L’OPINIONE: Navigator, a 20 mila persone impedito di partecipare al concorso in base al voto di laurea e… alla fortuna. Il buon senso, la legge e la giurisprudenza però lo vietano

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E’ giusto e legittimo che a migliaia di persone sia impedito di partecipare a un pubblico concorso, cioè di mostrare quanto siano bravi e preparati, in base al voto di laurea?

Chiunque, uomo della strada, a lume di buon senso e di logica, risponderebbe d’istinto “no”.

E risponderebbe di no, perché il voto di laurea non è un criterio oggettivo e, soprattutto, sicuro della preparazione del candidato, né delle sue capacità e competenze e quindi non assicura alla pubblica amministrazione di selezionare davvero i migliori (scopo questo del concorso).

Non è metro oggettivo ed affidabile per diverse ragioni: perché, ad esempio, i parametri di valutazione delle commissioni di esami variano da ateneo ad ateneo, variano da facoltà a facoltà, variano da periodo storico a periodo storico, variano dalle università pubbliche alle (decine ormai) di Università private, le quali più generosamente rilasciano lauree e più facilmente attirano clienti e denaro.

Non lo è anche per altri motivi che riguardano specificamente la storia umana e professionale di ciascun candidato: ad esempio, si può sostenere che uno che è laureato in Economia con 90/110 e ha alle spalle 10 anni di esperienza come manager in un’azienda privata e voglia passare al settore pubblico, sia meno preparato rispetto a un neolaureato con 110 e lode in un’Università telematica?

Eppure, ciò che per l’uomo della strada avrebbe una soluzione scontata per chi governa l’Italia e per la classe dirigente cui è stato affidato il compito di fare gli interessi collettivi, la domanda ha una risposta opposta.

Il voto di laurea, infatti, è stato usato per impedire a 20 mila persone di partecipare al pubblico concorso che si terrà il prossimo 18, 19 e 20 giugno a Roma a 3 mila posti di navigator, figura ideata e voluta dal Movimento 5 Stelle e dal ministro del Lavoro Luigi Di Maio per aiutare i destinatari del reddito di cittadinanza a cercare e trovare il lavoro (che non c’è).

Trenta mila euro all’anno lordi per due anni, avevano indotto 80 mila muniti di laurea in diverse specialità (unico titolo richiesto dal bando) ad avanzare domanda di partecipazione al concorso organizzato e gestito dall’ Anpal, Agenzia nazionale politiche del lavoro, ente di diritto pubblico dello Stato italiano.

Circa ventimila aspiranti navigator, però, sono stati privati della possibilità di cimentarsi nelle prove e di mostrare il loro valore, proprio in base al voto di laurea.

La ragione? Limitare il numero dei partecipanti all’unica prova selettiva e velocizzare la procedura, che già di per sè per come è stata strutturata è velocissima: un test a risposta multipla di 100 domande, chi totalizza i punteggi più alti vince. 

A Messina e provincia, ad esempio,  sono stati esclusi 600. In tutta la Sicilia, più o meno 3 mila.

L’uomo della strada però subito dopo aver risposto d’istinto “no”, sarebbe comunque stato assalito dai dubbi: “La legge magari lo consente, per i giudici è giusto così. Se è stato previsto vuol dire che si può fare”, penserebbe.

 

Cosa dicono i giudici

Non avrebbe alcuna incertezza a rispondere allo stesso modo chi, invece, ha un minimo di competenza giuridica.

Che l’esclusione da un pubblico concorso in base al voto di laurea, si ponga fuori dalle regole non solo dell’ordinamento italiano ma ancor prima di quello comunitario è principio di diritto consolidato nella giurisprudenza.

Da ultimo, con sentenza del 15 febbraio del 2019, il Tribunale amministrativo del Lazio ha annullato la procedura selettiva bandita dall’Enac, Ente nazionale aviazione civile, per reclutare ingegneri, proprio perché era stato previsto il voto di laurea come sbarramento alla partecipazione al concorso.

I giudici amministrativi, ribadendo altre pronunce precedenti, hanno stabilito che: “la previsione di un ulteriore requisito di accesso alla relativa procedura selettiva (oltre alla laurea, ndr), non può dunque fondarsi sulla semplice volontà dell’ente di limitare preventivamente il numero dei partecipanti al concorso. E’, infatti, evidente che l’ENAC abbia inteso introdurre un illegittimo indice selettivo, correlato ad un predeterminato obiettivo di preparazione culturale degli aspiranti concorrenti, con il fine precipuo di escludere dalla partecipazione al concorso i soggetti che abbiano ottenuto risultati meno brillanti nel corso degli studi universitari, per di più adottando un parametro (il voto di laurea) che, a ben vedere, potrebbe non rappresentare un indice attendibile di preparazione del candidato, dipendendo esso da un rilevante numero di variabili (tra gli altri, il tipo di laurea conseguito e presso quale Università)”.

Esattamente quello che è accaduto per buttare fuori 20 mila laureati dalle prova per navigator.

I paradossi non finiscono mai

 

Ma nel concorso per navigator è successo qualcosa di ancora più paradossale.

La possibilità della partecipazione al concorso, oltre che al voto di laurea, è stata pure affidata al caso, alla fortuna.

Poiché ciascun candidato all’atto della domanda poteva concorrere solo per una provincia e gli ammessi al concorso sono stati definiti a livello provinciale in proporzione al numero dei posti messi in palio, è accaduto che azzeccando la provincia “giusta”, alcuni candidati sono stati ammessi pur con un voto di laurea più basso di altri che invece potevano vantare su un voto di laurea più alto, ma che avendo beccato la provincia sbagliata sono rimasti tagliati fuori.

In conclusione, se anche il voto di laurea per assurdo (così infatti non è) potesse essere usato come criterio per filtrare la partecipazione alle prove di un pubblico concorso, per come è stato applicato si è risolto nella violazione del principio di uguaglianza.

Insomma, un capolavoro. Realizzato, e qui c’è anche l’ulteriore paradosso, per “risparmiare” una sola sessione di prove di una giornata, da aggiungere alle tre già previste.

 

Il CASO. Elezioni studentesche universitarie, anomale vicende affiorano: quando 29 studenti si “recarono” la stessa mattina al Comune di Brolo e il sindaco Irene Ricciardello autenticò le loro firme a sostegno della lista vicina al cognato onorevole Nino Germanà. L’intervista video a Ivan Cutè, leader di Gea Universitas e attuale presidente del V Quartiere di Messina

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L'università di Messina

L’Università di Messina

 

“Il comune di Brolo? Non so neppure dove si trovi”.

La sua firma risulta tra quelle autenticate dal primo cittadino nella casa comunale di Brolo, insieme a quelle di altri 28 colleghi di università, il 9 settembre del 2016, ma la studentessa nella cittadina tirrenica della provincia messinese non c’è mai andata: anzi, non sa neppure dove si trovi.

Le elezioni per scegliere i rappresentanti negli organi dell’Università di Messina si sono appena svolti e i risultati, grazie al voto telematico, sono giunti nella serata di ieri 15 maggio, appena qualche ora dopo la chiusura delle urne.

Tutto è filato liscio come l’olio. Nulla a che vedere con la tornata elettorale passata.

Che fu contrassegnata dalle carte bollate e da una vicenda anomala, di cui la studentessa “ignorante” di geografia, fu – suo malgrado, stando alla sua risposta – protagonista.

Le precedenti elezioni, infatti, furono precedute da un duro contenzioso davanti a giudici amministrativi, che rimisero in corsa liste e aspiranti rappresentanti esclusi dall’ateneo per problemi di corretta autenticazione delle firme a sostegno delle candidature: in pratica i sindaci di alcuni comuni della provincia avevano sottoscritto le firme lasciando nel modulo prestampato elaborato dall’ateneo, la dicitura “Messina”, come luogo di autenticazione, in questo modo mettendo a rischio la validità dell’atto di autenticazione, visto che fuori dai confini del loro comune non avevano competenza.

La vicenda fu raccontata da un articolo pubblicato su questo blog e si concluse alla fine dinanzi al Consiglio di giustizia amministrativa con l’ammissione di tutti gli esclusi e lo slittamento delle elezioni e della proclamazione degli eletti.

Il contenzioso, però, disvelò una vicenda anomala, dai possibili profili di rilevanza penale.

Su cui però fu steso un velo di silenzio e sparsa una coltre di nebbia fitta.

Eppure, si trattò di circostanze che arrivarono all’attenzione dei giudici amministrativi, dell’avvocatura dello Stato di Messina e dei vertici dell’ateneo, all’epoca guidato dal rettore Pietro Navarra.

Una vicenda che ha avuto come protagonisti la lista Gea Universitas, una di quelle escluse; il suo leader Ivan Cutè, molto vicino all’allora deputato regionale e ora deputato nazionale, Nino Germanà; il comune di Brolo, più precisamente l’allora sindaco, Irene Ricciardello.

Soprattutto, ha avuto – almeno sulla carta –  come protagonisti 29 studenti, alcuni calabresi, altri di Barcellona, di Milazzo e di Messina.

Questi, a leggere le carte, benché studenti universitari si sono sobbarcati ore di tempo e spese di viaggio per recarsi nello stesso identico giorno, il 9 settembre del 2016, nella casa comunale di Brolo e apporre al cospetto del sindaco Ricciardello la loro firma a sostegno della lista riconducibile, tramite Cutè, all’esponente politico di Forza Italia, cognato della stessa Ricciardello, che da qualche settimana ha ceduto la fascia di primo cittadino a Pippo Laccoto, altro (oltre a Germanà) “gigante” delle politica siciliana.

Il sindaco Ricciardello, peraltro, successivamente nella qualità di pubblico ufficiale fece una precisa dichiarazione con cui attestò che tutte le autentiche erano state fatte nella casa comunale di Brolo.

La dichiarazione risultò poi determinante davanti al Tar di Catania: diradò i dubbi di regolarità delle autentiche e sancì l’ammissione alla tornata elettorale della lista Gea Universitas, patrocinata dal legale Santi Delia.

Ad di là della risposta della studentessa “ignorante di geografia siciliana”, è verosimile questo concomitante esodo verso Brolo?

Il dato in realtà fece sorridere tutti coloro che ne ebbero conoscenza (ovvero i soli addetti ai lavori) e suscitò molti dubbi e sospetti.

Mai tradotti però – si è avuta conferma proprio in questi giorni – in una denuncia formale.

Ecco nell’intervista video rilasciata a febbraio del 2017 come spiegò l’anomalia Ivan Cutè.

Candidato nella lista di Nino Germanà, il leader di Gea Universitas alle elezioni amministrative del maggio del 2018 è diventato presidente del V Quartiere della città di Messina.

Morte dell’anziano di Giampilieri Giuseppe Trimarchi, assolto Mario Artieri, imputato di omicidio preterintenzionale. L’uomo di 79 anni era deceduto al Policlinico di Messina il 10 febbraio del 2016, 12 giorni dopo una lite in cui aveva riportato la frattura del braccio

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Tribunale di Messina

Il Tribunale di Messina

 

“Il fatto non sussiste”

La Corte d’assise di Messina presieduta da Massimiliano Micali ha assolto con questa formula Mario Artieri: era accusato, a titolo di omicidio preterintenzionale, della morte di Giuseppe Trimarchi, un anziano di 79 anni abitante a Giampilieri, deceduto il 10 febbraio del 2016 al Policlinico di Messina.

Trimarchi e Artieri, di 25 anni più giovane, il 29 gennaio del 2016 avevano avuto una lite nella piazza “Pozzo” del villaggio tristemente noto per l’alluvione del 2009.

Nel corso dell’alterco, avvenuto nei pressi dell’entrata di un circolo, l’anziano era caduto al suolo sbattendo la spalla e rompendosi il braccio.

Condotto dal 118 all’ospedale universitario, Trimarchi era stato sottoposto a intervento di chirurgia ortopedica per la riduzione della frattura.

Dopo pochi giorni le sue condizioni si erano aggravate tanto da obbligarne il ricovero in Rianimazione.

La causa della morte fu individuata dai medici legali in una tromboembolia polmonare, complicanza molto frequente delle fratture e degli interventi chirurgici, specie nelle persone di età avanzata.

Il pubblico ministero Piero Vinci aveva chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale (reato per cui è prevista una pena dai 10 ai 18 anni di reclusione) di Artieri, perché,come recita l’articolo 584 del codice penale, “”con atti diretti a percuotere Trimarchi ne aveva cagionato la morte”.

Tuttavia, già nella fase delle indagini preliminari, stando alla dinamica della colluttazione ricostruita attraverso alcuni testimoni era dubbio che Artieri avesse effettivamente percosso l’anziano.

Dall’istruzione dibattimentale con sicurezza è emerso che a seguito di continui sfottò il Trimarchi, avesse picchiato l’Artieri con un bastone procurandogli una ferita alla fronte.

Quest’ultimo sanguinante e stordito era entrato nel circolo per farsi medicare.

Qualche minuto dopo, all’uscita dal circolo i due erano entrati nuovamente in contatto.

Un testimone ha raccontato che Artieri trovandosi di fronte il settantanovenne è inciampato e cadendo abbia travolto l’anziano che, a sua volta, si è procurato la frattura.

Secondo altro testimone, il Trimarchi si è fatto incontro all’Artieri che lo ha spinto, facendolo cadere.

Solo dalla lettura delle motivazioni della sentenza sarà possibile comprendere le ragioni dell’assoluzione dell’imputato, assistito dal legale Nino Cacia.

A leggere il dispositivo e la formula di assoluzione della Corte d’assise, è solo possibile ipotizzare che i giudici non hanno ritenuto provato che l’Artieri abbia volontariamente spinto l’anziano e che, se pure ciò sia avvenuto, lo abbia fatto al fine di percuotere l’anziano e non invece al fine di prevenire ulteriori bastonate.

 

 

 

Caso Ruby, i giudici d’appello correggono il Tribunale: assolto l’avvocato Goffredo Sturniolo, accusato di violenza sessuale; ridotta a 5 anni di reclusione la pena a Ester Fragata, imputata di sfruttamento della prostituzione minorile

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Ruby "Rubacuori"

Karima Mharough, in arte Ruby “Rubacuori”

 

Assoluzione perché “il fatto non sussiste” per l’avvocato Goffredo Sturniolo e riduzione della pena della reclusione di due anni, da 7 anni a 5 anni per l’estetista Ester Fragata

E’ questo il verdetto emesso dalla Corte d’appello di Messina nella tarda serata di oggi al termine del processo che vedeva come parte offesa Karima Mharough conosciuta come Ruby (Rubacuori), la ragazza di origini marocchine cresciuta a Letojanni che fu alla base del tramonto politico di Silvio Berlusconi.

I giudici hanno emendato la sentenza di primo grado emessa il 6 luglio di due anni fa: il Tribunale  aveva inferto sette anni di reclusione all’estetista e due anni all’avvocato..

Ester Fragata era accusata di aver indotto alla prostituzione Ruby che all’epoca dei fatti, ovvero a gennaio del 2009, era minorenne e di aver tentato di  sfruttarne le attività di prostituzione.

La Fragata, infatti, titolare di un centro estetico in via Argentieri, accanto al municipio di Messina, aveva dato ospitalità alla ragazza e – secondo l’accusa della Procura – quando questa si rifiutava di assecondare le richieste di massaggi dei clienti nelle parti intime o altre prestazioni sessuali, la minacciava di farla dormire per strada.

Sturniolo, invece, che aveva conosciuto Ruby attraverso la sua amica Fragata e aveva passato alcune serate in compagnia delle due ragazze, era invece accusato di avere compiuto atti sessuali con la ragazza contro la sua volontà: specificamente di averla toccata nelle parti intime in tre occasioni nonostante l’opposizione della giovane donna.

Il Tribunale presieduto da Silvana Grasso aveva riconosciuto la Fragata colpevole del reato che le veniva contestato dalla pubblica accusa.

I giudici d’appello non si sono discostati da questa valutazione ma sono stati più miti nel quantificare la pena.

I giudici di primo grado avevano già derubricato il fatto di violenza sessuale (per il quale era prevista una pena da 5 anni a 10 anni), originariamente contestato dalla Procura all’avvocato Sturniolo,  e lo avevano considerato di lieve entità, per cui il giovane legale aveva rimediato una pena meno dura.

Per i giudici d’appello invece il fatto non è neppure di lieve entità, non sussiste proprio.

Il processo è nato dalle dichiarazioni che Ruby fece nella Questura di Messina allorché fu fermata dagli agenti che avevano ricevuto la segnalazione di Ester Fragata. Quest’ultima si era allarmata accorgendosi che dal centro estetico mancava un tennis (bracciale) di 3 mila euro.

Portati entrambi in Questura, mentre la Fragata in una stanza denunciava la ragazza per furto, in un’altra Ruby metteva nero su bianco accuse molto più pesanti.

Il processo a quest’ultima per furto al Tribunale dei minori si è chiuso con il perdono giudiziale.

 

Vecchia Maniera, la Corte d’appello conferma la condanna a 5 anni per il collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano. I reati di tentata estorsione e intestazione fittizia di beni commessi mentre era sotto protezione. In corso gli altri processi “figli” dell’inchiesta coordinata dal commissario Mario Ceraolo

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Il vice questore Mario Ceraolo

Il vice questore Mario Ceraolo, artefice dell’inchiesta Vecchia Maniera

 

Tentata estorsione e intestazione fittizia di beni.

La Corte d’appello di Messina conferma la condanna per Carmelo Bisognano a 5 anni di reclusione, inferta dal Tribunale di Barcellona il 27 settembre del 2017.

I giudici di secondo grado hanno confermato anche la pena a due anni irrogata in primo grado all’imprenditore di Gioiosa Marea Tindaro Marino, accusato però solo (in concorso) di intestazione fittizia.

I reati sono stati commessi tra il 2015 e il 2016 mentre Bisognano, collaboratore di giustizia dal 2010, si trovava sotto la protezione dello Stato e i contribuenti italiani gli pagavano la scorta, due avvocati, la casa, i viaggi e un assegno mensile di 1600 euro.

L’ex boss della mafia di Barcellona e l’imprenditore erano stati arrestati il 16 maggio del 2016 nell’ambito dell’inchiesta Vecchia Maniera.

Gli arresti scattarono anche per Angelo Lorisco, uomo fidato di Bisognano.

Lorisco ha scelto il rito abbreviato e per gli stessi reati che hanno portato ora alla condanna dell’ex collaboratore, l’8 gennaio 2017 è stato condannato a tre anni di reclusione dal Tribunale. La Corte d’appello, il 20 ottobre del 2017, ha confermato il verdetto.

 

La strumentalizzazione del ruolo di collaboratore

Gli inquirenti del commissariato di Barcellona guidati da Mario Ceraolo avevano scoperto che Bisognano dalla località protetta, usando Angelo Lorisco, aveva costituito una società e aveva iniziato l’attività di imprenditore, sotto mentite spoglie, grazie all’aiuto dell’imprenditore Tindaro Marino, sottoposto alla misura di prevenzione patrimoniale e condannato all’epoca per concorso esterno alla mafia.

Per tornare operativo, Bisognano tramite Lorisco aveva – secondo l’ipotesi accusatoria provata anche per i giudici di secondo grado – strumentalizzato il ruolo di collaboratore e tentato di sottoporre a estorsione i membri della famiglia Torre, titolari di un’azienda, minacciando di fare dichiarazioni sul loro conto.

I figli di Vecchia Maniera

Sull’ex capomafia, la cui collaborazione è stata molto utile per mettere alla sbarra vari esponenti della mafia del Longano e di fare luce su diversi delitti, pendono altri processi, tutti figli dell’inchiesta Vecchia Maniera.

Da ultimo è stato rinviato a giudizio per estorsione consumata.

Nel frattempo, un anno e due mesi dopo gli arresti, gli è stato revocato il programma di protezione e Bisognano, non potendo più godere dei benefici riservati a chi collabora, si trova recluso in un carcere.

Lo Stato gli garantisce comunque la tutela.

Per tutti i dettagli dell’intera inchiesta “Vecchia Maniera” e gli ultimi sviluppi si può leggere (cliccando sul link)  l’articolo di Michele Schinella pubblicato il 20 febbraio del 2019 dal titolo : “Estorsione aggravata dal metodo mafioso, Carmelo Bisognano a giudizio per un altro reato commesso mentre era collaboratore di giustizia. Tutti i guai dell’ex capo della mafia di Barcellona, privo della rete del programma di protezione e di recente condannato a 13 anni di reclusione. Mentre il suo avvocato Fabio Repici continua a evocare complotti”.

 

 

 

Estorsione aggravata dal metodo mafioso, Carmelo Bisognano a giudizio per un altro reato commesso mentre era collaboratore di giustizia. Tutti i guai dell’ex capo della mafia di Barcellona, privo della rete del programma di protezione e di recente condannato a 13 anni di reclusione. Mentre il suo legale Fabio Repici continua ad evocare i complotti

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Carmelo Bisognano

Carmelo Bisognano

Estorsione aggravata dal metodo mafioso, commessa mentre lo Stato gli assicurava la protezione e diversi benefici economici, compresa l’assistenza di due legali.

E’ questa l’ultima accusa da cui si dovrà difendere Carmelo Bisognano.

L’ex capo della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto, dal 2010 collaboratore di giustizia, è stato rinviato a giudizio dal giudice per le indagini preliminari di Messina Maria Militello.

Il processo inizierà il prossimo 13 maggio davanti al Tribunale di Barcellona.

L’estorsione che gli viene ora contestata, in realtà, è un fatto di (ipotetico) reato emerso nell’ambito dell’inchiesta Vecchia Maniera, che il 18 maggio del 2016 portò in carcere l’ex capomafia, il suo uomo fidato, Angelo Lorisco, e l’imprenditore di Gioiosa Marea, Tindaro Marino.

Il fatto delittuoso era sfuggito ai sostituti della direzione distrettuale antimafia Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo che dopo averne gestito per anni la collaborazione furono costretti in tutta fretta a chiedere la misura cautelare più rigorosa.

Gli inquirenti del commissariato di Barcellona guidati da Mario Ceraolo, infatti, avevano scoperto che Bisognano dalla località protetta, usando Lorisco, aveva costituito una società e aveva iniziato l’attività di imprenditore, sotto mentite spoglie, grazie all’aiuto dell’imprenditore Tindaro Marino, sottoposto anch’egli alla misura di prevenzione patrimoniale e condannato all’epoca per concorso esterno alla mafia.

Per tornare operativo, poi – secondo gli accertamenti investigativi – Bisognano tramite Lorisco, strumentalizzando il ruolo di collaboratore, aveva preso di mira i membri della famiglia Torre, titolari di un’azienda: nei loro cantieri cominciò a presentarsi assiduamente Lorisco, che spendendo il nome di Bisognano e minacciando dichiarazioni sul loro conto chiedeva utilità di varia natura.

La Procura, oltre all’intestazione fittizia di beni, infatti, a Bisognano e Lorisco aveva contestato il tentativo di estorsione, consistito nell’aver preteso di far lavorare i propri mezzi negli appalti che i Torre avevano in corso di esecuzione.

Il processo, tenuto a Barcellona, si è concluso il 27 settembre del 2017 con la condanna di Bisognano a 5 anni di reclusione, Marino a 2 anni. Lorisco in abbreviato ha avuto tre anni.

Per Lorisco c’è stata già la conferma della condanna nel grado di appello.

Il giudizio di secondo grado per Bisognano e Marino non si è ancora tenuto.

Nel condannare Lorisco, è stato proprio il Gup di Barcellona Fabio Gugliotta a disporre la trasmissione degli atti alla Procura perché valutasse la sussistenza a carico dello stesso Lorisco e di Bisognano e  di un’ulteriore ipotesi di estorsione, questa volta consumata.

L’ultima estorsione

Specificamente, di aver costretto i Torre ad acquistare da loro dei pneumatici per camion di cui non avevano alcun bisogno.

Infatti, i fratelli Torre, Giuseppe e Giovanni, oltre a raccontare che Lorisco, perfettamente informato sull’andamento aziendale, chiedeva insistentemente di poter partecipare ai loro lavori, avevano riferito che erano stati costretti a comprare 5 grossi pneumatici, peraltro di misura diversa da quella adeguata ai loro mezzi.

In sostanza, a parte la discrasia sul numero dei pneumatici, tra il capo di imputazione e quanto dicono i Torre,  è questa l’accusa che ha mosso il sostituto procuratore della Dda Fabrizio Monaco, ottenendo l’avallo del Gup Militello.

Il giovane giudice ha ritenuto la sussistenza dell’aggravante del metodo mafioso (che importa un aumento di pena da un terzo alla metà).

L’aggravante…. resuscitata

Il gup Militello l’ha pensata allo stesso modo del collega Gup di Barcellona, Salvatore Pugliese.

Era stato infatti davanti a quest’ultimo giudice che la procura di Barcellona aveva chiesto il rinvio a giudizio ipotizzando l’estorsione consumata ma non aggravata dal metodo mafioso. Pugliese ha, invece, osservato che il reato è chiaramente aggravato dal metodo mafioso perché i Torre si sono convinti a comprare i pneumatici che non servivano per la condizione di assoggettamento determinata dal trovarsi al cospetto di un capomafia.

Così la competenza è tornata alla direzione distrettuale antimafia di Messina, che ha esercitato l’azione penale davanti al Gip distrettuale, Maria Militello appunto.

Il legale Repici, aveva impugnato  la sentenza di Pugliese davanti alla Cassazione, ma è stato bocciato dai giudici con l’ermellino che non sono comunque entrati nel merito.

Le sue argomentazioni non hanno convinto neppure la Militello.

Tutti i nodi vengono al pettine

Carmelo Bisognano, la cui collaborazione ha permesso di mettere alla sbarra vari esponenti della mafia del Longano e di fare luce su diversi delitti, è pure sotto processo a Roma per accesso abusivo al sistema informatico e violazione del segreto d’ufficio

Sempre dalle indagini del commissario di Barcellona era pure emerso che due degli agenti (Domenico Tagliente e Enrico Abbina) che dovevano proteggerlo e controllarlo, avevano intessuto con il collaboratore un rapporto di complicità che consentiva a quest’ultimo di muoversi e incontrarsi a suo piacimento, anche con altri collaboratori di giustizia, in violazione di ogni norma regolamentare e, soprattutto, di avere libero accesso al sistema informatico della polizia.

La procura di Roma, guidata da Giuseppe Pignatone, a cui erano stati trasmessi gli atti per competenza territoriale, ha declinato l’accusa in termini di violazione abusiva dei sistemi informatici e di violazione del segreto d’ufficio e ha chiesto la misura del carcere accolta dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Chiara Gallo ed eseguita il 7 luglio 2017.

Dichiarazioni di favore…forse si…forse no

Le intercettazioni hanno disvelato in maniera chiara che Bisognano in cambio dell’aiuto economico di Tindaro Marino, si era impegnato nell’ambito di indagini difensive a fare nuove e diverse dichiarazioni favorevoli all’imprenditore di Gioiosa Marea, in modo da alleggerirne la posizione in vista del giudizio della Cassazione per concorso esterno alla mafia e di quello diretto al sequestro di tutti i beni nel procedimento di prevenzione patrimoniale pendente in appello.

Dapprima, al momento della richiesta di misura cautelare, i due sostituti Di Giorgio e Cavallo dopo aver confrontato le dichiarazioni rese da Bisognano in precedenza sul conto di Marino con quelle rese il 30 settembre del 2015 al difensore di Marino, Salvatore Silvestro, presenti i difensori del collaboratore Fabio Repici e Mariella Cicero, si erano convinti che questi avesse cambiato effettivamente le dichiarazioni, depositate effettivamente in Cassazione e nel giudizio di prevenzione dal legale di Marino.

Dello stesso avviso il gip Monica Marino, che accolse la richiesta di misure cautelari.

E’ stato lo stesso collaboratore nell’interrogatorio di garanzia ad ammettere: “Mi sono messo d’accordo per modificare le dichiarazioni, ma poi non l’ho fatto”

Proprio a seguito di questa giustificazione, i due magistrati hanno controllato e hanno cambiato idea chiedendo per questo capo di accusa l’archiviazione.

Il Gip Monica Marino è rimasta della sua idea. Ha rigettato e ordinato l’imputazione coattiva: “Le dichiarazioni sono state cambiate per interessi economici”, ha scritto il Gip Marino dopo aver messo ancora una volta a confronto le dichiarazioni.

Tre mesi dopo, il 17 novembre del 2017, un altro Gip del Tribunale di Messina Simona Finocchiaro ha accolto la richiesta di archiviazione ribadita dai due sostituti della Dda.

Tirando le fila, a seguire le conclusioni dell’inchiesta su questa imputazione, Bisognano ha raggirato il suo “socio finanziatore” Marino.

La revoca del programma di protezione

Benché – come hanno mostrato le indagini del commissariato di Barcellona e come lo stesso Bisognano ha ammesso nel corso dell’interrogatorio di garanzia subito dopo l’arresto del 16 maggio del 2017  – si sia reso protagonista di gravi violazione del regolamento imposto a pena di revoca (a prescindere dalla responsabilità penale), Bisognano è rimasto nel programma di protezione sino all’estate del 2017, per oltre un anno e due mesi.

Il 26 maggio del 2017 Il Tribunale di Barcellona (che poi lo ha condannato) su richiesta del suo difensore Repici lo ha scarcerato, anche sulla base della considerazione che il programma di protezione non fosse stato revocato.

Il programma di protezione è stato revocato il primo agosto del 2017, qualche giorno dopo gli arresti ordinati dal Gip di Roma.

Tre mesi prima, il 10 maggio del 2017, il senatore del M5Stelle, Luigi Gaetti, aveva presentato un’interrogazione parlamentare ai ministri della Giustizia e dell’Interno chiedendo spiegazioni sul trattamento di favore che l’ex boss aveva ricevuto e stava ricevendo. L’allora vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, ora sottosegretario di Stato agli Interni, due giorni dopo, però, l’ha ritirata: “Mi è stato detto fosse fondata su dati inesatti”, si è giustificato. “La ripresento appena avrò controllato”, promise.

I dati invece erano veri, ma Gaetti l’interrogazione non l’ha più ripresentata, né ha mai spiegato chi lo avesse indotto a ritirarla.

I legali di Bisognano per contestare la decisione della Commissione centrale si sono rivolti al Tribunale amministrativo del Lazio e poi al Consiglio di Stato.

I giudici amministrativi di primo e secondo grado hanno però ritenuto, almeno nella fase cautelare, legittima la revoca del programma di protezione in quanto giustificata da “gravi e reiterate violazione delle regole imposte ad un collaboratore”.

Di professione… complottista

Tuttavia, per il legale Fabio Repici che, insieme alla collega di studio Mariella Cicero, sin dall’inizio della collaborazione lo ha assistito, Bisognano è vittima di un complotto ordito dal commissario Ceraolo, dall’avvocato Ugo Colonna, da Saro Cattafi, l’avvocato di Barcellona accusato da Bisognano di essere stato il capo della mafia di Barcellona sino al 2012, e dal legale di quest’ultimo, Salvatore Silvestro.

Repici ha indicato una delle possibili finalità del complotto: “E’ stata un’operazione tesa a fare conseguire a Cattafi l’impunità”, ha ripetuto più volte, anche sfidando la logica, senza offrire né fatti, né elementi di prove. Che invece indicano chiaramente come Bisognano autonomamente da collaboratore intraprenda attività e tenga condotte declinate in termini di reati penali da diversi pubblici ministeri e giudici (anche amministrativi) di differenti Tribunali d’Italia.

La cronologia smentisce la dietrologia

Le dichiarazioni di Bisognano su Cattafi, sono state ritenute non riscontrate né credibili dalla Corte d’appello di Messina che riformando la condanna di primo grado ha assolto Cattafi dall’accusa di essere stato non solo capo della mafia ma anche semplice affiliato dal 2000 in poi.

La sentenza della Corte d’appello, che successivamente ha avuto l’avallo della Corte di Cassazione, è del 24 novembre del 2015, 7 mesi prima che Bisognano fosse arrestato nell’ambito di Vecchia Maniera e si conoscessero le imprese che realizzava mentre era collaboratore di giustizia.

 

Obiettivo libertà

La revoca del programma di protezione significa in concreto non solo la perdita dei benefici economici, ma anche l’impossibilità di accedere alle misure alternative al carcere, ovvero a vivere pressoché liberi e protetti benché riconosciuti colpevoli di efferati delitti, obiettivo principale dei collaboratori di giustizia.

Bisognano, salvo che il programma non venga ripristinato o dai giudici amministrativi o per effetto di nuove e inedite dichiarazioni dello stesso collaboratore, dovrà scontare le pene in carcere.

Di recente, è stato condannato con sentenza definitiva a 13 anni di reclusione nell’ambito del processo Gotha 1 per associazione mafiosa e un omicidio, commessi prima di iniziare la collaborazione.

Bisognano, rimasto senza programma di protezione e recluso quindi in carcere, ha continuato a collaborare.

Il ministero degli Interni a tutela della sua incolumità gli garantisce la scorta e speciali misure di protezione.

 

 

 

Inchiesta Terzo Livello, assolta la moglie dell’ex consigliere comunale Giuseppe Chiarella. Il Gip Leanza aveva escluso qualsivoglia indizio di colpevolezza ma la Procura ha tirato dritto chiedendo il rinvio a giudizio. Già a processo Emilia Barrile e gli altri indagati. Ecco le accuse

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Il Giudice per le indagini preliminari aveva seccamente rigettato la misura cautelare degli arresti domiciliari chiesta nell’ambito dell’inchiesta Terzo livello, ma la Procura di Messina, sulla scorta dello stesso identico materiale probatorio, ha comunque insistito per il rinvio a giudizio.

Questa mattina Angela Costa è stata assolta “per non aver commesso il fatto” dal Gup Monia De Francesco.

L’accusa per lei era di aver fatto parte dell’associazione per delinquere capeggiata – secondo gli inquirenti – dall’ex presidente del Consiglio comunale Emilia Barrile.

Angela Costa è la moglie di Giuseppe Chiarella, ex consigliere comunale di Messina e candidato alle ultime elezioni amministrative del giugno del 2018 con la lista Leali della Barrile.

Il gip Tiziana Leanza nel rigettare la misura aveva osservato che pur essendo la donna socia di una coop riconducibile alla Barrile, non sussisteva a suo carico alcun indizio di colpevolezza dell’appartenenza all’associazione per delinquere.

Angela Costa, assistita dal legale Salvatore Silvestro, a fronte dell’insistenza della Procura aveva così domandato il giudizio abbreviato che si è celebrato oggi.

L’inchiesta Terzo Livello è deflagrata il 2 agosto del 2018 con gli arresti dell’esponente politico e di una serie di collaboratori e imprenditori.

Caccia notturna…. ai criminali

 

Benché il giudizio del magistrato Leanza su Angela Costa fosse stato chiaramente liberatorio, il giorno degli arresti degli altri indagati, alle 4 di mattina, nel cuore della notte, alcuni uomini della Dia hanno suonato al campanello di casa sua, svegliando tutti.

Gli agenti, su ordine della Procura, hanno effettuato una perquisizione che non ha determinato alcun esito, se non uno stato di paura e agitazione per i giovanissimi  figli.

Di livello…ma non tanto

 

Tutti le altre persone coinvolte in Terzo livello sono stati rinviati a giudizio, tranne Sergio Bommarito, il patron della Fire spa, la società di recupero crediti di livello nazionale.

In sintesi, la Barrile è accusata di aver creato, insieme al suo mentore e socio Marco Ardizzone, un sistema clientelare fondato su patronati e cooperative e su favori ottenuti grazie al suo peso politico a una serie di imprenditori o manager, che la ripagavano con assunzioni di persone a lei vicine e altre utilità, il tutto al fine di alimentare il suo bacino di consensi elettorali.

A giudizio insieme a Barrile e Ardizzone, il loro luogotenente Carmelo Pullia, lo stretto collaboratore Giovanni Luciano, l’amico di sempre della Barrile nonché imprenditore Francesco Clemente: sono accusati di associazione per delinquere finalizzata a commettere una serie di reati contro la pubblica amministrazione.

Reati declinati nel reato di Traffico di influenze illecite.

A giudizio anche l’ex presidente dell’Amam Leonardo Termini; l’ex direttore amministrativo dell’Atm Daniele De Almagro; gli imprenditori Antonio Fiorino, Angelo e Giuseppe Pernicone; Vincenzo Pergolizzi e i suoi figli Sonia e Stefania, il genero Michele Adige, la sorella Teresa Pergolizzi, il suo uomo di fiducia Elio Cordaro, la dipendente storica Vincenza Merlino.

Lavoro di pubblica utilità

 

Sergio Bommarito, invece, ha chiesto e ottenuto la sospensione del procedimento penale attraverso l’accesso all’istituto della messa alla prova: nel caso di superamento positivo del trattamento rieducativo che consiste nello svolgimento di un’attività di utilità sociale il reato che gli viene contestato di Traffico di influenze illecito verrà dichiarato estinto.

Era accusato, in specie, di aver chiesto alla Barrile il disbrigo di alcune pratiche al Comune e di intercedere su Leonardo Termini in modo da favorire il pagamento di una fattura milionaria a favore della Fire che l’Amam riteneva non fosse del tutto dovuta.

In cambio, sempre secondo l’impianto accusatorio, ha fatto donazioni di denaro ad alcune società sportive e alcune assunzioni.

Imprenditori intraprendenti

Tony Fiorino, titolare della Despar di Messina, alla Barrile chiese aiuto per ottenere il via libera alla costruzione di un centro commerciale a Sperone e per avere dagli uffici comunali informazioni riservate su suoi concorrenti. In cambio, operava assunzioni e prometteva lavoro nella eventuale costruzione dello stesso centro commerciale.

Angelo e Giuseppe Pernicone, padre e figlio, sotto inchiesta nel processo Matassa per Associazione per delinquere di stampo mafioso e intestazione fittizia di beni, alla Barrile chiesero intercessione per ottenere la concessione dello stadio San Filippo per il concerto dei Pooh, nell’ambito del quale avrebbe dovuto lavorare la loro cooperativa, in cambio di un coinvolgimento pure della cooperativa dell’esponente politico.

Vincenzo Pergolizzi, l’imprenditore noto a Messina per aver costruito il complesso Aralia su Montepiselli, finisce nell’inchiesta sulla Barrile e poi in custodia cautelare in carcere perché – secondo la Procura – si rivolge all’ex presidente del Consiglio e a Clemente per ottenere lo sblocco di alcune pratiche per la costruzione di un’abitazione su via Bisazza in cambio della promessa di commesse negli eventuali lavori.

Dalle indagini è però pure emerso che Pergolizzi aveva appena effettuato una serie di operazioni di cessione delle sue quote societarie, oggetto qualche anno prima di sequestro preventivo finalizzato alla confisca, annullato successivamente dalla Cassazione, a favore dei suoi stretti collaboratori o congiunti.

Le operazioni societarie sono state considerate illecite della Procura che le ha inquadrate nel reato di Trasferimento fraudolento di valori: sono state effettuate infatti mentre pende a Reggio calabria il giudizio di prevenzione dopo la sentenza di annullamento con rinvio della Cassazione.

Per la Procura sono state fatte proprio per eludere il possibile nuovo sequestro preventivo.

Manager operosi

Leonardo Termini deve difendersi dall’accusa di Turbativa d’asta per aver favorito nel 2015 una coop riconducibile alla Barrile nell’aggiudicazione di un appalto all’Amam.

De Almagro, in cambio del sostegno della Barrile,  necessario per la sua riconferma nell’azienda dei trasporti, ha determinato – secondo la Procura –  l’assunzione temporanea come autista di persona segnalata dallo stesso esponente politico: fatto declinato nel reato di Induzione indebita a dare o promettere utilità.

 

Guerra di potere nell’Associazione nazionale familiari vittime della strada, Pina Cassaniti non è presidente da anni ma continua ad agire come se lo fosse. Anche nei processi per omicidio stradale. Il balletto delle dimissioni e il ruolo del figlio Marcello Mastrojeni, direttore dell’Inps di Messina

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Pina Cassaniti con l'assessote Carlotta Previti il giorno del

Pina Cassaniti con l’assessore comunale Carlotta Previti il 18 novembre del 2018 nella giornata in ricordo delle vittime della strada

Quando è parso evidente, visto l’imprevisto cambiamento dei consensi, che da lì a qualche ora l’assemblea dei soci l’avrebbe sostituita si è dimessa da presidente dell’Associazione nazionale familiari vittime della strada.

E un attimo dopo ha abbandonato la presidenza del consesso tenuto a Roma il 27 aprile del 2013 il figlio.

Ma i lavori dell’assemblea sono continuati egualmente e così è stato eletto il nuovo presidente e il nuovo consiglio direttivo.

Pina Cassaniti Mastrojeni non è presidente dell’Associazione nazionale familiari vittime della strada Onlus da quel giorno di quasi 5 anni, come ha riconosciuto un lodo arbitrale risalente al 2 settembre del 2017 e chiaro nel dichiarare presidente dell’associazione Alberto Pallotti, un attivista veronese.

Tuttavia, la professoressa di Messina non si è data per vinta.

Decisa a prolungare ancora la guida dell’Associazione, di cui prese le redini nel 2001, ha continuato sino all’altro ieri a presentarsi come presidente di una delle Onlus più potenti d’Italia in tutte le sedi: nei processi penali per omicidio stradale o colposo in cui c’era da costituirsi parte civile (per esempio, nel processo per l’omicidio stradale di Lorena Mangano tenuto al Tribunale di Messina), negli interventi a convegni, negli incontri istituzionali (da ultimo il 18 novembre 2018 a Messina nella giornata dedicata al ricordo delle vittime della strada), nelle interviste.

Per la mamma di Valeria Mastrojanni, la ragazza la cui vita fu falciata a 17 anni nel 1997 da un automobilista killer nel centro di Messina, neppure il lodo arbitrale emesso dall’avvocato Carlo Affinito, nominato dal presidente del Tribunale di Roma, ha alcun valore, benché il codice civile dica cose opposte.

Il lodo immediatamente vincolante, che stabilisce “l’obbligo della Cassaniti di cessare ogni condotta volta a ostacolare la gestione da parte del legittimo presidente”, è stato impugnato per una serie di vizi procedurali e formali davanti al Tribunale di Roma dove pende il relativo giudizio, ma per la professoressa di Messina è come se non esistesse.

Ne è derivato un conflitto gravissimo, una vera e propria guerra senza quartiere, fatta di denunce penali, controversie civili e accuse via facebook, tra il presidente Pallotti e la sedicente presidente Cassaniti, tra i sostenitori del primo e i fedelissimi della seconda.

Una guerra per nulla favorevole ai familiari delle vittime della strada e alla stessa autorevolezza dell’associazione.

Effetti collaterali

E’ così capitato, da ultimo, solo per fare un esempio, che all’udienza preliminare del 13 dicembre 2018 del processo per la strage di un gruppo di studenti ungheresi, avvenuta nella notte del 20 gennaio 2017, quando un  autobus di ritorno da una gita in Francia si schiantò contro un pilone dell’autostrada Serenissima, l’Associazione ha domandato di costituirsi con due avvocati diversi, delegati da due presidenti diversi: uno da Pallotti, l’altro da Cassaniti.

Quest’ultimo ha chiesto l’estromissione dell’Associazione rappresentata da Pallotti, già costituita in un’udienza precedente.

Il Gup di Verona, Luciano Gorra, non ha potuto fare altro che stabilire l’efficacia vincolante del lodo arbitrale firmato da Affinito e consentire la costituzione della Associazione con legale rappresentante Pallotti, escludendo quella con (sedicente) presidente Cassaniti.

Due presidenti….nessun presidente

In tempi precedenti al lodo, c’è chi come il Tribunale di Parma di fronte a due presidenti che si sono presentati come legittimi rappresentanti della Onlus è stato salomonico: ha escluso tout court l’associazione trasmettendo gli atti alla procura della Repubblica perché verificasse la sussistenza del reato di sostituzione di persona.

E’ accaduto il 3 marzo del 2017 al Tribunale di Parma, nel processo per accertare eventuali responsabilità nell’incidente che il 23 giugno del 2012 costò la vita a tre persone: la ventisettenne di Parma Fiorentina Zoto, che precipitò da un cavalcavia e spezzò anche la vita di due settantenni milanesi, Giacomo Carrera e la cognata Concetta Aleo, che percorrevano in quel momento l’autostrada sottostante.

L’assemblea della discordia

 

L’assemblea dei soci è stata convocata per il 27 aprile 2013 a Roma, in via Casilina. Diversi i punti all’ordine del giorno, tra cui il rinnovo delle cariche sociali.

Pina Cassaniti è la “presidentissima” dell’Associazione da 12 anni.

La mamma di Valeria è sicura dell’ennesima riconferma, benché da tempo all’interno dell’associazione si sia formato un ampio e forte dissenso sul suo modo autocratico e personalistico di guidare l’Onlus.

La Cassaniti non si cura delle critiche e infatti a presiedere l’assemblea viene posto il proprio figlio Marcello Mastrojeni, attuale direttore dell’Inps di Messina.

Nel corso dei lavori vengono sollevati dubbi sulla trasparenza, democrazia interna e gestione contabile e preoccupazioni per la perdita di bilancio di circa 50 mila euro; vengono fatte le pulci ad alcune spese e viene evocato il possesso della Cassaniti di una serie di deleghe in bianco da parte di ignari soci  da usare nelle votazioni previste per quella giornata.

L’assemblea si divide tra i sostenitori della Cassaniti e un gruppo di agguerriti attivisti coagulati attorno alla figura di Pallotti.

Rimestare la melma….

 

Volano parole grosse e accuse reciproche.

Solo per dare il senso del livello del confronto, Pallotti accusa la Cassaniti di aver usato i soldi dell’associazione per rimborsi spese non dovuti al figlio e per avere donato denaro dell’associazione a una socia sua alleata che l’ha usati per scopi diversi da quelli sociali.

Cassaniti, a sua volta, accusa Pallotti di aver acquistato, in qualità di presidente di una sede, con denaro dell’associazione beni per 9 mila euro da ditte riconducibili a propri stretti familiari.

La disfida degli autobus

 

Nel corso della mattinata diventa ulteriore motivo di scontro l’arrivo di un bus da Potenza, con a bordo una trentina di soci, 15 dei quali studenti, schierati dalla parte della Cassaniti.

L’opposizione insorge: “Non sanno neppure perché sono venuti sino a quà”, accusano in molti.

In un clima di contrapposizione e batti e ribatti, si arriva all’ora di pranzo e si va in pausa.

Intorno alle 16, d’improvviso, a sparigliare i giochi, giungono a sorpresa due pullman gran turismo dalla Campania. Questa volta portano soci e voti a sostegno del gruppo Pallotti.

L’arrivo dei tre autobus ribalta la maggioranza. Prevedere l’esito delle successive votazioni diventa facile.

Il colpo di scena

 

Alla ripresa dei lavori, alle 17, la professoressa Cassaniti prende la parola e con voce ferma e serena afferma: “Io ho portato avanti un’associazione diversa da questa. L’associazione non risponde più a criteri su cui l’ho guidata. E’ cambiata. Non mi sento di rappresentare un’associazione come questa, di un livello che calpesta la dignità della persona. Pertanto, lascio la presidenza. Siccome l’esigenza di cambiamento voi la sentite, gestitevela. Vi saluto, buonasera e buona continuazione. L’unica cosa che vi dico è: non fate abbassare il livello dell’associazione“, ha concluso, ricevendo gli applausi compiaciuti da parte degli oppositori.

A ruota, il figlio lascia la presidenza dell’assemblea. I due si allontanano dalla sala.

Tuttavia, gli altri soci, per nulla intenzionati a tornarsene a casa, dopo aver sostituito il presidente e aver preso atto delle dimissioni della Cassaniti, vanno avanti.

Marcello Mastrojeni quasi si meraviglia. Così torna nella sala e prende la parola interrompendo i lavori: “Nel momento in cui mi sono ritirato assieme a mia madre, l’assemblea è sciolta e nessuna efficacia hanno le deliberazioni“, precisa, così disvelando quale fosse lo scopo delle dimissioni.

La sortita di Mastrojeni non ha effetto alcuno: i soci discutono e deliberano. Tra questi, alcuni vicini alla stessa Cassaniti. Si procede a verbalizzazione. Vengono eletti i nuovi vertici.

The day after

 

La professoressa Cassaniti e il figlio, un passato da dottorando di diritto penale, però, non si rassegnano.

L’obiettivo diventa porre nel nulla le deliberazioni dell’assemblea di qualche giorno prima.

L’ormai ex presidente qualche giorno dopo invia su carta intestata della presidenza un avviso: “In assenza delle condizioni minime di sicurezza il presidente dell’assemblea è stato costretto a chiudere i lavori di assemblea. Nessuna deliberazione è stata assunta“, ha scritto.

Nei giorni successivi Il figlio redige un verbale della assemblea molto preciso e dettagliato  che avvalora la tesi dei tumulti, della violenza e delle minacce: “La presidente rilevata l’impossibilità di rilevare in quell’adunata tumultuosa lo spirito dell’associazione annuncia l’intenzione di fare un passo indietro ed esce dalla sala. Si riesce, in tal modo, a garantire che i numerosi soci che si sono sentiti minacciati possano abbandonare la sala in condizioni di sicurezza“, scrive l’attuale direttore dell’Inps di Messina.

Che di questo clima di violenza e minacce nessun cenno aveva fatto – come emerge dalla registrazione audio –  duranti i lavori, né prima né dopo le dimissioni della mamma.

Tesi ballerine

Secondo la Cassaniti e il figlio, dunque, le dimissioni non hanno valore perché frutto del clima di violenza che si era determinato e della necessità di evitare guai peggiori.

Così, allo stesso modo, non hanno alcuna efficacia le deliberazioni adottate successivamente perché l’abbandono dell’assemblea da parte di madre e figlio aveva come effetto giuridico lo scioglimento della stessa.

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L’arbitro boccia mamma e figlio

L’arbitro Affinito però non ha creduto al verbale redatto dal direttore dell’Inps di Messina, anche la registrazione audio la smentisce: “La verbalizzazione redatta da Mastrojeni è ricca di valutazioni ultronee, nonché di descrizioni di sensazioni personali per fatti di cui non v’è traccia nelle registrazioni“, sottolinea l’arbitro. Che nelle 108 pagine del lodo ha concluso.”Può senz’altro escludersi qualsiasi turbativa violenta della libertà delle persone intervenute nell’assemblea“,

Dunque, la volontà della Cassaniti non è stata coartata e le dimissioni sono valide.

Sotto il profilo giuridico risulta “del tutto infondata – secondo l’avvocato Affinito –  la tesi secondo cui l’abbandono del presidente dell’assemblea determini lo scioglimento della stessa prima che si proceda alla votazioni dei punti all’ordine del giorno”.

Dunque, l’assemblea del 27 aprile 2013 era pienamente valida e così il rinnovo della cariche sociali. E per contro, illegittime tutte le attività svolte da quel momento in poi in qualità di presidente dalla Cassaniti, per la quale però non solo l’assemblea che l’ha sostituita ma pure il lodo continua a valere zero.

Epurazioni

Tra le attività illegittime l’espulsione di Alberto Pallotti (il vero presidente) e di diversi soci che avevano contribuito a cambiare i vertici dell’associazione.

 

 

IL CASO (semiserio): Tempostretto ha copiato o il giornalista vittima della novella Gutenberg scambia lucciole per lanterne? La direttrice della testata on line Rosaria Brancato mette in crisi Michele Schinella. Il giudizio ai lettori

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La direttrice di Tempostretto Rosaria Brancato

La direttrice di Tempostretto Rosaria Brancato

 

L’incidente – se così lo si vuole chiamare – invero di poca importanza è nato dalla lettura di un articolo a firma Alessandra Serio dal titolo: “Operazione beta 2, oggi gli interrogatori. Al confronto anche Parlato”, apparso il 30 ottobre del 2018 sulla testata giornalistica on line Tempostretto, in cui si racconta degli arresti di Salvatore Parlato, il funzionario del Comune di Messina accusato di essere stato corrotto dagli esponenti del clan Romeo.

“Per dindirindina – ha pensato il lettore Michele Schinella, per puro caso anche giornalista – quello che leggo specie nella parte centrale mi ricorda ciò che scrissi un anno fa: stesse frasi, stesso stile”.

Un rapido controllo nell’archivio del suo blog www.micheleschinella.it lo ha reso orgoglioso di questa professione: “Una testata così prestigiosa ha copiato e incollato periodi interi di un mio articolo, modificando qualche verbo, forse non ritenuto appropriato”, ha osservato.

Precisamente, si trattava dell’articolo scritto un anno prima, il 27 settembre del 2017, dal titolo: “Le mani della mafia sul risanamento: l’assessore Sergio De Cola impermeabile, l’intermediazione dell’amico Raffaele Cucinotta, la distrazione decisiva dell’architetto Salvatore Parlato. Ecco cosa dicono le carte dell’inchiesta sul clan capeggiato da Enzo Romeo”.

Nel pezzo, quando ancora Parlato non era indagato si mettevano in evidenza i comportamenti “strani” del funzionario del Dipartimento Urbanistica nella vicenda dell’acquisto da parte del Comune di alcuni immobili da destinare ai baraccati di fondo Fucile.

“Che onore! Sono lusingato!”, ha esclamato fra sé e sé Schinella.

Poi ha riflettuto: “Ma i lettori, a favore del cui diritto di essere informati correttamente tale testata si batte coraggiosamente a dispetto delle minacce operate da sindaci liberticidi e da indegni detrattori, non ne dovrebbero essere informati?”.

A questo fine ha scritto una mail alla direttrice Rosaria Brancato e all’amministratore della società editrice Pippo Trimarchi: “Sono onorato che interi brani del mio articolo siano stati copiati e incollati, vi prego però di farlo sapere pure ai lettori”, questa la sintesi della mail inviata giovedì 8 novembre 2018.

La risposta della direttrice Rosaria Brancato giunge due giorno dopo e fa entrare in uno stato di preoccupazione Schinella: “Ho esaminato i testi. Non ho riscontrato alcun copia-incolla da parte della collega. Le parti che risultano uguali infatti sono le trascrizioni delle intercettazioni che fanno parte dei provvedimenti emessi dai magistrati e che, gioco forza, non possono che essere uguali sia rispetto al tuo articolo che a quelli di altri colleghi che se ne sono occupati“, ha risposto la direttrice.

L’amministratore Trimarchi è rimasto silente.

La Brancato ha ammesso che ci sono parti uguali, ma si tratta di trascrizioni di intercettazioni, per loro natura uguali per tutti.

Dunque, Michele Schinella ha visto un copia incolla dove non c’era. Ha scambiato lucciole per lanterne.

E’ superfluo dire che per un giornalista si tratta di una cosa davvero molto grave. E preoccupante: “Non potendo certo pensare che le Sue conclusioni (e quelle dell’editore) siano frutto di mancanza di capacità tecniche o di onestà intellettuale, qualità queste che Le sono riconosciute all’unanimità, per mia tranquillità mi trovo nella necessità di capire se io abbia preso un abbaglio tanto grosso quanto grave“, ha sottolineato Schinella in un’ulteriore mail alla direttrice .

Detto, fatto. Chi più del lettore può togliere il dubbio a Schinella?

La parola ai lettori

Scriveva Schinella il 28 settembre del 2017:

schinella su parlato 1

Riporta Tempostretto il 30 ottobre del 2018, un anno e un mese dopo:

tempostretto copia 1

Per la Brancato le parti uguali dipendono dal fatto che si tratta di un’intercettazione, la cui trascrizione in quanto tale è uguale per tutti i giornalisti.

Tuttavia, la direttrice non sa o, ipotesi assurda, fa finta di non sapere che: il termine suggerire riferito da Schinella a Raffaele Cucinotta e usato pure da Tempostretto nella carte dell’inchiesta non c’è; che gli inquirenti trascrivono il colloquio senza accompagnare lo stesso da verbi dice, aggiunge, afferma, risponde, chiede ecc e alcuni di questi verbi risultano identici nei due testi; che nel caso di specie, Schinella omette alcuni passaggi della breve trascrizione riportata negli atti dell’inchiesta che per puro caso risultano omessi pure dalla giornalista di Tempostretto.

Ma non è certo questo passaggio che da solo ha fatto andare in brodo di giuggiole Schinella, ritenutosi l’ispiratore di Tempostretto.

Scriveva, infatti, Schinella il 27 settembre del 2017:

schinella parlato 2 bis

Riporta Tempostretto a un anno e un mese di distanza, il 30 ottobre del 2018:

tempostretto su parlato 2 bis

Ora, è palese che quanto scrive Schinella non è un’intercettazione, come ha affermato la direttrice Brancato. Né si tratta di valutazioni fatte dagli inquirenti, dai pm o dal Gip.

Si tratta di una ricostruzione di fatti e di una conclusioni cui è giunto autonomamente dopo aver compulsato le carte dell’inchiesta, un anno prima degli arresti di Parlato, quando questi non era neppure indagato.

Eppure, Tempostretto l’ha riportata 13 mesi dopo nella stessa identica formulazione (a parte il verbo vaglio invece di controllo), virgole incluse.

Ma le strane coincidenze continuano.

Scriveva ancora Schinella il 27 settembre del 2017:

schinella su parlato 3

Riporta Tempostretto il 30 ottobre del 2018:
tempostretto su parlato 3 bis

 

Anche in questo caso, non si è in presenza di intercettazioni, né di valutazioni degli inquirenti, ma della sintesi autonoma da parte di Schinella di un lungo interrogatorio cui viene sottoposta la dirigente Canale.

Tempostretto 13 mesi dopo la riporta nell’identica formulazione, virgole e virgolette incluse, con la sola modificazione del verbo sottolineare con quello spiegare che sarà sembrato più appropriato. O forse semplicemente, un modo (maldestro) per camuffare il copia incolla.

Peccato, perché alla giornalista di Tempostretto sfugge che c’era una ripetizione piuttosto evidente nel testo di Schinella (i funzionari preposti al controllo avevano l’obbligo di controllare) maggiormente meritevole di…controllo e di correzione.

Ma non è finita.

Scriveva ancora Schinella il 27 settembre del 2017:

Schinella su parlato 4

Riporta Tempostretto il 30 ottobre del 2018

tempostretto su parlato 4

Neppure in questo passaggio c’è un’intercettazione o una valutazione degli inquirenti. Né questo passaggio lo si trova negli atti dell’inchiesta.

C’è la ricostruzione di un procedimento amministrativo, rilevante più nell’ottica della difesa che della pubblica accusa.

Eppure, a distanza di oltre 12 mesi è riportato da Tempostretto tale e quale, identico.

In questo caso, eccezionalmente, non è stato modificato neppure un verbo.

I verbi in questa occasione hanno superato il severo esame di chi ha regalato a Schinella un attimo di sano ma non serio narcisismo.

 

Calcioscommesse, la palla passa al Gup Tiziana Leanza. La Procura di Messina chiede il rinvio a giudizio per mister Arturo Di Napoli, il vicepresidente Pietro Gugliotta e altre 15 persone tra calciatori e scommettitori. Nel frattempo il Tribunale della Libertà ha salvato a metà l’impianto accusatorio, in precedenza demolito dal Gip Monica Marino

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Il commercialista Pietro Gugliotta

Il commercialista ex vicepresidente del Messina Calcio, Pietro Gugliotta

 

 

L’udienza preliminare è stata fissata per il 21 gennaio 2019.

Quel giorno il giudice Tiziana Leanza dovrà decidere se e chi tra i 17 imputati dell’inchiesta sulle partite truccate del Messina calcio nella stagione 2015/ 2016 deve andare a processo.

Il 17 settembre del 2018 Il sostituto procuratore Francesco Massara titolare delle indagini ha chiesto il rinvio a giudizio per l’ex allenatore del Messina calcio Arturo Di Napoli, il commercialista Pietro Gugliotta vicepresidente della società sportiva e i calciatori  Alessandro Berardi (portiere), Stefano D’Addario, Daniele Frabotta, Andrea De Vito; il manager della Paganese Cosimo D’Eboli; l’allenatore della stessa squadra campana Gianluca Grassadonia e il calciatore Piersilvio Acampora.

Sulla graticola anche un gruppo di scommettitori (alcuni titolari di fatto di agenzie di scommesse) collegati stabilmente in quanto parte di un associazione criminale – secondo l’accusa – con mister Di Napoli, Gugliotta e Berardi: si tratta di Eros Nastasi, Ivan Giuseppe Palmisciano, Fabio Russo, Giuseppe Messina, Alessandro Costa, Halim Abdel Khalifeh, Giovanni Panarello, Andrea De Pasquale.

Associazione per delinquere finalizzata a truccare le partite e a truffare le agenzie di scommesse e una serie di ipotesi di Frode sportiva, tante quanto le partite finite sotto la lente: sono questi i reati contestati.

Sulla base del materiale probatorio raccolto dalla Guardia di Finanza (e fatto di intercettazioni telefoniche, analisi dei tabulati, interrogatori e analisi dei flussi delle giocate), il magistrato Massara è arrivato alla conclusione che Re Artù, il bomber delle stagioni d’oro del Messina in serie A, è colui che ha promosso l’organizzazione criminosa e l’ha diretta sia mentre era allenatore sia successivamente: a febbraio del 2016 fu infatti costretto a lasciare la guida della squadra perché colpito da squalifica per aver truccato da allenatore del Savona la partita della sua squadra con il L’Aquila nella stagione 2014/2015.

Le partite nell’occhio del ciclone

Per gli inquirenti otto sono le partite alterate: Casertana Messina del 21 dicembre del 2015; Messina Paganese del 14 febbraio del 2016; Akragas Messina del 24 aprile del 2016; Messina Martina Franca del 9 gennaio del 2016; Catania Messina del 24 marzo del 2016; Lecce Messina del 5 dicembre del 2016, Messina Benevento del 16 gennaio del 2016; Messina Monopoli del 30 gennaio del 2016.

Tutte sono state contrassegnate da flussi di giocate anomale.

La Frode poco….sportiva

Specificamente, in relazione a tutte le otto partite ipoteticamente truccate, Di Napoli, Gugliotta e Berardi, oltre che di associazione per delinquere, sono anche accusati di Frode in competizione sportiva aggravata “per aver promesso o offerto denaro ed altre utilità o vantaggio a calciatori del Messina e delle altre squadre avversarie al fine di alterare il risultato della partita, o per aver usato altri mezzi fraudolenti”, come si legge nel capo di imputazione,

Un impianto accusatorio dai piedi di argilla

Il giudice Leanza nello stabilire se ci sono elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio nei confronti dei vari imputati e di conseguenza rinviarli a giudizio, si troverà sul tavolo le valutazioni non del tutto positive fatte sull’impianto accusatorio da parte della collega Gip Monica Marino e dei colleghi del Tribunale del Riesame presieduto da Antonino Genovese.

Infatti, il 24 novembre del 2017 il pubblico ministero Massara aveva chiesto una serie di misure cautelari nei confronti degli indagati: il carcere per Di Napoli; gli arresti domiciliari per Gugliotta, Berardi e gli 8  scommettitori strettamente collegati al trio.

Il giudice Marino “boccia” il pm Massara

Tuttavia, il 23 aprile del 2018 il giudice Marino ha rigettato la richiesta di misura per tutti.

Il Gip si è trovato d’accordo con il pm Massara (sia pure parzialmente) sulla ricostruzione dei fatti salienti della vicenda.

Ad avviso della Marino le intercettazioni, i tabulati telefonici e alcune dichiarazioni testimoniali, oltre che i flussi di giocate anomale, permettono di affermare che l’esito di tre delle 8 partite indicate dal pm è stato aggiustato: Casertana Messina del 21 dicembre del 2015; Messina Paganese del 14 febbraio del 2016; Akragas Messina del 24 aprile del 2016.

Così come permettono di sostenere che dopo aver truccato le 3 partite siano state fatte puntate vincenti da persone in contatto con Di Napoli e Gugliotta.

Tuttavia – ha concluso il Gip Marino, che ha rilevato delle carenze investigative – non è stato trovato ed offerto alcun indizio prova della promessa di denaro o altra utilità o della corresponsione della stessa ad individuati calciatori, necessari per configurare il reato di Frode sportiva. Mancando indizi sulla sussistenza dei reato fine dell’associazione non è possibile -secondon il giudice – neppure contestare l’associazione per delinquere.

Il Tribunale del Riesame dixit

Il pm Massara ha fatto appello contro la decisione del Gip Marino, ritenendo non fondate le conclusioni a cui questa era giunta e per contro ben solide le risultanze dell’inchiesta.

L’udienza davanti al tribunale del Riesame si è tenuta il 2 luglio del 2018 ma la decisione con le motivazioni è stata depositata Il 25 ottobre del 2018, dopo che Massara aveva gà chiesto il rinvio a giudizio per tutti i 17 indagati mantenendo fermi i capi di imputazione pure bocciati dal Gip Marino.

Il collegio coordinato dal giudice Genovese ha escluso la sussistenza di indizi di prova dell’associazione per delinquere, come aveva fatto la Marino, ma con argomentazioni diverse: “E’ insostenibile la ricorrenza della fattispecie associativa: difettano elementi indiziari univocamente sintomatici della ricorrenza del pactum sceleris o di un accordo stabile; della predisposizione di un programma delinquenziale, dell’esistenza di una struttura organizzativa, anche se minima e rudimentale; della consapevolezza da parte dei singoli di condividere l’attuazione di un programma criminoso“.

Azzoppata… ma non azzerata

Il Tribunale del Riesame tuttavia, al contrario della Gip Marino, ha “salvato” il reato di Frode in competizione sportiva in riferimento alle due partite considerate truccate, indicando alla pubblica accusa una via: “Se può convenirsi con il Gip che le indagini non hanno accertato offerte o promesse indebite, accordi corruttivi e passaggi di denaro, per configurare il reato è tuttavia sufficiente (secondo la norma e la giurisprudenza di legittimità) la ricorrenza di qualsiasi atto fraudolento. Dunque, è sostenibile sotto il profilo indiziario che Di Napoli e Gugliotta, unitamente a taluni partecipanti alle due gare truccate, siano stati protagonisti di accordi rivolti ad alterarne l’esito”, ha scritto il Tribunale del Riesame.

 

Alla faccia dei tifosi

Le due partite (delle tre partite individuate dal Gip e delle 8 dal pm) sono Casertana Messina del 21 dicembre del 2015; Messina Paganese del 14 febbraio del 2016.

Non a caso le due uniche partite in cui la Procura ha individuato e messo sotto procedimento penale i calciatori che con la loro condotta hanno influito sull’esito della stessa.

Segnatamente, per alterare Casertana Messina finita con la vittoria della squadra di casa per 4 a 1, il trio Di Napoli Gugliotta e Berardi avrebbe “avvicinato” i messinesi D’Addario, De Vito e Frabbotta, autori di una prestazione molto negativa.

Più complessa la combine che nella ricostruzione della Guardia di Finanza ha riguardato Messina Paganese terminata 2 a 2, primo tempo 1 a 0 per la squadra ospite

Secondo gli inquirenti i tre si sono avvalsi dell’aiuto del manager Cosimo D’Eboli, già squalificato per aver truccato partite nell’inchiesta in cui fu coinvolto Di Napoli, e dell’allenatore Grassadonia.

Il manager venne  contattato più volte alla vigilia del match proprio da Di Napoli, con cui non si sentiva quasi mai.

Grassadonia invece ha fatto entrare nel corso della partita il calciatore (quasi mai utilizzato) Piersilvio Acampora autore, qualche minuto dopo, di un clamoroso autogol che ha propiziato il pareggio giallorosso.

Mentre il primo tempo, era stato contrassegnato da un grave errore del portiere Berardi che era costato il vantaggio della squadra ospite.

Gli inquirenti hanno accertato diversi contatti telefonici alla vigilia delle due partite tra Di Napoli e Gugliotta e tra questi e il gruppetto degli scommettitori imputati.

Quest’ultimi hanno proceduto a diverse puntate tutte vincenti.

Casertana Messina risultato esatto 4 a 1 o, in alternativa, 1 risultato finale e over; Messina Paganese primo tempo 2, risultato finale X: hanno fatto felici in molti.

Di Napoli in un intercettazione scottante rivela di essere stato a conoscenza prima del match del parziale e del finale di Messina Paganese:  “Ho provato più volte a rintracciarti..la quota relativa al segno primo tempo 2 era data a 14..“, afferma Di Napoli.

Dall’altra parte del telefono c’è Paolo Mercurio, arrestato successivamente nell’ambito dell’inchiesta Totem e rinviato a giudizio per associazione mafiosa finalizzata alle scommesse clandestine. Che taglia corto: “Vabbè… comunque vedi tu, mi chiami a questo numero e ci vediamo subito quando c’è qualcosa“.

L’inchiesta sportiva

Queste due partite sono state oggetto di indagini da parte della Procura federale sportiva. L’esito è stato opposto a quello cui sono giunti gli inquirenti: archiviazione per tutti i calciatori e i tesserati coinvolti.

Una cordata di ferro

In genere è la società che ingaggia un allenatore. A Messina andò diversamente. Fu Di Napoli infatti che nell’estate del 2015 organizzò la cordata di imprenditori messinesi che rilevarono l’Acr Messina dal catanese Pietro Lo Monaco iscrivendola in extremis al campionato di Lega Pro della stagione 2015/2016.

Arturo Di Napoli si guadagnò così i galloni di allenatore. Il trio Natale Stracuzzi (presidente), Pietro Gugliotta (vice) e Pietro Oliveri non ebbero dubbi ad affidargli la squadra.

Che Di Napoli fosse sotto inchiesta per aver truccato una partita del campionato di Lega pro della stagione calcistica precedente 2014/2015 per loro non ebbe alcuna rilevanza.