catalioto (che allora sosteneva il contrario e adesso ha cambiato opinione), si pronunciasse sulla decadenza di Buzzanca.

Il Tar di Palermo, richiamando la giurisprudenza della Corte costituzionale e della Corte di cassazione, fu netto ad ordinare all’Ars di pronunciarsi riaffermando il principio che la circostanza che ci fosse un giudizio ordinario pendente non avesse rilevanza (vedi sentenza Tar di Palermo)

 

Se Scurria supera Catalioto

L’avvocato Marcello Scurria va oltre le argomentazioni di Catalioto. Sostiene infatti, sempre per fondare l’accusa di abuso a Le Donee, che nel caso di specie il Consiglio comunale si è già pronunciato sulla sua ineleggibilità e dunque secondo il legale una volta che ha già votato ha consumato il potere di farlo, ovvero di pronunciarsi nuovamente.:

Questa conclusione dell’avvocato Marcello Scurria non è sostenute da nessuna norma giuridica, da nessun precedente giurisprudenziale, da nessuna opionine della dottrina.

E’ semplicemente una tesi (rispettabilissima) dell’avvocato Scurria che, a precisa e ripetuta domanda, infatti, non sa indicare né un precedente, né una norma né tantomeno un lavoro della dottrina.

Scurria si rifiugia “nei principi”. Ma quali sono questi principi?, chiede il giornalista all’avvocato Scurria. Nessuna risposta.

In realtà, basterebbe questo per giungere a conclusioni opposte a quelle che Scurria ha suggerito a Interdonato.

Ma c’è di più. In realtà, i principi che informano la Costituzione liberal democratica italiana sono di segno contrario e portano a conseguenze opposte a quelle che vorrebbe Scurria.

 

Il secondo abuso di Le Donne non c’è

Basterebbe allora osservare che secondo un principio generalissimo dell’ordinamento giuridico tutto ciò che non è vietato è permesso.

L’attività amministrativa, poi, in generale è fondata sul principio che l’amministrazione possa sempre rivalutare gli atti compiuti.

C’è una norma dello stesso Regolamento del Consiglio comunale di Messina, l’articolo 32, che infatti prevede il potere del Consiglio di modificare, revocare, integrare e sostituire le proprie deliberazioni (vedi regolamento).

In questo caso, tra l’altro, non si tratta neppure di sostituire una delibera precedente.

La delibera neppure c’è.

Il Consiglio non ha votato contro l’ineleggibilità e quindi per l’eleggibilità della Sindoni: il 4 agosto 2016, infatti, 11 consiglieri erano assenti e 20 si sono astenuti. Otto dei 9 consiglieri superstiti hanno votato per la decadenza.

Come ha precisato la Corte costituzionale in più occasioni la verifica dei poteri è attività amministrativa “volta alla verifica del titolo di partecipazione all’organo collegiale a opera e nell’interesse dell’organo stesso alla propria regolare composizione”.

Ora se c’è il sospetto, in questo caso è fondato persino su una decisione dei giudici, che un l’organo non è regolarmente costituito è mai sostenibile che l’organo rimanga irregolarmente costituito per anni (perché nessuno si rivolge ai giudici) in presenza di un’evidente causa di ineleggibilità e solo perchè il Consiglio si è pronunciato?

E’ mai sostenibile che il consigliere ineleggibile determini per anni con il proprio voto l’approvazione di atti solo perchè il Consiglio non ha deliberato la sua decadenza perché il giorno fissato per il voto magari la maggior parte dei consiglieri colpita, ad esempio, da un’influenza virale o bloccata nel traffico nato da un ‘incidente, era assente? Oppure perchè si era astenuta non avendo avuto il tempo di esaminare bene la questione?

E’ ovvio che queste conclusioni sono assurde e in contrasto con i principi costituzionali, i quali impongono che un organo che rappresenta i cittadini deve essere formato da chi poteva partecipare alle elezioni.

Il Consiglio incontra solo un limite nel potere di potersi pronunciare sulla decadenza di un consigliere: un provvedimento passato in giudicato della magistratura.

Il consigliere dichiarato decaduto dai colleghi ha sempre uno strumento di tutela: rivolgersi ai giudici impugnando la delibera di decadenza.

 

IL CASO: Elezioni universitarie, roulette giustizia. Identico vizio, ma pronunce opposte dagli stessi giudici: il Tar di Catania ammette Gea Universitas di Ivan Cutè assistita dall’avvocato Santi Delia e lascia fuori le altre liste escluse dalla competizione. Proclamazione rinviata in attesa dell’appello al Cga

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L'esultanza di Cutè e dei membri di Gea universitas festeggiano

L’esultanza di Cutè (in alto a destra) e dei membri di Gea universitas

Identico vizio, ma responsi diversi da parte degli stessi identici giudici del Tribunale amministrativo regionale di Catania.

L’associazione Gea Universitas, capitanata da Ivan Cutè e patrocinata dal legale Santi Delia, l’ha spuntata..

Le altre associazioni e una serie di candidati a queste appartenenti, invece, no.

Al momento, infatti, benché siano risultati eletti al termine della tornata del 22 e 23 novembre 2016, l’insediamento di quest’ultimi è bloccato dalle pronunce sfavorevoli degli stessi giudici amministrativi di primo grado, già appellate al Consiglio di giustizia amministrativa

Eppure, la loro esclusione dalle elezioni era fondata sul medesimo vizio di diritto e di fatto di quello di Gea Universitas.

Esclusione per tanti

I vertici dell’ateneo, sulla scorta di un parere dell’Avvocatura dello Stato, infatti, avevano escluso dalla competizione elettorale alcune liste e alcuni candidati per violazione della competenza territoriale dei pubblici ufficiali che avevano autenticato le firme necessarie alle candidature: in altre parole, le firme erano state autenticate da sindaci ma fuori dal territorio di competenza.

E ciò era stato desunto dal fatto che sul modulo prestampato usato per l’autentica era stato apposto dal sindaco il timbro del comune della provincia, ma compariva in calce  la dicitura prestampata “Messina”, che in un atto amministrativo indica il  luogo in cui l’atto si compie.

Partecipazione sub judice

Le associazioni e i candidati esclusi si sono rivolti in massa al Tar per chiedere in via d’urgenza un  provvedimento che consentisse loro di partecipare all’elezione  L’organo della giurisdizione, senza contraddittorio, con decreto presidenziale ante causam, li aveva ammessi tutti.

L’esigenza di allineamento

L’ateneo però dopo le elezioni ha sospeso l’insediamento di tutti gli eletti anche di quelli che non erano stati esclusi per irregolarità in attesa che dal Tar arrivassero lumi più certi: “L’insediamento deve avvenire per tutti nello stesso momento. Devono essere temporalmente allineate se non il rinnovo sarebbe molto problematico”, hanno spiegato il rettore Pietro Navarra e il direttore generale Franco de Domenico.

Dal Tar, dagli stessi giudici, infatti, sono arrivate sinora decisioni contraddittorie: favorevoli solo a Gea Universitas e sfavorevoli a tutti gli altri, che hanno appellato.

La proclamazione può aspettare

Dopo l’ordinanza del Tar che dà ragione all’associazione Gea universitas i suoi candidati eletti negli organi dell’Università di Messina potrebbero essere regolarmente insediati: a partire dal senatore accademico in pectore Andrea Celi.

Tuttavia, l’esigenza di allineamento permane. I vertici dell’ateneo stanno valutando così il da farsì. L’opinione che è prevalsa sinora è che prima di procedere all’insediamendo degli eletti di Gea bisogna attendere che si concluda tutta la fase cautelare al Cga, ciò che avverrà entro 15 giorni. Le udienze sono fissate per il 23 febbraio 2016.

Distrazioni di provincia

Gea universitas, specificamente era stata esclusa dalla competizione elettorale universitaria perché alcune delle firme necessarie alla presentazione della lista risultavano autenticate dal sindaco del comune di Brolo con tanto di timbro comunale su dei moduli su cui era indicato come luogo di autentica la città di Messina.

La stessa discrasia, con autentica di sindaci di altri comuni, aveva portato egualmente all’esclusione di altre liste e candidati.

Unico giudice: due pesi e due misure

I giudici Vincenzo Vinciguerra (presidente), Dauno Trebastoni (estensore delle pronunce), e Maria Agnese Barone, occupandosi di quest’ultimi hanno scritto: “Il ricorso appare infondato, in relazione alla circostanza che nel caso di specie è stato violato il principio della competenza del pubblico ufficiale”, hanno motivato nelle ordinanze pronunciate tra dicembre 2016 e gennaio 2017. La convinzione dei tre giudici era così forte che ogni rigetto è stato corredato da una condanna alle spese di 700 euro.

Quando qualche tempo dopo, però, si sono occupati di Gea Universitas il giudizio è diametralmente cambiato: l’indicazione di Messina sul modulo prestampato è diventato un mero errore materiale.

Scrivono i giudici l’8 febbraio 2017 nella motivazione dell’ordinanza cautelare che riguarda Gea Universitas:”Il fatto che il Sindaco autenticante abbia lasciato, in calce al “precompilato” modulo di autenticazione, l’indicazione “Messina”, appare più frutto di errore materiale, probabilmente legato alla disposizione dell’Università, a sua volta fondata sulla erronea supposizione che l’autenticazione delle firme sarebbe certamente avvenuta a Messina, secondo cui il modulo non andava modificato”.

Anche perchè, ha specificato ancora il Tar,  “sul contestato modulo il Sindaco di Brolo ha apposto il timbro del Comune, e tale circostanza rende del tutto verosimile che l’autenticazione sia avvenuta a Brolo”. Esattamente ciò che è accaduto anche in tutti gli altri casi in cui, però, il Tar aveva rigettato

Santi Delia, l’avvocato vincente

L’avvocato di Gea Universitas Santi Delia si è battuto come al solito con grande determinazione e abilità e ha ottenuto i ringraziamenti pubblici di Ivan Cutè.

Delia, ha depositato al Tar un’ “apposita dichiarazione” rilasciata dal sindaco di Brolo, Irene Ricciardello, “nella qualità” (e, quindi, come pubblico ufficiale, ndr) “confermante la circostanza” (cioè che l’autenticazione l’ha fatta  a Brolo e che solo per errore e non alterare il modulo ha lasciato la dicitura Messina, ndr): dichiarazione questa, che i giudici usano nella motivazione per puntellare la decisione favorevole a Gea.

La stessa dichiarazione, da parte dei sindaci di altri comuni, era stata depositata anche nei ricorsi rigettati.

Il precedente confortante

L’avvocato Gianclaudio Puglisi, che ha patrocinato i candidati eletti ma bocciati dal Tar di Catania, commenta: “L’ultima decisione del Tar su Gea universitas per noi è un precedente importante da giocare davanti al Consiglio di giustizia amministrativa nelle prossime settimane”.

 

 

 

Ineleggibilità di Donatella Sindoni, la consigliera per rimanere incollata allo scranno agita lo spauracchio delle denunce in Procura contro i colleghi. Il suo legale Catalioto impone la lettura in aula di un esposto a pochi minuti dalla votazione sulla decadenza. L’avvocato Scurria ci mette lo zampino. Il Consiglio comunale, già sotto inchiesta, va in tilt

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Donatella Sindoni

Donatella Sindoni

“Si comunica che la mia assistita ha presentato esposto in Procura. Conseguentemente, all’apertura dei lavori d’aula si diffidano il segretario generale e il presidente del Consiglio a darne pubblica lettura per la conoscenza di ogni singolo consigliere che parteciperà alla votazione sulla proposta di decadenza”.

E’ stata dichiarata ineleggibile due volte: il 24 giugno del 2016 dall’Ufficio legale e legislativo della Regione Sicilia, il 2 febbraio del 2017 dal Tribunale di Messina (sulla  scorta peraltro di un precedente della Corte di cassazione); e ha firmato la mozione diretta a mandare a casa il sindaco Renato Accorinti (e di conseguenza se stessa e l’intero Consiglio comunale).

Tuttavia, pur di rimanere appiccicata alla sua poltrona le prova tutte.

Assistita dal suo legale Antonio Catalioto, la consigliera comunale Donatella Sindoni non si è limitata a proporre l’ appello (più che legittimo) avverso l’ordinanza che la dichiara ineleggibile emessa dai giudici, riacquistando così il diritto di tornare a palazzo Zanca.

Ha infatti agitato con veemenza lo spettro delle denunce già presentate o da presentare alla Procura della Repubblica, che già solo perché sono presentate determinano l’apertura di un procedimento penale con iscrizione sul registro degli indagati e la scocciatura di nominare un legale e di finire sui giornali.

Destinatari delle minacce i suoi colleghi consiglieri, ovvero coloro che dovevano e dovrebbero pronunciarsi sulla sua sorte politica e che hanno già non pochi guai con la giustizia.

Gran parte di loro infatti sono sotto procedimento penale o lo sono stati sino alla scorsa settimana. Alcuni sono ancora sottoposti a misura cautelare dell’obbligo di firma all’entrata e all’uscita di Palazzo Zanca.

Antonio Catalioto

Antonio Catalioto

 

Questa delibera… non s’ha da votare

All’ordine del giorno di mercoledì 8 febbraio 2016 c’era la delibera, istruita dalla segreteria generale e fatta sua, come per prassi, dal vicepresidente del Consiglio comunale Nino Interdonato, che sanciva la decadenza di Donatella Sindoni.

Qualche ora prima era arrivata a palazzo Zanca la nota di diffida dell’avvocato Catalioto con allegato esposto.

Il presidente del Consiglio e il segretario generale si sono piegati al diktat dell’avvocato.

E’ stata la stessa consigliera Sindoni a leggere l’esposto ai colleghi.

Votare sulla decadenza della consigliera per il legale, Antonio Catalioto, è frutto di abusi. Come – per lo stesso legale – lo era stato chiedere il parere all’Ufficio legale della Regione dopo la pubblicazione a maggio del 2015 del servizio giornalistico che sollevava il caso.

E’ un abuso – a leggere l’esposto – perché l’appello contro l’ordinanza di ineleggibilità ne aveva sospeso l’efficacia esecutiva.

Nel mirino della Sindoni il segretario generale Le Donne che la vuole fare fuori perché il suo voto può essere decisivo per la sfiducia al sindaco Accorinti.

In realtà, la proposta di delibera non era basata sull’ordinanza del Tribunale ma sul fatto che la Sindoni è ineleggibile per come aveva scritto un anno prima il massimo organo di consulenza giuridica della Regione. L’ordinanza del Tribunale è considerata solo un’ ulteriore prova.

Ne è nata una bagarre. Durante la discussione Il consigliere Interdonato preoccupato per l’esposto ha chiesto più volte al segretario generale Le Donne se confermasse o meno la piena legittimità delle delibera.

La consigliera Lucy Fenech ha affermato: “Questo della Sindoni e del suo avvocato è un atto di intimidazione al Consiglio”.

Alla fine è caduto il numero legale. Alcuni consiglieri per non votare hanno lasciato l’aula.

Per votare era necessaria la presenza di 16 consiglieri, ne sono rimasti in aula 15 (su 40): l’ultimo ad abbandonare l’aula Fabrizio Sottile. Non è andato via per mettersi al riparo dall’esposto, né per motivi politici, bensì a seguito di uno screzio con la capogruppo del Pd Antonella Russo: insomma per un dispetto di quelli che si fanno i bambini alla scuole materne.

 

L’intimidazione non è mai troppa

Giovedì 9 febbraio, la scena si è ripetuta, con toni più aspri.

Durante i lavori nella Commissione Sport e Spettacolo presieduta da Piero Adamo, in cui si è aperto un dibattito su come dovesse procedere nei lavori, la Sindoni – secondo quanto hanno riferito i presenti – ha ammonito i colleghi affermando che avrebbe denunciato i colleghi che avrebbero votato la sua decadenza. Nuova bagarre. Scambio di accuse. E di insulti.

Risultato: il Consiglio comunale non si è pronunciato sulla sua decadenza, nè sipronuncerà. Non a breve almeno.

Se la paura te la mettono gli avvocati

Il vicepresidente del Consiglio comunale, Nino Interdonato, infatti, già preoccupato dopo la lettura dell’esposto della Sindoni, si è messo al riparo da ogni possibile conseguenza penale e ha ritirato la firma prendendo le distanze da chi la delibera l’ha istruita.

Con una nota (scritta evidentemente da un legale), Interdonato ha condiviso la tesi sostenuta dal legale della Sindoni. Anzi, è andato anche oltre individuando più abusi di quelli lamentati dallo stesso Catalioto.

Ha accusato di mancanza di imparzialità il Segretario generale, evocando a sua volta l’intervento della Procura e si è dimesso dall’Ufficio di presidenza.

Interdonato, da perfetto ignorante della materia – come lui stesso ha ammesso – ha preso per oro colato quanto gli ha confezionato un legale.

Scurria, il legale che non ti aspetti

A fornire il parere a Nino Interdonato è stato infatti Marcello Scurria, ex segretario dei Democratici di sinistra e consulente giuridico nonché avvocato personale dell’ex sindaco di destra Giuseppe Buzzanca.

Quest’ultimo, oltre che primo cittadino di Messina era al tempo stesso consigliere regionale, quando ad aprile del 2010, una sentenza della Corte costituzionale stabilì che il cumulo delle due cariche fosse fuorilegge.

Tuttavia, assistito da Scurria, solo dopo due anni e mezzo, Buzzanca fu dichiarato decaduto dall’Ars.

Ironia della sorte, a battersi perché fosse prima sancita l’illegalità del cumulo delle cariche e poi la decadenza di Buzzanca fu Antonio Catalioto, legale oggi della Sindoni ed ex socio e collega di studio di Scurria.

Catalioto all’epoca non nascondeva la sua indignazione per come Buzzanca le provasse tutte per mantenere le due cariche, in spregio alla legge.

Operazione compiuta

La proposta di delibera per tornare ora in votazione deve essere firmata da un consigliere. In genere, per prassi se arriva dagli uffici la firma il presidente del Consiglio o qualcuno dell’Ufficio di presidenza.

La presidente Emilia Barrile, nell’occhio del ciclone dell’esposto della Sindoni e della nota di Interdonato, ha già dichiarato che lei non lo farà. L’altro componente, Nicola Crisafi, ha seguito Interdonato sulla scia delle dimissioni.

Effetto boomerang

Donatella Sindoni minaccia di presentare denunce. Ma la minaccia delle denunce e l’ostentanzione di quelle già fatte allo scopo di influire sull’andamento dei lavori di un organo elettivo le potrebbero costare l’attenzione della stessa Procura che evoca:

a lei e al suo legale, che a poche ore dal voto di un organo democratico ha fatto pervenire una nota di diffida che non ha precedenti.

Infatti, la loro condotta, inserita in un contesto in cui tutti sono scottati da procedimenti penali e temono di finire in altri, potrebbe integrare il reato dell’articolo 338 del codice penale che punisce “chi usa minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario o ad una rappresentanza di esso, o ad una qualsiasi pubblica Autoritità, per impedirne, in tutto o in parte, anche temporaneamente, o per turbarne comunque l’attività”.

 

Spreco di acqua su via Catania: le segnalazioni sono state inutili. Ogni giorno centinaia di litri finiscono sulla strada

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Sgorgava due mesi fa e continua a sgorgare ora, creando un lago su via Catania. Nella città in cui i cittadini hanno l’acqua solo per poche ore al giorno centinaia di litri vengono lasciati scorrere per strada, a beneficio degli alberi e delle erbacce che vigorosamente crescono sul marciapiede.

A niente sono valse le segnalazioni di qualche mese fa all’Amam, l’azienda municipalizzata che distribuisce l’acqua; alla polizia provinciale e a quella municipale.

Chi si trova a ripassare sulla stessa strada, proprio all’altezza del muretto che delimita il campo di atletica “ex Gil”, scopre che è stato vano ogni sforzo per impedire lo sciupio.

La vicenda era stata raccontata il 28 novembre del 2016 nel servizio giornalistico “Spreco infinito di acqua su via Catania. Nella città a rischio crisi idrica l’acqua potabile finisce per strada. Nessuno interviene. Chi denuncia si scontra con il muro di gomma della burocrazia inefficiente”.

IL CORSIVO: Decadenza della Sindoni, il Tribunale offre al Segretario generale Antonio Le Donne e al Consiglio comunale la possibilità di uscire dall’ambiguità lunga due anni. La consigliera decaduta, assistita dal legale Catalioto, partecipa ancora ai lavori

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Antonio Le Donne

Antonio Le Donne

Non c’era bisogno della pronuncia del Tribunale di Messina. Ma ora c’è pure quella. Eppure, Donatella Sindoni, consigliata dal suo legale Antonio Catalioto, non si rassegna e va allo sbaraglio.

Venerdì scorso la consigliera decaduta ha regolarmente partecipato ai lavori della Commissione Patrimonio, presieduta da Daniele Zuccarello, come se nulla fosse. E nessuno dei suoi colleghi ha avuto nulla da ridire, men che mai il segretario di commissione o lo stesso presidente. Eppure, la sentenza emessa il giorno prima – per disposizione di legge – è immediatamente esecutiva: un secondo dopo che è stata pubblicata la Sindoni è diventata una privata cittadina (il comma 8 dell’articolo 22 della legge 150 del 2011 stabilisce che “L’efficacia esecutiva dell’ordinanza pronunciata dal tribunale e’ sospesa in pendenza di appello”).

Dunque, i lavori della commissione sono stati viziati (a pena di nullità) dalla presenza abusiva (e a rischio rilevanza penale) di un ex consigliere.

Stamattina la scena si è ripetuta ma questa volta i colleghi consiglieri, forti di una nota che nel frattempo il segretario generale Antonio Le Donne aveva inviato al presidente del Consiglio comunale, hanno “coraggiosamente” ma non troppo abbandonato la colpevole complicità che da un due anni mantengono sulla vicenda. 

La Sindoni così è stata costretta a tornarsene a casa. Ma prima la presidente della Commissione Viabilità, Simona Contestabile, le ha dato comunque la parola e il tempo di affermare che è una “perseguitata politica”.

Se a palazzo Zanca si rispettano così le decisioni dei giudici e le norme di legge, da domani, qualsiasi cittadino è autorizzato a partecipare ai lavori del Consiglio e a votare.

Ad ogni modo, il legale Catalioto, che in questa vicenda ha dato il meglio della sua sapienza giuridica, nella tarda mattinata ha presentato appello, per cui da domani la Sindoni potrà tornare regolarmente in carica e starvi finché l’appello non verrà deciso.

Tuttavia, ora il segretario generale Antonio Le Donne ha la possibilità di rimediare alle sue condotte omissive che hanno permesso quella che è una grave violazione della democrazia.

Prima, infatti, dopo la pubblicazione del servizio giornalistico del maggio del 2015 che sollevava il caso, il custode della legalità a palazzo Zanca a fronte di una situazione di solare ineleggibilità in capo alla proprietaria dell’omonimo laboratorio di analisi, non si è assunto le sue responsabilità e ha atteso per un anno un parere dell’Ufficio legale della Regione Sicilia dalle conclusioni inequivocabili.

Successivamente, dopo che il Consiglio comunale si è astenuto sulla decadenza, ai primi di agosto 2016 ha mandato una nota ai consiglieri per dire loro che a fronte del parere “non avevano margini per non votare la decadenza”, dimenticandosi tuttavia nei giorni a seguire di avanzare e far mettere all’ordine del giorno una nuova proposta di decadenza per come gli imponeva la legge.

La stessa possibilità di rispettare la legge e la democrazia ce l’ha pure Consiglio comunale, che nella sua quasi totalità dei suoi componenti ha dribblato il parere dato dal massimo organo giuridico consultivo dell’ente locale.

In Consiglio comunale siede dal 2013 e rappresenta i cittadini di Messina chi non lo può fare: non perché abbia chissà quali colpe ma perché secondo la legge al momento dell’elezione aveva un ruolo che la avvantaggiava nella competizione elettorale.

Per la legittimazione dell’organo rappresentativo Consiglio comunale non si tratta di cosa di poco conto.

La verifica dei poteri, che per legge può essere fatto in ogni tempo in cui emergono fatti rilevanti e non solo al momento della proclamazione degli eletti, infatti, non è come pensa qualche sprovveduto consigliere comunale un giochetto di natura politica fondato sulla simpatia per questo o quel consigliere, ma un atto giuridico amministrativo che legittima l’operato dell’organo nella sua interezza e si basa sulla valutazione giuridica di presupposti di fatto.

Il voto della Sindoni, solo per fare l’esempio più clamoroso, nei prossimi giorni potrà essere decisivo per consegnare la città a un commissario nominato dalla Regione. E nei mesi scorsi è stato decisiva per far approvare o non approvare provvedimenti che riguardano il bene della città.

Bastano queste elementari osservazioni, al di là del giudizio negativo o positivo sull’operato di Renato Accorinti, sempre più vittima del suo narcisismo autoreferenziale, per comprendere come la questione dell’ineleggibilità di Donatella Sindoni merita di essere affrontata in maniera radicale, come andava affrontata sin dall’inizio, evitando il balletto dell’efficacia sospensiva dell’appello, che fa tornare in carica la Sindoni, che poi tra sei mesi finirà molto probabilmente per decadere di nuovo.

Al Segretario generale basta predisporre e sottoporre all’approvazione del Consiglio comunale una nuova proposta di delibera che sancisca la decadenza di Donatella Sindoni sic et simpliciter, ma non perché c’è stata  una pronuncia del Tribunale: se fosse fondata solo su questo, se anche fosse approvata dal Consiglio, un minuto dopo la delibera di decadenza non avrebbe più valore.

La pronuncia del Tribunale è il sigillo finale a dati chiari e lampanti che imponevano già da due anni di dichiarare Donatella Sindoni decaduta: la norma regionale, la norma nazionale nell’identica formulazione, il precedente della Corte di Cassazione che ha deciso un caso identico a quello della Sindoni. E poi il parere firmato dall’avvocato generale dell’Ufficio legale della Presidenza della regione Sicilia, Romeo Palma. Quello che secondo il segretario generale non consentiva valutazioni discrezionali ai consiglieri, che pi. Non le consentiva allora, figurarsi oggi che c’è pure una pronuncia dei giudici.

Ma ai consiglieri comunali di Messina se manca la capacità di fare proposte per risolvere i problemi della gente non difetta certo la fantasia, specie quella giuridica, già mostrata nella seduta in cui fu già votata la decadenza della Sindoni, dai consiglieri giuristi Pippo Trischitta e Carmelo Santalco: se nell’occasione pensarono di poter sfuggire al parere della Regione senza assumersi responsabilità astenendosi con motivazioni ridicole, ora potrebbero decidere di disertare l’aula, dando ulteriore prova di quanto hanno a cuore il bene comune. In questo caso, almeno i contribuenti risparmierebbero gettoni di presenza e oneri riflessi .

 

 

 

 

 

Decadenza di Donatella Sindoni: anche i giudici si trovano d’accordo con la Legge. La figuraccia del Consiglio comunale “astenuto” e dei consiglieri “giuristi” Trischitta e Santalco. Il Tribunale di Messina spazza via le tesi ballerine del legale Antonio Catalioto

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Antonio Catalioto e Donatella Sindoni

Antonio Catalioto e Donatella Sindoni

 

“Donatella Sindoni era ineleggibile e deve decadere da cosnigliere comunale”. E’ questo il responso del Tribunale di Messina. Il responso era tanto atteso quanto scontato.

Ad uscire con le ossa rotte da Palazzo Piacentini prima ancora che la biologa prestata alla politica e il suo avvocato Antonio Catalioto, è stato il Consiglio comunale che da due anni sulla vicenda si comporta come Ponzio Pilato, benchè la legge gli imponesse di pronunciarsi in punto di diritto e non di politica.

C’era una norma regionale che ne sanciva l’ineleggibilità. C’era, vigente, la norma nazionale nell’identica formulazione. C’era una sentenza della Corte di Cassazione che aveva dichiarato legittima la decadenza di un consigliere comunale del Comune di Guidonia Montecelio che si era trovato nella stessa identica situazione.

Il tutto era stato prima raccontato prima in un servizio giornalistico pubblicato il 22 giugno del 2015: “Occupa lo scranno di consigliere comunale ma era ineleggibile. Lo strano caso di Donatella Sindoni”, che indusse il primo dei non eletti a rivolgersi al Segretario generale del Comune.

Successivamente in un secondo servizio del 2 luglio del 2015: “La consigliera Sindoni grida al complotto e si vanta di scoprire e denunciare il malaffare. Ma sulla sua ineleggibilità scmabia lucciole per lanterne. E il suo legale Catalioto le dà una mano” , erano stati precisati tutti i termini tecnico giuridici della questione.

Era pure arrivato un anno dopo, a giugno del 2016, un parere netto e chiaro dell’Ufficio legale e legislativo della regione Sicilia.

 

Ponzio pilato a palazzo Zanca

Eppure, chiamati a decidere sulla decadenza di Donatella Sindoni la stragrande maggioranza dei consiglieri comunali di Messina (con l’eccezione di otto) accodandosi alle argomentazioni giuridiche dei loro colleghi Pippo Trischitta e Carmelo Santalco, avvocati di professione, si erano astenuti.

Il 4 agosto del 2016 hanno scelto nella sostanza in violazione della legge e della democrazia di mantenere in sella un loro collega, consentendole così di rappresentare cittadini che non poteva rappresentare e di incassare gettoni di presenza che non le sarebbero dovute toccare.

Lo hanno fatto senza assumersi la responsabilità di un voto contrario alla decadenza. In 11 non si sono neppure presentati in aula (solo due giustificati).

A votare per la decadenza erano stati, Cecilia Caccamo, Claudio Cardile, Fabrizio Sottile, Ivana Risitano, Gaetano Gennaro, Lucy Fenech, Antonella Russo, Maurizio Rella.

 

I giudici decidono al posto dei sedicenti politici

Ci hanno pensato così, 6 mesi dopo, il 2 febbraio del 2016, i giudici del Tribunale di Messina a decidere ciò che per chi ha un minimo di dimestichezza con il diritto era scontato.

Donatella Sindoni al momento in cui è stata eletta nel giugno del 2013 era ineleggibile, benché avesse dichiarato di non avere alcuna causa di ineleggibilità all’atto della presentazione delle candidature.

Era, infatti, titolare di un laboratorio di analisi convenzionato con l’asp 5 di Messina: ciò che la legge regionale e nazionale vietano.

La stessa consigliera, peraltro, aveva occupato lo scranno di consigliere comunale tra il 2005 e il 2006 pur essendo allo stesso modo ineleggibile.

 

Le argomentazioni dei giudici

Il Tribunale presieduto da Giuseppe Minutoli non ha avuto nessun dubbio: “La legge regionale che sancisce l’ineleggibilità della Sindoni è pienamente vigente, così come quella nazionale”, hanno scritto in sintesi i giudici citando la sentenza della Cassazione del 2001 che aveva  ritenuto legittima la decadenza del primo degli eletti al Consiglio del comune di Guidonia Montecelio perché legale rappresentante di 4 laboratori di analisi convenzionati con la locale Asp.

Nell’occasione la Cassazione aveva stabilito che la ratio della norma è “la captatio voti da parte del titolare di strutture sanitarie private (che trattano un bene delicato come la salute e incassano soldi pubblici, ndr), che la condizione di ineleggibilità in esame tende ad evitare”. Ratio che i giudici messinesi hanno fatto propria.

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Trischitta e Santalco: la coppia delle meraviglie e l’obbrobrio giuridico

I giudici hanno ridicolizzato le argomentazioni giuridiche di Pippo Trischitta, consigliere comunale di lungo corso e avvocato di professione: “La norma che sancisce l’inelegibilità della Sindoni esiste solo in Sicilia. E’ mai possibile che esiste in Sicilia una norma che non esiste nel resto d’Italia?”, disse l’avvocato, ignaro evidentemente dell’articolo 30 del Testo unico degli enti locali, quello che si applica in tutto il territorio nazionale, nel corso del consiglio comunale in cui si doveva votare la decadenza della Sindoni.

Nell’occasione Trischitta aveva definito la proposta di delibera di decadenza della Sindoni “un obbrobbrio giuridico”. Tanto che dopo aver annunciato l’astensione, ha votato contro la decadenza stessa.

Dello stesso tenore erano state le dichiarazioni del collega Carmelo Santalco.

 

Catalioto, un avvocato (mai domo) in cerca di autore…

I giudici hanno spazzato via le argomentazioni del legale della Sindoni, Antonio Catalioto, che in tutta la vicenda ha dato il meglio della sua sapienza giuridica, come è stato illustrato nel seguente servizio pubblicato il 20 luglio del 2016: “Ineleggibilità della Consigliera Sindoni: le acrobazie pseudo giuridiche del legale Catalioto nel circo politico mediatico messinese sguarnito di specchi. I ritardi annosi del segretario Le Donne”.

Quest’ultimo, infatti, all’indomani della pubblicazione dell’articolo che sollevava la questione dell’ineleggibilità aveva definito lo stesso “una bufala”. Poi aveva sostenuto che la legge non era vigente. Successivamente, convocando apposita conferenza stampa, ha sostenuto che c’erano delle circolari che dicevano che la legge non fosse applicabile, come se le circolari potessero mettere nel nulla una legge. Poi ancora  nel corso del giudizio ha sollevato la questione di legittimità costituzionale, ammettendo così che la norma c’era ed era vigente.

Arrivata la decisione di decadenza, Catalioto ha continuato sulla scia della raffinatezza giuridica già sciorinata attraverso il suo ufficio stampa preferito: “La decadenza opera dopo 30 giorni della pronuncia e solo se la consigliera decaduta nel frattempo non  fa appello”, ha sotenuto citando una norma del codice di procedura civile.

Tuttavia, la norma (generale) non si applica al caso di specie, come gli ha dovuto spiegare Antonio Saitta, il legale di chi ha proposto l’azione popolare sfociata nella pronuncia di decadenza. “La decadenza opera subito. Lo dice la norma (speciale) sui procedimenti elettorali. L’appello sospende l’efficacia della decadenza nel momento in cui verrà proposta”.

Associazione e truffa, rinviati a giudizio gli immobiliaristi Giuliano e Rizzotto, gli imprenditori Lo Conti e Saglimbene e il “faccendiere” Giammillaro. Incassavano le caparre ma non consegnavano le case vendute

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Il Tribunale di Messina

Il Tribunale di Messina

 

Incassavano somme di danaro come anticipo per la vendita di case in costruzione, i cui lavori però non venivano mai portati a conclusione o che erano già stati venduti ad altri.

E’ da questa accusa, declinata in termini di associazione per delinquere finalizzata alla truffa aggravata, che dovranno difendersi davanti alla prima sezione penale presieduta da Silvana Grasso a partire dal 13 maggio del 2017 gli immobiliaristi Giuseppe Giuliano titolare dell’agenzia immobiliare Italcase e Antonino Rizzotto, agente immobiliare, che percepivano le provvigioni, e gli “imprenditori” Vittorio Lo Conti, Lorenzo Saglimbene, amministratori di Imprelogi Srl e Giuseppe Giammillaro, amministratore  di fatto della società attraverso cui – secondo l’impianto accusatorio – le truffe venivano perpetrate.

Il Giudice per l’udienza preliminare Monica Marino li ha rinviati a giudizio nel primo pomeriggio di oggi.

Il Giudice Marino ha deciso così che è necessario l’approfondimento del giudizio di merito anche per verificare la sussistenza del reato di associazione per delinquere.

Sulla ricorrenza di questo reato nel caso di specie il Tribunale del Riesame aveva, invece, espresso molti dubbi nel corso delle indagini preliminari, tanto da  revocare per questo motivo la misura cautelare degli arresti domiciliari per gli indagati.

Le indagini hanno evidenziato come il motore di tutte le attività illecite sia stato Giuseppe, detto “Pippo”, Giammillaro, ex dipendente della Provincia, il quale individuava gli amministratori di Imprelogi Srl, curava la stipula dei contratti preliminari di vendita e soprattutto incassava materialmente gli assegni e il denaro contante.

L’inchiesta di cui è titolare il sostituto procuratore Annalisa Arena è nata dalla denuncia di alcuni acquirenti che hanno raccontato di essere stati truffati dagli imputati.

 

 

Ecco come si crea una discarica abusiva sotto gli occhi di tutti: su via Bonino all’entrata del centro commerciale una montagna di sacchetti, alcuni finiti per strada e in prossimità delle rotaie del tram

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Non ci sono cassettoni della spazzatura e conferire l’immondizia è vietato al sabato, eppure c’è chi dalla mattinata di ieri 21 gennaio ha iniziato ad accatastare decine di sacchetti di immondizia tutti dello stesso tipo sul marciapiedi di via Bonino, proprio all’uscita dell’area commerciale in cui c’è lo Sma (negozio di alimentari), Brico (negozio di utensili), Piazza italia (di abbigliamento) e Mega Toys (negozio di giocattoli).

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Alcuni sacchetti, sospinti dal forte vento di scirocco, sono finiti già in mezzo alla strada e in prossimità delle rotaie del tram, mettendo a rischio l’incolumità di motociclisti e ciclisti soprattutto, ma anche di automobilisti, e il regolare transito del tram.

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Nelle vicinanze non ci sono civili abitazioni, ma solo gli esercizi commerciali a cui si arriva percorrendo l’entrata ora abbellita da una montagna di spazzatura.

Il fatto che i sacchetti siano quasi tutti uguali mostra che hanno un unica fonte. Il contenuto degli stessi non dovrebbe lasciare adito a dubbi su chi ha creato in un batter d’occhio la discarica abusiva.

“Le spiegazioni di Alessio Mantineo appaiono fantasiose”. Nell’ordinanza del Gip Fiorentino il perchè del carcere per il giovane accusato di aver tentato di bruciare l’ex. Ylenia Bonavera smentita pure dalla zia: “Mi ha detto: Chi è stato, chi è stato… è stato Alessio”. E dalle amiche

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Ylenia Bonavera e Alessio Mantineo

Ylenia Bonavera e Alessio Mantineo

“E’ vero sono andato a prendere la benzina al distributore nella notte tra sabato e domenica ma era perché ero rimasto a secco e così mi sono fatto prestare un scooter per comprare la benzina necessaria a far ripartire il mio”.

Alessio Mantineo, il ragazzo di 26 anni accusato di aver cosparso di benzina e dato fuoco alla ex fidanzata Ylenia Bonavera all’alba di domenica, non si aspettava che gli inquirenti avessero scovato le immagini che lo mostravano intento a comprare un litro di benzina nell’hard disk del sistema di registrazione del distributore Eni di Contesse (abbastanza lontano dall’abitazione della ex, sita a Bordonaro), alle ore 4 e 24 minuti. Esattamente un’ora e mezza prima che Ylenia, dolente per le ustioni sulle gambe, chiedesse (alle ore 6 circa) aiuto alla vicina di casa.

L’accertamento investigativo è stato messo a disposizione della difesa solo nella mattina di oggi, poco tempo prima dell’interrogatorio.

Tuttavia, il giovane, non si è scomposto fornendo una spiegazione anche di questo.

La spiegazione, però, non ha incantato il Giudice per le indagini preliminari Eugenio Fiorentino che al termine dell’interrogatorio ha disposto per lui gli arresti in carcere. “L’indagato non ha saputo dire da chi avesse preso in prestito il motorino, né ha saputo descrivere le sue fattezze. Il suo racconto è inverosimile, come fantasiosa appare la ricostruzione di quanto accaduto durante la giornata di domenica, in cui l’indagato si è reso irreperibile, non rispondendo al telefono e non tornando a casa”, ha motivato il Gip.

D’altro canto, le immagini al distributore, riscontrate con il riconoscimento di Mantineo da parte del benzinaio che lo ha servito, hanno solo aggravato il quadro indiziario che già gli uomini della polizia avevano costruito al momento del fermo, avvenuto la sera di domenica.

La versione ufficiale di Ylenia a freddo

La versione già traballante (vedi articolo) che la vittima aveva fornito qualche ora dopo il fatto agli inquirenti è stata ancor di più smentita da altre testimonianze raccolte successivamente al fermo.

Interrogata in ospedale dalla polizia qualche ora dopo l’accaduto, la ventiduenne, che non è stata mai in pericolo di vita, ha indicato come autore del gesto criminale “un uomo di 26/27 anni, di cui non ho riconosciuto l’identità né il possibile movente, a cui ho aperto la porta di casa alle 5 di mattina”. “Non è stato Alessio”, ha comunque sottolineato. La stessa verità l’ha ribadita nel corso delle decine di interviste televisive che ha rilasciato dal letto di ospedale.

La testimonianza (nuova) della zia

Chi è stato, chi è stato….è stato Alessio“. Non solo alla mamma, alla presenza del medico del Policlinico che la stava medicando, e alla vicina di casa che l’ha soccorsa, ma anche alla zia Enza Bonavera, arrivata in ospedale nel pomeriggio di domenica, Ylenia ha rivelato, invece, che l’autore del gesto criminoso è stato proprio il suo ex fidanzato. E’ stata la stessa zia a raccontarlo agli inquirenti. “Ho chiesto a mia nipote chi fosse stato e lei guardandomi in faccia ha proferito la seguente frase: “Chi è stato, chi è stato….è stato Alessio“.

La testimonianza della zia si unisce a quella della mamma, del sanitario del Policlinico e della vicina di casa ottantenne, alla cui porta quella notte aveva bussato per due volte, in stato confusionale, prima che l’ultima volta si presentasse ustionata, inducendo la donna a chiedere l’intervento del 118.

I tre, mamma, medico e vicina aveva raccontato alla Polizia che Ylenia aveva loro confidato che era stato Alessio a cospargerla di benzina e a darle fuoco. Ha riferito, infatti, agli agenti la mamma Nunziata Giorgio Piluso: “Non appena il medico ha iniziato a pulire le ustioni Ylenia per il forte dolore ha cominciato a raccontare: “Dopo tre mesi che ci eravamo lasciati lui mi ha cercato e siamo andati a ballare all’Officina. Ci siamo divertiti e poi siamo tornati a casa. Qui abbiamo litigato e gli ho detto “Vattene non voglio più stare con te“. Dopo un quarto d’ora è tornato e mi ha buttato la benzina. Ho spento il fuoco con le mani e poi ho chiesto aiuto alla vicina”.

Il medico ha confermato.

La vicina ha raccontato che Ylenia le aveva fatto la stessa confidenza e che, infatti, lei lo aveva spiegato pure all’operatore del 118.

Le registrazioni della centrale operativa del 118

Le registrazioni del 118 hanno mostrato che la memoria della vicina di casa di Ylenia nonostante l’età è integra:  “Eh senta…qua c’è una ragazza, non so se….è litigata con il fidanzato e l’ha bruciata…ora non so”, si sente che dice la donna ottantenne all’operatore della centrale operativa.

Ylenia – secondo il racconto della vicina – non aveva gradito.

“Io non sono sbirra”, ha detto alla donna non appena ha abbassato la cornetta.

La smentita delle amiche

Ylenia per allontanare i sospetti da Alessio agli investigatori ha raccontato di aver incontrato in precedenza all’Officina, un locale di Messina, il suo ex ragazzo ma di essere stata accompagnata al mattino a casa dalle amiche, con le quali quella sera era uscita.

Le amiche che secondo il racconto di Ylenia l’hanno accompagnata a casa dopo la nottata trascorsa al locale hanno, invece, dichiarato: “Ylenia e Alessio sono andavi via dal locale intorno alle 2 per conto loro. Da quel momento non li abbiamo più visti”.

Fiorentino dixit

Sulla base di tutti questi indizi, il Gip Fiorentino ha concluso: “Nonostante l’atteggiamento reticente della vittima, la versione fornita alla mamma, al medico e alla vicina appare logica e lineare. E’ avvalorata dall’attività di indagine successivamente posta in essere che ha offerto una conferma definitiva all’impianto accusatorio”, ha scritto nell’ordinanza. “Nessun dubbio vi può essere che Alessio Mantineo volesse ammazzare l’ex fidanzata e che la sua condotta sia aggravata dalla premeditazione e dalla crudeltà”, ha specificato.