IL COMMENTO: Gettonopoli, quando il processo politico ed etico si fa in un’aula di Tribunale. I consiglieri comunali possono aver ingannato e truffato chi riteneva che la loro condotta fosse lecita?

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Non era mai capitato, non negli ultimi venti anni, che i consiglieri del Comune di Messina godessero di così poca stima tra i cittadini.

La diretta televisiva dei lavori del Consiglio comunale chiamato alcuni mesi fa a votare sulla sfiducia al sindaco Renato Accorinti, considerato il livello degli interventi (e degli show), che in realtà si potrebbe ammirare ogni giorno facendo una capatina a Palazzo Zanca, l’ha ridotta a zero.

Prima ancora, era stata un’inchiesta della procura di Messina, sfociata in un processo penale ormai alla battute conclusive, ad additarli all’opinione pubblica pure come dei ladri di risorse pubbliche (o meglio dei truffatori): secondo l’accusa incassavano gettoni di presenza per un massimo di 2 mila euro mensili, apponendo una firma di presenza alle sedute della commissioni consiliari e andando via dopo pochi minuti (se non secondi).

Mai inchiesta ebbe tanto clamore mediatico. Mai indignazione della popolazione fu più profonda. Mai si sviluppò tra i cittadini di Messina tanta rabbia giustizialista.

Tuttavia, basta dare una lettura alle carte dell’inchiesta e del processo, al di là delle pesantissime condanne chieste dal pm Francesco Massar, per capire che l’impianto accusatorio non è così solido.

I consiglieri sono eticamente colpevoli. Sono politicamente colpevoli, visto che gran parte di loro ha partecipato alle elezioni al solo scopo di procacciarsi un emolumento mensile sicuro per 5 anni: infatti, si recava a palazzo Zanca a partecipare a commissioni convocate esclusivamente per discutere il nulla, il vero scandalo della vicenda.

Ma la responsabilità penale è un’altra cosa. Si fonda su norme determinate, che disegnano fattispecie precise, entro cui vanno sovrapposti i fatti accertati come commessi da ciascun imputato.

Senza entrare troppo nei tecnicismi giuridici, nella sostanza, i 16 consiglieri comunali sono accusati di aver ingannato ripetutamente il segretario generale Antonino Le Donne: andavano via pochi minuti dopo la firma o firmavano utilmente a sedute che non si tenevano per mancanza del numero legale e così incassavano il gettone di presenza liquidato proprio dal segretario generale Le Donne.

Ora il punto è che Le Donne ha sempre sostenuto, persino in atti scritti diretti alla regione Sicilia, che ciò che facevano i consiglieri era perfettamente in linea con la legge, o almeno era in linea con l’interpretazione che non poteva  non essere data alla lacunosa legge all’epoca vigente, difatti modificata dall’Ars qualche mese dopo.

Per Le Donne, infatti, la legge regionale e il regolamento comunale consentivano di considerare effettivamente presente, e quindi avente diritto al gettone, sia chi apponeva la firma a sedute di commissione che poi non si tenevano, sia chi firnava e dopo pochisimi minuti andava via.

Tant’è che gli stessi gettoni di presenza nel medesimo modo che forma oggetto delle imputazioni, l’hanno percepiti i consiglieri delle passate legislature con il consapevole avallo dei Segretari generali in carica all’epoca.

Può essere ritenuta “indotta in errore con artifizi e raggiri” (sono questi i requisiti essenziali perché si possa configurare il reato di truffa)  e quindi vittima, una persona che dal canto suo, consapevolmente, ritiene che la condotta dell’ipotetico truffatore è legittima?

Con questa questione di diritto dovrà fare i conti il Tribunale presieduto da Silvana Grasso, che nei prossimi giorni deciderà se condannare o assolvere i 16 consiglieri.

Un altro gruppo di colleghi, praticamente tutti gli altri consiglieri, finiti anch’essi sotto inchiesta per gli stessi motivi, sono stati prosciolti (archiviati) dal Giudice per le indagini preliminari, Salvatore Mastroeni su richiesta del procuratore aggiunto Vincenzo Barbaro e del sostituto Diego Capece Minutolo.

I due sostituti hanno ritenuto  che questi consiglieri si erano distinti dagli altri, quelli più cattivi, perché in commissione c’erano stati qualche secondo in più, comunque più di tre minuti, considerata la soglia limite dai due magistrati, non si è capito, però, in base a quale principio giuridico.

Il Gip Mastroeni, dal canto suo, si è prodotto in un lunghissimo provvedimento di 28 pagine, intriso di valutazioni politiche ed etiche e di dotte citazioni.

Al termine della lettura, ripetuta varie volte, chi si è cimentato (sicuramente per sue carenze) non ha compreso però quali fossero i principi giuridici su cui il provvedimento di archiviazione è fondato.

Gran parte dei consiglieri comunali di Messina non merita di sedere sullo scranno del Consiglio comunale di una qualsiasi città di un posto civile: è condivisibile.

Ma bisognerebbe interrogarsi del perché i cittadini di Messina prima li votano e poi sperano che a farli fuori sia la magistratura.

E’ la storia giudiziaria e politica del paese a dirlo.

Ogni volta che si delega alla magistratura di fare pulizia tra la classe dirigente, il rimedio si rivela peggiore del male e alla mala politica, nella migliore delle ipotesi, si sostituisce il vuoto pneumatico. 

IL GIALLO: Il senatore Luigi Gaetti ritira l’interrogazione sulla gestione “di favore” del collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano, sotto processo a Barcellona. Ma afferma: “La ripresento non appena accerto che le segnalazioni che mi hanno consigliato la decisione sono infondate”

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Il senatore Luigi Gaetti

Il senatore Luigi Gaetti

La ripresento non appena avrò accertato che quanto mi è stato segnalato non corrisponde alla verità“.

L’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia e a quello degli Interni, gettava molte ombre sulla gestione della collaborazione con la giustizia dell’ex boss di Barcellona Carmelo Bisognano, domandando ai ministri un’attività di ispezione per diradare i dubbi e spiegare le anomalie.

Ombre che toccano i magistrati della Procura e della Corte d’appello di Messina (e i due legali del collaboratore) che – secondo le ipotesi contenute nell’interrogazione – avrebbero riservato un trattamento di favore e illecito al collaboratore, arrestato il 24 maggio del 2016 con l’accusa di tentata estorsione, favoreggiamento, intestazione fittizia di beni.

Luigi Gaetti, senatore del M5Stelle e vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, però, l’interrogazione l’ha ritirata dieci giorni dopo averla presentata.

E’ solo una scelta momentanea, per scrupolo”, afferma il senatore

Il motivo? “Mi è stato segnalato che l’atto ispettivo fosse stato scritto su una conoscenza parziale della documentazione. Mi sono fatto mandare quella mancante e la sto esaminando. Sinora non è emerso nulla che mi faccia pensare che l’interrogazione non fosse fondata“, dichiara il senatore.

Ma chi le ha fatto la segnalazione? “Guardi, a me arrivano tante segnalazioni e con estrema umiltà ne tengo conto“, glissa il vicepresidente della Commissione antimafia.

Dietrologie

L’esistenza dell’interrogazione e il contenuto della stessa sono state più volte evocate dal difensore di Carmelo Bisognano, Fabio Repici, nel processo a carico dell’ex boss, in corso di svolgimento davanti al Tribunale di Barcellona: in specie, durante l’esame di Mariella Cicero, il legale che difendeva unitamente a Repici (di cui è collega di studio) Bisognano sino agli arresti, per poi lasciare l’incarico per l’emergere di intercettazioni con il collaboratore, giudicate dagli inquirenti oltre i limiti del rapporto lecito tra assistito e difensore.

L’avvocato Repici ha, infatti, interrotto il collega Ugo Colonna, difensore di parte civile, che stava ponendo delle domande a Mariella Cicero, chiamata da Repici come teste a difesa di Bisognano, sottolineando:  “Si può frodare il Parlamento, non qui in Tribunale”

Il presidente del Tribunale, Fabio Processo, lo ha invitato ad una condotta rispettosa del collega: “Non usi parole scorrette nei confronti innanzitutto del collega”.

L’avvocato Colonna ha ribattuto: “Qui se c’è qualcuno che froda è un’altra persona, quindi….”

Le ombre 

L’interrogazione di Gaetti, ora messa ora nel congelatore, in sintesi, denunciava che Carmelo Bisognano, collaboratore dal 2010, nel 2015, quando è divenuta definitiva una condanna per mafia, sarebbe dovuto andare in carcere e, invece, in violazione di legge ha ottenuto la sospensione della pena su sollecitazione dei suoi difensori; ancora, che Bisognano, al di là della responsabilità penale in corso di accertamento, da collaboratore di giustizia si è reso protagonista di varie e gravi violazioni degli impegni assunti al momento della collaborazione che a norma di legge avrebbe dovuto condurre alla revoca del programma di protezione, revoca mai adottata.

Il vicepresidente della Commissione antimafia nell’interrogazione ha evidenziato come tutto ciò sia accaduto nonostante dall’esame degli atti processuali emergesse che la collaborazione di Bisognano sia stata contrassegnata da omissioni interessate.

 

Scarcerato Carmelo Bisognano: l’ex boss di Barcellona, dal 2010 collaboratore di giustizia, era stato arrestato a maggio 2016 per tentata estorsione, favoreggiamento e intestazione fittizia di beni. In corso il processo per accertare la responsabilità. La misura sostituita con l’obbligo di dimora

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Carmelo Bisognano

Carmelo Bisognano

Dal 24 maggio del 2016 era detenuto in una struttura carceraria. Arrestato con l’accusa di intestazione fittizia di beni, tentata estorsione e favoreggiamento non gli è stato, però, mai revocato il programma di protezione.

E’ anche per questo motivo che a distanza di un anno l’ex boss della mafia di Barcellona, Carmelo Bisognano, dal 2010 collaboratore di giustizia, torna libero.

O meglio, torna in località protetta, con obbligo di dimora e divieto di uscire dalle 19 di sera alle otto del mattino dall’abitazione che gli ha assegnato il ministero degli Interni, protetto dalla scorta.

Il Tribunale di Barcellona, davanti a cui si celebra il processo a carico di Bisognano per intestazione fittizia di beni e tentata estorsione, ha deciso di accogliere l’istanza avanzata dalla stesso pubblico ministero, che si era pronunciato per la sufficienza dell’obbligo di dimora, e dalla difesa di Bisognano rappresentata da Fabio Repici, che aveva chiesto la revoca o la sostituzione del carcere con gli arresti domiciliari.

“Bisognano è tutt’ora sottoposto a programma di protezione; si avvicina comunque il termine di durata massima delle misure cautelari; tenuto conto dell’attività istruttoria svolta e della condotta nel corso del processo, pur rimanendo i gravi indizi di colpevolezza in ordine ai reati contestati, l’obbligo di dimora con divieto di allontanarsi dalla propria abitazione dalle 19 di sera alle 8 di mattina appare idoneo a soddisfare le residue esigenze cautelari”: queste, in sintesi, le motivazioni del Tribunale presieduto da Fabio Processo.

Inchiesta Mare nostrum, Vincenzo Franza indagato per istigazione di un carabiniere alla violazione del segreto istruttorio. Il manager precisa: “Non ci ho mai parlato. La figlia è stata assunta su richieste insistenti di altri. Non ho mai chiesto notizie che non fossero lecite”. L’inchiesta ruota attorno a Ettore Morace patron di Ustica lines finito in carcere. Indagati il presidente della Regione Crocetta e il deputato regionale Fazio, ai domiciliari

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Vincenzo Franza

Vincenzo Franza

 

Istigazione di un ufficiale tramite terze persone per avere notizie coperte dal segreto istruttorio.

C’è anche Vincenzo Franza, il patron della Caronte & Tourist, tra le persone indagate nell’ambito dell’inchiesta che ha portato in carcere Ettore Morace, il patron di Ustica lines, e ai domiciliari il deputato regionale Girolamo Fazio, accusati di aver messo in piedi un sistema di corruzione di politici e dirigenti pubblici (tra questi il funzionario della Regione Siciliana Giuseppe Montalto, anch’egli arrestato), volto ad ottenere provvedimenti di favore nell’ambito del trasporto marittimo.

Secondo la procura di Palermo, l’amministratore del gruppo Franza, o comunque, persone dei vertici del gruppo, avevano creato un rapporto privilegiato con l’ufficiale del Ros, Orazio Gisabella, a cui era stata assunta la figlia.

A questi Vincenzo Franza, tramite altra persona, avrebbe chiesto informazioni riservate su indagini in corso che l’ufficiale si è prodigato a recuperare.

Di più. Sempre secondo la Procura, il carabiniere si sarebbe attivato per far aprire indagini contro i Morace.

Ancora, Gisabella mediante “contatti con giornalisti de Il Fatto quotidiano e della Rai” avrebbe provato a innescare una campagna di stampa contro la famiglia Morace e la Liberty lines”.

 

La smentita di Vincenzo Franza e il ruolo di La cava

 

Vincenzo Franza, raggiunto telefonicamente smentisce: “Non ho mai conosciuto l’ufficiale dei carabinieri di cui ho letto il nome sul giornale. Vero è che è stata assunta la figlia. Ma sulla base delle insistenze di persona a me vicina. Non ho mai chiesto informazioni su nessuno che non fossero lecite”.

La Caronte&Tourist è socia della famiglia Morace nella società che ha rilevato la Siremar dalla regione Sicilia.

“Non abbiamo nessun motivo di risentimento nei confronti dei Morace, quindi non capisco per quale motivo avremmo dovuto sollecitare una campagna mediatica contro i nostri alleati”, sottolinea il manager.

Nell’inchiesta è però indagato Sergio la Cava, presidente della società Navigazione Generale Italiana s.p.a, socio del maggiore gruppo imprenditoriale messinese: colui che teneva direttamente i rapporti con Gisabella.

 

Indagati eccellenti

Nell’inchiesta figurano indagati il sottosegretario di Stato Simona Vicari, che si è dimessa dichiarandosi estranea ai fatti;  il governatore Rosario Crocetta, che si è già detto assolutamente sereno e Marianna Caronia, ex deputato regionale che si sarebbe prodigata a favore di Morace e in cambio – per l’accusa – avrebbe ottenuto da Morace l’impegno ad accogliere tutte le sue richieste a titolo di buonuscita dalla ex Siremar della quale la Caronia era dipendente. Caronia – sempre per i pm titolari delle indagini – ha incassato 50 mila euro da Morace “per prestazioni inesistenti”.

Indagato anche l’ex presidente del Consiglio di giustizia amministrativa, Raffaele De Lipsis,  cui Ettore Morace si è rivolto – secondo l’accusa – per ottenere un provvedimento che riformasse la sentenza del Tar di Palermo del 2 febbraio del 2017.

Il Tar aveva rigettato il ricorso di Ustica lines avverso l’annullamento da parte della Regione della gara da 64 milioni di euro per l’affidamento dei servizi di trasporto marittimo passeggeri mediante unità veloci, aggiudicata nel 2014 proprio a Ustica lines.

Processo “Il Detective”, fioccano le prescrizioni. Escono di scena 13 imputati. Il processo, nato dalla guerra intestina per il controllo della storica società di vigilanza, continua per gli altri sei

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Il Tribunale di Messina

Il Tribunale di Messina

All’inizio del giudizio di primo grado, nel 2012, i capi di imputazione erano 65. In piedi, dopo 4 anni, nel 2017,  ne sono rimasti 9.

Il processo cosiddetto Il Dectective, nato dalla guerra intestina scoppiata nel 2007 per il controllo della società di vigilanza fondata da Antonino Corio, ha avuto un primo responso.

Il Tribunale di Messina, presieduto da Mario Samperi, nel tardo pomeriggio di oggi ha dichiarato l’avvenuta prescrizione per il decorso del tempo di 56 capi di imputazione.

Sotto processo sono rimasti sei imputati

I restanti tredici, infatti, hanno beneficiato della sentenza di non doversi procedere per il decorso massimo del tempo dai fatti contestati.

I fatti oggetto delle ipotesi di reato erano stati commessi nel 2007.

Escono dal processo Daniela Corio, figlia dei proprietari della società di vigilanza, e Pietro Cacace, il marito; la figlia Federica Cacace; Cristina Corio e Natala Corio le altre due sorelle figlie dei proprietari de Il Detective; Corrado Emanuele Galizia, ex agente dei servizi segreti, per un periodo amministratore de Il Detective, consigliere e braccio destro di Daniela Corio; Giuseppe Giammillaro, marito di Cristina Corio; Antonino Lo Giudice, avvocato e consulente della società; Pietro Sofia e Massimiliano Morabito, guardie giurate; Pietro Previte e Massimiliano Carrozza, titolari di ditte che avevano lavorato per il Detective; Maria Gabriella Ciriago, funzionaria della Prefettura di Messina.

I reati contestati e dichiarati prescritti andavano dalla turbativa d’asta, all’appropriazione indebita, alla falsa testimonianza, alla truffa attraverso false fatturazioni, alla circonvenzione di persona incapace, alla rivelazione del segreto d’ufficio.

Non verrà così mai accertato in un processo penale se e quali di questi imputati fossero o meno colpevoli dei reati di cui erano accusati.

 

Il processo continua per le accuse di estorsione

 

Sono rimasti in piedi i capi di imputazione con cui la Procura ha contestato l’estorsione, reato con tempo di prescrizione più lungo.

Specificamente, sono accusati di estorsione, Antonella Corio e il marito Marco Lenci: secondo l’accusa hanno minacciato la mamma (e suocera) Antonia Privitera, proprietaria de Il Detective di non farle più vedere il proprio figlio, se non avesse trasferito alla figlia una polizza vita, che aveva come beneficiaria la stessa Antonella.

La tesi difensiva, sostenuta dal legale Nunzio Rosso, si basa, tra l’altro, su quest’ultimo dato.

 

Lo straordinario fuori busta

 

Rimangono sotto processo, anch’essi accusati di estorsione in concorso Enzo Savasta, uomo di fiducia prima di Antonino Corio e poi, dopo la sua morte, avvenuta nel 1999, della moglie Antonia Privitera; Salvatore Privitera, fratello di quest’ultima, e Mariella Russo, sorella (non germana) del fondatore Antonino Corio:  in qualità dipendenti amministrativi sono accusati di aver obbligato alcuni dipendenti ad accettare pagamenti in nero dello straordinario e in misura minore al dovuto, attraverso la minaccia  di licenziamento.

Teste principale dell’accusa per questo capo di imputazione è Salvatore Di Natale, sindacalista aziendale della Cgil, che sentito in fase di indagine ha fatto delle dichiarazioni di accusa nette ai tre imputati.

Proprio la prossima udienza fissata per il 17 ottobre 2017 è dedicata all’esame del sindacalista.

In realtà, Di Natale, costituito parte civile, era stato citato per l’udienza di oggi ma non si è presentato così come non si è presentato il suo legale, Saverio Arena.

All’udienza precedente, dopo aver risposto alle domande del pubblico ministero in maniera serena e decisa, incalzato dal legale di Savasta, Salvatore Saccà, che aveva iniziato a dare lettura di alcune intercettazione da cui emergeva la sua posizione di sindacalista tutt’altro che neutra rispetto alla guerra intestina societaria, ha lamentato un malore che ha costretto il Tribunale a rinviare l’esame.

La tesi difensiva – emersa nel corso del dibattimento – è che non ci fu alcuna minaccia, nè avesse motivo di esserci: i dipendenti che hanno lamentato di aver avuto corrisposto lo straordinario in nero (6 su 100) erano guardie che mensilmente facevano più straordinario di quanto la legge consentisse.

Per cui questo ulteriore straordinario non poteva essere  per legge inserito nella busta paga,  ma veniva pagato in nero. Il dipendente, in realtà così non solo non veniva danneggiato ma addirittura avvantaggiato: percepiva – dati alla mano – di più per ogni ora di straordinario per così dire “ultra legem”, perchè quanto corrisposto era netto non dovendosi pagare ritenute fiscali e contributive.

 

Il falso in atto pubblico

 

Rimane ancora sotto processo Carmelo Altomonte, dirigente del Comune. E’ accusato di aver autenticato la firma di Antonia Privitera che – secondo l’accusa – mai incontrò di persona, visto che questa mai potè andare al Comune e mai ci andò a causa delle sue condizioni di salute.

La tesi difensiva – espliciata nel corso del dibattimento – è che fu Altomonte ad andare a domicilio della Privitera per autenticare la firma.

 

Origini interessate e assunzioni di favore 

 

Le indagini coordinate all’epoca dai sostituti Antonino Nastasi e da Adriana Sciglio sono nate dalle denunce di una delle figlie di Antonino Corio e Antonia Privitera, Daniela Corio, presentate un paio di mesi dopo la morte della mamma, avvenuta il 3 maggio del 2007, al termine di una malattia.

Daniela Corio, in quel momento  minoranza nella società di famiglia (dopo alcuni di mesi direttore generale) si presentò in Procura denunciando una serie di fatti che accusavano coloro che in quel momento avevano la guida della società: le sorelle Antonella e Natala e Enzo Savasta, socio con il 5% e amministratore della società,  ago della bilancia nella battaglia tra le 4 sorelle.

Le indagini condotte dalla sezione della polizia giudiziaria della Guardia di Finanza, guidata da Diego Arena, furono caratterizzate – per come è emerso – dai rapporti frequenti tra Daniela Corio e Corrado Emanuele Galizia e il luogotenente Giuseppe Smedile, che di fatto svolgeva le indagini.

L’ufficiale Smedile, con le indagini ancora in corso, si ritrovò assunto il genero da parte di un’altra società di vigilanza, la Corio srl (ex Vigilnot) nel frattempo acquisita da Daniela Corio e Cristina Corio.

Le due sorelle, rimaste minoranza nella società di famiglia ma prinma che un’assemblea dei soci certificasse ciò, avevano affittato a prezzo irrisorio l’azienda de Il Detective proprio a Corio Srl, appena acquistata.

Alla fine, titrando le fila di un’indagine durata tre anni e fatta di intercettazioni telefoniche, la procura contestò reati anche a Daniela Corio e Corrado Emanuele Galizia, commessi secondo la procura proprio nel periodo in cui i due entravano e uscivano dagli uffici della Guardia di Finanza.

Nell’inchiesta rimase invischiata la moglie dell’allora rettore dell’ateneo di Messina Franco Tomasello, Melitta Grasso (deceduta due anni fa), amica di vecchia data di Antonia Privitera: indagata inizialmente per corruzione, la Procura chiese e ottenne per lei l’archiviazione.

 

Effetto boomerang: fallimenti e condanne

 

La società Il detective, che quando iniziarono le indagini della procura aveva 7 milioni di euro di fatturato e 100 dipendenti, nel 2011 è stata dichiarata fallita.

Fallita è stata dichiarata pure la società Corio srl (ex Vigilnot).

Da quest’ultimo fallimento è nato un procedimento penale per bancarotta fraudolenta che al termine del processo di primo grado ha visto condannata tra gli altri Daniela Corio a 4 anni di reclusione e Cristina Corio a tre anni.

Daniela Corio, nell’ambito di un’altra costola dell’inchiesta principale, è stata condannata con sentenza passata in giudicato ad otto mesi di reclusione per rivelazione del segreto d’ufficio: nel corso della guerra societaria aveva chiesto e ottenuto informazioni riservate da impiegati della Prefettura di Messina.

 

Parco commerciale di Barcellona, non ci fu alcun abuso. Il Tribunale assolve tutti gli imputati.L’inchiesta nata dalla denuncia delle associazioni antimafiose e da un’interrogazione di Beppe Lumia che si rifacevano a un servizio giornalistico. Per i giudici era fondata sul nulla

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Il progetto su mappa del Centro commerciale di contrada Siena

Il progetto del Centro commerciale di contrada Siena

Non ci fu alcun abuso nella procedura che portò all’approvazione del progetto del Parco commerciale di Barcellona Pozzo di Gotto  sui terreni di proprietà della famiglia di Saro Catttafi.

Il Tribunale di Barcellona pozzo di Gotto ha assolto i componenti della commissione edilizia di Barcellona, i tecnici che hanno elaborato il progetto per conto della Gdm e della Dibeca, i soci della Dibeca, e lo stesso Rosario Cattafi, considerato proprietario di fatto della società.

La pubblica accusa contestava loro di aver ingannato il Consiglio comunale inducendolo ad approvare un il Piano particolareggiato che consentiva di destinare l’area di contrada Siena a Parco commerciale, dando dei pareri positivi ad un progetto che presentava varie illegittimità.

L’operazione imprenditoriale fu avviata dapprima dalla Gdm spa, società della grande distruzione di Villa San Giovanni, che ad un certo punto si tirò indietro e fu costretta a pagare una penale alla Dibeca, titolare del terreno, che prosegui comunque lungo la via dell’approvazione del Piano particolareggiato.

L’inchiesta era stata condotta dal sostituto della Procura di Barcellona, Francesco Massara, nel frattempo trasferito alla Procura di Messina.

Si fondava su una consulenza elaborata da due tecnici di Palermo nominati dal pm, Ferdinando Trapani e Giuseppe Pellittieri: la loro tesi, però, non ha retto al vaglio processuale

E’ stata infatti confutata dalla consulenza di parte, redatta dal docente ordinario di urbanistica dell’Università di Roma, Francesco Karrer ed ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, che ha invece affermando che le illegalità che venivano contestate dalla Procura non sussistessero e che la stessa era incorsa in errori notevoli di interpretazione delle norme urbanistiche.

Le origini antimafiose e le strumentalizzazioni politiche

L’inchiesta prese le mosse da una denuncia presentata agli inizi del 2011, il 4 gennaio, dalle associazioni antimafiose “Rita Atria”, presieduta Piera Aiello, Nadia Furnari, Santo Mondello e Santo Laganà e dall’associazione “Città aperta” di Barcellona, aderente a Libera, presieduta da Maria Teresa Collica, docente di diritto penale dell’ateneo di Messina.

E’ composta da 19 pagine e oltre a ricostruzioni giuridiche sull’illegalità della procedura che aveva portato all’approvazione del Piano, avvenuta già un anno prima, il 16 novembre del 2009, c’è la richiesta al ministro degli interni di nominare una commissione di accesso per verificare infiltrazioni mafiose al comune di Barcellona.

La denuncia si rifà al servizio giornalistico pubblicato da Antonio Mazzeo il 25 novembre del 2009, trasfuso a stretto giro di posta, il 2 gennaio del 2010,  dal senatore Beppe Lumia, in un’interrogazione parlamentare al ministro degli Interni. Anche Lumia tra l’altro chiese la nomina della commissione di accesso per verificare infiltrazioni mafiose nel Comune allora guidato dal sindaco Candeloro Nania.

All’epoca, Saro Cattafi non era stato ancora arrestato con l’accusa di essere il capo dei capi della mafia di Barcellona. Era indagato e pendeva sul suo capo la richiesta di sequestro patrimoniale, che fu disposta il 21 marzo del 2011. Gli arresti scattarono a luglio del 2012.

Il sequestro dei beni (compresa la società Dibeca) è stato successivamente revocato per mancanza dei presupposti previsti dalla legge e Cattafi, dopo la condanna in primo grado in abbreviato, al termine del processo d’appello e di Cassazione è stato assolto dall’accusa di essere stato un mafioso dal 1993 in poi.

Il ministro nominò la commissione d’accesso a novembre del 2011.

Ma non avendo trovato riscontri l’ipotesi di infiltrazioni il comune non fu sciolto.

Tuttavia, alle elezioni successive, a maggio del 2012, Maria Teresa Collica fu eletta sindaco.

Gli imputati assolti

Per abuso di ufficio erano imputati, Orazio Mazzeo, sia quale compente della Commissione edilizia che come capo dell’Ufficio tecnico del Comune, Giovanni Milone, Antonino Raimondo, Sergio Valenti, Santi Sottile, Franco Barbera, tutti componenti della Commissione edilizia.

Sempre per abuso d’ufficio erano imputati i progettisti Mario Nastasi, Giuseppe Gangemi e Giovanni Cattafi. E poi il funzionario di Gdm Filippo Leoparti e i soci di Dibeca, la commercialista Ferdinanda Corica, Alessandro Cattafi, Cattafi Maria, e colui che fu indicato come proprietario di fatto della Dibeca, ovvero Saro Cattafi.

Mega gazebo a piazza Duomo, il titolare de La dolce vita Carmelo Picciotto costretto a smontare la struttura abusiva. L’ incredibile vicenda lunga un ventennio con protagonista il presidente di Confcommercio. Fra distrazioni, omissioni e ritardi dell’amministrazione

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“L’ho smontato io, ma adesso farò una cosa avveniristica: il ristorante in verticale. Intanto da stasera chiudo le luci a piazza Duomo”

L’ordine di sgombero e demolizione firmato dal dirigente del settore Edilizia Privata Antonella Cutroneo e dal funzionario Roberto Bicchieri era del 29 aprile del 2014.

Eppure, il mega gazebo con tendone di oltre 50 metri quadri, costruito senza alcuna licenza edilizia e, dunque, abusivo, ha “arredato” Piazza Duomo, il luogo di maggiore attrazione turistica e bellezza della città, sino a lunedì 8 maggio del 2017.

Carmelo Picciotto, titolare del locale La Dolce vita e presidente di Confcommercio Messina ha, infatti, fatto finta di nulla per 3 anni: non ha impugnato l’ordinanza, né vi ha ottemperato. Ha continuato a tenere aperto e ad usare il gazebo per ricevere gli avventori finché a Piazza Duomo, lunedì mattina, è arrivata con tanto di seghe elettriche e bobcat la ditta incaricata dal Comune di eseguire la demolizione del manufatto a spese dello stesso Picciotto.

Solo a quel punto l’imprenditore ha deciso di smontare il gazebo, limitando così il danno e le spese per i lavori che comunque, sia pure in misura ridotta, il Comune dovrà pagare alla ditta ingaggiata per la demolizione.

Il provvedimento del 2014, infatti, si chiudeva con un imperativo chiaro, secondo le previsioni della legge urbanistica: “Ordina la demolizione delle opere abusive, lo sgombero dell’area abusivamente occupata e il conseguente ripristino dello stato dei luoghi, con l’avvertenza che in caso di inottemperanza si procederà d’ufficio, ponendo le spese a carico della ditta autore dell’abuso”.

“Quando ha avuto la prova concreta che facevamo sul serio e rischiava di vedere distrutto il manufatto, oltre a dover pagare le spese, ha pensato di fare da sé”, commenta a cose fatte l’assessore all’attività edilizia, Sergio De Cola, contattato la prima volta venerdì 5 maggio del 2017.

Il locale con il gazebo abusivo

Il locale con il gazebo abusivo

Una lentezza inquietante

Non è normale, certo che no, che ci vogliano tre anni perché venga data esecuzione ad un’ordinanza di demolizione per un chiaro abuso edilizio nel posto peraltro più bello della città“, ammette l’assessore De Cola su specifica domanda. “Non conosco il caso di specie, ma in generale l’amministrazione ha grossi problemi ad eseguire i provvedimenti di demolizione. Quando abbiamo iniziato a governare la città le demolizioni coattive non si facevano più da anni“, sottolinea l’assessore. “Per i ritardi relativi a questa vicenda – conclude – chieda comunque alla dirigente Cutroneo“. Che, però, nonostante vari tentativi (anche con la segretaria), non si riesce a contattare.

 

Il ping pong tra gli uffici

A leggere le carte rintracciate negli uffici comunali, risulta che dopo aver adottato il provvedimento di demolizione, i dirigenti Cutroneo e Bicchieri non si siano curati dell’esecuzione coattiva. Per un anno tutto è rimasto fermo finché il 24 aprile del 2015 non è giunta negli uffici del Comune una lettera di diffida del legale del proprietario di un immobile attiguo che dalla presenza del gazebo riteneva subisse danni.

Antonella Cutroneo e Roberto Bicchieri si sono giustificati due mesi dopo, il 24 luglio del 2015: “L’esecuzione coattiva spetta a noi, ma ce la deve chiedere il dirigente del Patrimonio”.

Natale Castronovo, il collega del Patrimonio appunto,  a sua volta sollecitato, il 22 ottobre del 2015, ha ribadito: “Il provvedimento è esecutivo da tempo e  per legge deve essere eseguito dal Dipartimento attività privata essendo fondato sulla violazione di norme urbanistiche (la legge 45 del 1985). Ad ogni buon fine, sollecito il dirigente dell’attività edilizia perché provveda all’esecuzione coattiva”.

Il “buon fine”, però, non è bastato: arrivata la richiesta specifica a procedere coattivamente (che neppure serviva), è passato un altro anno e mezzo perché si inviasse la ditta privata a demolire.

Un abuso molto più lungo

Ma in realtà il gazebo abusivo non era stato certo costruito alle spalle della fontana del Montorsoli, di fianco al campanile del Duomo, uno dei più importanti del mondo, il giorno prima che i tecnici del Comune, agli inizi del 2014, hanno verificato la presenza del manufatto mai autorizzato, dependance de La dolce vita.

Era lì da molto più tempo: da anni.

Già a gennaio del 2011, nel fascicolo custodito negli archivi del Comune, si trova una richiesta di intervento alla polizia municipale da parte di un privato perché verificasse se l’opera fosse stata legittimamente autorizzata.

La richiesta non ha sortito, però, alcun risultato concreto.

Nonostante il manufatto di notevoli dimensioni si trovasse in uno dei posti più suggestivi della città e determinasse un impatto ambientale e artistico negativo, a nessun agente di polizia, a nessun amministratore pubblico, a nessun dirigente del Comune è venuto in mente di verificare se fosse abusivo.

Il Comune di  Messina è intervenuto – ad analizzare le carte – solo dopo che a ottobre del 2013, qualche mese dopo l’insediamento della Giunta guidata da Renato Accorinti, è arrivata una lettera di un privato di diffida di rimozione del manufatto: è stato così disposto il sopralluogo dei tecnici, da cui ha avuto origine il provvedimento di demolizione.

Ma il gazebo c’era stato lì persino da prima del 2011.

 

Il vizietto dell’occupazione illegale di Piazza Duomo

Carmelo Picciotto, quale titolare de La Dolce vita, risulta destinatario in precedenza di un’altra ordinanza di sgombero e demolizione di manufatto mai autorizzato a Piazza Duomo accanto al locale di proprietà.

E’ stata infatti firmata il  15 gennaio 1997 dall’allora sindaco Franco Provvidenti l’ordinanza (n. 273) di demolizione di opere abusive, avente ad oggetto proprio una struttura costruita a piazza Duomo.

Picciotto impugnò il provvedimento del sindaco con ricorso straordinario al Presidente della Regione Sicilia, ma su parere del Consiglio di giustizia amministrativa lo stesso fu rigettato il 21 marzo del 2000.

Picciotto premia l'ispettore Santagati

Picciotto premia l’ispettore Santagati

 

Le lezioni di legalità e decoro di Picciotto e le premiazioni

Carmelo Picciotto dal canto, suo mentre in tutto questo lungo periodo dirigenti del Comune, polizia municipale e gli assessori che ne hanno la responsabilità politica hanno fatto finta di non vedere o annaspato e hanno rimandato i provvedimenti coattivi, quale capo dell’organizzazione che rappresenta i commercianti messinesi ha tenuto conferenze stampa, organizzato eventi patrocinati dal Comune, condotto battaglie in nome della legalità e donato premi a uomini di vertice della polizia municipale: il 24 aprile del 2017 ha premiato l’ispettore per anni a capo della sezione che si occupa di esercizi commerciali, Biagio Santagati.

Con una nonchalance che farebbe invidia al miglior Totò, qualche settimana fa ha bacchettato l’amministrazione comunale “incapace di dare decoro e bellezza a Piazza Cairoli“.

 

Le illegalità non finiscono quà

Le sortite di Picciotto, sempre fedelmente diffuse dai mezzi di informazione locali, sono continuate benché le illegalità commesse dal presidente di Confocommercio – secondo gli accertamenti degli uffici comunali –  non siano limitate al gazebo abusivo: ne sono state accertare altre, sanzionate con provvedimenti drastici.

Il titolare de La dolce vita ha occupato con divanetti bianchi, tavolini, sedie, vasi di cemento e con il gazebo più spazio di quello che gli era stato dato in concessione e non ha pagato per anni il canone completamente nella misura dovuta, neppure per i metri quadri di suolo pubblico che gli erano stati regolarmente concessi: per questo, il 5 marzo del 2014 il dirigente del settore Patrimonio, Natale Castronovo, gli ha revocato la concessione di occupazione di suolo pubblico e, successivamente, persistendo le violazioni il 12 dicembre del 2014 è stato disposta la chiusura dell’esercizio commerciale da parte del dirigente del Dipartimento servizi alle imprese.

 

La battaglia continua davanti ai giudici amministrativi

Questi due drastici provvedimenti, l’ordinanza di revoca della concessione su suolo pubblico e quella di chiusura del locale, sono stati impugnati dinanzi alla giustizia amministrativa.

Nel primo giudizio, quello avente ad oggetto la revoca della concessione, il Comune di Messina non si è neppure costituito con un legale, mentre Picciotto si è affidato alle cure di Santi Delia davanti al Tribunale amministrativo regionale e a quelle di Alessandro Visigoti davanti al Cga in appello. Tuttavia, entrambi gli organi di giustizia, il Tar prima e il Consiglio di giustizia amministrativa dopo (il 15 gennaio 2015) hanno rigettato la richiesta di sospensione del provvedimento ritenuto quindi sia pure in un giudizio cautelare legittimo.

Dunque, per andare al concreto, sin dalla revoca della concessione disposta il  il presidente di Confcommercio non potrebbe occupare neppure un centimetro di suolo pubblico e quindi ogni giorno che mette un tavolino sul suolo pubblico commette un illecito.

Le cose sono andate leggermente meglio a Picciotto nel giudizio avente ad oggetto il provvedimento di chiusura del locale: una sezione diversa del Tar, in sede cautelare, il 28 gennaio del 2015, ha accolto il ricorso del legale catanese, Nicolò D’alessandro, sospendendo il provvedimento di chiusura del Comune, costituito con il legale Carmelo Picciotto (omonimo dell’imprenditore). Tuttavia, il Tar non ha riscontrato la sussistenza, sia pure ad un giudizio sommario, di vizi nel provvedimento ma ha accolto ritenendo che “per maggiore completezza la presente controversia debba essere analizzata unitamente a quella, oggettivamente connessa, di cui all’ulteriore ricorso pendente presso l’intestato Tribunale, Sezione III, iscritto al R.G. n. 1596/2014”, ovvero quella che aveva ad oggetto la revoca della concessione, già rigettata dal Tar il 24 settembre del 2014, 4 mesi prima.

La causa riunita per l’esame di merito non si è ancora tenuta.

 

Il precedente giornalistico…e la statua

La vicenda era stata già raccontata in un servizio giornalistico pubblicato il 19 maggio del 2015: “Mega gazebo e divanetti a piazza Duomo. Il presidente di Confcommercio Picciotto non paga il canone e il dirigente Castronovo ordine la revoca della concessione. Ma da un anno nessuno la esegue. Lo scaricabarile degli assessori De Cola e Pino”.

 

 

 

“Non è stata data prova che Saro Cattafi tra il 1993 e il 2000 fosse mafioso”. Pubblicate le motivazioni della sentenza della Cassazione che aveva disposto un nuovo giudizio a Reggio Calabria. Da cui dipende la prescrizione delle residue accuse di mafia per l’avvocato di Barcellona, già assolto per il periodo successivo al 2000

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Saro Cattafi

Saro Cattafi

“La Corte d’appello di Messina non ha indicato nella motivazione in base a quali elementi di prova Rosario Cattafi è rimasto affiliato alla mafia dopo il 1993 (anno in cui fu arrestato rimanendo in carcere per 4 anni) e sino al 2000. La Corte d’appello di Reggio calabria valuti se queste prove ci sono e, in caso negativo, ridetermini la pena”.

E’ questa la sintesi della motivazione, depositata questa mattina, con cui la Corte di Cassazione il primo marzo 2017, ha annullato parzialmente la sentenza della Corte di appello di Messina adottata il 24 novembre del 2015 nei confronti dell’avvocato di Barcellona.

Dunque, all’esito dei tre gradi di giudizio, Saro Cattafi è stato ritenuto colpevole di essere un semplice affiliato alla mafia sino al 1993; e riconosciuto di essere estraneo alla mafia dopo il 2000.

Mentre per stabilire se sia stato un semplice affiliato all’ organizzazione criminale di Barcellona tra il 1993 e il 2000 ci vorrà un giudizio nuovo sull’esistenza delle prove che la Corte di cassazione non ha trovato.

“Cattafi è rimasto in carcere ininterrottamente per 4 anni, e quando è uscito, alla fine del 1997, non ha più potuto contare sulla presenza a Barcellona di Pippo Gullotti, suo referente e amico, che è stato arrestato subito dopo nel 1998: quindi, dal 1993 in poi non si può dire senza elementi di prova ulteriore non forniti che Cattafi sia rimasto intraneo all’organizzazione”, hanno scritto i giudici della Cassazione.

Ad un passo dalla prescrizione

Il responso della Corte d’appello di Reggio Calabria tuttavia sarà determinante anche per stabilire se il reato di associazione di stampo mafioso commesso da Cattafi sino al 1993 non sia prescritto. Infatti, nel caso in cui i giudici reggini non trovassero prova dell’appartenenza alla mafia di Cattafi dopo il 1993, il reato di cui pure è stato riconosciuto colpevole sino al 1993, sarebbe da dichiarare prescritto e, dunque, Cattafi andrebbe esente da pena per questo reato. Infatti, il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso di cui è accusato Cattafi si prescriveva in 15 anni.

La storia di un processo

La Corte d’appello, ora corretta dalla Cassazione, aveva riconosciuto colpevole l’avvocato di Barcellona di essere un semplice affiliato alla mafia e solo sino al 2000 e non come aveva stabilito il Giudice di primo grado di essere capo promotore dell’organizzazione mafiosa barcellonese sino al momento degli arresti scattati ad agosto del 2012.

La corte di Cassazione il primo marzo scorso ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura generale che per contro tendeva alla riforma della parte della sentenza d’appello che aveva corretto quella di primo grado, in modo da farne rivivere le conclusioni.

 

Le pene del carcere

Saro Cattafi in primo grado, al termine del giudizio abbreviato era stato condannato a 12 anni di reclusione (grazie alla riduzione di un terzo della pena per il rito). Sedici anni di reclusione per associazione per delinquere di stampo mafioso aggravata dall’essere capo promotore e due anni per l’accusa di calunnia ai danni del collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano e del suo legale Fabio Repici: 18 anni in tutto, poi ridotti di un terzo a 12.

In appello la pena è scesa a 7 anni di reclusione (6 anni per mafia e un anno per calunnia).

La calunnia

La pena ad un anno per calunnia è invece passata in giudicato, essendo stato rigettato il ricorso per Cassazione dei difensori di Cattafi, Salvatore Silvestro e Giovambattista Freni.

Cattafi nel corso del 2011, prima degli arresti, in esposti/denuncia aveva indicato il legale Repici, come ispiratore e Bisognano, come esecutore, di una sorta di complotto ai suoi danni teso a portarlo in carcere.

L’avvocato Cattafi era finito sotto processo con l’accusa di essere il capo della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto e di aver tenuto, in questa veste, i contatti con le famiglie di Cosa nostra catanese e palermitana. Con questa contestazione è stato arrestato il 24 luglio del 2012 e tenuto al 41 bis sino alla scarcerazione avvenuta dieci giorni dopo la sentenza d’appelllo emessa il 24 novembre del 2015.

Il Ne bis in idem rispettato

Gli avvocati di Cattafi, dinanzi ai giudici l’ermellino, hanno tentato si sostenere che l’accusa che gli è stata mossa a Messina nel 2012 in realtà aveva già costituito oggetto di un processo celebrato a Milano al termine del quale Cattafi era stato assolto definitivamente nel 2000 e quindi vi sarebbe stata violazione del Ne bis in idem, principio secondo cui una persona non può essere giudicato e condannato due volte per lo stesso fatto di reato. La Cassazione, d’accordo con il giudice di primo grado e con quelli d’appello, ha ritenuto che Cattafi a Milano fu accusato di aver fatto parte di una specifica consorteria e a Messina di un’altra e dunque non si è trattato della medesima accusa.

Morte di Ilaria Boemi, il Tribunale condanna Giuseppe Restuccia a 10 anni e 4 mesi ma solo per spaccio di droga. Pietro Triscari condannato a 4 anni e 4 mesi per violenza sessuale a carico di un’amica di Ilenia

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Ilaria Boemi

“Domani mi voglio fare di ecstasy. Ci vuoi venire?”

Chi le ha venduto la dose letale di ecstasy, Gaia Auteri, era stata già condannata in abbreviato a 6 anni e 8 mesi di reclusione il 19 settembre del 2016.

Oggi è stato condannato Giuseppe Restuccia a 10 anni e 4 mesi, lo spacciatore principale, ovvero colui che la dose l’aveva venduta in precedenza alla stessa Gaia Auteri e ad un altra ragazza minorenne che poi l’hanno rivenduta ad Ilaria Boemi, la ragazza di 16 anni, trovata morta sulla spiaggia, all’altezza della Chiesa del Ringo di Messina, nella notte del 9 agosto del 2015.

Restuccia, 33 anni di Villafranca tirrena, però non è stato condannato per lo stesso reato per cui è stato condannata Gaia Auteri, riconosciuta colpevole  di morte come conseguenza di altro reato (ovvero lo spaccio di droga, reato per il quale è stata riconosciuta comuqnue colpevole), di sui era accusato, ma solo per lo spaccio di droga.

Si è avvantaggiato anch’egli, come Gaia Auteri, della riduzione di pena del rito abbreviato domandato e concesso dopo che era iniziato il dibattimento ordinario.

Il Tribunale, presieduto dal giudice Mario Samperi ha condannato a 4 anni e 4 mesi (grazie alla riuduzione per il rito) pure Pietro Triscari, 40 anni, ma per una sola delle tre ipotesi di reato di violenza sessuale (commesse approfittando dello stato di alterazione in cui si trovavano le vittime) di cui era accusato e per la cessione di hashish alla ragazza vittima della violenza.

E’ stato assolto per la violenza sessuale che – secondo l’accusa – aveva commesso ai danni di Ilenia Boemi avvenuta poco prima che la giovane morisse per arresto cardiocircolatorio.

I fatti del 9 agosto

Pietro Triscari, infatti, secondo quanto gli inquirenti hanno ricostruito, era solito frequentare Ilaria Boemi e altre sue amiche minorenni insieme alle quali consumava droga leggera (hashis e mariuana) ma anche ecstasy.

L’invito di Ilaria rivolto a diverse amiche di assumere ecstasy la sera successiva è stato raccolto solo da Pietro Triscari e da un’amica minorenne.

La sera del 9 agosto 2015, Triscari, Ilaria e un’altra amica minorenne dopo aver comprato da Gaia Auteri due dosi di ecstasy, si sono ritrovati sotto i portici di piazza del Popolo.

Qui hanno acquistato delle birre e hanno deciso di andare sulla spiaggia del Ringo. In macchina, Ilaria ha sciolto prima una dose nella birra che si sono divisi Triscari e l’amica. L’altra dose dopo averla sciolta in altra birra l’ha assunta da sola.

Arrivati sulla spiaggia, Ilaria ha iniziato già manifestare segni di alterazione neurologica.

Triscari ha baciato e toccato le parti intime sia di Ilaria che dell’altra amica minorenne.

I tre comunque ad un certo punto si sono denudati e si sono buttati a mare.

Quando sono usciti dall’acqua, le condizioni di Ilaria sono precipitate: Triscari e l’amica si sono spaventati, hanno chiamato aiuto a un signore che passava in bici il quale ha chiamato il 118, ma poi sono scomparsi.

Tuttavia, sono stati identificati e arrestati nei giorni immediatamente successivi dalla squadra mobile di Messina, coordinata dal sostituto Stefania La Rosa.

Il pm La Rosa aveva chiesto subito la misura cautelare in carcere per Triscari ma le è stata rigettata prima dal Giudice per le indagini preliminari e poi dal Tribunale della Libertà.

Le amiche mettono nei guai Triscari

Nelle settimane successive, però, l’amica minorenne presente sulla spiaggia ha raccontato che anche in epoca precedente in condizioni di alterazione dovuta all’assunzione di hashish era stata costretta da Triscari ad aver un rapporto sessuale completo.

Solo per questa accusa di violenza Triscari è stato condannato.

Ancora, un’ altra minorenne del giro di Ilenia, non presente quella sera, ha raccontato che Pietro Triscari, alcune settimane prima, dopo averle ceduto hashish e mariuana l’aveva costretta a subire atti sessuali. Per ques’accusa Triuscari è stato assolto.

Triscari, difeso dall’avvocato Salvatore Stroscio, dopo le nuove accuse finì in custodia cautelare in carcere ed stato rinviato a giudizio non per la morte di Ilaria, ma per tre ipotesi di violenza sessuale e per cessione di sostanze stupefacenti.

Le responsabilità non ancora accertate

Per come emerso dalle indagini, Gaia Auteri non agiva da sola: Giuseppe Restuccia,il primo spacciatore della catena (assistito dai legali Giuseppe Carraba e Fabrizio Cosentino), ha venduto la sostanza letale sia alla Auteri (patrocinata dall’avvvocato Salvatore Silvestro) che ad altra ragazza all’epoca dei fatti minorenne. Per quest’ultima, che al pari della Auetri ha venduto la droga a Ilenia,  è in corso un altro procedimento penale al Tribunale dei minori con le stesse imputazioni di Gaia Auteri.

 

 

 

 

IL CORSIVO. Villa Dante, cercasi giardiniere. Se Accorinti non fosse sindaco l’avrebbe già pulito lui “di pirsona personalmente”… almeno qualche metro quadro, ma solo con telecamere al seguito

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Il sindaco Accorinti a villa Dante

Il sindaco Accorinti a villa Dante

 

E’ davvero un peccato che Renato Accorinti sia troppo impegnato a fare il sindaco. Se non lo fosse, si sarebbe già munito di un decespugliatore, un rastrello e avrebbe pulito in un batter baleno Villa Dante: naturalmente solo pochi metri quadri e solo dopo aver allertato i giornalisti, in modo da farsi un po’ di pubblicità ma sempre per lottare per i diritti dei cittadini di fruire di luoghi belli e puliti.

Invece, no. Renato Accorinti è sindaco, purtroppo. E’ super impegnato da 4 anni ormai a palazzo Zanca e Villa Dante, l’unico polmone verde del centro città (peraltro a 50 metri da casa del primo cittadino)  rimane nel degrado assoluto, con bagni impraticabili per il cattivo odore, sterpaglie dappertutto, staccionate divelte, campetto di calcetto distrutto, stradine sconnesse.

La stessa scena di squallore si respira da anni quando si va al campo di atletica dell’ex Gil, a 100 metri di distanza, l’unica struttura sportiva del centro città, luogo in cui Accorinti, tra una lezione di atletica e l’altra, teneva gemeriadi lunghissime sull’inefficenza dell’amministrazione in carica e inscenava proteste contro il degrado in cui la struttura era tenuta: naturalmente sempre dopo aver allertato la stampa.

Se non fosse sindaco, Accorinti sarebbe all’ex Gil, a protestare.

Sarebbe pure a piantare alberi, dove l’ amministrazione che guida li ha tagliati.

Il tutto sostenendo che i problemi di bilancio non possono giustificare che non si riescano a trovare poche migliaia di euro per tenere in condizioni dignitose due luoghi simbolo del grado di civiltà di una comunità: e chi gli avrebbe mai potuto dare torto?

E’ davvero, davvero, un peccato che sia sindaco: non c’è che da essere rammaricati.

La consigliera comunale Lucy Fenech, la più fedele sostenitrice del sindaco Renato Accorinti, organizza meritoriamente da anni un ciclo di incontri dal titolo “I care”. Anche nell’ultimo mese ne ha promosso di interessantissimi.

Solo che “I care” non è una frase ad effetto da spendere per dare senso a un ciclo di conferenze .

I care per come la intendeva Don Milani è un modo di essere, è partecipazione appassionata, è prendere posizione, è lottare concretamente contro il degrado: a partire dalle piccole, piccolissime cose.

L’ultimo incontro che ha organizzato Lucy Fenech qualche giorno fa aveva come tema “Educare alla bellezza”, come antidoto all’abitudine, alla rassegnazione al degrado.

Educare alla bellezza non è solo teoria. L’educazione è fatta di esempi. E’ composta da fatti concreti e coerenti.

Quale educazione alla bellezza possono ricevere i ragazzi della scuola Enzo Drago, solo per fare esempio, di cui Accorinti è docente (in aspettativa), se un albero bellissimo che campeggiava nel cortile è stato tagliato e non ne è stato piantato un altro; se gli adolescenti all’uscita e all’entrata delle scuole vedono sterpaglie alte un metro nelle aiuole e spazzatura dappertutto, che gli addetti alle pulizie non fanno in tempo a pulire perché passano gran parte del tempo di lavoro a disquisire con gli amici;  se mentre tornano a casa trovano auto parcheggiate impunemente sui marciapiedi e sugli scivoli per disabili, agli incroci semaforici, sulla pista ciclabile, ecc, ecc?

Educare alla bellezza è una responsabilità (oltre che della scuola) anche della classe dirigente, quella a cui appartiene Lucy Fenech, il sindaco Accorinti e i suoi assessori, i quali evidentemente al degrado si sono abituati, a meno che non si voglia sostenere che di tutte queste cose, di tutte queste piccole cose eppure simboliche, nulla sappiano perché sono talmente impegnati in riunioni inutili da non poter fare una passeggiata sino a Villa Dante o sino all’ex Gil.

E’ davvero un peccato che Accorinti sia diventato sindaco, perché in questi 4 anni non si è potuto interessare (I care) appassionatamente della città, non ha potuto dare il suo apporto ad educare alla bellezza i giovani e ha pure distolto da questa preziosa attività gli assessori di cui si è circondato.