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Si candida a sindaco e da due mesi e mezzo non va a lavorare, ma il direttore generale dell’Irccs Neurolesi “Bonino Pulejo” Angelo Aliquò fa finta di nulla nonostante la legge. Lo strano caso dello scienziato Dino Bramanti alla guida della coalizione di centro destra nel segno della legalità. Il precedente del doppio incarico… “coperto” dall’ateneo di Messina e arenato per 8 anni in Procura

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Il candidato a sindaco Dino Bramanti                                Il direttore generale dell’Irccs Angelo Aliquò



Non è ineleggibile, né incompatibile, non secondo le norme che regolano le elezioni e governano gli enti locali.

Tuttavia, Dino Bramanti quando ha deciso di candidarsi a sindaco della città di Messina ha comunicato al direttore generale dell’Irccs Neurolesi “Bonino Pulejo”, architetto Angelo Aliquò, di autosospendersi a partire dal 27 marzo del 2018.

In pratica, di non andare a svolgere le funzioni di direttore scientifico dell’Istituto dei colli san Rizzo almeno sino alle elezioni del 10 e all’eventuale ballottaggio del 24 giugno, per un periodo dunque lungo tre mesi, in modo da potersi dedicare a tempo pieno, anima e corpo, alla campagna elettorale alla guida della coalizione di centrodestra.

Ora, se un qualunque manager di un’azienda privata facesse una comunicazione analoga a quella dell’aspirante primo cittadino, il datore di lavoro gli sospenderebbe la retribuzione e avvierebbe la procedura di risoluzione del rapporto di lavoro per grave inadempimento, salvo il caso in cui generosamente gli volesse mantenere il posto perché magari condivide e sostiene il percorso politico del suo dipendente.

Ma l’irrcs non è un’azienda privata.

Eravamo quattro amici al bar

L’Irccs è un ente pubblico abbondantemente finanziato con i soldi dei contribuenti siciliani: ogni anno nella casse della struttura (promossa dalla Fondazione Bonino Pulejo, a sua volta azionista della Gazzetta del Sud), che si dovrebbe occupare di pazienti con gravi cerebrolesioni acquisite affluiscono 26 milioni di euro per 70 posti letto attivi.

E’ un ente pubblico il cui legale rappresentante, pubblico ufficiale, ha l’obbligo di fare gli interessi della pubblica amministrazione applicando le leggi dello Stato.

Invece, il commissario straordinario Angelo Aliquò non ha battuto ciglio, come se la decisione di Bramanti fosse esercizio di un diritto assoluto ed insindacabile o una questione da gestire tra vecchi amici o in famiglia.

Non esiste infatti nell’albo pretorio dell’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico una delibera che prenda atto della comunicazione del direttore scientifico: non si è riuscito neppure a sapere se esiste una nota formale o quest’ultima non sia una semplice comunicazione orale, di quelle che si fanno ai propri parenti per metterli a conoscenza di un viaggio vacanza in località esotica.

Né esiste una delibera con cui i vertici del Neurolesi assumono provvedimenti che vadano a incidere modificandolo sul rapporto che lega Bramanti all’Irccs, primo fra tutti sull’obbligo di corrispondere la retribuzione.

Chi scrive, per scrupolo, ha mediante telefonate e mail (inviate per posta elettronica certificata) chiesto ripetutamente copia di questi provvedimenti e della nota di Bramanti al direttore generale ma si è  trovato di fronte un muro di gomma, segno tangibile dell’aria salubre di trasparenza che si respira sui colli san Rizzo.

Se questi provvedimenti non ci sono se ne deve desumere che tutto è rimasto immutato nei rapporti di dare e avere tra Irccs e Bramanti: rapporti disciplinati da un contratto di prestazione d’opera intellettuale, cui si applicano anche le norme del codice civile e, in specie, l’eccezione di inadempimento.

In base a questo contratto e alla legge da un lato “il direttore scientifico è obbligato a svolgere a tempo pieno ed esclusivo le funzioni di coordinamento e promozione dell’attività di ricerca, incarico incompatibile con qualsiasi altra attività lavorativa pubblica e privata e con qualsiasi professione”; dall’altro, l’Irccs è obbligato a corrispondergli 150 mila euro all’anno, piu o meno 13 mila euro al mese.

Nel momento in cui ha deciso di dedicarsi esclusivamente e a tempo pieno ad altra attività (la campagna elettorale) Bramanti non ha violato gravemente questo fondamentale obbligo contrattuale?

Le legge e il contratto (che rispecchia tutto quanto prevede la normativa in materia), sottoscritto da Bramanti, prevedono che “in caso di grave inadempimento o per gravi motivi il legale rappresentante dell’Irccs, previa contestazione formale dell’addebito, deve proporre al ministero della Sanità, titolare del potere di nomina, la risoluzione del rapporto”.

Il manager Angelo Aliquò non gestendo un’azienda di proprietà di famiglia non ha l’obbligo giuridico, sanzionato a sua volta in caso di omissione, di applicare la norma contrattuale e la legge?

Se ne starebbe con le mani in mano, per esempio, il direttore generale del Policlinico a cui il direttore sanitario (legato all’azienda da un contratto analogo a quello di Bramanti) comunicasse che per tre mesi si assenterà dal lavoro avendo deciso di fare un viaggio per il mondo?

E Aliquò si girerebbe disinvoltamente dall’altra parte se Bramanti si fosse candidato con una formazione politica avversa a quella che è riconducibile al presidente della regione Nello Musumeci, da cui a breve dipenderà la sua riconferma a manager della sanità?

Tra l’altro, la condotta di Dino Bramanti chiama in causa in qualche modo anche l’ateneo di Messina: proprio perché l’incarico di direttore scientifico ha natura esclusiva, lo scienziato è in aspettativa dall’Università, amministrazione di cui è dipendente. Ma l’aspettativa gli è stata concessa (e gli poteva essere concessa solo per questo) per svolgere a tempo pieno le funzioni di direttore scientifico e non certo per fare una campagna elettorale lunga tre mesi.

 

 

L’allergia “esclusiva”… alla legge

Lo scienziato Dino Bramanti già in passato ha dato ampie prove dell’allergia alla natura esclusiva delle funzioni di direttore scientifico.

Nel 2006, quando fu nominato direttore scientifico dell’Irccs Neurolesi, Bramanti era infatti docente straordinario dell’ateneo di Messina, a cui era legato da un contratto di lavoro a tempo pieno ed esclusivo: aveva appena vinto un concorso per ordinario di anatomia benché il campo di azione dell’Istituto dei colli San Rizzo fosse da sempre la neurologia.

Tuttavia, benché la legge sugli Irccs del 2003 stabilisse in maniera chiara e inequivocabile la natura esclusiva dell’incarico di direttore scientifico (e in questo senso nel 2004 si era pronunciato perentoriamente il Consiglio di stato e la legge finanziaria del 2007), Bramanti firmò il contratto con il legale rappresentante dell’Irccs Neurolesi Raffaele Tommasini, avvocato e docente universitario, impegnandosi a svolgere le incombenze di coordinatore della ricerca scientifica in cambio di 130 mila euro all’anno (l’indennità di allora).

Insomma, il candidato a sindaco del centro destra per due anni si impegnò contemporaneamente a tempo pieno e a regime esclusivo con Irccs e Università di Messina: la stessa situazione di illegalità in cui si trova un uomo che si sposa con due donne contemporaneamente, assumendo l’obbligo giuridico di fedeltà sia nei confronti dell’una che dell’altra.

Lo scienziato così cumulò per due anni, in palese violazione di legge, gli emolumenti di docente universitario, che gli venivano accreditati di mese in mese sul conto corrente, e quelli di direttore scientifico, che andava maturando come credito ma che prudentemente non si faceva liquidare.

Fu il settimanale Centonove in una serie di articoli firmati da Michele Schinella a denunciare (tra le altre cose) la violazione del divieto di cumulo da parte di Dino Bramanti.

A seguito degli articoli, l’Università all’epoca guidata dal rettore Franco Tomasello chiese un parere all’Avvocatura dello Stato che dopo quattro mesi, a maggio del 2008, si trovò d’accordo con la legge e con il settimanale, imponendo a Bramanti di mettersi in aspettativa dall’ateneo.

Negli stessi giorni della primavera del 2008 sui colli san Rizzo giunsero i Nas dei carabinieri che oltre a riscontrare una serie di carenze igieniche, strutturali e organizzative che facevano a pugni con l’etichetta di eccellenza strombazzata ad ogni pie sospinto da Bramanti e ripresa da addetti stampa che si spacciano per giornalisti, rilevò il doppio incarico e lo denunciò in informative di reato alla Procura della Repubblica di Messina, ipotizzando l’ abuso d’ufficio, il falso e la truffa.

A quel punto Bramanti, finito nella morsa di un’inchiesta penale insidiosa, rinunciò attraverso apposite dichiarazione all’Ufficio provinciale del Lavoro, ai 260 mila euro di credito che vantava nei confronti del Neurolesi.

Il risultato fu degno di una delle migliori opere di Pirandello: Bramanti fu pagato per due anni dall’Università per la quale non aveva lavorato, né poteva farlo visto che svolgeva l’incarico di direttore scientifico sui colli san Rizzo; e invece non fu materialmente pagato dall’irccs, ente per cui aveva realmente lavorato.

L’università… spettatrice collusa

L’università degli studi di Messina (all’epoca rettore era Franco Tomasello e il direttore amministrativo era Pino Cardile) che aveva pagato per due anni un docente che non aveva svolto attività di professore universitario fece orecchie da mercante, non assumendo alcun provvedimento: né di richiesta della restituzione di quanto corrisposto (qualcosa come 100 mila euro); né l’attivazione di procedimenti disciplinari che in altri atenei per casi simili (basta guardare nella giurisprudenza dei giudici amministrativi) avevano portato alla decadenza dal ruolo di docente.

L’inchiesta penale arenata e le perle di diritto

L’inchiesta penale sul doppio incarico fu affidata al sostituto procuratore del Tribunale di Messina Anna Maria Grazia Arena.

Il fascicolo, aperto a giugno del 2008 a seguito dell’informativa dei Nas dei carabinieri, aveva come indagati  Dino Bramanti e Raffaele Tommasini solo per il reato di abuso di ufficio, il meno grave di quelli rilevati dai carabinieri.

Per 7 anni il fascicolo rimase fermo, riposto in un angolo degli uffici della Procura.

Non fu fatta alcuna attività di indagine: né ce n’era bisogno, visto che tutto era stato documentalmente accertato dai carabinieri.

Duemila e 500 giorni dopo, il 24 aprile del 2015, con il reato di abuso d’ufficio ampiamente prescritto, il pubblico ministero chiese l’archiviazione.

Le due pagine di motivazioni sono davvero interessanti: “Non può configurarsi il reato perché manca il danno patrimoniale (elemento costitutivo della fattispecie di reato, ndr) all’Irccs, visto che Bramanti ha rinunciato agli emolumenti”, ha scritto il pm Arena, che non è stata minimamente sfiorata  dal dubbio che il reato potesse essere configurato nella forma tentata.

E il danno patrimoniale nei confronti dell’Università?

Il pubblico ministero Arena nel rispondere a questa domanda ha prodotto un’argomentazione che poco si concilia con il buon senso, giusto per non scomodare il diritto: “L’Università non ha mai inteso recuperare gli stipendi, quindi non può assumere la veste di persona danneggiata avendo dato causa con il suo comportamento alla realizzazione del danno. Pertanto non si ravvisano elementi di reato”.

Quindi – a seguire il raffinato ragionamento giuridico del magistrato della Repubblica italiana – poiché il rettore e il direttore amministrativo dell’ateneo (e non certo l’Istituzione  l’Università) non hanno fatto il loro dovere a livello amministrativo e anzi con il loro comportamento hanno facilitato il danno all’Istituzione Università, invece di ritenere gli stessi concorrenti nel reato se non addirittura autori di altro reato in forma omissiva come vorrebbero la logica e i principi di diritto, va concluso che il reato contestato a Bramanti e Tommasini non sussista.

In conclusione, per il pm Arena un’illegalità ha annullato un’illegalità precedente.

Il Giudice per le indagini preliminari Salvatore Mastroeni, ex marito della pm Arena, tre mesi dopo ha accordato l’archiviazione: in 5 righe scritte a penna ha dichiarato “di condividere il ragionamento del sostituto della Procura”.

 

 

 

 

 

 

L’OPINIONE. Il sondaggio della discordia: accuse, sospetti e dietrologie, ma nessuno si accorge che quello di Tempostretto è innanzitutto fuorilegge. Il paradosso dell’arbitro che non applica le regole fondamentali ed espelle il candidato Cateno De Luca “entrato a gamba tesa”

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Nei giorni scorsi, un gruppo di sostenitori di Renato Accorinti, pur ritenendo “assolutamente discutibile la scelta editoriale”, si sono affannati a chiedere a tutti i simpatizzanti di partecipare in massa al sondaggio della testata giornalistica on line Tempostretto per far risalire in classifica il sindaco in carica ed evitare che venisse penalizzato alle urne, alle elezioni del prossimo 10 giugno, per l’effetto trascinamento, fenomeno che porta gli indecisi a votare per colui che risulta avanti nei sondaggi.

Il 27 maggio, Cateno De Luca, uno dei sette candidati a sindaco, al termine di un confronto rovente con gli avversari politici organizzato dalla stessa testata, ha accusato la direttrice di Tempostretto, Rosaria Brancato, di non aver pubblicato il risultato finale del sondaggio (ciò che era previsto per il 24 maggio) perché egli stesso sarebbe risultato il primo in classifica.

La direttrice si è giustificata parlando di hackeraggio e accusando nella sostanza il deputato regionale di aver fatto affluire moltissimi voti dalla provincia, cioè dai comuni di Fiumedinisi, Furci, Santa Teresa di Riva, in cui egli gode di maggioranza plebiscitaria, alterando così il risultato del sondaggio (dalla sua stessa testata organizzata). 

Il giurista Marcello Scurria, nel 2005 sostenitore del vittorioso Francantonio Genovese (all’epoca di sinistra, almeno formalmente); nel 2008 di Giuseppe Buzzanca, candidato di destra; nel 2013 vicino a Renato Accorinti , quando il professore di educazione  fisica la spuntò al ballottaggio; e ora – da quel che si capisce – simpatizzante di De Luca, ha sfidato pubblicamente la proprietà di Tempostretto chiedendo che spieghi “come e perché si sia verificato l’attacco di hacker che ha impedito la pubblicazione, essendo comunque ormai entrati negli ultimi quindici giorni dal voto in cui è vietato pubblicare i risultati del sondaggio”.

Nessuno, nessuno dei candidati, nessuno degli esperti di diritto e di politica che ronzano attorno a loro pregustando incarichi di sottogoverno, si è avveduto che il sondaggio della testata on line non è tanto “assolutamente discutibile”, per usare l’espressione degli Accorinti’s boys, ma è innanzitutto fuorilegge.

E’ fuorilegge al pari di un sondaggio fatto e pubblicato negli ultimi 15 giorni precedenti alle elezioni.

Lo stabilisce la stessa norma dell’articolo 8 della medesima legge n° 28 del 2000, quella  che vieta la pubblicazione dei sondaggi nelle ultime 2 settimane prima del voto.

Per la legge, quello di Tempostretto non può essere definito sondaggio e già solo per questo, per l’uso di questa (ingannevole) definizione, al di là del periodo in cui viene pubblicato, si pone in contrasto con legge.

Il “Regolamento in materia di pubblicazione e diffusione dei sondaggi sui mezzi di comunicazione di massa” sul punto (articolo 2, comma 2) è chiarissimo; e lo è proprio per impedire la manipolazione del consenso politico e l’alterazione del risultato della competizione elettorale.

Per questi motivi, il sondaggio per essere presentato come tale ai cittadini/elettori deve rispondere a requisiti dettagliatamente disciplinati dalla normativa ed è soggetto a una serie di procedure e controlli.

Parlare di un sondaggio che è stato truccato “votando da ogni parte d’italia”, come ha accusato la direttrice di Tempostretto, è una contraddizione in termini.

Sarebbe bastata una semplice segnalazione all’Autorità garante della Comunicazione (Agcom) e il sondaggio (o sedicente tale), i cui risultati parziali venivano di giorno in giorno pubblicati, sarebbe stato sanzionato, come è accaduto in passato – basta guardare nella banca dati dell’Agcom – per “manifestazioni di opinioni” spacciate subdolamente per sondaggi da altre testate giornalistiche.

Invece, a Messina, il sondaggio è diventato motivo di discordia, dietrologie, polemiche,  accuse incrociate e sospetti di manipolazione.

E’ come se, per fare una metafora per nulla poetica, gli allenatori di due squadre di calcio avversarie, a fronte di un arbitro che fischia i calci di rigore per falli avvenuti a centrocampo, invece di far rilevare e protestare perché sta clamorosamente violando un principio basilare del regolamento, consigliassero ai propri calciatori di farsi fare fallo in qualunque zona del rettangolo di gioco, salvo poi accusare l’arbitro di non essere super partes perché talvolta il rigore lo accorda e talvolta no.

In questa vicenda è successo qualcosa di ancora più paradossale: è stato lo stesso arbitro, ovvero, per rimanere alla metafora, chi ha organizzato il sondaggio e ne è il responsabile, a contestare ai calciatori di una squadra di aver cercato di truccare il risultato della partita, tentando di indurlo in errore.

E, infatti, l’arbitro, che per primo ha violato le regole fondamentali del gioco, ha espulso De Luca, reo di essere entrato a gamba tesa, infrazione veniale, a ben vedere, in una partita in cui non si era certi neppure di quale fosse l’area di rigore.

Insomma, uno spettacolo deprimente e un responso oggettivamente (questo si) impietoso.

Se ne è accorto, quasi indignato, il candidato del Movimento 5 Stelle Gaetano Sciacca, presente alla lite tra De Luca e Brancato.

L’ex capo del Genio civile, per anni politicamente vicino al Governatore Raffaele Lombardo che tutto si può dire tranne sia stato l’emblema di un modo di fare politica scevra da logiche di potere clientelare, è impegnato ad accreditarsi come uomo della politica nuova, della politica del fare: “Alla gente non frega nulla di queste discussioni”, ha affermato. 

 

Ufficio stampa del Comune, il Ministero degli Interni boccia il riconoscimento a Sergio Colosi della qualifica di Caporedattore e la triplicazione del suo stipendio. Vanificata l’operazione voluta dal sindaco Accorinti, ma avallata dal segretario generale Le Donne, dal dirigente Bruno e dal legale esterno di palazzo Zanca Santa Chindemi. Che avevano ignorato la Corte costituzionale e la Cassazione

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Sergio Colosi

Sergio Colosi

“Non è possibile inserire nella pianta organica posti riferiti a contratti di natura privatistica, ma solo posti previsti dal contratto collettivo degli enti locali”.

L’operazione era stata voluta fortemente dal sindaco Renato Accorinti.

Aveva trovato il puntello in un parere da parte del legale esterno Santa Chindemi.

Si era tradotta in un regalo (contenuto in una delibera di Giunta) che avrebbe triplicato lo stipendio del giornalista Sergio Colosi: a quest’ultimo, infatti, era stata riconosciuta la qualifica di caporedattore; Palazzo Zanca dal canto suo avrebbe subito un danno da centinaia di migliaia di euro.

Il Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali, però, ha bocciato l’operazione, ribadendo un principio elementare già affermato dalla Corte costituzionale e dalla Cassazione.

Negli enti locali della Repubblica italiana possono applicarsi solo le norme e la qualifiche previste dal Contratto collettivo del Comparto Enti locali (sottoscritto da Aran e organizzazioni sindacali) e non certo quelle del Contratto di natura privatistica sottoscritto da organizzazioni sindacali dei giornalisti e da quelle degli editori, quale è quello di caporedattore.

E’ questo un principio elementare, specie per gli addetti ai lavori, di diritto del lavoro.

In Sicilia si è cercato di mettere nel nulla attraverso una legge regionale dichiarata incostituzionale nel maggio del 2007 e quindi eliminata dall’ordinamento giuridico; e da un successivo accordo tra Assostampa Sicilia e dell’Anci Sicilia e dell’Upr Sicilia (organi di rappresentanza politica di Comuni e Province), elusivo della pronuncia della Corte costituzionale e, comunque, di nessun valore giuridico vincolante per gli enti locali.

Eppure, a Palazzo Zanca il sindaco Accorinti, i componenti della Giunta (alcuni dei quali docenti universitari), il dirigente del Comune Giovanni Bruno e il segretario generale/direttore generale Antonino Le Donne, ciascuno dei quali ha avuto una parte determinante nell’operazione, di questi principi avevano fatto carta straccia, confezionando un’apposita delibera di Giunta che aveva fatto la felicità di Sergio Colosi, assistito nella vicenda dalla giurista Aurora Notarianni.

Tutti sono stati ora bocciati dal ministero degli Interni.

Non che fosse necessario scomodare i dirigenti del Viminale.

La vicenda era stata raccontata dal servizio a firma Michele Schinella dal titolo: “Ufficio stampa del Comune, il generoso regalo di Renato Accorinti a Sergio Colosi. Il sindaco induce la Giunta a deliberare l’applicazione del vantaggioso contratto dei giornalisti, in barba alla legge, alla Corte costituzionale e alla Cassazione. Per Palazzo Zanca un salasso non dovuto di 80 mila euro all’anno. Il precedente di Attilio Borda Bossana”.

La bocciatura dell’operazione a favore di Colosi certifica l’illegalità del sontuoso trattamento riservato per anni ad Attilio Borda Bossana, il precedessore di Colosi alla guida dell’ufficio stampa del Comune.

A Borda Bossana, geometra assunto dal Comune peraltro senza concorso, era stato riconosciuto sin dal 2000 il Contratto dei giornalisti con qualifica di caporedattore (la stessa che avrebbe voluto Colosi).

Ciò gli ha assicurato un retribuzione annua di 120 mila euro e, nel 2013, al momento del pensionamento un Trattamento di fine rapporto da manager delle grandi aziende private.

Il settimanale Centonove in una serie di articoli a firma di Michele Schinella pubblicati tra il 2010 e il 2011 denunciò come questo fosse illegale e fonte di grave danno erariale, ma tutti a palazzo Zanca fecero finta di nulla.

 

 

 

Ufficio stampa del Comune, il generoso “regalo” di Renato Accorinti a Sergio Colosi. Il sindaco induce la Giunta a deliberare l’applicazione del vantaggioso contratto dei giornalisti, in barba alla legge, alla Corte costituzionale e alla Cassazione. Per palazzo Zanca un salasso (non dovuto) di 80 mila euro all’anno. Il precedente di Attilio Borda Bossana

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Sergio Colosi

Sergio Colosi

 

La Corte costituzionale e la Corte di Cassazione hanno stabilito che ai componenti degli uffici stampa degli enti locali della Sicilia non è dovuta l’applicazione del vantaggioso contratto collettivo dei giornalisti professionisti. E vada loro applicato quello degli Enti locali, come accade d’altro canto nel resto d’ Italia.

Il sindaco di Messina, Renato Accorinti, e i componenti della Giunta che guida, però, del giudice delle leggi e del massimo organo della giurisdizione se ne sono infischiati.

Hanno così “regalato” al funzionario del Comune Sergio Colosi un contratto di giornalista con qualifica di capo redattore che, a seconda dell’anzianità di servizio, può arrivare a costare per Palazzo Zanca solo di stipendio base circa 120 mila euro all’anno, più o meno 80 mila euro in più di quanto Colosi avrebbe diritto a percepire.

Il regalo è contenuto in una delibera della Giunta voluta fortissimamente da Renato Accorinti.

Ha la forma di una transazione che costerà negli anni a Palazzo Zanca centinaia di migliaia di euro e garantirà a Colosi uno stipendio e un Trattamento di fine rapporto triplo rispetto al dovuto e in misura eguale a quelli di un giornalista che ha la responsabilità di pensare in tempi ristretti un giornale, di coordinare di decine di redattori, di pagare risarcimenti danni per diffamazione: nulla a che vedere con gli impegni di un capo ufficio stampa di un Comune.

L’uso del tempo indicativo futuro è obbligatorio perché dopo l’approvazione della delibera, l’iter che avrebbe concretamente fatto sorridere il giornalista ha avuto una battuta di arresto: l’accordo transattivo a cui la Giunta aveva dato il via libera di fatto non è stato ancora firmato.

 

Trattative sotto traccia

La delibera della Giunta (che ha la firma di regolarità contabile del Segretario generale Antonino Le Donne e di regolarità tecnica del dirigente Giovanni Bruno) è dell’estate: reca il numero 462 ed è del 29 giugno del 2017.

Ma a monte vi è un frenetico lavoro sottotraccia sollecitato da alcuni esponenti dell’organizzazione sindacale dei giornalisti Assostampa (tra questi si è distinto Massimo Passalacqua in versione esperto di diritto) e da diversi “consigliori” del primo cittadino, che hanno preso a cuore la battaglia di Colosi.

Quest’ultimo, infatti, a capo dell’ufficio stampa del Comune  sin dall’insediamento del sindaco Accorinti (giugno del 2013), il 27 agosto del 2015 si è rivolto al Tribunale del Lavoro perché gli venisse riconosciuta la qualifica di capo redattore in applicazione del Contratto collettivo dei giornalisti con richiesta di 45 mila euro di differenze retributive. Aurora Notarianni, sino a due mesi fa assessore regionale ai Beni culturali, il suo legale. Il Comune si è affidato alla competenze di Santa Chindemi, dello studio legale che fu di Angelo Falzea, accademico dei Lincei.

 

Messina, 21/10/2013: il sindaco Renato Accorinti.

Il sindaco Renato Accorinti.

Il cuore di Accorinti batte…. per Colosi

Renato Accorinti, pur alle prese con innumerevoli problemi e con i disastrati conti del Comune, si è innamorato così tanto della causa di Colosi che l’ 1 dicembre del 2016 ha preso carta e penna e ha scritto all’Avvocatura e al Dipartimento risorse umane: “Proponete una soluzione per la definizione del contenzioso”.

La soluzione già trovata dal sindaco e da Colosi è in una transazione: Colosi rinuncia a tutti gli arretrati che gli spetterebbero se gli fosse stato applicato il contratto di giornalista sin dall’inizio della sua avventura all’Ufficio stampa e che aveva chiesto al giudice del Lavoro, il Comune gli applica dal momento della firma della transazione il contratto di caporedattore.

Il dirigente dell’Avvocatura Giovanni Bruno il 7 dicembre del 2016  chiede un parere prognostico sull’esito della causa al legale Chindemi.

Tuttavia, il 3 aprile del 2017, prima ancora che il parere dell’avvocata giungesse, Accorinti manifesta la sua determinazione e, come se già fosse sicuro dell’esito del parere, scrive al Segretario generale, Antonino Le Donne: “E’ intenzione dell’amministrazione cessare la materia del contendere e applicare a Colosi il Contratto dei giornalisti”

Il parere del legale del Comune di Messina, Santa Chindemi, giunge un mese e mezzo dopo, il 17 maggio del 2017: è paradossale, quasi degno del miglior Pirandello, e appare confezionato in maniera tale da accontentare la volontà palese di chi l’aveva chiesto.

“Il Comune per legge e per dictum della Corte costituzionale non può applicare il Contratto dei giornalisti a Colosi e in punto di diritto sono convinta che abbia ragione da vendere come ho rappresentato nelle memorie difensive; ma di recente ci sono state alcune pronunce di Giudici siciliani di primo grado che hanno detto cose diverse. Quindi il Comune potrebbe anche perdere la causa“, ha scritto in sintesi il legale. “Pertanto, si ritiene possibile valutare positivamente l’ipotesi transattiva allo studio“, ha concluso l’avvocata.

Due giorni dopo, il 19 maggio del 2017, l’avvocata Notarianni ribadisce ufficialmente la disponibilità alla transazione.

Il sindaco Accorinti, senza tenere in nessuna considerazione che in ogni caso il potere di transazione che impegna economicamente gli enti pubblici è sottoposto dalla Corte dei conti a limiti molto stringenti, non perde tempo.

Il 25 maggio 2017 ordina al Segretario generale che si proceda con lo schema di transazione da sottoporre all’approvazione della Giunta.

Nel frattempo, la causa davanti al giudice del Lavoro è stata rinviata per due volte  (la prossima udienza è fissata al 2 febbraio prossimo) proprio in attesa che la transazione venga firmata e così dichiarata cessata la materia del contendere.

La Corte di Cassazione dixit

L’avvocata Chindemi si è fermata ad alcune decisioni dei giudici di primo grado siciliani, ma non ha citato la sentenza della Corte Cassazione numero 488 del 2017.

Depositata nella cancelleria l’11 gennaio del 2017 è di 4 mesi prima che rendesse il parere.

Con questa pronuncia, il massimo organo della giurisdizione ha annullato la sentenza della Corte d’appello di Messina che, confermando quella del Tribunale, aveva riconosciuto a Maria Flavia Carilli, in forza all’ufficio stampa della Provincia regionale di Messina, l’applicazione del contratto di giornalista sulla base delle stesse argomentazioni giuridiche su cui poggia il ricorso proposto da Colosi.

Il precedente di Attilio Borda Bossana

Prima di Sergio Colosi, alla guida del ufficio stampa del Comune c’era Attilio Borda Bossana, entrato nell’organico del Comune senza alcun concorso. Collaboratore esterno di Palazzo Zanca sin dal 1980, Borda Bossana nel 1999 ne divenne dipendente in palese violazione dell’articolo 97 della Costituzione.

Grazie a un delibera voluta dal vicesindaco di allora Giampiero D’alia e avallata dal segretario generale Filippo Ribaudo non solo divenne dipendente ma gli fu da subito applicato il contratto di caporedattore.

A cavallo tra 2011 e il 2012, Il settimanale Centonove in una serie di articoli a firma di Michele Schinella raccontò come a Borda Bossana in violazione di legge fosse garantito un trattamento mensile medio di 10 mila euro per 13 mensilità.

Insomma, Borda Bossana (titolo di studio geometra), era il dipendente più pagato di Palazzo Zanca, più di qualsiasi dirigente.

Il sindaco Giuseppe Buzzanca a seguito degli articoli chiese un parere al collegio di difesa, presieduto da Francesco Marullo. Quattro componenti si astennero perché intimi amici di Borda Bossana.

Il parere giunse. Il dirigente del Personale Giuseppe Mauro lo ritenne “incomprensibile e contraddittorio”. Ne chiese uno a chiarimento. Arrivò sul tavolo di Provvidenza Castiglia, dirigente che nel frattempo sostituì Mauro, ma fu secretato.

Qualche mese dopo Giuseppe Buzzanca si dimise.

A ottobre del 2012 a palazzo Zanca giunse il commissario Luigi Croce, ex capo della procura di Messina.

Borda Bossana premiato da Croce

Attilio Borda Bossana (a sx) premiato da Luigi Croce

Una mano lava l’altra…

Passarono 6 mesi e il primo maggio del 2013 Attilio Borda Bossana si mise in pensione, a 62 anni.

A lui andò un trattamento di fine rapporto e una pensione che se non gli fosse stato applicato il contratto dei giornalisti si sarebbe sognato.

Quindici giorni dopo, il 14 maggio del 2013, con delibera numero 47, il commissario Croce eliminò la figura professionale di capo redattore dall’organigramma del Comune e la sostituì con quella di giornalista inserendola nella categoria D3 del Contratto degli enti locali: così come viene fatto in tutti i Comuni d’ italia.

Tuttavia, l’ex magistrato Croce nessuna iniziativa giuridica intraprese per fare chiarezza sul diritto di Borda Bossana di ricevere emolumenti da manager di un’azienda privata.

L’amministrazione Accorinti, che si trovò per le mani la spinosa questione del sontuoso trattamento di fine rapporto reclamato da Borda Bossana, fece a sua volta finta di nulla.

E alcuni anni dopo, mettendo nel nulla pure l’operato del commissario Croce, si appresta, a fine legislatura, a fare di Colosi il nuovo Borda Bossana.

Eppure, che Colosi ora (e Borda Bossana prima) non abbia alcun diritto all’applicazione del Contratto dei giornalisti e alla qualifica di caporedattore e per contro il Comune abbia l’obbligo di non applicarlo a pena di responsabilità contabile, lo ha stabilito indirettamente la sentenza della Corte di Cassazione che si è pronunciata su Maria Flavia Carilli.

 

La vicenda in punto di diritto

Per chi ha un minimo di tempo e di dimestichezza con il diritto e non cade (come talvolta anche taluni giudici) nelle trappole fumose tese da avvocati e giornalisti in cerca di privilegi (dopo aver criticato quelli dei politici) la vicenda è di una semplicità disarmante.

La legge nazionale n° 150 del 2000 ha previsto che “Le amministrazioni pubbliche possono (non devono, ndr) dotarsi di un ufficio stampa“.

Per ciò che attiene specificamente la vicenda che riguarda il trattamento economico e giuridico tra gli altri di Colosi, ha precisato che: “Negli uffici stampa l’individuazione e la regolamentazione dei profili professionali sono affidate alla contrattazione collettiva nell’ambito di una speciale area di contrattazione, con l’intervento delle organizzazioni rappresentative della categoria dei giornalisti. Dall’ attuazione del presente comma non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica“.

In Sicilia, tuttavia, un legislatore molto attento alle esigenze economiche dei giornalisti emanò una serie di norme nel tentativo di anticipare il contenuto dell’Accordo tra le parti sociali stabilendo in sintesi che: “Ai giornalisti degli uffici stampa degli enti locali siciliani si applica il contratto collettivo dei giornalisti e la qualifica di caporedattore

Queste norme regionali furono spazzate via dalla Corte costituzionale che con sentenza  189 del 5 giugno 2007 ha ribadito in maniera molta chiara un principio pacifico nella giurisprudenza: “I rapporti di lavoro alle dipendenze della pubblica amministrazione per legge sono regolate dalla contrattazione collettiva al fine di garantire su tutto il territorio nazionale uniformità di trattamento dei lavoratori. Questo principio si impone anche nelle regioni a statuto speciale e quindi limita la potestà legislativa esclusiva della regione Sicilia“, ha concluso la Consulta.

In altre parole, in omaggio al principio costituzionale di uguaglianza non può accadere che il componente dell’ufficio stampa del Comune di Roma guadagni 4 mila euro lordi al mese e quello di Messina arrivi a 10 mila: i dati sarebbero quelli reali se la delibera di Giunta fosse attuata a favore di Colosi.

E’ per evitare queste discriminazioni e per consentire un controllo da parte del Governo e della Corte dei conti sulla spesa pubblica che è stata creata l’Aran (Agenzia per la rappresentanza negoziale), unico organismo che per legge ha la rappresentanza delle pubbliche amministrazioni ai fini della firma dei Contratti collettivi di lavoro e può dunque validamente vincolarle.

L’Aran non ha mai sottoscritto un accordo con le organizzazioni rappresentative di categoria dei giornalisti, che avrebbe comunque il limite di non dover determinare nuovi oneri per le finanze pubbliche.

E, dunque, in tutta Italia ai giornalisti che fanno parte dell’ufficio stampa dei Comuni e delle Province si applica il contratto degli enti locali.

L’Accordo di Pulcinella in terra siciliana

La decisione della Corte costituzionale non piacque all’Assostampa Sicilia e cosi si cercò subito il modo per aggirarla.

Il 24 ottobre del 2007 a Palermo si riuniscono per le parti pubbliche: l’assessore regionale alla Presidenza, Mario Torrisi; il presidente dell’Associazione dei Comuni (Anci) della Sicilia; il segretario dell’Unione regionale provincie siciliane (Uprs); per le parti private: il segretario dell’Associazione stampa siciliana (Assostampa) e il presidente della Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi).

Stipulano un Contratto.

L’Accordo in sostanza ripristina il principio che la Corte costituzionale aveva spazzato via dall’ordinamento giuridico: ovvero l’applicazione del Contratto dei giornalisti ai componenti degli uffici stampa degli enti locali.

Per tentare di ammantarlo della forza di fonte del diritto, l’Accordo fu pure pubblicato nella Gazzetta ufficiale della regione Sicilia

E’ su questo Contratto che fanno leva le cause proposte in tutta la Sicilia da vari giornalisti in forza all’ufficio stampa dei Comuni (e dallo stesso Sergio Colosi) o delle Province (è il caso di Maria Flavia Carilli) per vedersi riconoscere il trattamento di giornalista.

Il tema determinante su cui alcuni giudici, aiutati talvolta da distratti difensori degli enti enti locali, si sono incartati è proprio questo.

Che efficacia vincolante ha questo Accordo?

Non ci vuole molta competenza per capire che non ne ha alcuna: basti solo osservare che metterebbe nel nulla il principio di uniformità di trattamento richiamato dalla Corte costituzionale.

Può l’Associazione (politica) dei comuni siciliani o l’Unione (politica) regionale delle province siciliane vincolare una pubblica amministrazione nel trattamento giuridico ed economico dei dipendenti dei comuni o delle province? Può l’organo politico Assessore regionale vincolare la regione Sicilia? Certo che no.

Alessandro Garilli, ordinario di diritto del Lavoro all’Università di Palermo, chiamato in causa anni fa sul tema, ha dato la sua autorevole opinione: “E’ carta straccia. E’ stato sottoscritto da chi non ha nessuna competenza a rappresentare i Comuni e le Province o la regione Sicilia. Questa legittimazione spetta solo all’ Aran nazionale per comuni e le province, e all’Aran Sicilia per la Regione”.

Se per assurdo….

Ma, in ipotesi, si consideri pure (per assurdo) che l’Accordo sia vincolante e cioè che chi lo ha sottoscritto avesse legittimazione a farlo impegnando le pubbliche amministrazioni.

Basta dare una lettura attenta al testo per scoprire che è lo stesso Accordo a stabilire  all’articolo 1 che” l’applicazione riguarda il personale degli enti di cui all’articolo 1 della legge regionale 10 del 2000″: è facile, leggendo quest’ultima norma avvedersi che si tratta della “Regione e degli enti sottoposti a controllo o vigilanza delle Regione”.

Quindi per andare al caso di Colosi, il Contratto del 24 ottobre 2007 all’ente Comune neppure si potrebbe applicare.

Ma c’è di più.

E’ sempre lo stesso Accordo (art. 2) a disporre che “l’operativa dello stesso è subordinata alle contrattazioni integrative aziendali”. Che al Comune di Messina non sono state mai fatte e dunque mai potrebbe Colosi invocare davanti ai giudici il Contratto con successo.

Infatti, è la stessa Corte di Cassazione nella sentenza che ha riguardato la Carilli a dichiarare che questo Accordo non abbia alcuna efficacia vincolante per le amministrazioni pubbliche siciliane.

Donatella Sindoni non è più consigliere comunale, al suo posto subentra Giuseppe Siracusano. Anche per la Corte d’appello non era eleggibile. La sentenza è immediatamente esecutiva. Naufragano le tesi del legale Antonio Catalioto. Il caso sollevato da un servizio giornalistico.

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Antonio Catalioto e Donatella Sindoni

Antonio Catalioto e Donatella Sindoni

Donatella Sindoni non era eleggibile ed è sostituita da Giuseppe Siracusano.

La corte d’appello di Messina si trova d’accordo con il Tribunale e decreta la decadenza dal Consiglio comunale della biologa prestata alla politica.

Nel contempo, dispone che il suo posto venga ricoperto dal primo dei non eletti della lista cui apparteneva alle elezioni amministrative del 2013.

Non potendo essere Giovanni Cocivera, che nel frattempo è finito prima agli arresti e poi sotto processo per gravi reati connessi alla sua professione di ginecologo, i giudici hanno decretato che temporaneamente il nuovo consigliere comunale sia Giuseppe Siracusano, di professione avvocato.

Dura lex… sed lex

Il provvedimento della Corte d’appello, pubblicato qualche minuto fa, per la legge è immediatamente esecutivo e dunque la Sindoni non è più da considerasi appartenente al civico consesso.

Donatella Sindoni al momento in cui è stata eletta nel giugno del 2013 era ineleggibile, benché avesse dichiarato di non avere alcuna causa di ineleggibilità all’atto della presentazione delle candidature.

Era, infatti, titolare di un laboratorio di analisi convenzionato con l’Asp 5 di Messina: ciò che la legge regionale e nazionale vietavano e vietano.

La stessa consigliera, peraltro, aveva occupato lo scranno di consigliere comunale tra il 2005 e il 2006 pur essendo allo stesso modo ineleggibile.

La Corte d’appello si è trovata d’accordo con il Tribunale, che aveva sancito la ineleggibilità della Sindoni già il 2 febbraio del 2016.

Ancora prima, il 30 giugno del 2016, l’Ufficio legale e legislativo della Regione, massimo organo di consulenza giuridica degli enti locali siciliani, aveva dichiarato la consigliera ineleggibile.

L’ineleggibilità era stata sollevata, un anno prima, il 22 giugno del 2015,  da un servizio giornalistico a firma di Michele Schinella pubblicato sul blog www.micheleschinella.it dal titolo “Occupa lo scranno di consigliere comunale ma era ineleggibile. Lo strano caso di Donatella Sindoni”.

Tuttavia, nonostante fosse chiaro e palese che la Sindoni non si potesse candidare alle elezioni del 2013, è rimasta in carica sino a pochi mesi dalla scadenza del mandato  grazie ai ritardi e alle indecisioni del segretario generale del Comune Antonino Le Donne e al comportamento di gran parte dei consiglieri comunali, che all’atto di votare la decadenza non si sono presentati al voto come è accaduto da ultimo hanno ritirato la firma sulla proposta di delibera della decadenza (vedi servizio).

Una difesa…eccezionale

Assistita dal suo legale Antonio Catalioto, le cui tesi sono state spazzate via da due organi giurisdizionali della repubblica italiana e prima ancora dal massimo organo di consulenza giuridica della regione, la consigliera le ha provate tutte (conferenze stampa comprese)  pur di rimanere incollata allo scranno che per legge non poteva occupare, riuscendo a guadagnare mesi e mesi di carica e di gettoni di presenza.

La consigliera infatti pur di impedire al Consiglio comunale di votare sulla sua ineleggibilità a poche ore dal voto denunciò in Procura il segretario generale Le Donne e minacciò di denunciare i colleghi consiglieri.

Tutta la vicenda, dipanatosi per due anni e mezzo, è illustrata nel servizio, sempre a firma di Michele Schinella, dal titolo “Caso Sindoni: “Il segretario generale Le Donne sotto accusa e denunciato in Procura. L’avvocato Scurria ispira il vicesegretario del Comune Interdonato. Ma le tesi del legale non stanno in piedi. Come quelle del collega Catalioto”

 

 

 

 

 

 

 

IL COMMENTO. Se l’Università diventa teatro di propaganda elettorale, in barba alla sua natura di istituzione neutrale e super partes e alla par condicio tra i candidati

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Franco De Domenico

Franco De Domenico

 

“Al termine dei lavori del Consiglio, il direttore generale Franco de Domenico, avrà il piacere di incontrare il personale docente e tecnico amministrativo del Dipartimento”.

La postilla è contenuta in calce all’ordine del giorno del Consiglio di Dipartimento di Scienze cognitive convocato per il 7 ottobre per deliberare su una serie di provvedimenti relativi alla didattica e alla ricerca ed è firmata dal direttore Antonino Pennisi.

Il “piacere” di De Domenico di incontrare “i suoi sottoposti”, gerarchicamente s’intende, non incontrerebbe alcuna riserva se non fosse che (il piacere) venga provato mentre De Domenico, da anni a capo della macchina amministrativa dell’ateneo, è in piena campagna elettorale, alla ricerca di voti decisivi per l’elezione a deputato regionale: è candidato nelle file del Partito democratico, a cui ha clamorosamente aderito anche il rettore Pietro Navarra qualche settimana prima .

Cose simili, con modalità magari diverse, è logico immaginare accadano in queste settimane che precedono il voto del 5 novembre anche a Palermo.

Il Pd, a riprova della scarsa qualità della classe dirigente che annovera, ha pensato di prevalere alle elezioni siciliane pescando nel bacino enorme di voti rappresentato dalle aziende pubbliche più importanti in termini di personale e di potere economico della regione: il rettore Fabrizio Micari è stato candidato a Governatore.

Ad occhio, non si tratta di un buon servizio reso alle istituzioni con più storia e prestigio della Sicilia.

Può un’istituzione pubblica, luogo di confronto di idee diverse, per sua natura neutrale in quanto deputata alla formazione della classe dirigente, alla cultura e alla ricerca scientifica divenire teatro di propaganda politica, essere identificata come istituzione di parte e quindi esposta a giochi di potere e a possibili ritorsioni?

Come ne uscirà la comunità accademica da una campagna elettorale combattuta all’ultimo voto?

Quale potere contrattuale avranno Micari e Navarra se si trovassero a dover chiedere attenzione per i loro atenei tra qualche mese al Governo nazionale retto magari da forze di centro destra?

La discesa in campo dei vertici degli atenei di Messina e Palermo non solo mette a rischio gli interessi e la coesione di un’ istituzione neutrale, ma nella sostanza getta ombre sulla regolarità della competizione elettorale.

Beninteso, De Domenico e Micari appaiono a una lettura superficiale delle norme eleggibili.

La legge regionale siciliana non sembra prevedere queste cariche nel novero di quelle che avrebbero imposto la cessazione dalle funzioni 6 mesi prima delle elezioni, in omaggio al principio della par condicio tra i candidati, che vuole che nessuno si avvantaggi nella competizione elettorale da un ruolo pubblico di particolare rilevanza e potere, esercitando quella che si chiama captatio voti.

E tuttavia un problema c’è. Di sostanza. Etico, quantomeno.

C’è in Sicilia un ruolo pubblico che può alterare di più la competizione elettorale quale quello di vertice degli enti che hanno il maggior numero di dipendenti (docenti compresi, che a loro volta hanno un poter enorme sugli studenti), e gestiscono appalti di lavori e servizi per centinaia di milioni di euro?

Basti solo osservare che per paradosso, se De Domenico e Micari fossero direttore generale del Policlinico di Messina o di Palermo, sarebbero ineleggibili.

Eppure, a scegliere i manager dell’azienda ospedaliere universitarie sono proprio i vertici dell’università e non si vede come possano alterare le competizioni elettorali i vertici del Policlinici e non i vertici degli atenei, organismi più grandi che sui vertici dei Policlinici hanno potere di vita e di morte.

De Domenico e Micari, se in ipotesi l’ordinamento giuridico non li vuole ineleggibili, sfruttano un vuoto normativo.

Mai il legislatore, specie quello nazionale, poteva immaginare che i vertici in carica delle Università scendessero in campo nell’agone elettorale. Mai era capitato.

Micari e Navarra (e De Domenico), comunque vada la consultazione, passeranno alla storia come i rettori che hanno innovato la tradizione e la natura di istituzione super partes dell’Università italiana.

Eppure, legge o non legge, per evitare tutto ciò a Micari e De Domenico sarebbe bastato cessare dalle funzioni e presentarsi al giudizio degli elettori senza potere diretto e gerarchico su migliaia di persone, contando sulla loro storia e il loro valore.

Certo, in caso di insuccesso avrebbero perso in un colpo solo, come si dice, il cane e il guinzaglio.

Ma sarebbero stati apprezzati per aver mostrato che il rispetto delle istituzioni viene prima del “piacere” delle poltrone.

IL RETROSCENA. Le mani della mafia sul risanamento di fondo Fucile: l’assessore Sergio De Cola “impermeabile”; l’intermediazione dell’amico Raffaele Cucinotta; la distrazione decisiva dell’architetto Salvatore Parlato. Ecco cosa dicono le carte dell’inchiesta sul clan capeggiato – secondo la Procura – da Enzo Romeo

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La baraccopoli di fondo Fucile

La baraccopoli di fondo Fucile

 

“….perché ritengo che secondo me per l’approccio che ho avuto io in 3 minuti con De Cola ed io ho esperienza con i politici… non è gente influenzabile dalla vecchia casta…”.

Enzo Romeo e il socio Biagio Grasso, arrestati il 26 giugno 2017 perché ritenuti rispettivamente il capo di una costola del clan catanese di Santapaola a Messina e un imprenditore organico alla stessa cosca, nell’aprile del 2014 hanno un obiettivo importante per fare liquidità: vendere al Comune di Messina, impegnato nel risanamento della baraccopoli di Fondo fucile, degli appartamenti che la loro società Rd Immobiliare srl sta costruendo nel vicino villaggio Aldisio.

Sulla strada che porta alla realizzazione di questo obiettivo, però, c’è un ostacolo di non poco conto.

Rd immobiliare srl non è proprietaria per intero del complesso edilizio che hanno intenzione di offrire: una parte del terreno su cui sorge, infatti, era rimasta di proprietà di altri e così – secondo il codice civile – anche ciò che era stato costruito sopra.

L’operazione speculativa non è di facile realizzazione anche perché ben presto si accorgono che l’assessore Sergio De Cola è tutt’altro che permeabile.

E’ Grasso, intercettato, a confidarlo dopo un colloquio con lo stesso assessore.

I due comunque non demordono e per risolvere il problema si muovono su due fronti: da un lato, tentano di prendere tempo regolarizzare a livello catastale la situazione; dall’altro, soprattutto, cercano la via per far passare per conforme ai requisiti stabiliti dal bando l’immobile che invece non potrebbe essere che bocciato.

Cucinotta, l’ingegnere a disposizione

Filippo Barbera, uomo di fiducia di Enzo Romeo e Filippo Grasso, investe del problema l’amico di lunga data Raffaele Cucinotta, funzionario di lungo corso del Dipartimento attività edilizia, che sulla gara di competenza del Dipartimento politiche della casa, non ha alcun potere diretto.

Arrestato anche lui con l’accusa di corruzione aggravata dal metodo mafioso per aver – secondo le accuse – compiuto atti del suo ufficio diretti a favorire il gruppo imprenditoriale che sapeva mafioso in cambio di denaro, assunzioni di parenti e protezione, Cucinotta ha, tra le altre cose – sempre stando alla ulteriore accusa di Turbata libertà degli incanti – favorito la proroga del termine di scadenza del bando fissata per il 14 aprile 2014 e consentito che l’offerta non valida divenisse per magia valida.

Dalle attività di indagine emerge che Raffaele Cucinotta indirizza Biagio Grasso sull’assessore al Risanamento Sergio De Cola, l’unico che può rinviare i termini di scadenza del bando deliberato dalla Giunta comunale (l’11 marzo del 2014) e sul funzionario dello stesso Dipartimento Edilizia privata Salvatore Parlato, applicato appositamente al Dipartimento Risanamento con il compito di vagliare le offerte e stabilire se possiede o meno i requisiti richiesti.

 

L’incontro con De Cola e lo spostamento del termine

Biagio Grasso ottiene di incontrarsi con De Cola a palazzo Zanca agli inizi di aprile del 2014 (il giorno di preciso non è stato individuato).

Qualche giorno dopo l’incontro con l’assessore, il 17 aprile del 2014, Grasso nel corso di un colloquio intercettato con Barbera e Cucinotta, pronuncia la frase che evita ogni coinvolgimento giudiziario di De Cola: .…perché ritengo che secondo me per l’approccio che ho avuto io in 3 minuti con De Cola ed io ho esperienza con i politici … non è gente influenzabile dalla vecchia casta…“.

Insomma, come sintetizzano gli inquirenti del Ros dei carabinieri, Grasso aveva in poco tempo compreso che “De Cola non poteva essere facilmente corrotto”.

Cucinotta concorda con lui: “no assolutamente anzi… completamente“.

Barbera allora chiede: “e chi è che la può influenzare…?”

Biagio Grasso precisa: “realmente sceglieranno il posto più adatto a quelli di Fondo Fucile  e quelli di Fondo Fucile vogliono stare là…” .

Cucinotta condivide: “certo…”, afferma.

Insomma, Grasso esce dall’incontro con De Cola una sola convinzione.

Se la loro offerta avesse superato il vaglio tecnico, sarebbe stata la favorita per un motivo molto semplice: coloro che abitano a Fondo fucile vogliono continuare a vivere in quel posto, l’amministrazione per motivi sociali e politici vuole accondiscendere questa richiesta e il loro immobile è proprio ubicato a ridosso di fondo Fucile.

Le ragioni di una proroga

Tuttavia, è un dato di fatto che il 10 aprile del 2014 la Giunta del sindaco Accorinti  sposta di un mese la scadenza del termine del bando, dal 15 aprile al 15 maggio del 2014.

Se non è frutto – nella stessa ricostruzione degli inquirenti – della corruzione di De Cola, che infatti non risulta essere indagato, quali sono le ragioni che hanno portato a dare la possibilità ai partecipanti di disporre di 60 giorni invece che degli iniziali 30 concessi per preparare la documentazione a corredo dell’offerta?

E’ lo stesso De Cola a spiegarlo l’8 aprile del 2014 nel corso dei lavori della IV commissione del Consiglio comunale “Sono state ricevute parecchie offerte e ne stiamo ricevendo ulteriori. Si sta valutando la proroga della scadenza del termine perché ci sono arrivate richieste in tal senso per dare a tutti i possibili partecipanti il tempo di preparare le offerte”.

L’esigenza di prorogare il termine è condivisa dal consigliere di opposizione Nino Carreri: “Tanti cittadini interessati hanno evidenziato che i termini stretti per presentare le offerte non consentono loro di arrivare in tempo a presentare la documentazione”.

E in effetti, se il bando di ricognizione è da considerare soggetto al codice degli appalti,  i 30 giorni concessi erano inferiori ai termini minimi fissati dal codice stesso nella formulazione allora vigente.

Della proroga non si avvantaggia solo la società RD immobiliare srl di Grasso e Romeo: la loro offerta reca il numero 27, ma in tutto le offerte sono state 44. 17 sono state presentate successivamente.

Paradossi giudiziari

Tuttavia, agli atti dell’inchiesta c’è un’intercettazione che dimostra secondo gli inquirenti che la proroga del bando l’abbia determinata Raffaele Cucinotta: “Lo abbiamo fatto rimandare noi…”, dice Biagio Grasso a una delle persone proprietarie del terreno su cui si sta costruendo l’immobile. 

Le attività di indagine, però, non spiegano come Cucinotta abbia potuto determinare la proroga che in realtà ha deciso e motivato l’assessore De Cola e quest’ultimo sia stato bollato come persona non influenzabile

La distrazione dell’architetto Parlato

I trenta giorni in più concessi comunque non permettono a Romeo e Grasso di regolarizzare la loro offerta e cioè di rimediare alla mancanza del diritto di proprietà sull’intero complesso.

Risulta necessario allora contattare chi è deputato a verificare se l’offerta ha i requisiti previsti dal bando.

E’ Cucinotta a suggerire al duo Romeo Grasso di rivolgersi all’architetto Parlato.

Il 3 settembre del 2014, Enzo Romeo è in auto con Filippo Barbera. Oggetto della discussione gli immobili che sono stati offerti in vendita al Comune e che debbono essere valutati dal tecnico.

Parlato?“,chiede Barbera. “Tutto a posto“, risponde Romeo “Devo fare io un passaggio io…da..“, aggiunge. “Di nuovo?”, gli chiede Barbera. “Si…da Parlato..“. “So che è tutto a posto?”, dice di rimando Barbera. “Nodebbono venire loro quà…debbo parlare con loro qua“,dice ancora Romeo, “Perché non possiamo avere intralci“, sottolinea. “E lui lo fa….?“, chiede Barbera. “Certo che lo fa…devo andare a fare il passaggio…lui tutte cose fa“, spiega Romeo. “Certo pagando s’intende“, afferma Barbera ridendo. “Certo“, concorda Romeo.

L’offerta di Rd immobiliare è controllata proprio da Parlato, che in quei giorni di settembre e ottobre del 2014 più volte, come rilevano gli inquirenti, entra in contatto telefonico con Grasso.

L’architetto Parlato non si accorge che l’immobile non ha i requisiti previsti e l’offerta quindi deve essere esclusa.

La dirigente del Dipartimento Risanamento Maria Canale, interrogata dagli inquirenti, ha sottolineato che i funzionari preposti al controllo avevano l’obbligo di controllare “l’esattezza dei requisiti” e che “tra le verifiche vi doveva essere la titolarità del bene offerto al Comune”.

Invece, Parlato, che non risulta indagato, non si accorge di nulla.

Paradossi giudiziari bis

Per gli inquirenti, però, di questa svista è responsabile solo Cucinotta, colui cioè che ha messo in contatto Romeo con Parlato.

Gli atti di indagine non spiegano però come l’ingegnere abbia da solo favorito la società di Romeo e Grasso se la verifica del possesso dei requisiti l’abbia fatta materialmente il collega Parlato.

 

L’amministrazione ridimensiona le mire di Romeo e Grasso

Il 6 novembre 2014 il Dipartimento stila la graduatoria. La società di Grasso e Romeo risulta essersi aggiudicata la vendita di 24 appartamenti. 7 giorni dopo, però, dal Comune arriva una nota che invita l’amministratore di Rd immobiliare srl a sottoscrivere il preliminare di vendita ma solo per 14 appartamenti.

 

Il risanamento… malato

Ad ogni modo, qualche tempo dopo, a seguito (a maggio del 2015) di un esposto di due consiglieri comunali tutta la procedura di gara viene annullata in autotutela dalla Regione Sicilia: era venuto, infatti, alla luce che tra gli immobili che il comune si apprestava a comprare per darli ai “baraccati” di fondo Fucile, molti non avevano il certificato di abitabilità.

Nel frattempo, Romeo e Grasso avevano già rinunciato a vendere i 14 appartamenti al Comune.

IL COMMENTO: Gettonopoli, quando il processo politico ed etico si fa in un’aula di Tribunale. I consiglieri comunali possono aver ingannato e truffato chi riteneva che la loro condotta fosse lecita?

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gettonopoli
Non era mai capitato, non negli ultimi venti anni, che i consiglieri del Comune di Messina godessero di così poca stima tra i cittadini.

La diretta televisiva dei lavori del Consiglio comunale chiamato alcuni mesi fa a votare sulla sfiducia al sindaco Renato Accorinti, considerato il livello degli interventi (e degli show), che in realtà si potrebbe ammirare ogni giorno facendo una capatina a Palazzo Zanca, l’ha ridotta a zero.

Prima ancora, era stata un’inchiesta della procura di Messina, sfociata in un processo penale ormai alla battute conclusive, ad additarli all’opinione pubblica pure come dei ladri di risorse pubbliche (o meglio dei truffatori): secondo l’accusa incassavano gettoni di presenza per un massimo di 2 mila euro mensili, apponendo una firma di presenza alle sedute della commissioni consiliari e andando via dopo pochi minuti (se non secondi).

Mai inchiesta ebbe tanto clamore mediatico. Mai indignazione della popolazione fu più profonda. Mai si sviluppò tra i cittadini di Messina tanta rabbia giustizialista.

Tuttavia, basta dare una lettura alle carte dell’inchiesta e del processo, al di là delle pesantissime condanne chieste dal pm Francesco Massar, per capire che l’impianto accusatorio non è così solido.

I consiglieri sono eticamente colpevoli. Sono politicamente colpevoli, visto che gran parte di loro ha partecipato alle elezioni al solo scopo di procacciarsi un emolumento mensile sicuro per 5 anni: infatti, si recava a palazzo Zanca a partecipare a commissioni convocate esclusivamente per discutere il nulla, il vero scandalo della vicenda.

Ma la responsabilità penale è un’altra cosa. Si fonda su norme determinate, che disegnano fattispecie precise, entro cui vanno sovrapposti i fatti accertati come commessi da ciascun imputato.

Senza entrare troppo nei tecnicismi giuridici, nella sostanza, i 16 consiglieri comunali sono accusati di aver ingannato ripetutamente il segretario generale Antonino Le Donne: andavano via pochi minuti dopo la firma o firmavano utilmente a sedute che non si tenevano per mancanza del numero legale e così incassavano il gettone di presenza liquidato proprio dal segretario generale Le Donne.

Ora il punto è che Le Donne ha sempre sostenuto, persino in atti scritti diretti alla regione Sicilia, che ciò che facevano i consiglieri era perfettamente in linea con la legge, o almeno era in linea con l’interpretazione che non poteva  non essere data alla lacunosa legge all’epoca vigente, difatti modificata dall’Ars qualche mese dopo.

Per Le Donne, infatti, la legge regionale e il regolamento comunale consentivano di considerare effettivamente presente, e quindi avente diritto al gettone, sia chi apponeva la firma a sedute di commissione che poi non si tenevano, sia chi firnava e dopo pochisimi minuti andava via.

Tant’è che gli stessi gettoni di presenza nel medesimo modo che forma oggetto delle imputazioni, l’hanno percepiti i consiglieri delle passate legislature con il consapevole avallo dei Segretari generali in carica all’epoca.

Può essere ritenuta “indotta in errore con artifizi e raggiri” (sono questi i requisiti essenziali perché si possa configurare il reato di truffa)  e quindi vittima, una persona che dal canto suo, consapevolmente, ritiene che la condotta dell’ipotetico truffatore è legittima?

Con questa questione di diritto dovrà fare i conti il Tribunale presieduto da Silvana Grasso, che nei prossimi giorni deciderà se condannare o assolvere i 16 consiglieri.

Un altro gruppo di colleghi, praticamente tutti gli altri consiglieri, finiti anch’essi sotto inchiesta per gli stessi motivi, sono stati prosciolti (archiviati) dal Giudice per le indagini preliminari, Salvatore Mastroeni su richiesta del procuratore aggiunto Vincenzo Barbaro e del sostituto Diego Capece Minutolo.

I due sostituti hanno ritenuto  che questi consiglieri si erano distinti dagli altri, quelli più cattivi, perché in commissione c’erano stati qualche secondo in più, comunque più di tre minuti, considerata la soglia limite dai due magistrati, non si è capito, però, in base a quale principio giuridico.

Il Gip Mastroeni, dal canto suo, si è prodotto in un lunghissimo provvedimento di 28 pagine, intriso di valutazioni politiche ed etiche e di dotte citazioni.

Al termine della lettura, ripetuta varie volte, chi si è cimentato (sicuramente per sue carenze) non ha compreso però quali fossero i principi giuridici su cui il provvedimento di archiviazione è fondato.

Gran parte dei consiglieri comunali di Messina non merita di sedere sullo scranno del Consiglio comunale di una qualsiasi città di un posto civile: è condivisibile.

Ma bisognerebbe interrogarsi del perché i cittadini di Messina prima li votano e poi sperano che a farli fuori sia la magistratura.

E’ la storia giudiziaria e politica del paese a dirlo.

Ogni volta che si delega alla magistratura di fare pulizia tra la classe dirigente, il rimedio si rivela peggiore del male e alla mala politica, nella migliore delle ipotesi, si sostituisce il vuoto pneumatico. 

Parco commerciale di Barcellona, non ci fu alcun abuso. Il Tribunale assolve tutti gli imputati.L’inchiesta nata dalla denuncia delle associazioni antimafiose e da un’interrogazione di Beppe Lumia che si rifacevano a un servizio giornalistico. Per i giudici era fondata sul nulla

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Il progetto su mappa del Centro commerciale di contrada Siena

Il progetto del Centro commerciale di contrada Siena

Non ci fu alcun abuso nella procedura che portò all’approvazione del progetto del Parco commerciale di Barcellona Pozzo di Gotto  sui terreni di proprietà della famiglia di Saro Catttafi.

Il Tribunale di Barcellona pozzo di Gotto ha assolto i componenti della commissione edilizia di Barcellona, i tecnici che hanno elaborato il progetto per conto della Gdm e della Dibeca, i soci della Dibeca, e lo stesso Rosario Cattafi, considerato proprietario di fatto della società.

La pubblica accusa contestava loro di aver ingannato il Consiglio comunale inducendolo ad approvare un il Piano particolareggiato che consentiva di destinare l’area di contrada Siena a Parco commerciale, dando dei pareri positivi ad un progetto che presentava varie illegittimità.

L’operazione imprenditoriale fu avviata dapprima dalla Gdm spa, società della grande distruzione di Villa San Giovanni, che ad un certo punto si tirò indietro e fu costretta a pagare una penale alla Dibeca, titolare del terreno, che prosegui comunque lungo la via dell’approvazione del Piano particolareggiato.

L’inchiesta era stata condotta dal sostituto della Procura di Barcellona, Francesco Massara, nel frattempo trasferito alla Procura di Messina.

Si fondava su una consulenza elaborata da due tecnici di Palermo nominati dal pm, Ferdinando Trapani e Giuseppe Pellittieri: la loro tesi, però, non ha retto al vaglio processuale

E’ stata infatti confutata dalla consulenza di parte, redatta dal docente ordinario di urbanistica dell’Università di Roma, Francesco Karrer ed ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, che ha invece affermando che le illegalità che venivano contestate dalla Procura non sussistessero e che la stessa era incorsa in errori notevoli di interpretazione delle norme urbanistiche.

Le origini antimafiose e le strumentalizzazioni politiche

L’inchiesta prese le mosse da una denuncia presentata agli inizi del 2011, il 4 gennaio, dalle associazioni antimafiose “Rita Atria”, presieduta Piera Aiello, Nadia Furnari, Santo Mondello e Santo Laganà e dall’associazione “Città aperta” di Barcellona, aderente a Libera, presieduta da Maria Teresa Collica, docente di diritto penale dell’ateneo di Messina.

E’ composta da 19 pagine e oltre a ricostruzioni giuridiche sull’illegalità della procedura che aveva portato all’approvazione del Piano, avvenuta già un anno prima, il 16 novembre del 2009, c’è la richiesta al ministro degli interni di nominare una commissione di accesso per verificare infiltrazioni mafiose al comune di Barcellona.

La denuncia si rifà al servizio giornalistico pubblicato da Antonio Mazzeo il 25 novembre del 2009, trasfuso a stretto giro di posta, il 2 gennaio del 2010,  dal senatore Beppe Lumia, in un’interrogazione parlamentare al ministro degli Interni. Anche Lumia tra l’altro chiese la nomina della commissione di accesso per verificare infiltrazioni mafiose nel Comune allora guidato dal sindaco Candeloro Nania.

All’epoca, Saro Cattafi non era stato ancora arrestato con l’accusa di essere il capo dei capi della mafia di Barcellona. Era indagato e pendeva sul suo capo la richiesta di sequestro patrimoniale, che fu disposta il 21 marzo del 2011. Gli arresti scattarono a luglio del 2012.

Il sequestro dei beni (compresa la società Dibeca) è stato successivamente revocato per mancanza dei presupposti previsti dalla legge e Cattafi, dopo la condanna in primo grado in abbreviato, al termine del processo d’appello e di Cassazione è stato assolto dall’accusa di essere stato un mafioso dal 1993 in poi.

Il ministro nominò la commissione d’accesso a novembre del 2011.

Ma non avendo trovato riscontri l’ipotesi di infiltrazioni il comune non fu sciolto.

Tuttavia, alle elezioni successive, a maggio del 2012, Maria Teresa Collica fu eletta sindaco.

Gli imputati assolti

Per abuso di ufficio erano imputati, Orazio Mazzeo, sia quale compente della Commissione edilizia che come capo dell’Ufficio tecnico del Comune, Giovanni Milone, Antonino Raimondo, Sergio Valenti, Santi Sottile, Franco Barbera, tutti componenti della Commissione edilizia.

Sempre per abuso d’ufficio erano imputati i progettisti Mario Nastasi, Giuseppe Gangemi e Giovanni Cattafi. E poi il funzionario di Gdm Filippo Leoparti e i soci di Dibeca, la commercialista Ferdinanda Corica, Alessandro Cattafi, Cattafi Maria, e colui che fu indicato come proprietario di fatto della Dibeca, ovvero Saro Cattafi.

Mega gazebo a piazza Duomo, il titolare de La dolce vita Carmelo Picciotto costretto a smontare la struttura abusiva. L’ incredibile vicenda lunga un ventennio con protagonista il presidente di Confcommercio. Fra distrazioni, omissioni e ritardi dell’amministrazione

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“L’ho smontato io, ma adesso farò una cosa avveniristica: il ristorante in verticale. Intanto da stasera chiudo le luci a piazza Duomo”

L’ordine di sgombero e demolizione firmato dal dirigente del settore Edilizia Privata Antonella Cutroneo e dal funzionario Roberto Bicchieri era del 29 aprile del 2014.

Eppure, il mega gazebo con tendone di oltre 50 metri quadri, costruito senza alcuna licenza edilizia e, dunque, abusivo, ha “arredato” Piazza Duomo, il luogo di maggiore attrazione turistica e bellezza della città, sino a lunedì 8 maggio del 2017.

Carmelo Picciotto, titolare del locale La Dolce vita e presidente di Confcommercio Messina ha, infatti, fatto finta di nulla per 3 anni: non ha impugnato l’ordinanza, né vi ha ottemperato. Ha continuato a tenere aperto e ad usare il gazebo per ricevere gli avventori finché a Piazza Duomo, lunedì mattina, è arrivata con tanto di seghe elettriche e bobcat la ditta incaricata dal Comune di eseguire la demolizione del manufatto a spese dello stesso Picciotto.

Solo a quel punto l’imprenditore ha deciso di smontare il gazebo, limitando così il danno e le spese per i lavori che comunque, sia pure in misura ridotta, il Comune dovrà pagare alla ditta ingaggiata per la demolizione.

Il provvedimento del 2014, infatti, si chiudeva con un imperativo chiaro, secondo le previsioni della legge urbanistica: “Ordina la demolizione delle opere abusive, lo sgombero dell’area abusivamente occupata e il conseguente ripristino dello stato dei luoghi, con l’avvertenza che in caso di inottemperanza si procederà d’ufficio, ponendo le spese a carico della ditta autore dell’abuso”.

“Quando ha avuto la prova concreta che facevamo sul serio e rischiava di vedere distrutto il manufatto, oltre a dover pagare le spese, ha pensato di fare da sé”, commenta a cose fatte l’assessore all’attività edilizia, Sergio De Cola, contattato la prima volta venerdì 5 maggio del 2017.

Il locale con il gazebo abusivo

Il locale con il gazebo abusivo

Una lentezza inquietante

Non è normale, certo che no, che ci vogliano tre anni perché venga data esecuzione ad un’ordinanza di demolizione per un chiaro abuso edilizio nel posto peraltro più bello della città“, ammette l’assessore De Cola su specifica domanda. “Non conosco il caso di specie, ma in generale l’amministrazione ha grossi problemi ad eseguire i provvedimenti di demolizione. Quando abbiamo iniziato a governare la città le demolizioni coattive non si facevano più da anni“, sottolinea l’assessore. “Per i ritardi relativi a questa vicenda – conclude – chieda comunque alla dirigente Cutroneo“. Che, però, nonostante vari tentativi (anche con la segretaria), non si riesce a contattare.

 

Il ping pong tra gli uffici

A leggere le carte rintracciate negli uffici comunali, risulta che dopo aver adottato il provvedimento di demolizione, i dirigenti Cutroneo e Bicchieri non si siano curati dell’esecuzione coattiva. Per un anno tutto è rimasto fermo finché il 24 aprile del 2015 non è giunta negli uffici del Comune una lettera di diffida del legale del proprietario di un immobile attiguo che dalla presenza del gazebo riteneva subisse danni.

Antonella Cutroneo e Roberto Bicchieri si sono giustificati due mesi dopo, il 24 luglio del 2015: “L’esecuzione coattiva spetta a noi, ma ce la deve chiedere il dirigente del Patrimonio”.

Natale Castronovo, il collega del Patrimonio appunto,  a sua volta sollecitato, il 22 ottobre del 2015, ha ribadito: “Il provvedimento è esecutivo da tempo e  per legge deve essere eseguito dal Dipartimento attività privata essendo fondato sulla violazione di norme urbanistiche (la legge 45 del 1985). Ad ogni buon fine, sollecito il dirigente dell’attività edilizia perché provveda all’esecuzione coattiva”.

Il “buon fine”, però, non è bastato: arrivata la richiesta specifica a procedere coattivamente (che neppure serviva), è passato un altro anno e mezzo perché si inviasse la ditta privata a demolire.

Un abuso molto più lungo

Ma in realtà il gazebo abusivo non era stato certo costruito alle spalle della fontana del Montorsoli, di fianco al campanile del Duomo, uno dei più importanti del mondo, il giorno prima che i tecnici del Comune, agli inizi del 2014, hanno verificato la presenza del manufatto mai autorizzato, dependance de La dolce vita.

Era lì da molto più tempo: da anni.

Già a gennaio del 2011, nel fascicolo custodito negli archivi del Comune, si trova una richiesta di intervento alla polizia municipale da parte di un privato perché verificasse se l’opera fosse stata legittimamente autorizzata.

La richiesta non ha sortito, però, alcun risultato concreto.

Nonostante il manufatto di notevoli dimensioni si trovasse in uno dei posti più suggestivi della città e determinasse un impatto ambientale e artistico negativo, a nessun agente di polizia, a nessun amministratore pubblico, a nessun dirigente del Comune è venuto in mente di verificare se fosse abusivo.

Il Comune di  Messina è intervenuto – ad analizzare le carte – solo dopo che a ottobre del 2013, qualche mese dopo l’insediamento della Giunta guidata da Renato Accorinti, è arrivata una lettera di un privato di diffida di rimozione del manufatto: è stato così disposto il sopralluogo dei tecnici, da cui ha avuto origine il provvedimento di demolizione.

Ma il gazebo c’era stato lì persino da prima del 2011.

 

Il vizietto dell’occupazione illegale di Piazza Duomo

Carmelo Picciotto, quale titolare de La Dolce vita, risulta destinatario in precedenza di un’altra ordinanza di sgombero e demolizione di manufatto mai autorizzato a Piazza Duomo accanto al locale di proprietà.

E’ stata infatti firmata il  15 gennaio 1997 dall’allora sindaco Franco Provvidenti l’ordinanza (n. 273) di demolizione di opere abusive, avente ad oggetto proprio una struttura costruita a piazza Duomo.

Picciotto impugnò il provvedimento del sindaco con ricorso straordinario al Presidente della Regione Sicilia, ma su parere del Consiglio di giustizia amministrativa lo stesso fu rigettato il 21 marzo del 2000.

Picciotto premia l'ispettore Santagati

Picciotto premia l’ispettore Santagati

 

Le lezioni di legalità e decoro di Picciotto e le premiazioni

Carmelo Picciotto dal canto, suo mentre in tutto questo lungo periodo dirigenti del Comune, polizia municipale e gli assessori che ne hanno la responsabilità politica hanno fatto finta di non vedere o annaspato e hanno rimandato i provvedimenti coattivi, quale capo dell’organizzazione che rappresenta i commercianti messinesi ha tenuto conferenze stampa, organizzato eventi patrocinati dal Comune, condotto battaglie in nome della legalità e donato premi a uomini di vertice della polizia municipale: il 24 aprile del 2017 ha premiato l’ispettore per anni a capo della sezione che si occupa di esercizi commerciali, Biagio Santagati.

Con una nonchalance che farebbe invidia al miglior Totò, qualche settimana fa ha bacchettato l’amministrazione comunale “incapace di dare decoro e bellezza a Piazza Cairoli“.

 

Le illegalità non finiscono quà

Le sortite di Picciotto, sempre fedelmente diffuse dai mezzi di informazione locali, sono continuate benché le illegalità commesse dal presidente di Confocommercio – secondo gli accertamenti degli uffici comunali –  non siano limitate al gazebo abusivo: ne sono state accertare altre, sanzionate con provvedimenti drastici.

Il titolare de La dolce vita ha occupato con divanetti bianchi, tavolini, sedie, vasi di cemento e con il gazebo più spazio di quello che gli era stato dato in concessione e non ha pagato per anni il canone completamente nella misura dovuta, neppure per i metri quadri di suolo pubblico che gli erano stati regolarmente concessi: per questo, il 5 marzo del 2014 il dirigente del settore Patrimonio, Natale Castronovo, gli ha revocato la concessione di occupazione di suolo pubblico e, successivamente, persistendo le violazioni il 12 dicembre del 2014 è stato disposta la chiusura dell’esercizio commerciale da parte del dirigente del Dipartimento servizi alle imprese.

 

La battaglia continua davanti ai giudici amministrativi

Questi due drastici provvedimenti, l’ordinanza di revoca della concessione su suolo pubblico e quella di chiusura del locale, sono stati impugnati dinanzi alla giustizia amministrativa.

Nel primo giudizio, quello avente ad oggetto la revoca della concessione, il Comune di Messina non si è neppure costituito con un legale, mentre Picciotto si è affidato alle cure di Santi Delia davanti al Tribunale amministrativo regionale e a quelle di Alessandro Visigoti davanti al Cga in appello. Tuttavia, entrambi gli organi di giustizia, il Tar prima e il Consiglio di giustizia amministrativa dopo (il 15 gennaio 2015) hanno rigettato la richiesta di sospensione del provvedimento ritenuto quindi sia pure in un giudizio cautelare legittimo.

Dunque, per andare al concreto, sin dalla revoca della concessione disposta il  il presidente di Confcommercio non potrebbe occupare neppure un centimetro di suolo pubblico e quindi ogni giorno che mette un tavolino sul suolo pubblico commette un illecito.

Le cose sono andate leggermente meglio a Picciotto nel giudizio avente ad oggetto il provvedimento di chiusura del locale: una sezione diversa del Tar, in sede cautelare, il 28 gennaio del 2015, ha accolto il ricorso del legale catanese, Nicolò D’alessandro, sospendendo il provvedimento di chiusura del Comune, costituito con il legale Carmelo Picciotto (omonimo dell’imprenditore). Tuttavia, il Tar non ha riscontrato la sussistenza, sia pure ad un giudizio sommario, di vizi nel provvedimento ma ha accolto ritenendo che “per maggiore completezza la presente controversia debba essere analizzata unitamente a quella, oggettivamente connessa, di cui all’ulteriore ricorso pendente presso l’intestato Tribunale, Sezione III, iscritto al R.G. n. 1596/2014”, ovvero quella che aveva ad oggetto la revoca della concessione, già rigettata dal Tar il 24 settembre del 2014, 4 mesi prima.

La causa riunita per l’esame di merito non si è ancora tenuta.

 

Il precedente giornalistico…e la statua

La vicenda era stata già raccontata in un servizio giornalistico pubblicato il 19 maggio del 2015: “Mega gazebo e divanetti a piazza Duomo. Il presidente di Confcommercio Picciotto non paga il canone e il dirigente Castronovo ordine la revoca della concessione. Ma da un anno nessuno la esegue. Lo scaricabarile degli assessori De Cola e Pino”.