Archive for Michele Schinella

Omicidio di Lorena Mangano, “La gara tra auto c’era: ecco perché”. Nelle motivazioni della Corte d’appello la responsabilità di Giovanni Gugliandolo in competizione con Gaetano Forestiere. Che speronò l’auto condotta dalla studentessa di 23 anni

Download PDF

Lorena Mangano

Lorena Mangano

 

 

Che la sera del 28 giugno del 2016 Gaetano Forestiere, alla guida dell’Audi TT in stato di ebbrezza, non si sia fermato all’incrocio tra via Garibaldi e via Torrente Trapani al rosso del semaforo e ad una velocità folle abbia speronato una Fiat panda uccidendo la conducente Lorena Mangano di 23 anni e ferendo le altre persone a bordo era un dato provato incontrovertibilmente nel giudizio di primo grado.

Il giudizio di appello doveva risolvere un altro tema controverso: l’agente della guardi di finanza di 32 anni quella sera era impegnato in una gara nel centro città ingaggiata con Giovanni Gugliandolo, 25 anni, alla guida di una Fiat 500 Abarth?

Una domanda di non poco conto soprattutto per Gugliandolo: se gara non c’era allora quest’ultimo non avrebbe dovuto rispondere della morte di Lorena e del ferimento degli altri (a titolo di cooperazione colposa).

In primo grado, Il giudice per l’udienza preliminare, Salvatore Mastroeni alla domanda aveva dato una risposta positiva: ritenendoli entrambi colpevoli di avere cagionato la morte di Lorena Mangano li aveva condannati a 11 anni di reclusione il primo e a 7 anni il secondo.

I difensori di Gugliandolo in appello hanno cercato di confutare la tesi della gara, affidandosi alla consulenza tecnica “negazionista” effettuata per conto del pubblico ministero dall’ingegnere Santi Mangano sulla base dei filmati e tenuta in nessuna considerazione dal giudice Mastroeni, e ad alcune testimonianze “assolutorie”, prime fra tutte quella del conducente di un’Opel Corsa, Marco Giorgianni.

Mastroeni invece aveva considerato sufficienti e determinanti alcune testimonianze di automobilisti che avevano assistito alla scena.

I giudici di appello, a leggere le motivazioni di 42 pagine depositate oggi, hanno ritenuto che la gara ci fosse, usando argomentazioni più ampie.

La Corte d’appello “integra” il gup Salvatore Mastroeni

Infatti, a provare la tesi della gara – secondo i giudici- ci sono non solo alcune testimonianze già utilizzate dal giudice Mastroeni, ma anche uno spezzone del video che riprende le due auto poco prima dell’impatto letale.

“Dal filmato si vede l’auto Fiat 500 abarth che viaggiava al centro della carreggiata leggermente spostata verso sinistra con davanti un motociclo e dietro l’audi TT che si dirigeva, in sorpasso, alla sua destra. Improvvisamente l’auto condotta da Gugliandolo devia verso destra, di fatto impedendo al Forestiere la manovra, tanto da indurlo a deviare, a sua volta, a sinistra ed a sorpassare da tale lato il ciclomotore“, osservano i giudici, che concludono: “Si tratta a ben vedere di manovra per nulla necessaria – in quanto la Fiat 500 Abarth poteva tranquillamente sorpassare il motorino a sinistra, avendone lo spazio – e che può trovare logica spiegazione solo nell’intento di impedire all’Audi TT il sorpasso. Il che si inquadra perfettamente nella competizione tra i due imputati“, motivano i giudici nel passaggio saliente della sentenza d’appello.

 

I giudici d’appello valorizzano anche la testimonianza della fidanzata del conducente dell’Opel corsa, in quei frangenti a bordo della stessa auto, sentita appositamente nel corso del processo di secondo grado: “Si vedeva che c’erano  queste due macchine, c’era questa Audi che correva e questa Abarth che gli andava dietro, quindi comunque era la velocità…se non ci fosse stato questo incidente queste due auto avrebbero continuato con lo stesso andamento”, ha dichiarato  Antonietta Manganaro, che sul punto ha neutralizzato le dichiarazioni del fidanzato Marco Giorgianni. Questi aveva escluso che “le due auto stessero gareggiando“.

I giudici di secondo grado hanno comunque ridotto le pene a 10 anni per Forestiere e a 6 anni per Gugliandolo, ritenendo non applicabile una delle aggravanti addebitate loro in primo grado.

Capo dell’Ispettorato del lavoro e consigliere comunale: per la legge le due cariche non si possono cumulare ma Gaetano Sciacca ha dichiarato che non è incompatibile. Ecco cosa rischia l’esponente del Movimento 5 Stelle. La crociata spuntata di “Diventerà bellissima”, dopo il flop nelle urne

Download PDF

Gaetano Sciacca con accanto il deputato regionale del M5Stelle Valentina Zafarano

Gaetano Sciacca con accanto il deputato regionale del M5Stelle Valentina Zafarana


Al mattino ordina le ispezioni per verificare il rispetto della normativa a tutela dei lavoratori nei luoghi di lavoro e firma eventuali provvedimenti sanzionatori e denunce in Procura per datori di lavoro; al pomeriggio siede tra gli scranni di Palazzo Zanca e guida l’azione politica del Movimento 5 Stelle.

Un giorno, applicando il principio di imparzialità dell’azione amministrativa coordina le decine di dipendenti dell’ufficio di via Ugo Bassi; il giorno successivo si batte per far passare delibere che risolvano i problemi della città secondo la visione della parte politica che rappresenta.

Su Gaetano Sciacca, candidato perdente a sindaco del Movimento 5 Stelle e consigliere comunale in carica, pende un’azione giudiziaria diretta a stabilire se si potesse o meno candidare e a sancirne nel secondo caso la decadenza.

Tuttavia, il capo dell’Ispettorato del Lavoro di Messina – legge alla mano – dovrebbe essere costretto a scegliere tra il suo incarico dirigenziale e quello di rappresentante dei cittadini messinesi molto prima che gli organi della giustizia si pronuncino.

Anzi, doveva esserlo un attimo dopo aver giurato come consigliere comunale.

Sciacca, il 10 luglio del 2018, ha sottoscritto al pari di tutti gli altri 31 colleghi una dichiarazione con cui ha affermato che non versa in alcuna situazione di incompatibilità.

La legge però lo smentisce.

E lo smentisce la giurisprudenza della Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, competente a vigilare  sull’attuazione del decreto legislativo 39 del 2013 che disciplina la materia della “Inconferibilità e incompatibilità degli incarichi presso le pubbliche amministrazioni”.

Il Genio della legalità

La legge all’articolo 12 sul punto è chiarissima: “Gli incarichi dirigenziali, interni e esterni, nelle pubbliche amministrazioni, negli enti pubblici e negli enti di diritto privato in controllo pubblico di livello regionale sono incompatibili: b) con la carica di componente della giunta o del consiglio di una provincia, di un comune con popolazione superiore ai 15.000 abitanti

L’ex capo del Genio civile è, infatti, un dirigente della regione Sicilia, a cui è stato affidato l’incarico di capo di un ufficio, che peraltro ha competenza anche nel comune in cui svolge le funzioni di consigliere comunale.

Di recente l’Anac (delibera) ha dichiarato incompatibile alla carica di consigliere del comune di Roseto degli abruzzi un dirigente della regione Abruzzo, titolare del Servizio Bilancio del Dipartimento Risorse e Organizzazione, ribadendo un principio più volte enunciato: “Tutti gli incarichi dirigenziali interni ed esterni mediante i quali sia conferita la responsabilità di un servizio/ufficio, sono soggetti alla disciplina del decreto legislativo n. 39 del 2013 in materia di incompatibilità“, ha scritto il presidente Raffaele Cantone.

Una situazione identica a quella in cui versa Sciacca.

L’Ispettorato provinciale del Lavoro di Messina nell’organigramma regionale è configurato come Servizio, precisamente il XVIII del Dipartimento Lavoro dell’Assessorato alle politiche sociali e alla famiglia.

Aut….aut

Secondo la normativa è il Responsabile della prevenzione della corruzione della regione Sicilia, Emanuela Giuliano, a dover contestare l’incompatibilità a Sciacca, diffidandolo ad optare tra i due incarichi entro i 15 giorni successivi alla sua comunicazione.

Se Sciacca non rimuove la situazione di incompatibilità nel termine, allora l’avvocato Giuliano deve risolvere il contratto di responsabile dell’Ispettorato.

In teoria, l’incompatibilità finalizzata alla decadenza da consigliere potrebbe essere anche contestata dal Consiglio comunale, ma come l’esperienza ha anche di recente mostrato le possibilità che accada sono pari allo zero.

 

Dichiarazioni dubbie e sanzioni certe

La rimozione della causa di incompatibilità non salverebbe Sciacca da una sanzione prevista dalla legge per la dichiarazione resa al momento dell”insediamento: “La dichiarazione mendace, accertata dalla stessa amministrazione, nel rispetto del diritto di difesa e del contraddittorio dell’interessato, comporta la inconferibilità di qualsivoglia incarico dirigenziale per un periodo di 5 anni”, stabilisce la legge.

La norma fa salva la responsabilità penale che passa comunque dalla dimostrazione che Sciacca sapeva di essere incompatibile.

La crociata…. e il buco nell’acqua

I ricorsi amministrativo e civile volti a dichiarare l’ineleggibilità di Sciacca sono stati proposti dagli esponenti della lista “Diventerà Bellissima”, riconducibile all’avvocato Ferdinando Croce, capo di gabinetto dell’assessore regionale alla Sanità.

La lista all’ultima tornata elettorale non raggiunse per poco il quorum del 5% necessario per partecipare alla ripartizione dei seggi e con il ricorso vorrebbe rientrare in lizza.

Infatti, l’azione giudiziaria mira non tanto e non solo all’annullamento dell’ammissione di Sciacca alla tornata elettorale ma soprattutto, come effetto a cascata, al successivo annullamento degli 11 mila voti ottenuti dall’unica lista dei Movimento 5 Stelle collegata a Sciacca, in modo che si abbassi il numero dei voti necessari per superare il 5%.

L’ineleggibilità cui sarebbe incorso Sciacca – secondo il legale di Diventerà bellissima Alberto Pappalardo – è di essere “dipendente della regione Sicilia con qualifica non inferiore a direttore o equiparata”, secondo quanto previsto art. 9 della legge regionale 31 del 1986.

Può sostenersi con successo che Sciacca abbia la qualifica di direttore qualifica ad essa equiparata?

 

La qualifica di direttore è stata eliminata dall’ordinamento giuridico regionale: precisamente 14 anni dopo l’emanazione della legge sull’ineleggibilità degli amministratori, nel 2000, con la legge n. 10.

Poiché le norme in materia di ineleggibilità sono di strettissima interpretazione ed è dunque vietata ogni interpretazione analogica, estensiva o evolutiva delle stesse, l’esser venuta meno la qualifica di direttore dovrebbe mettere nel nulla la causa di ineleggibilità invocata.

Tuttavia, superando questa obiezione in genere insormontabile, si potrebbe sostenere che benché i direttori non ci siano più, una norma di legge abbia attribuitogli stessi poteri, le funzioni e competenze ad altra figura denominata diversamente.

Di conseguenza, l’ineleggibilità riguarderebbe coloro che hanno preso il posto dei direttori nel rispetto di quella che era la ratio della norma: ovvero impedire e sanzionare l’alterazione della par condicio nella competizione elettorale a vantaggio di chi svolgeva rilevanti ruoli apicali nell’amministrazione regionale.

In effetti è cosi.

La legge 10 ha riordinato la dirigenza regionale istituendo tre fasce e nell’abolire la qualifica di direttore ha stabilito che “accedono alla prima fascia dirigenziale il segretario generale, i direttori regionali ed equiparati“.

La stessa legge ha previsto che i dirigenti generali debbano essere nominati solo tra gli appartenenti alla prima fascia dirigenziale.

Dunque, gli ex direttori ed equiparati altri non sono che gli attuali direttori generali o al più i dirigenti di prima fascia.

Gaetano Sciacca è invece dirigente di terza fascia, a cui è stata affidata la responsabilità di un Servizio, il XVIII, da parte del direttore generale del Dipartimento Lavoro, cui è gerarchicamente sottoposto.

Il consigliere comunale dei 5 Stelle ha dunque una qualifica inferiore (e non equiparata, come dovrebbe essere perché fosse ineleggibile) rispetto a coloro che hanno preso il posto dei dipendenti che al tempo in cui fu emanata la legge in cui confida “Diventerà bellissima” erano chiamati direttori.

 

 

Inchiesta “Terzo livello”, chiuse le indagini. La Procura si appresta a chiedere il rinvio a giudizio per Emilia Barrile e gli altri protagonisti del sistema clientelare creato dall’ex presidente del Consiglio comunale e dal suo socio Marco Ardizzone

Download PDF

Emilia Barrile

Emilia Barrile

Gli arresti e le altre misure cautelari sono scattate il 2 agosto scorso.

Un mese e mezzo dopo, la Procura stringe i tempi e tira diritto lungo la strada che porta al giudizio nei confronti dell’ex presidente del Consiglio comunale Emilia Barrile, del suo fidato scudiero Marco Ardizzone, del suo luogotenente Carmelo Pullia, dello stretto collaboratore Giovanni Luciano, dell’amico di sempre nonché imprenditore Francesco Clemente, e dell’amica Angela Costa: i sei devono rispondere di associazione per delinquere finalizzata a commettere reati contro la pubblica amministrazione.

Avviso di conclusione indagini pure per le altre persone coinvolte nell’inchiesta “Terzo livello”:  l’ex presidente dell’Amam Leonardo Termini; il direttore amministrativo dell’Atm Daniele De Almagro; gli imprenditori Antonio Fiorino, Sergio Bommarito, Angelo e Giuseppe Pernicone; Vincenzo Pergolizzi e i suoi figli Sonia e Stefania, il genero Michele Adige, la sorella Teresa Pergolizzi, il suo uomo di fiducia Elio Cordaro, la dipendente storica Vincenza Merlino.

 

Le contesazioni nei fatti per gli indagati rimangono quelle condensate nella richiesta di misure cautelari, ma la Procura – aderendo alla tesi del Gip Tiziana Leanza – ha riqualificato una serie di ipotesi inizialmente configurate di Corruzione in quelle meno gravi sotto il profilo sanzionatorio di Traffico di influenze illecite.

In sintesi, la Barrile è accusata di aver creato, insieme al suo mentore e socio Marco Ardizzone, un sistema clientelare fondato su patronati e cooperative e su favori ottenuti grazie al suo peso politico a una serie di imprenditori o manager, che la ripagavano con assunzioni di persone a lei vicine e altre utilità, il tutto al fine di alimentare il suo bacino di consensi elettorali.

Manager… ma non tanto

Leonardo Termini deve difendersi dall’accusa di Turbativa d’asta per aver favorito nel 2015 una coop riconducibile alla Barrile nell’aggiudicazione di un appalto all’Amam.

De Almagro, in cambio del sostegno della Barrile necessario per la sua riconferma nell’azienda dei trasporti – secondo la Procura – ha determinato  l’assunzione temporanea come autista di persona segnalata dallo stesso esponente politico: fatto declinato nel reato di Induzione indebita a dare o promettere utilità.

Imprenditori sul fondo del Barrile

Bommarito, patron della Fire Spa, azienda nazionale leader nel recupero credito, alla Barrile chiese il disbrigo di alcune pratiche al Comune e di intercedere su Leonardo Termini in modo da favorire il pagamento di una fattura milionaria a favore della Fire che l’Amam riteneva non fosse del tutto dovuta.

In cambio, sempre secondo l’impianto accusatorio, ha fatto donazioni di denaro ad alcune società sportive e alcune assunzioni.

Tony Fiorino, titolare della Despar di Messina, alla Barrile chiese aiuto per ottenere il via libera alla costruzione di un centro commerciale a Sperone e per avere dagli uffici comunali informazioni riservate su suoi concorrenti. In cambio, operava assunzioni e prometteva lavoro nella eventuale costruzione dello stesso centro commerciale.

Angelo e Giuseppe Pernicone, padre e figlio, sotto inchiesta nel processo Matassa per Associazione per delinquere di stampo mafioso e intestazione fittizia di beni, alla Barrile chiesero intercessione per ottenere la concessione dello stadio San Filippo per il concerto dei Pooh, nell’ambito del quale avrebbe dovuto lavorare la loro cooperativa, in cambio di un coinvolgimento pure della cooperativa dell’esponente politico.

Vincenzo Pergolizzi, l’imprenditore noto a Messina per aver costruito il complesso Aralia su Montepiselli, finisce nell’inchiesta sulla Barrile e poi in custodia cautelare in carcere perché – secondo la Procura – si rivolge all’ex presidente del Consiglio e a Clemente per ottenere lo sblocco di alcune pratiche per la costruzione di un’abitazione su via Bisazza in cambio della promessa di commesse negli eventuali lavori.

Dalle indagini è però pure emerso che Pergolizzi aveva appena effettuato una serie di operazioni di cessione delle sue quote societarie, oggetto qualche anno prima di sequestro preventivo finalizzato alla confisca, annullato successivamente dalla Cassazione, a favore dei suoi stretti collaboratori o congiunti.

Le operazioni societarie sono state declinate in termini di Trasferimento fraudolento di valori: sono state effettuate infatti mentre pende a Reggio calabria il giudizio di prevenzione dopo la sentenza di annullamento con rinvio della Cassazione.

Per la Procura sono state fatte proprio per eludere il possibile nuovo sequestro preventivo.

Gli sviluppi e le misure cautelari

Adesso si apre una fase in cui gli indagati possono chiedere di essere sentiti per chiarire la loro posizione o presentare memorie e documenti nel tentativo di evitare la richiesta di rinvio a giudizio cui l’avviso di conclusioni indagini in genere è propedeutico.

Le indagini sono state chiuse pure per Angela Costa, la moglie di Peppe Chiarella, ex consigliere comunale di Messina e candidato alle ultime elezioni amministrative con la lista Leali di Emilia Barrile.

La Procura aveva chiesto per lei la misura degli arresti domiciliari in quanto socia di una coop riconducibile alla Barrile e ritenuta parte dell’associazione per delinquere capeggiata dalla Barrile e da Marco Ardizzone.

Il Gip Tiziana Leanza ha tuttavia escluso la sussistenza a suo carico dei gravi indizi di colpevolezza dell’appartenenza all’associazione, rigettando la richiesta di misura.

Francesco Clemente, una lunga militanza politica, anch’egli considerato membro dell’associazione per delinquere guidata da Barrile (cui è legato da antica amicizia) e da Ardizzone era finito agli arresti domiciliari.

Il Tribunale della libertà ha nei suoi riguardi annullato la misura: ha così ricevuto la notifica dell’avviso di conclusioni indagini completamente libero.

Ha sostenuto di non aver mai saputo neppure dell’esistenza di Marco Ardizzone e Carmelo Pullia, i membri dell’ipotizzata associazione per delinquere e dunque non potesse essere ritenuto organico di un’associazione di cui non conosce i componenti.

A parte Angela Costa, Francesco Clemente, Leonardo Termini, Sergio Bommarito, tutti gli altri indagati sono sottoposti a misura cautelare.

Vincenzo Pergolizzi è in carcere; la Barrile, Ardizzone, Pullia, Luciano, Adige, Cordaro e Merlino sono ai domiciliari; De Almagro è interdetto dall’esercitare le funzioni di direttore amministrativo; Tony Fiorino ha il divieto di svolgere attività imprenditoriale e di ricoprire cariche nelle società; Sonia e Stefania Pergolizzi hanno l’obbligo di dimora.

In questo procedimento non hanno avuto misure neppure Angelo e Giuseppe Pernicone, ma il primo (padre) è in custodia cautelare in carcere nell’ambito del procedimento Matassa, il secondo (il figlio) è invece libero.

Faida tra “tutori” della legge, un poliziotto e il fratello carabiniere agli arresti domiciliari. Per vendicare la nipote denunciata per furto confezionano contravvenzioni a tavolino nei confronti dei colleghi “troppo rigorosi”. E con il vezzo di guidare motocicli privi di assicurazione

Download PDF

polizia-e-carabinieri

Le contravvenzioni per guida di motociclo privo di copertura assicurativa con conseguente sequestro del mezzo sono state recapitate a due agenti della polizia di Stato in servizio alla caserma “Calipari” di Messina.

A firmarli un carabiniere, Maurizio Pugliatti, fratello di Francesco Pugliatti, sovrintendente capo della polizia e collega di ufficio dei due destinatari della contravenzione.

Non si è trattato di un caso lodevole di un custode dell’ordine pubblico che non guarda in faccia nessuno e applica la legge nel rispetto del principio di uguaglianza, ma – secondo le conclusioni cui è giunta la Procura al termine di alcuni mesi di indagini – di una vendetta organizzata a tavolino proprio dai fratelli Pugliatti.

Per loro il giudice per le indagini preliminari, Monica Marino, ha disposto la misura cautelare degli arresti domiciliari con le accusa di falso aggravato in atto pubblico e accesso abusivo al sistema informatico.

Il movente della guerra fraticida

Il sovrintendente Maurizio Cisca e il vice Danilo Minissale, i due destinatari delle multe, infatti, qualche settimana prima avevano svolto le indagini e individuato la responsabile di alcuni furti denunciando all’autorità giudiziaria la nipote dei fratelli Pugliatti, Sabrina Alizio.

Ciò ha dapprima suscitato le proteste del loro collega di ufficio e zio della Alizio: “Trattandosi di parente di collega dovevate avvertirmi in modo da trovare il modo di comporre la cosa anche con le persone offese”, ha protestato Francesco Pugliatti, secondo quanto hanno raccontato i due colleghi Cisca e Minissale.

Successivamente, è scattata la vendetta, che ha assunto la forma delle due contravvenzioni confezionate a tavolino.

L’imboscata…. imperfetta

Come hanno evidenziato le indagini, i fratelli Pugliatti attraverso degli accessi alla banca dati in uso alle forze dell’ordine effettuata da un collega (ritenuto dagli inquirenti in buona fede), hanno verificato che gli scooter con cui i colleghi si recavano al lavoro erano privi dell’obbligatoria copertura assicurativa.

Così, qualche giorno dopo, precisamente la mattina del 19 aprile del 2018, Maurizio Pugliatti, in forza al Nucleo radiomobile dei carabinieri, mentre faceva servizio a Piazza Trombetta unitamente al collega Alfredo Grillo (anch’egli indagato) ha attestato nei verbali di contravvenzione e nella relazione di servizio di aver visto passare (più o meno nell’ora in cui si prende servizio alla caserma Calipari), due motocicli che non era riuscito a fermare e di cui aveva però preso le targhe, mezzi che a un controllo successivo erano risultati privi di copertura assicurativa.

Quella che sembrava per i fratelli Pugliatti la più facile delle imboscate si è rivelata un autogol.

Non appena è stata loro notificata, i destinatari delle contravvenzioni hanno denunciato che per andare al lavoro avevano seguito strade diverse da quelle riportate nei verbali da Pugliatti e Grillo: sono così scattate le indagini.

Queste, fondate sull’acquisizione delle immagini delle telecamere della zona, hanno dato loro ragione e smentito quanto attestato nei vari verbali da Maurizio Pugliatti e Alfredo Grillo.

 

Ad applicare la legge…. violando la legge

Cisca e Minissale, che tra i compiti di ufficio hanno anche la repressione delle violazioni al codice della strada, nelle loro denunce non hanno negato di aver usato i mezzi privi di assicurazione né che questi non lo fossero, ma che Pugliatti quella mattina non li ha visti né avrebbe potuti vederli.

D’altronde che fossero privi di assicurazione è un dato documentale; che siano andati al lavoro quella mattina a bordo di quegli scooter lo hanno mostrato le immagini delle telecamere.

Le (solite) fughe di notizie riservate

I fratelli Pugliatti non si sono limitati a congegnare e poi eseguire una maldestra vendetta, ma quando hanno saputo che sul loro conto si stavano svolgendo indagini hanno ancor di più peggiorato la loro situazione.

I due fratelli hanno presentato una denuncia per calunnia nei confronti di Cisca e Minissale.

Dalle denuncia emerge che i due erano a conoscenza del contenuto dell’esposto dei colleghi benché le indagini fossero coperti dal segreto istruttorio.

Chi li ha avvisati?

Il Gip Marino ha valorizzato questa circostanza per motivare la sussistenza del pericolo di reiterazione del reato e di inquinamento probatorio su cui ha fondato la necessità degli arresti domiciliari.

Corruzione, da rifare il processo al giudice della sezione fallimentare Giuseppe Minutoli. Il gup di Reggio Calabria, Davide Lauro, ordina la restituzione degli atti alla Procura per il corretto esercizio dell’azione penale: “Fatti diversi da quelli contestati”

Download PDF

Il magistrato Giuseppe Minutoli

Il magistrato Giuseppe Minutoli


Né una sentenza di condanna, né una sentenza di assoluzione, bensì un’ordinanza di restituzione degli atti al pubblico ministero perché eserciti correttamente l’azione penale.

E’ questo l’esito del giudizio abbreviato che vedeva come imputato di corruzione il presidente della sezione fallimentare del Tribunale di Messina Giuseppe Minutoli.

Il giudice dell’udienza preliminare di Reggio calabria, Davide Lauro, al termine di tre lunghe udienze ha stabilito che i fatti descritti dal capo di imputazione sono materialmente diversi da quelli, in ipotesi penalmente rilevanti in termini sempre di corruzione, che emergono nel materiale probatorio raccolto dalla Procura e posto all’esame del giudice.

Minutoli era accusato di aver accettato la promessa che gli era stata fatta dall’amico Gianfranco Colosi, imprenditore molto noto a Messina nel campo della ristorazione (è il titolare di Casa Ramona di viale San Martino), dell’assunzione della moglie nella costituenda società che proprio grazie all’aiuto del presidente della Fallimentare avrebbe dovuto subentrare all’Istituto vendite giudiziarie nella gestione dei servizi relativi alle vendite forzate del Tribunale.

L’accusa era fondata su alcune intercettazioni ambientali e telefoniche.

Il gup Lauro nell’ordinanza di tre pagine, per mostrare la divergenza tra fatti descritti e i fatti risultanti dagli atti di indagine, ha in primo luogo osservato che in queste intercettazioni non vi è un riferimento all’assunzione della moglie nella costituenda società, ma si parla di generica assunzione presso altra società riconducibile all’imprenditore della ristorazione.

In secondo luogo, il giudice ha rilevato che diversamente da quanto sostenuto nel capo di imputazione, dalle intercettazioni emerge che Colosi non dovesse scalzare l’Istituto vendite giudiziarie (IVG), ma avrebbe dovuto stringere un patto sinergico con la società Astelegali.net, interessata a succedere all’IVG, e che l’intento di Minutoli fosse proprio quello di mettere in contatto Colosi con Astelegali.net. .

“L’imputato ha diritto di difendersi da fatti materiali descritti compiutamente nel capo di imputazione corrispondenti a quelli che emergono dalle risultanze istruttorie”, ha in sostanza statuito il Gip.

Nel caso di specie ciò non è accaduto e dunque la Procura dovrà di nuovo procedere alla contestazione dei fatti proponendo una nuova richiesta di rinvio a giudizio.

I coimputati vanno in ordinario

Il coimputato Gianfranco Colosi ha scelto il rito ordinario. Dopo un errore di notifica della richiesta di rinvio a giudizio, l’udienza preliminare non si è ancora tenuta.

Il rito ordinario è stato scelto pure da Letterio Romeo, all’epoca dei fatti capo della Direzione investigativa antimafia di Messina.

L’ufficiale, intimo amico sia di Colosi che di Minutoli, secondo l’accusa è stato attore del patto corruttivo tra il giudice e l’imprenditore e ha avuto, a sua volta, la promessa dell’assunzione della moglie.

La pubblica accusa aveva chiesto per Giuseppe Minutoli 5 anni di reclusione, 7 anni e mezzo come come pena base, ridotta di un terzo, ovvero di 2 anni e mezzo, per la scelta del rito speciale.

 

Inchiesta sull’appalto della Siracusa Gela, il consulente/mediatore Nicola Armonium collabora con gli inquirenti e torna libero. In 10 ore di interrogatorio puntella le accuse nei confronti dei coimputati di corruzione e chiama in causa altri personaggi di rilievo politico e istituzionale. Omissati i verbali

Download PDF

L'ex vice presidente del Cas Nino Gazzara

L’ex vice presidente del Cas Nino Gazzara

Arrestato il 13 marzo del 2018 ha fatto una quindicina di giorni di carcere, poi 3 mesi di arresti domiciliari.

Alla vigilia dell’udienza preliminare ha deciso di vuotare il sacco: ha ammesso i fatti contestati, ha fatto nomi e cognomi, ha tirato in ballo personaggi di rilievo politico e istituzionale.

Nicola Armonium, il titolare di Pachira Srl, società usata – secondo la Procura di Messina – per pagare tangenti a Nino Gazzara, il vicepresidente del Cas, l’ente che aveva bandito la gara, in modo che si prodigasse per favorire il Raggruppamento imprenditoriale Condotte Acque Spa e Cosedil Spa aggiudicatario dell’appalto da 320 milioni di euro per la costruzione di un tratto della Siracusa Gela, è libero.

A disporre la revoca di qualsiasi misura cautelare il Giudice per le indagini preliminari Simona Finocchiaro.

Ma un peso determinante l’ha avuto il parere positivo della Procura guidata da Salvatore De Lucia, che sino a 3 mesi e mezzo fa si era detta contraria anche ai domiciliari in luogo del carcere, disposti comunque dal Tribunale della Libertà il 29 marzo del 2018.

“La condotta processuale di Armonium ha fatto cessare le esigenze cautelari”, ha motivato il gip Finocchiaro.

Di più, la Procura ha dato il consenso alla definizione della posizione processuale di Armonium attraverso il patteggiamento.

La “condotta processuale” positivamente valutata da pm e gip è condensata in due verbali di interrogatorio tenuti in data 2 luglio e 6 luglio del 2018.

Due interrogatori lunghi 10 ore, a cui ha partecipato anche l’aggiunto della Procura Rosa Raffa.

La corruzione

Armonium davanti ai magistrati ha raccontato come si sono svolti i fatti che la Procura ha declinato in termini di corruzione, puntellando l’impianto accusatorio nei confronti di coloro che sono coimputati: Nino Gazzara, colui che secondo l’accusa ha percepito una tangente sotto forma di consulenza legale a favore di Pachira; Stefano Polizzotto, il legale con un passato da capo di gabinetto del Governatore Rosario Crocetta destinatario anch’egli di somme di denaro da parte di Pachira; Duccio Astaldi e Antonio D’andrea, legali rappresentanti del Raggruppamento che si è aggiudicato l’appalto e con Armonium hanno sottoscritto un contratto di consulenza da quasi due milioni di euro.

Armonium è andato anche oltre: ha chiamato in causa personaggi sinora estranei alle indagini e ha aperto squarci di luce anche su altri appalti: è per questo che i verbali sono stati in larga parte omissati.

Gli abusi d’ufficio

Secondo l’impianto accusatorio sono due gli atti di favore che Gazzara, in cambio di una consulenza di 30 mila euro e dell’impegno a consulenze future, ha cercato di far conseguire al Raggruppamento di imprese vittorioso: uno effettivamente deliberato, l’altro no.

Innanzitutto, la stipula di un addendum al contratto di appalto, firmato dall’allora direttore generale Maurizio Trainiti, che ha consentito alla ditta di posticipare la consegna del tratto principale di autostrada di 6 mesi, rispetto alla data fissata nel bando di gara del 31 dicembre del 2015.

Trainiti insieme agli istigatori Gazzara, Astaldi, D’andrea e Polizzotto sono imputati di abuso d’ufficio.

Secondo la procura questo patto era illegale. Per le difese era pienamente lecito e giustificato dal ritardo nell’aggiudicazione definitiva dell’appalto.

Gazzara ancora sempre nell’ambito dell’accordo corruttivo si spese successivamente sul nuovo direttore generale, Salvatore Pirrone, per fare ottenere al raggruppamento un anticipazione del 5% del valore dell’appalto, ma l’anticipazione non fu mai data: Pirrone ritenne fosse vietata dalla legge.

La turbativa d’asta

La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per turbativa d’asta anche dei componenti della sub commissione incaricata dalla commissione di gara nazionale di verificare se le migliorie al progetto definitivo proposto dal raggruppamento vincente non fosse in contrasto con la legge o con il disciplinare di gara e quindi la società risultata vittoriosa non andasse esclusa.

La sub commissione diede il via libera all’aggiudicazione. Secondo la procura così facendo ha turbato la gara, perché il raggruppamento vincente andava escluso.

Che la gara, però, non sia stata truccata, non nel modo ipotizzato dalla Procura, l’ha stabilito il Consiglio di giustizia amministrativa (vedi ampio servizio sulla vicenda).

Imputati di turbativa d’asta sono Pietro Mandanici, Sebastiano Sudano, Antonino Recupero, Corrado Magro e Gaspare Sceusa.

L’eccesso di zelo innocuo

Quest’ultimo, capo dell’ufficio tecnico del Consorzio per le autostrade siciliane, è accusato anche di abuso d’ufficio per aver autorizzato il sub contratto di consulenza legale tra il raggruppamento vincente e la società Pachira Srl, nonostante questo tipo di contratti di sub appalto siano vietati.

In questo modo Sceusa – per la pubblica accusa – ha fatto conseguire un vantaggio indebito alla Pachira srl.

L’attività di indagine ha mostrato che questo contratto di consulenza non ha aggravato in alcun modo il costo dell’appalto per la pubblica amministrazione.

Anche se non vi fosse stata autorizzazione di Sceusa, nulla poteva impedire al raggruppamento vittorioso di procedere alla stipula dello stesso.

Sceusa nel corso di interrogatorio aveva spiegato che l’autorizzazione fu frutto di eccesso di zelo, in quanto non si trattava di un vero e proprio sub appalto: Pachira Srl cioè non andava a compiere opere o attività cui si era impegnato in sede di gara il Raggruppamento di imprese vittorioso, ma attività di tutt’altra natura.

Disposto lo stralcio della posizione di Armonium, tutti gli altri imputati si troveranno davanti al gip Eugenio Fiiorentino il prossimo 16 luglio.

Il COMMENTO. L’uscita di scena di Renato Accorinti metafora di un sindaco che ha fallito innanzitutto come uomo

Download PDF

Scambio reciproco di fascia tricolore tra Renato Accorinti e Cateno De Luca

Scambio reciproco di fascia tricolore tra Renato Accorinti e Cateno De Luca



Nessun sindaco uscente era mai riuscito nell’impresa. Ma Renato Accorinti non poteva lasciare Palazzo Zanca senza superare se stesso. Prendersi del “buffone, buffone” all’insediamento del suo successore, al momento dello scambio della fascia tricolore, è in effetti un record difficilmente imitabile.

Eppure, Cateno De Luca, il nuovo sindaco, con lui era stato affettuoso e generoso. Davanti alle decine di suoi sostenitori entusiasti gli aveva riconosciuto il merito di aver aperto un varco nel sistema di potere messinese, di aver migliorato i conti del Comune e gli aveva lasciato la fascia tricolore di sindaco: “So che ci tieni tanto, come ricordo di anni che hai vissuto intensamente. A me ne hanno regalata una nuova”.

Ma poteva Accorinti uscire di scena con classe ed eleganza, come farebbe una qualunque persona con un po di senso delle istituzioni, o anche un qualunque sportivo sconfitto?

Poteva generosamente lasciare spazio al suo successore con parole semplici: “Complimenti per la vittoria, auguri per il vostro lavoro, spero facciate bene per la comunità, considera che se le vostre azioni non mi convinceranno farò sentire la mia voce di opposizione politica”?

No, Accorinti non si poteva smentire.

Doveva essere protagonista anche se lì dove si trovava il protagonista era altra persona e a lui toccava il ruolo di comprimario.

Ecco allora il solito sermone fatto di slogan, che ripete da 5 anni come un disco rotto. Come se fosse l’insediamento suo e non il suo addio o arrivederci.

E poi, infine, le provocazioni, manifestazione di rabbia di un pacifista nonviolento, con riferimenti al tram volante e alla telefonata scherzo di Papa Francesco.

“Buffone, buffone”, era il minimo che si potesse beccare.

De Luca lo ha comunque protetto, pure dal coro. E non ha risposto alle provocazioni, mantenendosi signorile.

Ma lui, non pago, ha ripreso la parola per completare l’opera.

L’opera di un sindaco, divenuto sindaco per caso, in un momento storico particolare segnato da inchieste giudiziarie, che ha pensato di essere divenuto sindaco per qualità sue al punto da ignorare le persone che per lui si erano battute quando nessuno credeva in lui.

Un uomo che per 5 anni si è specchiato nel lago, o meglio negli specchi della stanza del palazzo municipale in cui si è chiuso, scambiando la politica per se stesso, dimenticandosi degli “ultimi” che tanto aveva declamato e occupandosi a tempo pieno di coltivare rapporti con i potenti, magari tentando di rubare loro la scena se troppo potenti: il “Trump, peace no war”, al G7 di Taormina è solo un esempio..

Quello che è accaduto allo scambio della fascia tricolore è la metafora di Accorinti: un uomo che confonde se stesso con le istituzioni, incapace di accettare i suoi limiti e le sue sconfitte, privo di umiltà e generosità, neppure animato da spirito sportivo benché l’unica competenza che abbia sia quella di professore di educazione fisica.Un uomo che pensa ancora di essere sindaco quando non lo è più e si fa appositamente immortalare a bordo della bicicletta che in 5 anni ha usato pochissime volte con la fascia tricolore stretta nel pugno alzato in segno di vittoria, benché abbia palesemente perso.

Un uomo che non è uscito sconfitto (già prima delle elezioni) perché la sua Giunta ha amministrato peggio delle amministrazioni precedenti (anzi, per certi versi, ha fatto meglio) e neppure per la sua incompetenza su tutto (a parte gli slogan), ma per la sua mancanza assoluta di umiltà, che ha portato pure i suoi sostenitori a non volerlo più.

Basti dire che una buona fetta di “Cambiamo messina dal basso”, alla vigilia della campagna elettorale aveva manifestato la sfiducia e l’opportunità di non ricandidarlo.

Un uomo che se i messinesi votano per lui sono “virtuosi e rivoluzionari”, se non lo votano sono “ignoranti e mafiosi”.

Se il nuovo sindaco De Luca con Accorinti è stato generoso e signorile nonostante l’ultimo spettacolo non si può dire la stessa cosa della sua assessora Dafne Musolino.

L’avvocata si è dimenticata del nuovo ruolo istituzionale, o forse non c’è ancora entrata, e si è prodotta su facebook in uno show fatto di improperi all’indirizzo di Renato Accorinti.

Cateno De Luca le affiderà anche la delega al bon ton?

Lo spettro di arresti e commissariamenti evocati da Dino Bramanti: l’evasione fiscale “fatta a pezzi” dal Tribunale della Libertà, il tentativo di concussione per induzione prescritto. Ecco cosa dicono le carte dei procedimenti pendenti su Cateno De Luca

Download PDF

Dino Bramanti e Cateno De Luca

Dino Bramanti e Cateno De Luca

Il cambio di tattica gliel’ha indicata Lucio D’amico dalle pagine della Gazzetta del sud: “I suoi alleati vorrebbero che passasse all’attacco chiedendo conto a Cateno De Luca dei suoi guai giudiziari”.

Dino Bramanti, l’avversario al ballottaggio del 24 giugno per la scelta del sindaco di Messina, non vedeva l’ora.

Ma quando uno scienziato della medicina si cimenta sul terreno tecnico giuridico i rischi di confusione diventano molto forti.

“De Luca è sotto processo, potrebbe essere arrestato e il Comune se fosse eletto sindaco potrebbe essere commissariato”, ha ripetuto Bramanti. “E’ stato assolto per prescrizione, rinunci alla prescrizione”, ha ancora sfidato. “E’ stato arrestato ed è sotto processo per associazione mafiosa finalizzata all’evasione fiscale”, ha arringato il candidato a sindaco sponsorizzato da Francantonio Genovese e Nino Germanà, prima che qualche presente al comizio lo avvertisse che la mafia non c’entra.

I guai giudiziari di De Luca

Cateno De Luca ha due procedimenti penali pendenti:uno riguarda l’inchiesta denominata (impropriamente) “Sacco di Fiumedinisi”;  l’altra attiene la gestione della Fenapi, sindacato da De Luca creato e gestito – secondo l’accusa della Procura – facendo ricorso all’evasione fiscale.

Entrambi i procedimenti penali lo hanno portato agli arresti domiciliari. per il primo il 27 giugno del 2011; per il secondo l’8 novembre del 2017.

Ambientalisti nel “Sacco di Fiumedinisi”

Nel primo procedimento penale, a De Luca veniva contestato nella sostanza di aver usato illegalmente il Contratto di quartiere, strumento urbanistico previsto e incentivato con appositi finanziamenti per riqualificare borghi o paesi in stato di abbandono, al fine di ottenere deroghe al Piano regolatore generale di Fiumedinisi di cui era sindaco e quindi consentire attività edificatorie ai privati, i quali intervenivano conferendo finanziamenti propri, tra cui società riconducibili ai membri della propria famiglia.

L’accusa era declinata in termini di abuso di ufficio.

Il Tribunale di Messina il 10 novembre del 2017, dopo alcuni anni di processo, pronunciandosi nel merito ha stabilito che Il Contratto di quartiere era uno strumento di cui legittimamente il comune di Fiumedinisi si poteva servire, avendone tutti i requisiti; che l’intervento dei privati era previsto dalla legge anzi dava maggiore credibilità al Contratto stesso e che nulla impediva che potessero parteciparvi pure imprenditori o società vicine a chi impersonava in quel momento il Comune: ovvero De Luca.

Il Tribunale lo ha così assolto.

Nell’ambito del Contratto di Quartiere era pure previsto che il torrente che attraversa Fiumedinisi fosse irregimentato al fine di proteggere l’abitato da eventuali esondazioni. Dapprima, fu prevista la costruzione di gabbioni di pietre. Successivamente, con perizia di variante, si decise di procedere con muri in cemento armato.

Le associazioni ambientaliste insorsero e la Procura contestò a De Luca di aver fatto illegittimamente la variante per favorire i privati (tra cui le società riconducibili alla sua famiglia) in modo che più agevolmente potessero costruire a monte le opere previste dal Contratto di quartiere.

L’attività istruttoria – come hanno motivato i giudici – ha permesso di accertare che le difese in cemento armato erano molto più efficaci per la pubblica incolumità di quelle con gabbioni e che comunque nessuna relazione ci fosse tra le difese spondali e le opere private a monte comunque già da tempo autorizzate dalla regione Sicilia.

Il Tribunale ha così assolto nel merito De Luca anche da questa accusa di abuso d’ufficio.

La concussione nell’interesse delle vittime

Nell’ambito di questa inchiesta, però, l’accusa più grave da cui De Luca doveva difendersi declinata in termini di Tentata concussione, era di avere fatto pressioni con violenza e minaccia ai danni di due cittadini proprietari di terreni su cui secondo il Contratto di Quartiere sarebbero dovuti sorgere delle opere per costringerli a vendere i terreni stessi, accettando l’offerta di acquisto nettamente superiore a quella che sarebbe spettata a titolo di espropriazione.

Il Contratto di quartiere, infatti, prevede l’espropriazione dei terreni per il caso in cui i proprietari non li cedono volontariamente.

La procedura espropriativa tuttavia in genere allunga i tempi.

Proprio per questo, Cateno De Luca, con il Contratto di quartiere e le procedure espropriative già avviate, nell’anno 2006 è intervenuto.

“Ci ha voluto incontrare e ci ha detto: “O lo cedete oppure vi verrà espropriato a prezzi molto più bassi di quelli che vi vengono offerti. Non pensate possiate fermare il Contratto di quartiere. Poi non venite a piangere“, hanno riferito agli inquirenti gli interessati, familiari di esponenti dell’opposizione politica a De Luca, i quali hanno anche raccontato di ritorsioni subite successivamente da parte dell’amministrazione.

Il Tribunale ha ritenuto che la condotta di De Luca non sia atteggiata né in termini di violenza né in quelli di minaccia né mai si siano verificati gli atti aventi natura ritorsiva e dunque ha escluso il tentativo di concussione.

I giudici hanno riconosciuto invece De Luca responsabile del reato, meno grave, di tentativo di induzione indebita a dare o promettere utilità.

In altre parole, De Luca – secondo i giudici – visto il ruolo di sindaco nel momento in cui ha prefigurato l’espropriazione ha posto in essere atti idonei a condizionare la libertà dei proprietari dei terreni, non avendo rilievo che il sindaco in realtà volesse orientare la loro  condotta in senso anche per loro più vantaggiosa in termini economici, né che quest’ultimi al massimo potevano rallentare l’attuazione del Contratto di Quartiere ma mai impedirlo.

Su queste ultime circostanze avevano molto insistito le difese per escludere la rilevanza penale della condotta di De Luca, ma non hanno convinto i giudici i quali hanno messo in rilievo che De Luca era sì portatore degli interessi del Comune ma anche delle imprese private a lui riconducibili e attori del Contratto di Quartiere.

Tuttavia, il Tribunale ha ritenuto il reato prescritto e ha emesso sentenza di non doversi procedere.

La Procura ha fatto appello così come De Luca.

La pubblica accusa infatti chiede che venga riconosciuto il reato di tentativo concussione, che ha un termine di prescrizione più lungo: 10 anni.

il deputato regionale che non venga ritenuto sussistente neppure il reato di Induzione indebita.

Cateno De Luca, se anche volesse, potrebbe raccogliere la sfida di Dino Bramanti e rinunciare alla prescrizione?

La risposta è no. La giurisprudenza della Corte di cassazione sul punto è pacifica (ad esempio, Cassazione penale, sez. III, 8 febbraio 2012, n. 4946, Cassazione penale sez.V, 06/07/2017, n. 40499)

E in quale caso l’ipotetico sindaco De Luca potrebbe decadere?

Solo nel caso in cui la Corte d’appello accogliesse l’impugnazione della Procura e stabilisse che l’aver detto “accettate la somma che vi viene offerta se no avrete un danno economico”, integri gli estremi della violenza o della minaccia necessari per la concussione, De Luca nell’ipotesi in cui nel frattempo fosse eletto sindaco, in base alla legge Severino, decadrebbe da primo cittadino.

L’evasione fiscale “fatta a pezzi” dal Tribunale della Libertà

Non erano neppure passate 48 ore dalle elezioni a deputato regionale che Cateno De Luca l’8 novembre del 2017 è stato arrestato per ordine del Giudice per le indagini preliminari, Monia De Francesco, che ha accolto in toto le richieste della Procura, avanzate 10 mesi prima.

L’accusa per De Luca è di essersi associato con altri collaboratori al fine di rappresentare nei bilanci di Caf Fenapi Srl passività inesistenti per personale, sedi e per servizi affidati ad altre società, in modo da abbattere gli utili e pagare meno tasse: un milione e 800 mila euro secondo la stima degli inquirenti negli anni compresi tra il 2009 e il 2012.

In altre parole, secondo gli inquirenti, il sindacato Fenapi e il Caf Fenapi Srl rappresentava in bilancio trasferimenti di denaro ai circoli territoriali che in realtà non avvenivano.

Il Gip De Rose, il 20 novembre del 2017, ha rivisitato la decisione della collega che il giorno dopo aver firmato l’ordinanza si è messa in maternità, revocando gli arresti domiciliari a cui era stato ristretto De Luca, e sostituendo gli stessi con l’inibizione a ricoprire cariche societarie.

Qualche giorno dopo, il 23 novembre del 2017, il Tribunale della Libertà ha letteralmente fatto a pezzi l’impianto accusatorio della Procura.

“Il compendio documentale e testimoniale mostra in maniera chiara che non c’è stata creazione di passività fittizia. Le passività ci sono e sono documentali: il Caf Fenapi Srl che incassava i contributi statali trasferiva effettivamente ai circoli risorse per pagare il personale e le sedi. E’ fuor di dubbio che i circoli svolgevano in effetti l’attività e non  si vede come si possa pensare che in presenza di attività svolta dalle strutture territoriali per conto del Caf Fenapi Srl e del sindacato Fenapi questi incassassero e poi non sostenessero i costi di chi in concreto svolgeva l’attività produttiva”, ha motivato in sintesi il Tribunale del Riesame. “Peraltro – ha aggiunto il collegio – l’Agenzia delle entrate aveva considerato assolutamente legittimo lo stesso identico modo di contabilizzare le partite contabili tra Fenapi e Caf Fenapi Srl da un lato e i circoli e le società che erogano servizi per le due entità madri dall’altro per gli anni precedenti al 2009″.

La Procura ha fatto appello in Cassazione e confermando le accuse ha chiesto il rinvio a giudizio di Cateno De Luca.

Se De Luca diventasse sindaco e poi fosse prima rinviato a giudizio e poi condannato in primo grado e in appello per associazione finalizzata all’evasione fiscale comunque non ci sarebbe la decadenza. La legge Severino non la prevede per questo reato.

IL COMMENTO: Se il centro sinistra di Pietro Navarra, Antonio Saitta e Franco De Domenico rinuncia a priori a governare la città: il “no” all’alieno Cateno De Luca meccanismo a difesa di un sistema di potere consolidato

Download PDF

Da sx, Franco De Domenico, Antonio Saitta, Pietro Navarra

Da sinistra, Franco De Domenico, Antonio Saitta, Pietro Navarra

 

“Né con Cateno De Luca, né con Dino Bramanti”.

L’ultimo comunicato stampa di Pietro Navarra e Franco De Domenico, vertici del Partito democratico messinese, assomiglia alla dichiarazione di quell’uomo che per giustificarsi del fatto che inspiegabilmente non vuole sposarsi con la sua fidanzata, afferma che non si sposerà neppure con altra donna che, però, nessuna intenzione e interesse ha di sposarsi con lui, né lui con lei.

Fa sorridere e appare una decisione politicamente illogica se non incomprensibile.

Navarra, infatti, quando ancora era rettore dell’ateneo di Messina scese nell’agone politico tra le file del centro sinistra ritenendo di dover/poter dare il suo apporto di competenze e di valori al buon governo della città di Messina,

In quest’ottica è stata spiegata la candidatura (vincente) a deputato regionale del direttore generale dell’ateneo De Domenico; la sua stessa candidatura (anch’essa vincente) a deputato nazionale e da ultimo quella (però perdente) a sindaco del suo prorettore Antonio Saitta, che in realtà in politica si cimenta da anni.

“Questi valori, queste competenze”, nonostante la sconfitta alle elezioni amministrative del 10 giugno potevano comunque essere messe a disposizione della città.

Sarebbe bastato un apparentamento con Cateno De Luca, al ballottaggio sì ma senza possibilità di poter contare su un alcun consigliere, basato su dei punti programmatici concordati e Navarra, De Domenico e Saitta (sempre che De Luca fosse risultato vittorioso al secondo turno) avrebbero avuto in mano il Consiglio comunale e il potere di vita o di morte del sindaco Cateno De Luca.

Di più, avrebbero azzerato il centrodestra e, soprattutto, messo fuori gioco forse definitivamente dalla politica della città lo sponsor principale di Dino Bramanti, Francantonio Genovese, l’ex rais del Pd a Messina e Sicilia passato dal centro sinistra al centro destra dopo che la magistratura ha disvelato i meccanismi del sistema di clientele su cui si reggeva il suo consenso e quello del Pd (sulla sua responsabilità penale, da tenere separata da quella politica ed etica, si pronunceranno i giudici d’appello e quelli della Cassazione, dopo la condanna in primo grado a 11 anni)

Politicamente, dal punto di vista della sinistra ovviamente, sarebbe stato un capolavoro: un capolavoro frutto più della buona sorte che di meriti.

Infatti, nel caso di vittoria di De Luca, si sarebbe data alla città la prospettiva  di un governo più stabile e – ammettendo che ciò che disse Navarra sia fondato – più competente; il Pd amministrando bene avrebbe potuto costruire le basi per il suo reale rilancio nella comunità, anche fuori da bacino elettorale universitario.

Invece il triumvirato piddino con De Luca non ha voluto neppure iniziare le trattative.

Certo, non sarebbe stato facile “incastrare” il navigato deputato regionale. Ma almeno ci si poteva presentare agli elettori e dire: “Sul piano programmatico ci sono troppe distanze da De Luca”.

Non aver neppure voluto sedersi a un tavolo, ignorando pure che alcuni di quelli che hanno votato le liste a sostegno di Saitta hanno dato la preferenza come sindaco a De Luca, significa allora che alla base della decisione non ci sono ragioni politiche di alto livello.

Nessuno, infatti, le ha spiegate a quel 25 % di cittadini di centro sinistra che hanno votato le liste di centrosinistra: di questi solo il 18% volevano Saitta come sindaco.

Al massimo, ci può essere la speranza che De Luca se diventasse sindaco sarebbe costretto a dimettersi dopo poco tempo perché privo di consiglieri.

L’esperienza anche quella di Accorinti, rimasto in carica con due consiglieri a favore e 38 contro per 5 anni dimostra che si tratta di un’illusione. E’ facile prevedere che De Luca se eletto sindaco rimarrà in sella per 5 anni.

Insomma, la sinistra a Messina rischia quello che è capitato alla sinistra a livello nazionale dopo le ultime elezioni politiche. Non ha voluto trattare in alcun modo con il Movimento 5 Stelle un programma e ha messo quest’ultimo nelle mani di Salvini.

Il risultato? Una politica di governo lontana dai principi e valori della sinistra, con le imbarcazioni cariche di migranti bloccate per giorni in mezzo al mare.

Per certi versi è politicamente più comprensibile il no all’alleanza con De Luca da parte del Movimento cinque stelle: i pente stellati infatti possono dire che De Luca è il vecchio modo di fare politica in cui loro non si riconoscono benché abbiano candidato a sindaco Gaetano Sciacca che grazie alla vicinanza a uno dei principi del vecchio modo di fare politica, Raffaele Lombardo, ha fatto incetta di incarichi: capo del Genio civile, soggetto attuatore l’alluvione di Giampilieri con relativa gestione di centinaia di milioni di euro; commissario del Consorzio per le autostrade siciliane.

E allora se non ci sono motivazioni di tipo politico, cosa c’è che ha impedito a Navarra, Saitta e De Domenico di sedersi a un tavolo con il deputato regionale?

C’è il fatto che Navarra De Domenico e Saitta, anche per storia personale, fanno parte dello stesso blocco di potere rappresentato da Bramanti, Genovese e Germanà, ora contrappposto a De Luca.

Un blocco di potere, fatto di una decina di grandi famiglie allargate, autoreferenziale, impermeabile a ogni contaminazione che invece di includere lascia sempre più gente ai margini; che invece di lavorare per l’emancipazione dei ceti più poveri favorisce le condizioni di bisogno; che invece di assegnare le case che ci sono e sono lasciate vuote lavora per costruirne nuove.

Un blocco di potere che prende le decisioni lontano dalle sedi delle istituzioni e senza seguire metodi democratici e non si cura di cosa accade nelle periferie, se non una settimana prima delle elezioni per fare ipocrite passerelle.

Un blocco di potere, supportato da una stampa nella migliore delle ipotesi mansueta, i cui protagonisti possono pure entrare in rotta di collisione tra di loro ma che appena qualcuno mette a rischio l’intero sistema, per riflesso condizionato si ricompatta.

Non è un caso che ci siano rapporti forti personali e professionali consolidati da anni tra Navarra e Genovese, tra Saitta e  Bramanti, tra De Domenico Genovese e Bramanti, tra quest’ultimo e Giampiero D’alia, sceso in campo a sostegno di Saitta.

Nessuno di loro nella vita professionale ha mai calpestato i piedi dell’altro, anche nei casi in cui avrebbe dovuto per legge.

Cateno De Luca rappresenta l’alieno, l’uomo di paese non avvezzo ai modi felpati e borghesi dei salotti, l’uomo che Saitta e Navarra non inviterebbero a cena a casa loro, colui che potrebbe mettere a rischio gli equilibri: la scheggia impazzita.

Magari non lo è, ma per la gente rappresenta questo.

Per le persone di Camaro o del Cep rappresenta colui che è era ciò che sono loro ora e che parla la loro stessa lingua; colui che è capace di mettersi al loro livello e di non guardarli dall’alto in basso in modo schifiltoso.

Rappresenta colui che è capace di parlare loro guardandoli negli occhi, usando tono forti, anche aggressivi e violenti; colui che non legge in maniera asettica una lezioncina scritta da altri.

Uno capace di farli sentire importanti anche solo per un attimo.

Per la media borghesia esclusa dal blocco chiuso e impermeabile rappresenta chi può abbatterlo o aprire un varco o soltanto dare una schiaffo morale.

De Luca nell’immaginario collettivo rappresenta ciò che 5 anni fa rappresentava Renato Accoriniti.

Il professore di educazione fisica però ha tradito le attese: degli “ultimi”, di quelli che se lo erano rappresentato come fattore di riscatto, non si è mai ricordato.

Attratto dall’incontenibile voglia di essere protagonista, beato di tessere rappporti con chi deteneva il potere, non è stato mai fattore di squilibrio degli assetti consolidati.

Quante volte in cinque anni è andato a Cep? Mai. 

E’ stato superato finanche da Saitta e Navarra che ci sono andati una volta, due giorni prima delle elezioni, trovando la strada per arrivarci grazie a google maps.

Il CASO: Un gruppo di persone irrompe al comizio di Cateno De Luca al grido “Cateno non lo vogliamo”. Il leader? Salvatore Bonaffini, genero dell’ex commissario Mario Ceraolo, designato da Dino Bramanti assessore alla legalità. L’antefatto e il retroscena

Download PDF

Cateno De Luca aveva iniziato a parlare da alcuni minuti.

Raggiante per essere giunto al ballottaggio alle elezioni per il sindaco della città, stava spiegando al foltissimo pubblico accorso a Piazza Duomo nella serata di lunedì 12 giugno che non aveva nessuna intenzione di ritirarsi come avevano ipotizzato alcuni giornalisti qualche ora dopo l’esito del voto del giorno prima.

D’improvviso nella piazza hanno fatto irruzione una ventina di aitanti giovani.

Hanno inscenato un coro da stadio: “Cateno, non lo vogliamo…non lo vogliamo”.

Gli elettori del candidato a sindaco hanno accolto il coro con i buh e con i fischi.

De Luca, invece, li ha accolto chiedendo un applauso alla folla.

Per un pò sono stati in silenzio. Poi hanno ripreso: “Cateno non lo vogliamo…Cateno non lo vogliamo…..”. E a seguire: “Messina… Messina…”.

Vedendo che insistevano e il comizio veniva interrotto, De Luca ha intonato anche lui il coro e ha chiesto per loro un altro applauso.

Poi li ha fatti avvicinare al palco: “Avete ragione….Venite cosi mi aiutate. Venite al nostro fianco”.

Loro, in fila indiana hanno attraversato la folla e si sono messi attorno al deputato regionale, guidati da colui che visibilmente era il loro leader: un uomo corpulento, con i capelli rasati e con la maglia rossa che si è posto accanto a De Luca, sigaretta in bocca, appoggiando il piede al panchetto su cui era salito De Luca per farsi vedere dalla gente che gremiva piazza Duomo.

Per altri 6, 7 minuti De Luca ha continuato il comizio: l’uomo con la maglia rossa gli è stato accanto e gli altri attorno.

Chi ha dimestichezza con le partite di calcio del Messina ha subito riconosciuto che alcuni di loro fanno parte del gruppo di tifosi detto “Testi fracidi”.

Ma non erano lì per tifare, né per chiedere a Cateno De Luca di mettere il calcio tra le priorità della sua agenda politica.

Il motivo per cui erano arrivati sino a piazza Duomo a manifestare il loro non gradimento a De Luca si è compreso qualche minuto dopo.

“Non ti posso dare la mano, mi hai chiamato mafioso”, ha detto l’uomo con la maglia rossa a De Luca che gli porgeva la mano.

“Non ho mai fatto questo e non c’entra nulla”, ha risposto De Luca.

“E’ stato un tuo candidato, alla tua presenza”, ha rincarato.

Il politico si è giustificato: “Non me ne sono manco accorto”.

“Dovevi dissociarti, dovevi dissociarti”, ha arringato con voce decisa uno del gruppo capitanato dall’uomo con la maglia rossa.

De Luca ha tagliato corto con fermezza: “Ho fatto quello che dovevo fare, ciascuno rimane della sua opinione, basta”.

A quel punto, l’uomo con la maglia rossa ha ordinato a tutti di andare via. Il gruppo ha fatto il percorso inverso aprendosi un corridoio tra la folla.

Chi è l’uomo della maglia rossa e chi è che gli ha dato del mafioso in un comizio alla presenza di De Luca?

Il retroscena

L’uomo con la maglia rossa è Salvatore Bonaffini, noto alle cronache non solo per essere il capo del gruppo più famoso dei tifosi del Messina, ma anche perché in un lontano passato è stato coinvolto in un fatto di sangue: l’omicidio di Paolo Pellegrino, il macellaio di via Del santo ucciso il 20 marzo del 1992  a venti anni.

Bonaffini, allora anche lui ventenne, non fu il killer del giovane macellaio ma ebbe il ruolo di staffetta nella preparazione dell’agguato e fu condannato con sentenza passata in giudicato a 14 anni e 6 mesi.

Tanti anni dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, Salvatore Bonaffini diventa oggetto di campagna elettorale per un motivo molto semplice: è il genero di Mario Ceraolo, il commissario di polizia da qualche mese in pensione che il candidato a sindaco del centro destra Dino Bramanti, competitor di De Luca al ballottaggio, ha indicato come assessore alla Legalità.

E’ questo rapporto di affinità con il commissario Ceraolo infatti a trascinarlo sino a Piazza Duomo, al comizio di De Luca.

Cosa era accaduto?

L’antefatto e l’imbarazzo

Gianfranco Pensavalli, giornalista e candidato a consigliere comunale nelle liste a sostegno di De Luca, nel corso di un comizio tenuto 15 giorni prima del voto ha affermato: “Bramanti ha indicato come assessore Ceraolo che altri non è se non il suocero del mafioso Salvatore Bonaffini”.

Bonaffini non è stato mai condannato per mafia e anche in relazione all’omicidio di Pellegrino la Corte d’appello ha escluso l’aggravante di aver favorito la mafia, invece riconosciuta dal giudice di primo grado, che lo aveva condannato a 20 anni.

Il commissario Mario Ceraolo – da quanto si sa tra gli addetti ai lavori – ha sin dall’inizio contrastato il rapporto della figlia con Bonaffini, al punto da tagliare completamente con la stessa tutti i rapporti per lunghi anni. Solo di recente –  pare – ci sia stato un riavvicinamento.