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Il COMMENTO: La scuola, l’istruzione e la cultura? A Messina valgono poco o niente. Il sindaco Cateno De Luca lo sa bene e ne approfitta, a suo uso e consumo, per manipolare il consenso. L’eloquenza del silenzio

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Il sindaco Cateno De Luca

 

La scuola e il diritto all’istruzione, alla socialità e alla formazione culturale dei ragazzi?

A Messina valgono poco. O, forse, niente.

Viene prima, molto prima, l’interesse dei professionisti a poter lavorare e ricevere negli studi i loro clienti anche dopo le 19. E dei commercianti a tenere aperti i negozi sino a sera tardi.

Non è dato sapere se il sindaco Cateno De Luca all’annuncio via face book farà seguire una nuova ordinanza che lascerà ancora a casa tutti gli studenti della città, nonostante i dati dei contagi nelle scuole cittadine siano i più bassi dell’intera italia, così come i dati generali relativi all’intera cittadinanza.

Ma se lo farà è perché, da abilissimo manipolatore del consenso, ha capito che in fondo della scuola nella città dello Stretto importa davvero a pochi, a una sparuta minoranza. E quindi non ci sarà alcuna protesta seria, alcuna opposizione credibile. Come sinora non c’è stata.

La sua certezza è stata rafforzata da ciò che è accaduto dopo che il 20 novembre ha adottato l’ennesima ordinanza contingibile e urgente efficace sino al 27 per affrontare l’emergenza Coronavirus a Messina.

Un’emergenza che nella città dello Stretto non c’è (e neppure in Sicilia, e al sud in genere) e il sindaco crea ad arte soltanto per finalità di propaganda clientelare; complice l’unico giornale cartaceo della città, la Gazzetta del sud (rete televisiva compresa), quotidiano che durante la campagna elettorale, quando c’era da far eleggere come sindaco Placido Bramanti, rappresentante degli interessi del gruppo editoriale/immobiliare che ruota attorno al giornale, si è mostrato oltremodo “nemico” di De Luca; poi, incassata la sconfitta, è divenuto velocissimamente grande “amico” del nuovo sindaco.

Chiusura delle scuole per tutti, e non solo per i ragazzi dalle scuole superiori, come nel resto delle regione; e coprifuoco (comprese chiusura attività commerciali e professionali) alle 19, invece che alle 22, come prevede la normativa nazionale: queste le misure principali.

Contro quest’ultima parte dell’ordinanza si sono mobilitati tutti.

Antonio Tierno e Vincenzo Ciraolo, notaio il primo e avvocato il secondo, l’hanno impugnata al Tribunale amministrativo regionale di Catania nella giornata del 26.

Un gruppo di consiglieri comunali capitanati dai “progressisti” del Partito democratico l’ha contestata, ma non è riuscito neppure a fare approvare una mozione da un  Consiglio comunale sottomesso al sindaco.

I presidenti degli ordini professionali della città, notai, avvocati, architetti e commercialisti, organismi che raccolgono almeno 10 mila persone, l’intellighènzia  della città, hanno stigmatizzato l’operato di De Luca in un documento congiunto al termine di 6 giorni di dibattito. E alla fine se ne sono usciti, giorno 26, con un atto stragiudiziale di diffida.

E la scuola?

Nessuno ha speso una parola, impegnato un solo rigo. Così come non si sono sprecati sul tema i cosiddetti rappresentati del popolo, gli esponenti politici, i sindacalisti (duri e puri compresi).

In prudente silenzio, ad esempio, è rimasto l’ex rettore dell’ateneo di Messina, Pietro Navarra, deputato del Pd, l’uomo che proprio per travasare nella politica la cultura e la sensibilità al sapere non ha esitato a coinvolgere l’ateneo di Messina nella bagarre politico elettorale.

“Ecclesiastico” è stato pure il silenzio del Vescovo Giovanni Accolla. La chiesa non ha sempre rivendicato un ruolo sociale? D’altronde nell’unica occasione in cui l’alto prelato è intervenuto pubblicamente è stato per rimproverare il sindaco reo di aver pronunciato una parolaccia, peccato davvero gravissimo.

D’altro canto i ragazzi non votano, non sono (ancora) partecipi del mercato clientelare, non costituiscono platea da blandire in vista di imminenti consultazioni.

 

L’annullamento del diritto allo studio non determina, non immediatamente almeno, un calo degli incassi.

Gli effetti perversi di una sospensione dell’attività didattica che ormai dura da 8 mesi e che non ha precedenti nella storia (le scuole sono rimaste aperte pure durante la guerra) si vedranno solo tra qualche anno.

Alla fine a pagarne maggiormente le conseguenze sono i figli delle famiglie che vivono ai margini, quelli che non si possono permettere insegnanti privati, né hanno gli strumenti culturali per seguire i figli: massa destinata a rimanere ignorante, sotto acculturata, che sarà costretta a dare il voto ai soliti professionisti del clientelismo in cambio di un pacco di pasta.

Il danno non è solo dovuto alla mancata frequenza della scuola ma al messaggio che si manda: la scuola non ha valore, la cultura non è importante, nella vita conta soprattutto la ricchezza materiale. 

Ma, a ben vedere, se si alzano gli occhi dal proprio orticello, l’intera comunità ha poco da essere tranquilla.

I ragazzi nelle ore in cui non vanno a scuola sono per strada a lezione di spaccio o di furto. O nella migliore delle ipotesi, si gingillano con lo smartphone in mano tutta la giornata, risucchiati nel vortice della banalità, anticamera del disagio e della devianza sociale.

La didattica a distanza, come sanno tutti, è il nulla: inutile se non disutile.

Diversamente sarebbe andata – c’è da scommettere – se si fosse previsto un taglio del solo 10% degli emolumenti giornalieri del personale delle scuole per le giornate di chiusura: è facile pronosticare ci sarebbero stati sollevamenti popolari, sindacalisti indignati, politici improvvisamente sensibili alla cultura.

O forse, più semplicemente, il sindaco non le avrebbe chiuse.

Eppure, che la chiusura delle scuole fosse e sia una misura non necessaria, gratuita e frutto di un vero e proprio abuso di potere del sindaco era evidente dalla semplice lettura del provvedimento.

A fronte di numeri risibili di contagio, per giustificare la decisione De Luca, infatti, è stato costretto a fare a pezzi l’Azienda sanitaria di Messina diretta da Paolo La Paglia, giudicata – nero su bianco (ovvero nel preambolo della stessa ordinanza) e “sulla base di documentazione” che nessuno ha però visto – “incapace persino di rispondere alle mail di segnalazione di casi di contagio”, e più in generale “inadempiente rispetto alla normativa dettata per contrastare la ulteriore diffusione del contagio nella comunità scolastica”.

Tutto ciò a 9 mesi dall’inizio dell’emergenza.

Ora, se quello che ha affermato De Luca fosse minimamente vero, il direttore generale La Paglia dovrebbe essere immediatamente rimosso o quantomeno invitato a dimettersi. Invece il silenzio. Neppure un commento, né da destra, né da sinistra; né dalla maggioranza che sostiene il Governo regionale, né dalla (finta) opposizione.

Da chi l’ha nominato, i suoi sponsor politici, il presidente Nello Musumeci e l’assessore alla Sanità Ruggero Razza, coloro che ne avrebbero la responsabilità politica, non è giunto nessun segno di vita.

E nessun giornalista, non che questo stupisca, ha chiesto loro di prendere posizione o di spiegare.

Eppure, era stato (anche) l’assessore Razza a segnalare con circolare a tutti i sindaci della Sicilia (valeva anche per De Luca?) che la Legge, per quanto possa ancora valere nella stagione del terrore, aveva tolto loro ogni potere in materia di misure di contenimento del coronavirus.

Poi, però, di fronte alla tracotanza di De Luca, come un vero politicante di razza attento solo alle tattiche politiche e non certo agli interessi collettivi è rimasto “muto”.

Muta è rimasta la Prefetta Maria Carmela Librizzi: la rappresentate di un Governo ancora in carica solo grazie al coronavirus, si è mostrata una volta di più palesemente incapace di arginare gli abusi di potere del sindaco.

E, sempre e solo per fare un esempio, nessuna presa di posizione è venuta da un altro esponente politico di primo piano della città, il signor Francesco D’Uva: capogruppo (e già questo la dice lunga) alla Camera del Movimento 5 Stelle, formazione che fornisce al Governo il ministro dell’Istruzione siciliana Lucia Azzolina.

Quest’ultima è impegnata un giorno si e l’altro pure a spiegare quanto sia perniciosa la chiusura delle scuole, quanto queste siano più sicure di altri luoghi e che debba essere disposta solo in casi di estrema necessità (necessità, s’intende, oggettiva, non personale del sindaco De Luca).

Ma forse D’Uva di questo non è stato informato.

Cateno De Luca, gli azzeccagarbugli e i numeri dell’Asp 5, che non tornano. Il sindaco chiude tutte le scuole, sfidando la legge, la logica e 300 cittadini. E il suo fidato giurista Marcello Scurria scende in campo contro il legale Santi Delia, che si è già rivolto al Tar

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Il sindaco Cateno De Luca e l’avvocato Marcello Scurria

Un sindaco annuncia via face book un provvedimento che per Legge non può adottare:  chiudere tutte le scuole della città. E fin qui nulla di strano.

Infatti, la città è Messina e, soprattutto, il sindaco si chiama Cateno De Luca.

A lui delle bocciature in diritto piace fare collezione. L’importante è che soddisfi l’irrefrenabile desiderio di esibizionismo.

Sulla base del semplice annuncio del primo cittadino e prima ancora che seguisse un provvedimento formale, un dirigente di una delle scuole della città, l’Istituto comprensivo “Giuseppe Catalfamo”, cosa fa?

Questa domenica mattina emana una circolare, la pubblica sul sito della scuola e comunica la chiusura di tutti i plessi della scuola che dirige sino all’11 novembre prossimo.

Se qualcuno avesse ancora bisogno di toccare con mano la deriva politica, giuridica e culturale in cui la propaganda del terrore ha condotto l’Italia, Angelo Cavallaro – è questo il nome del dirigente della scuola di Contesse – ne ha offerto oggi un’ulteriore possibilità.

“Sentite le dichiarazioni pubbliche del Sindaco della Città di Messina che proroga quanto previsto dalla propria Ordinanza n°307 del 30.10.2020 si comunica la chiusura fino all’ 11.11.2020 di tutti i plessi di ogni ordine e grado del nostro Istituto”, ha scritto Cavallaro.

“Sentite”, si proprio così. “Sentite”.

Un funzionario con la qualifica di dirigente dello Stato, messo a capo di un istituzione fondamentale per la formazione dei cittadini di un Paese, “sente” un sindaco che blatera su face book o in televisione e decide di annullare il diritto all’istruzione previsto dalla Costituzione.

E se non avesse sentito bene?

E se il signor sindaco De Luca, l’uomo che un giorno vuole chiudere tutto, il successivo aprire tutto, e ancora il giorno a seguire richiudere ma solo le scuole, aprendo però i negozi, cambiasse idea? O la cambiasse parzialmente.

L’idea De Luca non l’ha cambiata. Non del tutto almeno.

Domenica, all’ora di pranzo, ecco l’ennesima ordinanza. 7 pagine di norme e codicilli, in cui non si saprebbe orientare neppure Francesco Carnelutti, per ordinare la chiusura di tutte le scuole il 9 e il 10 novembre..

Si tratta delle scuole dell’infanzia, della scuola elementare e della prima media delle varie scuole della città: le altre comunque sarebbero state chiuse in forza dell’ultimo DPCM e della zona arancione in cui è stata inserita la Sicilia.

Solo il 9 e il 10 per adesso. L’11 novembre no, ancora no: che qualcuno lo comunichi al dirigente scolastico Cavallaro in modo che modifichi la circolare.

A meno che, non abbia “sentito” De Luca dire: “Per ora facciamo 9 e 10, ma poi il 10 sera, magari a mezzanotte, farò un’altra ordinanza”.

Tanto a chi importa della confusione e incertezza in cui vengono gettate le famiglie e gli studenti?

In un paese serio, in cui si applicano ancora le norme di uno Stato di diritto, ci si aspetterebbe che intervenisse il prefetto, Maria Carmela Librizzi, la rappresentante del Governo presieduto dal signor Giuseppe Conte, perennemente in televisione a chiedere il rispetto delle regole ai cittadini, benché nella babele normativa chiunque stenti a capire quali siano e i rappresentanti delle Istituzioni facciano come pare loro, mossi solo da logica clientelare o narcisistica.

Anzi, ci si sarebbe aspettato che il Prefetto fosse intervenuto già al momento dell’annuncio del sindaco. Se lo ha fatto, non è stato convincente.

Sarebbe bastato ricordasse a De Luca che la Legge ha tolto ai sindaci ogni potere in materia di misure di contenimento del Coronavirus.

Invece no, per rimembrare questo dato elementare si sono mobilitati 300 cittadini messinesi che hanno dato mandato all’avvocato Santi Delia. Il suo compito è di provare a impedire questo abuso di potere, attraverso un ricorso al Tribunale amministrativo regionale, già notificato.

De Luca, da par suo, invece di rimanere alle argomentazioni giuridiche, ha etichettato il giovane e noto avvocato con il termine “azzecagarbugli” di manzoniana memoria.

Che Delia non sia un azzeccagarbugli lo ha attestato anche e persino Marcello Scurria, giurista di livello.

Scurria, che nel giro di 10 anni è stato il consigliere giuridico dei 4 sindaci (di colore e sentimenti politici i più diversi) che si sono succeduti alla guida della città, sostiene, da persona super partes, che “Delia non è un azzeccagarbugli ma il collega sbaglia clamorosamente”. Insomma, se non è zuppa è pan bagnato.

Da abile legale, per dimostrare che De Luca abbia il potere di emanare ordinanze in materia di contenimento della diffusione del virus, Scurria ricorda che nel corso di una recente intervista, la Ministra (dell’Istruzione) ha ammesso che esiste la possibilità di chiusure locali: “Sono i Comuni o le Asl a decidere se chiudere un istituto. L’importante è che non si proceda senza criterio. Abbiamo dei protocolli ed è fondamentale che siano rispettati in modo omogeneo su tutto il territorio“, ha riportato l’avvocato messinese in una sua dichiarazione pubblica di questa sera.

Si apprende così da Scurria che “le interviste” del ministro dell’Istruzione – dando per pure per certo che quanto abbia detto sia stato riportato correttamente – sono fonti del diritto, al pari – come ha insegnato il dirigente Cavallaro – degli “annunci” del sindaco De Luca.

Si ammetta, per assurdo, sia così. Sorge una domanda: Il ministro ha parlato di un istituto o di tutte le scuole di una città?

E’ evidente che la chiusura delle scuole, di tutte le scuole, è altro dalla chiusura di una scuola e costituisce misura di contenimento della diffusione del virus sull’intero territorio comunale, un’intera fetta della regione e non rientra di sicuro nelle competenze del sindaco, per quanto dotato di capacità paranormali come De Luca.

Il giurista messo a capo da De Luca di una società partecipata, l’Arisme Spa, ha infatti (clamorosamente?) omesso di citare l’articolo 3, comma 2 del Decreto Legge n. 19 del 2020, convertito in Legge: “I Sindaci non possono adottare, a pena di inefficacia, ordinanze contingibili ed urgenti dirette a fronteggiare l’emergenza in contrasto con le misure statali, né eccedendo i limiti di oggetto di cui al comma 1”. La stessa omissione la si rintraccia nell’ordinanza firmata dal sindaco.

La norma è attualmente in vigore, salvo che Scurria non voglia sostenere che la fonte di diritto “intervista” prevalga sulla fonte “Legge”, il che di questi tempi non stupirebbe.

Persino il presidente della Regione, Nello Musumeci, ogni volta che emana un’ordinanza in materia di Covid richiama e sottolinea nel preambolo questa norma, dal significato chiaro.

Ma tutte queste sono quisquilie, diranno in molti. Quella che conta è la sostanza, poco importa che a decidere questa sostanza sia chi è al potere.

Davanti a un pericolo grave di una diffusione del contagio a Messina chi se ne frega delle competenze? De Luca ha ricevuto dal commissario territoriale Coronavirus, Carmelo Crisicelli, una nota allarmante e quindi fa bene, benissimo a intervenire. Al diavolo le competenze!

E allora giusto perché la gente capisca di cosa si sta parlando è bene riassumere cosa ha scritto il funzionario dell’Asp 5 nella nota datata 6 novembre.

Sbandierata come fosse un trofeo, è stato lo stesso sindaco a sollecitarla.

Scrive Crisicelli:

1) il numero dei contagiati a Messina e provincia aumenta inesorabilmente;

2) le segnalazioni di positività al tampone sono talmente alte da rendere estremamente difficile il tracciamento dei contatti.

Tuttavia, Crisicelli non fornisce numeri per dimostrare la fondatezza di quello che dice.

Ma i numeri ci sono. Sono quelli che l’Asp 5 trasmette quotidianamente alla Regione.

E lo smentiscono.

Secondo questi dati, la provincia di Messina negli ultimi giorni, ha in media circa 120 contagiati in più al giorno, su una popolazione di 650 mila abitanti.

Messina con 250 mila abitanti non supera, a voler essere larghi di manica, i 60 positivi al giorno.

Un positivo, dunque, ogni 4 mila abitanti. La media regionale è di uno ogni 3 e 500 abitanti: una delle più basse d’italia, e comunque più alta di quella di Messina.

Per Crisicelli, però, il numero dei positivi è talmente alto che è nell’impossibilità di tracciare la catena dei possibili contagiati.

Ma è sicuro questo dipenda dal numero “talmente alto” (che,però, alto non è) e non da altri problemi strutturali e organizzativi degli uffici che dirige?

Il funzionario dell’Azienda sanitaria guidata da anni dal manager Paolo La Paglia ha pure scoperto un dato “clamoroso”: la maggior parte dei positivi hanno tra i 20 e i 50 anni, cioè tra le persone che conducono la vita più attiva. Esattamente ciò che succede in tutta Italia, come attestano i dati dell’Istituto superiore di sanità.

E, ancora, sempre Crisicelli, ha accertato che “a macchia di leopardo” ci sono pure positivi collegati alla scuola. A macchia di leopardo: davvero preciso questo dato. Quanti sono? Due, 5, 50, 60? O è allarmante che siano a macchia di leopardo, in una provincia dove il problema più grosso per l’agricoltura sinora si sapeva fosse determinato dai cinghiali?

Crisicelli ha idea di quanti milioni di persone ogni giorno frequentano le scuole in Italia, quante decine di migliaia tra studenti, insegnanti, personale amministrativo e tecnico a Messina?

Secondo i fumosi parametri di Crisicelli, liberamente interpretati da De Luca, tutte le scuole di Italia andrebbero chiuse, anche quelle delle regioni lasciate in zona gialla dal Governo, che hanno dati di contagio molto più alti.

Domani però a rimanere a casa saranno i ragazzi di Messina.

Quelli di Palermo, Pisa o Venezia no. 

Epidemia Covid-19: Rischio elevato? In Sicilia è a convenienza. Il presidente della Regione Nello Musumeci protesta per la “zona arancione”, ma il 24 ottobre per legittimare un’ordinanza coprifuoco condivise un giudizio di pericolo “medio alto”, con metà dei ricoverati e dei positivi di oggi.

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Il presidente Nello Musumeci con l’assessore alla Sanità Ruggero Razza

 

Da quando ha appurato che il Governo nazionale per contenere la nuova ondata di epidemia da Covid 19 aveva inserito la Sicilia in zona arancione, tra le regioni cioè “a rischio alto” e quindi soggetta dal 6 novembre a misure fortemente limitative delle libertà e al contempo dannose per il sistema produttivo, il presidente della regione Nello Musumeci è diventato furioso.

Da 48 ore riempie televisioni e giornali. Protesta indignato. E snocciola dati. Gli offre man forte il suo assessore alla Sanità, Ruggero Razza, da sempre a lui politicamente vicino.

Tuttavia, il bancario prestato (ormai da decenni) alla politica, mostra di avere poca memoria, presupposto fondamentale per tentare di essere coerente e credibile.

Dieci giorni fa, infatti, per legittimare un ordinanza che, dettando misure non previste a livello nazionale, azzerava il diritto all’istruzione e limitava la libertà personale (ma non incideva sulle attività economiche, non sul breve periodo almeno),  aveva condiviso e utilizzato – come si legge nello stesso provvedimento – la valutazione di rischio “medio alto”, affibbiata all’isola dai tecnici del ministero della Salute.

Ma allora il numero dei ricoverati cosiddetti Covid in Sicilia, regione i cui indicatori sanitari mostrano carenze organizzative e strutturali che la cura di Razza – ad occhio e croce – non ha minimamente attenuato, era pari a 648 e i positivi 7850.

Oggi i ricoverati sono il doppio e il doppio sono anche i positivi.

Domanda: se il 24 ottobre la classificazione di regione “a rischio medio alto” a Musumeci stava bene tanto da usarla come fondamenta per un’ordinanza, che prevedeva la chiusura delle scuole superiori e il divieto di uscire fuori di casa tra le 23 e le 5 del mattino, come può oggi, con i numeri raddoppiati, contestare la valutazione “di rischio elevato”?

Forse perché finché si chiudono le scuole e si limita la libertà non si perdono voti e consensi e quando si impediscono le attività economiche si?

Se bisogna terrorizzare la gente, il virus è letale, e se invece bisogna compiacerla cessa di esserlo?

In effetti, Musumeci, oltre a contestare in senso assoluto la valutazione di rischio alto, mette in comparazione i dati delle varie regioni per affermare che la situazione siciliana non è più grave di quella di altri territori italiani, invece lasciati in zona gialla, con minori limitazioni.

Della serie “perché noi si e altri no?” Come direbbe il bambino di scuola elementare bocciato: io sono scarso ma siccome gli altri sono scarsi come me o più di me, allora bisognava bocciare tutti o, in alternativa, promuovere me.

Facciamo pure finta che sia così: cioè la Campania o il Lazio dovevano andare in zona arancione.

E allora? Musumeci ragiona come se in questa vicenda fosse in gioco una semplice promozione alla classe successiva. O una sculacciata data a un figlio si e a un altro no, a parità di responsabilità nella marachella, da un padre non imparziale.

Ma le misure restrittive – nella logica di chi le dispone e della maggioranza dei cittadini che le accettano – non sono tese a tutelare i cittadini dal terribile virus, impedendone la diffusione?

E quindi, se così è, e se  come dice il presidente ci sono regioni i cui cittadini rischiano di più dei siciliani, non dovrebbero i presidenti di quelle regioni protestare, implorando la zona arancione o rossa?

O il terrore è bello solo quando fa audience e determina emergenze in cui la classe politica sguazza?

“Letale” ma non troppo, e solo per il 20% della popolazione: tra gli under 65 in otto mesi il Covid 19 non ha aumentato per nulla la mortalità. Il paradosso di un virus e della propaganda del terrore che lo usa per giustificare misure liberticide indiscriminate e disastrose per il futuro del Paese

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Il presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte

 

Brandito come un mitragliatore dallo sterminato esercito di compiaciuti spargitori di paura, è uno dei dati salienti, l’unico obiettivo e matematico, da cui trae ora nuova linfa la propaganda del terrore.

E’ il dato sbandierato dagli eccitati sostenitori dell’azione del Governo di Giuseppe Conte ogni qual volta qualcuno si permette di sollevare dubbi sul modo irrazionale e isterico con cui si vuole affrontare l’epidemia di coronavirus nei giorni a venire: limitazione della libertà, sospensione della Carta Costituzionale, sacrificio dei diritti fondamentali della persona, blocco dell’istruzione, della giustizia e dell’economia e conseguente ipoteca sul futuro del Paese. Lockdown: tutto chiuso, tutti chiusi.

Insomma, la riedizione di quanto si è già fatto tra marzo e maggio scorsi.

Il dato è in un numero e in un confronto: 38 mila morti in più nei primi 8 mesi dell’anno 2020, rispetto ai morti (di media) dello stesso periodo dei 5 anni precedenti. Non contando i primi due mesi dell’anno 2020, in cui la mortalità è stata più bassa degli anni precedenti, si sono contati 46 mila morti in più tra il primo marzo e il 31 agosto del 2020.

Concordiamo in ipotesi, che il letale Covid 19 sia stato la causa principale e diretta  – quantomeno in termini di alta probabilità medico scientifica – di quel che si definisce “eccesso di mortalità”, benché nessuno medico legale lo abbia attestato e sia più di un sospetto che il terrore, il panico e l’isteria abbiano aumentato le morti.

E assentiamo anche (senza tuttavia poter essere del tutto d’accordo) su ciò che si sia trattato di un evento eccezionale mai capitato nella storia dell’ Europa dal dopoguerra in poi.

Ancora, in sintonia con i medici del Comitato tecnico scientifico ispiratori della strategia governativa, attribuiamo alla crescente curva dei contagi un valore assoluto e premonitore di un’analoga “ecatombe” imminente, senza stare tanto a disquisire, come autorevoli virologi (tra questi l’autorevole Giorgio Palù) sostengono si debba fare, se si tratta di persone soltanto positive (magari conteggiate più volte) ma non contagiose; e, soprattutto, se siano sintomatiche.

In ultimo, ammettiamo che il lockdown sia efficace oltre a impedire la diffusione anche a limitare realmente la letalità del virus (di un qualunque virus), benché ciò sia controverso anche tra gli epidemiologi: il virus non scompare perché ci si chiude in casa, né per questo diventa meno aggressivo, anzi semmai il contrario.

Una domanda però è necessario porla.

Alla luce dei dati ufficiali, sia quelli generali dell’intera Italia, sia quelli specifici della regione Lombardia, la regione più colpita con eccesso di mortalità avendone assorbito l’70% del totale, se oggi il virus “terribile” si diffondesse a tutta la popolazione italiana, quante probabilità in più avrebbero le persone di meno di 65 anni di morire rispetto alle probabilità che hanno avuto “di passare a miglior vita” negli anni scorsi?

La risposta è: zero. Si zero, proprio così.

Questo virus è così pericoloso, così aggressivo, così letale da causare la morte di 38 mila persone in più in 8 mesi, ovvero di media 5 mila circa in più al mese (circa l’1% dei 650 mila morti totali annuali), ma non ha (pur tenendo conto – a scanso di stupide obiezioni – alle minori morti per incidenti stradali e sul lavoro nel periodo di lockdown), minimamente aumentato la mortalità delle persone con meno di 65 anni, che rappresentano l’80% dei 60 milioni di italiani.

Persone che, lockdown o non lockdown, sono venute a contatto con il virus sicuramente in misura maggiore degli over 65.

Non è successo in Italia e neppure, andando ai dati disaggregati, in Lombardia; né in Veneto, in Piemonte, Liguria, Emilia Romagna o Toscana, per citare le regioni che hanno contato nel 2020 più morti di quelle statisticamente attese.

Di più, il virus è così terribile che si è accanito prevalentemente sulle persone con più di 85 anni.

Questo dato che la propaganda del terrore non diffonde e la stampa ventriloqua del potere neppure cerca o, peggio, eclissa, è rinvenibile nei dati Istat, l’istituto di statistica italiano, relativi alla mortalità, suddivisa per fasce di età, dei primi 8 mesi del 2020 e, come termine di confronto, dei primi otto mesi degli anni precedenti.

Basta andare a leggerli e ad analizzarli.

I numeri non mentono

Dallo studio di questi dati pubblicati il 22 ottobre dall’Istat, emerge che questi 38 mila morti in più sono tutti suddivisi tra le tre fasce di popolazione over 65: 4 mila tra le persone tra i 65 e 74 anni, il 15% del totale di morti in eccesso; 10 mila tra le persone tra 75 e 84 anni (il 25%) e addirittura 24 mila (il 60%) tra gli over 85.

Stessa cosa in Lombardia: i morti totali in più rispetto agli anni precedenti sono stati 26 mila circa. Di questi 13 mila e 500 tra gli over 85, oltre il 50%; circa 9 mila, il 35%, tra i ricompresi tra i 75 e 84 anni; e 3 mila e 500, il 15%, tra coloro che avevano tra i 65 e 74 anni.

In Veneto, addirittura, l’eccesso di mortalità pari al 10% (circa 2600 persone), rispetto agli anni precedenti, è costituito per l’80% (2100) da persone con più di 85 anni.

Interrogativi di buon senso

Se il dato è questo e si badi bene è solo numerico e prescinde dalla condizioni di salute in cui si trovavano i deceduti (cosiddette malattie pregresse): sorgono diverse domande.

Può un virus che, dopo 8 mesi di lavorio, non ha affatto inciso sulla mortalità tra la popolazione non anziana essere considerato un virus terribile tale da determinare la più grossa psicosi ipocondriaca collettiva della storia dell’Italia?

Può un virus che ha lasciato indenni da qualsivoglia rischio di vita i bambini, i giovani, le persone di mezza età essere paragonato alla spagnola o alla peste o all’ebola?

Può diventare l’unico argomento di cui i media, alcuni finanziati con il denaro pubblico, gli showman, nani e ballerine trattano sempre nella logica del terrore 24 ore al giorno da 8 mesi?

C’è simmetria tra la propaganda del terrore e l’effettiva pericolosità del Covid-19?

E, soprattutto, c’è proporzionalità tra le misure adottate dal Governo e che si vogliono adottare nei prossimi giorni e i rischi effettivi che corre l’intera popolazione?

In altri termini, ha senso – secondo parametri di razionalità, certo – proteggere tutti indiscriminatamente e drasticamente, anche quelli che non corrono rischi, provocando un disastro economico, preludio di disordine sociale, riduzione del livello di benessere, della spesa sanitaria e conseguente aumento della mortalità futura?

O non sarebbe sufficiente e ragionevole provare a proteggere solo coloro che sono a rischio, ovvero gli over 65?

Per dubitare che il virus non sia terribile come lo si rappresenta, a chi non ha dimestichezza con i numeri e le statistiche, o soltanto non le conosce, basterebbe affidarsi al buon senso, alla ragione e al senso critico.

Dall’inizio della pandemia non c’è giorno in cui non si apprende dal ridicolo circo dell’informazione, di uomini politici, imprenditori, calciatori, ciclisti, tennisti, nuotatori, pallavolisti, attori, scrittori, vallette, positivi al Covid 19.

Risulta che uno di questi sia morto, sia finito in ospedale o abbia avuto semplicemente sintomi più gravi di un raffreddore?

Nessuno. Ah già, fa eccezione la nuotatrice Federica Pellegrini che con le sue dirette face book, segno che stava davvero male, riprese non a caso dai più importanti giornali italiani, ha raccontato che aveva perso per qualche giorno pure l’olfatto e il gusto.

La positività al Covid-19 diventa un evento “straordinario” in un paese in cui – secondo alcune stime- 5 milioni di persone sono entrate in contatto con il virus, che serve solo ad avere il titolo sul giornale. E a propagare altra paura.

Dopo qualche giorno il noto personaggio di turno, lo si trova di nuovo in pista, più in forma di prima.

I calciatori o gli atleti risultati positivi che fanno? Vanno al mare, in palestra, continuano ad allenarsi.

Persino Ronaldo….sostiene

Il campione della Juventus Cristiano Ronaldo, per 20 giorni lontano dai campi di calcio perché risultato continuativamente positivo al tampone che ricerca il Covid 19, ha fatto la sintesi: “Sto benissimo, non ho niente. Sono pronto a tornare in campo subito. Questi tamponi sono delle ca…te”, ha sbottato.

Al di là delle dichiarazioni di Ronaldo, c’è infatti un altro dato (ufficiale, dell’Istituto superiore di sanità), emerso in maniera però meno netta sin dall’inizio dell’emergenza, che indica come questo virus non sia terribile: il 95% di coloro che risultano positivi non hanno alcun sintomo. Neppure un raffreddore. Segno inequivocabile che il sistema immunitario sia in grado di tenere a bada agevolmente l’agente patogeno.

Il 4,5% ha sintomi severi, cioè è costretto a stare a letto una settimana, come capita spesso per le influenze stagionali; lo 0,5% è “critico”, ovvero viene ricoverato in terapia intensiva.

In effetti, lo 0,5%, dando per scontato che sia un dato affidabile, su possibili centinaia di migliaia di contagiati, diventano migliaia di persone da “intubare”, altra parola magica della propaganda del terrore, migliaia di posti letto di cui il sistema sanitario non dispone.

In assenza di dati certi (che non vengono diffusi, chissà perché) sulla tipologia (età e condizioni di salute pregresse) delle persone ricoverate in terapia intensiva e sull’esito del ricovero, altre domande sorgono spontanee.

Se l’isteria non guidasse, talvolta per mero opportunismo, l’azione delle istituzioni e della maggioranza della gente, qualcuno si sognerebbe di portare in ospedale e ricoverare in terapia intensiva persone di più di 80 anni con problemi respiratori?

Delle persone intubate, specie tra gli anziani, quanti escono vivi dai reparti di Rianimazione?

E, in ultimo, in che misura il terrore di Stato ha, da un lato, aumentato la domanda di sanità inappropriata contribuendo all’emergenza in cui si trovano – secondo quanto rappresentato dal Governo – gli ospedali e, dall’altro, ha per converso ridotto al lumicino la sanità ordinaria e preventiva, l’unica davvero efficace a contenere malattie e morti?

Coronavirus e propaganda del terrore, la Svezia senza lockdown piange gli stessi morti degli anni scorsi ma i giornali italiani continuano a rappresentare l’apocalisse nel paese scandinavo. I dati ufficiali dei primi 4 mesi dell’anno smentiscono gli scienziati “televisivi” e la stampa di regime

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I suoi cittadini hanno continuato a svolgere la loro vita normalmente: non sono state sospese le libertà fondamentali della persona e confini, scuole, negozi, uffici, aziende, persino bar e ristoranti sono rimasti aperti.

Ma la paventata ecatombe causata dal Covid 19, il virus terribile ma non tanto, letale ma  solo con chi è anziano e molto malato, in Svezia dopo 2 mesi di pandemia sinora non c’è stata.

I numeri anzi dicono tutt’altro.

Basta andare a leggerli. Sono pubblici, ufficiali e provvisori, dell’istituto di statistica svedese.

La Svezia nei primi 4 mesi del 2020 conta o, meglio, piange complessivamente 2661 morti di più (+ 8,8%) rispetto ai primi 120 giorni del 2019, ma solo perché lo scorso anno è stato quello con il tasso di mortalità più basso negli ultimi 5 anni.

Se si guardano le statistiche di due anni fa, si scopre un dato straordinario: nel periodo della pandemia da coronavirus sono morte 669 persone in meno dello stesso periodo del 2018 (- 2%).

Anche nel 2015 ci furono più decessi rispetto al virale 2020: esattamente 132 morti in più. Invece, si registrarono 267 morti in meno nel 2017 e 1250 in meno nel 2016, rispetto sempre al 2020.

I pronostici dei profeti italiani dell’apocalisse (i famosi scienziati televisivi Pierluigi Lo Palco e Roberto Burioni, giusto per fare due nomi), di coloro che hanno cercato in tutti i modi di denigrare la strategia svedese per legittimare nella “guerra” mondiale contro il virus “il modello italia”, il modello fondato sul terrore e sul lockdown (tutto chiuso, tutti reclusi), sono miseramente naufragati.

I media italiani, autori negli ultimi due mesi e mezzo della più imponente opera di disinformazione della storia della Repubblica al servizio della propaganda della paura, tuttavia non si danno per vinti neppure davanti all’evidenza.

L’attività di sistematica demolizione dell’approccio svedese alla pandemia basato sulla ragione, sul contemperamento dei valori e interessi in gioco, sul senso di responsabilità dei cittadini e anche sulla scienza vera (non quella dei salotti televisivi italiani), infatti non si arresta.

L’ultima opera di manipolazione… di una lunga serie

E’ di ieri 8 maggio del 2020 un articolo de Il corriere.it  dal titolo chiaro:  “Svezia senza lockdown. Molti morti. “Siamo stupiti“, ma dal contenuto e dal messaggio manipolato.

Per dimostrare che la strategia della Svezia è fallimentare si mettono in confronto i dati della Svezia con quelli di Norvegia e Finlandia, gli altri due paesi scandinavi che invece hanno adottato una strategia più restrittiva.

Più specificamente, si mettono a paragone i dati dei morti con/per/da coronavirus.

Un dato che ha ben poca rilevanza scientifica. Risente, infatti, dai criteri usati per il computo e la classificazione dei morti: se il tampone viene fatto a tutti i morti, come in Svezia; se nella lista dei morti si mettono tutti quelli positivi al Covid (come in Svezia) o, al contrario, solo quelli rispetto ai quali un medico attesti che il virus abbia avuto una efficacia causale importante (come in Norvegia o Finlandia).

Valutazione quest’ultima molto soggettiva visto che il coronavirus – a guardare i dati epidemiologici disponibili in Italia (fonte Istituto superiore di sanità) e negli altri paesi – nel 57% dei casi concorre alla morte di persone con più di 80 anni, solo nell’1% di individui di età inferiore a 50 anni e comunque nel complesso affette, nel 96% dei casi, da almeno una grave patologia diagnosticata in precedenza.

L’unico dato veramente importante e oggettivo è il numero totale dei morti in un periodo sufficientemente ampio, confrontato con identico lasso temporale degli anni precedenti: è solo questo che offre la misura della letalità di un virus o di una epidemia e, soprattutto, consente di valutare l’efficacia delle misure di contrasto adottate.

Questo dato attesta che sinora, nei primi 4 mesi dell’anno, nonostante il “non lockdown” in Svezia, contrariamente a quanto sostiene il corriere.it, trionfalmente ripreso da decine di siti, la mortalità totale non è aumentata.

Anders Tegnell, epidemiologo dell’Agenzia per la salute pubblica svedese, contrariamente a quanto si scrive nell’articolo del Il corriere, infatti non “è stupito” per i morti complessivi, ma per l’alta percentuale (sui 3000 totali) di decessi di persone positive al Covid nelle case di riposo, poiché le uniche misure minimamente restrittive di prevenzione che il Governo aveva assunto riguardavano queste strutture.

La stessa operazione di manipolazione l’ha compiuta il Fatto quotidiano, qualche giorno prima, il 6 maggio: “Coronavirus, nella Svezia anti-lockdown più di 2900 vittime: tasso di mortalità record dei Paesi nordici“, è questo titolo di un servizio dal tenore analogo a quello de il corriere.it.

 

Milena… anche tu? Che disastro

La Svezia è stata vittima anche di Milena Gabanelli: una delle più autorevoli giornaliste italiane. Contagiata dal virus della manipolazione, si è aggregata alla folta schiera dei colleghi.

Sempre dalle stesse pagine del corriere.it, il 28 aprile la giornalista ha firmato un servizio dal titolo “Morti Covid, tutte le bugie dell’europa. Ecco i dati reali“.

In questo servizio, la Gabanelli che usa uno studio dell’Ispi (Istituto studi politica internazionale) mostra che in Svezia nel 2020 c’è stato un aumento della mortalità del 20% e che questi morti in eccesso sono di più di quelli dichiarati come persone morte con coronavirus. Lo stesso discorso viene fatto per tutti gli altri paesi europei (qui non interessa).

Ma tutta l’impalcatura della ricostruzione si fonda su dati relativi a un lasso temporale di 20 giorni, tra il 20 marzo e il 10 aprile, e sul confronto con lo stesso periodo del 2019: ciò che è assolutamente incompatibile con una valutazione epidemiologica seria degli effetti di un’epidemia.

Il tasso di mortalità, infatti, è estremamente variabile di mese e mese e di anno in anno: quello che conta è la mortalità complessiva annua o comunque di un periodo lungo.

Eppure, i dati più completi e relativi a un arco temporale più ampio sulla Svezia sono ed erano disponibili anche per la Gabanelli e sono stati ignorati: al massimo attestano che vi sia stata una mortalità dell’8% in più rispetto all’anno scorso e non certo del 20%, e per contro del 2% in meno rispetto al 2018.

Una campagna spietata di delegittimazione

Questi due servizi rappresentano solo gli ultimi di una vasta campagna di manipolazione dell’informazione ai tempi della pandemia sulla Svezia (e sugli altri paesi che si sono mossi secondo principi di razionalità) che ha visto protagonisti oltre il Corriere e il Fatto quotidiano, La Repubblica e l’agenzia di stampa l’Ansa.

Il 16 aprile del 2020 due studiosi Monica Quirico e Roberto Salerno hanno illustrato su www.wumingfoundation.com come la stampa italiana avesse fino a quel momento artatamente manipolato tutta l’informazione sulla Svezia: “Gli eretici di Stoccolma. Come e perché la stampa italiana disinforma su Svezia e coronavirus“, il titolo di un articolo molto istruttivo.

Un tema da approfondire

La stampa italiana ha naturalmente cavalcato l’onda dell’apocalisse e della paura su cui si è fondata la strategia italiana, magari solo per opportunismo o per naturale abitudine a essere serva del potere. Questo è comprensibile.

Ma perché manipolare con pervicacia l’informazione al fine di gettare discredito sui paesi come la Svezia (e la Germania, sia pure in maniera meno radicale) che hanno scelto una strada diversa? E perché continuare a farlo ancora oggi, a 60 giorni dall’inizio dell’emergenza?

 

 

 

 

 

Coronavirus e propaganda, Cateno De Luca contro Nello Musumeci: quando il bue dice cornuto all’asino. Il sindaco di Messina e il presidente delle Regione emanano provvedimenti egualmente invalidi. E c’è chi perde tempo a stabilire quali vincolano i cittadini

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Cateno De Luca e Nello Musumeci

 

Vale la mia. No, la mia è più bella ed efficace e la tua non vale nulla. Tu fai confusione. No, il contrario: sei tu che hai iniziato a non fare capire nulla alla gente.

Il sindaco di Messina Cateno De Luca contro il Presidente della Regione Nello Musumeci.

I fans dell’uno contro la brigata di razza dell’altro.

Oggetto di questa contesa con i tratti del romanzo kafkiano sono le ordinanze che i due “signori” adottano da oltre un mese e mezzo: spesso sono atti in contrasto tra di loro e/o con la normativa nazionale dettata (sulla scorta di due Decreti legge) con i Decreti del presidente del Consiglio dei ministri per contenere la diffusione del coronavirus.

In mezzo i cittadini messinesi e i siciliani.

Terrorizzati dal coronavirus, non solo da due mesi si sono visti come tutti gli italiani limitata drasticamente la libertà personale, valore fondamentale tutelato dalla Costituzione Repubblicana, ma non sanno neppure quali siano le norme a cui debbano attenersi.

Sono vittime due volte: del Covid 19 e delle iniziative propagandistiche e elettoralistiche dei due esponenti politici.

I due fanno la corsa a sfornare ordinanze contingibili e urgenti, a chi è più prolifico: ordinanze liberticide, ma anche illegali.

De Luca ha adottato l’ultima proprio ieri 21 aprile del 2020, l’ennesima: reca il numero 123; Musumeci dopo una specifica per Pasqua ne ha emanata un’altra con la pretesa di efficacia sino al 3 maggio a far data dal 19 aprile.

Giuridicamente si tratta di carta straccia.

Qualunque sanzione fosse basata su questi provvedimenti sarebbe oggetto di annullamento successivo da parte dei giudici ordinari.

Atti amministrativi di nessun valore ed efficacia giuridica, possibile fonte in astratto del reato di abuso d’ufficio, anche per i pubblici ufficiali che ne sanzionano le violazioni a responsabilità. I cittadini potrebbero fare a meno pure di leggerle.

Eppure, grazie alla complicità di giornali e al silenzio della quasi totalità di giuristi e politicanti nostrali, sono osservate (anche nelle parti irrazionali e inutili in contrasto con la normativa nazionale), per comprensibile ignoranza giuridica o anche solo per evitare grattacapi, in altre parole sanzioni amministrative: invalide certo, ma sempre da impugnare sostenendo le relative legali spese.

Le ordinanze del sindaco di Messina non hanno mai avuto alcuna reale efficacia: un paio sono state formalmente annullate.

Quelle di Musumeci sono prive di ogni valore dal 5 aprile scorso.

Da quel giorno l’unica normativa che vale, che impegna i cittadini, è quella nazionale: quella dei Dpcm, l’ultimo dei quali è stato adottato il 10 aprile scorso. E’ l’unica vincolante, almeno sino a quando non interverrà la Corte costituzionale (ma questo è tema che qui non rileva).

Qualunque sia la natura delle misure in esso contenute, più restrittive, com’era sino all’altro ieri, o meno restrittive: da qualche giorno alcuni sindaci e i presidenti delle regioni fanno a gara ad ampliare alcune libertà, dopo averle per 45 giorni illegalmente compresse.

Le ordinanze confermative della normativa nazionale sono utili solo all’affermazione dell’ego del politicante di turno.

E non perché lo dice (presuntuosamente) chi scrive, o lo dice pubblicamente la giurista Vitalba Azzollini e solo privatamente (alcuni per mero opportunismo professionale) tutti i giuristi con un minimo di onestà intellettuale.

Lo dice la legge, precisamente il Decreto legge n° 19 del 25 marzo.

Salvo che qualche scienziato del “rovescio” non voglia sostenere che in tempo di coronavirus la legge non valga nulla e vale la legge dello sceriffo di turno, il che non stupirebbe visto lo scempio che si è fatto dello Stato di diritto.

Basta leggere il decreto legge (si trova facilmente in rete), tenendo presente quella che è la ratio: ovvero porre uno stop alla macchina continua di ordinanze da parte di sindaci e di presidenti delle regioni, con il conseguente attentato alla certezza del diritto.

Con questo provvedimento che ha la forza di una legge ordinaria (la sola con cui secondo la Costituzione repubblicana si può limitare, e solo in casi specifici, la libertà personale), all’articolo 2 si è stabilito:

1) che da quel momento per contenere la diffusione del virus potessero essere adottate una serie di misure elencate tassativamente all’art 1 dello stesso decreto legge e solo con Decreto del presidente del Consiglio, il famoso Dpcm;

2) che dal 5 aprile cessava ogni potere di emanare ordinanze da parte dei Presidenti delle Regioni e si ribadiva che i sindaci non potessero adottarle;

3) che i Dpcm potessero essere adottati anche su proposta dei presidenti delle regioni interessate nel caso si trattasse di fare fronte a necessità di carattere regionale.

Punto. Semplice: ai presidenti delle regioni (e ai sindaci) è tolta ogni competenza.

C’è chi per sostenere la validità delle ordinanze del Presidente Musumeci fa notare che all’articolo 3 il Decreto legge prevede che: “Nelle more dell’adozione dei decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, i presidenti delle regioni in relazione a specifiche situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario verificatesi nel loro territorio o in una parte di esso, possono introdurre misure ulteriormente restrittive, tra quelle di cui all’articolo 1, comma 2 (…) “.

L’operatività di questa norma si basa su due presupposti: innanzitutto, specifiche situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario; in secondo luogo, su ciò che il presidente proponga le misure al Governo e in attesa che quest’ultimo decida, essendovi l’urgenza, adotti le misure più restrittive con efficacia sino all’emanazione del relativo Dpcm.

Risulta a qualcuno che Musumeci abbia avanzato simili proposte di misure specifiche  al Governo?

E soprattutto: è a conoscenza qualcuno che in Sicilia ci siano state ad aprile “situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario”?

O non è vero – stando ai dati che diffonde lo stesso Musumeci – il contrario?

Risulta ciò ad almeno uno dei silenti 40 deputati regionali?

Giusto per fare un esempio virtuoso, ne ha contezza il deputato di opposizione Claudio Fava, censore attento dei fenomeni di illegalità? O, forse, si occupa solo di illegalità mafiosa…. passata?

Tra il serio e il faceto. Il retroscena: Quando il capo supremo dei coronavirus si incontrò in segreto con Cateno De Luca e gli concesse l’immunità di gregge per il tempo necessario a distribuire le uova pasquali

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“Il vostro sindaco vi ordina di stare in casa” e di uscire ma solo a gruppi (possibilmente folti) per ricevere l’uovo di pasqua che lui vi consegnerà personalmente.

Chi ha trovato in questo messaggio qualcosa di contraddittorio o di incoerente non ha capito ancora nulla dell’onnipotenza di Cateno De Luca.

Davvero qualche malpensante alla vista delle immagini del primo cittadino intento a distribuire in vari quartieri della città le uova di cioccolata con la sorpresa dentro attorniato da decine di persone ha potuto pensare che lui, l’uomo che ama i propri cittadini come i figli, ne avrebbe mai messa a rischio la salute?

Che lo avrebbe fatto dopo un mese e mezzo poi di martellante campagna del terrore, al limite dello stalking, con cui ha imposto, da vero sceriffo, limitazioni alle libertà che la legge dello Stato neppure prevedeva?

La salute poi di coloro che soffrono tra l’amianto dentro le baracche (ma con i condizionatori e le antenne paraboliche) per i quali sacrificherebbe la vita?

Ma no! Siamo seri! Mica lui è come i famigerati sciatori contro i quali ha condotto una dura battaglia e istigato una sacrosanta caccia all’untore.

Ci sono cose che gli umani normodotati, i criticoni dei social, quelli che “De Luca è la causa di tutti i mali”, quelli che si indignano a corrente alternata, non sanno; neppure immaginano. E che il primo cittadino non può rivelare per comprensibile riserbo.

Allora, a scanso di equivoci, in modo da evitare che intervenga di nuovo il Garante dell’infanzia (il vescovo Giovanni Accolla no, lui le labbra le scolla solo se a De Luca sfugge qualche parolaccia), è bene rivelare l’arcano.

De Luca sapeva che l’assembramento, prevedibile e inevitabile, per la distribuzione delle uova non avrebbe assolutamente messo in pericolo nessuno delle decine di persone accorse entusiaste. Bastava però che fosse osservata una condizione: la sua presenza.

Ah si, e perché?

Il primo cittadino dopo oltre un mese di spettacolini da vera star del genere tragico comico, appositamente studiati per far ridere i virus in modo da renderli meno aggressivi, proprio alla vigilia della santa Pasqua è stato convocato dal Capo supremo dei coronavirus, una sorta di ape o formica regina.

Un incontro segreto, avvenuto di notte, senza testimoni.

Per l’occasione De Luca eccezionalmente si è dovuto muovere senza gli uomini del suo nucleo di tutela.

E non si pensi sia una boutade come la telefonata che ricevette da Papa Francesco non appena divenuto sindaco, quando pianse per la commozione.

Il capo supremo degli esserini invisibili che hanno gettato l’Italia nel terrore si è voluto complimentare personalmente con il sindaco: mai nella triste e millenaria storia dei virus c’era stato un umano capace di metterlo così tanto di buon umore.

In genere, i cattivissimi umani cercano sempre di inventare vaccini, farmaci anti e retro virali: di sterminarli. De Luca no.

Il sindaco, grazie all’aiuto di vallette e ballerine trasformate in giornalisti, ha messo in atto una strategia nuova: diffondere l’allegria tra esseri invisibili e infelici, costretti loro malgrado a vivere per complicare la vita degli altri.

C’è mancato poco che De Luca, gratificato da tale complimento, inscenasse uno sketch esilarante. Per la verità aveva già a razzo elaborato un (comico) comizio.

Era quasi sul punto di iniziare.

Il capo supremo l’ha fermato: “Ti prego mi hai già fatto scompisciare dalla risate. Non esagerare“, l’ha implorato.

De Luca ha abbassato lo sguardo, costernato. Ma il prestigioso interlocutore l’ha subito tirato su: “Ho per te un premio, per ringraziarti di tutto. Siccome siamo in periodo di Pasqua e so che tu sei tanto generoso e ci tieni tanto a donare le uova alla tua gente, a sentire il loro calore, concedo a te e a tutti coloro che si assembreranno attorno l’immunità di gregge, giusto il tempo della consegna“.

Gli occhi di De Luca si sono illuminati. Immediatamente ha immaginato il bagno di folla, la cosa che più lo eccita; la richiesta di foto come accade agli attori famosi. Gli è balenata in mente anche la promessa di voti futuri, la cosa che meno gli interessava, un’idea ripugnante: “Bravo signor sindaco, la prossima volta i voti tutti vostri sono!“.

Il sindaco si è inchinato per baciare le mani al capo supremo ma questi d’improvviso si è volatilizzato.

Come d’incanto De Luca si è ritrovato in mezzo al letto. Erano le 5 di mattina. Eccitato per l’incontro, con l’adrenalina a mille, ha subito preso il telefono e svegliato tutti i suoi collaboratori e assessori.

Il piano A va annullato, le uova di Pasqua le porto io nei quartieri di persona personalmente. E’ un ordine: ve lo ordino io e quello che dico non si discute, perché io so i cazzi mei“, ha intimato, tenendo a tutti nascosto l’incredibile incontro di qualche ora prima.

Il piano A? Cos’era il piano A?

Sarebbero state decine i volontari impegnati nella stessa operazione, ma l’amministrazione non poteva mancare: per giorni si era discusso in Giunta su come distribuire le uova senza violare il divieto di assembramento, unica misura davvero razionale per limitare il contagio.

Alla fine De Luca aveva avuto un’idea geniale. Recapitare le uova dall’alto, stile cicogna.

Non avrete certo immaginato che i droni con cui l’ingegner Gabriel Valentino Versaci fa le prove da un mese servissero per tenere sotto scacco la gente?

Questa era solo la motivazione apparente, per non rovinare la sorpresa.

Il sindaco aveva deciso di usare i droni nonostante le obiezioni di un suo fidatissimo assessore: “Ma Cateno se le uova le porta il drone, alla prossima tornata elettorale la gente cercherà drone sulla scheda del voto e noi dopo aver candidato alle europee la collega Daffine non possiamo certo candidare anche il drone, a tutto c’è un limite“.

De Luca ha schiumato di rabbia: “Ma perché noi le uova le consegniamo per alimentare e far crescere clientele? Come ti permetti di fare queste basse insinuazioni?“, l’ha aggredito.

Dopo una breve e interminabile pausa d’imbarazzato silenzio ha soggiunto: “Ho letto nelle carte di un’inchiesta, come si chiama? Ah si, Matassa, che a Messina i miei predecessori le buste della spesa le consegnavano con le ambulanze dismesse. Che miserabili. Noi dobbiamo essere migliori, al di sopra di ogni sospetto: lungimiranti e generosi. Non aspettare la settimana prima delle elezioni. Cominciamo con largo anticipo. E dobbiamo anche essere efficienti e tecnologici: i droni sono perfetti“, aveva sentenziato.

Poi, l’incontro che susciterà l’invidia di virologi ed epidemiologici ha stravolto il piano. L’ingegnere dei droni dovrà attendere ancora.

Il sindaco podestà fatto martire nella stagione dell’emergenza coronavirus: se uno Stato incoerente perde ogni credibilità e fa il gioco del ribaldo di turno. Il Governo si mobilita contro l’ordinanza palesemente illegittima di Cateno De Luca, ma lascia correre sulle ordinanze di Nello Musumeci e degli altri presidenti di Regione. E così gli oppositori del primo cittadino

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Violazione della stessa legge. Identica lesione delle libertà fondamentali sancite dalla Costituzione.

Per sanare il vulnus determinato dall’ordinanza del sindaco di Messina Cateno De Luca che chiudeva lo stretto di Messina il Governo nazionale ha seguito la strada dell’annullamento straordinario.

Invece, si è comportato come Ponzio Pilato, girandosi dall’altra parte, rispetto ad analoghe ordinanze inutilmente liberticide assunte da vari presidenti delle regioni, primo fra tutti da quello della Regione Sicilia, Nello Musumeci (ma anche della Lombardia), in epoca successiva al 5 aprile 2020, termine ultimo di efficacia di qualsiasi provvedimento locale in materia di contenimento della diffusione del coronavirus.

Allo stesso modo, facendo finta di nulla, si sono atteggiati i giuristi, i sindacalisti, i (pochi) giornali, la Rete dei 34, che si erano battuti contro l’ennesima prevaricazione del sindaco di Messina.

I principi costituzionali non valgono sempre chiunque li infranga?

O forse, parafrasando George Orwell la legge se non la rispetta Tizio vale tantissimo e se non la osserva Caio fa niente, non vale nulla?

Come si può essere credibili se si applicano due pesi e due misure?

Il governo italiano con la sua incoerente condotta ha offerto al sindaco di Messina uno straordinario assist: da abile manipolatore qual è, sfruttando da par suo la psicosi collettiva che alimenta ogni giorno, ha avuto gioco facile in assenza di contraddittorio nello spiegare che lui è vittima di una persecuzione perché difende i cittadini messinesi da un governo imbelle, se non addirittura razzista.

Insomma, un martire: già preso di mira per il suo attivismo dal ministro degli Interni, Luciana Lamorgese, che lo ha denunciato per vilipendio delle istituzioni (come se insultare le persone fosse un modo concreto per risolvere i problemi), irrorando così di olio lubrificante i meccanismi sempre ben curati del suo gioco vittimistico.

De Luca, non va dimenticato, da ultimo ha aumentato il suo consenso proprio grazie agli “spregiudicati” arresti di cui è stato vittima qualche mese prima delle elezioni amministrative del 2018: misura cautelare fatta a fettine dal Tribunale del Riesame. Ciò che gli ha consentito di ergersi a martire della giustizia che non funziona: emblema in cui si sono immedesimati tutti coloro che con il (dis) servizio giustizia hanno avuto a che fare.

In quest’ultima occasione, il sindaco – per usare una metafora – ha recitato ottimamente la parte del ladro che per dimostrare di essere innocente non ha argomentato sulla liceità della sua condotta, ma ha con passione sostenuto non andasse punito perché i suoi complici erano stati graziati. 

I fans ci sono cascati. E questo non meraviglia.

Meraviglia che persone che fanno politica da anni possano pensare di fare un’opposizione credibile e costruttiva alle prevaricazioni di un maestro di propaganda come De Luca senza essere coerenti; senza onestà intellettuale. Senza battersi per la difesa dei valori su cui si fonda la comunità, chiunque vi attenti, anche il proprio amico o ex compagno di classe: liberi dalla logica della tribù. 

Antonio Saitta, persona di sicura e ampia cultura giuridica e candidato a sindaco (perdente) alle ultime elezioni amministrative, ha esultato alla notizia che il Consiglio di Stato avesse dato il via libera alla bocciatura dell’ordinanza liberticida del 5 aprile del 2020, una delle tante sfornate da De Luca e usate unicamente per aumentare il consenso.

E si è avventurato in una chiosa accusatoria ad ampio raggio a chi sostiene acriticamente il sindaco, pure condivisibile per gran parte.

Ma non ha speso pubblicamente una parola sulle ordinanze del presidente Musumeci oltremodo irrazionalmente limitative della libertà personale, benché anche queste si applichino nella città di Messina: giusto per smontare l’argomentazione secondo cui ci può opporre concretamente solo a ciò che ha effetti sulla propria sfera giuridica.

Non una parola l’hanno spesa i nostrali e fieri contestatori di De Luca, che proprio per la pervicacia con cui il sindaco vìola le regole ne hanno chiesto al Governo la rimozione.

Al contrario, per esempio, della giurista Vitalba Azzollini che dalle pagine di www.meridionews.it ha criticato aspramente sia l’ordinanza di De Luca e sia quelle di Musumeci.

E allora non c’è da stupirsi se a chiunque venga il sospetto che il problema non sia difendere i principi e i valori, ma fare politica, campagna elettorale, attaccare l’avversario. Esattamente quello che fa De Luca, incurante degli effetti negativi che il clima di tensione crea ai cittadini che ama: li ama e li terrorizza, per poi proteggerli. E se è così, l’opposizione in quanto egualmente fanatica è anche sterile e improduttiva: perdente, perché non incide sul vuoto di cultura in cui sguazza De Luca.

Perché pensa di batterlo giocando sul terreno su cui il sindaco/podestà è maestro, imbattibile: quello dell’arena virtuale di face book e delle manipolazioni dialettiche.

L’ordinanza del sindaco era palesemente illegittima, come quelle precedenti. E come lo sono però a partire dal 5 aprile anche quelle di Musumeci.

Il Consiglio di Stato per dimostrarlo si è dilungato in una dotta e arzigogolata disquisizione.

Il costituzionalista Antonio Ruggeri è sceso in campo ospitato dalla Gazzetta del sud, da mesi “amichevolmente” al fianco della propaganda del terrore “deluchiana”, per bacchettare il suo allievo Antonio Saitta e i giudici del massimo organo della giurisdizione amministrativa: altra dotta disquisizione, così lunga da necessitare la divisione in due parti, su principi, valori, ecc.

Ma per chi non è così dotto, basta leggere il decreto legge del 25 marzo del 2020 e tenere a mente il principio costituzionale fondamentale secondo cui la libertà può essere limitata solo con legge emanata dal Parlamento (cui non senza forzature si ammette sia equiparabile il Decreto legge).

Con il Decreto legge del 25 marzo si è autorizzato il Governo tramite Decreto del presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm) ad adottare le misure limitative della libertà ritenute necessarie per contenere la diffusione del virus tra quelle tassativamente definite e si è stabilito che dal 5 aprile non ci sarebbe stato spazio alcuno per ordinanze di sindaci e Presidenti delle Regioni: quest’ultimi, se avessero avuto delle esigenze particolari e locali meritevoli di tutela avrebbero dovuto rappresentarle al Governo che, eventualmente, le avrebbe potute far divenire norme cogenti sempre e solo con Dpcm.

Punto. Tutto il resto sono masturbazioni accademiche.

A partire dal 5 aprile tutto quello che ha fatto De Luca e ancora di più Musumeci e gli altri Presidenti delle Regioni è illegittimo, anticostituzionale: carta straccia.

Andare a guardare al merito delle varie ordinanze è cosa ancora più ridicola, perché sarebbe come dire che siccome un cancelliere del Tribunale ha fatto una sentenza migliore e più giusta di quella che avrebbe fatto un giudice allora la si ritiene efficace e valida.

Violazione della Costituzione con il pretesto del terrore (ingiustificato) per il virus, il Consiglio di Stato boccia l’ ordinanza “blinda Sicilia” del sindaco/podestà Cateno De Luca. La necessità di opporsi alle prevaricazioni per difendere la libertà e la democrazia

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“Bocciato”, per l’ennesima volta.

Urla, sbraita, attacca le Istituzioni, incita alla caccia all’untore, solletica i delatori, terrorizza i cittadini per poi rassicurarli. E sforna ordinanze contingibili e urgenti: tutte nulle, invalide. Da non applicare. Carta straccia. 

Ma questa volta Cateno De Luca l’aveva fatta proprio grossa.

Voleva chiudere lo Stretto di Messina: ovvero la porta di ingresso in una delle regioni più grandi d’Italia.

Il sindaco di una città di 230 mila abitanti intendeva subordinare la libertà d’ingresso nel territorio in cui vivono cinque milioni di persone – la libertà di circolazione, una delle più importanti tra quelle garantite dalla Costituzione e da tutte le convenzioni internazionali – al nulla osta, udite udite, della polizia municipale, ovvero di persone a suo completo servizio che salvo delle eccezioni non conoscono neppure una delle norme, quelle valide si intende, dettate per contenere la diffusione del Covid 19, non parliamo poi della Carta costituzionale: chiunque lo può verificare. 

Neppure un Governo di pusillanimi come quello attualmente in carica poteva  fare finta nulla.

Ecco allora che il ministro degli Interni Luciana Lamorgese ha avanzato proposta di annullamento straordinario chiedendo al Consiglio di Stato il relativo parere.

Il massimo organo della giurisdizione amministrativa ci ha messo poco a rilevare ciò che era evidente a chi aveva cognizioni giuridiche elementari. “Il provvedimento è adottato in carenza assoluta di potere e viola la Costituzione”, ha sancito in sintesi il Consiglio di Stato, dando il via libera all’invalidazione dell’ordinanza entrata in vigore proprio questa mattina.

Dopo l’ordinanza “coprifuoco”, bocciata timidamente dal Prefetto Maria Carmela Librizzi,  De Luca – una laurea proprio in legge – deve incassare una nuova sonora stroncatura: ce ne sarebbe a sufficienza, sotto il profilo giuridico, per promuovere la sua rimozione vista la pervicacia con cui viola le leggi e la Costituzione.

Ma si sa i populisti, specie in epoca del terrore (ingiustificato) le bocciature le trasformano presto in attacco alle Istituzioni: il sindaco di Messina in propaganda e demagogia è maestro.

C’è da aspettarsi che nelle prossime ore, De Luca anche con le sue quotidiane dirette face book, spieghi in maniera accorata, da vero attore calato nella parte, che lui vuole proteggere solo i messinesi, anzi tutti i siciliani; che le istituzioni centrali sono corrotte e non capiscono nulla. E che presto saremo invasi dal terribile virus.

E c’è da prevedere che avrà largo spazio sui media: “Babbara D’Usso” è già in fibrillazione.

D’altro canto ogni volta che annuncia di violare la Costituzione e la legge, ottiene ospitalità di giornali nazionali e reti televisive, anche quelle del servizio pubblico, pagato dai cittadini italiani e non solo dai suoi rumorosi fans.

Sbaglia chi ritiene che De Luca benché si muova sempre sopra e oltre la legge e l’etica della convivenza civile, abbia solo il consenso di fans rumorosi e fanatici che face book ha fatto diventare esperti di diritto, di medicina, di cinema e di storia ecc.

Può infatti godere del consenso di una buona fetta della borghesia messinese: non solo di coloro che sono terrorizzati e si sentono protetti da chi li spaventa.

Ha la complicità silenziosa dei vari politicanti e portaborse della città che da oltre un mese sono chiusi in casa, in quarantena: alcuni solo per ignavia o mancanza di coraggio; altri già perché in affari da tempo con il sindaco: dove sono finiti i deputati e i senatori messinesi che hanno votato la fiducia al Governo Conte che De Luca dileggia un giorno si e l’altro pure?

Fruisce del sostegno dell’unico quotidiano cartaceo della città, la Gazzetta del sud, impegnata a pieno regime (come tutta la stampa d’altronde) a spargere terrore, a moltiplicare i morti,i contagiati, i pericoli e rischi.

L’editorialista di punta, Lucio D’amico, colui che durante la campagna elettorale del 2018 incitava lo sfidante candidato alla carica di sindaco Dino Bramanti (l’uomo del Centro Neurolesi, gioiello della Fondazione Bonino Pulejo, editrice della stessa Gazzetta del sud), a brandire l’arma (squallida) dei guai giudiziari di De Luca, tanto che quest’ultimo lo ribattezzò “Nemico”, dopo che De Luca è divenuto sindaco è stato folgorato sulla via di Damasco.

“Maglie strettissime nello stretto. E’ importante chiudere lo Stretto”, ha plaudito (solo per citare uno degli interventi a sostegno dell’operato illegale del sindaco) D’amico, dimentico che in Italia sino a quando dalla follia collettiva non si passerà anche formalmente a un regime dittatoriale, De Luca e D’amico (prima Nemico) sono soggetti alla legge. Non vuota forma ma strumento con cui vengono bilanciati i vari interessi e valori in gioco ogni volta che bisogna affrontare un problema.

Cateno De luca a Messina è considerato fonte del diritto, anzi la fonte primaria, sopra la legge, oltre la legge.  

Un novello podestà, di fascista memoria, al quale i cittadini si rivolgono quotidianamente per denunciare il vicino che esce per passeggiare sotto casa o va a correre, tutte attività lecite anche ai tempi della follia collettiva, ma che il sindaco recalcitrante al diritto ha fatto diventare illegali: esattamente ciò che accadeva negli anni precedenti alla definitiva presa del potere del fascismo.

De Luca copre un vuoto politico enorme, un enorme stagno di melma, così ampio che ci sguazza dentro. Non sarà certo l’opposizione in poltrona davanti al pc e via facebook a riempirlo. 

Il terribile virus, dipinto come tale per ragioni politiche ed economiche, ma che terribile non è, un merito ce l’ha: ha reso ancora più evidente, se ve ne fosse stato bisogno, di quali virtuosismi propagandistici sia capace il primo cittadino e di come sia necessario opporsi alle sue prevaricazioni per difendere la libertà e la democrazia.

Così come a quelle di altri politicanti di lungo corso che sfruttando lo stato di terrore in cui è precipitata l’Italia e per coprire la loro inefficienza e le loro responsabilità di anni di malgoverno, emanano provvedimenti liberticidi e illegali, criminalizzando i cittadini che hanno una sola e grave colpa: quella di essersi affidati a loro.

L’ordinanza del presidente Nello Musumeci del primo aprile del 2020 è palesemente illegittima, come quella di De Luca ora annullata, e tuttavia la gente è indotta a osservarla ritenendola valida, o solo per evitare grattacapi. Nessun esponente politico lo denuncia.

I giornali neppure se ne occupano: d’altro canto la Regione Sicilia per contenere la diffusione del virus non ha distribuito pubblicità a pioggia (e già questo fa ridere lo stesso invisibile virus) a tutte le testate? E gli editori non hanno bussato alle porte di Musumeci per ottenere finanziamenti e uscire da una crisi che dura da un decennio e nulla ha a che fare con il coronavirus?

 

 

IL CORSIVO. “Ex gil”: come ti risolvo un problema trentennale in diretta facebook e in un’ora. Se il metodo “deluchiano” del blitz non colpisce i veri responsabili, non migliora le cose e lascia il deserto

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Il sindaco Cateno De Luca e il custode dell'ex Gil

Il sindaco Cateno De Luca e il custode dell’ex Gil

“Licenziare i custodi per scarso rendimento e chiudere l’impianto per carenze igieniche strutturali”.

E’ bastato che il sindaco Cateno De Luca si spostasse per un’oretta da Palazzo Zanca  ed ecco che uno dei tanti problemi della città è stato risolto.

Il clamore, quello che tanto eccita il primo cittadino, che nei suoi continui blitz si muove con telecamera al seguito, in questo caso è stato pure amplificato: il custode, sorpreso a vedere la televisione in orario di servizio e umiliato da De Luca in veste di attore comico, è salito su un tetto minacciando di buttarsi giù.

Il problema “ex Gil” è stato risolto radicalmente.

In un batter baleno ci si è liberati di custodi ignavi, scansafatiche e “ruba stipendio” e dei costi di manutenzione dell’unico impianto sportivo di atletica del centro città, la cui pista solo un anno fa era stata rifatta per la modica cifra di 200 mila euro.

Un risparmio per le esangui casse del Comune senza precedenti: da “Manuale del (perfetto) aspirante amministratore comunale”, per citare il libro che il sindaco ha pubblicato qualche tempo prima di essere eletto, a maggio del 2018, alla guida della città.

E gli sportivi? Gli utenti dell’impianto? Le decine di ragazzini che al pomeriggio si allenano? I giovani che invece di stare nelle sale giochi o nei luoghi di spaccio socializzano con i coetanei, abituandosi alla fatica? Le persone di mezza età o anche anziane che preferiscono lo sport alle sale bingo?

Beh,quelli se ne facciano una ragione. Il risparmio prima di tutto.

D’altronde, basta attendere qualche mese e l’impianto verrà dato in gestione a qualche privato che lo renderà funzionale, moderno, pulito.

Qualche privato disposto pure a perdere denaro pure di mostrare che De Luca è un genio dell’amministrazione della cosa pubblica.

Anzi, non si capisce perché non lo si imiti pure nelle altre città d’italia, dove ancora i sindaci e gli assessori  pensano che siano eletti (e anche pagati) per risolvere i problemi: trovare i fondi e ristrutturare gli immobili pubblici fatiscenti; fare pulire e far lavorare il personale e in caso estremo licenziarlo dopo aver seguito le procedure di legge.

Dove fanno i conti con un principio elementare: ci sono servizi pubblici i cui ricavi non possono coprire i costi, servizi che vanno finanziati con la fiscalità generale.

Invece De Luca è avanti: per un anno lascia marcire il problema e poi con un blitz lo risolve.

E’ come se il direttore generale di un ospedale, che per un anno ignora le segnalazioni dei pazienti sui disservizi in un reparto e sulle perdite di acqua dai soffitti, poi una mattina si sveglia, va nel reparto, trova i medici e infermieri che sono nei corridoi a chiacchierare e che fa?

Licenzia tutti e chiude il reparto, facendo pentire gli utenti di aver segnalato le disfunzioni.

E’ ovvio, non c’è neppure bisogno di scomodare gli avvocati, che nessun giudice avallerà il licenziamento dei custodi operato secondo i metodi “deluchiani”. E per le casse pubbliche c’è da augurarsi che i dirigenti, cui il sindaco ha dato disposizioni in tal senso, non le traducano in un provvedimento concreto e suicida.

Non perché i custodi non meriterebbero di essere licenziati. E De Luca, più in generale, non colga nel segno, come tutti sanno, nell’individuare ad ogni blitz sacche vergognose di lassismo e di parassitismo, a cui nessuna amministrazione precedente ha mai provato a rimediare. 

Chiunque frequenta quell’impianto sportivo sa che da sempre i custodi omettono di compiere qualsiasi attività che sia diversa da chiudere e aprire la porta, accendere e spegnere le luci. E passano le otto ore di servizio a non fare niente.

L’erbaccia invade la pista e le radici la deteriorano? “Non è compito nostro”. Ci sono bottiglie e rifiuti sulla pista? “Non è compito nostro”. Gli spogliatoi e i bagni sono sudici? “Non è compito nostro”.

E’ stata sempre questa la risposta che hanno dato, spalleggiati da complici sindacalisti che invece di difendere il lavoro e gli interessi collettivi, difendono il loro posto di lavoro e i relativi privilegi.

Per non dire di alcuni di loro che alla sera in inverno arrivano a chiudere un’ora prima o, più in generale, quando fa loro comodo. E non raccontare di come per un anno a un “signore”  (peraltro medico di professione) i custodi abbiano permesso che ogni lunedì mattina entrasse direttamente negli spogliatoi, si depilasse testa e il corpo, facesse la doccia e andasse via lasciando sul pavimento un tappetino di “morbido tessuto”.

Nessun dirigente, e qui vengono a galla le vere e gravi responsabilità, però ha mai imposto con ordine di servizio lo svolgimento delle mansioni ai custodi, benché il contratto collettivo enti locali sia chiaro sul punto: disciplina sola la figura di custode del cimitero e prevede che questi debba pulire finanche la stanza settoria, dove si fanno le autopsie, figurarsi se il custode degli impianti sportivi, peraltro dotato di abitazione gratis, possa limitarsi ad aprire e chiudere le porte, giustificandosi così uno stipendio pari a quello del collega.

Né quindi nessun dirigente del Comune, magari uno di quello che da anni incassa al 100% l’indennità di risultato come se avesse centrato tutti gli obiettivi, ha mai adottato sanzioni disciplinari idonee a fondare progressivamente un licenziamento legittimo.

Né tantomeno mai è stato istituito un orologio marcatempo, con tanto di badge, pure obbligatorio per legge.

Altro che “tutto era pulito, funzionante e in ordine durante la precedente sindacatura di Renato Accorinti”, come ha scritto tra lo stupore di tutti gli addetti ai lavori in un comunicato stampa “Messina accomuna”, sigla riconducibile all’ex assessore Guido Signorino e allo stesso Accorinti.

A ben vedere, di questi ordini di servizio non ce ne dovrebbe essere neppure bisogno se solo chi ha la fortuna di avere un lavoro in una città con punte di disoccupazione di oltre il 30%, desse dignitosamente un senso allo stesso, senza nascondersi dietro cavilli giuridici,  interpretazioni contrattuali e sindacalisti pessimi.

Il custode non può certo rispondere delle carenze strutturali.

Queste invece richiamano alle responsabilità i dirigenti, su cui De Luca per la verità ha acceso egualmente i riflettori, gli assessori e lo stesso sindaco, sempre più specialista della politica del blitz che, però, alle spalle lascia solo il clamore mediatico e davanti il deserto.