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Donatella Sindoni non è più consigliere comunale, al suo posto subentra Giuseppe Siracusano. Anche per la Corte d’appello non era eleggibile. La sentenza è immediatamente esecutiva. Naufragano le tesi del legale Antonio Catalioto. Il caso sollevato da un servizio giornalistico.

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Antonio Catalioto e Donatella Sindoni

Antonio Catalioto e Donatella Sindoni

Donatella Sindoni non era eleggibile ed è sostituita da Giuseppe Siracusano.

La corte d’appello di Messina si trova d’accordo con il Tribunale e decreta la decadenza dal Consiglio comunale della biologa prestata alla politica.

Nel contempo, dispone che il suo posto venga ricoperto dal primo dei non eletti della lista cui apparteneva alle elezioni amministrative del 2013.

Non potendo essere Giovanni Cocivera, che nel frattempo è finito prima agli arresti e poi sotto processo per gravi reati connessi alla sua professione di ginecologo, i giudici hanno decretato che temporaneamente il nuovo consigliere comunale sia Giuseppe Siracusano, di professione avvocato.

Dura lex… sed lex

Il provvedimento della Corte d’appello, pubblicato qualche minuto fa, per la legge è immediatamente esecutivo e dunque la Sindoni non è più da considerasi appartenente al civico consesso.

Donatella Sindoni al momento in cui è stata eletta nel giugno del 2013 era ineleggibile, benché avesse dichiarato di non avere alcuna causa di ineleggibilità all’atto della presentazione delle candidature.

Era, infatti, titolare di un laboratorio di analisi convenzionato con l’Asp 5 di Messina: ciò che la legge regionale e nazionale vietavano e vietano.

La stessa consigliera, peraltro, aveva occupato lo scranno di consigliere comunale tra il 2005 e il 2006 pur essendo allo stesso modo ineleggibile.

La Corte d’appello si è trovata d’accordo con il Tribunale, che aveva sancito la ineleggibilità della Sindoni già il 2 febbraio del 2016.

Ancora prima, il 30 giugno del 2016, l’Ufficio legale e legislativo della Regione, massimo organo di consulenza giuridica degli enti locali siciliani, aveva dichiarato la consigliera ineleggibile.

L’ineleggibilità era stata sollevata, un anno prima, il 22 giugno del 2015,  da un servizio giornalistico a firma di Michele Schinella pubblicato sul blog www.micheleschinella.it dal titolo “Occupa lo scranno di consigliere comunale ma era ineleggibile. Lo strano caso di Donatella Sindoni”.

Tuttavia, nonostante fosse chiaro e palese che la Sindoni non si potesse candidare alle elezioni del 2013, è rimasta in carica sino a pochi mesi dalla scadenza del mandato  grazie ai ritardi e alle indecisioni del segretario generale del Comune Antonino Le Donne e al comportamento di gran parte dei consiglieri comunali, che all’atto di votare la decadenza non si sono presentati al voto come è accaduto da ultimo hanno ritirato la firma sulla proposta di delibera della decadenza (vedi servizio).

Una difesa…eccezionale

Assistita dal suo legale Antonio Catalioto, le cui tesi sono state spazzate via da due organi giurisdizionali della repubblica italiana e prima ancora dal massimo organo di consulenza giuridica della regione, la consigliera le ha provate tutte (conferenze stampa comprese)  pur di rimanere incollata allo scranno che per legge non poteva occupare, riuscendo a guadagnare mesi e mesi di carica e di gettoni di presenza.

La consigliera infatti pur di impedire al Consiglio comunale di votare sulla sua ineleggibilità a poche ore dal voto denunciò in Procura il segretario generale Le Donne e minacciò di denunciare i colleghi consiglieri.

Tutta la vicenda, dipanatosi per due anni e mezzo, è illustrata nel servizio, sempre a firma di Michele Schinella, dal titolo “Caso Sindoni: “Il segretario generale Le Donne sotto accusa e denunciato in Procura. L’avvocato Scurria ispira il vicesegretario del Comune Interdonato. Ma le tesi del legale non stanno in piedi. Come quelle del collega Catalioto”

 

 

 

 

 

 

 

IL COMMENTO. Se l’Università diventa teatro di propaganda elettorale, in barba alla sua natura di istituzione neutrale e super partes e alla par condicio tra i candidati

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Franco De Domenico

Franco De Domenico

 

“Al termine dei lavori del Consiglio, il direttore generale Franco de Domenico, avrà il piacere di incontrare il personale docente e tecnico amministrativo del Dipartimento”.

La postilla è contenuta in calce all’ordine del giorno del Consiglio di Dipartimento di Scienze cognitive convocato per il 7 ottobre per deliberare su una serie di provvedimenti relativi alla didattica e alla ricerca ed è firmata dal direttore Antonino Pennisi.

Il “piacere” di De Domenico di incontrare “i suoi sottoposti”, gerarchicamente s’intende, non incontrerebbe alcuna riserva se non fosse che (il piacere) venga provato mentre De Domenico, da anni a capo della macchina amministrativa dell’ateneo, è in piena campagna elettorale, alla ricerca di voti decisivi per l’elezione a deputato regionale: è candidato nelle file del Partito democratico, a cui ha clamorosamente aderito anche il rettore Pietro Navarra qualche settimana prima .

Cose simili, con modalità magari diverse, è logico immaginare accadano in queste settimane che precedono il voto del 5 novembre anche a Palermo.

Il Pd, a riprova della scarsa qualità della classe dirigente che annovera, ha pensato di prevalere alle elezioni siciliane pescando nel bacino enorme di voti rappresentato dalle aziende pubbliche più importanti in termini di personale e di potere economico della regione: il rettore Fabrizio Micari è stato candidato a Governatore.

Ad occhio, non si tratta di un buon servizio reso alle istituzioni con più storia e prestigio della Sicilia.

Può un’istituzione pubblica, luogo di confronto di idee diverse, per sua natura neutrale in quanto deputata alla formazione della classe dirigente, alla cultura e alla ricerca scientifica divenire teatro di propaganda politica, essere identificata come istituzione di parte e quindi esposta a giochi di potere e a possibili ritorsioni?

Come ne uscirà la comunità accademica da una campagna elettorale combattuta all’ultimo voto?

Quale potere contrattuale avranno Micari e Navarra se si trovassero a dover chiedere attenzione per i loro atenei tra qualche mese al Governo nazionale retto magari da forze di centro destra?

La discesa in campo dei vertici degli atenei di Messina e Palermo non solo mette a rischio gli interessi e la coesione di un’ istituzione neutrale, ma nella sostanza getta ombre sulla regolarità della competizione elettorale.

Beninteso, formalmente De Domenico e Micari sono eleggibili.

La legge regionale siciliana non prevede queste cariche nel novero di quelle che avrebbero imposto la cessazione dalle funzioni 6 mesi prima delle elezioni, in omaggio al principio della par condicio tra i candidati, che vuole che nessuno si avvantaggi nella competizione elettorale da un ruolo pubblico di particolare rilevanza e potere, esercitando quella che si chiama captatio voti.

E tuttavia un problema c’è. Di sostanza. Etico, quantomeno.

C’è in Sicilia un ruolo pubblico che può alterare di più la competizione elettorale quale quello di vertice degli enti che hanno il maggior numero di dipendenti (docenti compresi, che a loro volta hanno un poter enorme sugli studenti), e gestiscono appalti di lavori e servizi per centinaia di milioni di euro?

Basti solo osservare che per paradosso, se De Domenico e Micari fossero direttore generale del Policlinico di Messina o di Palermo, sarebbero ineleggibili.

Eppure, a scegliere i manager dell’azienda ospedaliere universitarie sono proprio i vertici dell’università e non si vede come possano alterare le competizioni elettorali i vertici del Policlinici e non i vertici degli atenei, organismi più grandi che sui vertici dei Policlinici hanno potere di vita e di morte.

De Domenico e Micari sfruttano un vuoto normativo.

Mai il legislatore poteva immaginare che i vertici in carica delle Università scendessero in campo nell’agone elettorale. Mai era capitato.

Micari e Navarra (e De Domenico), comunque vada la consultazione, passeranno alla storia come i rettori che hanno innovato la tradizione e la natura di istituzione super partes dell’Università italiana.

Eppure, legge o non legge, per evitare tutto ciò a Micari e De Domenico sarebbe bastato cessare dalle funzioni e presentarsi al giudizio degli elettori senza potere diretto e gerarchico su migliaia di persone, contando sulla loro storia e il loro valore.

Certo, in caso di insuccesso avrebbero perso in un colpo solo, come si dice, il cane e il guinzaglio.

Ma sarebbero stati apprezzati per aver mostrato che il rispetto delle istituzioni viene prima del “piacere” delle poltrone.

IL RETROSCENA. Le mani della mafia sul risanamento di fondo Fucile: l’assessore Sergio De Cola “impermeabile”; l’intermediazione dell’amico Raffaele Cucinotta; la distrazione decisiva dell’architetto Salvatore Parlato. Ecco cosa dicono le carte dell’inchiesta sul clan capeggiato – secondo la Procura – da Enzo Romeo

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La baraccopoli di fondo Fucile

La baraccopoli di fondo Fucile

 

“….perché ritengo che secondo me per l’approccio che ho avuto io in 3 minuti con De Cola ed io ho esperienza con i politici… non è gente influenzabile dalla vecchia casta…”.

Enzo Romeo e il socio Biagio Grasso, arrestati il 26 giugno 2017 perché ritenuti rispettivamente il capo di una costola del clan catanese di Santapaola a Messina e un imprenditore organico alla stessa cosca, nell’aprile del 2014 hanno un obiettivo importante per fare liquidità: vendere al Comune di Messina, impegnato nel risanamento della baraccopoli di Fondo fucile, degli appartamenti che la loro società Rd Immobiliare srl sta costruendo nel vicino villaggio Aldisio.

Sulla strada che porta alla realizzazione di questo obiettivo, però, c’è un ostacolo di non poco conto.

Rd immobiliare srl non è proprietaria per intero del complesso edilizio che hanno intenzione di offrire: una parte del terreno su cui sorge, infatti, era rimasta di proprietà di altri e così – secondo il codice civile – anche ciò che era stato costruito sopra.

L’operazione speculativa non è di facile realizzazione anche perché ben presto si accorgono che l’assessore Sergio De Cola è tutt’altro che permeabile.

E’ Grasso, intercettato, a confidarlo dopo un colloquio con lo stesso assessore.

I due comunque non demordono e per risolvere il problema si muovono su due fronti: da un lato, tentano di prendere tempo regolarizzare a livello catastale la situazione; dall’altro, soprattutto, cercano la via per far passare per conforme ai requisiti stabiliti dal bando l’immobile che invece non potrebbe essere che bocciato.

Cucinotta, l’ingegnere a disposizione

Filippo Barbera, uomo di fiducia di Enzo Romeo e Filippo Grasso, investe del problema l’amico di lunga data Raffaele Cucinotta, funzionario di lungo corso del Dipartimento attività edilizia, che sulla gara di competenza del Dipartimento politiche della casa, non ha alcun potere diretto.

Arrestato anche lui con l’accusa di corruzione aggravata dal metodo mafioso per aver – secondo le accuse – compiuto atti del suo ufficio diretti a favorire il gruppo imprenditoriale che sapeva mafioso in cambio di denaro, assunzioni di parenti e protezione, Cucinotta ha, tra le altre cose – sempre stando alla ulteriore accusa di Turbata libertà degli incanti – favorito la proroga del termine di scadenza del bando fissata per il 14 aprile 2014 e consentito che l’offerta non valida divenisse per magia valida.

Dalle attività di indagine emerge che Raffaele Cucinotta indirizza Biagio Grasso sull’assessore al Risanamento Sergio De Cola, l’unico che può rinviare i termini di scadenza del bando deliberato dalla Giunta comunale (l’11 marzo del 2014) e sul funzionario dello stesso Dipartimento Edilizia privata Salvatore Parlato, applicato appositamente al Dipartimento Risanamento con il compito di vagliare le offerte e stabilire se possiede o meno i requisiti richiesti.

 

L’incontro con De Cola e lo spostamento del termine

Biagio Grasso ottiene di incontrarsi con De Cola a palazzo Zanca agli inizi di aprile del 2014 (il giorno di preciso non è stato individuato).

Qualche giorno dopo l’incontro con l’assessore, il 17 aprile del 2014, Grasso nel corso di un colloquio intercettato con Barbera e Cucinotta, pronuncia la frase che evita ogni coinvolgimento giudiziario di De Cola: .…perché ritengo che secondo me per l’approccio che ho avuto io in 3 minuti con De Cola ed io ho esperienza con i politici … non è gente influenzabile dalla vecchia casta…“.

Insomma, come sintetizzano gli inquirenti del Ros dei carabinieri, Grasso aveva in poco tempo compreso che “De Cola non poteva essere facilmente corrotto”.

Cucinotta concorda con lui: “no assolutamente anzi… completamente“.

Barbera allora chiede: “e chi è che la può influenzare…?”

Biagio Grasso precisa: “realmente sceglieranno il posto più adatto a quelli di Fondo Fucile  e quelli di Fondo Fucile vogliono stare là…” .

Cucinotta condivide: “certo…”, afferma.

Insomma, Grasso esce dall’incontro con De Cola una sola convinzione.

Se la loro offerta avesse superato il vaglio tecnico, sarebbe stata la favorita per un motivo molto semplice: coloro che abitano a Fondo fucile vogliono continuare a vivere in quel posto, l’amministrazione per motivi sociali e politici vuole accondiscendere questa richiesta e il loro immobile è proprio ubicato a ridosso di fondo Fucile.

Le ragioni di una proroga

Tuttavia, è un dato di fatto che il 10 aprile del 2014 la Giunta del sindaco Accorinti  sposta di un mese la scadenza del termine del bando, dal 15 aprile al 15 maggio del 2014.

Se non è frutto – nella stessa ricostruzione degli inquirenti – della corruzione di De Cola, che infatti non risulta essere indagato, quali sono le ragioni che hanno portato a dare la possibilità ai partecipanti di disporre di 60 giorni invece che degli iniziali 30 concessi per preparare la documentazione a corredo dell’offerta?

E’ lo stesso De Cola a spiegarlo l’8 aprile del 2014 nel corso dei lavori della IV commissione del Consiglio comunale “Sono state ricevute parecchie offerte e ne stiamo ricevendo ulteriori. Si sta valutando la proroga della scadenza del termine perché ci sono arrivate richieste in tal senso per dare a tutti i possibili partecipanti il tempo di preparare le offerte”.

L’esigenza di prorogare il termine è condivisa dal consigliere di opposizione Nino Carreri: “Tanti cittadini interessati hanno evidenziato che i termini stretti per presentare le offerte non consentono loro di arrivare in tempo a presentare la documentazione”.

E in effetti, se il bando di ricognizione è da considerare soggetto al codice degli appalti,  i 30 giorni concessi erano inferiori ai termini minimi fissati dal codice stesso nella formulazione allora vigente.

Della proroga non si avvantaggia solo la società RD immobiliare srl di Grasso e Romeo: la loro offerta reca il numero 27, ma in tutto le offerte sono state 44. 17 sono state presentate successivamente.

Paradossi giudiziari

Tuttavia, agli atti dell’inchiesta c’è un’intercettazione che dimostra secondo gli inquirenti che la proroga del bando l’abbia determinata Raffaele Cucinotta: “Lo abbiamo fatto rimandare noi…”, dice Biagio Grasso a una delle persone proprietarie del terreno su cui si sta costruendo l’immobile. 

Le attività di indagine, però, non spiegano come Cucinotta abbia potuto determinare la proroga che in realtà ha deciso e motivato l’assessore De Cola e quest’ultimo sia stato bollato come persona non influenzabile

La distrazione dell’architetto Parlato

I trenta giorni in più concessi comunque non permettono a Romeo e Grasso di regolarizzare la loro offerta e cioè di rimediare alla mancanza del diritto di proprietà sull’intero complesso.

Risulta necessario allora contattare chi è deputato a verificare se l’offerta ha i requisiti previsti dal bando.

E’ Cucinotta a suggerire al duo Romeo Grasso di rivolgersi all’architetto Parlato.

Il 3 settembre del 2014, Enzo Romeo è in auto con Filippo Barbera. Oggetto della discussione gli immobili che sono stati offerti in vendita al Comune e che debbono essere valutati dal tecnico.

Parlato?“,chiede Barbera. “Tutto a posto“, risponde Romeo “Devo fare io un passaggio io…da..“, aggiunge. “Di nuovo?”, gli chiede Barbera. “Si…da Parlato..“. “So che è tutto a posto?”, dice di rimando Barbera. “Nodebbono venire loro quà…debbo parlare con loro qua“,dice ancora Romeo, “Perché non possiamo avere intralci“, sottolinea. “E lui lo fa….?“, chiede Barbera. “Certo che lo fa…devo andare a fare il passaggio…lui tutte cose fa“, spiega Romeo. “Certo pagando s’intende“, afferma Barbera ridendo. “Certo“, concorda Romeo.

L’offerta di Rd immobiliare è controllata proprio da Parlato, che in quei giorni di settembre e ottobre del 2014 più volte, come rilevano gli inquirenti, entra in contatto telefonico con Grasso.

L’architetto Parlato non si accorge che l’immobile non ha i requisiti previsti e l’offerta quindi deve essere esclusa.

La dirigente del Dipartimento Risanamento Maria Canale, interrogata dagli inquirenti, ha sottolineato che i funzionari preposti al controllo avevano l’obbligo di controllare “l’esattezza dei requisiti” e che “tra le verifiche vi doveva essere la titolarità del bene offerto al Comune”.

Invece, Parlato, che non risulta indagato, non si accorge di nulla.

Paradossi giudiziari bis

Per gli inquirenti, però, di questa svista è responsabile solo Cucinotta, colui cioè che ha messo in contatto Romeo con Parlato.

Gli atti di indagine non spiegano però come l’ingegnere abbia da solo favorito la società di Romeo e Grasso se la verifica del possesso dei requisiti l’abbia fatta materialmente il collega Parlato.

 

L’amministrazione ridimensiona le mire di Romeo e Grasso

Il 6 novembre 2014 il Dipartimento stila la graduatoria. La società di Grasso e Romeo risulta essersi aggiudicata la vendita di 24 appartamenti. 7 giorni dopo, però, dal Comune arriva una nota che invita l’amministratore di Rd immobiliare srl a sottoscrivere il preliminare di vendita ma solo per 14 appartamenti.

 

Il risanamento… malato

Ad ogni modo, qualche tempo dopo, a seguito (a maggio del 2015) di un esposto di due consiglieri comunali tutta la procedura di gara viene annullata in autotutela dalla Regione Sicilia: era venuto, infatti, alla luce che tra gli immobili che il comune si apprestava a comprare per darli ai “baraccati” di fondo Fucile, molti non avevano il certificato di abitabilità.

Nel frattempo, Romeo e Grasso avevano già rinunciato a vendere i 14 appartamenti al Comune.

IL COMMENTO: Gettonopoli, quando il processo politico ed etico si fa in un’aula di Tribunale. I consiglieri comunali possono aver ingannato e truffato chi riteneva che la loro condotta fosse lecita?

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gettonopoli
Non era mai capitato, non negli ultimi venti anni, che i consiglieri del Comune di Messina godessero di così poca stima tra i cittadini.

La diretta televisiva dei lavori del Consiglio comunale chiamato alcuni mesi fa a votare sulla sfiducia al sindaco Renato Accorinti, considerato il livello degli interventi (e degli show), che in realtà si potrebbe ammirare ogni giorno facendo una capatina a Palazzo Zanca, l’ha ridotta a zero.

Prima ancora, era stata un’inchiesta della procura di Messina, sfociata in un processo penale ormai alla battute conclusive, ad additarli all’opinione pubblica pure come dei ladri di risorse pubbliche (o meglio dei truffatori): secondo l’accusa incassavano gettoni di presenza per un massimo di 2 mila euro mensili, apponendo una firma di presenza alle sedute della commissioni consiliari e andando via dopo pochi minuti (se non secondi).

Mai inchiesta ebbe tanto clamore mediatico. Mai indignazione della popolazione fu più profonda. Mai si sviluppò tra i cittadini di Messina tanta rabbia giustizialista.

Tuttavia, basta dare una lettura alle carte dell’inchiesta e del processo, al di là delle pesantissime condanne chieste dal pm Francesco Massar, per capire che l’impianto accusatorio non è così solido.

I consiglieri sono eticamente colpevoli. Sono politicamente colpevoli, visto che gran parte di loro ha partecipato alle elezioni al solo scopo di procacciarsi un emolumento mensile sicuro per 5 anni: infatti, si recava a palazzo Zanca a partecipare a commissioni convocate esclusivamente per discutere il nulla, il vero scandalo della vicenda.

Ma la responsabilità penale è un’altra cosa. Si fonda su norme determinate, che disegnano fattispecie precise, entro cui vanno sovrapposti i fatti accertati come commessi da ciascun imputato.

Senza entrare troppo nei tecnicismi giuridici, nella sostanza, i 16 consiglieri comunali sono accusati di aver ingannato ripetutamente il segretario generale Antonino Le Donne: andavano via pochi minuti dopo la firma o firmavano utilmente a sedute che non si tenevano per mancanza del numero legale e così incassavano il gettone di presenza liquidato proprio dal segretario generale Le Donne.

Ora il punto è che Le Donne ha sempre sostenuto, persino in atti scritti diretti alla regione Sicilia, che ciò che facevano i consiglieri era perfettamente in linea con la legge, o almeno era in linea con l’interpretazione che non poteva  non essere data alla lacunosa legge all’epoca vigente, difatti modificata dall’Ars qualche mese dopo.

Per Le Donne, infatti, la legge regionale e il regolamento comunale consentivano di considerare effettivamente presente, e quindi avente diritto al gettone, sia chi apponeva la firma a sedute di commissione che poi non si tenevano, sia chi firnava e dopo pochisimi minuti andava via.

Tant’è che gli stessi gettoni di presenza nel medesimo modo che forma oggetto delle imputazioni, l’hanno percepiti i consiglieri delle passate legislature con il consapevole avallo dei Segretari generali in carica all’epoca.

Può essere ritenuta “indotta in errore con artifizi e raggiri” (sono questi i requisiti essenziali perché si possa configurare il reato di truffa)  e quindi vittima, una persona che dal canto suo, consapevolmente, ritiene che la condotta dell’ipotetico truffatore è legittima?

Con questa questione di diritto dovrà fare i conti il Tribunale presieduto da Silvana Grasso, che nei prossimi giorni deciderà se condannare o assolvere i 16 consiglieri.

Un altro gruppo di colleghi, praticamente tutti gli altri consiglieri, finiti anch’essi sotto inchiesta per gli stessi motivi, sono stati prosciolti (archiviati) dal Giudice per le indagini preliminari, Salvatore Mastroeni su richiesta del procuratore aggiunto Vincenzo Barbaro e del sostituto Diego Capece Minutolo.

I due sostituti hanno ritenuto  che questi consiglieri si erano distinti dagli altri, quelli più cattivi, perché in commissione c’erano stati qualche secondo in più, comunque più di tre minuti, considerata la soglia limite dai due magistrati, non si è capito, però, in base a quale principio giuridico.

Il Gip Mastroeni, dal canto suo, si è prodotto in un lunghissimo provvedimento di 28 pagine, intriso di valutazioni politiche ed etiche e di dotte citazioni.

Al termine della lettura, ripetuta varie volte, chi si è cimentato (sicuramente per sue carenze) non ha compreso però quali fossero i principi giuridici su cui il provvedimento di archiviazione è fondato.

Gran parte dei consiglieri comunali di Messina non merita di sedere sullo scranno del Consiglio comunale di una qualsiasi città di un posto civile: è condivisibile.

Ma bisognerebbe interrogarsi del perché i cittadini di Messina prima li votano e poi sperano che a farli fuori sia la magistratura.

E’ la storia giudiziaria e politica del paese a dirlo.

Ogni volta che si delega alla magistratura di fare pulizia tra la classe dirigente, il rimedio si rivela peggiore del male e alla mala politica, nella migliore delle ipotesi, si sostituisce il vuoto pneumatico. 

Parco commerciale di Barcellona, non ci fu alcun abuso. Il Tribunale assolve tutti gli imputati.L’inchiesta nata dalla denuncia delle associazioni antimafiose e da un’interrogazione di Beppe Lumia che si rifacevano a un servizio giornalistico. Per i giudici era fondata sul nulla

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Il progetto su mappa del Centro commerciale di contrada Siena

Il progetto del Centro commerciale di contrada Siena

Non ci fu alcun abuso nella procedura che portò all’approvazione del progetto del Parco commerciale di Barcellona Pozzo di Gotto  sui terreni di proprietà della famiglia di Saro Catttafi.

Il Tribunale di Barcellona pozzo di Gotto ha assolto i componenti della commissione edilizia di Barcellona, i tecnici che hanno elaborato il progetto per conto della Gdm e della Dibeca, i soci della Dibeca, e lo stesso Rosario Cattafi, considerato proprietario di fatto della società.

La pubblica accusa contestava loro di aver ingannato il Consiglio comunale inducendolo ad approvare un il Piano particolareggiato che consentiva di destinare l’area di contrada Siena a Parco commerciale, dando dei pareri positivi ad un progetto che presentava varie illegittimità.

L’operazione imprenditoriale fu avviata dapprima dalla Gdm spa, società della grande distruzione di Villa San Giovanni, che ad un certo punto si tirò indietro e fu costretta a pagare una penale alla Dibeca, titolare del terreno, che prosegui comunque lungo la via dell’approvazione del Piano particolareggiato.

L’inchiesta era stata condotta dal sostituto della Procura di Barcellona, Francesco Massara, nel frattempo trasferito alla Procura di Messina.

Si fondava su una consulenza elaborata da due tecnici di Palermo nominati dal pm, Ferdinando Trapani e Giuseppe Pellittieri: la loro tesi, però, non ha retto al vaglio processuale

E’ stata infatti confutata dalla consulenza di parte, redatta dal docente ordinario di urbanistica dell’Università di Roma, Francesco Karrer ed ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, che ha invece affermando che le illegalità che venivano contestate dalla Procura non sussistessero e che la stessa era incorsa in errori notevoli di interpretazione delle norme urbanistiche.

Le origini antimafiose e le strumentalizzazioni politiche

L’inchiesta prese le mosse da una denuncia presentata agli inizi del 2011, il 4 gennaio, dalle associazioni antimafiose “Rita Atria”, presieduta Piera Aiello, Nadia Furnari, Santo Mondello e Santo Laganà e dall’associazione “Città aperta” di Barcellona, aderente a Libera, presieduta da Maria Teresa Collica, docente di diritto penale dell’ateneo di Messina.

E’ composta da 19 pagine e oltre a ricostruzioni giuridiche sull’illegalità della procedura che aveva portato all’approvazione del Piano, avvenuta già un anno prima, il 16 novembre del 2009, c’è la richiesta al ministro degli interni di nominare una commissione di accesso per verificare infiltrazioni mafiose al comune di Barcellona.

La denuncia si rifà al servizio giornalistico pubblicato da Antonio Mazzeo il 25 novembre del 2009, trasfuso a stretto giro di posta, il 2 gennaio del 2010,  dal senatore Beppe Lumia, in un’interrogazione parlamentare al ministro degli Interni. Anche Lumia tra l’altro chiese la nomina della commissione di accesso per verificare infiltrazioni mafiose nel Comune allora guidato dal sindaco Candeloro Nania.

All’epoca, Saro Cattafi non era stato ancora arrestato con l’accusa di essere il capo dei capi della mafia di Barcellona. Era indagato e pendeva sul suo capo la richiesta di sequestro patrimoniale, che fu disposta il 21 marzo del 2011. Gli arresti scattarono a luglio del 2012.

Il sequestro dei beni (compresa la società Dibeca) è stato successivamente revocato per mancanza dei presupposti previsti dalla legge e Cattafi, dopo la condanna in primo grado in abbreviato, al termine del processo d’appello e di Cassazione è stato assolto dall’accusa di essere stato un mafioso dal 1993 in poi.

Il ministro nominò la commissione d’accesso a novembre del 2011.

Ma non avendo trovato riscontri l’ipotesi di infiltrazioni il comune non fu sciolto.

Tuttavia, alle elezioni successive, a maggio del 2012, Maria Teresa Collica fu eletta sindaco.

Gli imputati assolti

Per abuso di ufficio erano imputati, Orazio Mazzeo, sia quale compente della Commissione edilizia che come capo dell’Ufficio tecnico del Comune, Giovanni Milone, Antonino Raimondo, Sergio Valenti, Santi Sottile, Franco Barbera, tutti componenti della Commissione edilizia.

Sempre per abuso d’ufficio erano imputati i progettisti Mario Nastasi, Giuseppe Gangemi e Giovanni Cattafi. E poi il funzionario di Gdm Filippo Leoparti e i soci di Dibeca, la commercialista Ferdinanda Corica, Alessandro Cattafi, Cattafi Maria, e colui che fu indicato come proprietario di fatto della Dibeca, ovvero Saro Cattafi.

Mega gazebo a piazza Duomo, il titolare de La dolce vita Carmelo Picciotto costretto a smontare la struttura abusiva. L’ incredibile vicenda lunga un ventennio con protagonista il presidente di Confcommercio. Fra distrazioni, omissioni e ritardi dell’amministrazione

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“L’ho smontato io, ma adesso farò una cosa avveniristica: il ristorante in verticale. Intanto da stasera chiudo le luci a piazza Duomo”

L’ordine di sgombero e demolizione firmato dal dirigente del settore Edilizia Privata Antonella Cutroneo e dal funzionario Roberto Bicchieri era del 29 aprile del 2014.

Eppure, il mega gazebo con tendone di oltre 50 metri quadri, costruito senza alcuna licenza edilizia e, dunque, abusivo, ha “arredato” Piazza Duomo, il luogo di maggiore attrazione turistica e bellezza della città, sino a lunedì 8 maggio del 2017.

Carmelo Picciotto, titolare del locale La Dolce vita e presidente di Confcommercio Messina ha, infatti, fatto finta di nulla per 3 anni: non ha impugnato l’ordinanza, né vi ha ottemperato. Ha continuato a tenere aperto e ad usare il gazebo per ricevere gli avventori finché a Piazza Duomo, lunedì mattina, è arrivata con tanto di seghe elettriche e bobcat la ditta incaricata dal Comune di eseguire la demolizione del manufatto a spese dello stesso Picciotto.

Solo a quel punto l’imprenditore ha deciso di smontare il gazebo, limitando così il danno e le spese per i lavori che comunque, sia pure in misura ridotta, il Comune dovrà pagare alla ditta ingaggiata per la demolizione.

Il provvedimento del 2014, infatti, si chiudeva con un imperativo chiaro, secondo le previsioni della legge urbanistica: “Ordina la demolizione delle opere abusive, lo sgombero dell’area abusivamente occupata e il conseguente ripristino dello stato dei luoghi, con l’avvertenza che in caso di inottemperanza si procederà d’ufficio, ponendo le spese a carico della ditta autore dell’abuso”.

“Quando ha avuto la prova concreta che facevamo sul serio e rischiava di vedere distrutto il manufatto, oltre a dover pagare le spese, ha pensato di fare da sé”, commenta a cose fatte l’assessore all’attività edilizia, Sergio De Cola, contattato la prima volta venerdì 5 maggio del 2017.

Il locale con il gazebo abusivo

Il locale con il gazebo abusivo

Una lentezza inquietante

Non è normale, certo che no, che ci vogliano tre anni perché venga data esecuzione ad un’ordinanza di demolizione per un chiaro abuso edilizio nel posto peraltro più bello della città“, ammette l’assessore De Cola su specifica domanda. “Non conosco il caso di specie, ma in generale l’amministrazione ha grossi problemi ad eseguire i provvedimenti di demolizione. Quando abbiamo iniziato a governare la città le demolizioni coattive non si facevano più da anni“, sottolinea l’assessore. “Per i ritardi relativi a questa vicenda – conclude – chieda comunque alla dirigente Cutroneo“. Che, però, nonostante vari tentativi (anche con la segretaria), non si riesce a contattare.

 

Il ping pong tra gli uffici

A leggere le carte rintracciate negli uffici comunali, risulta che dopo aver adottato il provvedimento di demolizione, i dirigenti Cutroneo e Bicchieri non si siano curati dell’esecuzione coattiva. Per un anno tutto è rimasto fermo finché il 24 aprile del 2015 non è giunta negli uffici del Comune una lettera di diffida del legale del proprietario di un immobile attiguo che dalla presenza del gazebo riteneva subisse danni.

Antonella Cutroneo e Roberto Bicchieri si sono giustificati due mesi dopo, il 24 luglio del 2015: “L’esecuzione coattiva spetta a noi, ma ce la deve chiedere il dirigente del Patrimonio”.

Natale Castronovo, il collega del Patrimonio appunto,  a sua volta sollecitato, il 22 ottobre del 2015, ha ribadito: “Il provvedimento è esecutivo da tempo e  per legge deve essere eseguito dal Dipartimento attività privata essendo fondato sulla violazione di norme urbanistiche (la legge 45 del 1985). Ad ogni buon fine, sollecito il dirigente dell’attività edilizia perché provveda all’esecuzione coattiva”.

Il “buon fine”, però, non è bastato: arrivata la richiesta specifica a procedere coattivamente (che neppure serviva), è passato un altro anno e mezzo perché si inviasse la ditta privata a demolire.

Un abuso molto più lungo

Ma in realtà il gazebo abusivo non era stato certo costruito alle spalle della fontana del Montorsoli, di fianco al campanile del Duomo, uno dei più importanti del mondo, il giorno prima che i tecnici del Comune, agli inizi del 2014, hanno verificato la presenza del manufatto mai autorizzato, dependance de La dolce vita.

Era lì da molto più tempo: da anni.

Già a gennaio del 2011, nel fascicolo custodito negli archivi del Comune, si trova una richiesta di intervento alla polizia municipale da parte di un privato perché verificasse se l’opera fosse stata legittimamente autorizzata.

La richiesta non ha sortito, però, alcun risultato concreto.

Nonostante il manufatto di notevoli dimensioni si trovasse in uno dei posti più suggestivi della città e determinasse un impatto ambientale e artistico negativo, a nessun agente di polizia, a nessun amministratore pubblico, a nessun dirigente del Comune è venuto in mente di verificare se fosse abusivo.

Il Comune di  Messina è intervenuto – ad analizzare le carte – solo dopo che a ottobre del 2013, qualche mese dopo l’insediamento della Giunta guidata da Renato Accorinti, è arrivata una lettera di un privato di diffida di rimozione del manufatto: è stato così disposto il sopralluogo dei tecnici, da cui ha avuto origine il provvedimento di demolizione.

Ma il gazebo c’era stato lì persino da prima del 2011.

 

Il vizietto dell’occupazione illegale di Piazza Duomo

Carmelo Picciotto, quale titolare de La Dolce vita, risulta destinatario in precedenza di un’altra ordinanza di sgombero e demolizione di manufatto mai autorizzato a Piazza Duomo accanto al locale di proprietà.

E’ stata infatti firmata il  15 gennaio 1997 dall’allora sindaco Franco Provvidenti l’ordinanza (n. 273) di demolizione di opere abusive, avente ad oggetto proprio una struttura costruita a piazza Duomo.

Picciotto impugnò il provvedimento del sindaco con ricorso straordinario al Presidente della Regione Sicilia, ma su parere del Consiglio di giustizia amministrativa lo stesso fu rigettato il 21 marzo del 2000.

Picciotto premia l'ispettore Santagati

Picciotto premia l’ispettore Santagati

 

Le lezioni di legalità e decoro di Picciotto e le premiazioni

Carmelo Picciotto dal canto, suo mentre in tutto questo lungo periodo dirigenti del Comune, polizia municipale e gli assessori che ne hanno la responsabilità politica hanno fatto finta di non vedere o annaspato e hanno rimandato i provvedimenti coattivi, quale capo dell’organizzazione che rappresenta i commercianti messinesi ha tenuto conferenze stampa, organizzato eventi patrocinati dal Comune, condotto battaglie in nome della legalità e donato premi a uomini di vertice della polizia municipale: il 24 aprile del 2017 ha premiato l’ispettore per anni a capo della sezione che si occupa di esercizi commerciali, Biagio Santagati.

Con una nonchalance che farebbe invidia al miglior Totò, qualche settimana fa ha bacchettato l’amministrazione comunale “incapace di dare decoro e bellezza a Piazza Cairoli“.

 

Le illegalità non finiscono quà

Le sortite di Picciotto, sempre fedelmente diffuse dai mezzi di informazione locali, sono continuate benché le illegalità commesse dal presidente di Confocommercio – secondo gli accertamenti degli uffici comunali –  non siano limitate al gazebo abusivo: ne sono state accertare altre, sanzionate con provvedimenti drastici.

Il titolare de La dolce vita ha occupato con divanetti bianchi, tavolini, sedie, vasi di cemento e con il gazebo più spazio di quello che gli era stato dato in concessione e non ha pagato per anni il canone completamente nella misura dovuta, neppure per i metri quadri di suolo pubblico che gli erano stati regolarmente concessi: per questo, il 5 marzo del 2014 il dirigente del settore Patrimonio, Natale Castronovo, gli ha revocato la concessione di occupazione di suolo pubblico e, successivamente, persistendo le violazioni il 12 dicembre del 2014 è stato disposta la chiusura dell’esercizio commerciale da parte del dirigente del Dipartimento servizi alle imprese.

 

La battaglia continua davanti ai giudici amministrativi

Questi due drastici provvedimenti, l’ordinanza di revoca della concessione su suolo pubblico e quella di chiusura del locale, sono stati impugnati dinanzi alla giustizia amministrativa.

Nel primo giudizio, quello avente ad oggetto la revoca della concessione, il Comune di Messina non si è neppure costituito con un legale, mentre Picciotto si è affidato alle cure di Santi Delia davanti al Tribunale amministrativo regionale e a quelle di Alessandro Visigoti davanti al Cga in appello. Tuttavia, entrambi gli organi di giustizia, il Tar prima e il Consiglio di giustizia amministrativa dopo (il 15 gennaio 2015) hanno rigettato la richiesta di sospensione del provvedimento ritenuto quindi sia pure in un giudizio cautelare legittimo.

Dunque, per andare al concreto, sin dalla revoca della concessione disposta il  il presidente di Confcommercio non potrebbe occupare neppure un centimetro di suolo pubblico e quindi ogni giorno che mette un tavolino sul suolo pubblico commette un illecito.

Le cose sono andate leggermente meglio a Picciotto nel giudizio avente ad oggetto il provvedimento di chiusura del locale: una sezione diversa del Tar, in sede cautelare, il 28 gennaio del 2015, ha accolto il ricorso del legale catanese, Nicolò D’alessandro, sospendendo il provvedimento di chiusura del Comune, costituito con il legale Carmelo Picciotto (omonimo dell’imprenditore). Tuttavia, il Tar non ha riscontrato la sussistenza, sia pure ad un giudizio sommario, di vizi nel provvedimento ma ha accolto ritenendo che “per maggiore completezza la presente controversia debba essere analizzata unitamente a quella, oggettivamente connessa, di cui all’ulteriore ricorso pendente presso l’intestato Tribunale, Sezione III, iscritto al R.G. n. 1596/2014”, ovvero quella che aveva ad oggetto la revoca della concessione, già rigettata dal Tar il 24 settembre del 2014, 4 mesi prima.

La causa riunita per l’esame di merito non si è ancora tenuta.

 

Il precedente giornalistico…e la statua

La vicenda era stata già raccontata in un servizio giornalistico pubblicato il 19 maggio del 2015: “Mega gazebo e divanetti a piazza Duomo. Il presidente di Confcommercio Picciotto non paga il canone e il dirigente Castronovo ordine la revoca della concessione. Ma da un anno nessuno la esegue. Lo scaricabarile degli assessori De Cola e Pino”.

 

 

 

IL CORSIVO. Villa Dante, cercasi giardiniere. Se Accorinti non fosse sindaco l’avrebbe già pulito lui “di pirsona personalmente”… almeno qualche metro quadro, ma solo con telecamere al seguito

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Il sindaco Accorinti a villa Dante

Il sindaco Accorinti a villa Dante

 

E’ davvero un peccato che Renato Accorinti sia troppo impegnato a fare il sindaco. Se non lo fosse, si sarebbe già munito di un decespugliatore, un rastrello e avrebbe pulito in un batter baleno Villa Dante: naturalmente solo pochi metri quadri e solo dopo aver allertato i giornalisti, in modo da farsi un po’ di pubblicità ma sempre per lottare per i diritti dei cittadini di fruire di luoghi belli e puliti.

Invece, no. Renato Accorinti è sindaco, purtroppo. E’ super impegnato da 4 anni ormai a palazzo Zanca e Villa Dante, l’unico polmone verde del centro città (peraltro a 50 metri da casa del primo cittadino)  rimane nel degrado assoluto, con bagni impraticabili per il cattivo odore, sterpaglie dappertutto, staccionate divelte, campetto di calcetto distrutto, stradine sconnesse.

La stessa scena di squallore si respira da anni quando si va al campo di atletica dell’ex Gil, a 100 metri di distanza, l’unica struttura sportiva del centro città, luogo in cui Accorinti, tra una lezione di atletica e l’altra, teneva gemeriadi lunghissime sull’inefficenza dell’amministrazione in carica e inscenava proteste contro il degrado in cui la struttura era tenuta: naturalmente sempre dopo aver allertato la stampa.

Se non fosse sindaco, Accorinti sarebbe all’ex Gil, a protestare.

Sarebbe pure a piantare alberi, dove l’ amministrazione che guida li ha tagliati.

Il tutto sostenendo che i problemi di bilancio non possono giustificare che non si riescano a trovare poche migliaia di euro per tenere in condizioni dignitose due luoghi simbolo del grado di civiltà di una comunità: e chi gli avrebbe mai potuto dare torto?

E’ davvero, davvero, un peccato che sia sindaco: non c’è che da essere rammaricati.

La consigliera comunale Lucy Fenech, la più fedele sostenitrice del sindaco Renato Accorinti, organizza meritoriamente da anni un ciclo di incontri dal titolo “I care”. Anche nell’ultimo mese ne ha promosso di interessantissimi.

Solo che “I care” non è una frase ad effetto da spendere per dare senso a un ciclo di conferenze .

I care per come la intendeva Don Milani è un modo di essere, è partecipazione appassionata, è prendere posizione, è lottare concretamente contro il degrado: a partire dalle piccole, piccolissime cose.

L’ultimo incontro che ha organizzato Lucy Fenech qualche giorno fa aveva come tema “Educare alla bellezza”, come antidoto all’abitudine, alla rassegnazione al degrado.

Educare alla bellezza non è solo teoria. L’educazione è fatta di esempi. E’ composta da fatti concreti e coerenti.

Quale educazione alla bellezza possono ricevere i ragazzi della scuola Enzo Drago, solo per fare esempio, di cui Accorinti è docente (in aspettativa), se un albero bellissimo che campeggiava nel cortile è stato tagliato e non ne è stato piantato un altro; se gli adolescenti all’uscita e all’entrata delle scuole vedono sterpaglie alte un metro nelle aiuole e spazzatura dappertutto, che gli addetti alle pulizie non fanno in tempo a pulire perché passano gran parte del tempo di lavoro a disquisire con gli amici;  se mentre tornano a casa trovano auto parcheggiate impunemente sui marciapiedi e sugli scivoli per disabili, agli incroci semaforici, sulla pista ciclabile, ecc, ecc?

Educare alla bellezza è una responsabilità (oltre che della scuola) anche della classe dirigente, quella a cui appartiene Lucy Fenech, il sindaco Accorinti e i suoi assessori, i quali evidentemente al degrado si sono abituati, a meno che non si voglia sostenere che di tutte queste cose, di tutte queste piccole cose eppure simboliche, nulla sappiano perché sono talmente impegnati in riunioni inutili da non poter fare una passeggiata sino a Villa Dante o sino all’ex Gil.

E’ davvero un peccato che Accorinti sia diventato sindaco, perché in questi 4 anni non si è potuto interessare (I care) appassionatamente della città, non ha potuto dare il suo apporto ad educare alla bellezza i giovani e ha pure distolto da questa preziosa attività gli assessori di cui si è circondato.

 

Gettonopoli, la pubblica accusa chiede pesanti condanne per i consiglieri comunali accusati di falso e truffa. Domandata l’assoluzione per Nora Scuderi e Libero Gioveni

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gettonopoli

Il pubblico ministero Francesco Massara al termine della requisitoria di un paio di ore ha chiesto dure condanne per i consiglieri comunali imputati di aver percepito gettoni di presenza pur non  avendo partecipato effettivamente alle sedute del Consiglio comunale.

Le pene richieste vanno dai tre anni ai 5 anni di reclusione, parametrate al numero dei capi di imputazione (e ai vari episodi delittuosi) per falso e truffa contestati a ciascun consigliere.

Nel processo in corso di svolgimento nell’aula bunker del carcere di Gazzi davanti al Tribunale presieduto da Silvana Grasso, il pm Massara ha chiesto la condanna a 3 anni per Antonino Carreri; a 3 anni e sei mesi per Santi Sorrenti; a 3 anni e 8 mesi per Andrea Consolo; sempre a 3 anni e 8 mesi per Nicola Cucinotta, a 4 anni per Piero Adamo; a 4 anni e tre mesi per Carmelina David; a 4 anni e tre mesi per Angelo Burrascano; a 4 anni e 7 mesi per Pio Amadeo; a 4 anni e 8 mesi per Fabrizio Sottile; a 4 anni e sei mesi per Carlo Abate; a 4 anni e due mesi per Paolo David; a 4 anni e 10 mesi per Nicola Crisafi; a 4 anni e 11 mesi per Santi Daniele Zuccarello; a 5 anni di reclusione per Benedetto Vaccarino.

Il pubblico ministero ha chiesto invece l’assoluzione sia pure con formula dubitativa per Libero Gioveni e Nora Scuderi, imputati di poche ipotesi di reato.

Subito dopo la requisitoria, sono iniziate le arringhe degli avvocati degli imputati, che impegneranno anche le prossime udienze.

 

 

 

“Accorinti è il sindaco di Francantonio Genovese. Vergognati”. Il Consiglio non approva la mozione di sfiducia e Pippo Trischitta si scaglia contro l’assessore Daniele Ialacqua. Il video dello show del consigliere di Forza italia. La Sindoni attacca la presidente Barrile e la invita a sgomberare il pubblico. Reo di voltarle le spalle: in silenzio

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“Ventitrè voti favorevoli, 10 contrari, 5 astenuti. Il Consiglio non approva la mozione di sfiducia”.

Il presidente del Consiglio Emilia Barrile ha appena comunicato il responso del voto al termine di 10 ore di dibattito e i sostenitori del sindaco Renato Accorinti intonano “Bella ciao”.

Pippo Trischitta, il consigliere più critico contro l’amministrazione Accorinti,  è furibondo e va via tra i primi.

All’esponente di Forza Italia, “Bella ciao, bella ciao”, proprio non va giù.

All’uscita incrocia l’assessore all’Ambiente Daniele Ialacqua e lo attacca: “Non ti vergogni ad essere l’assessore del sindaco di Genovese”. Ialacqua risponde: “Vattene a casa”.

Trischitta continua il suo show: “E’ stato Francantonio Genovese a ordinare ad alcuni consiglieri di non appoggiare la sfiducia”.

E fa i nomi dei 5 consiglieri che si sono astenuti o sono usciti dall’aula.

Si tratta dei nuovi colleghi di partito, che sulle orme di Genovese sono passati dal Pd, di cui Genovese prima che finisse in carcere (coinvolto nell’inchiesta sulla formazione) era leader, alla stessa formazione di Forza Italia cui fa parte Trischitta: tra questi la presidente del Consiglio Barrile.

Francantonio Genovese e Renato Accorinti

Francantonio Genovese e Renato Accorinti

Trischitta, l’avvocato/showman

Pippo Trischitta durante i lavori si era prodotto in show provocatori che avevano suscitato le proteste e gli sberleffi dei sostenitori di Accorinti assiepati nella tribuna.

“Signor presidente. E’ una vergogna. Deve intervenire. Non è rispetto questo delle Istituzioni. Faccia uscire tutti”.

A pochi minuti dal voto, quando si è accorto che nel corso dell’intervento di Donatella Sindoni tutto il pubblico ha dato le spalle alla consigliera, Trischitta ha arringato il presidente del Consiglio comunale.

Solo in quel momento la stessa consigliera si è accorta che il pubblico, per disapprovare la sua pervicacia a rimanere incollata allo scranno benché dichiarata ineleggibile dall’Ufficio legale e legislativo della Regione e dal Tribunale di Messina, si era messo con le spalle voltate.

Infatti, quello della Sindoni è stato l’intervento meno disturbato dai presenti che sono stati in religioso silenzio finchè Trischitta non si è alzato dal suo posto rivolgendosi al presidente.

La protesta silenziosa e “la porcheria di amministrazione”

Trischitta ha dato un formidabile assist alla consigliera per protestare contro il presidente e dirsi vittima: “Non posso continuare. Il mio intervento è disturbato. Deve sgombrare il pubblico”.

La presidente l’ha invitata a continuare nell’intervento. La Sindoni, da poco transitata anche lei dal Pd a Forza Italia a<l seguito di Genovese, l’ha sfidata: “Se non interviene la invito ad abbandonare il suo ruolo di presidente che non svolge correttamente”.

A quel punto la Barrile ha perso la trebisonda. E si è prodotta, a sua volta, in uno show che non aveva nulla da invidiare a quelli del miglior Trischitta.

Ha ordinato alla polizia municipale di sgomberare il pubblico. Poi ha lasciato il suo posto sbattendo le carte. Dopo qualche secondo è tornata e si è diretta verso Trischitta e ha inveito contro di lui, reo di aver spalleggiato la collega di partito.

La quale Sindoni peraltro qualche secondo prima l’aveva attaccata affermando che il Comune aveva speso 10mila euro per le trasferte della presidente: ciò che aveva innervosito non poco la Barrile.

Intanto, gli uomini della polizia municipale e della Digos sono saliti in Tribuna. “Dovete andare via tutti. E’ un ordine del presidente”.

Nessuno si è mosso.

“Ma perché, è obbligatorio guardare il consigliere mentre parla?”, hanno chiesto in molti. “Qual è il reato?”.

L’ordine era così campato in aria che gli agenti stessi nulla hanno fatto.

Nel frattempo, in tribuna è arrivato il segretario generale Antonio Le Donne che ha convinto i sostenitori di Accorinti a stare nella posizione canonica.

Il presidente è tornato al suo posto e ha dato la parola alla Sindoni. Nel silenzio assoluto la consigliera ha insistito: “Presidente, le chiedo di sgomberare il pubblico”.

Nessuno le ha dato corda.

Ha così ripreso l’intervento e guardando Accorinti e i suo assessori ha concluso: “Voterò la sfiducia perchè questa porcheria di amministrazione se ne vada a casa”.

Ineleggibilità di Donatella Sindoni, la consigliera per rimanere incollata allo scranno agita lo spauracchio delle denunce in Procura contro i colleghi. Il suo legale Catalioto impone la lettura in aula di un esposto a pochi minuti dalla votazione sulla decadenza. L’avvocato Scurria ci mette lo zampino. Il Consiglio comunale, già sotto inchiesta, va in tilt

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Donatella Sindoni

Donatella Sindoni

“Si comunica che la mia assistita ha presentato esposto in Procura. Conseguentemente, all’apertura dei lavori d’aula si diffidano il segretario generale e il presidente del Consiglio a darne pubblica lettura per la conoscenza di ogni singolo consigliere che parteciperà alla votazione sulla proposta di decadenza”.

E’ stata dichiarata ineleggibile due volte: il 24 giugno del 2016 dall’Ufficio legale e legislativo della Regione Sicilia, il 2 febbraio del 2017 dal Tribunale di Messina (sulla  scorta peraltro di un precedente della Corte di cassazione); e ha firmato la mozione diretta a mandare a casa il sindaco Renato Accorinti (e di conseguenza se stessa e l’intero Consiglio comunale).

Tuttavia, pur di rimanere appiccicata alla sua poltrona le prova tutte.

Assistita dal suo legale Antonio Catalioto, la consigliera comunale Donatella Sindoni non si è limitata a proporre l’ appello (più che legittimo) avverso l’ordinanza che la dichiara ineleggibile emessa dai giudici, riacquistando così il diritto di tornare a palazzo Zanca.

Ha infatti agitato con veemenza lo spettro delle denunce già presentate o da presentare alla Procura della Repubblica, che già solo perché sono presentate determinano l’apertura di un procedimento penale con iscrizione sul registro degli indagati e la scocciatura di nominare un legale e di finire sui giornali.

Destinatari delle minacce i suoi colleghi consiglieri, ovvero coloro che dovevano e dovrebbero pronunciarsi sulla sua sorte politica e che hanno già non pochi guai con la giustizia.

Gran parte di loro infatti sono sotto procedimento penale o lo sono stati sino alla scorsa settimana. Alcuni sono ancora sottoposti a misura cautelare dell’obbligo di firma all’entrata e all’uscita di Palazzo Zanca.

Antonio Catalioto

Antonio Catalioto

 

Questa delibera… non s’ha da votare

All’ordine del giorno di mercoledì 8 febbraio 2016 c’era la delibera, istruita dalla segreteria generale e fatta sua, come per prassi, dal vicepresidente del Consiglio comunale Nino Interdonato, che sanciva la decadenza di Donatella Sindoni.

Qualche ora prima era arrivata a palazzo Zanca la nota di diffida dell’avvocato Catalioto con allegato esposto.

Il presidente del Consiglio e il segretario generale si sono piegati al diktat dell’avvocato.

E’ stata la stessa consigliera Sindoni a leggere l’esposto ai colleghi.

Votare sulla decadenza della consigliera per il legale, Antonio Catalioto, è frutto di abusi. Come – per lo stesso legale – lo era stato chiedere il parere all’Ufficio legale della Regione dopo la pubblicazione a maggio del 2015 del servizio giornalistico che sollevava il caso.

E’ un abuso – a leggere l’esposto – perché l’appello contro l’ordinanza di ineleggibilità ne aveva sospeso l’efficacia esecutiva.

Nel mirino della Sindoni il segretario generale Le Donne che la vuole fare fuori perché il suo voto può essere decisivo per la sfiducia al sindaco Accorinti.

In realtà, la proposta di delibera non era basata sull’ordinanza del Tribunale ma sul fatto che la Sindoni è ineleggibile per come aveva scritto un anno prima il massimo organo di consulenza giuridica della Regione. L’ordinanza del Tribunale è considerata solo un’ ulteriore prova.

Ne è nata una bagarre. Durante la discussione Il consigliere Interdonato preoccupato per l’esposto ha chiesto più volte al segretario generale Le Donne se confermasse o meno la piena legittimità delle delibera.

La consigliera Lucy Fenech ha affermato: “Questo della Sindoni e del suo avvocato è un atto di intimidazione al Consiglio”.

Alla fine è caduto il numero legale. Alcuni consiglieri per non votare hanno lasciato l’aula.

Per votare era necessaria la presenza di 16 consiglieri, ne sono rimasti in aula 15 (su 40): l’ultimo ad abbandonare l’aula Fabrizio Sottile. Non è andato via per mettersi al riparo dall’esposto, né per motivi politici, bensì a seguito di uno screzio con la capogruppo del Pd Antonella Russo: insomma per un dispetto di quelli che si fanno i bambini alla scuole materne.

 

L’intimidazione non è mai troppa

Giovedì 9 febbraio, la scena si è ripetuta, con toni più aspri.

Durante i lavori nella Commissione Sport e Spettacolo presieduta da Piero Adamo, in cui si è aperto un dibattito su come dovesse procedere nei lavori, la Sindoni – secondo quanto hanno riferito i presenti – ha ammonito i colleghi affermando che avrebbe denunciato i colleghi che avrebbero votato la sua decadenza. Nuova bagarre. Scambio di accuse. E di insulti.

Risultato: il Consiglio comunale non si è pronunciato sulla sua decadenza, nè sipronuncerà. Non a breve almeno.

Se la paura te la mettono gli avvocati

Il vicepresidente del Consiglio comunale, Nino Interdonato, infatti, già preoccupato dopo la lettura dell’esposto della Sindoni, si è messo al riparo da ogni possibile conseguenza penale e ha ritirato la firma prendendo le distanze da chi la delibera l’ha istruita.

Con una nota (scritta evidentemente da un legale), Interdonato ha condiviso la tesi sostenuta dal legale della Sindoni. Anzi, è andato anche oltre individuando più abusi di quelli lamentati dallo stesso Catalioto.

Ha accusato di mancanza di imparzialità il Segretario generale, evocando a sua volta l’intervento della Procura e si è dimesso dall’Ufficio di presidenza.

Interdonato, da perfetto ignorante della materia – come lui stesso ha ammesso – ha preso per oro colato quanto gli ha confezionato un legale.

Scurria, il legale che non ti aspetti

A fornire il parere a Nino Interdonato è stato infatti Marcello Scurria, ex segretario dei Democratici di sinistra e consulente giuridico nonché avvocato personale dell’ex sindaco di destra Giuseppe Buzzanca.

Quest’ultimo, oltre che primo cittadino di Messina era al tempo stesso consigliere regionale, quando ad aprile del 2010, una sentenza della Corte costituzionale stabilì che il cumulo delle due cariche fosse fuorilegge.

Tuttavia, assistito da Scurria, solo dopo due anni e mezzo, Buzzanca fu dichiarato decaduto dall’Ars.

Ironia della sorte, a battersi perché fosse prima sancita l’illegalità del cumulo delle cariche e poi la decadenza di Buzzanca fu Antonio Catalioto, legale oggi della Sindoni ed ex socio e collega di studio di Scurria.

Catalioto all’epoca non nascondeva la sua indignazione per come Buzzanca le provasse tutte per mantenere le due cariche, in spregio alla legge.

Operazione compiuta

La proposta di delibera per tornare ora in votazione deve essere firmata da un consigliere. In genere, per prassi se arriva dagli uffici la firma il presidente del Consiglio o qualcuno dell’Ufficio di presidenza.

La presidente Emilia Barrile, nell’occhio del ciclone dell’esposto della Sindoni e della nota di Interdonato, ha già dichiarato che lei non lo farà. L’altro componente, Nicola Crisafi, ha seguito Interdonato sulla scia delle dimissioni.

Effetto boomerang

Donatella Sindoni minaccia di presentare denunce. Ma la minaccia delle denunce e l’ostentanzione di quelle già fatte allo scopo di influire sull’andamento dei lavori di un organo elettivo le potrebbero costare l’attenzione della stessa Procura che evoca:

a lei e al suo legale, che a poche ore dal voto di un organo democratico ha fatto pervenire una nota di diffida che non ha precedenti.

Infatti, la loro condotta, inserita in un contesto in cui tutti sono scottati da procedimenti penali e temono di finire in altri, potrebbe integrare il reato dell’articolo 338 del codice penale che punisce “chi usa minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario o ad una rappresentanza di esso, o ad una qualsiasi pubblica Autoritità, per impedirne, in tutto o in parte, anche temporaneamente, o per turbarne comunque l’attività”.