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IL CORSIVO. “Ex gil”: come ti risolvo un problema trentennale in diretta facebook e in un’ora. Se il metodo “deluchiano” del blitz non colpisce i veri responsabili, non migliora le cose e lascia il deserto

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Il sindaco Cateno De Luca e il custode dell'ex Gil

Il sindaco Cateno De Luca e il custode dell’ex Gil

“Licenziare i custodi per scarso rendimento e chiudere l’impianto per carenze igieniche strutturali”.

E’ bastato che il sindaco Cateno De Luca si spostasse per un’oretta da Palazzo Zanca  ed ecco che uno dei tanti problemi della città è stato risolto.

Il clamore, quello che tanto eccita il primo cittadino, che nei suoi continui blitz si muove con telecamera al seguito, in questo caso è stato pure amplificato: il custode, sorpreso a vedere la televisione in orario di servizio e umiliato da De Luca in veste di attore comico, è salito su un tetto minacciando di buttarsi giù.

Il problema “ex Gil” è stato risolto radicalmente.

In un batter baleno ci si è liberati di custodi ignavi, scansafatiche e “ruba stipendio” e dei costi di manutenzione dell’unico impianto sportivo di atletica del centro città, la cui pista solo un anno fa era stata rifatta per la modica cifra di 200 mila euro.

Un risparmio per le esangui casse del Comune senza precedenti: da “Manuale del (perfetto) aspirante amministratore comunale”, per citare il libro che il sindaco ha pubblicato qualche tempo prima di essere eletto, a maggio del 2018, alla guida della città.

E gli sportivi? Gli utenti dell’impianto? Le decine di ragazzini che al pomeriggio si allenano? I giovani che invece di stare nelle sale giochi o nei luoghi di spaccio socializzano con i coetanei, abituandosi alla fatica? Le persone di mezza età o anche anziane che preferiscono lo sport alle sale bingo?

Beh,quelli se ne facciano una ragione. Il risparmio prima di tutto.

D’altronde, basta attendere qualche mese e l’impianto verrà dato in gestione a qualche privato che lo renderà funzionale, moderno, pulito.

Qualche privato disposto pure a perdere denaro pure di mostrare che De Luca è un genio dell’amministrazione della cosa pubblica.

Anzi, non si capisce perché non lo si imiti pure nelle altre città d’italia, dove ancora i sindaci e gli assessori  pensano che siano eletti (e anche pagati) per risolvere i problemi: trovare i fondi e ristrutturare gli immobili pubblici fatiscenti; fare pulire e far lavorare il personale e in caso estremo licenziarlo dopo aver seguito le procedure di legge.

Dove fanno i conti con un principio elementare: ci sono servizi pubblici i cui ricavi non possono coprire i costi, servizi che vanno finanziati con la fiscalità generale.

Invece De Luca è avanti: per un anno lascia marcire il problema e poi con un blitz lo risolve.

E’ come se il direttore generale di un ospedale, che per un anno ignora le segnalazioni dei pazienti sui disservizi in un reparto e sulle perdite di acqua dai soffitti, poi una mattina si sveglia, va nel reparto, trova i medici e infermieri che sono nei corridoi a chiacchierare e che fa?

Licenzia tutti e chiude il reparto, facendo pentire gli utenti di aver segnalato le disfunzioni.

E’ ovvio, non c’è neppure bisogno di scomodare gli avvocati, che nessun giudice avallerà il licenziamento dei custodi operato secondo i metodi “deluchiani”. E per le casse pubbliche c’è da augurarsi che i dirigenti, cui il sindaco ha dato disposizioni in tal senso, non le traducano in un provvedimento concreto e suicida.

Non perché i custodi non meriterebbero di essere licenziati. E De Luca, più in generale, non colga nel segno, come tutti sanno, nell’individuare ad ogni blitz sacche vergognose di lassismo e di parassitismo, a cui nessuna amministrazione precedente ha mai provato a rimediare. 

Chiunque frequenta quell’impianto sportivo sa che da sempre i custodi omettono di compiere qualsiasi attività che sia diversa da chiudere e aprire la porta, accendere e spegnere le luci. E passano le otto ore di servizio a non fare niente.

L’erbaccia invade la pista e le radici la deteriorano? “Non è compito nostro”. Ci sono bottiglie e rifiuti sulla pista? “Non è compito nostro”. Gli spogliatoi e i bagni sono sudici? “Non è compito nostro”.

E’ stata sempre questa la risposta che hanno dato, spalleggiati da complici sindacalisti che invece di difendere il lavoro e gli interessi collettivi, difendono il loro posto di lavoro e i relativi privilegi.

Per non dire di alcuni di loro che alla sera in inverno arrivano a chiudere un’ora prima o, più in generale, quando fa loro comodo. E non raccontare di come per un anno a un “signore”  (peraltro medico di professione) i custodi abbiano permesso che ogni lunedì mattina entrasse direttamente negli spogliatoi, si depilasse testa e il corpo, facesse la doccia e andasse via lasciando sul pavimento un tappetino di “morbido tessuto”.

Nessun dirigente, e qui vengono a galla le vere e gravi responsabilità, però ha mai imposto con ordine di servizio lo svolgimento delle mansioni ai custodi, benché il contratto collettivo enti locali sia chiaro sul punto: disciplina sola la figura di custode del cimitero e prevede che questi debba pulire finanche la stanza settoria, dove si fanno le autopsie, figurarsi se il custode degli impianti sportivi, peraltro dotato di abitazione gratis, possa limitarsi ad aprire e chiudere le porte, giustificandosi così uno stipendio pari a quello del collega.

Né quindi nessun dirigente del Comune, magari uno di quello che da anni incassa al 100% l’indennità di risultato come se avesse centrato tutti gli obiettivi, ha mai adottato sanzioni disciplinari idonee a fondare progressivamente un licenziamento legittimo.

Né tantomeno mai è stato istituito un orologio marcatempo, con tanto di badge, pure obbligatorio per legge.

Altro che “tutto era pulito, funzionante e in ordine durante la precedente sindacatura di Renato Accorinti”, come ha scritto tra lo stupore di tutti gli addetti ai lavori in un comunicato stampa “Messina accomuna”, sigla riconducibile all’ex assessore Guido Signorino e allo stesso Accorinti.

A ben vedere, di questi ordini di servizio non ce ne dovrebbe essere neppure bisogno se solo chi ha la fortuna di avere un lavoro in una città con punte di disoccupazione di oltre il 30%, desse dignitosamente un senso allo stesso, senza nascondersi dietro cavilli giuridici,  interpretazioni contrattuali e sindacalisti pessimi.

Il custode non può certo rispondere delle carenze strutturali.

Queste invece richiamano alle responsabilità i dirigenti, su cui De Luca per la verità ha acceso egualmente i riflettori, gli assessori e lo stesso sindaco, sempre più specialista della politica del blitz che, però, alle spalle lascia solo il clamore mediatico e davanti il deserto.

Caso “Il Detective”: tutti assolti. L’inchiesta della Procura di Messina sulla storica società di vigilanza si sgonfia come una bolla di sapone. Il vizio originario

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il detective

 

“Assolti perché il fatto non sussiste”.

Finisce come una bolla di sapone l’inchiesta sulla società di vigilanza Il Detective che tra il 2007 e il 2010 mobilitò l’intera sezione della polizia giudiziaria della Guardia di Finanza e mise sulla graticola la moglie dell’allora rettore dell’ateneo Franco Tomasello.

Il Tribunale di Messina presieduto da Mario Samperi ha dichiarato non responsabili dei reati loro contestati gli ultimi 6 imputati sopravvissuti alla prescrizione.

Lo straordinario…abbaglio

Sono stati assolti dalla grave accusa di estorsione Enzo Savasta, uomo di fiducia prima del fondatore della società Antonino Corio e poi, dopo la sua morte, avvenuta nel 1998, della moglie Antonia Privitera; Salvatore Privitera, fratello di quest’ultima, e Mariella Russo, sorella (non germana) del fondatore Antonino Corio: in qualità dipendenti amministrativi erano accusati di aver obbligato alcuni dipendenti ad accettare pagamenti in nero dello straordinario e in misura minore al dovuto, attraverso la minaccia  di licenziamento.

Teste principale dell’accusa per questo capo di imputazione era Salvatore Di Natale, sindacalista aziendale della Cgil: sentito in fase di indagine dalla Guardia di Finanza aveva fatto delle dichiarazioni di accusa nette e dure ai tre imputati.

Nel corso del processo, Di Natale, costituito parte civile,  rispondendo alle domande del pubblico ministero ha ribadito le accuse, ma incalzato dal legale di Savasta, Salvatore Saccà, che aveva iniziato a dare lettura di alcune intercettazione da cui emergeva la sua posizione di sindacalista tutt’altro che neutra rispetto alla guerra intestina societaria, ha lamentato un malore. Il Tribunale è stato costretto a rinviare il contro esame.

Che non si è mai potuto tenere: Di Natale ha ripetutamente presentato certificati medici finché il Tribunale non ha revocato l’ordinanza ammissiva.

La tesi difensiva – emersa nel corso del dibattimento – è che non ci fu alcuna minaccia, né avesse motivo di esserci: i dipendenti che hanno lamentato di aver avuto corrisposto lo straordinario in nero (6 su 100) erano guardie che mensilmente facevano più straordinario di quanto la legge consentisse.

Per cui questo ulteriore straordinario non poteva essere  per legge inserito nella busta paga,  ma veniva pagato in nero. Il dipendente, in realtà, così non solo non veniva danneggiato ma addirittura avvantaggiato: percepiva – dati alla mano – di più per ogni ora di straordinario per così dire “ultra legem”, perché quanto corrisposto era netto non dovendosi pagare ritenute fiscali e contributive.

Il Tribunale, sulla scorta di queste argomentazioni logico giuridiche, mai prese in considerazione durante le indagini, e anche delle testimonianze di altre guardie giurate, ha ritenuto non credibile Di Natale, assolvendo i tre imputati.

La polizza della discordia

Sono stati assolti, sempre dall’accusa di estorsione, Antonella Corio e il marito Marco Lenci: secondo l’accusa avevano minacciato la mamma (e suocera) Antonia Privitera, proprietaria de Il Detective di non farle più vedere il proprio figlio (ovvero il nipotino), se non avesse trasferito alla figlia una polizza vita, che aveva come beneficiaria la stessa Antonella.

L’accusa si fondava sulla testimonianza di Maria Bongiovanni, donna delle pulizie di casa Corio che era stata sempre vicina alla signora Privitera nel periodo della malattia.

Maria Bongiovanni e il marito Carmelo Maceli, quando scoppiò la guerra tra le 4 sorelle si schierò dalla parte di Daniela Corio e nel periodo in cui fa le dichiarazioni contro la sorella Antonella, ottiene da Daniela dei miglioramenti di stipendio per se stessa e il marito Carmelo Maceli.

Il Tribunale – a leggere il dispositivo d’assoluzione – non ha ritenuto credibile la Bongiovanni.

Se Maometto non va alla montagna…

E’ stato assolto Carmelo Altomonte, dirigente del Comune di Messina. Era accusato di aver autenticato la firma di Antonia Privitera che – secondo l’accusa – mai incontrò di persona, visto che, come ha riferito Carmelo Maceli, autista della signora Privitera,  questa mai poté andare al Comune e mai ci andò a causa delle sue condizioni di salute.

La tesi difensiva – che ha trovato ora l’avallo dal Tribunale – è che fu Altomonte ad andare a domicilio della Privitera, nella sede de Il detective, per autenticare la firma, eventualità questa mai scandagliata dagli inquirenti.

Fioccano le prescrizioni

All’inizio del giudizio di primo grado, nel 2012, i capi di imputazione erano 65. In piedi, dopo 5 anni, nel 2017, ne rimasero 9.

Il 22 maggio del 2018 il Tribunale dichiarò l’avvenuta prescrizione per il decorso del tempo di 56 capi di imputazione.

Tredici imputati, infatti, hanno beneficiato della sentenza di non doversi procedere per il decorso massimo del tempo dai fatti contestati.

I fatti oggetto delle ipotesi di reato erano stati commessi nel 2007.

Uscirono dal processo Daniela Corio, figlia dei proprietari della società di vigilanza, e Pietro Cacace, il marito; la figlia Federica Cacace; Cristina Corio e Natala Corio le altre due sorelle figlie dei proprietari de Il Detective; Corrado Emanuele Galizia, ex agente dei servizi segreti, per un periodo amministratore de Il Detective, consigliere e braccio destro di Daniela Corio; Giuseppe Giammillaro, marito di Cristina Corio; Antonino Lo Giudice, avvocato e consulente della società; Pietro Sofia e Massimiliano Morabito, guardie giurate; Pietro Previte e Massimiliano Carrozza, titolari di ditte che avevano lavorato per il Detective; Maria Gabriella Ciriago, funzionaria della Prefettura di Messina.

I reati contestati e dichiarati prescritti andavano dalla turbativa d’asta, all’appropriazione indebita, alla falsa testimonianza, alla truffa attraverso false fatturazioni, alla circonvenzione di persona incapace, alla rivelazione del segreto d’ufficio.

 

Origini interessate e assunzioni di favore

Le indagini coordinate all’epoca dai sostituti Antonino Nastasi e da Adriana Sciglio sono nate dalle denunce di una delle figlie di Antonino Corio e Antonia Privitera, Daniela Corio, presentate un paio di mesi dopo la morte della mamma, avvenuta il 3 maggio del 2007, al termine di una malattia.

Daniela Corio, in quel momento  minoranza nella società di famiglia (dopo alcuni di mesi da direttore generale) si presentò insieme alla sorella Cristina in Procura denunciando una serie di fatti che accusavano coloro che in quel momento avevano la guida della società: le sorelle Antonella e Natala e Enzo Savasta, socio con il 5% e amministratore della società,  ago della bilancia nella battaglia tra le 4 sorelle.

Le indagini condotte dalla sezione della polizia giudiziaria della Guardia di Finanza, guidata da Diego Arena, furono caratterizzate – per come è emerso – dai rapporti frequenti tra Daniela Corio e Corrado Emanuele Galizia e il luogotenente Giuseppe Smedile, che di fatto svolgeva le indagini.

L’ufficiale Smedile, con le indagini ancora in corso, si ritrovò assunto il genero da parte di un’altra società di vigilanza, la Corio srl (ex Vigilnot) nel frattempo acquisita da Daniela Corio e Cristina Corio.

Le due sorelle, rimaste minoranza nella società di famiglia ma prima che un’assemblea dei soci certificasse ciò, avevano affittato a prezzo irrisorio l’azienda de Il Detective proprio a Corio Srl, appena acquistata.

Alla fine, tirando le fila di un’indagine durata tre anni e fatta di intercettazioni telefoniche, la procura contestò reati anche a Daniela Corio e Corrado Emanuele Galizia, commessi secondo la procura proprio nel periodo in cui i due entravano e uscivano dagli uffici della Guardia di Finanza.

Nell’inchiesta rimase invischiata la moglie dell’allora rettore dell’ateneo di Messina Franco Tomasello, Melitta Grasso (deceduta tre anni fa), amica di vecchia data di Antonia Privitera: indagata inizialmente per corruzione anche in base alle dichiarazioni di Maria Bongiovanni, la Procura chiese e ottenne per lei l’archiviazione.

Effetto boomerang: fallimenti e condanne

La società Il detective, che quando iniziarono le indagini della procura aveva 7 milioni di euro di fatturato e 100 dipendenti, nel 2013 è stata dichiarata fallita.

Fallita è stata dichiarata pure la società Corio srl (ex Vigilnot).

Da quest’ultimo fallimento è nato un procedimento penale per bancarotta fraudolenta che al termine del processo d’appello ha visto condannate Daniela Corio  e Cristina Corio a  3 anni e 6 mesi di reclusione.

Daniela Corio, nell’ambito di un’altra costola dell’inchiesta principale, è stata condannata con sentenza passata in giudicato ad otto mesi di reclusione per rivelazione del segreto d’ufficio: nel corso della guerra societaria aveva chiesto e ottenuto informazioni riservate da impiegati della Prefettura di Messina.

 

L’OPINIONE: Navigator, a 20 mila persone impedito di partecipare al concorso in base al voto di laurea e… alla fortuna. Il buon senso, la legge e la giurisprudenza però lo vietano

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navigator

 

E’ giusto e legittimo che a migliaia di persone sia impedito di partecipare a un pubblico concorso, cioè di mostrare quanto siano bravi e preparati, in base al voto di laurea?

Chiunque, uomo della strada, a lume di buon senso e di logica, risponderebbe d’istinto “no”.

E risponderebbe di no, perché il voto di laurea non è un criterio oggettivo e, soprattutto, sicuro della preparazione del candidato, né delle sue capacità e competenze e quindi non assicura alla pubblica amministrazione di selezionare davvero i migliori (scopo questo del concorso).

Non è metro oggettivo ed affidabile per diverse ragioni: perché, ad esempio, i parametri di valutazione delle commissioni di esami variano da ateneo ad ateneo, variano da facoltà a facoltà, variano da periodo storico a periodo storico, variano dalle università pubbliche alle (decine ormai) di Università private, le quali più generosamente rilasciano lauree e più facilmente attirano clienti e denaro.

Non lo è anche per altri motivi che riguardano specificamente la storia umana e professionale di ciascun candidato: ad esempio, si può sostenere che uno che è laureato in Economia con 90/110 e ha alle spalle 10 anni di esperienza come manager in un’azienda privata e voglia passare al settore pubblico, sia meno preparato rispetto a un neolaureato con 110 e lode in un’Università telematica?

Eppure, ciò che per l’uomo della strada avrebbe una soluzione scontata per chi governa l’Italia e per la classe dirigente cui è stato affidato il compito di fare gli interessi collettivi, la domanda ha una risposta opposta.

Il voto di laurea, infatti, è stato usato per impedire a 20 mila persone di partecipare al pubblico concorso che si terrà il prossimo 18, 19 e 20 giugno a Roma a 3 mila posti di navigator, figura ideata e voluta dal Movimento 5 Stelle e dal ministro del Lavoro Luigi Di Maio per aiutare i destinatari del reddito di cittadinanza a cercare e trovare il lavoro (che non c’è).

Trenta mila euro all’anno lordi per due anni, avevano indotto 80 mila muniti di laurea in diverse specialità (unico titolo richiesto dal bando) ad avanzare domanda di partecipazione al concorso organizzato e gestito dall’ Anpal, Agenzia nazionale politiche del lavoro, ente di diritto pubblico dello Stato italiano.

Circa ventimila aspiranti navigator, però, sono stati privati della possibilità di cimentarsi nelle prove e di mostrare il loro valore, proprio in base al voto di laurea.

La ragione? Limitare il numero dei partecipanti all’unica prova selettiva e velocizzare la procedura, che già di per sè per come è stata strutturata è velocissima: un test a risposta multipla di 100 domande, chi totalizza i punteggi più alti vince. 

A Messina e provincia, ad esempio,  sono stati esclusi 600. In tutta la Sicilia, più o meno 3 mila.

L’uomo della strada però subito dopo aver risposto d’istinto “no”, sarebbe comunque stato assalito dai dubbi: “La legge magari lo consente, per i giudici è giusto così. Se è stato previsto vuol dire che si può fare”, penserebbe.

 

Cosa dicono i giudici

Non avrebbe alcuna incertezza a rispondere allo stesso modo chi, invece, ha un minimo di competenza giuridica.

Che l’esclusione da un pubblico concorso in base al voto di laurea, si ponga fuori dalle regole non solo dell’ordinamento italiano ma ancor prima di quello comunitario è principio di diritto consolidato nella giurisprudenza.

Da ultimo, con sentenza del 15 febbraio del 2019, il Tribunale amministrativo del Lazio ha annullato la procedura selettiva bandita dall’Enac, Ente nazionale aviazione civile, per reclutare ingegneri, proprio perché era stato previsto il voto di laurea come sbarramento alla partecipazione al concorso.

I giudici amministrativi, ribadendo altre pronunce precedenti, hanno stabilito che: “la previsione di un ulteriore requisito di accesso alla relativa procedura selettiva (oltre alla laurea, ndr), non può dunque fondarsi sulla semplice volontà dell’ente di limitare preventivamente il numero dei partecipanti al concorso. E’, infatti, evidente che l’ENAC abbia inteso introdurre un illegittimo indice selettivo, correlato ad un predeterminato obiettivo di preparazione culturale degli aspiranti concorrenti, con il fine precipuo di escludere dalla partecipazione al concorso i soggetti che abbiano ottenuto risultati meno brillanti nel corso degli studi universitari, per di più adottando un parametro (il voto di laurea) che, a ben vedere, potrebbe non rappresentare un indice attendibile di preparazione del candidato, dipendendo esso da un rilevante numero di variabili (tra gli altri, il tipo di laurea conseguito e presso quale Università)”.

Esattamente quello che è accaduto per buttare fuori 20 mila laureati dalle prova per navigator.

I paradossi non finiscono mai

 

Ma nel concorso per navigator è successo qualcosa di ancora più paradossale.

La possibilità della partecipazione al concorso, oltre che al voto di laurea, è stata pure affidata al caso, alla fortuna.

Poiché ciascun candidato all’atto della domanda poteva concorrere solo per una provincia e gli ammessi al concorso sono stati definiti a livello provinciale in proporzione al numero dei posti messi in palio, è accaduto che azzeccando la provincia “giusta”, alcuni candidati sono stati ammessi pur con un voto di laurea più basso di altri che invece potevano vantare su un voto di laurea più alto, ma che avendo beccato la provincia sbagliata sono rimasti tagliati fuori.

In conclusione, se anche il voto di laurea per assurdo (così infatti non è) potesse essere usato come criterio per filtrare la partecipazione alle prove di un pubblico concorso, per come è stato applicato si è risolto nella violazione del principio di uguaglianza.

Insomma, un capolavoro. Realizzato, e qui c’è anche l’ulteriore paradosso, per “risparmiare” una sola sessione di prove di una giornata, da aggiungere alle tre già previste.

 

Guerra di potere nell’Associazione nazionale familiari vittime della strada, Pina Cassaniti non è presidente da anni ma continua ad agire come se lo fosse. Anche nei processi per omicidio stradale. Il balletto delle dimissioni e il ruolo del figlio Marcello Mastrojeni, direttore dell’Inps di Messina

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Pina Cassaniti con l'assessote Carlotta Previti il giorno del

Pina Cassaniti con l’assessore comunale Carlotta Previti il 18 novembre del 2018 nella giornata in ricordo delle vittime della strada

Quando è parso evidente, visto l’imprevisto cambiamento dei consensi, che da lì a qualche ora l’assemblea dei soci l’avrebbe sostituita si è dimessa da presidente dell’Associazione nazionale familiari vittime della strada.

E un attimo dopo ha abbandonato la presidenza del consesso tenuto a Roma il 27 aprile del 2013 il figlio.

Ma i lavori dell’assemblea sono continuati egualmente e così è stato eletto il nuovo presidente e il nuovo consiglio direttivo.

Pina Cassaniti Mastrojeni non è presidente dell’Associazione nazionale familiari vittime della strada Onlus da quel giorno di quasi 5 anni, come ha riconosciuto un lodo arbitrale risalente al 2 settembre del 2017 e chiaro nel dichiarare presidente dell’associazione Alberto Pallotti, un attivista veronese.

Tuttavia, la professoressa di Messina non si è data per vinta.

Decisa a prolungare ancora la guida dell’Associazione, di cui prese le redini nel 2001, ha continuato sino all’altro ieri a presentarsi come presidente di una delle Onlus più potenti d’Italia in tutte le sedi: nei processi penali per omicidio stradale o colposo in cui c’era da costituirsi parte civile (per esempio, nel processo per l’omicidio stradale di Lorena Mangano tenuto al Tribunale di Messina), negli interventi a convegni, negli incontri istituzionali (da ultimo il 18 novembre 2018 a Messina nella giornata dedicata al ricordo delle vittime della strada), nelle interviste.

Per la mamma di Valeria Mastrojanni, la ragazza la cui vita fu falciata a 17 anni nel 1997 da un automobilista killer nel centro di Messina, neppure il lodo arbitrale emesso dall’avvocato Carlo Affinito, nominato dal presidente del Tribunale di Roma, ha alcun valore, benché il codice civile dica cose opposte.

Il lodo immediatamente vincolante, che stabilisce “l’obbligo della Cassaniti di cessare ogni condotta volta a ostacolare la gestione da parte del legittimo presidente”, è stato impugnato per una serie di vizi procedurali e formali davanti al Tribunale di Roma dove pende il relativo giudizio, ma per la professoressa di Messina è come se non esistesse.

Ne è derivato un conflitto gravissimo, una vera e propria guerra senza quartiere, fatta di denunce penali, controversie civili e accuse via facebook, tra il presidente Pallotti e la sedicente presidente Cassaniti, tra i sostenitori del primo e i fedelissimi della seconda.

Una guerra per nulla favorevole ai familiari delle vittime della strada e alla stessa autorevolezza dell’associazione.

Effetti collaterali

E’ così capitato, da ultimo, solo per fare un esempio, che all’udienza preliminare del 13 dicembre 2018 del processo per la strage di un gruppo di studenti ungheresi, avvenuta nella notte del 20 gennaio 2017, quando un  autobus di ritorno da una gita in Francia si schiantò contro un pilone dell’autostrada Serenissima, l’Associazione ha domandato di costituirsi con due avvocati diversi, delegati da due presidenti diversi: uno da Pallotti, l’altro da Cassaniti.

Quest’ultimo ha chiesto l’estromissione dell’Associazione rappresentata da Pallotti, già costituita in un’udienza precedente.

Il Gup di Verona, Luciano Gorra, non ha potuto fare altro che stabilire l’efficacia vincolante del lodo arbitrale firmato da Affinito e consentire la costituzione della Associazione con legale rappresentante Pallotti, escludendo quella con (sedicente) presidente Cassaniti.

Due presidenti….nessun presidente

In tempi precedenti al lodo, c’è chi come il Tribunale di Parma di fronte a due presidenti che si sono presentati come legittimi rappresentanti della Onlus è stato salomonico: ha escluso tout court l’associazione trasmettendo gli atti alla procura della Repubblica perché verificasse la sussistenza del reato di sostituzione di persona.

E’ accaduto il 3 marzo del 2017 al Tribunale di Parma, nel processo per accertare eventuali responsabilità nell’incidente che il 23 giugno del 2012 costò la vita a tre persone: la ventisettenne di Parma Fiorentina Zoto, che precipitò da un cavalcavia e spezzò anche la vita di due settantenni milanesi, Giacomo Carrera e la cognata Concetta Aleo, che percorrevano in quel momento l’autostrada sottostante.

L’assemblea della discordia

 

L’assemblea dei soci è stata convocata per il 27 aprile 2013 a Roma, in via Casilina. Diversi i punti all’ordine del giorno, tra cui il rinnovo delle cariche sociali.

Pina Cassaniti è la “presidentissima” dell’Associazione da 12 anni.

La mamma di Valeria è sicura dell’ennesima riconferma, benché da tempo all’interno dell’associazione si sia formato un ampio e forte dissenso sul suo modo autocratico e personalistico di guidare l’Onlus.

La Cassaniti non si cura delle critiche e infatti a presiedere l’assemblea viene posto il proprio figlio Marcello Mastrojeni, attuale direttore dell’Inps di Messina.

Nel corso dei lavori vengono sollevati dubbi sulla trasparenza, democrazia interna e gestione contabile e preoccupazioni per la perdita di bilancio di circa 50 mila euro; vengono fatte le pulci ad alcune spese e viene evocato il possesso della Cassaniti di una serie di deleghe in bianco da parte di ignari soci  da usare nelle votazioni previste per quella giornata.

L’assemblea si divide tra i sostenitori della Cassaniti e un gruppo di agguerriti attivisti coagulati attorno alla figura di Pallotti.

Rimestare la melma….

 

Volano parole grosse e accuse reciproche.

Solo per dare il senso del livello del confronto, Pallotti accusa la Cassaniti di aver usato i soldi dell’associazione per rimborsi spese non dovuti al figlio e per avere donato denaro dell’associazione a una socia sua alleata che l’ha usati per scopi diversi da quelli sociali.

Cassaniti, a sua volta, accusa Pallotti di aver acquistato, in qualità di presidente di una sede, con denaro dell’associazione beni per 9 mila euro da ditte riconducibili a propri stretti familiari.

La disfida degli autobus

 

Nel corso della mattinata diventa ulteriore motivo di scontro l’arrivo di un bus da Potenza, con a bordo una trentina di soci, 15 dei quali studenti, schierati dalla parte della Cassaniti.

L’opposizione insorge: “Non sanno neppure perché sono venuti sino a quà”, accusano in molti.

In un clima di contrapposizione e batti e ribatti, si arriva all’ora di pranzo e si va in pausa.

Intorno alle 16, d’improvviso, a sparigliare i giochi, giungono a sorpresa due pullman gran turismo dalla Campania. Questa volta portano soci e voti a sostegno del gruppo Pallotti.

L’arrivo dei tre autobus ribalta la maggioranza. Prevedere l’esito delle successive votazioni diventa facile.

Il colpo di scena

 

Alla ripresa dei lavori, alle 17, la professoressa Cassaniti prende la parola e con voce ferma e serena afferma: “Io ho portato avanti un’associazione diversa da questa. L’associazione non risponde più a criteri su cui l’ho guidata. E’ cambiata. Non mi sento di rappresentare un’associazione come questa, di un livello che calpesta la dignità della persona. Pertanto, lascio la presidenza. Siccome l’esigenza di cambiamento voi la sentite, gestitevela. Vi saluto, buonasera e buona continuazione. L’unica cosa che vi dico è: non fate abbassare il livello dell’associazione“, ha concluso, ricevendo gli applausi compiaciuti da parte degli oppositori.

A ruota, il figlio lascia la presidenza dell’assemblea. I due si allontanano dalla sala.

Tuttavia, gli altri soci, per nulla intenzionati a tornarsene a casa, dopo aver sostituito il presidente e aver preso atto delle dimissioni della Cassaniti, vanno avanti.

Marcello Mastrojeni quasi si meraviglia. Così torna nella sala e prende la parola interrompendo i lavori: “Nel momento in cui mi sono ritirato assieme a mia madre, l’assemblea è sciolta e nessuna efficacia hanno le deliberazioni“, precisa, così disvelando quale fosse lo scopo delle dimissioni.

La sortita di Mastrojeni non ha effetto alcuno: i soci discutono e deliberano. Tra questi, alcuni vicini alla stessa Cassaniti. Si procede a verbalizzazione. Vengono eletti i nuovi vertici.

The day after

 

La professoressa Cassaniti e il figlio, un passato da dottorando di diritto penale, però, non si rassegnano.

L’obiettivo diventa porre nel nulla le deliberazioni dell’assemblea di qualche giorno prima.

L’ormai ex presidente qualche giorno dopo invia su carta intestata della presidenza un avviso: “In assenza delle condizioni minime di sicurezza il presidente dell’assemblea è stato costretto a chiudere i lavori di assemblea. Nessuna deliberazione è stata assunta“, ha scritto.

Nei giorni successivi Il figlio redige un verbale della assemblea molto preciso e dettagliato  che avvalora la tesi dei tumulti, della violenza e delle minacce: “La presidente rilevata l’impossibilità di rilevare in quell’adunata tumultuosa lo spirito dell’associazione annuncia l’intenzione di fare un passo indietro ed esce dalla sala. Si riesce, in tal modo, a garantire che i numerosi soci che si sono sentiti minacciati possano abbandonare la sala in condizioni di sicurezza“, scrive l’attuale direttore dell’Inps di Messina.

Che di questo clima di violenza e minacce nessun cenno aveva fatto – come emerge dalla registrazione audio –  duranti i lavori, né prima né dopo le dimissioni della mamma.

Tesi ballerine

Secondo la Cassaniti e il figlio, dunque, le dimissioni non hanno valore perché frutto del clima di violenza che si era determinato e della necessità di evitare guai peggiori.

Così, allo stesso modo, non hanno alcuna efficacia le deliberazioni adottate successivamente perché l’abbandono dell’assemblea da parte di madre e figlio aveva come effetto giuridico lo scioglimento della stessa.

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L’arbitro boccia mamma e figlio

L’arbitro Affinito però non ha creduto al verbale redatto dal direttore dell’Inps di Messina, anche la registrazione audio la smentisce: “La verbalizzazione redatta da Mastrojeni è ricca di valutazioni ultronee, nonché di descrizioni di sensazioni personali per fatti di cui non v’è traccia nelle registrazioni“, sottolinea l’arbitro. Che nelle 108 pagine del lodo ha concluso.”Può senz’altro escludersi qualsiasi turbativa violenta della libertà delle persone intervenute nell’assemblea“,

Dunque, la volontà della Cassaniti non è stata coartata e le dimissioni sono valide.

Sotto il profilo giuridico risulta “del tutto infondata – secondo l’avvocato Affinito –  la tesi secondo cui l’abbandono del presidente dell’assemblea determini lo scioglimento della stessa prima che si proceda alla votazioni dei punti all’ordine del giorno”.

Dunque, l’assemblea del 27 aprile 2013 era pienamente valida e così il rinnovo della cariche sociali. E per contro, illegittime tutte le attività svolte da quel momento in poi in qualità di presidente dalla Cassaniti, per la quale però non solo l’assemblea che l’ha sostituita ma pure il lodo continua a valere zero.

Epurazioni

Tra le attività illegittime l’espulsione di Alberto Pallotti (il vero presidente) e di diversi soci che avevano contribuito a cambiare i vertici dell’associazione.

 

 

L’OPINIONE. Cateno De Luca e la fissa del tram: il sindaco aderisce all’idea di città “autocentrica” voluta dai commercianti e rimane fermo nella decisione di eliminare uno dei pochi servizi che funziona

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tram

 

La domanda, come diceva Antonio Lubrano, storico conduttore di Diogene “sorge spontanea”.

Il sindaco di Messina Cateno De Luca quante volte ha preso il tram? Quante volte lo hanno usato i suoi familiari? Quante volte l’hanno usato gli assessori della sua Giunta o i rispettivi congiunti?

Non si va lontano dalla verità se si risponde: “Mai. Neppure una volta”.

Eppure, De Luca con la sicumera di uno che invece conosce perfettamente la materia ha sentenziato che il tram non serve a nessuno: è inutile. Ed è anche troppo costoso. Anzi, persino disutile per i commercianti, gli stessi magari – unico caso al mondo – che non vogliono le isole pedonali. E ha deciso che va eliminato.

Eliminare il tram era una fissazione di De Luca prima ancora vincere le elezioni.

Dopo averle vinte è passato subito all’azione: Messina ha tanti problemi ma il nuovo sindaco ha iniziato con lo smantellare l’unico servizio che davvero funziona, l’unico servizio che è davvero migliorato nei 5 anni dell’amministrazione guidata da Renato Accorinti.

Se De Luca avesse avuto il tempo e la voglia di farsi un’idea personale sul tram, magari usandolo per qualche mese o semplicemente ascoltando coloro che il tram lo adoperano quotidianamente, avrebbe osservato che il tram è l’unico mezzo di trasporto pubblico affidabile della città, una corsa ogni 15 minuti: puntuale; è l’unico vettore pubblico e privato che garantisce certezza sui tempi: l’utente sa a che ora lo può prendere e sa a che ora arriva a destinazione.

Il tram, che collega la città da nord a sud per 10 km, è a Messina l’unico mezzo di locomozione che non inquina, a parte la bicicletta.

L’unico mezzo che dà certezza di non rimanere imbottigliati nel traffico alle centinaia di studenti anche universitari, molti fuori sede, che vanno al Policlinico ogni mattina o alla cittadella universitaria; ai giovani che dalla zona sud arrivano a frotte al centro nel pomeriggio o nel fine settimana; agli anziani che escono di casa per fare la spesa o andare a trovare i familiari.

Certo, dell’utilità del tram nulla sanno coloro, la maggioranza dei cittadini, che invece conoscono un solo modo di muoversi: l’auto, con cui arrivare al centro, sotto il proprio ufficio, davanti al proprio negozio, ingolfando il traffico, ammorbando l’aria e insultando i timpani. E pazienza se non c’è il parcheggio, quello regolare, tanto l’auto a Messina la si può lasciare dappertutto, in seconda e terza fila, con assoluta certezza di impunità.

Al sindaco basterebbe fare una passeggiata su viale San Martino, su via Cesare Batttisti, su Corso Cavour e su via La farina, su via Garibaldi, solo per fare qualche esempio, a qualsiasi ora del giorno per osservare come le auto vengono lasciate tranquillamente dove c’è il cartello di rimozione forzata, concetto quest’ultimo a cui viene dato un senso solo quando passa il giro d’italia, agli angoli dei semafori, sulla pista ciclabile, sui marciapiedi. Il tutto mentre i parcheggi a pagamento costati milioni di euro alle casse pubbliche rimangono vuoti.

E così mentre in tutto il mondo si costruiscono linee elettriche per fronteggiare il traffico e l’inquinamento, si chiude al traffico l’intero centro cittadino per chilometri quadrati, si incentiva l’uso della bici costruendo piste ciclabili, si ordina per giorni ai cittadini di lasciare l’automobile in garage e si penalizzano pesantemente coloro che pensano di andare al cesso in auto, a Messina la linea elettrica del tram, costata 100 miliardi di vecchie lire e anni di lavori, la si abbandona.

In sintesi, De Luca preferisce l’idea auto centrica all’idea antropocentrica, che vorrebbe il benessere dell’uomo in un ambiente salubre quale obiettivo della politica

Al posto del tram, abbandonata l’idea del tram volante, ci saranno (già ci sono) gli shuttle.

Solo che non si tratta delle navicelle con cui gli americani negli anni ottanta andarono più volte nello spazio, ma di banali autobus che percorreranno la città dall’estremo sud all’estremo nord. Riedizione americanizzata – quanto al nome – del vecchio 28 ante tram, è facile prevedere daranno una mano al traffico, all’inquinamento e al caos: insomma esattamente il contrario di quello che in tutto il mondo si tenta di arginare.

In tutto il resto del mondo, invece, il tram, costruito in corsia protetta, verrebbe velocizzato, sarebbe sufficiente far funzionare i famosi (perché previsti dal progetto iniziale) semafori intelligenti, quelli che danno sempre precedenza al tram e se il tram non passa danno sempre precedenza alle auto o ai pedoni.

E soprattutto si obbligherebbe la maggioranza dei cittadini ad usarlo e a pagare il relativo biglietto, facendo divenire quello che inizialmente può sembrare una scomodità una condotta virtuosa di civiltà di cui essere orgogliosi.

Basterebbe, in fondo, chiudere il centro al traffico o più semplicemente applicare il codice della strada con le migliaia di automobilisti indisciplinati.

Questi ultimi così all’atto di salire a bordo dell’auto per giungere al centro cittadino, sicuri di una multa o peggio della rimozione forzata, si dovrebbero porre un problema: mi conviene usarla o forse è meglio usare il tram, almeno a partire dai due opposti capolinea?

Cateno De Luca ha giustificato la decisione di eliminare il tram con argomenti economici. 

Il sindaco sa perché è amministratore navigato che i servizi pubblici non generano mai ricavi che coprono i costi (altrimenti ad esempio bisognerebbe chiudere le scuole) e che i costi economici vanno confrontati non solo con i ricavi ma anche con i benefici sociali.

Senza considerare che gli shuttle, non si muoveranno ad acqua e non saranno guidati dal pilota automatico.

Altro sono gli sprechi.

L’Atm di Messina, l’azienda municipalizzata dei trasporti pubblici, in mano da sempre a sindacalisti e politicanti di bassa lega che l’hanno usata per fare clientelismo, in materia di sprechi ha sempre brillato e De Luca se vi metterà ordine avrà il consenso di tutti i cittadini.

Ma eliminare il tram perché chi lo gestisce scialacqua è come chiudere un reparto di un ospedale che funziona perché i dipendenti hanno stipendi doppi o tripli o sono in numero esorbitante rispetto a quanto previsto dalla legge o dalle buone regole di amministrazione.

E’ quindi chiaro che l’eliminazione del tram ha (anche) un altro obiettivo: riconsegnare lo spazio della sede protetta del tram alle auto, presupposto essenziale -secondo i commercianti del centro città cui De Luca deve pagare la cambiale del sostegno elettorale – per il rilancio dell’economia.

Da qui a qualche mese quindi vedremo i negozi presenti lungo la linea del tram (che non ci sarà più) pullulare di acquirenti, vedremo file di persone in attesa della brioche con granita alle entrate dei bar e ristoranti gremiti all’inverosimile. 

Perché era proprio vero: a Messina i cittadini si tengono lontano dai negozi non perché non hanno abbastanza soldi, non perché i prezzi sono alti, non perché alcuni esercizi commerciali sono gestiti in maniera pessima da gente senza cultura e rispetto dei clienti, non perché il personale pagato in nero una miseria è demotivato. 

No. Era tutta colpa del tram.

 

 

 

Capo dell’Ispettorato del lavoro e consigliere comunale: per la legge le due cariche non si possono cumulare ma Gaetano Sciacca ha dichiarato che non è incompatibile. Ecco cosa rischia l’esponente del Movimento 5 Stelle. La crociata spuntata di “Diventerà bellissima”, dopo il flop nelle urne

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Gaetano Sciacca con accanto il deputato regionale del M5Stelle Valentina Zafarano

Gaetano Sciacca con accanto il deputato regionale del M5Stelle Valentina Zafarana


Al mattino ordina le ispezioni per verificare il rispetto della normativa a tutela dei lavoratori nei luoghi di lavoro e firma eventuali provvedimenti sanzionatori e denunce in Procura per datori di lavoro; al pomeriggio siede tra gli scranni di Palazzo Zanca e guida l’azione politica del Movimento 5 Stelle.

Un giorno, applicando il principio di imparzialità dell’azione amministrativa coordina le decine di dipendenti dell’ufficio di via Ugo Bassi; il giorno successivo si batte per far passare delibere che risolvano i problemi della città secondo la visione della parte politica che rappresenta.

Su Gaetano Sciacca, candidato perdente a sindaco del Movimento 5 Stelle e consigliere comunale in carica, pende un’azione giudiziaria diretta a stabilire se si potesse o meno candidare e a sancirne nel secondo caso la decadenza.

Tuttavia, il capo dell’Ispettorato del Lavoro di Messina – legge alla mano – dovrebbe essere costretto a scegliere tra il suo incarico dirigenziale e quello di rappresentante dei cittadini messinesi molto prima che gli organi della giustizia si pronuncino.

Anzi, doveva esserlo un attimo dopo aver giurato come consigliere comunale.

Sciacca, il 10 luglio del 2018, ha sottoscritto al pari di tutti gli altri 31 colleghi una dichiarazione con cui ha affermato che non versa in alcuna situazione di incompatibilità.

La legge però lo smentisce.

E lo smentisce la giurisprudenza della Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, competente a vigilare  sull’attuazione del decreto legislativo 39 del 2013 che disciplina la materia della “Inconferibilità e incompatibilità degli incarichi presso le pubbliche amministrazioni”.

Il Genio della legalità

La legge all’articolo 12 sul punto è chiarissima: “Gli incarichi dirigenziali, interni e esterni, nelle pubbliche amministrazioni, negli enti pubblici e negli enti di diritto privato in controllo pubblico di livello regionale sono incompatibili: b) con la carica di componente della giunta o del consiglio di una provincia, di un comune con popolazione superiore ai 15.000 abitanti

L’ex capo del Genio civile è, infatti, un dirigente della regione Sicilia, a cui è stato affidato l’incarico di capo di un ufficio, che peraltro ha competenza anche nel comune in cui svolge le funzioni di consigliere comunale.

Di recente l’Anac (delibera) ha dichiarato incompatibile alla carica di consigliere del comune di Roseto degli abruzzi un dirigente della regione Abruzzo, titolare del Servizio Bilancio del Dipartimento Risorse e Organizzazione, ribadendo un principio più volte enunciato: “Tutti gli incarichi dirigenziali interni ed esterni mediante i quali sia conferita la responsabilità di un servizio/ufficio, sono soggetti alla disciplina del decreto legislativo n. 39 del 2013 in materia di incompatibilità“, ha scritto il presidente Raffaele Cantone.

Una situazione identica a quella in cui versa Sciacca.

L’Ispettorato provinciale del Lavoro di Messina nell’organigramma regionale è configurato come Servizio, precisamente il XVIII del Dipartimento Lavoro dell’Assessorato alle politiche sociali e alla famiglia.

Aut….aut

Secondo la normativa è il Responsabile della prevenzione della corruzione della regione Sicilia, Emanuela Giuliano, a dover contestare l’incompatibilità a Sciacca, diffidandolo ad optare tra i due incarichi entro i 15 giorni successivi alla sua comunicazione.

Se Sciacca non rimuove la situazione di incompatibilità nel termine, allora l’avvocato Giuliano deve risolvere il contratto di responsabile dell’Ispettorato.

In teoria, l’incompatibilità finalizzata alla decadenza da consigliere potrebbe essere anche contestata dal Consiglio comunale, ma come l’esperienza ha anche di recente mostrato le possibilità che accada sono pari allo zero.

 

Dichiarazioni dubbie e sanzioni certe

La rimozione della causa di incompatibilità non salverebbe Sciacca da una sanzione prevista dalla legge per la dichiarazione resa al momento dell”insediamento: “La dichiarazione mendace, accertata dalla stessa amministrazione, nel rispetto del diritto di difesa e del contraddittorio dell’interessato, comporta la inconferibilità di qualsivoglia incarico dirigenziale per un periodo di 5 anni”, stabilisce la legge.

La norma fa salva la responsabilità penale che passa comunque dalla dimostrazione che Sciacca sapeva di essere incompatibile.

La crociata…. e il buco nell’acqua

I ricorsi amministrativo e civile volti a dichiarare l’ineleggibilità di Sciacca sono stati proposti dagli esponenti della lista “Diventerà Bellissima”, riconducibile all’avvocato Ferdinando Croce, capo di gabinetto dell’assessore regionale alla Sanità.

La lista all’ultima tornata elettorale non raggiunse per poco il quorum del 5% necessario per partecipare alla ripartizione dei seggi e con il ricorso vorrebbe rientrare in lizza.

Infatti, l’azione giudiziaria mira non tanto e non solo all’annullamento dell’ammissione di Sciacca alla tornata elettorale ma soprattutto, come effetto a cascata, al successivo annullamento degli 11 mila voti ottenuti dall’unica lista dei Movimento 5 Stelle collegata a Sciacca, in modo che si abbassi il numero dei voti necessari per superare il 5%.

L’ineleggibilità cui sarebbe incorso Sciacca – secondo il legale di Diventerà bellissima Alberto Pappalardo – è di essere “dipendente della regione Sicilia con qualifica non inferiore a direttore o equiparata”, secondo quanto previsto art. 9 della legge regionale 31 del 1986.

Può sostenersi con successo che Sciacca abbia la qualifica di direttore qualifica ad essa equiparata?

 

La qualifica di direttore è stata eliminata dall’ordinamento giuridico regionale: precisamente 14 anni dopo l’emanazione della legge sull’ineleggibilità degli amministratori, nel 2000, con la legge n. 10.

Poiché le norme in materia di ineleggibilità sono di strettissima interpretazione ed è dunque vietata ogni interpretazione analogica, estensiva o evolutiva delle stesse, l’esser venuta meno la qualifica di direttore dovrebbe mettere nel nulla la causa di ineleggibilità invocata.

Tuttavia, superando questa obiezione in genere insormontabile, si potrebbe sostenere che benché i direttori non ci siano più, una norma di legge abbia attribuitogli stessi poteri, le funzioni e competenze ad altra figura denominata diversamente.

Di conseguenza, l’ineleggibilità riguarderebbe coloro che hanno preso il posto dei direttori nel rispetto di quella che era la ratio della norma: ovvero impedire e sanzionare l’alterazione della par condicio nella competizione elettorale a vantaggio di chi svolgeva rilevanti ruoli apicali nell’amministrazione regionale.

In effetti è cosi.

La legge 10 ha riordinato la dirigenza regionale istituendo tre fasce e nell’abolire la qualifica di direttore ha stabilito che “accedono alla prima fascia dirigenziale il segretario generale, i direttori regionali ed equiparati“.

La stessa legge ha previsto che i dirigenti generali debbano essere nominati solo tra gli appartenenti alla prima fascia dirigenziale.

Dunque, gli ex direttori ed equiparati altri non sono che gli attuali direttori generali o al più i dirigenti di prima fascia.

Gaetano Sciacca è invece dirigente di terza fascia, a cui è stata affidata la responsabilità di un Servizio, il XVIII, da parte del direttore generale del Dipartimento Lavoro, cui è gerarchicamente sottoposto.

Il consigliere comunale dei 5 Stelle ha dunque una qualifica inferiore (e non equiparata, come dovrebbe essere perché fosse ineleggibile) rispetto a coloro che hanno preso il posto dei dipendenti che al tempo in cui fu emanata la legge in cui confida “Diventerà bellissima” erano chiamati direttori.

 

 

Il COMMENTO. L’uscita di scena di Renato Accorinti metafora di un sindaco che ha fallito innanzitutto come uomo

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Scambio reciproco di fascia tricolore tra Renato Accorinti e Cateno De Luca

Scambio reciproco di fascia tricolore tra Renato Accorinti e Cateno De Luca



Nessun sindaco uscente era mai riuscito nell’impresa. Ma Renato Accorinti non poteva lasciare Palazzo Zanca senza superare se stesso. Prendersi del “buffone, buffone” all’insediamento del suo successore, al momento dello scambio della fascia tricolore, è in effetti un record difficilmente imitabile.

Eppure, Cateno De Luca, il nuovo sindaco, con lui era stato affettuoso e generoso. Davanti alle decine di suoi sostenitori entusiasti gli aveva riconosciuto il merito di aver aperto un varco nel sistema di potere messinese, di aver migliorato i conti del Comune e gli aveva lasciato la fascia tricolore di sindaco: “So che ci tieni tanto, come ricordo di anni che hai vissuto intensamente. A me ne hanno regalata una nuova”.

Ma poteva Accorinti uscire di scena con classe ed eleganza, come farebbe una qualunque persona con un po di senso delle istituzioni, o anche un qualunque sportivo sconfitto?

Poteva generosamente lasciare spazio al suo successore con parole semplici: “Complimenti per la vittoria, auguri per il vostro lavoro, spero facciate bene per la comunità, considera che se le vostre azioni non mi convinceranno farò sentire la mia voce di opposizione politica”?

No, Accorinti non si poteva smentire.

Doveva essere protagonista anche se lì dove si trovava il protagonista era altra persona e a lui toccava il ruolo di comprimario.

Ecco allora il solito sermone fatto di slogan, che ripete da 5 anni come un disco rotto. Come se fosse l’insediamento suo e non il suo addio o arrivederci.

E poi, infine, le provocazioni, manifestazione di rabbia di un pacifista nonviolento, con riferimenti al tram volante e alla telefonata scherzo di Papa Francesco.

“Buffone, buffone”, era il minimo che si potesse beccare.

De Luca lo ha comunque protetto, pure dal coro. E non ha risposto alle provocazioni, mantenendosi signorile.

Ma lui, non pago, ha ripreso la parola per completare l’opera.

L’opera di un sindaco, divenuto sindaco per caso, in un momento storico particolare segnato da inchieste giudiziarie, che ha pensato di essere divenuto sindaco per qualità sue al punto da ignorare le persone che per lui si erano battute quando nessuno credeva in lui.

Un uomo che per 5 anni si è specchiato nel lago, o meglio negli specchi della stanza del palazzo municipale in cui si è chiuso, scambiando la politica per se stesso, dimenticandosi degli “ultimi” che tanto aveva declamato e occupandosi a tempo pieno di coltivare rapporti con i potenti, magari tentando di rubare loro la scena se troppo potenti: il “Trump, peace no war”, al G7 di Taormina è solo un esempio..

Quello che è accaduto allo scambio della fascia tricolore è la metafora di Accorinti: un uomo che confonde se stesso con le istituzioni, incapace di accettare i suoi limiti e le sue sconfitte, privo di umiltà e generosità, neppure animato da spirito sportivo benché l’unica competenza che abbia sia quella di professore di educazione fisica.Un uomo che pensa ancora di essere sindaco quando non lo è più e si fa appositamente immortalare a bordo della bicicletta che in 5 anni ha usato pochissime volte con la fascia tricolore stretta nel pugno alzato in segno di vittoria, benché abbia palesemente perso.

Un uomo che non è uscito sconfitto (già prima delle elezioni) perché la sua Giunta ha amministrato peggio delle amministrazioni precedenti (anzi, per certi versi, ha fatto meglio) e neppure per la sua incompetenza su tutto (a parte gli slogan), ma per la sua mancanza assoluta di umiltà, che ha portato pure i suoi sostenitori a non volerlo più.

Basti dire che una buona fetta di “Cambiamo messina dal basso”, alla vigilia della campagna elettorale aveva manifestato la sfiducia e l’opportunità di non ricandidarlo.

Un uomo che se i messinesi votano per lui sono “virtuosi e rivoluzionari”, se non lo votano sono “ignoranti e mafiosi”.

Se il nuovo sindaco De Luca con Accorinti è stato generoso e signorile nonostante l’ultimo spettacolo non si può dire la stessa cosa della sua assessora Dafne Musolino.

L’avvocata si è dimenticata del nuovo ruolo istituzionale, o forse non c’è ancora entrata, e si è prodotta su facebook in uno show fatto di improperi all’indirizzo di Renato Accorinti.

Cateno De Luca le affiderà anche la delega al bon ton?

Lo spettro di arresti e commissariamenti evocati da Dino Bramanti: l’evasione fiscale “fatta a pezzi” dal Tribunale della Libertà, il tentativo di concussione per induzione prescritto. Ecco cosa dicono le carte dei procedimenti pendenti su Cateno De Luca

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Dino Bramanti e Cateno De Luca

Dino Bramanti e Cateno De Luca

Il cambio di tattica gliel’ha indicata Lucio D’amico dalle pagine della Gazzetta del sud: “I suoi alleati vorrebbero che passasse all’attacco chiedendo conto a Cateno De Luca dei suoi guai giudiziari”.

Dino Bramanti, l’avversario al ballottaggio del 24 giugno per la scelta del sindaco di Messina, non vedeva l’ora.

Ma quando uno scienziato della medicina si cimenta sul terreno tecnico giuridico i rischi di confusione diventano molto forti.

“De Luca è sotto processo, potrebbe essere arrestato e il Comune se fosse eletto sindaco potrebbe essere commissariato”, ha ripetuto Bramanti. “E’ stato assolto per prescrizione, rinunci alla prescrizione”, ha ancora sfidato. “E’ stato arrestato ed è sotto processo per associazione mafiosa finalizzata all’evasione fiscale”, ha arringato il candidato a sindaco sponsorizzato da Francantonio Genovese e Nino Germanà, prima che qualche presente al comizio lo avvertisse che la mafia non c’entra.

I guai giudiziari di De Luca

Cateno De Luca ha due procedimenti penali pendenti:uno riguarda l’inchiesta denominata (impropriamente) “Sacco di Fiumedinisi”;  l’altra attiene la gestione della Fenapi, sindacato da De Luca creato e gestito – secondo l’accusa della Procura – facendo ricorso all’evasione fiscale.

Entrambi i procedimenti penali lo hanno portato agli arresti domiciliari. per il primo il 27 giugno del 2011; per il secondo l’8 novembre del 2017.

Ambientalisti nel “Sacco di Fiumedinisi”

Nel primo procedimento penale, a De Luca veniva contestato nella sostanza di aver usato illegalmente il Contratto di quartiere, strumento urbanistico previsto e incentivato con appositi finanziamenti per riqualificare borghi o paesi in stato di abbandono, al fine di ottenere deroghe al Piano regolatore generale di Fiumedinisi di cui era sindaco e quindi consentire attività edificatorie ai privati, i quali intervenivano conferendo finanziamenti propri, tra cui società riconducibili ai membri della propria famiglia.

L’accusa era declinata in termini di abuso di ufficio.

Il Tribunale di Messina il 10 novembre del 2017, dopo alcuni anni di processo, pronunciandosi nel merito ha stabilito che Il Contratto di quartiere era uno strumento di cui legittimamente il comune di Fiumedinisi si poteva servire, avendone tutti i requisiti; che l’intervento dei privati era previsto dalla legge anzi dava maggiore credibilità al Contratto stesso e che nulla impediva che potessero parteciparvi pure imprenditori o società vicine a chi impersonava in quel momento il Comune: ovvero De Luca.

Il Tribunale lo ha così assolto.

Nell’ambito del Contratto di Quartiere era pure previsto che il torrente che attraversa Fiumedinisi fosse irregimentato al fine di proteggere l’abitato da eventuali esondazioni. Dapprima, fu prevista la costruzione di gabbioni di pietre. Successivamente, con perizia di variante, si decise di procedere con muri in cemento armato.

Le associazioni ambientaliste insorsero e la Procura contestò a De Luca di aver fatto illegittimamente la variante per favorire i privati (tra cui le società riconducibili alla sua famiglia) in modo che più agevolmente potessero costruire a monte le opere previste dal Contratto di quartiere.

L’attività istruttoria – come hanno motivato i giudici – ha permesso di accertare che le difese in cemento armato erano molto più efficaci per la pubblica incolumità di quelle con gabbioni e che comunque nessuna relazione ci fosse tra le difese spondali e le opere private a monte comunque già da tempo autorizzate dalla regione Sicilia.

Il Tribunale ha così assolto nel merito De Luca anche da questa accusa di abuso d’ufficio.

La concussione nell’interesse delle vittime

Nell’ambito di questa inchiesta, però, l’accusa più grave da cui De Luca doveva difendersi declinata in termini di Tentata concussione, era di avere fatto pressioni con violenza e minaccia ai danni di due cittadini proprietari di terreni su cui secondo il Contratto di Quartiere sarebbero dovuti sorgere delle opere per costringerli a vendere i terreni stessi, accettando l’offerta di acquisto nettamente superiore a quella che sarebbe spettata a titolo di espropriazione.

Il Contratto di quartiere, infatti, prevede l’espropriazione dei terreni per il caso in cui i proprietari non li cedono volontariamente.

La procedura espropriativa tuttavia in genere allunga i tempi.

Proprio per questo, Cateno De Luca, con il Contratto di quartiere e le procedure espropriative già avviate, nell’anno 2006 è intervenuto.

“Ci ha voluto incontrare e ci ha detto: “O lo cedete oppure vi verrà espropriato a prezzi molto più bassi di quelli che vi vengono offerti. Non pensate possiate fermare il Contratto di quartiere. Poi non venite a piangere“, hanno riferito agli inquirenti gli interessati, familiari di esponenti dell’opposizione politica a De Luca, i quali hanno anche raccontato di ritorsioni subite successivamente da parte dell’amministrazione.

Il Tribunale ha ritenuto che la condotta di De Luca non sia atteggiata né in termini di violenza né in quelli di minaccia né mai si siano verificati gli atti aventi natura ritorsiva e dunque ha escluso il tentativo di concussione.

I giudici hanno riconosciuto invece De Luca responsabile del reato, meno grave, di tentativo di induzione indebita a dare o promettere utilità.

In altre parole, De Luca – secondo i giudici – visto il ruolo di sindaco nel momento in cui ha prefigurato l’espropriazione ha posto in essere atti idonei a condizionare la libertà dei proprietari dei terreni, non avendo rilievo che il sindaco in realtà volesse orientare la loro  condotta in senso anche per loro più vantaggiosa in termini economici, né che quest’ultimi al massimo potevano rallentare l’attuazione del Contratto di Quartiere ma mai impedirlo.

Su queste ultime circostanze avevano molto insistito le difese per escludere la rilevanza penale della condotta di De Luca, ma non hanno convinto i giudici i quali hanno messo in rilievo che De Luca era sì portatore degli interessi del Comune ma anche delle imprese private a lui riconducibili e attori del Contratto di Quartiere.

Tuttavia, il Tribunale ha ritenuto il reato prescritto e ha emesso sentenza di non doversi procedere.

La Procura ha fatto appello così come De Luca.

La pubblica accusa infatti chiede che venga riconosciuto il reato di tentativo concussione, che ha un termine di prescrizione più lungo: 10 anni.

il deputato regionale che non venga ritenuto sussistente neppure il reato di Induzione indebita.

Cateno De Luca, se anche volesse, potrebbe raccogliere la sfida di Dino Bramanti e rinunciare alla prescrizione?

La risposta è no. La giurisprudenza della Corte di cassazione sul punto è pacifica (ad esempio, Cassazione penale, sez. III, 8 febbraio 2012, n. 4946, Cassazione penale sez.V, 06/07/2017, n. 40499)

E in quale caso l’ipotetico sindaco De Luca potrebbe decadere?

Solo nel caso in cui la Corte d’appello accogliesse l’impugnazione della Procura e stabilisse che l’aver detto “accettate la somma che vi viene offerta se no avrete un danno economico”, integri gli estremi della violenza o della minaccia necessari per la concussione, De Luca nell’ipotesi in cui nel frattempo fosse eletto sindaco, in base alla legge Severino, decadrebbe da primo cittadino.

L’evasione fiscale “fatta a pezzi” dal Tribunale della Libertà

Non erano neppure passate 48 ore dalle elezioni a deputato regionale che Cateno De Luca l’8 novembre del 2017 è stato arrestato per ordine del Giudice per le indagini preliminari, Monia De Francesco, che ha accolto in toto le richieste della Procura, avanzate 10 mesi prima.

L’accusa per De Luca è di essersi associato con altri collaboratori al fine di rappresentare nei bilanci di Caf Fenapi Srl passività inesistenti per personale, sedi e per servizi affidati ad altre società, in modo da abbattere gli utili e pagare meno tasse: un milione e 800 mila euro secondo la stima degli inquirenti negli anni compresi tra il 2009 e il 2012.

In altre parole, secondo gli inquirenti, il sindacato Fenapi e il Caf Fenapi Srl rappresentava in bilancio trasferimenti di denaro ai circoli territoriali che in realtà non avvenivano.

Il Gip De Rose, il 20 novembre del 2017, ha rivisitato la decisione della collega che il giorno dopo aver firmato l’ordinanza si è messa in maternità, revocando gli arresti domiciliari a cui era stato ristretto De Luca, e sostituendo gli stessi con l’inibizione a ricoprire cariche societarie.

Qualche giorno dopo, il 23 novembre del 2017, il Tribunale della Libertà ha letteralmente fatto a pezzi l’impianto accusatorio della Procura.

“Il compendio documentale e testimoniale mostra in maniera chiara che non c’è stata creazione di passività fittizia. Le passività ci sono e sono documentali: il Caf Fenapi Srl che incassava i contributi statali trasferiva effettivamente ai circoli risorse per pagare il personale e le sedi. E’ fuor di dubbio che i circoli svolgevano in effetti l’attività e non  si vede come si possa pensare che in presenza di attività svolta dalle strutture territoriali per conto del Caf Fenapi Srl e del sindacato Fenapi questi incassassero e poi non sostenessero i costi di chi in concreto svolgeva l’attività produttiva”, ha motivato in sintesi il Tribunale del Riesame. “Peraltro – ha aggiunto il collegio – l’Agenzia delle entrate aveva considerato assolutamente legittimo lo stesso identico modo di contabilizzare le partite contabili tra Fenapi e Caf Fenapi Srl da un lato e i circoli e le società che erogano servizi per le due entità madri dall’altro per gli anni precedenti al 2009″.

La Procura ha fatto appello in Cassazione e confermando le accuse ha chiesto il rinvio a giudizio di Cateno De Luca.

Se De Luca diventasse sindaco e poi fosse prima rinviato a giudizio e poi condannato in primo grado e in appello per associazione finalizzata all’evasione fiscale comunque non ci sarebbe la decadenza. La legge Severino non la prevede per questo reato.

IL COMMENTO: Se il centro sinistra di Pietro Navarra, Antonio Saitta e Franco De Domenico rinuncia a priori a governare la città: il “no” all’alieno Cateno De Luca meccanismo a difesa di un sistema di potere consolidato

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Da sx, Franco De Domenico, Antonio Saitta, Pietro Navarra

Da sinistra, Franco De Domenico, Antonio Saitta, Pietro Navarra

 

“Né con Cateno De Luca, né con Dino Bramanti”.

L’ultimo comunicato stampa di Pietro Navarra e Franco De Domenico, vertici del Partito democratico messinese, assomiglia alla dichiarazione di quell’uomo che per giustificarsi del fatto che inspiegabilmente non vuole sposarsi con la sua fidanzata, afferma che non si sposerà neppure con altra donna che, però, nessuna intenzione e interesse ha di sposarsi con lui, né lui con lei.

Fa sorridere e appare una decisione politicamente illogica se non incomprensibile.

Navarra, infatti, quando ancora era rettore dell’ateneo di Messina scese nell’agone politico tra le file del centro sinistra ritenendo di dover/poter dare il suo apporto di competenze e di valori al buon governo della città di Messina,

In quest’ottica è stata spiegata la candidatura (vincente) a deputato regionale del direttore generale dell’ateneo De Domenico; la sua stessa candidatura (anch’essa vincente) a deputato nazionale e da ultimo quella (però perdente) a sindaco del suo prorettore Antonio Saitta, che in realtà in politica si cimenta da anni.

“Questi valori, queste competenze”, nonostante la sconfitta alle elezioni amministrative del 10 giugno potevano comunque essere messe a disposizione della città.

Sarebbe bastato un apparentamento con Cateno De Luca, al ballottaggio sì ma senza possibilità di poter contare su un alcun consigliere, basato su dei punti programmatici concordati e Navarra, De Domenico e Saitta (sempre che De Luca fosse risultato vittorioso al secondo turno) avrebbero avuto in mano il Consiglio comunale e il potere di vita o di morte del sindaco Cateno De Luca.

Di più, avrebbero azzerato il centrodestra e, soprattutto, messo fuori gioco forse definitivamente dalla politica della città lo sponsor principale di Dino Bramanti, Francantonio Genovese, l’ex rais del Pd a Messina e Sicilia passato dal centro sinistra al centro destra dopo che la magistratura ha disvelato i meccanismi del sistema di clientele su cui si reggeva il suo consenso e quello del Pd (sulla sua responsabilità penale, da tenere separata da quella politica ed etica, si pronunceranno i giudici d’appello e quelli della Cassazione, dopo la condanna in primo grado a 11 anni)

Politicamente, dal punto di vista della sinistra ovviamente, sarebbe stato un capolavoro: un capolavoro frutto più della buona sorte che di meriti.

Infatti, nel caso di vittoria di De Luca, si sarebbe data alla città la prospettiva  di un governo più stabile e – ammettendo che ciò che disse Navarra sia fondato – più competente; il Pd amministrando bene avrebbe potuto costruire le basi per il suo reale rilancio nella comunità, anche fuori da bacino elettorale universitario.

Invece il triumvirato piddino con De Luca non ha voluto neppure iniziare le trattative.

Certo, non sarebbe stato facile “incastrare” il navigato deputato regionale. Ma almeno ci si poteva presentare agli elettori e dire: “Sul piano programmatico ci sono troppe distanze da De Luca”.

Non aver neppure voluto sedersi a un tavolo, ignorando pure che alcuni di quelli che hanno votato le liste a sostegno di Saitta hanno dato la preferenza come sindaco a De Luca, significa allora che alla base della decisione non ci sono ragioni politiche di alto livello.

Nessuno, infatti, le ha spiegate a quel 25 % di cittadini di centro sinistra che hanno votato le liste di centrosinistra: di questi solo il 18% volevano Saitta come sindaco.

Al massimo, ci può essere la speranza che De Luca se diventasse sindaco sarebbe costretto a dimettersi dopo poco tempo perché privo di consiglieri.

L’esperienza anche quella di Accorinti, rimasto in carica con due consiglieri a favore e 38 contro per 5 anni dimostra che si tratta di un’illusione. E’ facile prevedere che De Luca se eletto sindaco rimarrà in sella per 5 anni.

Insomma, la sinistra a Messina rischia quello che è capitato alla sinistra a livello nazionale dopo le ultime elezioni politiche. Non ha voluto trattare in alcun modo con il Movimento 5 Stelle un programma e ha messo quest’ultimo nelle mani di Salvini.

Il risultato? Una politica di governo lontana dai principi e valori della sinistra, con le imbarcazioni cariche di migranti bloccate per giorni in mezzo al mare.

Per certi versi è politicamente più comprensibile il no all’alleanza con De Luca da parte del Movimento cinque stelle: i pente stellati infatti possono dire che De Luca è il vecchio modo di fare politica in cui loro non si riconoscono benché abbiano candidato a sindaco Gaetano Sciacca che grazie alla vicinanza a uno dei principi del vecchio modo di fare politica, Raffaele Lombardo, ha fatto incetta di incarichi: capo del Genio civile, soggetto attuatore l’alluvione di Giampilieri con relativa gestione di centinaia di milioni di euro; commissario del Consorzio per le autostrade siciliane.

E allora se non ci sono motivazioni di tipo politico, cosa c’è che ha impedito a Navarra, Saitta e De Domenico di sedersi a un tavolo con il deputato regionale?

C’è il fatto che Navarra De Domenico e Saitta, anche per storia personale, fanno parte dello stesso blocco di potere rappresentato da Bramanti, Genovese e Germanà, ora contrappposto a De Luca.

Un blocco di potere, fatto di una decina di grandi famiglie allargate, autoreferenziale, impermeabile a ogni contaminazione che invece di includere lascia sempre più gente ai margini; che invece di lavorare per l’emancipazione dei ceti più poveri favorisce le condizioni di bisogno; che invece di assegnare le case che ci sono e sono lasciate vuote lavora per costruirne nuove.

Un blocco di potere che prende le decisioni lontano dalle sedi delle istituzioni e senza seguire metodi democratici e non si cura di cosa accade nelle periferie, se non una settimana prima delle elezioni per fare ipocrite passerelle.

Un blocco di potere, supportato da una stampa nella migliore delle ipotesi mansueta, i cui protagonisti possono pure entrare in rotta di collisione tra di loro ma che appena qualcuno mette a rischio l’intero sistema, per riflesso condizionato si ricompatta.

Non è un caso che ci siano rapporti forti personali e professionali consolidati da anni tra Navarra e Genovese, tra Saitta e  Bramanti, tra De Domenico Genovese e Bramanti, tra quest’ultimo e Giampiero D’alia, sceso in campo a sostegno di Saitta.

Nessuno di loro nella vita professionale ha mai calpestato i piedi dell’altro, anche nei casi in cui avrebbe dovuto per legge.

Cateno De Luca rappresenta l’alieno, l’uomo di paese non avvezzo ai modi felpati e borghesi dei salotti, l’uomo che Saitta e Navarra non inviterebbero a cena a casa loro, colui che potrebbe mettere a rischio gli equilibri: la scheggia impazzita.

Magari non lo è, ma per la gente rappresenta questo.

Per le persone di Camaro o del Cep rappresenta colui che è era ciò che sono loro ora e che parla la loro stessa lingua; colui che è capace di mettersi al loro livello e di non guardarli dall’alto in basso in modo schifiltoso.

Rappresenta colui che è capace di parlare loro guardandoli negli occhi, usando tono forti, anche aggressivi e violenti; colui che non legge in maniera asettica una lezioncina scritta da altri.

Uno capace di farli sentire importanti anche solo per un attimo.

Per la media borghesia esclusa dal blocco chiuso e impermeabile rappresenta chi può abbatterlo o aprire un varco o soltanto dare una schiaffo morale.

De Luca nell’immaginario collettivo rappresenta ciò che 5 anni fa rappresentava Renato Accoriniti.

Il professore di educazione fisica però ha tradito le attese: degli “ultimi”, di quelli che se lo erano rappresentato come fattore di riscatto, non si è mai ricordato.

Attratto dall’incontenibile voglia di essere protagonista, beato di tessere rappporti con chi deteneva il potere, non è stato mai fattore di squilibrio degli assetti consolidati.

Quante volte in cinque anni è andato a Cep? Mai. 

E’ stato superato finanche da Saitta e Navarra che ci sono andati una volta, due giorni prima delle elezioni, trovando la strada per arrivarci grazie a google maps.

Il CASO: Un gruppo di persone irrompe al comizio di Cateno De Luca al grido “Cateno non lo vogliamo”. Il leader? Salvatore Bonaffini, genero dell’ex commissario Mario Ceraolo, designato da Dino Bramanti assessore alla legalità. L’antefatto e il retroscena

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Cateno De Luca aveva iniziato a parlare da alcuni minuti.

Raggiante per essere giunto al ballottaggio alle elezioni per il sindaco della città, stava spiegando al foltissimo pubblico accorso a Piazza Duomo nella serata di lunedì 12 giugno che non aveva nessuna intenzione di ritirarsi come avevano ipotizzato alcuni giornalisti qualche ora dopo l’esito del voto del giorno prima.

D’improvviso nella piazza hanno fatto irruzione una ventina di aitanti giovani.

Hanno inscenato un coro da stadio: “Cateno, non lo vogliamo…non lo vogliamo”.

Gli elettori del candidato a sindaco hanno accolto il coro con i buh e con i fischi.

De Luca, invece, li ha accolto chiedendo un applauso alla folla.

Per un pò sono stati in silenzio. Poi hanno ripreso: “Cateno non lo vogliamo…Cateno non lo vogliamo…..”. E a seguire: “Messina… Messina…”.

Vedendo che insistevano e il comizio veniva interrotto, De Luca ha intonato anche lui il coro e ha chiesto per loro un altro applauso.

Poi li ha fatti avvicinare al palco: “Avete ragione….Venite cosi mi aiutate. Venite al nostro fianco”.

Loro, in fila indiana hanno attraversato la folla e si sono messi attorno al deputato regionale, guidati da colui che visibilmente era il loro leader: un uomo corpulento, con i capelli rasati e con la maglia rossa che si è posto accanto a De Luca, sigaretta in bocca, appoggiando il piede al panchetto su cui era salito De Luca per farsi vedere dalla gente che gremiva piazza Duomo.

Per altri 6, 7 minuti De Luca ha continuato il comizio: l’uomo con la maglia rossa gli è stato accanto e gli altri attorno.

Chi ha dimestichezza con le partite di calcio del Messina ha subito riconosciuto che alcuni di loro fanno parte del gruppo di tifosi detto “Testi fracidi”.

Ma non erano lì per tifare, né per chiedere a Cateno De Luca di mettere il calcio tra le priorità della sua agenda politica.

Il motivo per cui erano arrivati sino a piazza Duomo a manifestare il loro non gradimento a De Luca si è compreso qualche minuto dopo.

“Non ti posso dare la mano, mi hai chiamato mafioso”, ha detto l’uomo con la maglia rossa a De Luca che gli porgeva la mano.

“Non ho mai fatto questo e non c’entra nulla”, ha risposto De Luca.

“E’ stato un tuo candidato, alla tua presenza”, ha rincarato.

Il politico si è giustificato: “Non me ne sono manco accorto”.

“Dovevi dissociarti, dovevi dissociarti”, ha arringato con voce decisa uno del gruppo capitanato dall’uomo con la maglia rossa.

De Luca ha tagliato corto con fermezza: “Ho fatto quello che dovevo fare, ciascuno rimane della sua opinione, basta”.

A quel punto, l’uomo con la maglia rossa ha ordinato a tutti di andare via. Il gruppo ha fatto il percorso inverso aprendosi un corridoio tra la folla.

Chi è l’uomo della maglia rossa e chi è che gli ha dato del mafioso in un comizio alla presenza di De Luca?

Il retroscena

L’uomo con la maglia rossa è Salvatore Bonaffini, noto alle cronache non solo per essere il capo del gruppo più famoso dei tifosi del Messina, ma anche perché in un lontano passato è stato coinvolto in un fatto di sangue: l’omicidio di Paolo Pellegrino, il macellaio di via Del santo ucciso il 20 marzo del 1992  a venti anni.

Bonaffini, allora anche lui ventenne, non fu il killer del giovane macellaio ma ebbe il ruolo di staffetta nella preparazione dell’agguato e fu condannato con sentenza passata in giudicato a 14 anni e 6 mesi.

Tanti anni dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, Salvatore Bonaffini diventa oggetto di campagna elettorale per un motivo molto semplice: è il genero di Mario Ceraolo, il commissario di polizia da qualche mese in pensione che il candidato a sindaco del centro destra Dino Bramanti, competitor di De Luca al ballottaggio, ha indicato come assessore alla Legalità.

E’ questo rapporto di affinità con il commissario Ceraolo infatti a trascinarlo sino a Piazza Duomo, al comizio di De Luca.

Cosa era accaduto?

L’antefatto e l’imbarazzo

Gianfranco Pensavalli, giornalista e candidato a consigliere comunale nelle liste a sostegno di De Luca, nel corso di un comizio tenuto 15 giorni prima del voto ha affermato: “Bramanti ha indicato come assessore Ceraolo che altri non è se non il suocero del mafioso Salvatore Bonaffini”.

Bonaffini non è stato mai condannato per mafia e anche in relazione all’omicidio di Pellegrino la Corte d’appello ha escluso l’aggravante di aver favorito la mafia, invece riconosciuta dal giudice di primo grado, che lo aveva condannato a 20 anni.

Il commissario Mario Ceraolo – da quanto si sa tra gli addetti ai lavori – ha sin dall’inizio contrastato il rapporto della figlia con Bonaffini, al punto da tagliare completamente con la stessa tutti i rapporti per lunghi anni. Solo di recente –  pare – ci sia stato un riavvicinamento.