Archive for Politica

IL COMMENTO: Gettonopoli, quando il processo politico ed etico si fa in un’aula di Tribunale. I consiglieri comunali possono aver ingannato e truffato chi riteneva che la loro condotta fosse lecita?

Download PDF

gettonopoli
Non era mai capitato, non negli ultimi venti anni, che i consiglieri del Comune di Messina godessero di così poca stima tra i cittadini.

La diretta televisiva dei lavori del Consiglio comunale chiamato alcuni mesi fa a votare sulla sfiducia al sindaco Renato Accorinti, considerato il livello degli interventi (e degli show), che in realtà si potrebbe ammirare ogni giorno facendo una capatina a Palazzo Zanca, l’ha ridotta a zero.

Prima ancora, era stata un’inchiesta della procura di Messina, sfociata in un processo penale ormai alla battute conclusive, ad additarli all’opinione pubblica pure come dei ladri di risorse pubbliche (o meglio dei truffatori): secondo l’accusa incassavano gettoni di presenza per un massimo di 2 mila euro mensili, apponendo una firma di presenza alle sedute della commissioni consiliari e andando via dopo pochi minuti (se non secondi).

Mai inchiesta ebbe tanto clamore mediatico. Mai indignazione della popolazione fu più profonda. Mai si sviluppò tra i cittadini di Messina tanta rabbia giustizialista.

Tuttavia, basta dare una lettura alle carte dell’inchiesta e del processo, al di là delle pesantissime condanne chieste dal pm Francesco Massar, per capire che l’impianto accusatorio non è così solido.

I consiglieri sono eticamente colpevoli. Sono politicamente colpevoli, visto che gran parte di loro ha partecipato alle elezioni al solo scopo di procacciarsi un emolumento mensile sicuro per 5 anni: infatti, si recava a palazzo Zanca a partecipare a commissioni convocate esclusivamente per discutere il nulla, il vero scandalo della vicenda.

Ma la responsabilità penale è un’altra cosa. Si fonda su norme determinate, che disegnano fattispecie precise, entro cui vanno sovrapposti i fatti accertati come commessi da ciascun imputato.

Senza entrare troppo nei tecnicismi giuridici, nella sostanza, i 16 consiglieri comunali sono accusati di aver ingannato ripetutamente il segretario generale Antonino Le Donne: andavano via pochi minuti dopo la firma o firmavano utilmente a sedute che non si tenevano per mancanza del numero legale e così incassavano il gettone di presenza liquidato proprio dal segretario generale Le Donne.

Ora il punto è che Le Donne ha sempre sostenuto, persino in atti scritti diretti alla regione Sicilia, che ciò che facevano i consiglieri era perfettamente in linea con la legge, o almeno era in linea con l’interpretazione che non poteva  non essere data alla lacunosa legge all’epoca vigente, difatti modificata dall’Ars qualche mese dopo.

Per Le Donne, infatti, la legge regionale e il regolamento comunale consentivano di considerare effettivamente presente, e quindi avente diritto al gettone, sia chi apponeva la firma a sedute di commissione che poi non si tenevano, sia chi firnava e dopo pochisimi minuti andava via.

Tant’è che gli stessi gettoni di presenza nel medesimo modo che forma oggetto delle imputazioni, l’hanno percepiti i consiglieri delle passate legislature con il consapevole avallo dei Segretari generali in carica all’epoca.

Può essere ritenuta “indotta in errore con artifizi e raggiri” (sono questi i requisiti essenziali perché si possa configurare il reato di truffa)  e quindi vittima, una persona che dal canto suo, consapevolmente, ritiene che la condotta dell’ipotetico truffatore è legittima?

Con questa questione di diritto dovrà fare i conti il Tribunale presieduto da Silvana Grasso, che nei prossimi giorni deciderà se condannare o assolvere i 16 consiglieri.

Un altro gruppo di colleghi, praticamente tutti gli altri consiglieri, finiti anch’essi sotto inchiesta per gli stessi motivi, sono stati prosciolti (archiviati) dal Giudice per le indagini preliminari, Salvatore Mastroeni su richiesta del procuratore aggiunto Vincenzo Barbaro e del sostituto Diego Capece Minutolo.

I due sostituti hanno ritenuto  che questi consiglieri si erano distinti dagli altri, quelli più cattivi, perché in commissione c’erano stati qualche secondo in più, comunque più di tre minuti, considerata la soglia limite dai due magistrati, non si è capito, però, in base a quale principio giuridico.

Il Gip Mastroeni, dal canto suo, si è prodotto in un lunghissimo provvedimento di 28 pagine, intriso di valutazioni politiche ed etiche e di dotte citazioni.

Al termine della lettura, ripetuta varie volte, chi si è cimentato (sicuramente per sue carenze) non ha compreso però quali fossero i principi giuridici su cui il provvedimento di archiviazione è fondato.

Gran parte dei consiglieri comunali di Messina non merita di sedere sullo scranno del Consiglio comunale di una qualsiasi città di un posto civile: è condivisibile.

Ma bisognerebbe interrogarsi del perché i cittadini di Messina prima li votano e poi sperano che a farli fuori sia la magistratura.

E’ la storia giudiziaria e politica del paese a dirlo.

Ogni volta che si delega alla magistratura di fare pulizia tra la classe dirigente, il rimedio si rivela peggiore del male e alla mala politica, nella migliore delle ipotesi, si sostituisce il vuoto pneumatico. 

Parco commerciale di Barcellona, non ci fu alcun abuso. Il Tribunale assolve tutti gli imputati.L’inchiesta nata dalla denuncia delle associazioni antimafiose e da un’interrogazione di Beppe Lumia che si rifacevano a un servizio giornalistico. Per i giudici era fondata sul nulla

Download PDF

 

Il progetto su mappa del Centro commerciale di contrada Siena

Il progetto del Centro commerciale di contrada Siena

Non ci fu alcun abuso nella procedura che portò all’approvazione del progetto del Parco commerciale di Barcellona Pozzo di Gotto  sui terreni di proprietà della famiglia di Saro Catttafi.

Il Tribunale di Barcellona pozzo di Gotto ha assolto i componenti della commissione edilizia di Barcellona, i tecnici che hanno elaborato il progetto per conto della Gdm e della Dibeca, i soci della Dibeca, e lo stesso Rosario Cattafi, considerato proprietario di fatto della società.

La pubblica accusa contestava loro di aver ingannato il Consiglio comunale inducendolo ad approvare un il Piano particolareggiato che consentiva di destinare l’area di contrada Siena a Parco commerciale, dando dei pareri positivi ad un progetto che presentava varie illegittimità.

L’operazione imprenditoriale fu avviata dapprima dalla Gdm spa, società della grande distruzione di Villa San Giovanni, che ad un certo punto si tirò indietro e fu costretta a pagare una penale alla Dibeca, titolare del terreno, che prosegui comunque lungo la via dell’approvazione del Piano particolareggiato.

L’inchiesta era stata condotta dal sostituto della Procura di Barcellona, Francesco Massara, nel frattempo trasferito alla Procura di Messina.

Si fondava su una consulenza elaborata da due tecnici di Palermo nominati dal pm, Ferdinando Trapani e Giuseppe Pellittieri: la loro tesi, però, non ha retto al vaglio processuale

E’ stata infatti confutata dalla consulenza di parte, redatta dal docente ordinario di urbanistica dell’Università di Roma, Francesco Karrer ed ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, che ha invece affermando che le illegalità che venivano contestate dalla Procura non sussistessero e che la stessa era incorsa in errori notevoli di interpretazione delle norme urbanistiche.

Le origini antimafiose e le strumentalizzazioni politiche

L’inchiesta prese le mosse da una denuncia presentata agli inizi del 2011, il 4 gennaio, dalle associazioni antimafiose “Rita Atria”, presieduta Piera Aiello, Nadia Furnari, Santo Mondello e Santo Laganà e dall’associazione “Città aperta” di Barcellona, aderente a Libera, presieduta da Maria Teresa Collica, docente di diritto penale dell’ateneo di Messina.

E’ composta da 19 pagine e oltre a ricostruzioni giuridiche sull’illegalità della procedura che aveva portato all’approvazione del Piano, avvenuta già un anno prima, il 16 novembre del 2009, c’è la richiesta al ministro degli interni di nominare una commissione di accesso per verificare infiltrazioni mafiose al comune di Barcellona.

La denuncia si rifà al servizio giornalistico pubblicato da Antonio Mazzeo il 25 novembre del 2009, trasfuso a stretto giro di posta, il 2 gennaio del 2010,  dal senatore Beppe Lumia, in un’interrogazione parlamentare al ministro degli Interni. Anche Lumia tra l’altro chiese la nomina della commissione di accesso per verificare infiltrazioni mafiose nel Comune allora guidato dal sindaco Candeloro Nania.

All’epoca, Saro Cattafi non era stato ancora arrestato con l’accusa di essere il capo dei capi della mafia di Barcellona. Era indagato e pendeva sul suo capo la richiesta di sequestro patrimoniale, che fu disposta il 21 marzo del 2011. Gli arresti scattarono a luglio del 2012.

Il sequestro dei beni (compresa la società Dibeca) è stato successivamente revocato per mancanza dei presupposti previsti dalla legge e Cattafi, dopo la condanna in primo grado in abbreviato, al termine del processo d’appello e di Cassazione è stato assolto dall’accusa di essere stato un mafioso dal 1993 in poi.

Il ministro nominò la commissione d’accesso a novembre del 2011.

Ma non avendo trovato riscontri l’ipotesi di infiltrazioni il comune non fu sciolto.

Tuttavia, alle elezioni successive, a maggio del 2012, Maria Teresa Collica fu eletta sindaco.

Gli imputati assolti

Per abuso di ufficio erano imputati, Orazio Mazzeo, sia quale compente della Commissione edilizia che come capo dell’Ufficio tecnico del Comune, Giovanni Milone, Antonino Raimondo, Sergio Valenti, Santi Sottile, Franco Barbera, tutti componenti della Commissione edilizia.

Sempre per abuso d’ufficio erano imputati i progettisti Mario Nastasi, Giuseppe Gangemi e Giovanni Cattafi. E poi il funzionario di Gdm Filippo Leoparti e i soci di Dibeca, la commercialista Ferdinanda Corica, Alessandro Cattafi, Cattafi Maria, e colui che fu indicato come proprietario di fatto della Dibeca, ovvero Saro Cattafi.

Mega gazebo a piazza Duomo, il titolare de La dolce vita Carmelo Picciotto costretto a smontare la struttura abusiva. L’ incredibile vicenda lunga un ventennio con protagonista il presidente di Confcommercio. Fra distrazioni, omissioni e ritardi dell’amministrazione

Download PDF

“L’ho smontato io, ma adesso farò una cosa avveniristica: il ristorante in verticale. Intanto da stasera chiudo le luci a piazza Duomo”

L’ordine di sgombero e demolizione firmato dal dirigente del settore Edilizia Privata Antonella Cutroneo e dal funzionario Roberto Bicchieri era del 29 aprile del 2014.

Eppure, il mega gazebo con tendone di oltre 50 metri quadri, costruito senza alcuna licenza edilizia e, dunque, abusivo, ha “arredato” Piazza Duomo, il luogo di maggiore attrazione turistica e bellezza della città, sino a lunedì 8 maggio del 2017.

Carmelo Picciotto, titolare del locale La Dolce vita e presidente di Confcommercio Messina ha, infatti, fatto finta di nulla per 3 anni: non ha impugnato l’ordinanza, né vi ha ottemperato. Ha continuato a tenere aperto e ad usare il gazebo per ricevere gli avventori finché a Piazza Duomo, lunedì mattina, è arrivata con tanto di seghe elettriche e bobcat la ditta incaricata dal Comune di eseguire la demolizione del manufatto a spese dello stesso Picciotto.

Solo a quel punto l’imprenditore ha deciso di smontare il gazebo, limitando così il danno e le spese per i lavori che comunque, sia pure in misura ridotta, il Comune dovrà pagare alla ditta ingaggiata per la demolizione.

Il provvedimento del 2014, infatti, si chiudeva con un imperativo chiaro, secondo le previsioni della legge urbanistica: “Ordina la demolizione delle opere abusive, lo sgombero dell’area abusivamente occupata e il conseguente ripristino dello stato dei luoghi, con l’avvertenza che in caso di inottemperanza si procederà d’ufficio, ponendo le spese a carico della ditta autore dell’abuso”.

“Quando ha avuto la prova concreta che facevamo sul serio e rischiava di vedere distrutto il manufatto, oltre a dover pagare le spese, ha pensato di fare da sé”, commenta a cose fatte l’assessore all’attività edilizia, Sergio De Cola, contattato la prima volta venerdì 5 maggio del 2017.

Il locale con il gazebo abusivo

Il locale con il gazebo abusivo

Una lentezza inquietante

Non è normale, certo che no, che ci vogliano tre anni perché venga data esecuzione ad un’ordinanza di demolizione per un chiaro abuso edilizio nel posto peraltro più bello della città“, ammette l’assessore De Cola su specifica domanda. “Non conosco il caso di specie, ma in generale l’amministrazione ha grossi problemi ad eseguire i provvedimenti di demolizione. Quando abbiamo iniziato a governare la città le demolizioni coattive non si facevano più da anni“, sottolinea l’assessore. “Per i ritardi relativi a questa vicenda – conclude – chieda comunque alla dirigente Cutroneo“. Che, però, nonostante vari tentativi (anche con la segretaria), non si riesce a contattare.

 

Il ping pong tra gli uffici

A leggere le carte rintracciate negli uffici comunali, risulta che dopo aver adottato il provvedimento di demolizione, i dirigenti Cutroneo e Bicchieri non si siano curati dell’esecuzione coattiva. Per un anno tutto è rimasto fermo finché il 24 aprile del 2015 non è giunta negli uffici del Comune una lettera di diffida del legale del proprietario di un immobile attiguo che dalla presenza del gazebo riteneva subisse danni.

Antonella Cutroneo e Roberto Bicchieri si sono giustificati due mesi dopo, il 24 luglio del 2015: “L’esecuzione coattiva spetta a noi, ma ce la deve chiedere il dirigente del Patrimonio”.

Natale Castronovo, il collega del Patrimonio appunto,  a sua volta sollecitato, il 22 ottobre del 2015, ha ribadito: “Il provvedimento è esecutivo da tempo e  per legge deve essere eseguito dal Dipartimento attività privata essendo fondato sulla violazione di norme urbanistiche (la legge 45 del 1985). Ad ogni buon fine, sollecito il dirigente dell’attività edilizia perché provveda all’esecuzione coattiva”.

Il “buon fine”, però, non è bastato: arrivata la richiesta specifica a procedere coattivamente (che neppure serviva), è passato un altro anno e mezzo perché si inviasse la ditta privata a demolire.

Un abuso molto più lungo

Ma in realtà il gazebo abusivo non era stato certo costruito alle spalle della fontana del Montorsoli, di fianco al campanile del Duomo, uno dei più importanti del mondo, il giorno prima che i tecnici del Comune, agli inizi del 2014, hanno verificato la presenza del manufatto mai autorizzato, dependance de La dolce vita.

Era lì da molto più tempo: da anni.

Già a gennaio del 2011, nel fascicolo custodito negli archivi del Comune, si trova una richiesta di intervento alla polizia municipale da parte di un privato perché verificasse se l’opera fosse stata legittimamente autorizzata.

La richiesta non ha sortito, però, alcun risultato concreto.

Nonostante il manufatto di notevoli dimensioni si trovasse in uno dei posti più suggestivi della città e determinasse un impatto ambientale e artistico negativo, a nessun agente di polizia, a nessun amministratore pubblico, a nessun dirigente del Comune è venuto in mente di verificare se fosse abusivo.

Il Comune di  Messina è intervenuto – ad analizzare le carte – solo dopo che a ottobre del 2013, qualche mese dopo l’insediamento della Giunta guidata da Renato Accorinti, è arrivata una lettera di un privato di diffida di rimozione del manufatto: è stato così disposto il sopralluogo dei tecnici, da cui ha avuto origine il provvedimento di demolizione.

Ma il gazebo c’era stato lì persino da prima del 2011.

 

Il vizietto dell’occupazione illegale di Piazza Duomo

Carmelo Picciotto, quale titolare de La Dolce vita, risulta destinatario in precedenza di un’altra ordinanza di sgombero e demolizione di manufatto mai autorizzato a Piazza Duomo accanto al locale di proprietà.

E’ stata infatti firmata il  15 gennaio 1997 dall’allora sindaco Franco Provvidenti l’ordinanza (n. 273) di demolizione di opere abusive, avente ad oggetto proprio una struttura costruita a piazza Duomo.

Picciotto impugnò il provvedimento del sindaco con ricorso straordinario al Presidente della Regione Sicilia, ma su parere del Consiglio di giustizia amministrativa lo stesso fu rigettato il 21 marzo del 2000.

Picciotto premia l'ispettore Santagati

Picciotto premia l’ispettore Santagati

 

Le lezioni di legalità e decoro di Picciotto e le premiazioni

Carmelo Picciotto dal canto, suo mentre in tutto questo lungo periodo dirigenti del Comune, polizia municipale e gli assessori che ne hanno la responsabilità politica hanno fatto finta di non vedere o annaspato e hanno rimandato i provvedimenti coattivi, quale capo dell’organizzazione che rappresenta i commercianti messinesi ha tenuto conferenze stampa, organizzato eventi patrocinati dal Comune, condotto battaglie in nome della legalità e donato premi a uomini di vertice della polizia municipale: il 24 aprile del 2017 ha premiato l’ispettore per anni a capo della sezione che si occupa di esercizi commerciali, Biagio Santagati.

Con una nonchalance che farebbe invidia al miglior Totò, qualche settimana fa ha bacchettato l’amministrazione comunale “incapace di dare decoro e bellezza a Piazza Cairoli“.

 

Le illegalità non finiscono quà

Le sortite di Picciotto, sempre fedelmente diffuse dai mezzi di informazione locali, sono continuate benché le illegalità commesse dal presidente di Confocommercio – secondo gli accertamenti degli uffici comunali –  non siano limitate al gazebo abusivo: ne sono state accertare altre, sanzionate con provvedimenti drastici.

Il titolare de La dolce vita ha occupato con divanetti bianchi, tavolini, sedie, vasi di cemento e con il gazebo più spazio di quello che gli era stato dato in concessione e non ha pagato per anni il canone completamente nella misura dovuta, neppure per i metri quadri di suolo pubblico che gli erano stati regolarmente concessi: per questo, il 5 marzo del 2014 il dirigente del settore Patrimonio, Natale Castronovo, gli ha revocato la concessione di occupazione di suolo pubblico e, successivamente, persistendo le violazioni il 12 dicembre del 2014 è stato disposta la chiusura dell’esercizio commerciale da parte del dirigente del Dipartimento servizi alle imprese.

 

La battaglia continua davanti ai giudici amministrativi

Questi due drastici provvedimenti, l’ordinanza di revoca della concessione su suolo pubblico e quella di chiusura del locale, sono stati impugnati dinanzi alla giustizia amministrativa.

Nel primo giudizio, quello avente ad oggetto la revoca della concessione, il Comune di Messina non si è neppure costituito con un legale, mentre Picciotto si è affidato alle cure di Santi Delia davanti al Tribunale amministrativo regionale e a quelle di Alessandro Visigoti davanti al Cga in appello. Tuttavia, entrambi gli organi di giustizia, il Tar prima e il Consiglio di giustizia amministrativa dopo (il 15 gennaio 2015) hanno rigettato la richiesta di sospensione del provvedimento ritenuto quindi sia pure in un giudizio cautelare legittimo.

Dunque, per andare al concreto, sin dalla revoca della concessione disposta il  il presidente di Confcommercio non potrebbe occupare neppure un centimetro di suolo pubblico e quindi ogni giorno che mette un tavolino sul suolo pubblico commette un illecito.

Le cose sono andate leggermente meglio a Picciotto nel giudizio avente ad oggetto il provvedimento di chiusura del locale: una sezione diversa del Tar, in sede cautelare, il 28 gennaio del 2015, ha accolto il ricorso del legale catanese, Nicolò D’alessandro, sospendendo il provvedimento di chiusura del Comune, costituito con il legale Carmelo Picciotto (omonimo dell’imprenditore). Tuttavia, il Tar non ha riscontrato la sussistenza, sia pure ad un giudizio sommario, di vizi nel provvedimento ma ha accolto ritenendo che “per maggiore completezza la presente controversia debba essere analizzata unitamente a quella, oggettivamente connessa, di cui all’ulteriore ricorso pendente presso l’intestato Tribunale, Sezione III, iscritto al R.G. n. 1596/2014”, ovvero quella che aveva ad oggetto la revoca della concessione, già rigettata dal Tar il 24 settembre del 2014, 4 mesi prima.

La causa riunita per l’esame di merito non si è ancora tenuta.

 

Il precedente giornalistico…e la statua

La vicenda era stata già raccontata in un servizio giornalistico pubblicato il 19 maggio del 2015: “Mega gazebo e divanetti a piazza Duomo. Il presidente di Confcommercio Picciotto non paga il canone e il dirigente Castronovo ordine la revoca della concessione. Ma da un anno nessuno la esegue. Lo scaricabarile degli assessori De Cola e Pino”.

 

 

 

IL CORSIVO. Villa Dante, cercasi giardiniere. Se Accorinti non fosse sindaco l’avrebbe già pulito lui “di pirsona personalmente”… almeno qualche metro quadro, ma solo con telecamere al seguito

Download PDF

Il sindaco Accorinti a villa Dante

Il sindaco Accorinti a villa Dante

 

E’ davvero un peccato che Renato Accorinti sia troppo impegnato a fare il sindaco. Se non lo fosse, si sarebbe già munito di un decespugliatore, un rastrello e avrebbe pulito in un batter baleno Villa Dante: naturalmente solo pochi metri quadri e solo dopo aver allertato i giornalisti, in modo da farsi un po’ di pubblicità ma sempre per lottare per i diritti dei cittadini di fruire di luoghi belli e puliti.

Invece, no. Renato Accorinti è sindaco, purtroppo. E’ super impegnato da 4 anni ormai a palazzo Zanca e Villa Dante, l’unico polmone verde del centro città (peraltro a 50 metri da casa del primo cittadino)  rimane nel degrado assoluto, con bagni impraticabili per il cattivo odore, sterpaglie dappertutto, staccionate divelte, campetto di calcetto distrutto, stradine sconnesse.

La stessa scena di squallore si respira da anni quando si va al campo di atletica dell’ex Gil, a 100 metri di distanza, l’unica struttura sportiva del centro città, luogo in cui Accorinti, tra una lezione di atletica e l’altra, teneva gemeriadi lunghissime sull’inefficenza dell’amministrazione in carica e inscenava proteste contro il degrado in cui la struttura era tenuta: naturalmente sempre dopo aver allertato la stampa.

Se non fosse sindaco, Accorinti sarebbe all’ex Gil, a protestare.

Sarebbe pure a piantare alberi, dove l’ amministrazione che guida li ha tagliati.

Il tutto sostenendo che i problemi di bilancio non possono giustificare che non si riescano a trovare poche migliaia di euro per tenere in condizioni dignitose due luoghi simbolo del grado di civiltà di una comunità: e chi gli avrebbe mai potuto dare torto?

E’ davvero, davvero, un peccato che sia sindaco: non c’è che da essere rammaricati.

La consigliera comunale Lucy Fenech, la più fedele sostenitrice del sindaco Renato Accorinti, organizza meritoriamente da anni un ciclo di incontri dal titolo “I care”. Anche nell’ultimo mese ne ha promosso di interessantissimi.

Solo che “I care” non è una frase ad effetto da spendere per dare senso a un ciclo di conferenze .

I care per come la intendeva Don Milani è un modo di essere, è partecipazione appassionata, è prendere posizione, è lottare concretamente contro il degrado: a partire dalle piccole, piccolissime cose.

L’ultimo incontro che ha organizzato Lucy Fenech qualche giorno fa aveva come tema “Educare alla bellezza”, come antidoto all’abitudine, alla rassegnazione al degrado.

Educare alla bellezza non è solo teoria. L’educazione è fatta di esempi. E’ composta da fatti concreti e coerenti.

Quale educazione alla bellezza possono ricevere i ragazzi della scuola Enzo Drago, solo per fare esempio, di cui Accorinti è docente (in aspettativa), se un albero bellissimo che campeggiava nel cortile è stato tagliato e non ne è stato piantato un altro; se gli adolescenti all’uscita e all’entrata delle scuole vedono sterpaglie alte un metro nelle aiuole e spazzatura dappertutto, che gli addetti alle pulizie non fanno in tempo a pulire perché passano gran parte del tempo di lavoro a disquisire con gli amici;  se mentre tornano a casa trovano auto parcheggiate impunemente sui marciapiedi e sugli scivoli per disabili, agli incroci semaforici, sulla pista ciclabile, ecc, ecc?

Educare alla bellezza è una responsabilità (oltre che della scuola) anche della classe dirigente, quella a cui appartiene Lucy Fenech, il sindaco Accorinti e i suoi assessori, i quali evidentemente al degrado si sono abituati, a meno che non si voglia sostenere che di tutte queste cose, di tutte queste piccole cose eppure simboliche, nulla sappiano perché sono talmente impegnati in riunioni inutili da non poter fare una passeggiata sino a Villa Dante o sino all’ex Gil.

E’ davvero un peccato che Accorinti sia diventato sindaco, perché in questi 4 anni non si è potuto interessare (I care) appassionatamente della città, non ha potuto dare il suo apporto ad educare alla bellezza i giovani e ha pure distolto da questa preziosa attività gli assessori di cui si è circondato.

 

Gettonopoli, la pubblica accusa chiede pesanti condanne per i consiglieri comunali accusati di falso e truffa. Domandata l’assoluzione per Nora Scuderi e Libero Gioveni

Download PDF

gettonopoli

Il pubblico ministero Francesco Massara al termine della requisitoria di un paio di ore ha chiesto dure condanne per i consiglieri comunali imputati di aver percepito gettoni di presenza pur non  avendo partecipato effettivamente alle sedute del Consiglio comunale.

Le pene richieste vanno dai tre anni ai 5 anni di reclusione, parametrate al numero dei capi di imputazione (e ai vari episodi delittuosi) per falso e truffa contestati a ciascun consigliere.

Nel processo in corso di svolgimento nell’aula bunker del carcere di Gazzi davanti al Tribunale presieduto da Silvana Grasso, il pm Massara ha chiesto la condanna a 3 anni per Antonino Carreri; a 3 anni e sei mesi per Santi Sorrenti; a 3 anni e 8 mesi per Andrea Consolo; sempre a 3 anni e 8 mesi per Nicola Cucinotta, a 4 anni per Piero Adamo; a 4 anni e tre mesi per Carmelina David; a 4 anni e tre mesi per Angelo Burrascano; a 4 anni e 7 mesi per Pio Amadeo; a 4 anni e 8 mesi per Fabrizio Sottile; a 4 anni e sei mesi per Carlo Abate; a 4 anni e due mesi per Paolo David; a 4 anni e 10 mesi per Nicola Crisafi; a 4 anni e 11 mesi per Santi Daniele Zuccarello; a 5 anni di reclusione per Benedetto Vaccarino.

Il pubblico ministero ha chiesto invece l’assoluzione sia pure con formula dubitativa per Libero Gioveni e Nora Scuderi, imputati di poche ipotesi di reato.

Subito dopo la requisitoria, sono iniziate le arringhe degli avvocati degli imputati, che impegneranno anche le prossime udienze.

 

 

 

“Accorinti è il sindaco di Francantonio Genovese. Vergognati”. Il Consiglio non approva la mozione di sfiducia e Pippo Trischitta si scaglia contro l’assessore Daniele Ialacqua. Il video dello show del consigliere di Forza italia. La Sindoni attacca la presidente Barrile e la invita a sgomberare il pubblico. Reo di voltarle le spalle: in silenzio

Download PDF

 

“Ventitrè voti favorevoli, 10 contrari, 5 astenuti. Il Consiglio non approva la mozione di sfiducia”.

Il presidente del Consiglio Emilia Barrile ha appena comunicato il responso del voto al termine di 10 ore di dibattito e i sostenitori del sindaco Renato Accorinti intonano “Bella ciao”.

Pippo Trischitta, il consigliere più critico contro l’amministrazione Accorinti,  è furibondo e va via tra i primi.

All’esponente di Forza Italia, “Bella ciao, bella ciao”, proprio non va giù.

All’uscita incrocia l’assessore all’Ambiente Daniele Ialacqua e lo attacca: “Non ti vergogni ad essere l’assessore del sindaco di Genovese”. Ialacqua risponde: “Vattene a casa”.

Trischitta continua il suo show: “E’ stato Francantonio Genovese a ordinare ad alcuni consiglieri di non appoggiare la sfiducia”.

E fa i nomi dei 5 consiglieri che si sono astenuti o sono usciti dall’aula.

Si tratta dei nuovi colleghi di partito, che sulle orme di Genovese sono passati dal Pd, di cui Genovese prima che finisse in carcere (coinvolto nell’inchiesta sulla formazione) era leader, alla stessa formazione di Forza Italia cui fa parte Trischitta: tra questi la presidente del Consiglio Barrile.

Francantonio Genovese e Renato Accorinti

Francantonio Genovese e Renato Accorinti

Trischitta, l’avvocato/showman

Pippo Trischitta durante i lavori si era prodotto in show provocatori che avevano suscitato le proteste e gli sberleffi dei sostenitori di Accorinti assiepati nella tribuna.

“Signor presidente. E’ una vergogna. Deve intervenire. Non è rispetto questo delle Istituzioni. Faccia uscire tutti”.

A pochi minuti dal voto, quando si è accorto che nel corso dell’intervento di Donatella Sindoni tutto il pubblico ha dato le spalle alla consigliera, Trischitta ha arringato il presidente del Consiglio comunale.

Solo in quel momento la stessa consigliera si è accorta che il pubblico, per disapprovare la sua pervicacia a rimanere incollata allo scranno benché dichiarata ineleggibile dall’Ufficio legale e legislativo della Regione e dal Tribunale di Messina, si era messo con le spalle voltate.

Infatti, quello della Sindoni è stato l’intervento meno disturbato dai presenti che sono stati in religioso silenzio finchè Trischitta non si è alzato dal suo posto rivolgendosi al presidente.

La protesta silenziosa e “la porcheria di amministrazione”

Trischitta ha dato un formidabile assist alla consigliera per protestare contro il presidente e dirsi vittima: “Non posso continuare. Il mio intervento è disturbato. Deve sgombrare il pubblico”.

La presidente l’ha invitata a continuare nell’intervento. La Sindoni, da poco transitata anche lei dal Pd a Forza Italia a<l seguito di Genovese, l’ha sfidata: “Se non interviene la invito ad abbandonare il suo ruolo di presidente che non svolge correttamente”.

A quel punto la Barrile ha perso la trebisonda. E si è prodotta, a sua volta, in uno show che non aveva nulla da invidiare a quelli del miglior Trischitta.

Ha ordinato alla polizia municipale di sgomberare il pubblico. Poi ha lasciato il suo posto sbattendo le carte. Dopo qualche secondo è tornata e si è diretta verso Trischitta e ha inveito contro di lui, reo di aver spalleggiato la collega di partito.

La quale Sindoni peraltro qualche secondo prima l’aveva attaccata affermando che il Comune aveva speso 10mila euro per le trasferte della presidente: ciò che aveva innervosito non poco la Barrile.

Intanto, gli uomini della polizia municipale e della Digos sono saliti in Tribuna. “Dovete andare via tutti. E’ un ordine del presidente”.

Nessuno si è mosso.

“Ma perché, è obbligatorio guardare il consigliere mentre parla?”, hanno chiesto in molti. “Qual è il reato?”.

L’ordine era così campato in aria che gli agenti stessi nulla hanno fatto.

Nel frattempo, in tribuna è arrivato il segretario generale Antonio Le Donne che ha convinto i sostenitori di Accorinti a stare nella posizione canonica.

Il presidente è tornato al suo posto e ha dato la parola alla Sindoni. Nel silenzio assoluto la consigliera ha insistito: “Presidente, le chiedo di sgomberare il pubblico”.

Nessuno le ha dato corda.

Ha così ripreso l’intervento e guardando Accorinti e i suo assessori ha concluso: “Voterò la sfiducia perchè questa porcheria di amministrazione se ne vada a casa”.

Ineleggibilità di Donatella Sindoni, la consigliera per rimanere incollata allo scranno agita lo spauracchio delle denunce in Procura contro i colleghi. Il suo legale Catalioto impone la lettura in aula di un esposto a pochi minuti dalla votazione sulla decadenza. L’avvocato Scurria ci mette lo zampino. Il Consiglio comunale, già sotto inchiesta, va in tilt

Download PDF

Donatella Sindoni

Donatella Sindoni

“Si comunica che la mia assistita ha presentato esposto in Procura. Conseguentemente, all’apertura dei lavori d’aula si diffidano il segretario generale e il presidente del Consiglio a darne pubblica lettura per la conoscenza di ogni singolo consigliere che parteciperà alla votazione sulla proposta di decadenza”.

E’ stata dichiarata ineleggibile due volte: il 24 giugno del 2016 dall’Ufficio legale e legislativo della Regione Sicilia, il 2 febbraio del 2017 dal Tribunale di Messina (sulla  scorta peraltro di un precedente della Corte di cassazione); e ha firmato la mozione diretta a mandare a casa il sindaco Renato Accorinti (e di conseguenza se stessa e l’intero Consiglio comunale).

Tuttavia, pur di rimanere appiccicata alla sua poltrona le prova tutte.

Assistita dal suo legale Antonio Catalioto, la consigliera comunale Donatella Sindoni non si è limitata a proporre l’ appello (più che legittimo) avverso l’ordinanza che la dichiara ineleggibile emessa dai giudici, riacquistando così il diritto di tornare a palazzo Zanca.

Ha infatti agitato con veemenza lo spettro delle denunce già presentate o da presentare alla Procura della Repubblica, che già solo perché sono presentate determinano l’apertura di un procedimento penale con iscrizione sul registro degli indagati e la scocciatura di nominare un legale e di finire sui giornali.

Destinatari delle minacce i suoi colleghi consiglieri, ovvero coloro che dovevano e dovrebbero pronunciarsi sulla sua sorte politica e che hanno già non pochi guai con la giustizia.

Gran parte di loro infatti sono sotto procedimento penale o lo sono stati sino alla scorsa settimana. Alcuni sono ancora sottoposti a misura cautelare dell’obbligo di firma all’entrata e all’uscita di Palazzo Zanca.

Antonio Catalioto

Antonio Catalioto

 

Questa delibera… non s’ha da votare

All’ordine del giorno di mercoledì 8 febbraio 2016 c’era la delibera, istruita dalla segreteria generale e fatta sua, come per prassi, dal vicepresidente del Consiglio comunale Nino Interdonato, che sanciva la decadenza di Donatella Sindoni.

Qualche ora prima era arrivata a palazzo Zanca la nota di diffida dell’avvocato Catalioto con allegato esposto.

Il presidente del Consiglio e il segretario generale si sono piegati al diktat dell’avvocato.

E’ stata la stessa consigliera Sindoni a leggere l’esposto ai colleghi.

Votare sulla decadenza della consigliera per il legale, Antonio Catalioto, è frutto di abusi. Come – per lo stesso legale – lo era stato chiedere il parere all’Ufficio legale della Regione dopo la pubblicazione a maggio del 2015 del servizio giornalistico che sollevava il caso.

E’ un abuso – a leggere l’esposto – perché l’appello contro l’ordinanza di ineleggibilità ne aveva sospeso l’efficacia esecutiva.

Nel mirino della Sindoni il segretario generale Le Donne che la vuole fare fuori perché il suo voto può essere decisivo per la sfiducia al sindaco Accorinti.

In realtà, la proposta di delibera non era basata sull’ordinanza del Tribunale ma sul fatto che la Sindoni è ineleggibile per come aveva scritto un anno prima il massimo organo di consulenza giuridica della Regione. L’ordinanza del Tribunale è considerata solo un’ ulteriore prova.

Ne è nata una bagarre. Durante la discussione Il consigliere Interdonato preoccupato per l’esposto ha chiesto più volte al segretario generale Le Donne se confermasse o meno la piena legittimità delle delibera.

La consigliera Lucy Fenech ha affermato: “Questo della Sindoni e del suo avvocato è un atto di intimidazione al Consiglio”.

Alla fine è caduto il numero legale. Alcuni consiglieri per non votare hanno lasciato l’aula.

Per votare era necessaria la presenza di 16 consiglieri, ne sono rimasti in aula 15 (su 40): l’ultimo ad abbandonare l’aula Fabrizio Sottile. Non è andato via per mettersi al riparo dall’esposto, né per motivi politici, bensì a seguito di uno screzio con la capogruppo del Pd Antonella Russo: insomma per un dispetto di quelli che si fanno i bambini alla scuole materne.

 

L’intimidazione non è mai troppa

Giovedì 9 febbraio, la scena si è ripetuta, con toni più aspri.

Durante i lavori nella Commissione Sport e Spettacolo presieduta da Piero Adamo, in cui si è aperto un dibattito su come dovesse procedere nei lavori, la Sindoni – secondo quanto hanno riferito i presenti – ha ammonito i colleghi affermando che avrebbe denunciato i colleghi che avrebbero votato la sua decadenza. Nuova bagarre. Scambio di accuse. E di insulti.

Risultato: il Consiglio comunale non si è pronunciato sulla sua decadenza, nè sipronuncerà. Non a breve almeno.

Se la paura te la mettono gli avvocati

Il vicepresidente del Consiglio comunale, Nino Interdonato, infatti, già preoccupato dopo la lettura dell’esposto della Sindoni, si è messo al riparo da ogni possibile conseguenza penale e ha ritirato la firma prendendo le distanze da chi la delibera l’ha istruita.

Con una nota (scritta evidentemente da un legale), Interdonato ha condiviso la tesi sostenuta dal legale della Sindoni. Anzi, è andato anche oltre individuando più abusi di quelli lamentati dallo stesso Catalioto.

Ha accusato di mancanza di imparzialità il Segretario generale, evocando a sua volta l’intervento della Procura e si è dimesso dall’Ufficio di presidenza.

Interdonato, da perfetto ignorante della materia – come lui stesso ha ammesso – ha preso per oro colato quanto gli ha confezionato un legale.

Scurria, il legale che non ti aspetti

A fornire il parere a Nino Interdonato è stato infatti Marcello Scurria, ex segretario dei Democratici di sinistra e consulente giuridico nonché avvocato personale dell’ex sindaco di destra Giuseppe Buzzanca.

Quest’ultimo, oltre che primo cittadino di Messina era al tempo stesso consigliere regionale, quando ad aprile del 2010, una sentenza della Corte costituzionale stabilì che il cumulo delle due cariche fosse fuorilegge.

Tuttavia, assistito da Scurria, solo dopo due anni e mezzo, Buzzanca fu dichiarato decaduto dall’Ars.

Ironia della sorte, a battersi perché fosse prima sancita l’illegalità del cumulo delle cariche e poi la decadenza di Buzzanca fu Antonio Catalioto, legale oggi della Sindoni ed ex socio e collega di studio di Scurria.

Catalioto all’epoca non nascondeva la sua indignazione per come Buzzanca le provasse tutte per mantenere le due cariche, in spregio alla legge.

Operazione compiuta

La proposta di delibera per tornare ora in votazione deve essere firmata da un consigliere. In genere, per prassi se arriva dagli uffici la firma il presidente del Consiglio o qualcuno dell’Ufficio di presidenza.

La presidente Emilia Barrile, nell’occhio del ciclone dell’esposto della Sindoni e della nota di Interdonato, ha già dichiarato che lei non lo farà. L’altro componente, Nicola Crisafi, ha seguito Interdonato sulla scia delle dimissioni.

Effetto boomerang

Donatella Sindoni minaccia di presentare denunce. Ma la minaccia delle denunce e l’ostentanzione di quelle già fatte allo scopo di influire sull’andamento dei lavori di un organo elettivo le potrebbero costare l’attenzione della stessa Procura che evoca:

a lei e al suo legale, che a poche ore dal voto di un organo democratico ha fatto pervenire una nota di diffida che non ha precedenti.

Infatti, la loro condotta, inserita in un contesto in cui tutti sono scottati da procedimenti penali e temono di finire in altri, potrebbe integrare il reato dell’articolo 338 del codice penale che punisce “chi usa minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario o ad una rappresentanza di esso, o ad una qualsiasi pubblica Autoritità, per impedirne, in tutto o in parte, anche temporaneamente, o per turbarne comunque l’attività”.

 

Spreco di acqua su via Catania: le segnalazioni sono state inutili. Ogni giorno centinaia di litri finiscono sulla strada

Download PDF

Sgorgava due mesi fa e continua a sgorgare ora, creando un lago su via Catania. Nella città in cui i cittadini hanno l’acqua solo per poche ore al giorno centinaia di litri vengono lasciati scorrere per strada, a beneficio degli alberi e delle erbacce che vigorosamente crescono sul marciapiede.

A niente sono valse le segnalazioni di qualche mese fa all’Amam, l’azienda municipalizzata che distribuisce l’acqua; alla polizia provinciale e a quella municipale.

Chi si trova a ripassare sulla stessa strada, proprio all’altezza del muretto che delimita il campo di atletica “ex Gil”, scopre che è stato vano ogni sforzo per impedire lo sciupio.

La vicenda era stata raccontata il 28 novembre del 2016 nel servizio giornalistico “Spreco infinito di acqua su via Catania. Nella città a rischio crisi idrica l’acqua potabile finisce per strada. Nessuno interviene. Chi denuncia si scontra con il muro di gomma della burocrazia inefficiente”.

IL CORSIVO: Decadenza della Sindoni, il Tribunale offre al Segretario generale Antonio Le Donne e al Consiglio comunale la possibilità di uscire dall’ambiguità lunga due anni. La consigliera decaduta, assistita dal legale Catalioto, partecipa ancora ai lavori

Download PDF

Antonio Le Donne

Antonio Le Donne

Non c’era bisogno della pronuncia del Tribunale di Messina. Ma ora c’è pure quella. Eppure, Donatella Sindoni, consigliata dal suo legale Antonio Catalioto, non si rassegna e va allo sbaraglio.

Venerdì scorso la consigliera decaduta ha regolarmente partecipato ai lavori della Commissione Patrimonio, presieduta da Daniele Zuccarello, come se nulla fosse. E nessuno dei suoi colleghi ha avuto nulla da ridire, men che mai il segretario di commissione o lo stesso presidente. Eppure, la sentenza emessa il giorno prima – per disposizione di legge – è immediatamente esecutiva: un secondo dopo che è stata pubblicata la Sindoni è diventata una privata cittadina (il comma 8 dell’articolo 22 della legge 150 del 2011 stabilisce che “L’efficacia esecutiva dell’ordinanza pronunciata dal tribunale e’ sospesa in pendenza di appello”).

Dunque, i lavori della commissione sono stati viziati (a pena di nullità) dalla presenza abusiva (e a rischio rilevanza penale) di un ex consigliere.

Stamattina la scena si è ripetuta ma questa volta i colleghi consiglieri, forti di una nota che nel frattempo il segretario generale Antonio Le Donne aveva inviato al presidente del Consiglio comunale, hanno “coraggiosamente” ma non troppo abbandonato la colpevole complicità che da un due anni mantengono sulla vicenda. 

La Sindoni così è stata costretta a tornarsene a casa. Ma prima la presidente della Commissione Viabilità, Simona Contestabile, le ha dato comunque la parola e il tempo di affermare che è una “perseguitata politica”.

Se a palazzo Zanca si rispettano così le decisioni dei giudici e le norme di legge, da domani, qualsiasi cittadino è autorizzato a partecipare ai lavori del Consiglio e a votare.

Ad ogni modo, il legale Catalioto, che in questa vicenda ha dato il meglio della sua sapienza giuridica, nella tarda mattinata ha presentato appello, per cui da domani la Sindoni potrà tornare regolarmente in carica e starvi finché l’appello non verrà deciso.

Tuttavia, ora il segretario generale Antonio Le Donne ha la possibilità di rimediare alle sue condotte omissive che hanno permesso quella che è una grave violazione della democrazia.

Prima, infatti, dopo la pubblicazione del servizio giornalistico del maggio del 2015 che sollevava il caso, il custode della legalità a palazzo Zanca a fronte di una situazione di solare ineleggibilità in capo alla proprietaria dell’omonimo laboratorio di analisi, non si è assunto le sue responsabilità e ha atteso per un anno un parere dell’Ufficio legale della Regione Sicilia dalle conclusioni inequivocabili.

Successivamente, dopo che il Consiglio comunale si è astenuto sulla decadenza, ai primi di agosto 2016 ha mandato una nota ai consiglieri per dire loro che a fronte del parere “non avevano margini per non votare la decadenza”, dimenticandosi tuttavia nei giorni a seguire di avanzare e far mettere all’ordine del giorno una nuova proposta di decadenza per come gli imponeva la legge.

La stessa possibilità di rispettare la legge e la democrazia ce l’ha pure Consiglio comunale, che nella sua quasi totalità dei suoi componenti ha dribblato il parere dato dal massimo organo giuridico consultivo dell’ente locale.

In Consiglio comunale siede dal 2013 e rappresenta i cittadini di Messina chi non lo può fare: non perché abbia chissà quali colpe ma perché secondo la legge al momento dell’elezione aveva un ruolo che la avvantaggiava nella competizione elettorale.

Per la legittimazione dell’organo rappresentativo Consiglio comunale non si tratta di cosa di poco conto.

La verifica dei poteri, che per legge può essere fatto in ogni tempo in cui emergono fatti rilevanti e non solo al momento della proclamazione degli eletti, infatti, non è come pensa qualche sprovveduto consigliere comunale un giochetto di natura politica fondato sulla simpatia per questo o quel consigliere, ma un atto giuridico amministrativo che legittima l’operato dell’organo nella sua interezza e si basa sulla valutazione giuridica di presupposti di fatto.

Il voto della Sindoni, solo per fare l’esempio più clamoroso, nei prossimi giorni potrà essere decisivo per consegnare la città a un commissario nominato dalla Regione. E nei mesi scorsi è stato decisiva per far approvare o non approvare provvedimenti che riguardano il bene della città.

Bastano queste elementari osservazioni, al di là del giudizio negativo o positivo sull’operato di Renato Accorinti, sempre più vittima del suo narcisismo autoreferenziale, per comprendere come la questione dell’ineleggibilità di Donatella Sindoni merita di essere affrontata in maniera radicale, come andava affrontata sin dall’inizio, evitando il balletto dell’efficacia sospensiva dell’appello, che fa tornare in carica la Sindoni, che poi tra sei mesi finirà molto probabilmente per decadere di nuovo.

Al Segretario generale basta predisporre e sottoporre all’approvazione del Consiglio comunale una nuova proposta di delibera che sancisca la decadenza di Donatella Sindoni sic et simpliciter, ma non perché c’è stata  una pronuncia del Tribunale: se fosse fondata solo su questo, se anche fosse approvata dal Consiglio, un minuto dopo la delibera di decadenza non avrebbe più valore.

La pronuncia del Tribunale è il sigillo finale a dati chiari e lampanti che imponevano già da due anni di dichiarare Donatella Sindoni decaduta: la norma regionale, la norma nazionale nell’identica formulazione, il precedente della Corte di Cassazione che ha deciso un caso identico a quello della Sindoni. E poi il parere firmato dall’avvocato generale dell’Ufficio legale della Presidenza della regione Sicilia, Romeo Palma. Quello che secondo il segretario generale non consentiva valutazioni discrezionali ai consiglieri, che pi. Non le consentiva allora, figurarsi oggi che c’è pure una pronuncia dei giudici.

Ma ai consiglieri comunali di Messina se manca la capacità di fare proposte per risolvere i problemi della gente non difetta certo la fantasia, specie quella giuridica, già mostrata nella seduta in cui fu già votata la decadenza della Sindoni, dai consiglieri giuristi Pippo Trischitta e Carmelo Santalco: se nell’occasione pensarono di poter sfuggire al parere della Regione senza assumersi responsabilità astenendosi con motivazioni ridicole, ora potrebbero decidere di disertare l’aula, dando ulteriore prova di quanto hanno a cuore il bene comune. In questo caso, almeno i contribuenti risparmierebbero gettoni di presenza e oneri riflessi .

 

 

 

 

 

Decadenza di Donatella Sindoni: anche i giudici si trovano d’accordo con la Legge. La figuraccia del Consiglio comunale “astenuto” e dei consiglieri “giuristi” Trischitta e Santalco. Il Tribunale di Messina spazza via le tesi ballerine del legale Antonio Catalioto

Download PDF

Antonio Catalioto e Donatella Sindoni

Antonio Catalioto e Donatella Sindoni

 

“Donatella Sindoni era ineleggibile e deve decadere da cosnigliere comunale”. E’ questo il responso del Tribunale di Messina. Il responso era tanto atteso quanto scontato.

Ad uscire con le ossa rotte da Palazzo Piacentini prima ancora che la biologa prestata alla politica e il suo avvocato Antonio Catalioto, è stato il Consiglio comunale che da due anni sulla vicenda si comporta come Ponzio Pilato, benchè la legge gli imponesse di pronunciarsi in punto di diritto e non di politica.

C’era una norma regionale che ne sanciva l’ineleggibilità. C’era, vigente, la norma nazionale nell’identica formulazione. C’era una sentenza della Corte di Cassazione che aveva dichiarato legittima la decadenza di un consigliere comunale del Comune di Guidonia Montecelio che si era trovato nella stessa identica situazione.

Il tutto era stato prima raccontato prima in un servizio giornalistico pubblicato il 22 giugno del 2015: “Occupa lo scranno di consigliere comunale ma era ineleggibile. Lo strano caso di Donatella Sindoni”, che indusse il primo dei non eletti a rivolgersi al Segretario generale del Comune.

Successivamente in un secondo servizio del 2 luglio del 2015: “La consigliera Sindoni grida al complotto e si vanta di scoprire e denunciare il malaffare. Ma sulla sua ineleggibilità scmabia lucciole per lanterne. E il suo legale Catalioto le dà una mano” , erano stati precisati tutti i termini tecnico giuridici della questione.

Era pure arrivato un anno dopo, a giugno del 2016, un parere netto e chiaro dell’Ufficio legale e legislativo della regione Sicilia.

 

Ponzio pilato a palazzo Zanca

Eppure, chiamati a decidere sulla decadenza di Donatella Sindoni la stragrande maggioranza dei consiglieri comunali di Messina (con l’eccezione di otto) accodandosi alle argomentazioni giuridiche dei loro colleghi Pippo Trischitta e Carmelo Santalco, avvocati di professione, si erano astenuti.

Il 4 agosto del 2016 hanno scelto nella sostanza in violazione della legge e della democrazia di mantenere in sella un loro collega, consentendole così di rappresentare cittadini che non poteva rappresentare e di incassare gettoni di presenza che non le sarebbero dovute toccare.

Lo hanno fatto senza assumersi la responsabilità di un voto contrario alla decadenza. In 11 non si sono neppure presentati in aula (solo due giustificati).

A votare per la decadenza erano stati, Cecilia Caccamo, Claudio Cardile, Fabrizio Sottile, Ivana Risitano, Gaetano Gennaro, Lucy Fenech, Antonella Russo, Maurizio Rella.

 

I giudici decidono al posto dei sedicenti politici

Ci hanno pensato così, 6 mesi dopo, il 2 febbraio del 2016, i giudici del Tribunale di Messina a decidere ciò che per chi ha un minimo di dimestichezza con il diritto era scontato.

Donatella Sindoni al momento in cui è stata eletta nel giugno del 2013 era ineleggibile, benché avesse dichiarato di non avere alcuna causa di ineleggibilità all’atto della presentazione delle candidature.

Era, infatti, titolare di un laboratorio di analisi convenzionato con l’asp 5 di Messina: ciò che la legge regionale e nazionale vietano.

La stessa consigliera, peraltro, aveva occupato lo scranno di consigliere comunale tra il 2005 e il 2006 pur essendo allo stesso modo ineleggibile.

 

Le argomentazioni dei giudici

Il Tribunale presieduto da Giuseppe Minutoli non ha avuto nessun dubbio: “La legge regionale che sancisce l’ineleggibilità della Sindoni è pienamente vigente, così come quella nazionale”, hanno scritto in sintesi i giudici citando la sentenza della Cassazione del 2001 che aveva  ritenuto legittima la decadenza del primo degli eletti al Consiglio del comune di Guidonia Montecelio perché legale rappresentante di 4 laboratori di analisi convenzionati con la locale Asp.

Nell’occasione la Cassazione aveva stabilito che la ratio della norma è “la captatio voti da parte del titolare di strutture sanitarie private (che trattano un bene delicato come la salute e incassano soldi pubblici, ndr), che la condizione di ineleggibilità in esame tende ad evitare”. Ratio che i giudici messinesi hanno fatto propria.

trischitta_eroe-696x555

 

Trischitta e Santalco: la coppia delle meraviglie e l’obbrobrio giuridico

I giudici hanno ridicolizzato le argomentazioni giuridiche di Pippo Trischitta, consigliere comunale di lungo corso e avvocato di professione: “La norma che sancisce l’inelegibilità della Sindoni esiste solo in Sicilia. E’ mai possibile che esiste in Sicilia una norma che non esiste nel resto d’Italia?”, disse l’avvocato, ignaro evidentemente dell’articolo 30 del Testo unico degli enti locali, quello che si applica in tutto il territorio nazionale, nel corso del consiglio comunale in cui si doveva votare la decadenza della Sindoni.

Nell’occasione Trischitta aveva definito la proposta di delibera di decadenza della Sindoni “un obbrobbrio giuridico”. Tanto che dopo aver annunciato l’astensione, ha votato contro la decadenza stessa.

Dello stesso tenore erano state le dichiarazioni del collega Carmelo Santalco.

 

Catalioto, un avvocato (mai domo) in cerca di autore…

I giudici hanno spazzato via le argomentazioni del legale della Sindoni, Antonio Catalioto, che in tutta la vicenda ha dato il meglio della sua sapienza giuridica, come è stato illustrato nel seguente servizio pubblicato il 20 luglio del 2016: “Ineleggibilità della Consigliera Sindoni: le acrobazie pseudo giuridiche del legale Catalioto nel circo politico mediatico messinese sguarnito di specchi. I ritardi annosi del segretario Le Donne”.

Quest’ultimo, infatti, all’indomani della pubblicazione dell’articolo che sollevava la questione dell’ineleggibilità aveva definito lo stesso “una bufala”. Poi aveva sostenuto che la legge non era vigente. Successivamente, convocando apposita conferenza stampa, ha sostenuto che c’erano delle circolari che dicevano che la legge non fosse applicabile, come se le circolari potessero mettere nel nulla una legge. Poi ancora  nel corso del giudizio ha sollevato la questione di legittimità costituzionale, ammettendo così che la norma c’era ed era vigente.

Arrivata la decisione di decadenza, Catalioto ha continuato sulla scia della raffinatezza giuridica già sciorinata attraverso il suo ufficio stampa preferito: “La decadenza opera dopo 30 giorni della pronuncia e solo se la consigliera decaduta nel frattempo non  fa appello”, ha sotenuto citando una norma del codice di procedura civile.

Tuttavia, la norma (generale) non si applica al caso di specie, come gli ha dovuto spiegare Antonio Saitta, il legale di chi ha proposto l’azione popolare sfociata nella pronuncia di decadenza. “La decadenza opera subito. Lo dice la norma (speciale) sui procedimenti elettorali. L’appello sospende l’efficacia della decadenza nel momento in cui verrà proposta”.