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Capo dell’Ispettorato del lavoro e consigliere comunale: per la legge le due cariche non si possono cumulare ma Gaetano Sciacca ha dichiarato che non è incompatibile. Ecco cosa rischia l’esponente del Movimento 5 Stelle. La crociata spuntata di “Diventerà bellissima”, dopo il flop nelle urne

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Gaetano Sciacca con accanto il deputato regionale del M5Stelle Valentina Zafarano

Gaetano Sciacca con accanto il deputato regionale del M5Stelle Valentina Zafarana


Al mattino ordina le ispezioni per verificare il rispetto della normativa a tutela dei lavoratori nei luoghi di lavoro e firma eventuali provvedimenti sanzionatori e denunce in Procura per datori di lavoro; al pomeriggio siede tra gli scranni di Palazzo Zanca e guida l’azione politica del Movimento 5 Stelle.

Un giorno, applicando il principio di imparzialità dell’azione amministrativa coordina le decine di dipendenti dell’ufficio di via Ugo Bassi; il giorno successivo si batte per far passare delibere che risolvano i problemi della città secondo la visione della parte politica che rappresenta.

Su Gaetano Sciacca, candidato perdente a sindaco del Movimento 5 Stelle e consigliere comunale in carica, pende un’azione giudiziaria diretta a stabilire se si potesse o meno candidare e a sancirne nel secondo caso la decadenza.

Tuttavia, il capo dell’Ispettorato del Lavoro di Messina – legge alla mano – dovrebbe essere costretto a scegliere tra il suo incarico dirigenziale e quello di rappresentante dei cittadini messinesi molto prima che gli organi della giustizia si pronuncino.

Anzi, doveva esserlo un attimo dopo aver giurato come consigliere comunale.

Sciacca, il 10 luglio del 2018, ha sottoscritto al pari di tutti gli altri 31 colleghi una dichiarazione con cui ha affermato che non versa in alcuna situazione di incompatibilità.

La legge però lo smentisce.

E lo smentisce la giurisprudenza della Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, competente a vigilare  sull’attuazione del decreto legislativo 39 del 2013 che disciplina la materia della “Inconferibilità e incompatibilità degli incarichi presso le pubbliche amministrazioni”.

Il Genio della legalità

La legge all’articolo 12 sul punto è chiarissima: “Gli incarichi dirigenziali, interni e esterni, nelle pubbliche amministrazioni, negli enti pubblici e negli enti di diritto privato in controllo pubblico di livello regionale sono incompatibili: b) con la carica di componente della giunta o del consiglio di una provincia, di un comune con popolazione superiore ai 15.000 abitanti

L’ex capo del Genio civile è, infatti, un dirigente della regione Sicilia, a cui è stato affidato l’incarico di capo di un ufficio, che peraltro ha competenza anche nel comune in cui svolge le funzioni di consigliere comunale.

Di recente l’Anac (delibera) ha dichiarato incompatibile alla carica di consigliere del comune di Roseto degli abruzzi un dirigente della regione Abruzzo, titolare del Servizio Bilancio del Dipartimento Risorse e Organizzazione, ribadendo un principio più volte enunciato: “Tutti gli incarichi dirigenziali interni ed esterni mediante i quali sia conferita la responsabilità di un servizio/ufficio, sono soggetti alla disciplina del decreto legislativo n. 39 del 2013 in materia di incompatibilità“, ha scritto il presidente Raffaele Cantone.

Una situazione identica a quella in cui versa Sciacca.

L’Ispettorato provinciale del Lavoro di Messina nell’organigramma regionale è configurato come Servizio, precisamente il XVIII del Dipartimento Lavoro dell’Assessorato alle politiche sociali e alla famiglia.

Aut….aut

Secondo la normativa è il Responsabile della prevenzione della corruzione della regione Sicilia, Emanuela Giuliano, a dover contestare l’incompatibilità a Sciacca, diffidandolo ad optare tra i due incarichi entro i 15 giorni successivi alla sua comunicazione.

Se Sciacca non rimuove la situazione di incompatibilità nel termine, allora l’avvocato Giuliano deve risolvere il contratto di responsabile dell’Ispettorato.

In teoria, l’incompatibilità finalizzata alla decadenza da consigliere potrebbe essere anche contestata dal Consiglio comunale, ma come l’esperienza ha anche di recente mostrato le possibilità che accada sono pari allo zero.

 

Dichiarazioni dubbie e sanzioni certe

La rimozione della causa di incompatibilità non salverebbe Sciacca da una sanzione prevista dalla legge per la dichiarazione resa al momento dell”insediamento: “La dichiarazione mendace, accertata dalla stessa amministrazione, nel rispetto del diritto di difesa e del contraddittorio dell’interessato, comporta la inconferibilità di qualsivoglia incarico dirigenziale per un periodo di 5 anni”, stabilisce la legge.

La norma fa salva la responsabilità penale che passa comunque dalla dimostrazione che Sciacca sapeva di essere incompatibile.

La crociata…. e il buco nell’acqua

I ricorsi amministrativo e civile volti a dichiarare l’ineleggibilità di Sciacca sono stati proposti dagli esponenti della lista “Diventerà Bellissima”, riconducibile all’avvocato Ferdinando Croce, capo di gabinetto dell’assessore regionale alla Sanità.

La lista all’ultima tornata elettorale non raggiunse per poco il quorum del 5% necessario per partecipare alla ripartizione dei seggi e con il ricorso vorrebbe rientrare in lizza.

Infatti, l’azione giudiziaria mira non tanto e non solo all’annullamento dell’ammissione di Sciacca alla tornata elettorale ma soprattutto, come effetto a cascata, al successivo annullamento degli 11 mila voti ottenuti dall’unica lista dei Movimento 5 Stelle collegata a Sciacca, in modo che si abbassi il numero dei voti necessari per superare il 5%.

L’ineleggibilità cui sarebbe incorso Sciacca – secondo il legale di Diventerà bellissima Alberto Pappalardo – è di essere “dipendente della regione Sicilia con qualifica non inferiore a direttore o equiparata”, secondo quanto previsto art. 9 della legge regionale 31 del 1986.

Può sostenersi con successo che Sciacca abbia la qualifica di direttore qualifica ad essa equiparata?

 

La qualifica di direttore è stata eliminata dall’ordinamento giuridico regionale: precisamente 14 anni dopo l’emanazione della legge sull’ineleggibilità degli amministratori, nel 2000, con la legge n. 10.

Poiché le norme in materia di ineleggibilità sono di strettissima interpretazione ed è dunque vietata ogni interpretazione analogica, estensiva o evolutiva delle stesse, l’esser venuta meno la qualifica di direttore dovrebbe mettere nel nulla la causa di ineleggibilità invocata.

Tuttavia, superando questa obiezione in genere insormontabile, si potrebbe sostenere che benché i direttori non ci siano più, una norma di legge abbia attribuitogli stessi poteri, le funzioni e competenze ad altra figura denominata diversamente.

Di conseguenza, l’ineleggibilità riguarderebbe coloro che hanno preso il posto dei direttori nel rispetto di quella che era la ratio della norma: ovvero impedire e sanzionare l’alterazione della par condicio nella competizione elettorale a vantaggio di chi svolgeva rilevanti ruoli apicali nell’amministrazione regionale.

In effetti è cosi.

La legge 10 ha riordinato la dirigenza regionale istituendo tre fasce e nell’abolire la qualifica di direttore ha stabilito che “accedono alla prima fascia dirigenziale il segretario generale, i direttori regionali ed equiparati“.

La stessa legge ha previsto che i dirigenti generali debbano essere nominati solo tra gli appartenenti alla prima fascia dirigenziale.

Dunque, gli ex direttori ed equiparati altri non sono che gli attuali direttori generali o al più i dirigenti di prima fascia.

Gaetano Sciacca è invece dirigente di terza fascia, a cui è stata affidata la responsabilità di un Servizio, il XVIII, da parte del direttore generale del Dipartimento Lavoro, cui è gerarchicamente sottoposto.

Il consigliere comunale dei 5 Stelle ha dunque una qualifica inferiore (e non equiparata, come dovrebbe essere perché fosse ineleggibile) rispetto a coloro che hanno preso il posto dei dipendenti che al tempo in cui fu emanata la legge in cui confida “Diventerà bellissima” erano chiamati direttori.

 

 

Il COMMENTO. L’uscita di scena di Renato Accorinti metafora di un sindaco che ha fallito innanzitutto come uomo

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Scambio reciproco di fascia tricolore tra Renato Accorinti e Cateno De Luca

Scambio reciproco di fascia tricolore tra Renato Accorinti e Cateno De Luca



Nessun sindaco uscente era mai riuscito nell’impresa. Ma Renato Accorinti non poteva lasciare Palazzo Zanca senza superare se stesso. Prendersi del “buffone, buffone” all’insediamento del suo successore, al momento dello scambio della fascia tricolore, è in effetti un record difficilmente imitabile.

Eppure, Cateno De Luca, il nuovo sindaco, con lui era stato affettuoso e generoso. Davanti alle decine di suoi sostenitori entusiasti gli aveva riconosciuto il merito di aver aperto un varco nel sistema di potere messinese, di aver migliorato i conti del Comune e gli aveva lasciato la fascia tricolore di sindaco: “So che ci tieni tanto, come ricordo di anni che hai vissuto intensamente. A me ne hanno regalata una nuova”.

Ma poteva Accorinti uscire di scena con classe ed eleganza, come farebbe una qualunque persona con un po di senso delle istituzioni, o anche un qualunque sportivo sconfitto?

Poteva generosamente lasciare spazio al suo successore con parole semplici: “Complimenti per la vittoria, auguri per il vostro lavoro, spero facciate bene per la comunità, considera che se le vostre azioni non mi convinceranno farò sentire la mia voce di opposizione politica”?

No, Accorinti non si poteva smentire.

Doveva essere protagonista anche se lì dove si trovava il protagonista era altra persona e a lui toccava il ruolo di comprimario.

Ecco allora il solito sermone fatto di slogan, che ripete da 5 anni come un disco rotto. Come se fosse l’insediamento suo e non il suo addio o arrivederci.

E poi, infine, le provocazioni, manifestazione di rabbia di un pacifista nonviolento, con riferimenti al tram volante e alla telefonata scherzo di Papa Francesco.

“Buffone, buffone”, era il minimo che si potesse beccare.

De Luca lo ha comunque protetto, pure dal coro. E non ha risposto alle provocazioni, mantenendosi signorile.

Ma lui, non pago, ha ripreso la parola per completare l’opera.

L’opera di un sindaco, divenuto sindaco per caso, in un momento storico particolare segnato da inchieste giudiziarie, che ha pensato di essere divenuto sindaco per qualità sue al punto da ignorare le persone che per lui si erano battute quando nessuno credeva in lui.

Un uomo che per 5 anni si è specchiato nel lago, o meglio negli specchi della stanza del palazzo municipale in cui si è chiuso, scambiando la politica per se stesso, dimenticandosi degli “ultimi” che tanto aveva declamato e occupandosi a tempo pieno di coltivare rapporti con i potenti, magari tentando di rubare loro la scena se troppo potenti: il “Trump, peace no war”, al G7 di Taormina è solo un esempio..

Quello che è accaduto allo scambio della fascia tricolore è la metafora di Accorinti: un uomo che confonde se stesso con le istituzioni, incapace di accettare i suoi limiti e le sue sconfitte, privo di umiltà e generosità, neppure animato da spirito sportivo benché l’unica competenza che abbia sia quella di professore di educazione fisica.Un uomo che pensa ancora di essere sindaco quando non lo è più e si fa appositamente immortalare a bordo della bicicletta che in 5 anni ha usato pochissime volte con la fascia tricolore stretta nel pugno alzato in segno di vittoria, benché abbia palesemente perso.

Un uomo che non è uscito sconfitto (già prima delle elezioni) perché la sua Giunta ha amministrato peggio delle amministrazioni precedenti (anzi, per certi versi, ha fatto meglio) e neppure per la sua incompetenza su tutto (a parte gli slogan), ma per la sua mancanza assoluta di umiltà, che ha portato pure i suoi sostenitori a non volerlo più.

Basti dire che una buona fetta di “Cambiamo messina dal basso”, alla vigilia della campagna elettorale aveva manifestato la sfiducia e l’opportunità di non ricandidarlo.

Un uomo che se i messinesi votano per lui sono “virtuosi e rivoluzionari”, se non lo votano sono “ignoranti e mafiosi”.

Se il nuovo sindaco De Luca con Accorinti è stato generoso e signorile nonostante l’ultimo spettacolo non si può dire la stessa cosa della sua assessora Dafne Musolino.

L’avvocata si è dimenticata del nuovo ruolo istituzionale, o forse non c’è ancora entrata, e si è prodotta su facebook in uno show fatto di improperi all’indirizzo di Renato Accorinti.

Cateno De Luca le affiderà anche la delega al bon ton?

Lo spettro di arresti e commissariamenti evocati da Dino Bramanti: l’evasione fiscale “fatta a pezzi” dal Tribunale della Libertà, il tentativo di concussione per induzione prescritto. Ecco cosa dicono le carte dei procedimenti pendenti su Cateno De Luca

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Dino Bramanti e Cateno De Luca

Dino Bramanti e Cateno De Luca

Il cambio di tattica gliel’ha indicata Lucio D’amico dalle pagine della Gazzetta del sud: “I suoi alleati vorrebbero che passasse all’attacco chiedendo conto a Cateno De Luca dei suoi guai giudiziari”.

Dino Bramanti, l’avversario al ballottaggio del 24 giugno per la scelta del sindaco di Messina, non vedeva l’ora.

Ma quando uno scienziato della medicina si cimenta sul terreno tecnico giuridico i rischi di confusione diventano molto forti.

“De Luca è sotto processo, potrebbe essere arrestato e il Comune se fosse eletto sindaco potrebbe essere commissariato”, ha ripetuto Bramanti. “E’ stato assolto per prescrizione, rinunci alla prescrizione”, ha ancora sfidato. “E’ stato arrestato ed è sotto processo per associazione mafiosa finalizzata all’evasione fiscale”, ha arringato il candidato a sindaco sponsorizzato da Francantonio Genovese e Nino Germanà, prima che qualche presente al comizio lo avvertisse che la mafia non c’entra.

I guai giudiziari di De Luca

Cateno De Luca ha due procedimenti penali pendenti:uno riguarda l’inchiesta denominata (impropriamente) “Sacco di Fiumedinisi”;  l’altra attiene la gestione della Fenapi, sindacato da De Luca creato e gestito – secondo l’accusa della Procura – facendo ricorso all’evasione fiscale.

Entrambi i procedimenti penali lo hanno portato agli arresti domiciliari. per il primo il 27 giugno del 2011; per il secondo l’8 novembre del 2017.

Ambientalisti nel “Sacco di Fiumedinisi”

Nel primo procedimento penale, a De Luca veniva contestato nella sostanza di aver usato illegalmente il Contratto di quartiere, strumento urbanistico previsto e incentivato con appositi finanziamenti per riqualificare borghi o paesi in stato di abbandono, al fine di ottenere deroghe al Piano regolatore generale di Fiumedinisi di cui era sindaco e quindi consentire attività edificatorie ai privati, i quali intervenivano conferendo finanziamenti propri, tra cui società riconducibili ai membri della propria famiglia.

L’accusa era declinata in termini di abuso di ufficio.

Il Tribunale di Messina il 10 novembre del 2017, dopo alcuni anni di processo, pronunciandosi nel merito ha stabilito che Il Contratto di quartiere era uno strumento di cui legittimamente il comune di Fiumedinisi si poteva servire, avendone tutti i requisiti; che l’intervento dei privati era previsto dalla legge anzi dava maggiore credibilità al Contratto stesso e che nulla impediva che potessero parteciparvi pure imprenditori o società vicine a chi impersonava in quel momento il Comune: ovvero De Luca.

Il Tribunale lo ha così assolto.

Nell’ambito del Contratto di Quartiere era pure previsto che il torrente che attraversa Fiumedinisi fosse irregimentato al fine di proteggere l’abitato da eventuali esondazioni. Dapprima, fu prevista la costruzione di gabbioni di pietre. Successivamente, con perizia di variante, si decise di procedere con muri in cemento armato.

Le associazioni ambientaliste insorsero e la Procura contestò a De Luca di aver fatto illegittimamente la variante per favorire i privati (tra cui le società riconducibili alla sua famiglia) in modo che più agevolmente potessero costruire a monte le opere previste dal Contratto di quartiere.

L’attività istruttoria – come hanno motivato i giudici – ha permesso di accertare che le difese in cemento armato erano molto più efficaci per la pubblica incolumità di quelle con gabbioni e che comunque nessuna relazione ci fosse tra le difese spondali e le opere private a monte comunque già da tempo autorizzate dalla regione Sicilia.

Il Tribunale ha così assolto nel merito De Luca anche da questa accusa di abuso d’ufficio.

La concussione nell’interesse delle vittime

Nell’ambito di questa inchiesta, però, l’accusa più grave da cui De Luca doveva difendersi declinata in termini di Tentata concussione, era di avere fatto pressioni con violenza e minaccia ai danni di due cittadini proprietari di terreni su cui secondo il Contratto di Quartiere sarebbero dovuti sorgere delle opere per costringerli a vendere i terreni stessi, accettando l’offerta di acquisto nettamente superiore a quella che sarebbe spettata a titolo di espropriazione.

Il Contratto di quartiere, infatti, prevede l’espropriazione dei terreni per il caso in cui i proprietari non li cedono volontariamente.

La procedura espropriativa tuttavia in genere allunga i tempi.

Proprio per questo, Cateno De Luca, con il Contratto di quartiere e le procedure espropriative già avviate, nell’anno 2006 è intervenuto.

“Ci ha voluto incontrare e ci ha detto: “O lo cedete oppure vi verrà espropriato a prezzi molto più bassi di quelli che vi vengono offerti. Non pensate possiate fermare il Contratto di quartiere. Poi non venite a piangere“, hanno riferito agli inquirenti gli interessati, familiari di esponenti dell’opposizione politica a De Luca, i quali hanno anche raccontato di ritorsioni subite successivamente da parte dell’amministrazione.

Il Tribunale ha ritenuto che la condotta di De Luca non sia atteggiata né in termini di violenza né in quelli di minaccia né mai si siano verificati gli atti aventi natura ritorsiva e dunque ha escluso il tentativo di concussione.

I giudici hanno riconosciuto invece De Luca responsabile del reato, meno grave, di tentativo di induzione indebita a dare o promettere utilità.

In altre parole, De Luca – secondo i giudici – visto il ruolo di sindaco nel momento in cui ha prefigurato l’espropriazione ha posto in essere atti idonei a condizionare la libertà dei proprietari dei terreni, non avendo rilievo che il sindaco in realtà volesse orientare la loro  condotta in senso anche per loro più vantaggiosa in termini economici, né che quest’ultimi al massimo potevano rallentare l’attuazione del Contratto di Quartiere ma mai impedirlo.

Su queste ultime circostanze avevano molto insistito le difese per escludere la rilevanza penale della condotta di De Luca, ma non hanno convinto i giudici i quali hanno messo in rilievo che De Luca era sì portatore degli interessi del Comune ma anche delle imprese private a lui riconducibili e attori del Contratto di Quartiere.

Tuttavia, il Tribunale ha ritenuto il reato prescritto e ha emesso sentenza di non doversi procedere.

La Procura ha fatto appello così come De Luca.

La pubblica accusa infatti chiede che venga riconosciuto il reato di tentativo concussione, che ha un termine di prescrizione più lungo: 10 anni.

il deputato regionale che non venga ritenuto sussistente neppure il reato di Induzione indebita.

Cateno De Luca, se anche volesse, potrebbe raccogliere la sfida di Dino Bramanti e rinunciare alla prescrizione?

La risposta è no. La giurisprudenza della Corte di cassazione sul punto è pacifica (ad esempio, Cassazione penale, sez. III, 8 febbraio 2012, n. 4946, Cassazione penale sez.V, 06/07/2017, n. 40499)

E in quale caso l’ipotetico sindaco De Luca potrebbe decadere?

Solo nel caso in cui la Corte d’appello accogliesse l’impugnazione della Procura e stabilisse che l’aver detto “accettate la somma che vi viene offerta se no avrete un danno economico”, integri gli estremi della violenza o della minaccia necessari per la concussione, De Luca nell’ipotesi in cui nel frattempo fosse eletto sindaco, in base alla legge Severino, decadrebbe da primo cittadino.

L’evasione fiscale “fatta a pezzi” dal Tribunale della Libertà

Non erano neppure passate 48 ore dalle elezioni a deputato regionale che Cateno De Luca l’8 novembre del 2017 è stato arrestato per ordine del Giudice per le indagini preliminari, Monia De Francesco, che ha accolto in toto le richieste della Procura, avanzate 10 mesi prima.

L’accusa per De Luca è di essersi associato con altri collaboratori al fine di rappresentare nei bilanci di Caf Fenapi Srl passività inesistenti per personale, sedi e per servizi affidati ad altre società, in modo da abbattere gli utili e pagare meno tasse: un milione e 800 mila euro secondo la stima degli inquirenti negli anni compresi tra il 2009 e il 2012.

In altre parole, secondo gli inquirenti, il sindacato Fenapi e il Caf Fenapi Srl rappresentava in bilancio trasferimenti di denaro ai circoli territoriali che in realtà non avvenivano.

Il Gip De Rose, il 20 novembre del 2017, ha rivisitato la decisione della collega che il giorno dopo aver firmato l’ordinanza si è messa in maternità, revocando gli arresti domiciliari a cui era stato ristretto De Luca, e sostituendo gli stessi con l’inibizione a ricoprire cariche societarie.

Qualche giorno dopo, il 23 novembre del 2017, il Tribunale della Libertà ha letteralmente fatto a pezzi l’impianto accusatorio della Procura.

“Il compendio documentale e testimoniale mostra in maniera chiara che non c’è stata creazione di passività fittizia. Le passività ci sono e sono documentali: il Caf Fenapi Srl che incassava i contributi statali trasferiva effettivamente ai circoli risorse per pagare il personale e le sedi. E’ fuor di dubbio che i circoli svolgevano in effetti l’attività e non  si vede come si possa pensare che in presenza di attività svolta dalle strutture territoriali per conto del Caf Fenapi Srl e del sindacato Fenapi questi incassassero e poi non sostenessero i costi di chi in concreto svolgeva l’attività produttiva”, ha motivato in sintesi il Tribunale del Riesame. “Peraltro – ha aggiunto il collegio – l’Agenzia delle entrate aveva considerato assolutamente legittimo lo stesso identico modo di contabilizzare le partite contabili tra Fenapi e Caf Fenapi Srl da un lato e i circoli e le società che erogano servizi per le due entità madri dall’altro per gli anni precedenti al 2009″.

La Procura ha fatto appello in Cassazione e confermando le accuse ha chiesto il rinvio a giudizio di Cateno De Luca.

Se De Luca diventasse sindaco e poi fosse prima rinviato a giudizio e poi condannato in primo grado e in appello per associazione finalizzata all’evasione fiscale comunque non ci sarebbe la decadenza. La legge Severino non la prevede per questo reato.

IL COMMENTO: Se il centro sinistra di Pietro Navarra, Antonio Saitta e Franco De Domenico rinuncia a priori a governare la città: il “no” all’alieno Cateno De Luca meccanismo a difesa di un sistema di potere consolidato

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Da sx, Franco De Domenico, Antonio Saitta, Pietro Navarra

Da sinistra, Franco De Domenico, Antonio Saitta, Pietro Navarra

 

“Né con Cateno De Luca, né con Dino Bramanti”.

L’ultimo comunicato stampa di Pietro Navarra e Franco De Domenico, vertici del Partito democratico messinese, assomiglia alla dichiarazione di quell’uomo che per giustificarsi del fatto che inspiegabilmente non vuole sposarsi con la sua fidanzata, afferma che non si sposerà neppure con altra donna che, però, nessuna intenzione e interesse ha di sposarsi con lui, né lui con lei.

Fa sorridere e appare una decisione politicamente illogica se non incomprensibile.

Navarra, infatti, quando ancora era rettore dell’ateneo di Messina scese nell’agone politico tra le file del centro sinistra ritenendo di dover/poter dare il suo apporto di competenze e di valori al buon governo della città di Messina,

In quest’ottica è stata spiegata la candidatura (vincente) a deputato regionale del direttore generale dell’ateneo De Domenico; la sua stessa candidatura (anch’essa vincente) a deputato nazionale e da ultimo quella (però perdente) a sindaco del suo prorettore Antonio Saitta, che in realtà in politica si cimenta da anni.

“Questi valori, queste competenze”, nonostante la sconfitta alle elezioni amministrative del 10 giugno potevano comunque essere messe a disposizione della città.

Sarebbe bastato un apparentamento con Cateno De Luca, al ballottaggio sì ma senza possibilità di poter contare su un alcun consigliere, basato su dei punti programmatici concordati e Navarra, De Domenico e Saitta (sempre che De Luca fosse risultato vittorioso al secondo turno) avrebbero avuto in mano il Consiglio comunale e il potere di vita o di morte del sindaco Cateno De Luca.

Di più, avrebbero azzerato il centrodestra e, soprattutto, messo fuori gioco forse definitivamente dalla politica della città lo sponsor principale di Dino Bramanti, Francantonio Genovese, l’ex rais del Pd a Messina e Sicilia passato dal centro sinistra al centro destra dopo che la magistratura ha disvelato i meccanismi del sistema di clientele su cui si reggeva il suo consenso e quello del Pd (sulla sua responsabilità penale, da tenere separata da quella politica ed etica, si pronunceranno i giudici d’appello e quelli della Cassazione, dopo la condanna in primo grado a 11 anni)

Politicamente, dal punto di vista della sinistra ovviamente, sarebbe stato un capolavoro: un capolavoro frutto più della buona sorte che di meriti.

Infatti, nel caso di vittoria di De Luca, si sarebbe data alla città la prospettiva  di un governo più stabile e – ammettendo che ciò che disse Navarra sia fondato – più competente; il Pd amministrando bene avrebbe potuto costruire le basi per il suo reale rilancio nella comunità, anche fuori da bacino elettorale universitario.

Invece il triumvirato piddino con De Luca non ha voluto neppure iniziare le trattative.

Certo, non sarebbe stato facile “incastrare” il navigato deputato regionale. Ma almeno ci si poteva presentare agli elettori e dire: “Sul piano programmatico ci sono troppe distanze da De Luca”.

Non aver neppure voluto sedersi a un tavolo, ignorando pure che alcuni di quelli che hanno votato le liste a sostegno di Saitta hanno dato la preferenza come sindaco a De Luca, significa allora che alla base della decisione non ci sono ragioni politiche di alto livello.

Nessuno, infatti, le ha spiegate a quel 25 % di cittadini di centro sinistra che hanno votato le liste di centrosinistra: di questi solo il 18% volevano Saitta come sindaco.

Al massimo, ci può essere la speranza che De Luca se diventasse sindaco sarebbe costretto a dimettersi dopo poco tempo perché privo di consiglieri.

L’esperienza anche quella di Accorinti, rimasto in carica con due consiglieri a favore e 38 contro per 5 anni dimostra che si tratta di un’illusione. E’ facile prevedere che De Luca se eletto sindaco rimarrà in sella per 5 anni.

Insomma, la sinistra a Messina rischia quello che è capitato alla sinistra a livello nazionale dopo le ultime elezioni politiche. Non ha voluto trattare in alcun modo con il Movimento 5 Stelle un programma e ha messo quest’ultimo nelle mani di Salvini.

Il risultato? Una politica di governo lontana dai principi e valori della sinistra, con le imbarcazioni cariche di migranti bloccate per giorni in mezzo al mare.

Per certi versi è politicamente più comprensibile il no all’alleanza con De Luca da parte del Movimento cinque stelle: i pente stellati infatti possono dire che De Luca è il vecchio modo di fare politica in cui loro non si riconoscono benché abbiano candidato a sindaco Gaetano Sciacca che grazie alla vicinanza a uno dei principi del vecchio modo di fare politica, Raffaele Lombardo, ha fatto incetta di incarichi: capo del Genio civile, soggetto attuatore l’alluvione di Giampilieri con relativa gestione di centinaia di milioni di euro; commissario del Consorzio per le autostrade siciliane.

E allora se non ci sono motivazioni di tipo politico, cosa c’è che ha impedito a Navarra, Saitta e De Domenico di sedersi a un tavolo con il deputato regionale?

C’è il fatto che Navarra De Domenico e Saitta, anche per storia personale, fanno parte dello stesso blocco di potere rappresentato da Bramanti, Genovese e Germanà, ora contrappposto a De Luca.

Un blocco di potere, fatto di una decina di grandi famiglie allargate, autoreferenziale, impermeabile a ogni contaminazione che invece di includere lascia sempre più gente ai margini; che invece di lavorare per l’emancipazione dei ceti più poveri favorisce le condizioni di bisogno; che invece di assegnare le case che ci sono e sono lasciate vuote lavora per costruirne nuove.

Un blocco di potere che prende le decisioni lontano dalle sedi delle istituzioni e senza seguire metodi democratici e non si cura di cosa accade nelle periferie, se non una settimana prima delle elezioni per fare ipocrite passerelle.

Un blocco di potere, supportato da una stampa nella migliore delle ipotesi mansueta, i cui protagonisti possono pure entrare in rotta di collisione tra di loro ma che appena qualcuno mette a rischio l’intero sistema, per riflesso condizionato si ricompatta.

Non è un caso che ci siano rapporti forti personali e professionali consolidati da anni tra Navarra e Genovese, tra Saitta e  Bramanti, tra De Domenico Genovese e Bramanti, tra quest’ultimo e Giampiero D’alia, sceso in campo a sostegno di Saitta.

Nessuno di loro nella vita professionale ha mai calpestato i piedi dell’altro, anche nei casi in cui avrebbe dovuto per legge.

Cateno De Luca rappresenta l’alieno, l’uomo di paese non avvezzo ai modi felpati e borghesi dei salotti, l’uomo che Saitta e Navarra non inviterebbero a cena a casa loro, colui che potrebbe mettere a rischio gli equilibri: la scheggia impazzita.

Magari non lo è, ma per la gente rappresenta questo.

Per le persone di Camaro o del Cep rappresenta colui che è era ciò che sono loro ora e che parla la loro stessa lingua; colui che è capace di mettersi al loro livello e di non guardarli dall’alto in basso in modo schifiltoso.

Rappresenta colui che è capace di parlare loro guardandoli negli occhi, usando tono forti, anche aggressivi e violenti; colui che non legge in maniera asettica una lezioncina scritta da altri.

Uno capace di farli sentire importanti anche solo per un attimo.

Per la media borghesia esclusa dal blocco chiuso e impermeabile rappresenta chi può abbatterlo o aprire un varco o soltanto dare una schiaffo morale.

De Luca nell’immaginario collettivo rappresenta ciò che 5 anni fa rappresentava Renato Accoriniti.

Il professore di educazione fisica però ha tradito le attese: degli “ultimi”, di quelli che se lo erano rappresentato come fattore di riscatto, non si è mai ricordato.

Attratto dall’incontenibile voglia di essere protagonista, beato di tessere rappporti con chi deteneva il potere, non è stato mai fattore di squilibrio degli assetti consolidati.

Quante volte in cinque anni è andato a Cep? Mai. 

E’ stato superato finanche da Saitta e Navarra che ci sono andati una volta, due giorni prima delle elezioni, trovando la strada per arrivarci grazie a google maps.

Il CASO: Un gruppo di persone irrompe al comizio di Cateno De Luca al grido “Cateno non lo vogliamo”. Il leader? Salvatore Bonaffini, genero dell’ex commissario Mario Ceraolo, designato da Dino Bramanti assessore alla legalità. L’antefatto e il retroscena

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Cateno De Luca aveva iniziato a parlare da alcuni minuti.

Raggiante per essere giunto al ballottaggio alle elezioni per il sindaco della città, stava spiegando al foltissimo pubblico accorso a Piazza Duomo nella serata di lunedì 12 giugno che non aveva nessuna intenzione di ritirarsi come avevano ipotizzato alcuni giornalisti qualche ora dopo l’esito del voto del giorno prima.

D’improvviso nella piazza hanno fatto irruzione una ventina di aitanti giovani.

Hanno inscenato un coro da stadio: “Cateno, non lo vogliamo…non lo vogliamo”.

Gli elettori del candidato a sindaco hanno accolto il coro con i buh e con i fischi.

De Luca, invece, li ha accolto chiedendo un applauso alla folla.

Per un pò sono stati in silenzio. Poi hanno ripreso: “Cateno non lo vogliamo…Cateno non lo vogliamo…..”. E a seguire: “Messina… Messina…”.

Vedendo che insistevano e il comizio veniva interrotto, De Luca ha intonato anche lui il coro e ha chiesto per loro un altro applauso.

Poi li ha fatti avvicinare al palco: “Avete ragione….Venite cosi mi aiutate. Venite al nostro fianco”.

Loro, in fila indiana hanno attraversato la folla e si sono messi attorno al deputato regionale, guidati da colui che visibilmente era il loro leader: un uomo corpulento, con i capelli rasati e con la maglia rossa che si è posto accanto a De Luca, sigaretta in bocca, appoggiando il piede al panchetto su cui era salito De Luca per farsi vedere dalla gente che gremiva piazza Duomo.

Per altri 6, 7 minuti De Luca ha continuato il comizio: l’uomo con la maglia rossa gli è stato accanto e gli altri attorno.

Chi ha dimestichezza con le partite di calcio del Messina ha subito riconosciuto che alcuni di loro fanno parte del gruppo di tifosi detto “Testi fracidi”.

Ma non erano lì per tifare, né per chiedere a Cateno De Luca di mettere il calcio tra le priorità della sua agenda politica.

Il motivo per cui erano arrivati sino a piazza Duomo a manifestare il loro non gradimento a De Luca si è compreso qualche minuto dopo.

“Non ti posso dare la mano, mi hai chiamato mafioso”, ha detto l’uomo con la maglia rossa a De Luca che gli porgeva la mano.

“Non ho mai fatto questo e non c’entra nulla”, ha risposto De Luca.

“E’ stato un tuo candidato, alla tua presenza”, ha rincarato.

Il politico si è giustificato: “Non me ne sono manco accorto”.

“Dovevi dissociarti, dovevi dissociarti”, ha arringato con voce decisa uno del gruppo capitanato dall’uomo con la maglia rossa.

De Luca ha tagliato corto con fermezza: “Ho fatto quello che dovevo fare, ciascuno rimane della sua opinione, basta”.

A quel punto, l’uomo con la maglia rossa ha ordinato a tutti di andare via. Il gruppo ha fatto il percorso inverso aprendosi un corridoio tra la folla.

Chi è l’uomo della maglia rossa e chi è che gli ha dato del mafioso in un comizio alla presenza di De Luca?

Il retroscena

L’uomo con la maglia rossa è Salvatore Bonaffini, noto alle cronache non solo per essere il capo del gruppo più famoso dei tifosi del Messina, ma anche perché in un lontano passato è stato coinvolto in un fatto di sangue: l’omicidio di Paolo Pellegrino, il macellaio di via Del santo ucciso il 20 marzo del 1992  a venti anni.

Bonaffini, allora anche lui ventenne, non fu il killer del giovane macellaio ma ebbe il ruolo di staffetta nella preparazione dell’agguato e fu condannato con sentenza passata in giudicato a 14 anni e 6 mesi.

Tanti anni dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, Salvatore Bonaffini diventa oggetto di campagna elettorale per un motivo molto semplice: è il genero di Mario Ceraolo, il commissario di polizia da qualche mese in pensione che il candidato a sindaco del centro destra Dino Bramanti, competitor di De Luca al ballottaggio, ha indicato come assessore alla Legalità.

E’ questo rapporto di affinità con il commissario Ceraolo infatti a trascinarlo sino a Piazza Duomo, al comizio di De Luca.

Cosa era accaduto?

L’antefatto e l’imbarazzo

Gianfranco Pensavalli, giornalista e candidato a consigliere comunale nelle liste a sostegno di De Luca, nel corso di un comizio tenuto 15 giorni prima del voto ha affermato: “Bramanti ha indicato come assessore Ceraolo che altri non è se non il suocero del mafioso Salvatore Bonaffini”.

Bonaffini non è stato mai condannato per mafia e anche in relazione all’omicidio di Pellegrino la Corte d’appello ha escluso l’aggravante di aver favorito la mafia, invece riconosciuta dal giudice di primo grado, che lo aveva condannato a 20 anni.

Il commissario Mario Ceraolo – da quanto si sa tra gli addetti ai lavori – ha sin dall’inizio contrastato il rapporto della figlia con Bonaffini, al punto da tagliare completamente con la stessa tutti i rapporti per lunghi anni. Solo di recente –  pare – ci sia stato un riavvicinamento.

 

Si candida a sindaco e da due mesi e mezzo non va a lavorare, ma il direttore generale dell’Irccs Neurolesi “Bonino Pulejo” Angelo Aliquò fa finta di nulla nonostante la legge. Lo strano caso dello scienziato Dino Bramanti alla guida della coalizione di centro destra nel segno della legalità. Il precedente del doppio incarico… “coperto” dall’ateneo di Messina e arenato per 8 anni in Procura

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Il candidato a sindaco Dino Bramanti                                Il direttore generale dell’Irccs Angelo Aliquò



Non è ineleggibile, né incompatibile, non secondo le norme che regolano le elezioni e governano gli enti locali.

Tuttavia, Dino Bramanti quando ha deciso di candidarsi a sindaco della città di Messina ha comunicato al direttore generale dell’Irccs Neurolesi “Bonino Pulejo”, architetto Angelo Aliquò, di autosospendersi a partire dal 27 marzo del 2018.

In pratica, di non andare a svolgere le funzioni di direttore scientifico dell’Istituto dei colli san Rizzo almeno sino alle elezioni del 10 e all’eventuale ballottaggio del 24 giugno, per un periodo dunque lungo tre mesi, in modo da potersi dedicare a tempo pieno, anima e corpo, alla campagna elettorale alla guida della coalizione di centrodestra.

Ora, se un qualunque manager di un’azienda privata facesse una comunicazione analoga a quella dell’aspirante primo cittadino, il datore di lavoro gli sospenderebbe la retribuzione e avvierebbe la procedura di risoluzione del rapporto di lavoro per grave inadempimento, salvo il caso in cui generosamente gli volesse mantenere il posto perché magari condivide e sostiene il percorso politico del suo dipendente.

Ma l’irrcs non è un’azienda privata.

Eravamo quattro amici al bar

L’Irccs è un ente pubblico abbondantemente finanziato con i soldi dei contribuenti siciliani: ogni anno nella casse della struttura (promossa dalla Fondazione Bonino Pulejo, a sua volta azionista della Gazzetta del Sud), che si dovrebbe occupare di pazienti con gravi cerebrolesioni acquisite affluiscono 26 milioni di euro per 70 posti letto attivi.

E’ un ente pubblico il cui legale rappresentante, pubblico ufficiale, ha l’obbligo di fare gli interessi della pubblica amministrazione applicando le leggi dello Stato.

Invece, il commissario straordinario Angelo Aliquò non ha battuto ciglio, come se la decisione di Bramanti fosse esercizio di un diritto assoluto ed insindacabile o una questione da gestire tra vecchi amici o in famiglia.

Non esiste infatti nell’albo pretorio dell’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico una delibera che prenda atto della comunicazione del direttore scientifico: non si è riuscito neppure a sapere se esiste una nota formale o quest’ultima non sia una semplice comunicazione orale, di quelle che si fanno ai propri parenti per metterli a conoscenza di un viaggio vacanza in località esotica.

Né esiste una delibera con cui i vertici del Neurolesi assumono provvedimenti che vadano a incidere modificandolo sul rapporto che lega Bramanti all’Irccs, primo fra tutti sull’obbligo di corrispondere la retribuzione.

Chi scrive, per scrupolo, ha mediante telefonate e mail (inviate per posta elettronica certificata) chiesto ripetutamente copia di questi provvedimenti e della nota di Bramanti al direttore generale ma si è  trovato di fronte un muro di gomma, segno tangibile dell’aria salubre di trasparenza che si respira sui colli san Rizzo.

Se questi provvedimenti non ci sono se ne deve desumere che tutto è rimasto immutato nei rapporti di dare e avere tra Irccs e Bramanti: rapporti disciplinati da un contratto di prestazione d’opera intellettuale, cui si applicano anche le norme del codice civile e, in specie, l’eccezione di inadempimento.

In base a questo contratto e alla legge da un lato “il direttore scientifico è obbligato a svolgere a tempo pieno ed esclusivo le funzioni di coordinamento e promozione dell’attività di ricerca, incarico incompatibile con qualsiasi altra attività lavorativa pubblica e privata e con qualsiasi professione”; dall’altro, l’Irccs è obbligato a corrispondergli 150 mila euro all’anno, piu o meno 13 mila euro al mese.

Nel momento in cui ha deciso di dedicarsi esclusivamente e a tempo pieno ad altra attività (la campagna elettorale) Bramanti non ha violato gravemente questo fondamentale obbligo contrattuale?

Le legge e il contratto (che rispecchia tutto quanto prevede la normativa in materia), sottoscritto da Bramanti, prevedono che “in caso di grave inadempimento o per gravi motivi il legale rappresentante dell’Irccs, previa contestazione formale dell’addebito, deve proporre al ministero della Sanità, titolare del potere di nomina, la risoluzione del rapporto”.

Il manager Angelo Aliquò non gestendo un’azienda di proprietà di famiglia non ha l’obbligo giuridico, sanzionato a sua volta in caso di omissione, di applicare la norma contrattuale e la legge?

Se ne starebbe con le mani in mano, per esempio, il direttore generale del Policlinico a cui il direttore sanitario (legato all’azienda da un contratto analogo a quello di Bramanti) comunicasse che per tre mesi si assenterà dal lavoro avendo deciso di fare un viaggio per il mondo?

E Aliquò si girerebbe disinvoltamente dall’altra parte se Bramanti si fosse candidato con una formazione politica avversa a quella che è riconducibile al presidente della regione Nello Musumeci, da cui a breve dipenderà la sua riconferma a manager della sanità?

Tra l’altro, la condotta di Dino Bramanti chiama in causa in qualche modo anche l’ateneo di Messina: proprio perché l’incarico di direttore scientifico ha natura esclusiva, lo scienziato è in aspettativa dall’Università, amministrazione di cui è dipendente. Ma l’aspettativa gli è stata concessa (e gli poteva essere concessa solo per questo) per svolgere a tempo pieno le funzioni di direttore scientifico e non certo per fare una campagna elettorale lunga tre mesi.

 

 

L’allergia “esclusiva”… alla legge

Lo scienziato Dino Bramanti già in passato ha dato ampie prove dell’allergia alla natura esclusiva delle funzioni di direttore scientifico.

Nel 2006, quando fu nominato direttore scientifico dell’Irccs Neurolesi, Bramanti era infatti docente straordinario dell’ateneo di Messina, a cui era legato da un contratto di lavoro a tempo pieno ed esclusivo: aveva appena vinto un concorso per ordinario di anatomia benché il campo di azione dell’Istituto dei colli San Rizzo fosse da sempre la neurologia.

Tuttavia, benché la legge sugli Irccs del 2003 stabilisse in maniera chiara e inequivocabile la natura esclusiva dell’incarico di direttore scientifico (e in questo senso nel 2004 si era pronunciato perentoriamente il Consiglio di stato e la legge finanziaria del 2007), Bramanti firmò il contratto con il legale rappresentante dell’Irccs Neurolesi Raffaele Tommasini, avvocato e docente universitario, impegnandosi a svolgere le incombenze di coordinatore della ricerca scientifica in cambio di 130 mila euro all’anno (l’indennità di allora).

Insomma, il candidato a sindaco del centro destra per due anni si impegnò contemporaneamente a tempo pieno e a regime esclusivo con Irccs e Università di Messina: la stessa situazione di illegalità in cui si trova un uomo che si sposa con due donne contemporaneamente, assumendo l’obbligo giuridico di fedeltà sia nei confronti dell’una che dell’altra.

Lo scienziato così cumulò per due anni, in palese violazione di legge, gli emolumenti di docente universitario, che gli venivano accreditati di mese in mese sul conto corrente, e quelli di direttore scientifico, che andava maturando come credito ma che prudentemente non si faceva liquidare.

Fu il settimanale Centonove in una serie di articoli firmati da Michele Schinella a denunciare (tra le altre cose) la violazione del divieto di cumulo da parte di Dino Bramanti.

A seguito degli articoli, l’Università all’epoca guidata dal rettore Franco Tomasello chiese un parere all’Avvocatura dello Stato che dopo quattro mesi, a maggio del 2008, si trovò d’accordo con la legge e con il settimanale, imponendo a Bramanti di mettersi in aspettativa dall’ateneo.

Negli stessi giorni della primavera del 2008 sui colli san Rizzo giunsero i Nas dei carabinieri che oltre a riscontrare una serie di carenze igieniche, strutturali e organizzative che facevano a pugni con l’etichetta di eccellenza strombazzata ad ogni pie sospinto da Bramanti e ripresa da addetti stampa che si spacciano per giornalisti, rilevò il doppio incarico e lo denunciò in informative di reato alla Procura della Repubblica di Messina, ipotizzando l’ abuso d’ufficio, il falso e la truffa.

A quel punto Bramanti, finito nella morsa di un’inchiesta penale insidiosa, rinunciò attraverso apposite dichiarazione all’Ufficio provinciale del Lavoro, ai 260 mila euro di credito che vantava nei confronti del Neurolesi.

Il risultato fu degno di una delle migliori opere di Pirandello: Bramanti fu pagato per due anni dall’Università per la quale non aveva lavorato, né poteva farlo visto che svolgeva l’incarico di direttore scientifico sui colli san Rizzo; e invece non fu materialmente pagato dall’irccs, ente per cui aveva realmente lavorato.

L’università… spettatrice collusa

L’università degli studi di Messina (all’epoca rettore era Franco Tomasello e il direttore amministrativo era Pino Cardile) che aveva pagato per due anni un docente che non aveva svolto attività di professore universitario fece orecchie da mercante, non assumendo alcun provvedimento: né di richiesta della restituzione di quanto corrisposto (qualcosa come 100 mila euro); né l’attivazione di procedimenti disciplinari che in altri atenei per casi simili (basta guardare nella giurisprudenza dei giudici amministrativi) avevano portato alla decadenza dal ruolo di docente.

L’inchiesta penale arenata e le perle di diritto

L’inchiesta penale sul doppio incarico fu affidata al sostituto procuratore del Tribunale di Messina Anna Maria Grazia Arena.

Il fascicolo, aperto a giugno del 2008 a seguito dell’informativa dei Nas dei carabinieri, aveva come indagati  Dino Bramanti e Raffaele Tommasini solo per il reato di abuso di ufficio, il meno grave di quelli rilevati dai carabinieri.

Per 7 anni il fascicolo rimase fermo, riposto in un angolo degli uffici della Procura.

Non fu fatta alcuna attività di indagine: né ce n’era bisogno, visto che tutto era stato documentalmente accertato dai carabinieri.

Duemila e 500 giorni dopo, il 24 aprile del 2015, con il reato di abuso d’ufficio ampiamente prescritto, il pubblico ministero chiese l’archiviazione.

Le due pagine di motivazioni sono davvero interessanti: “Non può configurarsi il reato perché manca il danno patrimoniale (elemento costitutivo della fattispecie di reato, ndr) all’Irccs, visto che Bramanti ha rinunciato agli emolumenti”, ha scritto il pm Arena, che non è stata minimamente sfiorata  dal dubbio che il reato potesse essere configurato nella forma tentata.

E il danno patrimoniale nei confronti dell’Università?

Il pubblico ministero Arena nel rispondere a questa domanda ha prodotto un’argomentazione che poco si concilia con il buon senso, giusto per non scomodare il diritto: “L’Università non ha mai inteso recuperare gli stipendi, quindi non può assumere la veste di persona danneggiata avendo dato causa con il suo comportamento alla realizzazione del danno. Pertanto non si ravvisano elementi di reato”.

Quindi – a seguire il raffinato ragionamento giuridico del magistrato della Repubblica italiana – poiché il rettore e il direttore amministrativo dell’ateneo (e non certo l’Istituzione  l’Università) non hanno fatto il loro dovere a livello amministrativo e anzi con il loro comportamento hanno facilitato il danno all’Istituzione Università, invece di ritenere gli stessi concorrenti nel reato se non addirittura autori di altro reato in forma omissiva come vorrebbero la logica e i principi di diritto, va concluso il reato contestato a Bramanti e Tommasini.

In conclusione, per il pm Arena un’illegalità ha annullato un’illegalità precedente.

Il Giudice per le indagini preliminari Salvatore Mastroeni, ex marito della pm Arena, tre mesi dopo ha accordato l’archiviazione: in 5 righe scritte a penna ha dichiarato “di condividere il ragionamento del sostituto della Procura”.

 

 

 

 

 

 

L’OPINIONE. Il sondaggio della discordia: accuse, sospetti e dietrologie, ma nessuno si accorge che quello di Tempostretto è innanzitutto fuorilegge. Il paradosso dell’arbitro che non applica le regole fondamentali ed espelle il candidato Cateno De Luca “entrato a gamba tesa”

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Nei giorni scorsi, un gruppo di sostenitori di Renato Accorinti, pur ritenendo “assolutamente discutibile la scelta editoriale”, si sono affannati a chiedere a tutti i simpatizzanti di partecipare in massa al sondaggio della testata giornalistica on line Tempostretto per far risalire in classifica il sindaco in carica ed evitare che venisse penalizzato alle urne, alle elezioni del prossimo 10 giugno, per l’effetto trascinamento, fenomeno che porta gli indecisi a votare per colui che risulta avanti nei sondaggi.

Il 27 maggio, Cateno De Luca, uno dei sette candidati a sindaco, al termine di un confronto rovente con gli avversari politici organizzato dalla stessa testata, ha accusato la direttrice di Tempostretto, Rosaria Brancato, di non aver pubblicato il risultato finale del sondaggio (ciò che era previsto per il 24 maggio) perché egli stesso sarebbe risultato il primo in classifica.

La direttrice si è giustificata parlando di hackeraggio e accusando nella sostanza il deputato regionale di aver fatto affluire moltissimi voti dalla provincia, cioè dai comuni di Fiumedinisi, Furci, Santa Teresa di Riva, in cui egli gode di maggioranza plebiscitaria, alterando così il risultato del sondaggio (dalla sua stessa testata organizzata). 

Il giurista Marcello Scurria, nel 2005 sostenitore del vittorioso Francantonio Genovese (all’epoca di sinistra, almeno formalmente); nel 2008 di Giuseppe Buzzanca, candidato di destra; nel 2013 vicino a Renato Accorinti , quando il professore di educazione  fisica la spuntò al ballottaggio; e ora – da quel che si capisce – simpatizzante di De Luca, ha sfidato pubblicamente la proprietà di Tempostretto chiedendo che spieghi “come e perché si sia verificato l’attacco di hacker che ha impedito la pubblicazione, essendo comunque ormai entrati negli ultimi quindici giorni dal voto in cui è vietato pubblicare i risultati del sondaggio”.

Nessuno, nessuno dei candidati, nessuno degli esperti di diritto e di politica che ronzano attorno a loro pregustando incarichi di sottogoverno, si è avveduto che il sondaggio della testata on line non è tanto “assolutamente discutibile”, per usare l’espressione degli Accorinti’s boys, ma è innanzitutto fuorilegge.

E’ fuorilegge al pari di un sondaggio fatto e pubblicato negli ultimi 15 giorni precedenti alle elezioni.

Lo stabilisce la stessa norma dell’articolo 8 della medesima legge n° 28 del 2000, quella  che vieta la pubblicazione dei sondaggi nelle ultime 2 settimane prima del voto.

Per la legge, quello di Tempostretto non può essere definito sondaggio e già solo per questo, per l’uso di questa (ingannevole) definizione, al di là del periodo in cui viene pubblicato, si pone in contrasto con legge.

Il “Regolamento in materia di pubblicazione e diffusione dei sondaggi sui mezzi di comunicazione di massa” sul punto (articolo 2, comma 2) è chiarissimo; e lo è proprio per impedire la manipolazione del consenso politico e l’alterazione del risultato della competizione elettorale.

Per questi motivi, il sondaggio per essere presentato come tale ai cittadini/elettori deve rispondere a requisiti dettagliatamente disciplinati dalla normativa ed è soggetto a una serie di procedure e controlli.

Parlare di un sondaggio che è stato truccato “votando da ogni parte d’italia”, come ha accusato la direttrice di Tempostretto, è una contraddizione in termini.

Sarebbe bastata una semplice segnalazione all’Autorità garante della Comunicazione (Agcom) e il sondaggio (o sedicente tale), i cui risultati parziali venivano di giorno in giorno pubblicati, sarebbe stato sanzionato, come è accaduto in passato – basta guardare nella banca dati dell’Agcom – per “manifestazioni di opinioni” spacciate subdolamente per sondaggi da altre testate giornalistiche.

Invece, a Messina, il sondaggio è diventato motivo di discordia, dietrologie, polemiche,  accuse incrociate e sospetti di manipolazione.

E’ come se, per fare una metafora per nulla poetica, gli allenatori di due squadre di calcio avversarie, a fronte di un arbitro che fischia i calci di rigore per falli avvenuti a centrocampo, invece di far rilevare e protestare perché sta clamorosamente violando un principio basilare del regolamento, consigliassero ai propri calciatori di farsi fare fallo in qualunque zona del rettangolo di gioco, salvo poi accusare l’arbitro di non essere super partes perché talvolta il rigore lo accorda e talvolta no.

In questa vicenda è successo qualcosa di ancora più paradossale: è stato lo stesso arbitro, ovvero, per rimanere alla metafora, chi ha organizzato il sondaggio e ne è il responsabile, a contestare ai calciatori di una squadra di aver cercato di truccare il risultato della partita, tentando di indurlo in errore.

E, infatti, l’arbitro, che per primo ha violato le regole fondamentali del gioco, ha espulso De Luca, reo di essere entrato a gamba tesa, infrazione veniale, a ben vedere, in una partita in cui non si era certi neppure di quale fosse l’area di rigore.

Insomma, uno spettacolo deprimente e un responso oggettivamente (questo si) impietoso.

Se ne è accorto, quasi indignato, il candidato del Movimento 5 Stelle Gaetano Sciacca, presente alla lite tra De Luca e Brancato.

L’ex capo del Genio civile, per anni politicamente vicino al Governatore Raffaele Lombardo che tutto si può dire tranne sia stato l’emblema di un modo di fare politica scevra da logiche di potere clientelare, è impegnato ad accreditarsi come uomo della politica nuova, della politica del fare: “Alla gente non frega nulla di queste discussioni”, ha affermato. 

 

Ufficio stampa del Comune, il Ministero degli Interni boccia il riconoscimento a Sergio Colosi della qualifica di Caporedattore e la triplicazione del suo stipendio. Vanificata l’operazione voluta dal sindaco Accorinti, ma avallata dal segretario generale Le Donne, dal dirigente Bruno e dal legale esterno di palazzo Zanca Santa Chindemi. Che avevano ignorato la Corte costituzionale e la Cassazione

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Sergio Colosi

Sergio Colosi

“Non è possibile inserire nella pianta organica posti riferiti a contratti di natura privatistica, ma solo posti previsti dal contratto collettivo degli enti locali”.

L’operazione era stata voluta fortemente dal sindaco Renato Accorinti.

Aveva trovato il puntello in un parere da parte del legale esterno Santa Chindemi.

Si era tradotta in un regalo (contenuto in una delibera di Giunta) che avrebbe triplicato lo stipendio del giornalista Sergio Colosi: a quest’ultimo, infatti, era stata riconosciuta la qualifica di caporedattore; Palazzo Zanca dal canto suo avrebbe subito un danno da centinaia di migliaia di euro.

Il Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali, però, ha bocciato l’operazione, ribadendo un principio elementare già affermato dalla Corte costituzionale e dalla Cassazione.

Negli enti locali della Repubblica italiana possono applicarsi solo le norme e la qualifiche previste dal Contratto collettivo del Comparto Enti locali (sottoscritto da Aran e organizzazioni sindacali) e non certo quelle del Contratto di natura privatistica sottoscritto da organizzazioni sindacali dei giornalisti e da quelle degli editori, quale è quello di caporedattore.

E’ questo un principio elementare, specie per gli addetti ai lavori, di diritto del lavoro.

In Sicilia si è cercato di mettere nel nulla attraverso una legge regionale dichiarata incostituzionale nel maggio del 2007 e quindi eliminata dall’ordinamento giuridico; e da un successivo accordo tra Assostampa Sicilia e dell’Anci Sicilia e dell’Upr Sicilia (organi di rappresentanza politica di Comuni e Province), elusivo della pronuncia della Corte costituzionale e, comunque, di nessun valore giuridico vincolante per gli enti locali.

Eppure, a Palazzo Zanca il sindaco Accorinti, i componenti della Giunta (alcuni dei quali docenti universitari), il dirigente del Comune Giovanni Bruno e il segretario generale/direttore generale Antonino Le Donne, ciascuno dei quali ha avuto una parte determinante nell’operazione, di questi principi avevano fatto carta straccia, confezionando un’apposita delibera di Giunta che aveva fatto la felicità di Sergio Colosi, assistito nella vicenda dalla giurista Aurora Notarianni.

Tutti sono stati ora bocciati dal ministero degli Interni.

Non che fosse necessario scomodare i dirigenti del Viminale.

La vicenda era stata raccontata dal servizio a firma Michele Schinella dal titolo: “Ufficio stampa del Comune, il generoso regalo di Renato Accorinti a Sergio Colosi. Il sindaco induce la Giunta a deliberare l’applicazione del vantaggioso contratto dei giornalisti, in barba alla legge, alla Corte costituzionale e alla Cassazione. Per Palazzo Zanca un salasso non dovuto di 80 mila euro all’anno. Il precedente di Attilio Borda Bossana”.

La bocciatura dell’operazione a favore di Colosi certifica l’illegalità del sontuoso trattamento riservato per anni ad Attilio Borda Bossana, il precedessore di Colosi alla guida dell’ufficio stampa del Comune.

A Borda Bossana, geometra assunto dal Comune peraltro senza concorso, era stato riconosciuto sin dal 2000 il Contratto dei giornalisti con qualifica di caporedattore (la stessa che avrebbe voluto Colosi).

Ciò gli ha assicurato un retribuzione annua di 120 mila euro e, nel 2013, al momento del pensionamento un Trattamento di fine rapporto da manager delle grandi aziende private.

Il settimanale Centonove in una serie di articoli a firma di Michele Schinella pubblicati tra il 2010 e il 2011 denunciò come questo fosse illegale e fonte di grave danno erariale, ma tutti a palazzo Zanca fecero finta di nulla.

 

 

 

Ufficio stampa del Comune, il generoso “regalo” di Renato Accorinti a Sergio Colosi. Il sindaco induce la Giunta a deliberare l’applicazione del vantaggioso contratto dei giornalisti, in barba alla legge, alla Corte costituzionale e alla Cassazione. Per palazzo Zanca un salasso (non dovuto) di 80 mila euro all’anno. Il precedente di Attilio Borda Bossana

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Sergio Colosi

Sergio Colosi

 

La Corte costituzionale e la Corte di Cassazione hanno stabilito che ai componenti degli uffici stampa degli enti locali della Sicilia non è dovuta l’applicazione del vantaggioso contratto collettivo dei giornalisti professionisti. E vada loro applicato quello degli Enti locali, come accade d’altro canto nel resto d’ Italia.

Il sindaco di Messina, Renato Accorinti, e i componenti della Giunta che guida, però, del giudice delle leggi e del massimo organo della giurisdizione se ne sono infischiati.

Hanno così “regalato” al funzionario del Comune Sergio Colosi un contratto di giornalista con qualifica di capo redattore che, a seconda dell’anzianità di servizio, può arrivare a costare per Palazzo Zanca solo di stipendio base circa 120 mila euro all’anno, più o meno 80 mila euro in più di quanto Colosi avrebbe diritto a percepire.

Il regalo è contenuto in una delibera della Giunta voluta fortissimamente da Renato Accorinti.

Ha la forma di una transazione che costerà negli anni a Palazzo Zanca centinaia di migliaia di euro e garantirà a Colosi uno stipendio e un Trattamento di fine rapporto triplo rispetto al dovuto e in misura eguale a quelli di un giornalista che ha la responsabilità di pensare in tempi ristretti un giornale, di coordinare di decine di redattori, di pagare risarcimenti danni per diffamazione: nulla a che vedere con gli impegni di un capo ufficio stampa di un Comune.

L’uso del tempo indicativo futuro è obbligatorio perché dopo l’approvazione della delibera, l’iter che avrebbe concretamente fatto sorridere il giornalista ha avuto una battuta di arresto: l’accordo transattivo a cui la Giunta aveva dato il via libera di fatto non è stato ancora firmato.

 

Trattative sotto traccia

La delibera della Giunta (che ha la firma di regolarità contabile del Segretario generale Antonino Le Donne e di regolarità tecnica del dirigente Giovanni Bruno) è dell’estate: reca il numero 462 ed è del 29 giugno del 2017.

Ma a monte vi è un frenetico lavoro sottotraccia sollecitato da alcuni esponenti dell’organizzazione sindacale dei giornalisti Assostampa (tra questi si è distinto Massimo Passalacqua in versione esperto di diritto) e da diversi “consigliori” del primo cittadino, che hanno preso a cuore la battaglia di Colosi.

Quest’ultimo, infatti, a capo dell’ufficio stampa del Comune  sin dall’insediamento del sindaco Accorinti (giugno del 2013), il 27 agosto del 2015 si è rivolto al Tribunale del Lavoro perché gli venisse riconosciuta la qualifica di capo redattore in applicazione del Contratto collettivo dei giornalisti con richiesta di 45 mila euro di differenze retributive. Aurora Notarianni, sino a due mesi fa assessore regionale ai Beni culturali, il suo legale. Il Comune si è affidato alla competenze di Santa Chindemi, dello studio legale che fu di Angelo Falzea, accademico dei Lincei.

 

Messina, 21/10/2013: il sindaco Renato Accorinti.

Il sindaco Renato Accorinti.

Il cuore di Accorinti batte…. per Colosi

Renato Accorinti, pur alle prese con innumerevoli problemi e con i disastrati conti del Comune, si è innamorato così tanto della causa di Colosi che l’ 1 dicembre del 2016 ha preso carta e penna e ha scritto all’Avvocatura e al Dipartimento risorse umane: “Proponete una soluzione per la definizione del contenzioso”.

La soluzione già trovata dal sindaco e da Colosi è in una transazione: Colosi rinuncia a tutti gli arretrati che gli spetterebbero se gli fosse stato applicato il contratto di giornalista sin dall’inizio della sua avventura all’Ufficio stampa e che aveva chiesto al giudice del Lavoro, il Comune gli applica dal momento della firma della transazione il contratto di caporedattore.

Il dirigente dell’Avvocatura Giovanni Bruno il 7 dicembre del 2016  chiede un parere prognostico sull’esito della causa al legale Chindemi.

Tuttavia, il 3 aprile del 2017, prima ancora che il parere dell’avvocata giungesse, Accorinti manifesta la sua determinazione e, come se già fosse sicuro dell’esito del parere, scrive al Segretario generale, Antonino Le Donne: “E’ intenzione dell’amministrazione cessare la materia del contendere e applicare a Colosi il Contratto dei giornalisti”

Il parere del legale del Comune di Messina, Santa Chindemi, giunge un mese e mezzo dopo, il 17 maggio del 2017: è paradossale, quasi degno del miglior Pirandello, e appare confezionato in maniera tale da accontentare la volontà palese di chi l’aveva chiesto.

“Il Comune per legge e per dictum della Corte costituzionale non può applicare il Contratto dei giornalisti a Colosi e in punto di diritto sono convinta che abbia ragione da vendere come ho rappresentato nelle memorie difensive; ma di recente ci sono state alcune pronunce di Giudici siciliani di primo grado che hanno detto cose diverse. Quindi il Comune potrebbe anche perdere la causa“, ha scritto in sintesi il legale. “Pertanto, si ritiene possibile valutare positivamente l’ipotesi transattiva allo studio“, ha concluso l’avvocata.

Due giorni dopo, il 19 maggio del 2017, l’avvocata Notarianni ribadisce ufficialmente la disponibilità alla transazione.

Il sindaco Accorinti, senza tenere in nessuna considerazione che in ogni caso il potere di transazione che impegna economicamente gli enti pubblici è sottoposto dalla Corte dei conti a limiti molto stringenti, non perde tempo.

Il 25 maggio 2017 ordina al Segretario generale che si proceda con lo schema di transazione da sottoporre all’approvazione della Giunta.

Nel frattempo, la causa davanti al giudice del Lavoro è stata rinviata per due volte  (la prossima udienza è fissata al 2 febbraio prossimo) proprio in attesa che la transazione venga firmata e così dichiarata cessata la materia del contendere.

La Corte di Cassazione dixit

L’avvocata Chindemi si è fermata ad alcune decisioni dei giudici di primo grado siciliani, ma non ha citato la sentenza della Corte Cassazione numero 488 del 2017.

Depositata nella cancelleria l’11 gennaio del 2017 è di 4 mesi prima che rendesse il parere.

Con questa pronuncia, il massimo organo della giurisdizione ha annullato la sentenza della Corte d’appello di Messina che, confermando quella del Tribunale, aveva riconosciuto a Maria Flavia Carilli, in forza all’ufficio stampa della Provincia regionale di Messina, l’applicazione del contratto di giornalista sulla base delle stesse argomentazioni giuridiche su cui poggia il ricorso proposto da Colosi.

Il precedente di Attilio Borda Bossana

Prima di Sergio Colosi, alla guida del ufficio stampa del Comune c’era Attilio Borda Bossana, entrato nell’organico del Comune senza alcun concorso. Collaboratore esterno di Palazzo Zanca sin dal 1980, Borda Bossana nel 1999 ne divenne dipendente in palese violazione dell’articolo 97 della Costituzione.

Grazie a un delibera voluta dal vicesindaco di allora Giampiero D’alia e avallata dal segretario generale Filippo Ribaudo non solo divenne dipendente ma gli fu da subito applicato il contratto di caporedattore.

A cavallo tra 2011 e il 2012, Il settimanale Centonove in una serie di articoli a firma di Michele Schinella raccontò come a Borda Bossana in violazione di legge fosse garantito un trattamento mensile medio di 10 mila euro per 13 mensilità.

Insomma, Borda Bossana (titolo di studio geometra), era il dipendente più pagato di Palazzo Zanca, più di qualsiasi dirigente.

Il sindaco Giuseppe Buzzanca a seguito degli articoli chiese un parere al collegio di difesa, presieduto da Francesco Marullo. Quattro componenti si astennero perché intimi amici di Borda Bossana.

Il parere giunse. Il dirigente del Personale Giuseppe Mauro lo ritenne “incomprensibile e contraddittorio”. Ne chiese uno a chiarimento. Arrivò sul tavolo di Provvidenza Castiglia, dirigente che nel frattempo sostituì Mauro, ma fu secretato.

Qualche mese dopo Giuseppe Buzzanca si dimise.

A ottobre del 2012 a palazzo Zanca giunse il commissario Luigi Croce, ex capo della procura di Messina.

Borda Bossana premiato da Croce

Attilio Borda Bossana (a sx) premiato da Luigi Croce

Una mano lava l’altra…

Passarono 6 mesi e il primo maggio del 2013 Attilio Borda Bossana si mise in pensione, a 62 anni.

A lui andò un trattamento di fine rapporto e una pensione che se non gli fosse stato applicato il contratto dei giornalisti si sarebbe sognato.

Quindici giorni dopo, il 14 maggio del 2013, con delibera numero 47, il commissario Croce eliminò la figura professionale di capo redattore dall’organigramma del Comune e la sostituì con quella di giornalista inserendola nella categoria D3 del Contratto degli enti locali: così come viene fatto in tutti i Comuni d’ italia.

Tuttavia, l’ex magistrato Croce nessuna iniziativa giuridica intraprese per fare chiarezza sul diritto di Borda Bossana di ricevere emolumenti da manager di un’azienda privata.

L’amministrazione Accorinti, che si trovò per le mani la spinosa questione del sontuoso trattamento di fine rapporto reclamato da Borda Bossana, fece a sua volta finta di nulla.

E alcuni anni dopo, mettendo nel nulla pure l’operato del commissario Croce, si appresta, a fine legislatura, a fare di Colosi il nuovo Borda Bossana.

Eppure, che Colosi ora (e Borda Bossana prima) non abbia alcun diritto all’applicazione del Contratto dei giornalisti e alla qualifica di caporedattore e per contro il Comune abbia l’obbligo di non applicarlo a pena di responsabilità contabile, lo ha stabilito indirettamente la sentenza della Corte di Cassazione che si è pronunciata su Maria Flavia Carilli.

 

La vicenda in punto di diritto

Per chi ha un minimo di tempo e di dimestichezza con il diritto e non cade (come talvolta anche taluni giudici) nelle trappole fumose tese da avvocati e giornalisti in cerca di privilegi (dopo aver criticato quelli dei politici) la vicenda è di una semplicità disarmante.

La legge nazionale n° 150 del 2000 ha previsto che “Le amministrazioni pubbliche possono (non devono, ndr) dotarsi di un ufficio stampa“.

Per ciò che attiene specificamente la vicenda che riguarda il trattamento economico e giuridico tra gli altri di Colosi, ha precisato che: “Negli uffici stampa l’individuazione e la regolamentazione dei profili professionali sono affidate alla contrattazione collettiva nell’ambito di una speciale area di contrattazione, con l’intervento delle organizzazioni rappresentative della categoria dei giornalisti. Dall’ attuazione del presente comma non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica“.

In Sicilia, tuttavia, un legislatore molto attento alle esigenze economiche dei giornalisti emanò una serie di norme nel tentativo di anticipare il contenuto dell’Accordo tra le parti sociali stabilendo in sintesi che: “Ai giornalisti degli uffici stampa degli enti locali siciliani si applica il contratto collettivo dei giornalisti e la qualifica di caporedattore

Queste norme regionali furono spazzate via dalla Corte costituzionale che con sentenza  189 del 5 giugno 2007 ha ribadito in maniera molta chiara un principio pacifico nella giurisprudenza: “I rapporti di lavoro alle dipendenze della pubblica amministrazione per legge sono regolate dalla contrattazione collettiva al fine di garantire su tutto il territorio nazionale uniformità di trattamento dei lavoratori. Questo principio si impone anche nelle regioni a statuto speciale e quindi limita la potestà legislativa esclusiva della regione Sicilia“, ha concluso la Consulta.

In altre parole, in omaggio al principio costituzionale di uguaglianza non può accadere che il componente dell’ufficio stampa del Comune di Roma guadagni 4 mila euro lordi al mese e quello di Messina arrivi a 10 mila: i dati sarebbero quelli reali se la delibera di Giunta fosse attuata a favore di Colosi.

E’ per evitare queste discriminazioni e per consentire un controllo da parte del Governo e della Corte dei conti sulla spesa pubblica che è stata creata l’Aran (Agenzia per la rappresentanza negoziale), unico organismo che per legge ha la rappresentanza delle pubbliche amministrazioni ai fini della firma dei Contratti collettivi di lavoro e può dunque validamente vincolarle.

L’Aran non ha mai sottoscritto un accordo con le organizzazioni rappresentative di categoria dei giornalisti, che avrebbe comunque il limite di non dover determinare nuovi oneri per le finanze pubbliche.

E, dunque, in tutta Italia ai giornalisti che fanno parte dell’ufficio stampa dei Comuni e delle Province si applica il contratto degli enti locali.

L’Accordo di Pulcinella in terra siciliana

La decisione della Corte costituzionale non piacque all’Assostampa Sicilia e cosi si cercò subito il modo per aggirarla.

Il 24 ottobre del 2007 a Palermo si riuniscono per le parti pubbliche: l’assessore regionale alla Presidenza, Mario Torrisi; il presidente dell’Associazione dei Comuni (Anci) della Sicilia; il segretario dell’Unione regionale provincie siciliane (Uprs); per le parti private: il segretario dell’Associazione stampa siciliana (Assostampa) e il presidente della Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi).

Stipulano un Contratto.

L’Accordo in sostanza ripristina il principio che la Corte costituzionale aveva spazzato via dall’ordinamento giuridico: ovvero l’applicazione del Contratto dei giornalisti ai componenti degli uffici stampa degli enti locali.

Per tentare di ammantarlo della forza di fonte del diritto, l’Accordo fu pure pubblicato nella Gazzetta ufficiale della regione Sicilia

E’ su questo Contratto che fanno leva le cause proposte in tutta la Sicilia da vari giornalisti in forza all’ufficio stampa dei Comuni (e dallo stesso Sergio Colosi) o delle Province (è il caso di Maria Flavia Carilli) per vedersi riconoscere il trattamento di giornalista.

Il tema determinante su cui alcuni giudici, aiutati talvolta da distratti difensori degli enti enti locali, si sono incartati è proprio questo.

Che efficacia vincolante ha questo Accordo?

Non ci vuole molta competenza per capire che non ne ha alcuna: basti solo osservare che metterebbe nel nulla il principio di uniformità di trattamento richiamato dalla Corte costituzionale.

Può l’Associazione (politica) dei comuni siciliani o l’Unione (politica) regionale delle province siciliane vincolare una pubblica amministrazione nel trattamento giuridico ed economico dei dipendenti dei comuni o delle province? Può l’organo politico Assessore regionale vincolare la regione Sicilia? Certo che no.

Alessandro Garilli, ordinario di diritto del Lavoro all’Università di Palermo, chiamato in causa anni fa sul tema, ha dato la sua autorevole opinione: “E’ carta straccia. E’ stato sottoscritto da chi non ha nessuna competenza a rappresentare i Comuni e le Province o la regione Sicilia. Questa legittimazione spetta solo all’ Aran nazionale per comuni e le province, e all’Aran Sicilia per la Regione”.

Se per assurdo….

Ma, in ipotesi, si consideri pure (per assurdo) che l’Accordo sia vincolante e cioè che chi lo ha sottoscritto avesse legittimazione a farlo impegnando le pubbliche amministrazioni.

Basta dare una lettura attenta al testo per scoprire che è lo stesso Accordo a stabilire  all’articolo 1 che” l’applicazione riguarda il personale degli enti di cui all’articolo 1 della legge regionale 10 del 2000″: è facile, leggendo quest’ultima norma avvedersi che si tratta della “Regione e degli enti sottoposti a controllo o vigilanza delle Regione”.

Quindi per andare al caso di Colosi, il Contratto del 24 ottobre 2007 all’ente Comune neppure si potrebbe applicare.

Ma c’è di più.

E’ sempre lo stesso Accordo (art. 2) a disporre che “l’operativa dello stesso è subordinata alle contrattazioni integrative aziendali”. Che al Comune di Messina non sono state mai fatte e dunque mai potrebbe Colosi invocare davanti ai giudici il Contratto con successo.

Infatti, è la stessa Corte di Cassazione nella sentenza che ha riguardato la Carilli a dichiarare che questo Accordo non abbia alcuna efficacia vincolante per le amministrazioni pubbliche siciliane.

Donatella Sindoni non è più consigliere comunale, al suo posto subentra Giuseppe Siracusano. Anche per la Corte d’appello non era eleggibile. La sentenza è immediatamente esecutiva. Naufragano le tesi del legale Antonio Catalioto. Il caso sollevato da un servizio giornalistico.

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Antonio Catalioto e Donatella Sindoni

Antonio Catalioto e Donatella Sindoni

Donatella Sindoni non era eleggibile ed è sostituita da Giuseppe Siracusano.

La corte d’appello di Messina si trova d’accordo con il Tribunale e decreta la decadenza dal Consiglio comunale della biologa prestata alla politica.

Nel contempo, dispone che il suo posto venga ricoperto dal primo dei non eletti della lista cui apparteneva alle elezioni amministrative del 2013.

Non potendo essere Giovanni Cocivera, che nel frattempo è finito prima agli arresti e poi sotto processo per gravi reati connessi alla sua professione di ginecologo, i giudici hanno decretato che temporaneamente il nuovo consigliere comunale sia Giuseppe Siracusano, di professione avvocato.

Dura lex… sed lex

Il provvedimento della Corte d’appello, pubblicato qualche minuto fa, per la legge è immediatamente esecutivo e dunque la Sindoni non è più da considerasi appartenente al civico consesso.

Donatella Sindoni al momento in cui è stata eletta nel giugno del 2013 era ineleggibile, benché avesse dichiarato di non avere alcuna causa di ineleggibilità all’atto della presentazione delle candidature.

Era, infatti, titolare di un laboratorio di analisi convenzionato con l’Asp 5 di Messina: ciò che la legge regionale e nazionale vietavano e vietano.

La stessa consigliera, peraltro, aveva occupato lo scranno di consigliere comunale tra il 2005 e il 2006 pur essendo allo stesso modo ineleggibile.

La Corte d’appello si è trovata d’accordo con il Tribunale, che aveva sancito la ineleggibilità della Sindoni già il 2 febbraio del 2016.

Ancora prima, il 30 giugno del 2016, l’Ufficio legale e legislativo della Regione, massimo organo di consulenza giuridica degli enti locali siciliani, aveva dichiarato la consigliera ineleggibile.

L’ineleggibilità era stata sollevata, un anno prima, il 22 giugno del 2015,  da un servizio giornalistico a firma di Michele Schinella pubblicato sul blog www.micheleschinella.it dal titolo “Occupa lo scranno di consigliere comunale ma era ineleggibile. Lo strano caso di Donatella Sindoni”.

Tuttavia, nonostante fosse chiaro e palese che la Sindoni non si potesse candidare alle elezioni del 2013, è rimasta in carica sino a pochi mesi dalla scadenza del mandato  grazie ai ritardi e alle indecisioni del segretario generale del Comune Antonino Le Donne e al comportamento di gran parte dei consiglieri comunali, che all’atto di votare la decadenza non si sono presentati al voto come è accaduto da ultimo hanno ritirato la firma sulla proposta di delibera della decadenza (vedi servizio).

Una difesa…eccezionale

Assistita dal suo legale Antonio Catalioto, le cui tesi sono state spazzate via da due organi giurisdizionali della repubblica italiana e prima ancora dal massimo organo di consulenza giuridica della regione, la consigliera le ha provate tutte (conferenze stampa comprese)  pur di rimanere incollata allo scranno che per legge non poteva occupare, riuscendo a guadagnare mesi e mesi di carica e di gettoni di presenza.

La consigliera infatti pur di impedire al Consiglio comunale di votare sulla sua ineleggibilità a poche ore dal voto denunciò in Procura il segretario generale Le Donne e minacciò di denunciare i colleghi consiglieri.

Tutta la vicenda, dipanatosi per due anni e mezzo, è illustrata nel servizio, sempre a firma di Michele Schinella, dal titolo “Caso Sindoni: “Il segretario generale Le Donne sotto accusa e denunciato in Procura. L’avvocato Scurria ispira il vicesegretario del Comune Interdonato. Ma le tesi del legale non stanno in piedi. Come quelle del collega Catalioto”