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I misteri italici dell’epidemia di Covid 19: 40 milioni di italiani vaccinati e green pass a tappeto ma rispetto a un anno fa si registra il triplo di persone positive e in terapia intensiva, il doppio di ricoverati. Eppure, per l’Istituto superiore di sanità il vaccino riduce del 78% la diffusione del virus

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Secondo l’Istituto superiore di sanità la vaccinazione riduce del 78% la possibilità di contrarre l’infezione da Covid 19, il terribile virus che affanna la notte e i giorni degli ultimi 18 mesi di tutti i politici e scienziati italiani  (https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/bollettino/Bollettino-sorveglianza-integrata-COVID-19_1-settembre-2021.pdf).

In Italia i vaccinati attualmente sono circa 41 milioni: il 75% della popolazione vaccinabile, in termini percentuale uno dei dati più alti al mondo. E dal 6 agosto scorso è stato introdotto il green pass, strumento che – secondo gli scienziati e i governanti – impedisce la trasmissione del virus consentendo solo i contatti nei luoghi chiusi tra i cittadini “asettici”: vaccinati e tamponati negativi al virus.

Eppure i numeri – sempre quelli ufficiali del ministero della salute – dicono che al 16 settembre del 2021, rispetto a un anno fa, ovvero  al 16 settembre del 2020, quando non c’era neppure un vaccinato e la gente si muoveva liberamente senza green pass, ci sono il triplo delle persone attualmente positive al Covid 19. Precisamente il 16 settembre 2021 sono 116.342; l’anno prima, il 16 settembre del 2020, erano 39.187. Il dato – è bene precisare – dipende anche dal numero dei tamponi, oggi effettuati in misura maggiore di un anno or sono.

I ricoverati con sintomi negli ospedali sono 4.018. Un anno fa, erano 2.012, la metà.

E, infine, il 16 settembre del 2020 in terapia intensiva c’erano 197 persone. Un anno dopo, ce ne sono 531, ben 334 in più, quasi il triplo.

Ecco di seguito i bollettini pubblicati dal ministero della Salute, da cui sono stati attinti questi dati.

Chi scrive non conosce la spiegazione scientifica di questo mistero e il perché se 40 milioni di italiani vaccinati hanno il 78% di possibilità in meno di contrarre e quindi diffondere l’infezione, in Italia ci sono 3 volte gli infettati di quando c’erano 40 milioni di persone in più con il 78% di possibilità in più di diffondere il virus, già solo perché non vaccinati. Senza contare l’effetto “non diffusivo” o limitativo dell’infezione del green pass, strumento cosi efficace che il Governo ha deciso di estenderlo a tutta la popolazione.

Può solo azzardare ipotesi.

Di sicuro, sa che questo paradossale mistero che dovrebbe interessare i cittadini, tutti i cittadini, vaccinati e non vaccinati, è sconosciuto alla quasi totalità degli italiani, che invece conoscono a menadito gli slogan dei virologi del terrore al soldo delle multinazionali e degli show di regime e di chi grazie al covid sta facendo affari impensabili sino a poco tempo fa.

P.S.

1) Chi scrive non  è no vax: etichetta stupida e superficiale che serve unicamente ad azzerare ogni confronto.  Ha prenotato personalmente dei vaccini a persone anziane o malate o semplicemente terrorizzate e non ha mai provato a convincere persone  a lui vicine a non vaccinarsi. Ha profondo rispetto per chi ha deciso e deciderà di vaccinarsi.

2) Non è “negazionista”, altra etichetta inventata proprio per affogare il dissenso: non ha mai detto o scritto che il virus Covid 19 non esistesse. Ha sempre sostenuto sin dall’inizio di questo pandemonio italico (altro che pandemia) che la reale pericolosità del virus non giustificasse la propaganda del terrore nostrale (senza eguali al mondo) orchestrata – per motivi squisitamente economici – dalla classe dirigente più scarsa e opportunista della storia della Repubblica, e non giustificasse le conseguenti e talora inutili limitazioni delle libertà.

Anzi, ha sostenuto che questo terrorismo avrebbe prodotto più danni di quelli che questo virus  da solo sarebbe stato capace di determinare e che ha determinato in quei paesi europei, in cui per contro la classe dirigente ha cercato di contrastare il terrorismo. I numeri dicono che non si sbagliava.

 

Disastro nella gestione dell’emergenza (che a Messina non c’è stata) Covid 19: ecco perché il manager dell’Asp 5 Paolo La Paglia deve essere licenziato secondo la relazione impietosa e disarmante della commissione ispettiva regionale

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Il manager dell’asp 5 di Messina Paolo La Paglia

 

Costituzione dell’unità di crisi aziendale. Caricamento puntuale sulla piattaforma del numero dei tamponi eseguiti e dell’esito degli stessi. Aggiornamento quotidiano della situazione dei posti letto negli ospedali della provincia.  Contact tracing. Reclutamento e organizzazione del personale dedicato all’emergenza. Potenziamento dei laboratori di analisi. Gestione dei rifiuti speciali dei soggetti positivi.

Non c’è uno solo di questi obiettivi dettati dalla normativa nazionale e regionale per fronteggiare l’epidemia di Covid 19 che è stato realizzato dall’Azienda sanitaria provinciale di Messina tra il marzo e il dicembre del 2020.

Sono queste le conclusioni cui è giunta che la commissione ispettiva nominata dall’assessore regionale alla sanità Ruggero Razza il 16 dicembre del 2020.

Emerge l’inadeguatezza dell’organizzazione nel suo complesso ad incidere con successo sui risultati dei processi organizzativi interni e nell’individuare risposte efficaci,tempestive e funzionali alle nuove esigenze legate all’epidemia di Covid 19. Si evidenzia la criticità nelle relazioni tra le varie articolazioni aziendali,la scarsa capacità di coordinamento delle diverse figure, uffici, settori deputate alla gestione dell’emergenza Covid e la difficoltà, su aspetti prioritari, di gestire adeguatamente i rapporti con la ditta informatica”, hanno scritto in sintesi gli ispettori regionali al termine della loro relazione, consegnata – dopo 7 giorni di lavoro – il 24 dicembre all’assessore Razza.

Gli ispettori hanno verificato, punto per punto, se e in che misura  l’Asp 5 ha adottato le misure imposte in vista dell’ondata epidemica.

Nel corso di nove mesi non è stato minimamente o parzialmente realizzato neppure uno degli obiettivi previsti.

Dalla lettura attenta della relazione ne esce uno spaccato impietoso e disarmante  del modo in cui la (paventata) emergenza coronavirus è stata gestita nel territorio di competenza dell’Asp 5.

E’ sulla scorta di questa relazione di 31 pagine che il presidente della Regione Nello Musumeci il 17 febbraio ha avviato la procedura diretta al licenziamento del direttore generale dell’azienda provinciale Paolo La Paglia.

La lettera di contestazione conteneva l’invito a controdedurre nel termine di 30 giorni.

Il giorno successivo però – nelle more della procedimento diretto alla risoluzione del contratto – il presidente della regione ha comunque disposto la sospensione dall’incarico di La Paglia.

Al manager nisseno era stata già offerta la possibilità di spiegare la sue ragioni nel corso di un’audizione tenuta a Palermo il 20 gennaio 2021 davanti ai due dirigenti generali dell’assessorato regionale.

Ma – a parere dei due dirigenti regionali – le sue giustificazioni non hanno minimamente scalfito la fondatezza dei gravi rilievi messi nero su bianco dagli ispettori.

Benché – a leggere la relazione – l’Asp 5 di Messina ha mostrato una totale inadeguatezza e carenze gravissime  in tutti i settori – l’emergenza sanitaria -quella vera non quella inventata da politicanti e giornalisti servi del potere – a Messina non c’è stata.

Lo dimostrano anche i dati diffusi qualche giorno fa dallo stesso assessorato alla Sanità.

L’emergenza non c’è stata né in termini di numero dei contagiati, né in termini di mortalità, né in termini di stress del sistema sanitario (occupazione posti letto).

Non c’è stata  – soprattutto – in termini di eccesso di mortalità rispetto agli anni precedenti.

La città di Messina e la sua provincia hanno i dati migliori di tutta la Sicilia. E la regione Sicilia tra i dati migliori di tutta Italia.

 

IL CASO: La “polizia politica” fuorilegge di Cateno De Luca e gli inviti “abnormi” del capo della Procura Maurizio De Lucia al sindaco di Messina. Cronaca di un cortocircuito istituzionale. Il magistrato smentisce La Gazzetta del Sud che insiste: chi mente?

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Può esistere in un ordinamento liberale e democratico un organo denominato di polizia giudiziaria che svolga la sua attività alle dirette dipendenze e sotto la direzione di autorità diverse dalla Procura della Repubblica?

La risposta è no. Assolutamente no. Certo che no.

La ragione è semplice ed ha a che fare con la tutela delle libertà fondamentali dei cittadini: si tratta di impedire che, in barba al principio di separazioni dei poteri, un soggetto politico, per sua natura non imparziale, possa usare uno strumento, quello delle indagini (magari create o orientate ad arte) svolte da un organo di polizia sottoposto al suo potere gerarchico, per porre in essere ritorsioni o ricatti.

Un pò quello che capitava – con le dovute proporzioni – con la polizia politica di stampo dittatoriale.

Non può esistere questo organo di polizia giudiziaria, al di là dell’attività che svolge, neppure sotto il profilo formale: per l’ovvia ragione che usando questa denominazione (presente anche sulla carta intestata), che evoca indagini di rilievo penale ordinati dalla magistratura, si esercita sui cittadini e sui rappresentati delle altre istituzioni con cui interloquisce un’indebita pressione.

Eppure, ciò che è proprio dei regimi fascisti, a Messina è stato ideato e messo nero su bianco in una delibera della Giunta guidata dal Sindaco Cateno De Luca.

Precisamente la  “Sezione operativa di polizia giudiziaria” altra e parallela a quella legale “Aliquota di Polizia municipale” posta alle dirette dipendenze della Procura, è stata istituita dalla delibera di Giunta 435 del 28 giugno del 2019.

In precedenza, infatti, negli organigrammi del Comune non si trova traccia di questa Sezione speciale.

Basta dare una lettura allo stralcio della delibera del 2019 per comprendere l’aberrazione messa nero su bianco: 

Vengono citate alcune norme del Codice di procedura penale per attribuire a questo corpo speciale la possibilità di svolgere addirittura “di propria iniziativa”  attività diretta all’accertamento di illeciti e responsabilità penali.

Ma le norme del codice di procedura penale richiamate stabiliscono esattamente l’opposto: questo tipo di attività può essere svolta solo esclusivamente da un organo posto alle dipendenze e sotto la direzione della Procura.

Ovvero soltanto dall’organo individuato al punto successivo, il 10. , della stessa Delibera di Giunta:

 

Che qualcosa non andasse nel modo di agire di questo organismo fuorilegge lo ha rilevato di recente finanche il capo della Procura della Repubblica di Messina, Maurizio De Lucia, al quale questa “Sezione di polizia giudiziaria della polizia municipale” che agiva autonomamente dall’organo giudiziario da mesi faceva giungere informative di reato.

De Lucia ha scritto al sindaco Cateno De Luca “per invitarlo a adeguare il comportamento della polizia municipale di Messina (ovvero di questa Sezione speciale” ai canoni di legge”.

Da quanto scrive il procuratore De Lucia, a Messina quello che la legge voleva impedire si è verificato.

E’ accaduto che un organo politico, quale il sindaco, abbia indotto o meglio “ordinato” a questa polizia alle sue dipendenze gerarchiche di fare indagini su fatti che ha ritenuto penalmente rilevanti riguardanti cittadini, in ipotesi astratta – giusto per fare un esempio utile a capire la gravità di quanto accaduto – suoi avversari politici.

L’escamotage usato dal sindaco – sempre sulla base della lettera del magistrato De Lucia – sarebbe stato quello della denuncia o della querela da parte del sindaco non all’autorità giudiziaria deputata a riceverla, come prevede la legge, ma alla “sua” Sezione speciale di polizia giudiziaria.

Tuttavia, l’iniziativa del procuratore Maurizio De Lucia per certi versi è inquietante quanto, se non di più, della stessa esistenza di questa sorta di polizia giudiziaria fuorilegge.

Non si ha notizia, infatti, di vertici della Procura che, muovendosi nell’alveo della legalità, invitano un sindaco, cioè un organo politico, a fare o non fare delle cose.

La Procura istituzionalmente e per dettato costituzionale, apprende le notizie di reato, coordina le indagini per accertarne la sussistenza, individua i presunti responsabili, esercita l’azione penale e, in caso di rinvio a giudizio, rappresenta la pubblica accusa in giudizio. Stop.

Il resto significa travalicare le proprie competenze.

Sono individuabili nei comportamenti degli agenti di questo organismo di polizia giudiziaria fatti penalmente rilevanti. E in caso positivo, la loro condotta è stata posta in essere su ordine o richiesta del sindaco o di qualche assessore, che a quel punto sarebbero concorrenti nel reato?

Perché un sindaco invece di presentare le sue (legittime, in ipotesi) denunce agli organi deputati per legge a riceverle, si rivolge a un corpo di polizia municipale fuorilegge e sottoposto al suo controllo?

Queste sono le domande a cui la Procura dovrebbe dare risposta. Questo è ciò che hanno diritto di sapere i cittadini messinesi.

Invece, De Lucia si è avventurato in una lettera di invito.

E’ come se un pubblico ministero, venuto a conoscenza che i secondini di un istituto penitenziario calpestano i diritti fondamentali dei detenuti, scriva al direttore del carcere per invitarlo a farli smettere.

Nel caso di specie, poi, la lettera di invito al sindaco inviata da De Lucia tramite protocollo generale (e quindi conoscibile da chicchessia) ha determinato una sorta di cortocircuito mediatico/politico/giudiziario. 

Se c’erano delle indagini in corso, infatti, De Lucia con la sua lettera ne ha rilevato l’esistenza agli interessati, in spregio al segreto d’ufficio.

Il giornalista della Gazzetta del sud Nuccio Anselmo, infatti, qualche giorno dopo ha dato notizia di vigili sotto inchiesta per i reati gravi di abuso d’ufficio e falso.

Lo stesso giorno però De Lucia – non appena ha letto il giornale – ha smentito categoricamente la notizia con una nota all’Ansa, la più importante agenzia di stampa italiana.

Il perché un magistrato debba preoccuparsi di smentire una notizia falsa (delle decine pubblicate ogni giorno) rimane un mistero.

Il giornalista Anselmo tuttavia ha ribadito che di vigili sotto procedimento penale – checchè ne dica De Lucia – ce ne sono. Eccome, se ce ne sono. 

Dunque – secondo il migliore dei giornalisti della Gazzetta del Sud –  o De Lucia dice una cosa falsa o non sa quello che fanno i suoi sostituti procuratori, magari gli stessi con cui ha parlato Anselmo.

Secondo De Lucia, invece, chi non ha cognizione di ciò che scrive è Anselmo.

In attesa che Anselmo e De Lucia si mettano d’accordo, Cateno De Luca – da par suo –  ne ha approfittato per abbozzare la sua vittimistica e scontata difesa: “Contro di me si sta preparando una nuova lupara giudiziaria”. 

Poco manca si giustifichi sostenendo che aveva creato questo speciale corpo di polizia (non a caso, “giudiziaria”) proprio per prevenirla. 

Il RETROSCENA. Competenze & ricatti: La commissaria Covid Maria Grazia Furnari mette i puntini sulle i, Cateno De Luca la minaccia evocando la “debolezza” della “parentela” con il capo della Procura: “Voglio tutti i dati o ti denuncio all’autorità giudiziaria”. La manager si piega. Gli aveva scritto: “Sindaco senza poteri sulla gestione sanitaria”.

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Il sindaco Cateno De Luca e la commissaria emergenza Covid Maria Grazia Furnari

 

La commissaria per l’emergenza Covid Maria Grazia Furnari mette – garbatamente – i puntini sulle i. Per tutta risposta, il sindaco Cateno De Luca minaccia di denunciarla ai magistrati della Procura della Repubblica, guidati dal cognato della manager Maurizio De Lucia, evocando un caso di conflitto di interessi e di imbarazzo istituzionale.

Alla fine, la Furnari si piega, ma salva le apparenze.

Era prevedibile. E’ stato previsto. E’ accaduto.

La prova di quanto fosse inopportuna la decisione dell’assessore alla sanità Ruggero Razza e del presidente Nello Musumeci di affidare alla vigilia di Natale la gestione dell’emergenza (infinita) coronavirus alla manager palermitana dal legame ingombrante in riva allo Stretto, è arrivata nel giro di poche settimane dall’insediamento.

De Luca, unico sindaco di italia che ritiene di aver diritto di ingerirsi nella gestione dell’emergenza coronavirus, attaccando quotidianamente attraverso face book i vertici della locale azienda sanitaria provinciale, non ha avuto esitazione a fare leva sulla “debolezza” della commissaria, non appena questa si è “ribellata” ai suoi voleri.

Tavoli tecnici, la passione di De Luca

Il casus belli è nato dalla convocazione da parte di Cateno De Luca di un tavolo tecnico per sabato 23 gennaio in cui discutere una serie di problematiche relative all’emergenza Covid in città: l’ennesimo convivio – per molti addetti ai lavori – stucchevole e causa di perdita di tempo.

Rifiuti, dati epidemiologici, istituzione Unità di medici per l’assistenza a casa, e banca dati contagiati: questi alcuni dei temi fissati all’ordine del giorno dal sindaco.

Questione di competenze

La commissaria con tono cortese e misurato ha declinato l’invito provando a spiegare a De Luca che il sindaco non ha competenze operative in materia di misure sanitarie e non ne ha, a maggior ragione, in materia di emergenza Covid:

Sono spiacente di dover declinare l’invito a partecipare al tavolo
tecnico convocato dalla Signoria Vostra per la giornata di domani, sabato 23 gennaio. Sul punto, mi corre l’obbligo di precisare che le attività indicate all’ordine del giorno dei lavori del suddetto tavolo riguardano a ben vedere competenze di organizzazione sanitaria istituzionalmente in capo all’assessorato Regionale della Salute anche per il tramite della scrivente
Commissario ad acta.
Pur apprezzando comunque la disponibilità di codesta Amministrazione comunale, come si è fattivamente dimostrato con la frequentissima celebrazione di tavoli congiunti, le attività di cui si chiede di discutere nella riunione della giornata di domani risultano già avviate e/o poste in essere,  attraverso l’Ufficio commissariale di competenza e in sinergia con l’ASP di Messina e le Aziende del Servizio sanitario regionale della provincia.
A parere della scrivente, emerge dalla suddetta convocazione che l’Amministrazione Comunale di Messina intenderebbe discutere nel merito dello svolgimento di attività che, in disparte l’ordinaria organizzazione amministrativa e il riparto di competenze in materia di sanità pubblica (che, come è noto, in forza della c.d. aziendalizzazione del S.S.N., operata fin dal d.lgs 502/1992, è stata sottratta dalle prerogative degli enti locali), risultano già disciplinate dalla normativa emergenziale e dai protocolli ministeriali e regionali fino a questo momento adottati in materia di  emergenza epidemiologica da Covid-19“, ha precisato Maria Grazia Furnari in una nota datata 22 gennaio.

In nessun comune di Italia e di Sicilia, neanche nelle città che hanno mortalità e percentuali di positivi di gran lunga superiore a Messina, i sindaci indicono quasi quotidianamente tavoli tecnici convocando agli orari a loro più graditi i manager delle aziende ospedaliere per discutere di questioni sanitarie.

La manager ha richiamato alla difesa di questo principio di autonomia anche i vertici delle aziende ospedaliere della città: “La presente è rivolta altresì ai Direttori delle altre Aziende Ospedaliere che a maggior ragione, per le peculiari competenze sanitarie a cui assolvono, appaiono avulse dall’iniziativa in commento“, ha precisato, inviando la lettera alle diverse autorità convocate.

Ciò detto, con riferimento alle prerogative di cui all’incarico che rivesto, confermo la mia piena disponibilità a svolgere un attento monitoraggio della gestione dell’attuale Emergenza da parte di tutti gli attori coinvolti”,ha comunque ribadito al sindaco.

L’ira funesta del sindaco esperto di emergenze

Non appena De Luca ha letto la nota del commissario è andato su tutte le furie, come traspare dalle pesanti espressioni usate nella lettera che le ha indirizzato il giorno dopo, 23 gennaio.

Un profluvio di accuse e contestazioni lunghe 6 pagine fitte, fitte: “Prendo atto della Sua rivendicazione di assoluta ed esclusiva competenza sulla gestione dell’emergenza sanitaria, laddove la Signoria sua decide arbitrariamente di escludere l’Amministrazione comunale dal confronto (…) e non posso esimermi dal rilevare che con la sua dichiarazione ha manifestato il totale dispregio nei confronti di questo Sindaco e della sua autorità e dei suoi compiti sicché – a Suo parere – l’avvenuta disciplina delle attività emergenziali impedirebbe a questa Amministrazione di entrare nel merito delle modalità con le quali l’Asp di Messina e il Suo Ufficio Commissariale hanno gestito l’emergenza”, ha polemizzato De Luca. 

Il sindaco non ha potuto contestare il principio di autonomia ma ha insistito su un punto: il diritto a conoscere i dati dei contagi e della situazione degli ospedali:”Forse Lei ha trascurato di considerare, mentre redigeva la nota di rifiuto alla convocazione al tavolo, che i dati relativi all’andamento epidemiologico che si era già impegnata a fornire ed aggiornare, non possono essere omessi al Sindaco che ha adottato una Ordinanza che ha superato per ben due volte il vaglio del giudizio monocratico da parte del Tar  Sicilia, che ha ritenuto che proprio i dati relativi all’andamento del contagio contenuti nelle motivazioni dell’Ordinanza ne legittimassero le disposizioni più restrittive rispetto a quelle di carattere nazionale e regionale. Omettere i  dati che si era impegnata a comunicare, e che Le vengono richiesti anche con la presente, significa impedire al Sindaco di valutare l’efficacia delle misure adottate, impedire al Sindaco di valutare l’eventuale proroga delle stesse o la loro rimodulazione. Significa, in poche parole, impedire al Sindaco di esercitare i propri poteri, privandolo illegittimamente di dati che non possono e non devono essere taciuti”, ha sottolineato De Luca il 23 gennaio, riconvocando comunque il tavolo tecnico per il giorno successivo di domenica 24 gennaio. 

Il primo cittadino ha così diffidato la commissaria a fornirgli giornalmente i dati dei positivi, dei posti letto occupati in degenza ordinaria e in terapia intensiva, concludendo minaccioso:

Si avvisa che la mancata trasmissione dei suddetti dati, che dovranno essere trasmessi entro lunedì 25 gennaio 2021, costituirà espressione di rifiuto che, in quanto tale, verrà denunciato all’Autorità Giudiziaria competente territorialmente anche in applicazione dei principi di cui alla Legge n. 248/2002“. 

 

Il ricatto strisciante

La legge che cita De Luca è quella che ha modificato alcune norme del codice di Procedura penale in materia di rimessione: ovvero quell’istituto in forza del quale per legittimo sospetto di non imparzialità del giudice competente il processo debba essere spostato ad altra sede.

De Luca conosce bene la materia perché quando era sotto processo a Messina per una serie di ipotesi di abuso di ufficio e tentata concussione (processo poi finito con l’assoluzione nel merito per alcuni capi di imputazione e per prescrizione per quello più grave) avanzò appunto  richiesta di rimessione, rigettata dalla Corte di Cassazione.

Il messaggio benché cifrato è chiaro e può essere sintetizzato in questi termini grossolani: tu mi contrasti e io ti denuncio e porto il tuo operato davanti alla valutazione dell’ufficio di Procura diretto da tuo cognato, facendo così diventare concreto il conflitto di interessi e creando un problema allo stesso capo della Procura e ai suoi colleghi di Palazzo piacentini, perché tutti potranno dubitare della loro imparzialità.

La lettera di De Luca reca in calce (stampato) anche il nome e cognome dell’assessore con delega all’emergenza Covid Dafne Musolino, ma risulta firmata solo dal sindaco.

Se la manager….incassa e si prepara a vacillare

La missiva di De Luca ha prodotto i risultati voluti.

Maria Grazia Furnari, sempre nella giornata di sabato 23, incassata la dura rampogna del sindaco, ha ripreso penna e carta e ha riscontrato la nota.

Dopo aver fornito una serie di precisazioni su temi oggetti del tavolo tecnico, la manager ha concluso conciliante ma ferma : “Da ultimo, quale spunto metodologico per la utile prosecuzione delle interlocuzioni istituzionali tra questo ufficio commissariale e il Comune di Messina, rilevo per il futuro che le convocazioni ai tavoli debbono essere preferibilmente celebrate – come già avvenuto il 15 gennaio scorso – dinanzi al Prefetto di Messina e, in ogni caso, condivise e preventivamente concordate sia quanto alla data e all’orario di celebrazione che quanto agli argomenti da porre all’ordine del giorno.
Per dette medesime ragioni, preso atto della ulteriore convocazione di cui alla nota prot. n. 19465 di data odierna, faccio presente che non potrò prendere parte all’incontro fissato unilateralmente per domani, domenica 24 gennaio, manifestandomi disponibile per un ulteriore incontro, ribadisco, da concordare congiuntamente”.

Il ripensamento immediato

Detto e sottolineato, ma non fatto.

Maria Grazia Furnari, infatti, domenica 24 gennaio si è regolarmente presentata al tavolo tecnico convocato unilateralmente da De luca.

E il 25 gennaio, nel termine fissato minacciosamente dal primo cittadino, sul tavolo del sindaco sono arrivati i dati dei contagiati e la situazione dei posti letto.

Appalti e proroghe illegali all’Asp 5: veleni giornalistici sul manager Paolo La Paglia. La sospensione della direttrice amministrativa Catena Di Blasi fondata su motivi opposti a quelli rivelati (in esclusiva) dalla Gazzetta del sud. Che fa sua la suggestiva tesi dietrologica e la confonde con i fatti

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Il direttore amministrativo “sospeso” Catena Di Blasi e il direttore generale Paolo La Paglia

 

La Gazzetta del sud nell’edizione di ieri 27 gennaio del 2021, con un servizio a firma di uno dei suoi migliori giornalisti, ha spiegato – in esclusiva – perché il manager dell’Asp 5 Paolo La Paglia il 6 gennaio del 2021 ha sospeso dalle funzioni il direttore amministrativo Catena Di Blasi: “L’appalto conteso e i veleni dell’asp, il titolo del servizio a firma Nuccio Anselmo. “Ecco la vera storia della gara da dieci milioni di euro al centro di forti contrapposizioni“, l’occhiello. “La direttrice amministrativa dell’ente sanitario Di Blasi sospesa per sei mesi dal D.g. La Paglia, dopo aver detto no alla proroga, ha presentato un esposto in Procura e uno al Giudice del lavoro“, il sommario.

A stare alla versione fatta sua dal giornalista, che infatti non usa il virgolettato e precisa di aver letto le carte, c’è una relazione tra  il “no” della Di Blasi alla firma della proroga del contratto a Engie Servizi Spa, titolare da anni dell’appalto di fornitura di energia elettrica e di manutenzione degli impianti energetici di tutti i presidi ospedalieri dell’Asp 5 del valore di 10 milioni di euro all’anno, e il provvedimento di sospensione (adottato “poco tempo dopo”, secondo la testuale espressione della Gazzetta).

Una ritorsione, in altre parole, portata a segno dal Direttore generale.

Quest’ultimo (chissà per quali oscuri motivi è il sospetto che nasce in chi legge) voleva la proroga del contratto di appalto che per legge – come sosteneva la Di Blasi – non si può fare anche perché era necessario affidare l’appalto a Edison Energy Facility Spa, aggiudicataria nel frattempo di una gara centralizzata Consip. 

Una versione analoga ma in termini più prudenti era stata fornita ai lettori qualche giorno prima dalla testata on line meno autorevole (ma solo perché più giovane) messinatoday.it.

Ora, quali carte abbia letto (nell’interesse dei lettori, ovviamente) il giornalista della Gazzetta del sud e a che ora ciò sia accaduto, non è dato saperlo.

E’ sicuramente smentito dalle carte (in altre parole, falso) che la Di Blasi si sia rifiutata di firmare, poco tempo prima della sospensione, la proroga del contratto con Engie Servizi Spa (ex Cofely Spa).

Basta leggere la delibera datata 24 dicembre 2020, n 3749 per verificare non solo che la proroga dall’1 gennaio al 28 febbraio 2021 è stata decisa dai vertici aziendali, ma che reca la firma della stessa direttrice amministrativa Catena Di Blasi (oltre che del direttore generale e del direttore sanitario Dino Alagna).

In precedenza, altre due proroghe (di 11 mesi complessivi) erano state accordate sempre alla stessa Engie Spa: con delibera del 31 gennaio del 2020 n° 888, sino al 31 luglio 2020, la prima; con delibera 2029 del 24 luglio, sino al 31 dicembre 2020, la seconda.

Entrambe sono state firmate dalla stessa Di Blasi.

E’ logicamente possibile che il manager abbia posto a fondamento della sospensione della direttrice una firma “rifiutata” se invece le firme risultano apposte?

Carta canta…(in esclusiva?)

La Paglia  – da quanto si è verificato – nel provvedimento di sospensione invece alla Di Blasi ha contestato l’esatto contrario. 

Più precisamente, di non aver provveduto – quale responsabile di tutta l’attività amministrativa – a predisporre per tempo e correttamente tutti gli adempimenti amministrativi necessari per firmare il contratto con la società Edison Energy Facility Spa. 

Ciò, da un lato, ha obbligato alla proroga con Engie spa, deliberata appunto il 24 dicembre 2020; e, dall’altro, ha fatto spirare il termine ultimo entro cui era possibile stipulare il contratto con Edison Spa alle condizioni favorevoli di aggiudicazione della gara Consip. 

Quest’ultima proroga contrattuale, vietata di regola dalla legge e fonte di possibile responsabilità contabile e disciplinare del direttore generale di un ente pubblico, è seguita alle altre due. 

 

I problemi tecnici e le proroghe

Il contratto con Engie Spa, infatti, era scaduto il 31 gennaio del 2020. 

Le prime due proroghe iniziali sono state motivate con la necessità di procedere a una serie di adempimenti a carico sia della società subentrante Edison che dell’Asp 5, presupposti essenziali alla stipula del nuovo contratto.

Le gare centralizzate Consip sono standard. Nel momento della stipula del contratto bisogna adattare le varie clausole alle caratteristiche specifiche dell’ente pubblico che deve fruire del servizio appaltato.

 

Cronaca di una pubblica amministrazione inefficiente

E’ il 7 gennaio 2020, 23 prima giorni dalla scadenza del contratto con Engie Spa, quando all’Asp 5 sa che è possibile avvalersi dei risultati della gara Consip.

L’azienda sanitaria vi aderisce il giorno stesso.

Si instaura così un contraddittorio tra società Edison Facility Solutions Spa, aggiudicataria della gara Consip, e l’Ufficio Tecnico dell’Asp 5: è infatti la struttura diretta dall’ingegnere Salvatore Trifiletti, titolare e responsabile di tutta la procedura.

Passano i mesi, ma le problematiche tecniche ed economiche che via via insorgono si risolvono con grandi difficoltà.

Dopo la prima proroga del contratto, si rende necessaria la seconda.

Il 23 novembre 2020 la fumata bianca sembra a un passo.

Dieci mesi per stipulare un contratto di appalto con la società aggiudicataria sono un record.

L’Ufficio Tecnico diretto da Trifiletti, infatti, elabora una proposta di delibera per la stipula del contratto con Edison e la invia al direttore generale La Paglia, avvertendolo che ha quattro giorni di tempo per dare il suo assenso. 

Lo schema di contratto non piace per nulla al Energy Manager, responsabile dell’uso razionale dell’energia nell’azienda.

L’ingegnere Carlo Olivo, dopo aver letto le carte, avanza una serie di rilievi.

Nasce un conflitto tra i due ingegneri.

Il manager La Paglia, contrariato per i ritardi con cui la proposta è arrivata sul suo tavolo e per i tempi stretti (4 giorni) per valutare la stessa e non convinto – alla luce del parere dell’Energy manager – della bontà delle soluzione contenute nel contratto elaborato dall’Ufficio tecnico, non firma.

E’ a questa mancata firma che – ha denunciato successivamente e pubblicamente – ricollega “certi attacchi che gli sono giunti da più parti”.

I tempi stringono. Ma la proposta di delibera rimane immutata.

Il 18 dicembre 2020 l’ingegnere Trifiletti informa il manager La Paglia che il termine ultimo per la stipula del contratto con Edison è il 22 dicembre 2020, trascorso il quale l’azienda decade da questa possibilità.

Qualche giorno prima, Trifiletti aveva prospettato allo stesso La Paglia che, in caso di mancata stipula del contratto, l’azienda avrebbe potuto subire un danno di 2 milioni di euro all’anno.

La Paglia, però, è irremovibile.

Ordina agli uffici di formulare una proposta di delibera per la proroga del contratto con Engie Servizi Spa (ex Cofely Italia), 

Che arriva il 24 dicembre e viene firmata anche da Catena Di Blasi.

Qualche giorno dopo, il direttore generale notifica la sospensione per sei mesi alla Di Blasi che egli stesso aveva nominato un anno e mezzo prima evidentemente perché ne conosceva le competenze tecniche.

Secondo La Paglia, chi è a capo e coordina l’attività amministrativa di tutti gli uffici è il responsabile dei ritardi e degli errori nella procedura che doveva portare alla stipula del contratto con Edison Spa.

 

La difesa della direttrice sospesa

Rimanendo a quelli che sono i motivi su cui la sospensione è fondata, la Di Blasi dal canto suo   – è facile dedurlo dalla ricostruzione della vicenda attraverso alcune delibere –  non avrà difficoltà a sostenere davanti al giudice del Lavoro, dov’è finito il contenzioso, che in realtà gli uffici (ovvero l’Ufficio Tecnico di Trifiletti) avevano partorito la proposta di delibera per la stipula del contratto con Edison Spa il 23 novembre 2020, in tempo assolutamente utile e sufficiente per consentirne l’esame al direttore generale.

Di conseguenza, se la delibera non è stata sottoscritta dal direttore generale – secondo la tesi della Di Blasi – è solamente per sua scelta arbitraria.

In ogni caso, le ipotetiche ed eventuali problematicità di merito in essa contenute che hanno sconsigliato La Paglia dall’esprimere il consenso non sono attribuibili alla sua responsabilità non rientrando nelle sue competenze, ma in quelle di tipo tecnico proprie della struttura di Trifiletti..

 

Quando si confondono lucciole per lampioni

In effetti, a andare indietro nella storia di questo travagliato appalto milionario, Catena Di Blasi un “no” al direttore generale lo oppose.

Era il dicembre del 2019, oltre un anno prima, non “poco tempo prima”.

La Engie Spa a primi del 2019, ad un anno dalla scadenza del contratto, propose di rinegoziare (cosa diversa dalla proroga secca) i termini del contratto. 

Partì così una procedura durata mesi, che impegnò vari uffici dell’Asp 5.

La proposta di Engie Spa includeva lavori di efficentamento energetico di tutti i presidi ospedalieri, la riduzione del canone e, in cambio, l’allungamento di altri 10 anni del contratto.

L’ufficio legale dell’Asp diede il suo via libera alla percorribilità giuridica dell’operazione poiché la rinegoziazione era prevista dalla legge per gli appalti di servizio di energia, ma si rimise tuttavia agli uffici tecnici per la valutazione della convenienza economica della stessa.

L’ufficio tecnico di Trifiletti avanzò forti dubbi. L’Energy Manager Carlo Olivo al contrario espresse tutto il suo favore.

La proposta venne rimodulata da Engie Spa, su richiesta dell’Asp 5.

L’Enea (Ente nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico) diede parere positivo alla convenienza economica dell’operazione.

Il direttore generale La Paglia si convinse della bontà dell’operazione “rinegoziazione”, istituto tuttavia oggetto sotto il profilo giuridico di varie disquisizioni in dottrina e di contenziosi davanti all’Anac, l’Autorità anticorruzione. 

A fine dicembre del 2019 la proposta di delibera di rinegoziazione è pronta: a elaborarla l’Ufficio Economico finanziario diretto da Pietro Frassica e non quello Tecnico, esautorato dalla procedimento dopo aver fatto pervenire – nella prima fase della procedura – dei rilievi negativi.

Catena Di Blasi ritenendo che l’operazione non fosse conforme alle legge nega la sua firma. La stessa posizione la assume l’allora direttore sanitario Domenico Sindoni.

Qualche giorno prima, agli inizi di dicembre, era giunta notizia della possibilità per gli enti pubblici siciliani di avvalersi dei risultati della gara Consip, aggiudicata a Edison Spa.

Il direttore generale avrebbe potuto firmare da solo la delibera essendo il legale rappresentante dell’azienda, ma non se ne assunse la responsabilità.  

La rinegoziazione sfuma. Il rapporto di fiducia e la direttrice amministrativa si incrina.

Parte così la procedura per la stipula del contratto con Edison che ancora non si è conclusa.

 

Dietrologie… sul terreno della follia

C’è una relazione tra il no del dicembre del 2019 della Di Blasi e la sua sospensione decretata da La Paglia a gennaio del 2021?

Cioè è ipotizzabile che il manager l’abbia voluta punire per lo sgarbo subito un anno prima?

E, ancora andando appresso a tesi ancora più dietrologiche, è ipotizzabile che La Paglia nel 2020 abbia artatamente negato la firma alla delibera di stipula del contratto con Edison Spa per legittimare l’ennesima proroga a Engie Spa, con cui già voleva sposare l’Asp 5 12 mesi prima per altri 10 anni? Ed è ipotizzabile lo abbia fatto in modo da scaricare le responsabilità sulla Di Blasi, che invece alla rinegoziazione con Engie Spa si era opposta 12 mesi prima? 

Chi è dalla parte della direttrice amministrativa o “odia” il manager ennese sempre più delegittimato anche dalla campagna di denigrazione portata avanti dal sindaco Cateno De Luca, ritiene che a queste domande si possa o si debba dare una risposta positiva.

A lume di logica, però, per poter sostenere queste tesi è necessario affermarne almeno un’altra.

La Paglia è così coraggioso e freddo che, nonostante sia nell’occhio del ciclone da mesi e mentre è in corso un’ispezione regionale sul suo conto, pur di realizzare questo suo diabolico piano accetta di determinare un danno all’azienda di cui è legale rappresentante e di esporre conseguentemente se stesso a responsabilità erariale e disciplinare. 

Se fosse così, per dirimere il contenzioso tra i due manager non di avvocati  e giudici ci sarebbe bisogno, ma di psichiatri di ottimo livello o forse, meglio ancora, di neuropsichiatri infantili.

 

Difetti di procedura

Il giudice del Lavoro tuttavia potrebbe ordinare la reintegrazione della Di Blasi senza entrare nel merito della fondatezza delle censure mosse da La Paglia (e senza nominare consulenti medico legali).

Infatti – secondo certa giurisprudenza – la sospensione del direttore amministrativo ha natura sanzionatoria e prima di adottarla è necessario consentire alla parte di difendersi esponendo le proprie ragioni. Ciò che nel caso di specie non è accaduto.

 

Emergenza Covid ingigantita e trovate “ridicole”: il sindaco di Messina Cateno De Luca supera persino il presidente della Regione Nello Musumeci

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Cateno De Luca e Nello Musumeci

Attività sportiva limitata solo nelle fasce orarie tra le 8 e le 10 di mattino o le 18 e le 20 di sera, ricevimento dei clienti negli studi professionali concentrato entro le ore 16.

Facciamo pure finta, dando retta agli spargitori di terrore travestiti da giornalisti, che a Messina si sia in presenza di un’emergenza sanitaria inattesa (a dieci mesi all’inizio dell’emergenza) che richieda misure ancora più drastiche di quelle della zona Rossa in cui si trova la Sicilia. Ma non è assolutamente così: i dati dei contagi, della mortalità e dei ricoveri ad oggi sono migliori di quelli di tutte le altre più grandi città siciliane. 

Facciamo pure finta che un qualunque sindaco di uno degli ottomila comuni italiani possa dettare regole più restrittive delle libertà personali di quelle emanate con l’ausilio di tecnici e comitati scientifici dal Governo per contenere il virus. Ma non è esattamente così: la giurisprudenza di tutti i Tar d’Italia, tranne quelli siciliani (chissà perché), è approdata a conclusioni esattamente opposte.

Qualcuno riesce a spiegare, a lume di buon senso e logica, perché – come stabilisce l’ultima ordinanza del sindaco Cateno De Luca – far giungere negli studi professionali decine di persone entro le 16 e farli poi aspettare tutti insieme sino alle 20 in modo da poterle ricevere riduca la possibilità di contagio?

Qualcuno riesce a spiegare perché correre da soli ma tutti di mattino presto o alla sera, nelle ore più fredde della giornata o mentre piove, riduca le (nulle) possibilità di contagio in ipotesi (per De Luca) esistenti invece se ciascuno decidesse di correre nei momenti più caldi della giornata o più propizi?

Forse Cateno De Luca oltre a fruire dello straordinario aiuto degli scienziati del diritto gode anche della consulenza di inarrivabili luminari della medicina e dell’epidemiologia, pronti a giustificare queste (ennesime) misure bislacche?

La cosa in terra sicula non stupirebbe.

Nello Musumeci la primavera scorsa in una delle innumerevoli ordinanze per motivare l’introduzione del divieto di attività sportiva, consentita tuttavia dalla normativa nazionale, scrisse: “Studi scientifici dimostrano che chi fa attività sportiva si stanca e così s’indeboliscono le difese immunitarie e maggiori sono le possibilità se positivo di finire in ospedale”.

De Luca ha assoldato gli stessi super scienziati, con l’impegno a consigliargli misure più ridicole di quelle adottate da colui di cui vorrebbe prendere il posto a Palazzo d’Orleans?

E’ una gara a chi spara la cosa più illogica? 

E, infine, un’ultima domanda.

Il prefetto Maria Carmela Librizzi, rappresentante a Messina del Governo nazionale, lo stesso che adotta da mesi i Decreti legge e i Dpcm che De Luca viola un giorno si e l’altro pure senza che la stessa abbia nulla da dire, ha almeno convocato un tavolo tecnico, uno di quelli che inutilmente si svolgono ogni giorno nei suoi uffici, per farsi almeno rivelare il nome di questi insigni scienziati?

Al cospetto di quest’ultimi, la sensazione di vivere nella città della follia di un paese precipitato nel caos quantomeno si stempererebbe un pò.

 

“A Messina la scuola non s’ha da fare”: Cateno De Luca continua a negare il diritto all’istruzione e alla socialità dei più giovani alimentando la propaganda del terrore. Eppure, il Tar Calabria esclude la competenza dei sindaci. Ecco cosa ha stabilito

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Prima il sindaco Cateno De Luca: a ottobre, novembre e dicembre; poi, come regalo della Befana, ci ha pensato il Presidente della regione, Nello Musumeci, su richiesta del commissario dell’emergenza Covid, Maria Grazia Furnari. Infine, da oggi 18 gennaio e sino al 31, ancora di nuovo il primo cittadino.

A Messina, “la scuola non s’ha da fare”, di nessun ordine e grado.

Mentre in tutte le altre città d’Italia, i bambini della scuola dell’infanzia, delle elementari e della prima media frequentano regolarmente le scuole, anche se la loro regione è inserita in zona rossa, quella di massima allerta e di elevato rischio epidemiologico, nella città dello Stretto, invece, a partire dalla fine di ottobre, le porte delle istituzioni scolastiche sono state serrate e tali sono rimaste anche nei periodi in cui la Sicilia è stata classificata zona arancione.

Tutto merito del sindaco.

Per Cateno De Luca, i diritti costituzionali all’Istruzione, alla socialità e allo sviluppo armonioso dei più giovani, funzionali al principio di uguaglianza, contano zero. Praticamente dal marzo scorso a Messina i ragazzi messinesi hanno trascorso non più di una quindicina di giorni sui banchi della scuola.

Eppure, la legge di emergenza e tutto l’apparato normativo messo in piedi (sulla scorta di valutazione di scienziati ed esperti, nel contemperamento dei valori in gioco) per contenere la diffusione del coronavirus sono chiari.

La scuola, nel rispetto delle regole di sicurezza, anche nelle regioni in cui c’è il massimo grado di rischio sanitario (rosse) devono rimanere aperte: a meno che non si individuino (ci devono essere, non basta siano probabili) dei focolai specifici nelle scuole o nelle classi e non sia possibile contenere il contagio chiudendo le sole classi o gli istituti interessati.

Ma ciò che è vincolo di legge per gli ottomila sindaci di Italia, per Cateno De Luca è soltanto inchiostro sprecato che egli con le sue ordinanze, a suo piacimento, deroga  e cancella. Nessuno protesta se non quando vengono toccati interessi economici; il prefetto Maria Carmela Librizzi lascia correre. 

A novembre per giustificare la chiusura delle scuole ha strumentalizzato le carenze in capo all’Asp 5 di Messina nel tracciare i contagi in città, cosa questa che – come scrive l’Istituto superiore di Sanità – si è verificata in tutta Italia.

Nelle scuole messinesi poi, a dire del sindaco, il fatto che non si trovassero abbastanza positivi era ascrivibile sempre a inefficienze dell’azienda sanitaria. La prova infatti, sarebbe stata nel fatto che la polizia giudiziaria della polizia municipale ha scovato, non si è ben capito come, più positivi di quelli individuati tramite tampone dal Dipartimento di prevenzione dell’Asp -proprio cosi ha scritto per motivare l’ordinanza “cancellascuole” – : dal 26 ottobre al 21 dicembre 130 positivi in tutte le scuole (tra decine di migliaia di persone, tra studenti docenti e operatori). Davvero un record allarmante.

Oggi, alla base della chiusura c’è il terrore che con l’aiuto dei giornalisti sparge da settimane strumentalizzando l’ aumento del numero delle morti di persone anziane e i numeri della positività al virus. Detto per inciso, si tratta di numeri tutt’altro che più alti – in percentuale – rispetto a quelle di altre città italiane e siciliane dove le scuole sono regolarmente aperte. Ma questo è diverso tema che merita altro spazio.

Nessun sindaco rispettoso delle istituzioni, infatti, si sogna di chiudere tutte le scuole nelle città d’ Italia che hanno dati di contagio e di mortalità molto più allarmanti di Messina, mentre peraltro il Governo con Decreto legge ha previsto la riapertura graduale delle scuole superiori, chiuse (solo quelle) qualunque sia il colore attribuito alle regioni.

Infatti, non si è sognato sinora di chiuderle il sindaco di Palermo (se non per un paio di giorni), né quello di Catania.

Nella vicina Calabria, qualche “sindachetto” in cerca di notorietà ha provato a negare il diritto all’istruzione, forse dopo aver assistito agli show di De Luca in televisione da Barbara D’Urso e nella speranza di essere invitato anch’egli.

Ma il Tribunale amministrativo regionale, presieduto da Giancarlo Pennetti, cui si sono rivolti un gruppo di genitori, ha spazzato via questi provvedimenti stabilendo che in materia di misure di contenimento del Covid e in specie di chiusura delle scuole il sindaco ha poteri di manovra limitatissimi.

Si trattava, nella specie, dell’ordinanza di chiusura delle scuole di Paola fondata sulle stesse argomentazioni con cui De Luca ha chiuso le scuole a Messina a novembre e lo fa oggi.

Ecco cosa ha spiegato con sentenza del 18 dicembre il Tar (n° 02077/2020 Reg.Provv.Coll; n°. 01346/2020 Reg. Ric.), vigente la stessa normativa di oggi:

“(….) Nel contesto dell’epidemia in corso, dove è stato già messo in atto un articolato sistema di risposta all’emergenza, con l’adozione di misure di mitigazione del rischio epidemico via via più restrittive a seconda della concreta situazione del territorio regionale, il potere di ordinanza sindacale è quindi limitato ai casi in cui sia necessaria una risposta urgente – che vada al di là delle misure adottate dal Presidente del Consiglio dei Ministri, dai Ministri competenti ed, eventualmente, dalle singole Regioni – a specifiche situazioni che interessino il territorio comunale.

– In altre parole, il Sindaco non può sostituire il proprio apprezzamento, per quanto prudente e ponderato, alla valutazione epidemiologica e al bilanciamento degli interessi operato dall’Autorità governativa ed, eventualmente, dalle singole Regioni.

Innanzitutto perché, contrariamente opinando, la naturale pluralità di misure adottate dai sindaci minerebbe la risposta unitaria e organica a una crisi sanitaria di carattere planetaria; non a caso, proprio con riferimento all’emergenza sanitaria attualmente in atto, il Consiglio di Stato ha avuto modo di precisare che “in presenza di emergenze di carattere nazionale (…), pur nel rispetto delle autonomie costituzionalmente tutelate, vi deve essere una gestione unitaria della crisi per evitare che interventi regionali o locali possano vanificare la strategia complessiva di gestione dell’emergenza, soprattutto in casi in cui non si tratta solo di erogare aiuti o effettuare interventi ma anche di limitare le libertà costituzionali” (Cons. Stato, Sez. I, parere 7 aprile 2020, n. 735).

Ma soprattutto perché, sul piano strettamente normativo, non sussistono quegli ambiti di “vuoto ordinamentale” nel contesto del quale è ammissibile l’esercizio di poteri contingibili e urgenti.

Invero, come è stato acutamente osservato dalla dottrina costituzionalistica, nell’odierno contesto emergenziale, una volta intervenuti i decreti governativi, non è preclusa l’adozione di ordinanze sindacali, ma il potere di ordinanza non può sovrapporsi ai campi già regolati dalla normazione emergenziale dello Stato, restando libero di intervenire solo in quelli lasciati scoperti (ancorché con il limite del necessario rispetto del bilanciamento tra principi e diritti costituzionali diversi operato in sede centrale) e in presenza di specifiche esigenze locali.

– In sintesi, nel contesto dell’emergenza derivante dall’epidemia di Covid-19, l’ordinanza contingibile e urgente è adottabile dal sindaco a fronte di situazioni proprie del territorio comunale, che, per la loro specificità o per la loro improvvisa manifestazione non sono state considerate in sede di adozione delle misure a carattere nazionale o regionale.

Va da sé che a monte dell’adozione di tale provvedimento extra ordinem vi deve essere un’istruttoria adeguata, basata su dati oggettivi e scientificamente attendibili, e una motivazione congrua (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 29 maggio 2019, n. 3580).

 – Ciò è ancor più vero con riferimento alle modalità di istruzione scolastica, laddove vi è a monte la decisione, contenuta del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, di continuare a consentire lo svolgimento in presenza della scuola dell’infanzia, della scuola primaria, dei servizi educativi per l’infanzia, del primo anno di frequenza della scuola secondaria di primo grado, anche nelle Regioni con il più alto rischio epidemiologico.

E laddove vi è una puntigliosa regolamentazione delle modalità di svolgimento delle lezioni, intesa a minimizzare il rischio di contagi.

In questa materia, dunque, i vari interessi coinvolti, quello alla salute, quello all’istruzione, quello allo svolgimento della personalità dei minori e degli adolescenti in un contesto di socialità, sono stati bilanciati e ricomposti a livello nazionale, peraltro con modalità tali da garantire una flessibile risposta ai diversi gradi di emergenza epidemiologica.

 – In proposto, il Tribunale deve ricordare che, se è innegabile che il diritto alla salute è al vertice dei diritti sociali, perché consente all’individuo di godere delle libertà e degli altri diritti che la Repubblica riconosce, nondimeno il diritto all’istruzione si colloca poco dietro.

Esso è il principale strumento con cui lo Stato provvede, ai sensi dell’art. 3, comma 2, a rimuovere, specie nei territori più svantaggiati, gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Attraverso l’istruzione, inoltre, si hanno più ampie prospettive di accesso al lavoro su cui la Repubblica è fondata.

– Dunque, il bilanciamento tra i due diritti in un contesto di epidemia non può essere demandato all’intervento, per sua natura episodico e frammentario, dei Sindaci, i quali avranno potere di emettere ordinanza contingibile e urgente negli scarsi “spazi liberi” la sciati dalla regolamentazione nazionale e con i limiti già sottolienati.

– Peraltro, non si può omettere di ricordare che il principio di precauzione, cui pure questo Tribunale ha riconosciuto un rilievo primario (cfr. la già citata sentenza del maggio 2020, n. 841), non può essere invocato oltre ogni limite, ma secondo il principio di proporzionalità, come ricordato tanto dall’insegnamento, nelle materie di competenza dell’Unione europea, dalla Corte di Giustizia (cfr. CGUE, Sez. I, 9 giugno 2016, in causa C-78/2016, Pesce), tanto dalla giurisprudenza della Corte costituzionale  (Corte cost., 9 maggio 2013, n. 85, sul bilanciamento tra valori dell’ambiente e della salute da un lato e della libertà di iniziativa economica e del diritto al lavoro dall’altro).

Dunque, la doverosa necessità di tutelare la salute non può risolversi in una tirrania di questo diritto rispetto alle altre libertà e agli altri diritti fondamentali, dovendosi ricordare che tutti i diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione si trovano in rapporto di integrazione reciproca e non è possibile pertanto individuare uno di essi che abbia la prevalenza assoluta sugli altri (ancora Corte cost. n. 85 del 2013) (…..)”.

Il caso: Giornalisti per impedire la diffusione del Covid-19 a Messina, l’interpello “impossibile” del direttore generale dell’Asp 5 Paolo La Paglia. Il diktat al manager della segretaria provinciale del sindacato Assostampa Graziella Lombardo

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Il manager Paolo La Paglia

Ci possono essere pubblici dipendenti che siano al contempo iscritti all’albo dei giornalisti professionisti?

La risposta è ovvia e negativa per chiunque abbia un minimo di dimestichezza con le norme di diritto e con la logica.

Tuttavia, per il direttore generale dell’Asp 5 di Messina, Paolo La Paglia (e per i suoi stretti collaboratori) ciò che per l’ordinamento è vietato all’interno dell’azienda che dirige sarebbe possibile.

Il manager infatti all’indomani del servizio della Rai che raccontava del reparto di terapia intensiva fantasma dell’ospedale di Barcellona, su direttiva dello stesso assessorato regionale alla Sanità, ha deciso di assumere due giornalisti, due in un colpo solo, come addetti stampa: fondamentali evidentemente per il contenimento della diffusione del Covid 19 e per il buon funzionamento del servizio sanitario.

Prima, però, ha dovuto procedere – come prevede la legge (art. 7, co. 6 Dlgs 165/2001) al fine di  evitare un inutile aggravio di spesa e non andare incontro a contestazione di danno erariale – a verificare se tra i 5 mila dipendenti (o tra i duemila amministrativi) dell’azienda sanitaria ci fosse qualcuno (e qualcuno c’è) con i titoli, disponibile ad assumere questo incarico.

Se ci fosse stato allora avrebbe dovuto dare precedenza agli interni e non avrebbe potuto bandire la procedura selettiva.

L’avviso interno però è un esempio mirabile di assurdità giuridica e un segno chiaro, tra gli altri, che all’Asp 5 più che giornalisti servono persone competenti.

La Paglia, un passato da sindacalista, ha rivolto l’interpello a eventuali  dipendenti a condizione che fossero solo e soltanto giornalisti professionisti iscritti al relativo albo che raccoglie solo coloro che hanno conseguito l’abilitazione nazionale.

Ovviamente, l’interpello è andato deserto.

La legge professionale obbliga chi è dipendente pubblico a cancellarsi dall’albo dei professionisti (optando, volendo, per quello dei pubblicisti) o ne vieta comunque iscrizione.

Andata a vuoto la selezione interna, il manager ha così proceduto a pubblicare il bando diretto a reclutare giornalisti esterni.

Richiederà soltanto giornalisti professionisti, immaginerà il lettore.

No, vanno bene anche i pubblicisti, cioè coloro che sono iscritti ad altro albo, non avendo conseguito l’abilitazione.

Insomma, finché si trattava di trovarli all’interno dell’azienda al manager servivano professionisti iscritti al relativo albo (che non ci potevano essere) mentre se si cercano all’esterno vanno bene di qualsiasi lignaggio.

La procedura selettiva è ancora in corso.

I due giornalisti sono attesi con ansia da Maria Grazia Furnari, la super commissaria Covid inviata a Messina alla vigilia di Natale dal presidente Nello Musumeci e dall’assessore Ruggero Razza per gestire l’emergenza corononavirus, a distanza di un anno dall’inizio della stessa.

La manager lo ha specificato nel suo atto di strutturazione dell’ufficio straordinario datato 29 dicembre 2020: “I due giornalisti avranno il compito di instaurare un raccordo stabile con gli organi di informazione per un’adeguata comunicazione istituzionale”. Un impegno davvero gravoso quest’ultimo e decisivo per la buona riuscita della missione della commissaria.

A sollecitare con forza l’Asp 5 a dotarsi di un ufficio stampa è stata la segretaria provinciale di Assostampa, Graziella Lombardo, nell’occasione in cui è intervenuta per difendere i giornalisti della Rai autori del servizio sulla terapia intensiva di Barcellona e minacciati a caldo da La Paglia di querela. 

La responsabile del sindacato dei giornalisti che nella provincia di Messina conta una ottantina di iscritti (su 700 giornalisti presenti a livello provinciale nei due albi), ha attaccato: “L’Asp 5 come altre aziende sanitarie e ospedaliere del territorio, non ha ritenuto di dotarsi neppure di un ufficio stampa, come più volte richiamato da questa segreteria provinciale. I comunicati della stessa Asp risultano redatti in maniera abusiva da ignoti estensori, che violano apertamente le previsioni della legge 150 sulla comunicazione pubblica“, ha dichiarato la sindacalista.

Secondo la giornalista, che tra i suoi rappresentati ne ha alcuni che contemporaneamente scrivono sui giornali e (talvolta sotto mentite spoglie) fanno gli addetti stampa di sigle sindacali o politicanti di turno (in palese violazione, questa si, della legge professionale), quello che la legge 150 del 2000 prevede – basta andare a leggerla – come facoltativo, ovvero dotarsi di un ufficio stampa, è un obbligo; una nota inviata agli organi di informazione da un’azienda sanitaria che ha un vertice ben definito è “un comunicato stampa redatto in maniera abusiva da ignoti estensori”, quindi – si inferisce – privo di ogni valore.

Insomma, per la rappresentante di Assostampa o un’azienda sanitaria pubblica ingaggia – pagandoli con i soldi dei contribuenti – dei giornalisti o quello che comunica per informare la gente vale poco o nulla.

 

 

Anziani “carne da macello” nel business delle case di riposo: se il “colpevole” si traveste da Pubblico ministero. Il sindaco Cateno De Luca accusa anche per questo l’Asp 5. Ma le vere responsabilità si annidano proprio a Palazzo Zanca

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Il sindaco/ufficiale giudiziario Cateno De Luca sfratta Il manager dell’Asp 5 Paolo La Paglia

 

L’Asp 5 di Messina a tutela degli anziani chiese all’allora sindaco di Messina, l’unica autorità competente in materia, di chiuderle immediatamente e i Nas dei carabinieri depositarono in Procura circostanziate informative di reato a carico dei titolari.

Otto anni dopo, l’emergenza Covid 19 ha disvelato il segreto di Pulcinella.

Le stesse case di riposo private per anziani da chiudere (22 secondo l’elenco trasmesso a Palazzo Zanca nel 2012), erano ancora tranquillamente aperte. A queste se ne sono aggiunte via via altre, egualmente fuorilegge, eppure operative, complice la distrazione del Comune.

Questi in sintesi i fatti.

Ma i fatti e i dati – come sta mostrando la propaganda del terrore – possono essere manipolati facilmente.

E’ accaduto allora che chi dovrebbe essere messo sul banco degli accusati,  si è travestito da tribuno della plebe.  

Il “colpevole”, cioè, ha vestito la toga di pubblico ministero di un processo tenuto nel teatro dell’assurdo.

 

Teatro dell’assurdo

Protagonista dell’opera d’arte il sindaco di Messina.

Per Cateno De Luca, procuratore generale dell’accusa appunto, la responsabilità di quanto è accaduto e sta accadendo nelle strutture per anziani è dei vertici dell’Asp 5 di Messina.

Dovrebbero essere fanculizzati”,  ha scritto, giusto per fare un esempio, in un forbito post di qualche settimana fa. “Se avessi avuto un genitore in quella casa di riposo abbandonato dalla maledetta burocrazia non so come avrei reagito. E Voi?“, ha domandato per arringare (istigare) la folla virtuale degli abitanti di face book, come fece contro i famigerati sciatori colpevoli di aver diffuso il contagio in città, che infatti non ci fu.

Ringrazio il mio assessore ai servizi sociali Alessandra Calafiore e Valeria Asquini presidente della nostra Messina social city per aver impedito che questi anziani diventassero carne da macello“, ha sottolineato.

Nonostante non era nostra competenza ci siamo occupati anche di questa vergognosa vicenda che stava per trasformarsi in tragedia“, ha concluso la sua requisitoria.

II pubblico (virtuale) al termine dell’invettiva ha pure applaudito.

La stampa ventriloqua del potere all’unanimità ha approvato.

Gli accusati – i vertici attuali dell’Asp 5 –  vittime della loro inadeguatezza hanno subito, silenti.

De Luca, svestita la toga e assunte le sembianze di ufficiale giudiziario,  alla vigilia di Natale ha notificato l’avviso di sfratto al direttore generale Paolo La Paglia, anche ma non solo per le presunte colpe sulle case di riposo.

La requisitoria di De Luca è chiaramente mistificatoria.

E’ infatti il Comune che per legge ha la vigilanza sulla case di riposo private, iscritte giustappunto ad apposito albo comunale. 

E’ al Comune che si propone la domanda per l’iscrizione all’albo.

E’ il Comune a dover disporre la verifica del possesso degli standards: questi ultimi sono previsti proprio a garanzia della sicurezza e della salute degli stessi anziani.

Più gli anziani vengono ammassati in strutture fatiscenti e meno personale è presente e maggiori sono i rischi per la salute degli ospiti.

E’ il sindaco ad avere la responsabilità politica e amministrativa dell’operato degli organi del Comune: De Luca è sindaco da due anni e mezzo, non da un giorno.

L’Asp 5, invece, non ha alcuna competenza, se non quella di rilasciare i pareri igienico sanitari ove richiesti dal privato o, su richiesta del Comune, di partecipare ai controlli.

Altra cosa – in  molti fanno confusione – sono le Residenze sanitarie assistite (Rsa), strutture sanitarie per anziani convenzionate con l’Asp 5 che ne ha la vigilanza e il controllo.

Segreto di pulcinella 

Che a Messina gli anziani fossero “carne da macello” – come ha scritto il sindaco De Luca – funzionali al business di privati che si lanciano in spericolate operazioni imprenditoriali, aprendo case di riposo prive dei requisiti strutturali e di personale imposti dalla legge, non è una scoperta dell’era dell’emergenza Coronavirus.

Il Covid 19 e la correlata propaganda del terrore che tiene in ostaggio da 9 mesi l’intera italia hanno avuto solo l’effetto di fare deflagrare il fenomeno.

Gli anziani, soggetti comunque fragili si sono ammalati, come accade ogni anno soprattutto nel periodo invernale. Nel clima di terrore, non appena uno di loro ha manifestato sintomi riconducibili al virus, il personale della case di riposo, nella stragrande maggioranza dei casi sottopagato e con scarsa preparazione, è entrato in fibrillazione ed è “scappato”.

I titolari sono stati così costretti a lanciare l’allarme. 

L’intervento delle pubbliche autorità a quel punto ha fatto emergere che la casa di riposo o non è iscritta all’albo o non rispetta gli standard.

Tra i 70 ospiti della casa di riposo, “Come d’incanto di Donatella Martinez,  si sono contati nella scorsa primavera 34 morti. 

Tra il 2010 e il 2012 il settimanale Centonove pubblicò una serie di inchieste a firma di Michele Schinella con tanto di nomi e cognomi per raccontare le illegalità che costellavano la giungla selvaggia della case di riposo e degli interessi che gravitavano attorno.

Le reazioni? Politici, sindacalisti, intellettuali (ora più che mai impegnati su face book) si mobilitarono preoccupati non per gli anziani ma per chi avrebbe potuto perdere il lavoro, peraltro sottopagato. Gli stessi familiari degli anziani manifestarono la preoccupazione per la chiusura delle strutture benché queste non garantissero la salute i loro cari.

I giornalisti, ora indignati, diedero loro ampio spazio.

A un dirigente del Comune, Salvatore De Francesco, incaricato di disporre una serie di chiusure venne un’idea geniale, che esplicitò pure in alcune interviste: “I titolari delle strutture se vogliono evitare la chiusura  presentino una Scia, Segnalazione di inizio attività, con cui dichiarino di iniziare ora l’attività e di possedere gli standards e il problema è risolto”.

Insomma, una sorta di invito a dichiarare cose false. Alcuni lo raccolsero: tanto i funzionari del Comune mai sarebbero andati a controllare se quanto dichiarato nella Scia fosse vero. 

Altri accettarono la cancellazione dall’albo, ma sicuri che nessun funzionario comunale sarebbe andato mai a controllarli hanno continuato a rimanere aperti. Nuovi imprenditori hanno investito nel settore, garantiti dalla stessa sicurezza.

Dell’inchiesta della Procura di Messina, innescata dalle informative dei Nas, si è persa ogni traccia.

Uno specchio per il sindaco

Se il pubblico ministero/tribuno della plebe De Luca volesse davvero capire come sia stato possibile che ci siano case di riposo che dovevano essere cancellate dall’albo nel 2012 e sono ancora iscritte nel 2020, o cancellate che hanno continuato ad operare o di nuova apertura e mai controllate, e di chi sia la responsabilità non ha bisogno di fare blitz a destra e manca, né di notificare avvisi di sfratto.

Basta che rimanga seduto alla sua scrivania di Palazzo Zanca, convochi qualche dirigente e, magari con l’ausilio dell’interprete per sordomuti, si domandi: “Ma il sindaco sapeva e ha fatto finta di non sapere o colpevolmente non si è occupato della questione?”

IL CORSIVO. Il capolavoro dei “gattopardi” e la credibilità dei magistrati: il sindaco De Luca attacca il manager La Paglia e il Governo regionale. Il presidente Musumeci e l’assessore Razza inviano a Messina il super commissario Covid Maria Grazia Furnari, cognata di Maurizio De Lucia, capo della Procura.

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L’assessore Ruggero Razza e Maria Grazia Furnari

 

Il sindaco di Messina Cateno De Luca ne ha chiesto con la solita violenza verbale la rimozione per manifesta incapacità nella gestione sanitaria dell’ emergenza Covid 19, denunciando inefficienze e disservizi dell’Asp 5: alcune sono già finite sul tavolo dei magistrati della Procura di Messina e altre sono state usate arbitrariamente dal primo cittadino per negare per settimane il diritto all’istruzione ai ragazzi della città.

Il presidente della Regione Nello Musumeci e l’assessore alla Sanità Ruggero Razza, a loro volta già destinatari di attacchi, non hanno accolto il diktat del sindaco/sceriffo ma non si sono neppure esposti per difendere il direttore generale dell’Azienda sanitaria provinciale 5 Paolo La Paglia, pur avendo la responsabilità politica dell’operato del manager.

Governatore e assessore, su richiesta dello stesso La Paglia, hanno percorso la terza via: una sorta di compromesso al ribasso dai risvolti inquietanti degno della migliore tradizione “gattopardesca”  siciliana.

A distanza di 10 mesi dalla dichiarazione dello stato di emergenza da parte del Governo nazionale hanno inviato in riva allo Stretto un commissario straordinario, plenipotenziario in materia di Covid-19. Sostituisce Carmelo Crisicelli, voluto nel marzo scorso dallo stesso direttore La Paglia.

Su chi è caduta la scelta?

Maria Grazia Furnari.

E’ questo il nome e il cognome della manager che dovrà coordinare tutta l’attività di contrasto all’emergenza Covid, un’emergenza che – detto per inciso, non essendo questo il tema – a Messina e in Sicilia (e nel sud italia) nella realtà non c’è. E’ virtuale. Indotta. Sottovuoto spinto.

Viene infatti alimentata da chi, complici i media, attraverso la propaganda del terrore mira ad aumentare le clientele e il consenso facendo assunzioni di personale inutile e, con enorme spreco di denaro pubblico, affari (magari in famiglia) non proprio “puliti”, ciò che – è facile prevederlo – si scoprirà nei prossimi mesi.

Maria Grazia Furnari ha però una caratteristica che ne avrebbe dovuto sconsigliare la nomina e indurre la stessa manager a non accettarla: è la cognata del capo della Procura di Messina.

E’ legata da uno stretto rapporto di affinità, infatti, a Maurizio De Lucia, a colui cioè che coordina i sostituti procuratori che sull’Asp 5 di Messina, sull’operato dei suoi vertici e funzionari e sullo stesso sindaco Cateno De Luca, a cui La Paglia ha pure promesso una querela, devono per legge indagare e nei confronti dei quali esercitare eventualmente l’azione penale.

D’ora innanzi anche il futuro operato della super commissaria, magari sottoposto alle dure critiche dello stesso De Luca, potrebbe finire sotto la loro lente.

E’ una questione di opportunità, di rispetto delle regole fondamentali che presiedono l’esercizio della funzione giudiziaria.

Non è certo in discussione, sino a prova contraria, l’onestà o la competenza delle persone.

Ma è in gioco la credibilità delle Istituzioni e degli uomini che le impersonano.

Considerato il contesto, la decisione del’assessore Razza di nominare la Furnari potrebbe legittimamente essere interpretata anche come vagamente intimidatoria. Stupisce perché opera di un avvocato, presuntivamente pregno di cultura giuridica e istituzionale; non sorprende di certo perché atto incoerente rispetto all’azione politica spartitoria e consociativa con cui Musumeci governa (si fa per dire) ogni giorno la Sicilia.

La nomina cade mentre la Procura di Messina ha diverse indagini in corso sulla gestione dell’emergenza Covid a Messina. E altre potrebbe aprirne quando l’allegra gestione dei fondi per l’emergenza che non c’è verrà alla luce.

Basti pensare, per fare qualche esempio, a quella sulle responsabilità per la morte, avvenuta nella scorsa primavera, di 40 anziani, ospiti (paganti) della casa di Riposo Come d’incanto di proprietà della signora Donatella Martinez.

Ancora, si pensi all’inchiesta sulla miriade di case di riposo per anziani abusive della città. O, ai fascicoli che nascono dalle denunce e querele che va collezionando il sindaco Cateno De Luca, protagonista di una serie di sortite amministrative abnormi (alcuni bocciati dagli organi della giurisdizione amministrativa) e di attacchi denigratori personali, strumentali o propagandistici: tra queste la minaccia, senza precedenti, di occupare l’Asp se non verrà rimosso La Paglia.

De Luca comunque è ancora sotto processo nell’ambito dell’inchiesta per l’evasione fiscale della Fenapi, il potente ente di assistenza fiscale che ha fondato.

Scriveva il grande giurista Piero Calamandrei che i magistrati non solo devono essere imparziali ma anche apparire di esserlo.

Per apparire imparziali, perché la loro azione non possa essere letta come ispirata a principi diversi da quelli stabiliti dalla Costituzione o dalla legge, è necessario che non si pongano in condizioni tali che agli occhi dei cittadini generino il naturale sospetto che il loro agire sia ispirato da logiche ritorsive o, per contro, omissive o di insabbiamento.

E’ possibile che tra le decine di tecnici in forza all’assessorato alla Sanità, di manager che figurano negli elenchi degli idonei a direttore generale o sanitario, tra le decine di epidemiologi siciliani la scelta del super commissario non potesse cadere, ammesso che fosse necessaria, su altra persona?

Giocoforza, d’ora in poi qualunque atto dei sostituti della Procura di De Lucia riguardante la gestione passata e futura dell’emergenza Covid verrà letta con gli occhi e la mente della dietrologia e del sospetto.

Qualsiasi provvedimento giudiziario anche non attinente al Covid potrà essere interpretato o strumentalizzato da De Luca (o dai suoi fans), se a lui indigesto, come una nuova “lupara giudiziaria”.

A fare gli onori di casa a Maria Grazia Furnari all’arrivo a Messina è stato Ferdinando Croce.

Avvocato e capo del Gabinetto dell’assessore Razza, Croce è da giorni in pianta stabile negli uffici della sede dell’Asp 5: una sorta di agente diplomatico distaccato a Messina.

Croce, candidato a sostegno di Musumeci alle ultime elezioni regionali del 2017 pur non essendo eletto ha ottenuto l’allettante incarico all’assessorato: ciò gli ha impedito di tornare a Fratelli di Italia di Giorgia Meloni, come invece ha fatto – dopo lo strappo del 2015 – il gruppo Vento dello Stretto, cui ha sempre appartenuto.

Con la Furnari ha in comune la parentela/affinità a un alto magistrato.

E’ infatti il nipote di Luigi Croce, precedessore di De Lucia alla Procura di Messina, che conta ancora oggi tra i suoi componenti alcuni pm che lo zio all’epoca coordinò.

Mentre lo zio magistrato dirigeva la Procura di Messina, l’altro zio, il fratello del procuratore Eugenio Croce (il cui figlio Maurizio il presidente Musumeci ha confermato Commissario per il dissesto idrogeologico della Sicilia), fu messo a capo dell’azienda ospedaliera Piemonte, sulla cui attività i sostituti di Palazzo Piacentini erano tenuti al controllo di legalità.

Insomma, un ritorno al passato. Che si ripete con puntualità svizzera.