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Coronavirus e propaganda del terrore, la Svezia senza lockdown piange gli stessi morti degli anni scorsi ma i giornali italiani continuano a rappresentare l’apocalisse nel paese scandinavo. I dati ufficiali dei primi 4 mesi dell’anno smentiscono gli scienziati “televisivi” e la stampa di regime

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I suoi cittadini hanno continuato a svolgere la loro vita normalmente: non sono state sospese le libertà fondamentali della persona e confini, scuole, negozi, uffici, aziende, persino bar e ristoranti sono rimasti aperti.

Ma la paventata ecatombe causata dal Covid 19, il virus terribile ma non tanto, letale ma  solo con chi è anziano e molto malato, in Svezia dopo 2 mesi di pandemia sinora non c’è stata.

I numeri anzi dicono tutt’altro.

Basta andare a leggerli. Sono pubblici, ufficiali e provvisori, dell’istituto di statistica svedese.

La Svezia nei primi 4 mesi del 2020 conta o, meglio, piange complessivamente 2661 morti di più (+ 8,8%) rispetto ai primi 120 giorni del 2019, ma solo perché lo scorso anno è stato quello con il tasso di mortalità più basso negli ultimi 5 anni.

Se si guardano le statistiche di due anni fa, si scopre un dato straordinario: nel periodo della pandemia da coronavirus sono morte 669 persone in meno dello stesso periodo del 2018 (- 2%).

Anche nel 2015 ci furono più decessi rispetto al virale 2020: esattamente 132 morti in più. Invece, si registrarono 267 morti in meno nel 2017 e 1250 in meno nel 2016, rispetto sempre al 2020.

I pronostici dei profeti italiani dell’apocalisse (i famosi scienziati televisivi Pierluigi Lo Palco e Roberto Burioni, giusto per fare due nomi), di coloro che hanno cercato in tutti i modi di denigrare la strategia svedese per legittimare nella “guerra” mondiale contro il virus “il modello italia”, il modello fondato sul terrore e sul lockdown (tutto chiuso, tutti reclusi), sono miseramente naufragati.

I media italiani, autori negli ultimi due mesi e mezzo della più imponente opera di disinformazione della storia della Repubblica al servizio della propaganda della paura, tuttavia non si danno per vinti neppure davanti all’evidenza.

L’attività di sistematica di domolizione dell’approccio svedese alla pandemia basato sulla ragione, sul contemperamento dei valori e interessi in gioco, sul senso di responsabilità dei cittadini e anche sulla scienza vera (non quella dei salotti televisivi italiani), infatti non si arresta.

L’ultima opera di manipolazione… di una lunga serie

E’ di ieri 8 maggio del 2020 un articolo de Il corriere.it  dal titolo chiaro:  “Svezia senza lockdown. Molti morti. “Siamo stupiti“, ma dal contenuto e dal messaggio manipolato.

Per dimostrare che la strategia della Svezia è fallimentare si mettono in confronto i dati della Svezia con quelli di Norvegia e Finlandia, gli altri due paesi scandinavi che invece hanno adottato una strategia più restrittiva.

Più specificamente, si mettono a paragone i dati dei morti con/per/da coronavirus.

Un dato che ha ben poca rilevanza scientifica. Risente, infatti, dai criteri usati per il computo e la classificazione dei morti: se il tampone viene fatto a tutti i morti, come in Svezia; se nella lista dei morti si mettono tutti quelli positivi al Covid (come in Svezia) o, al contrario, solo quelli rispetto ai quali un medico attesti che il virus abbia avuto una efficacia causale importante (come in Norvegia o Finlandia).

Valutazione quest’ultima molto soggettiva visto che il coronavirus – a guardare i dati epidemiologici disponibili in Italia (fonte Istituto superiore di sanità) e negli altri paesi – nel 57% dei casi concorre alla morte di persone con più di 80 anni, solo nell’1% di individui di età inferiore a 50 anni e comunque nel complesso affette, nel 96% dei casi, da almeno una grave patologia diagnosticata in precedenza.

L’unico dato veramente importante e oggettivo è il numero totale dei morti in un periodo sufficientemente ampio: è solo questo che offre la misura della letalità di un virus o di una epidemia e, soprattutto, consente di valutare l’efficacia delle misure di contrasto adottate.

Questo dato attesta che sinora, nei primi 4 mesi dell’anno, nonostante il “non lockdown” in Svezia, contrariamente a quanto sostiene il corriere.it, trionfalmente ripreso da decine di siti, la mortalità totale non è aumentata.

Anders Tegnell, epidemiologo dell’Agenzia per la salute pubblica svedese, contrariamente a quanto si scrive nell’articolo del Il corriere, infatti non “è stupito” per i morti complessivi, ma per l’alta percentuale (sui 3000 totali) di decessi di persone positive al Covid nelle case di riposo, poiché le uniche misure minimamente restrittive di prevenzione che il Governo aveva assunto riguardavano queste strutture.

La stessa operazione di manipolazione l’ha compiuta il Fatto quotidiano, qualche giorno prima, il 6 maggio: “Coronavirus, nella Svezia anti-lockdown più di 2900 vittime: tasso di mortalità record dei Paesi nordici“, è questo titolo di un servizio dal tenore analogo a quello de il corriere.it.

 

Milena… anche tu? Che disastro

La Svezia è stata vittima anche di Milena Gabanelli: una delle più autorevoli giornaliste italiane. Contagiata dal virus della manipolazione, si è aggregata alla folta schiera dei colleghi.

Sempre dalle stesse pagine del corriere.it, il 28 aprile la giornalista ha firmato un servizio dal titolo “Morti Covid, tutte le bugie dell’europa. Ecco i dati reali“.

In questo servizio, la Gabanelli che usa uno studio dell’Ispi (Istituto studi politica internazionale) mostra che in Svezia nel 2020 c’è stato un aumento della mortalità del 20% e che questi morti in eccesso sono di più di quelli dichiarati come persone morte con coronavirus. Lo stesso discorso viene fatto per tutti gli altri paesi europei (qui non interessa).

Ma tutta l’impalcatura della ricostruzione si fonda su dati relativi a un lasso temporale di 20 giorni, tra il 20 marzo e il 10 aprile, e sul confronto con lo stesso periodo del 2019: ciò che è assolutamente incompatibile con una valutazione epidemiologica seria degli effetti di un’epidemia.

Il tasso di mortalità, infatti, è estremamente variabile di mese e mese e di anno in anno: quello che conta è la mortalità complessiva annua o comunque di un periodo lungo.

Eppure, i dati più completi e relativi a un arco temporale più ampio sulla Svezia sono ed erano disponibili anche per la Gabanelli e sono stati ignorati: al massimo attestano che vi sia stata una mortalità dell’8% in più rispetto all’anno scorso e non certo del 20%, e per contro del 2% in meno rispetto al 2018,

Una campagna spietata di delegittimazione

Questi due servizi rappresentano solo gli ultimi di una vasta campagna di manipolazione dell’informazione ai tempi della pandemia sulla Svezia (e sugli altri paesi che si sono mossi secondo principi di razionalità) che ha visto protagonisti oltre il Corriere e il Fatto quotidiano, La Repubblica e l’agenzia di stampa l’Ansa.

Il 16 aprile del 2020 due studiosi Monica Quirico e Roberto Salerno hanno illustrato su www.wumingfoundation.com come la stampa italiana avesse fino a quel momento artatamente manipolato tutta l’informazione sulla Svezia: “Gli eretici di Stoccolma. Come e perché la stampa italiana disinforma su Svezia e coronavirus“, il titolo di un articolo molto istruttivo.

Un tema da approfondire

La stampa italiana ha naturalmente cavalcato l’onda dell’apocalisse e della paura su cui si è fondata la strategia italiana, magari solo per opportunismo o per naturale abitudine a essere serva del potere. Questo è comprensibile.

Ma perché manipolare con pervicacia l’informazione al fine di gettare discredito sui paesi come la Svezia (e la Germania, sia pure in maniera meno radicale) che hanno scelto una strada diversa? E perché continuare a farlo ancora oggi, a 60 giorni dall’inizio dell’emergenza?

 

 

 

 

 

Coronavirus e propaganda, Cateno De Luca contro Nello Musumeci: quando il bue dice cornuto all’asino. Il sindaco di Messina e il presidente delle Regione emanano provvedimenti egualmente invalidi. E c’è chi perde tempo a stabilire quali vincolano i cittadini

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Cateno De Luca e Nello Musumeci

 

Vale la mia. No, la mia è più bella ed efficace e la tua non vale nulla. Tu fai confusione. No, il contrario: sei tu che hai iniziato a non fare capire nulla alla gente.

Il sindaco di Messina Cateno De Luca contro il Presidente della Regione Nello Musumeci.

I fans dell’uno contro la brigata di razza dell’altro.

Oggetto di questa contesa con i tratti del romanzo kafkiano sono le ordinanze che i due “signori” adottano da oltre un mese e mezzo: spesso sono atti in contrasto tra di loro e/o con la normativa nazionale dettata (sulla scorta di due Decreti legge) con i Decreti del presidente del Consiglio dei ministri per contenere la diffusione del coronavirus.

In mezzo i cittadini messinesi e i siciliani.

Terrorizzati dal coronavirus, non solo da due mesi si sono visti come tutti gli italiani limitata drasticamente la libertà personale, valore fondamentale tutelato dalla Costituzione Repubblicana, ma non sanno neppure quali siano le norme a cui debbano attenersi.

Sono vittime due volte: del Covid 19 e delle iniziative propagandistiche e elettoralistiche dei due esponenti politici.

I due fanno la corsa a sfornare ordinanze contingibili e urgenti, a chi è più prolifico: ordinanze liberticide, ma anche illegali.

De Luca ha adottato l’ultima proprio ieri 21 aprile del 2020, l’ennesima: reca il numero 123; Musumeci dopo una specifica per Pasqua ne ha emanata un’altra con la pretesa di efficacia sino al 3 maggio a far data dal 19 aprile.

Giuridicamente si tratta di carta straccia.

Qualunque sanzione fosse basata su questi provvedimenti sarebbe oggetto di annullamento successivo da parte dei giudici ordinari.

Atti amministrativi di nessun valore ed efficacia giuridica, possibile fonte in astratto del reato di abuso d’ufficio, anche per i pubblici ufficiali che ne sanzionano le violazioni a responsabilità. I cittadini potrebbero fare a meno pure di leggerle.

Eppure, grazie alla complicità di giornali e al silenzio della quasi totalità di giuristi e politicanti nostrali, sono osservate (anche nelle parti irrazionali e inutili in contrasto con la normativa nazionale), per comprensibile ignoranza giuridica o anche solo per evitare grattacapi, in altre parole sanzioni amministrative: invalide certo, ma sempre da impugnare sostenendo le relative legali spese.

Le ordinanze del sindaco di Messina non hanno mai avuto alcuna reale efficacia: un paio sono state formalmente annullate.

Quelle di Musumeci sono prive di ogni valore dal 5 aprile scorso.

Da quel giorno l’unica normativa che vale, che impegna i cittadini, è quella nazionale: quella dei Dpcm, l’ultimo dei quali è stato adottato il 10 aprile scorso. E’ l’unica vincolante, almeno sino a quando non interverrà la Corte costituzionale (ma questo è tema che qui non rileva).

Qualunque sia la natura delle misure in esso contenute, più restrittive, com’era sino all’altro ieri, o meno restrittive: da qualche giorno alcuni sindaci e i presidenti delle regioni fanno a gara ad ampliare alcune libertà, dopo averle per 45 giorni illegalmente compresse.

Le ordinanze confermative della normativa nazionale sono utili solo all’affermazione dell’ego del politicante di turno.

E non perché lo dice (presuntuosamente) chi scrive, o lo dice pubblicamente la giurista Vitalba Azzollini e solo privatamente (alcuni per mero opportunismo professionale) tutti i giuristi con un minimo di onestà intellettuale.

Lo dice la legge, precisamente il Decreto legge n° 19 del 25 marzo.

Salvo che qualche scienziato del “rovescio” non voglia sostenere che in tempo di coronavirus la legge non valga nulla e vale la legge dello sceriffo di turno, il che non stupirebbe visto lo scempio che si è fatto dello Stato di diritto.

Basta leggere il decreto legge (si trova facilmente in rete), tenendo presente quella che è la ratio: ovvero porre uno stop alla macchina continua di ordinanze da parte di sindaci e di presidenti delle regioni, con il conseguente attentato alla certezza del diritto.

Con questo provvedimento che ha la forza di una legge ordinaria (la sola con cui secondo la Costituzione repubblicana si può limitare, e solo in casi specifici, la libertà personale), all’articolo 2 si è stabilito:

1) che da quel momento per contenere la diffusione del virus potessero essere adottate una serie di misure elencate tassativamente all’art 1 dello stesso decreto legge e solo con Decreto del presidente del Consiglio, il famoso Dpcm;

2) che dal 5 aprile cessava ogni potere di emanare ordinanze da parte dei Presidenti delle Regioni e si ribadiva che i sindaci non potessero adottarle;

3) che i Dpcm potessero essere adottati anche su proposta dei presidenti delle regioni interessate nel caso si trattasse di fare fronte a necessità di carattere regionale.

Punto. Semplice: ai presidenti delle regioni (e ai sindaci) è tolta ogni competenza.

C’è chi per sostenere la validità delle ordinanze del Presidente Musumeci fa notare che all’articolo 3 il Decreto legge prevede che: “Nelle more dell’adozione dei decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, i presidenti delle regioni in relazione a specifiche situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario verificatesi nel loro territorio o in una parte di esso, possono introdurre misure ulteriormente restrittive, tra quelle di cui all’articolo 1, comma 2 (…) “.

L’operatività di questa norma si basa su due presupposti: innanzitutto, specifiche situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario; in secondo luogo, su ciò che il presidente proponga le misure al Governo e in attesa che quest’ultimo decida, essendovi l’urgenza, adotti le misure più restrittive con efficacia sino all’emanazione del relativo Dpcm.

Risulta a qualcuno che Musumeci abbia avanzato simili proposte di misure specifiche  al Governo?

E soprattutto: è a conoscenza qualcuno che in Sicilia ci siano state ad aprile “situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario”?

O non è vero – stando ai dati che diffonde lo stesso Musumeci – il contrario?

Risulta ciò ad almeno uno dei silenti 40 deputati regionali?

Giusto per fare un esempio virtuoso, ne ha contezza il deputato di opposizione Claudio Fava, censore attento dei fenomeni di illegalità? O, forse, si occupa solo di illegalità mafiosa…. passata?

Tra il serio e il faceto. Il retroscena: Quando il capo supremo dei coronavirus si incontrò in segreto con Cateno De Luca e gli concesse l’immunità di gregge per il tempo necessario a distribuire le uova pasquali

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“Il vostro sindaco vi ordina di stare in casa” e di uscire ma solo a gruppi (possibilmente folti) per ricevere l’uovo di pasqua che lui vi consegnerà personalmente.

Chi ha trovato in questo messaggio qualcosa di contraddittorio o di incoerente non ha capito ancora nulla dell’onnipotenza di Cateno De Luca.

Davvero qualche malpensante alla vista delle immagini del primo cittadino intento a distribuire in vari quartieri della città le uova di cioccolata con la sorpresa dentro attorniato da decine di persone ha potuto pensare che lui, l’uomo che ama i propri cittadini come i figli, ne avrebbe mai messa a rischio la salute?

Che lo avrebbe fatto dopo un mese e mezzo poi di martellante campagna del terrore, al limite dello stalking, con cui ha imposto, da vero sceriffo, limitazioni alle libertà che la legge dello Stato neppure prevedevano?

La salute poi di coloro che soffrono tra l’amianto dentro le baracche (ma con i condizionatori e le antenne paraboliche) per i quali sacrificherebbe la vita?

Ma no! Siamo seri! Mica lui è come i famigerati sciatori contro i quali ha condotto una dura battaglia e istigato una sacrosanta caccia all’untore.

Ci sono cose che gli umani normodotati, i criticoni dei social, quelli che “De Luca è la causa di tutti i mali”, quelli che si indignano a corrente alternata, non sanno; neppure immaginano. E che il primo cittadino non può rivelare per comprensibile riserbo.

Allora, a scanso di equivoci, in modo da evitare che intervenga di nuovo il Garante dell’infanzia (il vescovo Giovanni Accolla no, lui le labbra le scolla solo se a De Luca sfugge qualche parolaccia), è bene rivelare l’arcano.

De Luca sapeva che l’assembramento, prevedibile e inevitabile, per la distribuzione delle uova non avrebbe assolutamente messo in pericolo nessuno delle decine di persone accorse entusiaste. Bastava però che fosse osservata una condizione: la sua presenza.

Ah si, e perché?

Il primo cittadino dopo oltre un mese di spettacolini da vera star del genere tragico comico, appositamente studiati per far ridere i virus in modo da renderli meno aggressivi, proprio alla vigilia della santa Pasqua è stato convocato dal Capo supremo dei coronavirus, una sorta di ape o formica regina.

Un incontro segreto, avvenuto di notte, senza testimoni.

Per l’occasione De Luca eccezionalmente si è dovuto muovere senza gli uomini del suo nucleo di tutela.

E non si pensi sia una boutade come la telefonata che ricevette da Papa Francesco non appena divenuto sindaco, quando pianse per la commozione.

Il capo supremo degli esserini invisibili che hanno gettato l’Italia nel terrore si è voluto complimentare personalmente con il sindaco: mai nella triste e millenaria storia dei virus c’era stato un umano capace di metterlo così tanto di buon umore.

In genere, i cattivissimi umani cercano sempre di inventare vaccini, farmaci anti e retro virali: di sterminarli. De Luca no.

Il sindaco, grazie all’aiuto di vallette e ballerine trasformate in giornalisti, ha messo in atto una strategia nuova: diffondere l’allegria tra esseri invisibili e infelici, costretti loro malgrado a vivere per complicare la vita degli altri.

C’è mancato poco che De Luca, gratificato da tale complimento, inscenasse uno sketch esilarante. Per la verità aveva già a razzo elaborato un (comico) comizio.

Era quasi sul punto di iniziare.

Il capo supremo l’ha fermato: “Ti prego mi hai già fatto scompisciare dalla risate. Non esagerare“, l’ha implorato.

De Luca ha abbassato lo sguardo, costernato. Ma il prestigioso interlocutore l’ha subito tirato su: “Ho per te un premio, per ringraziarti di tutto. Siccome siamo in periodo di Pasqua e so che tu sei tanto generoso e ci tieni tanto a donare le uova alla tua gente, a sentire il loro calore, concedo a te e a tutti coloro che si assembreranno attorno l’immunità di gregge, giusto il tempo della consegna“.

Gli occhi di De Luca si sono illuminati. Immediatamente ha immaginato il bagno di folla, la cosa che più lo eccita; la richiesta di foto come accade agli attori famosi. Gli è balenata in mente anche la promessa di voti futuri, la cosa che meno gli interessava, un’idea ripugnante: “Bravo signor sindaco, la prossima volta i voti tutti vostri sono!“.

Il sindaco si è inchinato per baciare le mani al capo supremo ma questi d’improvviso si è volatilizzato.

Come d’incanto De Luca si è ritrovato in mezzo al letto. Erano le 5 di mattina. Eccitato per l’incontro, con l’adrenalina a mille, ha subito preso il telefono e svegliato tutti i suoi collaboratori e assessori.

Il piano A va annullato, le uova di Pasqua le porto io nei quartieri di persona personalmente. E’ un ordine: ve lo ordino io e quello che dico non si discute, perché io so i cazzi mei“, ha intimato, tenendo a tutti nascosto l’incredibile incontro di qualche ora prima.

Il piano A? Cos’era il piano A?

Sarebbero state decine i volontari impegnati nella stessa operazione, ma l’amministrazione non poteva mancare: per giorni si era discusso in Giunta su come distribuire le uova senza violare il divieto di assembramento, unica misura davvero razionale per limitare il contagio.

Alla fine De Luca aveva avuto un’idea geniale. Recapitare le uova dall’alto, stile cicogna.

Non avrete certo immaginato che i droni con cui l’ingegner Gabriel Valentino Versaci fa le prove da un mese servissero per tenere sotto scacco la gente?

Questa era solo la motivazione apparente, per non rovinare la sorpresa.

Il sindaco aveva deciso di usare i droni nonostante le obiezioni di un suo fidatissimo assessore: “Ma Cateno se le uova le porta il drone, alla prossima tornata elettorale la gente cercherà drone sulla scheda del voto e noi dopo aver candidato alle europee la collega Daffine non possiamo certo candidare anche il drone, a tutto c’è un limite“.

De Luca ha schiumato di rabbia: “Ma perché noi le uova le consegniamo per alimentare e far crescere clientele? Come ti permetti di fare queste basse insinuazioni?“, l’ha aggredito.

Dopo una breve e interminabile pausa d’imbarazzato silenzio ha soggiunto: “Ho letto nelle carte di un’inchiesta, come si chiama? Ah si, Matassa, che a Messina i miei predecessori le buste della spesa le consegnavano con le ambulanze dismesse. Che miserabili. Noi dobbiamo essere migliori, al di sopra di ogni sospetto: lungimiranti e generosi. Non aspettare la settimana prima delle elezioni. Cominciamo con largo anticipo. E dobbiamo anche essere efficienti e tecnologici: i droni sono perfetti“, aveva sentenziato.

Poi, l’incontro che susciterà l’invidia di virologi ed epidemiologici ha stravolto il piano. L’ingegnere dei droni dovrà attendere ancora.

Il sindaco podestà fatto martire nella stagione dell’emergenza coronavirus: se uno Stato incoerente perde ogni credibilità e fa il gioco del ribaldo di turno. Il Governo si mobilita contro l’ordinanza palesemente illegittima di Cateno De Luca, ma lascia correre sulle ordinanze di Nello Musumeci e degli altri presidenti di Regione. E così gli oppositori del primo cittadino

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Violazione della stessa legge. Identica lesione delle libertà fondamentali sancite dalla Costituzione.

Per sanare il vulnus determinato dall’ordinanza del sindaco di Messina Cateno De Luca che chiudeva lo stretto di Messina il Governo nazionale ha seguito la strada dell’annullamento straordinario.

Invece, si è comportato come Ponzio Pilato, girandosi dall’altra parte, rispetto ad analoghe ordinanze inutilmente liberticide assunte da vari presidenti delle regioni, primo fra tutti da quello della Regione Sicilia, Nello Musumeci (ma anche della Lombardia), in epoca successiva al 5 aprile 2020, termine ultimo di efficacia di qualsiasi provvedimento locale in materia di contenimento della diffusione del coronavirus.

Allo stesso modo, facendo finta di nulla, si sono atteggiati i giuristi, i sindacalisti, i (pochi) giornali, la Rete dei 34, che si erano battuti contro l’ennesima prevaricazione del sindaco di Messina.

I principi costituzionali non valgono sempre chiunque li infranga?

O forse, parafrasando George Orwell la legge se non la rispetta Tizio vale tantissimo e se non la osserva Caio fa niente, non vale nulla?

Come si può essere credibili se si applicano due pesi e due misure?

Il governo italiano con la sua incoerente condotta ha offerto al sindaco di Messina uno straordinario assist: da abile manipolatore qual è, sfruttando da par suo la psicosi collettiva che alimenta ogni giorno, ha avuto gioco facile in assenza di contraddittorio nello spiegare che lui è vittima di una persecuzione perché difende i cittadini messinesi da un governo imbelle, se non addirittura razzista.

Insomma, un martire: già preso di mira per il suo attivismo dal ministro degli Interni, Luciana Lamorgese, che lo ha denunciato per vilipendio delle istituzioni (come se insultare le persone fosse un modo concreto per risolvere i problemi), irrorando così di olio lubrificante i meccanismi sempre ben curati del suo gioco vittimistico.

De Luca, non va dimenticato, da ultimo ha aumentato il suo consenso proprio grazie agli “spregiudicati” arresti di cui è stato vittima qualche mese prima delle elezioni amministrative del 2018: misura cautelare fatta a fettine dal Tribunale del Riesame. Ciò che gli ha consentito di ergersi a martire della giustizia che non funziona: emblema in cui si sono immedesimati tutti coloro che con il (dis) servizio giustizia hanno avuto a che fare.

In quest’ultima occasione, il sindaco – per usare una metafora – ha recitato ottimamente la parte del ladro che per dimostrare di essere innocente non ha argomentato sulla liceità della sua condotta, ma ha con passione sostenuto non andasse punito perché i suoi complici erano stati graziati. 

I fans ci sono cascati. E questo non meraviglia.

Meraviglia che persone che fanno politica da anni possano pensare di fare un’opposizione credibile e costruttiva alle prevaricazioni di un maestro di propaganda come De Luca senza essere coerenti; senza onestà intellettuale. Senza battersi per la difesa dei valori su cui si fonda la comunità, chiunque vi attenti, anche il proprio amico o ex compagno di classe: liberi dalla logica della tribù. 

Antonio Saitta, persona di sicura e ampia cultura giuridica e candidato a sindaco (perdente) alle ultime elezioni amministrative, ha esultato alla notizia che il Consiglio di Stato avesse dato il via libera alla bocciatura dell’ordinanza liberticida del 5 aprile del 2020, una delle tante sfornate da De Luca e usate unicamente per aumentare il consenso.

E si è avventurato in una chiosa accusatoria ad ampio raggio a chi sostiene acriticamente il sindaco, pure condivisibile per gran parte.

Ma non ha speso pubblicamente una parola sulle ordinanze del presidente Musumeci oltremodo irrazionalmente limitative della libertà personale, benché anche queste si applichino nella città di Messina: giusto per smontare l’argomentazione secondo cui ci può opporre concretamente solo a ciò che ha effetti sulla propria sfera giuridica.

Non una parola l’hanno spesa i nostrali e fieri contestatori di De Luca, che proprio per la pervicacia con cui il sindaco vìola le regole ne hanno chiesto al Governo la rimozione.

Al contrario, per esempio, della giurista Vitalba Azzollini che dalle pagine di www.meridionews.it ha criticato aspramente sia l’ordinanza di De Luca e sia quelle di Musumeci.

E allora non c’è da stupirsi se a chiunque venga il sospetto che il problema non sia difendere i principi e i valori, ma fare politica, campagna elettorale, attaccare l’avversario. Esattamente quello che fa De Luca, incurante degli effetti negativi che il clima di tensione crea ai cittadini che ama: li ama e li terrorizza, per poi proteggerli. E se è così, l’opposizione in quanto egualmente fanatica è anche sterile e improduttiva: perdente, perché non incide sul vuoto di cultura in cui sguazza De Luca.

Perché pensa di batterlo giocando sul terreno su cui il sindaco/podestà è maestro, imbattibile: quello dell’arena virtuale di face book e delle manipolazioni dialettiche.

L’ordinanza del sindaco era palesemente illegittima, come quelle precedenti. E come lo sono però a partire dal 5 aprile anche quelle di Musumeci.

Il Consiglio di Stato per dimostrarlo si è dilungato in una dotta e arzigogolata disquisizione.

Il costituzionalista Antonio Ruggeri è sceso in campo ospitato dalla Gazzetta del sud, da mesi “amichevolmente” al fianco della propaganda del terrore “deluchiana”, per bacchettare il suo allievo Antonio Saitta e i giudici del massimo organo della giurisdizione amministrativa: altra dotta disquisizione, così lunga da necessitare la divisione in due parti, su principi, valori, ecc.

Ma per chi non è così dotto, basta leggere il decreto legge del 25 marzo del 2020 e tenere a mente il principio costituzionale fondamentale secondo cui la libertà può essere limitata solo con legge emanata dal Parlamento (cui non senza forzature si ammette sia equiparabile il Decreto legge).

Con il Decreto legge del 25 marzo si è autorizzato il Governo tramite Decreto del presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm) ad adottare le misure limitative della libertà ritenute necessarie per contenere la diffusione del virus tra quelle tassativamente definite e si è stabilito che dal 5 aprile non ci sarebbe stato spazio alcuno per ordinanze di sindaci e Presidenti delle Regioni: quest’ultimi, se avessero avuto delle esigenze particolari e locali meritevoli di tutela avrebbero dovuto rappresentarle al Governo che, eventualmente, le avrebbe potute far divenire norme cogenti sempre e solo con Dpcm.

Punto. Tutto il resto sono masturbazioni accademiche.

A partire dal 5 aprile tutto quello che ha fatto De Luca e ancora di più Musumeci e gli altri Presidenti delle Regioni è illegittimo, anticostituzionale: carta straccia.

Andare a guardare al merito delle varie ordinanze è cosa ancora più ridicola, perché sarebbe come dire che siccome un cancelliere del Tribunale ha fatto una sentenza migliore e più giusta di quella che avrebbe fatto un giudice allora la si ritiene efficace e valida.

Violazione della Costituzione con il pretesto del terrore (ingiustificato) per il virus, il Consiglio di Stato boccia l’ ordinanza “blinda Sicilia” del sindaco/podestà Cateno De Luca. La necessità di opporsi alle prevaricazioni per difendere la libertà e la democrazia

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“Bocciato”, per l’ennesima volta.

Urla, sbraita, attacca le Istituzioni, incita alla caccia all’untore, solletica i delatori, terrorizza i cittadini per poi rassicurarli. E sforna ordinanze contingibili e urgenti: tutte nulle, invalide. Da non applicare. Carta straccia. 

Ma questa volta Cateno De Luca l’aveva fatta proprio grossa.

Voleva chiudere lo Stretto di Messina: ovvero la porta di ingresso in una delle regioni più grandi d’Italia.

Il sindaco di una città di 230 mila abitanti intendeva subordinare la libertà d’ingresso nel territorio in cui vivono cinque milioni di persone – la libertà di circolazione, una delle più importanti tra quelle garantite dalla Costituzione e da tutte le convenzioni internazionali – al nulla osta, udite udite, della polizia municipale, ovvero di persone a suo completo servizio che salvo delle eccezioni non conoscono neppure una delle norme, quelle valide si intende, dettate per contenere la diffusione del Covid 19, non parliamo poi della Carta costituzionale: chiunque lo può verificare. 

Neppure un Governo di pusillanimi come quello attualmente in carica poteva  fare finta nulla.

Ecco allora che il ministro degli Interni Luciana Lamorgese ha avanzato proposta di annullamento straordinario chiedendo al Consiglio di Stato il relativo parere.

Il massimo organo della giurisdizione amministrativa ci ha messo poco a rilevare ciò che era evidente a chi aveva cognizioni giuridiche elementari. “Il provvedimento è adottato in carenza assoluta di potere e viola la Costituzione”, ha sancito in sintesi il Consiglio di Stato, dando il via libera all’invalidazione dell’ordinanza entrata in vigore proprio questa mattina.

Dopo l’ordinanza “coprifuoco”, bocciata timidamente dal Prefetto Maria Carmela Librizzi,  De Luca – una laurea proprio in legge – deve incassare una nuova sonora stroncatura: ce ne sarebbe a sufficienza, sotto il profilo giuridico, per promuovere la sua rimozione vista la pervicacia con cui viola le leggi e la Costituzione.

Ma si sa i populisti, specie in epoca del terrore (ingiustificato) le bocciature le trasformano presto in attacco alle Istituzioni: il sindaco di Messina in propaganda e demagogia è maestro.

C’è da aspettarsi che nelle prossime ore, De Luca anche con le sue quotidiane dirette face book, spieghi in maniera accorata, da vero attore calato nella parte, che lui vuole proteggere solo i messinesi, anzi tutti i siciliani; che le istituzioni centrali sono corrotte e non capiscono nulla. E che presto saremo invasi dal terribile virus.

E c’è da prevedere che avrà largo spazio sui media: “Babbara D’Usso” è già in fibrillazione.

D’altro canto ogni volta che annuncia di violare la Costituzione e la legge, ottiene ospitalità di giornali nazionali e reti televisive, anche quelle del servizio pubblico, pagato dai cittadini italiani e non solo dai suoi rumorosi fans.

Sbaglia chi ritiene che De Luca benché si muova sempre sopra e oltre la legge e l’etica della convivenza civile, abbia solo il consenso di fans rumorosi e fanatici che face book ha fatto diventare esperti di diritto, di medicina, di cinema e di storia ecc.

Può infatti godere del consenso di una buona fetta della borghesia messinese: non solo di coloro che sono terrorizzati e si sentono protetti da chi li spaventa.

Ha la complicità silenziosa dei vari politicanti e portaborse della città che da oltre un mese sono chiusi in casa, in quarantena: alcuni solo per ignavia o mancanza di coraggio; altri già perché in affari da tempo con il sindaco: dove sono finiti i deputati e i senatori messinesi che hanno votato la fiducia al Governo Conte che De Luca dileggia un giorno si e l’altro pure?

Fruisce del sostegno dell’unico quotidiano cartaceo della città, la Gazzetta del sud, impegnata a pieno regime (come tutta la stampa d’altronde) a spargere terrore, a moltiplicare i morti,i contagiati, i pericoli e rischi.

L’editorialista di punta, Lucio D’amico, colui che durante la campagna elettorale del 2018 incitava lo sfidante candidato alla carica di sindaco Dino Bramanti (l’uomo del Centro Neurolesi, gioiello della Fondazione Bonino Pulejo, editrice della stessa Gazzetta del sud), a brandire l’arma (squallida) dei guai giudiziari di De Luca, tanto che quest’ultimo lo ribattezzò “Nemico”, dopo che De Luca è divenuto sindaco è stato folgorato sulla via di Damasco.

“Maglie strettissime nello stretto. E’ importante chiudere lo Stretto”, ha plaudito (solo per citare uno degli interventi a sostegno dell’operato illegale del sindaco) D’amico, dimentico che in Italia sino a quando dalla follia collettiva non si passerà anche formalmente a un regime dittatoriale, De Luca e D’amico (prima Nemico) sono soggetti alla legge. Non vuota forma ma strumento con cui vengono bilanciati i vari interessi e valori in gioco ogni volta che bisogna affrontare un problema.

Cateno De luca a Messina è considerato fonte del diritto, anzi la fonte primaria, sopra la legge, oltre la legge.  

Un novello podestà, di fascista memoria, al quale i cittadini si rivolgono quotidianamente per denunciare il vicino che esce per passeggiare sotto casa o va a correre, tutte attività lecite anche ai tempi della follia collettiva, ma che il sindaco recalcitrante al diritto ha fatto diventare illegali: esattamente ciò che accadeva negli anni precedenti alla definitiva presa del potere del fascismo.

De Luca copre un vuoto politico enorme, un enorme stagno di melma, così ampio che ci sguazza dentro. Non sarà certo l’opposizione in poltrona davanti al pc e via facebook a riempirlo. 

Il terribile virus, dipinto come tale per ragioni politiche ed economiche, ma che terribile non è, un merito ce l’ha: ha reso ancora più evidente, se ve ne fosse stato bisogno, di quali virtuosismi propagandistici sia capace il primo cittadino e di come sia necessario opporsi alle sue prevaricazioni per difendere la libertà e la democrazia.

Così come a quelle di altri politicanti di lungo corso che sfruttando lo stato di terrore in cui è precipitata l’Italia e per coprire la loro inefficienza e le loro responsabilità di anni di malgoverno, emanano provvedimenti liberticidi e illegali, criminalizzando i cittadini che hanno una sola e grave colpa: quella di essersi affidati a loro.

L’ordinanza del presidente Nello Musumeci del primo aprile del 2020 è palesemente illegittima, come quella di De Luca ora annullata, e tuttavia la gente è indotta a osservarla ritenendola valida, o solo per evitare grattacapi. Nessun esponente politico lo denuncia.

I giornali neppure se ne occupano: d’altro canto la Regione Sicilia per contenere la diffusione del virus non ha distribuito pubblicità a pioggia (e già questo fa ridere lo stesso invisibile virus) a tutte le testate? E gli editori non hanno bussato alle porte di Musumeci per ottenere finanziamenti e uscire da una crisi che dura da un decennio e nulla ha a che fare con il coronavirus?

 

 

IL CORSIVO. “Ex gil”: come ti risolvo un problema trentennale in diretta facebook e in un’ora. Se il metodo “deluchiano” del blitz non colpisce i veri responsabili, non migliora le cose e lascia il deserto

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Il sindaco Cateno De Luca e il custode dell'ex Gil

Il sindaco Cateno De Luca e il custode dell’ex Gil

“Licenziare i custodi per scarso rendimento e chiudere l’impianto per carenze igieniche strutturali”.

E’ bastato che il sindaco Cateno De Luca si spostasse per un’oretta da Palazzo Zanca  ed ecco che uno dei tanti problemi della città è stato risolto.

Il clamore, quello che tanto eccita il primo cittadino, che nei suoi continui blitz si muove con telecamera al seguito, in questo caso è stato pure amplificato: il custode, sorpreso a vedere la televisione in orario di servizio e umiliato da De Luca in veste di attore comico, è salito su un tetto minacciando di buttarsi giù.

Il problema “ex Gil” è stato risolto radicalmente.

In un batter baleno ci si è liberati di custodi ignavi, scansafatiche e “ruba stipendio” e dei costi di manutenzione dell’unico impianto sportivo di atletica del centro città, la cui pista solo un anno fa era stata rifatta per la modica cifra di 200 mila euro.

Un risparmio per le esangui casse del Comune senza precedenti: da “Manuale del (perfetto) aspirante amministratore comunale”, per citare il libro che il sindaco ha pubblicato qualche tempo prima di essere eletto, a maggio del 2018, alla guida della città.

E gli sportivi? Gli utenti dell’impianto? Le decine di ragazzini che al pomeriggio si allenano? I giovani che invece di stare nelle sale giochi o nei luoghi di spaccio socializzano con i coetanei, abituandosi alla fatica? Le persone di mezza età o anche anziane che preferiscono lo sport alle sale bingo?

Beh,quelli se ne facciano una ragione. Il risparmio prima di tutto.

D’altronde, basta attendere qualche mese e l’impianto verrà dato in gestione a qualche privato che lo renderà funzionale, moderno, pulito.

Qualche privato disposto pure a perdere denaro pure di mostrare che De Luca è un genio dell’amministrazione della cosa pubblica.

Anzi, non si capisce perché non lo si imiti pure nelle altre città d’italia, dove ancora i sindaci e gli assessori  pensano che siano eletti (e anche pagati) per risolvere i problemi: trovare i fondi e ristrutturare gli immobili pubblici fatiscenti; fare pulire e far lavorare il personale e in caso estremo licenziarlo dopo aver seguito le procedure di legge.

Dove fanno i conti con un principio elementare: ci sono servizi pubblici i cui ricavi non possono coprire i costi, servizi che vanno finanziati con la fiscalità generale.

Invece De Luca è avanti: per un anno lascia marcire il problema e poi con un blitz lo risolve.

E’ come se il direttore generale di un ospedale, che per un anno ignora le segnalazioni dei pazienti sui disservizi in un reparto e sulle perdite di acqua dai soffitti, poi una mattina si sveglia, va nel reparto, trova i medici e infermieri che sono nei corridoi a chiacchierare e che fa?

Licenzia tutti e chiude il reparto, facendo pentire gli utenti di aver segnalato le disfunzioni.

E’ ovvio, non c’è neppure bisogno di scomodare gli avvocati, che nessun giudice avallerà il licenziamento dei custodi operato secondo i metodi “deluchiani”. E per le casse pubbliche c’è da augurarsi che i dirigenti, cui il sindaco ha dato disposizioni in tal senso, non le traducano in un provvedimento concreto e suicida.

Non perché i custodi non meriterebbero di essere licenziati. E De Luca, più in generale, non colga nel segno, come tutti sanno, nell’individuare ad ogni blitz sacche vergognose di lassismo e di parassitismo, a cui nessuna amministrazione precedente ha mai provato a rimediare. 

Chiunque frequenta quell’impianto sportivo sa che da sempre i custodi omettono di compiere qualsiasi attività che sia diversa da chiudere e aprire la porta, accendere e spegnere le luci. E passano le otto ore di servizio a non fare niente.

L’erbaccia invade la pista e le radici la deteriorano? “Non è compito nostro”. Ci sono bottiglie e rifiuti sulla pista? “Non è compito nostro”. Gli spogliatoi e i bagni sono sudici? “Non è compito nostro”.

E’ stata sempre questa la risposta che hanno dato, spalleggiati da complici sindacalisti che invece di difendere il lavoro e gli interessi collettivi, difendono il loro posto di lavoro e i relativi privilegi.

Per non dire di alcuni di loro che alla sera in inverno arrivano a chiudere un’ora prima o, più in generale, quando fa loro comodo. E non raccontare di come per un anno a un “signore”  (peraltro medico di professione) i custodi abbiano permesso che ogni lunedì mattina entrasse direttamente negli spogliatoi, si depilasse testa e il corpo, facesse la doccia e andasse via lasciando sul pavimento un tappetino di “morbido tessuto”.

Nessun dirigente, e qui vengono a galla le vere e gravi responsabilità, però ha mai imposto con ordine di servizio lo svolgimento delle mansioni ai custodi, benché il contratto collettivo enti locali sia chiaro sul punto: disciplina sola la figura di custode del cimitero e prevede che questi debba pulire finanche la stanza settoria, dove si fanno le autopsie, figurarsi se il custode degli impianti sportivi, peraltro dotato di abitazione gratis, possa limitarsi ad aprire e chiudere le porte, giustificandosi così uno stipendio pari a quello del collega.

Né quindi nessun dirigente del Comune, magari uno di quello che da anni incassa al 100% l’indennità di risultato come se avesse centrato tutti gli obiettivi, ha mai adottato sanzioni disciplinari idonee a fondare progressivamente un licenziamento legittimo.

Né tantomeno mai è stato istituito un orologio marcatempo, con tanto di badge, pure obbligatorio per legge.

Altro che “tutto era pulito, funzionante e in ordine durante la precedente sindacatura di Renato Accorinti”, come ha scritto tra lo stupore di tutti gli addetti ai lavori in un comunicato stampa “Messina accomuna”, sigla riconducibile all’ex assessore Guido Signorino e allo stesso Accorinti.

A ben vedere, di questi ordini di servizio non ce ne dovrebbe essere neppure bisogno se solo chi ha la fortuna di avere un lavoro in una città con punte di disoccupazione di oltre il 30%, desse dignitosamente un senso allo stesso, senza nascondersi dietro cavilli giuridici,  interpretazioni contrattuali e sindacalisti pessimi.

Il custode non può certo rispondere delle carenze strutturali.

Queste invece richiamano alle responsabilità i dirigenti, su cui De Luca per la verità ha acceso egualmente i riflettori, gli assessori e lo stesso sindaco, sempre più specialista della politica del blitz che, però, alle spalle lascia solo il clamore mediatico e davanti il deserto.

Caso “Il Detective”: tutti assolti. L’inchiesta della Procura di Messina sulla storica società di vigilanza si sgonfia come una bolla di sapone. Il vizio originario

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il detective

 

“Assolti perché il fatto non sussiste”.

Finisce come una bolla di sapone l’inchiesta sulla società di vigilanza Il Detective che tra il 2007 e il 2010 mobilitò l’intera sezione della polizia giudiziaria della Guardia di Finanza e mise sulla graticola la moglie dell’allora rettore dell’ateneo Franco Tomasello.

Il Tribunale di Messina presieduto da Mario Samperi ha dichiarato non responsabili dei reati loro contestati gli ultimi 6 imputati sopravvissuti alla prescrizione.

Lo straordinario…abbaglio

Sono stati assolti dalla grave accusa di estorsione Enzo Savasta, uomo di fiducia prima del fondatore della società Antonino Corio e poi, dopo la sua morte, avvenuta nel 1998, della moglie Antonia Privitera; Salvatore Privitera, fratello di quest’ultima, e Mariella Russo, sorella (non germana) del fondatore Antonino Corio: in qualità dipendenti amministrativi erano accusati di aver obbligato alcuni dipendenti ad accettare pagamenti in nero dello straordinario e in misura minore al dovuto, attraverso la minaccia  di licenziamento.

Teste principale dell’accusa per questo capo di imputazione era Salvatore Di Natale, sindacalista aziendale della Cgil: sentito in fase di indagine dalla Guardia di Finanza aveva fatto delle dichiarazioni di accusa nette e dure ai tre imputati.

Nel corso del processo, Di Natale, costituito parte civile,  rispondendo alle domande del pubblico ministero ha ribadito le accuse, ma incalzato dal legale di Savasta, Salvatore Saccà, che aveva iniziato a dare lettura di alcune intercettazione da cui emergeva la sua posizione di sindacalista tutt’altro che neutra rispetto alla guerra intestina societaria, ha lamentato un malore. Il Tribunale è stato costretto a rinviare il contro esame.

Che non si è mai potuto tenere: Di Natale ha ripetutamente presentato certificati medici finché il Tribunale non ha revocato l’ordinanza ammissiva.

La tesi difensiva – emersa nel corso del dibattimento – è che non ci fu alcuna minaccia, né avesse motivo di esserci: i dipendenti che hanno lamentato di aver avuto corrisposto lo straordinario in nero (6 su 100) erano guardie che mensilmente facevano più straordinario di quanto la legge consentisse.

Per cui questo ulteriore straordinario non poteva essere  per legge inserito nella busta paga,  ma veniva pagato in nero. Il dipendente, in realtà, così non solo non veniva danneggiato ma addirittura avvantaggiato: percepiva – dati alla mano – di più per ogni ora di straordinario per così dire “ultra legem”, perché quanto corrisposto era netto non dovendosi pagare ritenute fiscali e contributive.

Il Tribunale, sulla scorta di queste argomentazioni logico giuridiche, mai prese in considerazione durante le indagini, e anche delle testimonianze di altre guardie giurate, ha ritenuto non credibile Di Natale, assolvendo i tre imputati.

La polizza della discordia

Sono stati assolti, sempre dall’accusa di estorsione, Antonella Corio e il marito Marco Lenci: secondo l’accusa avevano minacciato la mamma (e suocera) Antonia Privitera, proprietaria de Il Detective di non farle più vedere il proprio figlio (ovvero il nipotino), se non avesse trasferito alla figlia una polizza vita, che aveva come beneficiaria la stessa Antonella.

L’accusa si fondava sulla testimonianza di Maria Bongiovanni, donna delle pulizie di casa Corio che era stata sempre vicina alla signora Privitera nel periodo della malattia.

Maria Bongiovanni e il marito Carmelo Maceli, quando scoppiò la guerra tra le 4 sorelle si schierò dalla parte di Daniela Corio e nel periodo in cui fa le dichiarazioni contro la sorella Antonella, ottiene da Daniela dei miglioramenti di stipendio per se stessa e il marito Carmelo Maceli.

Il Tribunale – a leggere il dispositivo d’assoluzione – non ha ritenuto credibile la Bongiovanni.

Se Maometto non va alla montagna…

E’ stato assolto Carmelo Altomonte, dirigente del Comune di Messina. Era accusato di aver autenticato la firma di Antonia Privitera che – secondo l’accusa – mai incontrò di persona, visto che, come ha riferito Carmelo Maceli, autista della signora Privitera,  questa mai poté andare al Comune e mai ci andò a causa delle sue condizioni di salute.

La tesi difensiva – che ha trovato ora l’avallo dal Tribunale – è che fu Altomonte ad andare a domicilio della Privitera, nella sede de Il detective, per autenticare la firma, eventualità questa mai scandagliata dagli inquirenti.

Fioccano le prescrizioni

All’inizio del giudizio di primo grado, nel 2012, i capi di imputazione erano 65. In piedi, dopo 5 anni, nel 2017, ne rimasero 9.

Il 22 maggio del 2018 il Tribunale dichiarò l’avvenuta prescrizione per il decorso del tempo di 56 capi di imputazione.

Tredici imputati, infatti, hanno beneficiato della sentenza di non doversi procedere per il decorso massimo del tempo dai fatti contestati.

I fatti oggetto delle ipotesi di reato erano stati commessi nel 2007.

Uscirono dal processo Daniela Corio, figlia dei proprietari della società di vigilanza, e Pietro Cacace, il marito; la figlia Federica Cacace; Cristina Corio e Natala Corio le altre due sorelle figlie dei proprietari de Il Detective; Corrado Emanuele Galizia, ex agente dei servizi segreti, per un periodo amministratore de Il Detective, consigliere e braccio destro di Daniela Corio; Giuseppe Giammillaro, marito di Cristina Corio; Antonino Lo Giudice, avvocato e consulente della società; Pietro Sofia e Massimiliano Morabito, guardie giurate; Pietro Previte e Massimiliano Carrozza, titolari di ditte che avevano lavorato per il Detective; Maria Gabriella Ciriago, funzionaria della Prefettura di Messina.

I reati contestati e dichiarati prescritti andavano dalla turbativa d’asta, all’appropriazione indebita, alla falsa testimonianza, alla truffa attraverso false fatturazioni, alla circonvenzione di persona incapace, alla rivelazione del segreto d’ufficio.

 

Origini interessate e assunzioni di favore

Le indagini coordinate all’epoca dai sostituti Antonino Nastasi e da Adriana Sciglio sono nate dalle denunce di una delle figlie di Antonino Corio e Antonia Privitera, Daniela Corio, presentate un paio di mesi dopo la morte della mamma, avvenuta il 3 maggio del 2007, al termine di una malattia.

Daniela Corio, in quel momento  minoranza nella società di famiglia (dopo alcuni di mesi da direttore generale) si presentò insieme alla sorella Cristina in Procura denunciando una serie di fatti che accusavano coloro che in quel momento avevano la guida della società: le sorelle Antonella e Natala e Enzo Savasta, socio con il 5% e amministratore della società,  ago della bilancia nella battaglia tra le 4 sorelle.

Le indagini condotte dalla sezione della polizia giudiziaria della Guardia di Finanza, guidata da Diego Arena, furono caratterizzate – per come è emerso – dai rapporti frequenti tra Daniela Corio e Corrado Emanuele Galizia e il luogotenente Giuseppe Smedile, che di fatto svolgeva le indagini.

L’ufficiale Smedile, con le indagini ancora in corso, si ritrovò assunto il genero da parte di un’altra società di vigilanza, la Corio srl (ex Vigilnot) nel frattempo acquisita da Daniela Corio e Cristina Corio.

Le due sorelle, rimaste minoranza nella società di famiglia ma prima che un’assemblea dei soci certificasse ciò, avevano affittato a prezzo irrisorio l’azienda de Il Detective proprio a Corio Srl, appena acquistata.

Alla fine, tirando le fila di un’indagine durata tre anni e fatta di intercettazioni telefoniche, la procura contestò reati anche a Daniela Corio e Corrado Emanuele Galizia, commessi secondo la procura proprio nel periodo in cui i due entravano e uscivano dagli uffici della Guardia di Finanza.

Nell’inchiesta rimase invischiata la moglie dell’allora rettore dell’ateneo di Messina Franco Tomasello, Melitta Grasso (deceduta tre anni fa), amica di vecchia data di Antonia Privitera: indagata inizialmente per corruzione anche in base alle dichiarazioni di Maria Bongiovanni, la Procura chiese e ottenne per lei l’archiviazione.

Effetto boomerang: fallimenti e condanne

La società Il detective, che quando iniziarono le indagini della procura aveva 7 milioni di euro di fatturato e 100 dipendenti, nel 2013 è stata dichiarata fallita.

Fallita è stata dichiarata pure la società Corio srl (ex Vigilnot).

Da quest’ultimo fallimento è nato un procedimento penale per bancarotta fraudolenta che al termine del processo d’appello ha visto condannate Daniela Corio  e Cristina Corio a  3 anni e 6 mesi di reclusione.

Daniela Corio, nell’ambito di un’altra costola dell’inchiesta principale, è stata condannata con sentenza passata in giudicato ad otto mesi di reclusione per rivelazione del segreto d’ufficio: nel corso della guerra societaria aveva chiesto e ottenuto informazioni riservate da impiegati della Prefettura di Messina.

 

L’OPINIONE: Navigator, a 20 mila persone impedito di partecipare al concorso in base al voto di laurea e… alla fortuna. Il buon senso, la legge e la giurisprudenza però lo vietano

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navigator

 

E’ giusto e legittimo che a migliaia di persone sia impedito di partecipare a un pubblico concorso, cioè di mostrare quanto siano bravi e preparati, in base al voto di laurea?

Chiunque, uomo della strada, a lume di buon senso e di logica, risponderebbe d’istinto “no”.

E risponderebbe di no, perché il voto di laurea non è un criterio oggettivo e, soprattutto, sicuro della preparazione del candidato, né delle sue capacità e competenze e quindi non assicura alla pubblica amministrazione di selezionare davvero i migliori (scopo questo del concorso).

Non è metro oggettivo ed affidabile per diverse ragioni: perché, ad esempio, i parametri di valutazione delle commissioni di esami variano da ateneo ad ateneo, variano da facoltà a facoltà, variano da periodo storico a periodo storico, variano dalle università pubbliche alle (decine ormai) di Università private, le quali più generosamente rilasciano lauree e più facilmente attirano clienti e denaro.

Non lo è anche per altri motivi che riguardano specificamente la storia umana e professionale di ciascun candidato: ad esempio, si può sostenere che uno che è laureato in Economia con 90/110 e ha alle spalle 10 anni di esperienza come manager in un’azienda privata e voglia passare al settore pubblico, sia meno preparato rispetto a un neolaureato con 110 e lode in un’Università telematica?

Eppure, ciò che per l’uomo della strada avrebbe una soluzione scontata per chi governa l’Italia e per la classe dirigente cui è stato affidato il compito di fare gli interessi collettivi, la domanda ha una risposta opposta.

Il voto di laurea, infatti, è stato usato per impedire a 20 mila persone di partecipare al pubblico concorso che si terrà il prossimo 18, 19 e 20 giugno a Roma a 3 mila posti di navigator, figura ideata e voluta dal Movimento 5 Stelle e dal ministro del Lavoro Luigi Di Maio per aiutare i destinatari del reddito di cittadinanza a cercare e trovare il lavoro (che non c’è).

Trenta mila euro all’anno lordi per due anni, avevano indotto 80 mila muniti di laurea in diverse specialità (unico titolo richiesto dal bando) ad avanzare domanda di partecipazione al concorso organizzato e gestito dall’ Anpal, Agenzia nazionale politiche del lavoro, ente di diritto pubblico dello Stato italiano.

Circa ventimila aspiranti navigator, però, sono stati privati della possibilità di cimentarsi nelle prove e di mostrare il loro valore, proprio in base al voto di laurea.

La ragione? Limitare il numero dei partecipanti all’unica prova selettiva e velocizzare la procedura, che già di per sè per come è stata strutturata è velocissima: un test a risposta multipla di 100 domande, chi totalizza i punteggi più alti vince. 

A Messina e provincia, ad esempio,  sono stati esclusi 600. In tutta la Sicilia, più o meno 3 mila.

L’uomo della strada però subito dopo aver risposto d’istinto “no”, sarebbe comunque stato assalito dai dubbi: “La legge magari lo consente, per i giudici è giusto così. Se è stato previsto vuol dire che si può fare”, penserebbe.

 

Cosa dicono i giudici

Non avrebbe alcuna incertezza a rispondere allo stesso modo chi, invece, ha un minimo di competenza giuridica.

Che l’esclusione da un pubblico concorso in base al voto di laurea, si ponga fuori dalle regole non solo dell’ordinamento italiano ma ancor prima di quello comunitario è principio di diritto consolidato nella giurisprudenza.

Da ultimo, con sentenza del 15 febbraio del 2019, il Tribunale amministrativo del Lazio ha annullato la procedura selettiva bandita dall’Enac, Ente nazionale aviazione civile, per reclutare ingegneri, proprio perché era stato previsto il voto di laurea come sbarramento alla partecipazione al concorso.

I giudici amministrativi, ribadendo altre pronunce precedenti, hanno stabilito che: “la previsione di un ulteriore requisito di accesso alla relativa procedura selettiva (oltre alla laurea, ndr), non può dunque fondarsi sulla semplice volontà dell’ente di limitare preventivamente il numero dei partecipanti al concorso. E’, infatti, evidente che l’ENAC abbia inteso introdurre un illegittimo indice selettivo, correlato ad un predeterminato obiettivo di preparazione culturale degli aspiranti concorrenti, con il fine precipuo di escludere dalla partecipazione al concorso i soggetti che abbiano ottenuto risultati meno brillanti nel corso degli studi universitari, per di più adottando un parametro (il voto di laurea) che, a ben vedere, potrebbe non rappresentare un indice attendibile di preparazione del candidato, dipendendo esso da un rilevante numero di variabili (tra gli altri, il tipo di laurea conseguito e presso quale Università)”.

Esattamente quello che è accaduto per buttare fuori 20 mila laureati dalle prova per navigator.

I paradossi non finiscono mai

 

Ma nel concorso per navigator è successo qualcosa di ancora più paradossale.

La possibilità della partecipazione al concorso, oltre che al voto di laurea, è stata pure affidata al caso, alla fortuna.

Poiché ciascun candidato all’atto della domanda poteva concorrere solo per una provincia e gli ammessi al concorso sono stati definiti a livello provinciale in proporzione al numero dei posti messi in palio, è accaduto che azzeccando la provincia “giusta”, alcuni candidati sono stati ammessi pur con un voto di laurea più basso di altri che invece potevano vantare su un voto di laurea più alto, ma che avendo beccato la provincia sbagliata sono rimasti tagliati fuori.

In conclusione, se anche il voto di laurea per assurdo (così infatti non è) potesse essere usato come criterio per filtrare la partecipazione alle prove di un pubblico concorso, per come è stato applicato si è risolto nella violazione del principio di uguaglianza.

Insomma, un capolavoro. Realizzato, e qui c’è anche l’ulteriore paradosso, per “risparmiare” una sola sessione di prove di una giornata, da aggiungere alle tre già previste.

 

Guerra di potere nell’Associazione nazionale familiari vittime della strada, Pina Cassaniti non è presidente da anni ma continua ad agire come se lo fosse. Anche nei processi per omicidio stradale. Il balletto delle dimissioni e il ruolo del figlio Marcello Mastrojeni, direttore dell’Inps di Messina

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Pina Cassaniti con l'assessote Carlotta Previti il giorno del

Pina Cassaniti con l’assessore comunale Carlotta Previti il 18 novembre del 2018 nella giornata in ricordo delle vittime della strada

Quando è parso evidente, visto l’imprevisto cambiamento dei consensi, che da lì a qualche ora l’assemblea dei soci l’avrebbe sostituita si è dimessa da presidente dell’Associazione nazionale familiari vittime della strada.

E un attimo dopo ha abbandonato la presidenza del consesso tenuto a Roma il 27 aprile del 2013 il figlio.

Ma i lavori dell’assemblea sono continuati egualmente e così è stato eletto il nuovo presidente e il nuovo consiglio direttivo.

Pina Cassaniti Mastrojeni non è presidente dell’Associazione nazionale familiari vittime della strada Onlus da quel giorno di quasi 5 anni, come ha riconosciuto un lodo arbitrale risalente al 2 settembre del 2017 e chiaro nel dichiarare presidente dell’associazione Alberto Pallotti, un attivista veronese.

Tuttavia, la professoressa di Messina non si è data per vinta.

Decisa a prolungare ancora la guida dell’Associazione, di cui prese le redini nel 2001, ha continuato sino all’altro ieri a presentarsi come presidente di una delle Onlus più potenti d’Italia in tutte le sedi: nei processi penali per omicidio stradale o colposo in cui c’era da costituirsi parte civile (per esempio, nel processo per l’omicidio stradale di Lorena Mangano tenuto al Tribunale di Messina), negli interventi a convegni, negli incontri istituzionali (da ultimo il 18 novembre 2018 a Messina nella giornata dedicata al ricordo delle vittime della strada), nelle interviste.

Per la mamma di Valeria Mastrojanni, la ragazza la cui vita fu falciata a 17 anni nel 1997 da un automobilista killer nel centro di Messina, neppure il lodo arbitrale emesso dall’avvocato Carlo Affinito, nominato dal presidente del Tribunale di Roma, ha alcun valore, benché il codice civile dica cose opposte.

Il lodo immediatamente vincolante, che stabilisce “l’obbligo della Cassaniti di cessare ogni condotta volta a ostacolare la gestione da parte del legittimo presidente”, è stato impugnato per una serie di vizi procedurali e formali davanti al Tribunale di Roma dove pende il relativo giudizio, ma per la professoressa di Messina è come se non esistesse.

Ne è derivato un conflitto gravissimo, una vera e propria guerra senza quartiere, fatta di denunce penali, controversie civili e accuse via facebook, tra il presidente Pallotti e la sedicente presidente Cassaniti, tra i sostenitori del primo e i fedelissimi della seconda.

Una guerra per nulla favorevole ai familiari delle vittime della strada e alla stessa autorevolezza dell’associazione.

Effetti collaterali

E’ così capitato, da ultimo, solo per fare un esempio, che all’udienza preliminare del 13 dicembre 2018 del processo per la strage di un gruppo di studenti ungheresi, avvenuta nella notte del 20 gennaio 2017, quando un  autobus di ritorno da una gita in Francia si schiantò contro un pilone dell’autostrada Serenissima, l’Associazione ha domandato di costituirsi con due avvocati diversi, delegati da due presidenti diversi: uno da Pallotti, l’altro da Cassaniti.

Quest’ultimo ha chiesto l’estromissione dell’Associazione rappresentata da Pallotti, già costituita in un’udienza precedente.

Il Gup di Verona, Luciano Gorra, non ha potuto fare altro che stabilire l’efficacia vincolante del lodo arbitrale firmato da Affinito e consentire la costituzione della Associazione con legale rappresentante Pallotti, escludendo quella con (sedicente) presidente Cassaniti.

Due presidenti….nessun presidente

In tempi precedenti al lodo, c’è chi come il Tribunale di Parma di fronte a due presidenti che si sono presentati come legittimi rappresentanti della Onlus è stato salomonico: ha escluso tout court l’associazione trasmettendo gli atti alla procura della Repubblica perché verificasse la sussistenza del reato di sostituzione di persona.

E’ accaduto il 3 marzo del 2017 al Tribunale di Parma, nel processo per accertare eventuali responsabilità nell’incidente che il 23 giugno del 2012 costò la vita a tre persone: la ventisettenne di Parma Fiorentina Zoto, che precipitò da un cavalcavia e spezzò anche la vita di due settantenni milanesi, Giacomo Carrera e la cognata Concetta Aleo, che percorrevano in quel momento l’autostrada sottostante.

L’assemblea della discordia

 

L’assemblea dei soci è stata convocata per il 27 aprile 2013 a Roma, in via Casilina. Diversi i punti all’ordine del giorno, tra cui il rinnovo delle cariche sociali.

Pina Cassaniti è la “presidentissima” dell’Associazione da 12 anni.

La mamma di Valeria è sicura dell’ennesima riconferma, benché da tempo all’interno dell’associazione si sia formato un ampio e forte dissenso sul suo modo autocratico e personalistico di guidare l’Onlus.

La Cassaniti non si cura delle critiche e infatti a presiedere l’assemblea viene posto il proprio figlio Marcello Mastrojeni, attuale direttore dell’Inps di Messina.

Nel corso dei lavori vengono sollevati dubbi sulla trasparenza, democrazia interna e gestione contabile e preoccupazioni per la perdita di bilancio di circa 50 mila euro; vengono fatte le pulci ad alcune spese e viene evocato il possesso della Cassaniti di una serie di deleghe in bianco da parte di ignari soci  da usare nelle votazioni previste per quella giornata.

L’assemblea si divide tra i sostenitori della Cassaniti e un gruppo di agguerriti attivisti coagulati attorno alla figura di Pallotti.

Rimestare la melma….

 

Volano parole grosse e accuse reciproche.

Solo per dare il senso del livello del confronto, Pallotti accusa la Cassaniti di aver usato i soldi dell’associazione per rimborsi spese non dovuti al figlio e per avere donato denaro dell’associazione a una socia sua alleata che l’ha usati per scopi diversi da quelli sociali.

Cassaniti, a sua volta, accusa Pallotti di aver acquistato, in qualità di presidente di una sede, con denaro dell’associazione beni per 9 mila euro da ditte riconducibili a propri stretti familiari.

La disfida degli autobus

 

Nel corso della mattinata diventa ulteriore motivo di scontro l’arrivo di un bus da Potenza, con a bordo una trentina di soci, 15 dei quali studenti, schierati dalla parte della Cassaniti.

L’opposizione insorge: “Non sanno neppure perché sono venuti sino a quà”, accusano in molti.

In un clima di contrapposizione e batti e ribatti, si arriva all’ora di pranzo e si va in pausa.

Intorno alle 16, d’improvviso, a sparigliare i giochi, giungono a sorpresa due pullman gran turismo dalla Campania. Questa volta portano soci e voti a sostegno del gruppo Pallotti.

L’arrivo dei tre autobus ribalta la maggioranza. Prevedere l’esito delle successive votazioni diventa facile.

Il colpo di scena

 

Alla ripresa dei lavori, alle 17, la professoressa Cassaniti prende la parola e con voce ferma e serena afferma: “Io ho portato avanti un’associazione diversa da questa. L’associazione non risponde più a criteri su cui l’ho guidata. E’ cambiata. Non mi sento di rappresentare un’associazione come questa, di un livello che calpesta la dignità della persona. Pertanto, lascio la presidenza. Siccome l’esigenza di cambiamento voi la sentite, gestitevela. Vi saluto, buonasera e buona continuazione. L’unica cosa che vi dico è: non fate abbassare il livello dell’associazione“, ha concluso, ricevendo gli applausi compiaciuti da parte degli oppositori.

A ruota, il figlio lascia la presidenza dell’assemblea. I due si allontanano dalla sala.

Tuttavia, gli altri soci, per nulla intenzionati a tornarsene a casa, dopo aver sostituito il presidente e aver preso atto delle dimissioni della Cassaniti, vanno avanti.

Marcello Mastrojeni quasi si meraviglia. Così torna nella sala e prende la parola interrompendo i lavori: “Nel momento in cui mi sono ritirato assieme a mia madre, l’assemblea è sciolta e nessuna efficacia hanno le deliberazioni“, precisa, così disvelando quale fosse lo scopo delle dimissioni.

La sortita di Mastrojeni non ha effetto alcuno: i soci discutono e deliberano. Tra questi, alcuni vicini alla stessa Cassaniti. Si procede a verbalizzazione. Vengono eletti i nuovi vertici.

The day after

 

La professoressa Cassaniti e il figlio, un passato da dottorando di diritto penale, però, non si rassegnano.

L’obiettivo diventa porre nel nulla le deliberazioni dell’assemblea di qualche giorno prima.

L’ormai ex presidente qualche giorno dopo invia su carta intestata della presidenza un avviso: “In assenza delle condizioni minime di sicurezza il presidente dell’assemblea è stato costretto a chiudere i lavori di assemblea. Nessuna deliberazione è stata assunta“, ha scritto.

Nei giorni successivi Il figlio redige un verbale della assemblea molto preciso e dettagliato  che avvalora la tesi dei tumulti, della violenza e delle minacce: “La presidente rilevata l’impossibilità di rilevare in quell’adunata tumultuosa lo spirito dell’associazione annuncia l’intenzione di fare un passo indietro ed esce dalla sala. Si riesce, in tal modo, a garantire che i numerosi soci che si sono sentiti minacciati possano abbandonare la sala in condizioni di sicurezza“, scrive l’attuale direttore dell’Inps di Messina.

Che di questo clima di violenza e minacce nessun cenno aveva fatto – come emerge dalla registrazione audio –  duranti i lavori, né prima né dopo le dimissioni della mamma.

Tesi ballerine

Secondo la Cassaniti e il figlio, dunque, le dimissioni non hanno valore perché frutto del clima di violenza che si era determinato e della necessità di evitare guai peggiori.

Così, allo stesso modo, non hanno alcuna efficacia le deliberazioni adottate successivamente perché l’abbandono dell’assemblea da parte di madre e figlio aveva come effetto giuridico lo scioglimento della stessa.

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L’arbitro boccia mamma e figlio

L’arbitro Affinito però non ha creduto al verbale redatto dal direttore dell’Inps di Messina, anche la registrazione audio la smentisce: “La verbalizzazione redatta da Mastrojeni è ricca di valutazioni ultronee, nonché di descrizioni di sensazioni personali per fatti di cui non v’è traccia nelle registrazioni“, sottolinea l’arbitro. Che nelle 108 pagine del lodo ha concluso.”Può senz’altro escludersi qualsiasi turbativa violenta della libertà delle persone intervenute nell’assemblea“,

Dunque, la volontà della Cassaniti non è stata coartata e le dimissioni sono valide.

Sotto il profilo giuridico risulta “del tutto infondata – secondo l’avvocato Affinito –  la tesi secondo cui l’abbandono del presidente dell’assemblea determini lo scioglimento della stessa prima che si proceda alla votazioni dei punti all’ordine del giorno”.

Dunque, l’assemblea del 27 aprile 2013 era pienamente valida e così il rinnovo della cariche sociali. E per contro, illegittime tutte le attività svolte da quel momento in poi in qualità di presidente dalla Cassaniti, per la quale però non solo l’assemblea che l’ha sostituita ma pure il lodo continua a valere zero.

Epurazioni

Tra le attività illegittime l’espulsione di Alberto Pallotti (il vero presidente) e di diversi soci che avevano contribuito a cambiare i vertici dell’associazione.

 

 

L’OPINIONE. Cateno De Luca e la fissa del tram: il sindaco aderisce all’idea di città “autocentrica” voluta dai commercianti e rimane fermo nella decisione di eliminare uno dei pochi servizi che funziona

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tram

 

La domanda, come diceva Antonio Lubrano, storico conduttore di Diogene “sorge spontanea”.

Il sindaco di Messina Cateno De Luca quante volte ha preso il tram? Quante volte lo hanno usato i suoi familiari? Quante volte l’hanno usato gli assessori della sua Giunta o i rispettivi congiunti?

Non si va lontano dalla verità se si risponde: “Mai. Neppure una volta”.

Eppure, De Luca con la sicumera di uno che invece conosce perfettamente la materia ha sentenziato che il tram non serve a nessuno: è inutile. Ed è anche troppo costoso. Anzi, persino disutile per i commercianti, gli stessi magari – unico caso al mondo – che non vogliono le isole pedonali. E ha deciso che va eliminato.

Eliminare il tram era una fissazione di De Luca prima ancora vincere le elezioni.

Dopo averle vinte è passato subito all’azione: Messina ha tanti problemi ma il nuovo sindaco ha iniziato con lo smantellare l’unico servizio che davvero funziona, l’unico servizio che è davvero migliorato nei 5 anni dell’amministrazione guidata da Renato Accorinti.

Se De Luca avesse avuto il tempo e la voglia di farsi un’idea personale sul tram, magari usandolo per qualche mese o semplicemente ascoltando coloro che il tram lo adoperano quotidianamente, avrebbe osservato che il tram è l’unico mezzo di trasporto pubblico affidabile della città, una corsa ogni 15 minuti: puntuale; è l’unico vettore pubblico e privato che garantisce certezza sui tempi: l’utente sa a che ora lo può prendere e sa a che ora arriva a destinazione.

Il tram, che collega la città da nord a sud per 10 km, è a Messina l’unico mezzo di locomozione che non inquina, a parte la bicicletta.

L’unico mezzo che dà certezza di non rimanere imbottigliati nel traffico alle centinaia di studenti anche universitari, molti fuori sede, che vanno al Policlinico ogni mattina o alla cittadella universitaria; ai giovani che dalla zona sud arrivano a frotte al centro nel pomeriggio o nel fine settimana; agli anziani che escono di casa per fare la spesa o andare a trovare i familiari.

Certo, dell’utilità del tram nulla sanno coloro, la maggioranza dei cittadini, che invece conoscono un solo modo di muoversi: l’auto, con cui arrivare al centro, sotto il proprio ufficio, davanti al proprio negozio, ingolfando il traffico, ammorbando l’aria e insultando i timpani. E pazienza se non c’è il parcheggio, quello regolare, tanto l’auto a Messina la si può lasciare dappertutto, in seconda e terza fila, con assoluta certezza di impunità.

Al sindaco basterebbe fare una passeggiata su viale San Martino, su via Cesare Batttisti, su Corso Cavour e su via La farina, su via Garibaldi, solo per fare qualche esempio, a qualsiasi ora del giorno per osservare come le auto vengono lasciate tranquillamente dove c’è il cartello di rimozione forzata, concetto quest’ultimo a cui viene dato un senso solo quando passa il giro d’italia, agli angoli dei semafori, sulla pista ciclabile, sui marciapiedi. Il tutto mentre i parcheggi a pagamento costati milioni di euro alle casse pubbliche rimangono vuoti.

E così mentre in tutto il mondo si costruiscono linee elettriche per fronteggiare il traffico e l’inquinamento, si chiude al traffico l’intero centro cittadino per chilometri quadrati, si incentiva l’uso della bici costruendo piste ciclabili, si ordina per giorni ai cittadini di lasciare l’automobile in garage e si penalizzano pesantemente coloro che pensano di andare al cesso in auto, a Messina la linea elettrica del tram, costata 100 miliardi di vecchie lire e anni di lavori, la si abbandona.

In sintesi, De Luca preferisce l’idea auto centrica all’idea antropocentrica, che vorrebbe il benessere dell’uomo in un ambiente salubre quale obiettivo della politica

Al posto del tram, abbandonata l’idea del tram volante, ci saranno (già ci sono) gli shuttle.

Solo che non si tratta delle navicelle con cui gli americani negli anni ottanta andarono più volte nello spazio, ma di banali autobus che percorreranno la città dall’estremo sud all’estremo nord. Riedizione americanizzata – quanto al nome – del vecchio 28 ante tram, è facile prevedere daranno una mano al traffico, all’inquinamento e al caos: insomma esattamente il contrario di quello che in tutto il mondo si tenta di arginare.

In tutto il resto del mondo, invece, il tram, costruito in corsia protetta, verrebbe velocizzato, sarebbe sufficiente far funzionare i famosi (perché previsti dal progetto iniziale) semafori intelligenti, quelli che danno sempre precedenza al tram e se il tram non passa danno sempre precedenza alle auto o ai pedoni.

E soprattutto si obbligherebbe la maggioranza dei cittadini ad usarlo e a pagare il relativo biglietto, facendo divenire quello che inizialmente può sembrare una scomodità una condotta virtuosa di civiltà di cui essere orgogliosi.

Basterebbe, in fondo, chiudere il centro al traffico o più semplicemente applicare il codice della strada con le migliaia di automobilisti indisciplinati.

Questi ultimi così all’atto di salire a bordo dell’auto per giungere al centro cittadino, sicuri di una multa o peggio della rimozione forzata, si dovrebbero porre un problema: mi conviene usarla o forse è meglio usare il tram, almeno a partire dai due opposti capolinea?

Cateno De Luca ha giustificato la decisione di eliminare il tram con argomenti economici. 

Il sindaco sa perché è amministratore navigato che i servizi pubblici non generano mai ricavi che coprono i costi (altrimenti ad esempio bisognerebbe chiudere le scuole) e che i costi economici vanno confrontati non solo con i ricavi ma anche con i benefici sociali.

Senza considerare che gli shuttle, non si muoveranno ad acqua e non saranno guidati dal pilota automatico.

Altro sono gli sprechi.

L’Atm di Messina, l’azienda municipalizzata dei trasporti pubblici, in mano da sempre a sindacalisti e politicanti di bassa lega che l’hanno usata per fare clientelismo, in materia di sprechi ha sempre brillato e De Luca se vi metterà ordine avrà il consenso di tutti i cittadini.

Ma eliminare il tram perché chi lo gestisce scialacqua è come chiudere un reparto di un ospedale che funziona perché i dipendenti hanno stipendi doppi o tripli o sono in numero esorbitante rispetto a quanto previsto dalla legge o dalle buone regole di amministrazione.

E’ quindi chiaro che l’eliminazione del tram ha (anche) un altro obiettivo: riconsegnare lo spazio della sede protetta del tram alle auto, presupposto essenziale -secondo i commercianti del centro città cui De Luca deve pagare la cambiale del sostegno elettorale – per il rilancio dell’economia.

Da qui a qualche mese quindi vedremo i negozi presenti lungo la linea del tram (che non ci sarà più) pullulare di acquirenti, vedremo file di persone in attesa della brioche con granita alle entrate dei bar e ristoranti gremiti all’inverosimile. 

Perché era proprio vero: a Messina i cittadini si tengono lontano dai negozi non perché non hanno abbastanza soldi, non perché i prezzi sono alti, non perché alcuni esercizi commerciali sono gestiti in maniera pessima da gente senza cultura e rispetto dei clienti, non perché il personale pagato in nero una miseria è demotivato. 

No. Era tutta colpa del tram.