Archive for Michele Schinella

Sparatoria al M’ama, dai tabulati telefonici nuovi indizi a carico di Aloisi. “Vai via, sei un moccusu”: un testimone racconta che Cutè quella sera fu offeso dal proprietario del lido

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L'ingresso del M'ama

L’ingresso del M’ama

 

Gianfranco Aloisi si trovava davanti al M’ama sia quando c’è stato il litigio con i buttafuori e uno dei proprietari del locale, intorno all’ 1 e 30 della notte tra il 21 e 22 luglio scorso; sia soprattutto quando sono stati esplosi i 5 colpi di pistola, alle 2 e 19, verso l’entrata del noto lido di via Consolare Pompea, due dei quali hanno ferito gravemente Tania, una ragazza di 34 anni di Briga, a cui è stato spappolato il femore e recisa l’arteria.

Non è stata trovata l’arma con cui sono stati esplosi i 5 colpi.

Non è stato trovato lo scooter usato per il raid.

Nessuno potrebbe identificare con certezza in Alessandro Cutè e Gianfranco Aloisi i due uomini che a bordo della motocicletta hanno sparato i colpi di revolver verso l’ingresso del M’ama.

Tuttavia, il fragile quadro indiziario, probabilmente insufficiente per una condanna “al di là di ogni ragionevole dubbio”, si è arricchito di un dato che ha indotto il Tribunale della Libertà a rigettare la richiesta di scarcerazione per i due, a Gazzi  da un mese e mezzo con l’accusa di Tentato omicidio e porto d’armi aggravato.

L’analisi dei tabulati telefonici dell’utenza di Alosio e il monitoraggio delle cella a cui il cellulare si è attaccato, infatti, mostrano in maniera chiara che l’uomo accusato di aver materialmente sparato dallo scooter guidato – secondo l’accusa – da Cutè era proprio lì dove i fatti sono accaduti, alle 2 e 19, ora in cui sono stati esplosi i 5 colpi di pistola.

Cutè invece – secondo gli accertamenti dei carabinieri – quella sera non aveva con sè il telefono cellulare che per tutta la sera è rimasto agganciato alla cella della zona sud della città dove vive.

L’unico dato certo è il movente. Che, però, oltre a Cutè e Aloisi, potevano avere anche altri loro amici.

Infatti, dagli accertamenti è emerso che quella sera a chiedere insistentemente ed invano di entrare c’era insieme ai due almeno un altro amico (come ha riferito una delle dipendenti del M’ama), che però al momento non è stato identificato.

Si potrebbe trattare dello stesso uomo che si è intrattenuto a parlare con Aloisi e Cutè (come emerge dalle registrazioni della telecamera del bar prospicente il M’ama), prima che due di loro, intorno all’ 1 e 23 di notte, un’ora prima del raid, salissero sull’auto e si dirigessero verso il centro città.

Per i carabinieri i due che sono saliti sulla smart sono proprio Cutè e Aloisi, che dopo un’ora sono tornati a bordo dello scooter.

Lo stra…potere dei buttafuori e dei proprietari

 

Le ulteriori indagini hanno chiarito meglio anche il movente dei due e i motivi del litigio all’ingresso e della ritorsione.

Un testimone oculare, che conosceva sia Cutè che Aloisi, ha raccontato che i buttafuori e il proprietario del locale non si sono limitati ad impedire l’ingresso dei due giovani, ma a fronte delle loro insistenze li hanno – stando a quanto raccontato – anche offesi facendo leva sulla loro posizione di forza e sulla stazza fisica.

Sei un moccuso, vai via”.

E questa, secondo il racconto del testimone, l’offesa che ha fatto andare su tutte le furie Alessandro Cutè, detto il leoncino, nipote dello zio omonimo, il leone, a capo del clan di Mangialupi.

Gli è stata rivolta dal proprietario del M’ama, chiamato dai due buttafuori che non ne volevano sapere di farli entrare.

Il  testimone ha pure raccontato che per mettere pace si era offerto di lasciare a Cutè e ai suoi amici i tavoli che stava occupando.

Cutè però non ne ha voluto sapere: “Mi ha detto: Se non mi fanno entrare gli faccio fare il botto“, ha riferito il testimone.

Per tentare di fare ragionare Cutè, un’ altra persona lì presente si è offerta di farlo parlare l’indomani con un’altro dei proprietari del M’ama, socio di chi lo aveva offeso poco prima (ovvero il titolare di un negozio di frutta su viale Giostra), in modo che gli desse soddisfazione con le scuse. Ma niente.

Cutè è stato irremovibile.

Vu fazzu avvidire io”, ha minacciato andando via dal locale, per ritornare – secondo l’accusa – un’ora dopo e trasformare la minaccia in fatti concreti e tragici.

 

 

Calcioscommesse, nell’inchiesta entra l’ex terzino del Messina calcio Alessandro Parisi. Per la Procura ha aiutato mister Arturo Di Napoli. Spuntano altri indagati…alcuni noti alle cronache giudiziarie. Tra questi Giuseppe Ieni

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Alessandro Parisi

Alessandro Parisi


Uno era il bomber, Re Artù per i tifosi; l’altro il terzino d’attacco dal mancino al fulmicotone.

Negli anni d’oro del Messina calcio, culminati nel 2005 con la promozione in A e l’anno dopo il settimo posto nella massima serie, erano sempre insieme: dentro e fuori campo.

Insieme si ritrovano di nuovo dopo 12 anni. Ma non nel rettangolo di gioco, e non nei locali di cui erano allegri frequentatori.

Si ritrovano a condividere la (molto) più scomoda posizione di indagati nell’inchiesta  della Procura di Messina sul calcio scommesse.

Alessandro Parisi, l’unico calciatore del Messina che sia mai approdato alla Nazionale maggiore, è entrato nel novero delle persone iscritte a modello 21 che fanno compagnia ad Arturo Di Napoli.

L’inchiesta ruota attorno al bomber di origini milanesi divenuto mister e segue un’ipotesi ben definita ma tutta di dimostrare.

Alcune partite, almeno tre, del campionato 2015/2016 del campionato di Lega pro del Messina calcio sono state truccate grazie all’apporto determinante di chi allora ne era l’allenatore: ovvero Di Napoli, iscritto nel registro degli indagati sin dall’avvio dell’inchiesta.

Ma, secondo le prime risultanze delle indagini, Di Napoli si è avvalso dell’apporto di Parisi.

Quest’ultimo, a dispetto dei suoi 38 anni torno a far parte della rosa che il trio composto da Natale Stracuzzi (presidente), Pietro Gugliotta (vice) e Pietro Oliveri, affidò nell’estate del 2015 alle cure di Di Napoli.

Di Napoli e Parisi furono ingaggiati benché entrambi fossero reduci da dure squalifiche proprio per il coinvolgimento in vicende di partite truccate, lontano comunque da Messina.

I due ex calciatori sono indagati con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla truffa e alla alterazione delle competizioni sportive.

 

Spuntano altri indagati 

Nell’inchiesta, oltre a Parisi, con le stesse imputazioni, sono entrati altri personaggi conosciuti nella città di Messina, alcuni anche protagonisti alle cronache giudiziarie.

Tra questi Giuseppe Ieni.

L’uomo di 75 anni negli anni novanta fu rinviato a giudizio in quanto ritenuto una sorta di testa di legno del boss Rosario Sparacio: insomma, era accusato di essersi prestato ad intestarsi dei beni in realtà di proprietà di Sparacio in modo che fossero sottratti alle misure di prevenzione patrimoniale.

Alla fine del processo concluso nel 2014 fu assolto per prescrizione.

Noto alle cronache giudiziarie è pure Ugo Ciampi, figlio del titolare del negozio di interni omonimo del centro città, sotto processo nell’ambito dell’inchiesta per la compravendita di un bambino rumeno. Tra gli indagati anche il padre, Bruno Ciampi.

Entra nell’inchiesta pure Gaetano Alessandro, di 45 anni.

Ex guardia giurata è noto alle cronache (non giudiziarie) per motivi molto più nobili: è presidente, infatti, dell’associazione “Donare è vita”, intitolata a Corrado Lazzara.

Tra gli indagati figura Halim Abdel Khalifeh, titolare insieme ad altro dentista, assolutamente estraneo all’inchiesta, dello studio dentistico K.S. Dental, con sede a Messina in via E. L.Pellegrino e a Polistena in Calabria

 

Il ritorno con furore del bomber

 

Arturo Di Napoli era già sotto inchiesta per aver truccato da allenatore del Savona la partita del campionato di Lega pro della stagione calcistica 2014/2015 tra la sua squadra e quella de L’Aquila.

Tuttavia, al termine dello stesso campionato, in piena estate, ha organizzato la cordata di imprenditori messinesi che hanno rilevato l’Acr Messina dall’imprenditore catanese Pietro Lo Monaco iscrivendola in extremis al campionato di Lega Pro della stagione 2015/2016.

Arturo Di Napoli era rimasto invischiato nell’inchiesta “Dirty soccer” della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, che l’11 maggio del 2015 sfociò nelle misure cautelari degli arresti per decine di tesserati.

Inchiodato dalle intercettazioni telefoniche che documentarono i contatti precedenti al match con il direttore sportivo della squadra avversaria, l’ex calciatore con un passato al Napoli e all’Inter fu squalificato a marzo del 2016 a 3 anni e 6 mesi dalla Corte d’appello federale, organo di giustizia sportiva. In primo grado aveva rimediato una squalifica a 4 anni.

Dopo la condanna in appello lasciò la guida dell’ Acr.

 

Le ultime gesta di Parisi

Quando Di Napoli inizia la sua avventura da tecnico del Messina, l’ex compagno di squadra Alessandro Parisi sta scontando gli ultimi scampoli di una lunga squalifica a 3 anni e sei mesi per aver truccato alcune partite di serie A, da calciatore del Bari.

Per la stessa vicenda ha avuto una condanna anche in sede penale.

La squalifica terminò il 10 ottobre 2015.

Il 16 ottobre Di Napoli lo convoca per la partita con l’Andria. In effetti, Parisi già da un anno si allenava con la squadra del Messina.

Il suo apporto sul campo dura però poco.

A febbraio 2016 decide di ritirarsi per problemi fisici ma rimane club manager della società di Natale Stracuzzi.

 

Le origini delle indagini

 

L’indagine, coordinata dal sostituto procuratore Francesco Massara ebbe impulso dalla denuncia dell’organismo di rappresentanza delle agenzie di scommesse che aveva rilevato scommesse un flusso straordinario di giocate su alcune partite del Messina.

Le gare finite nel mirino sono principalmente tre: Casertana-Messina 4-1 del 21 dicembre 2015, Messina-Martina Franca 3-0 del 9 gennaio 2016 e Messina-Benevento 0-5 del 16 gennaio 2016. Ma le indagini hanno puntato i riflettori anche su altre gare.

 

Un sistema collaudato

 

Come hanno disvelato le indagini di diverse Procure d’Italia e la stessa “Dirty soccer”, la combine ha ad oggetto il risultato della partita, molto raramente quello esatto.

In genere, c’è uno o più finanziatori della combine, che spesso ricicla soldi frutto di altri reati. Con i soldi che mette a disposizione si corrompono allenatori, direttori sportivi e calciatori. Concretata la combine, chi ha finanziato il tutto attraverso i suoi prestanomi, i protagonisti stessi della combine (direttori sportivi, allenatori e calciatori), i familiari e gli amici scommettono migliaia di euro in varie agenzie di scommesse di varie città.

Il guadagno, pari a 3, 4, 5 volte quanto si scommette a seconda delle quotazioni, è facile facile.

La scommessa non è neppure una vera scommessa:  l’esito è scontato

Raid da far west al M’ama, gli indizi a carico di Alessandro Cutè e Gianfranco Aloisi. Al vaglio del pm Carchietti la contestazione del più grave reato di tentato omicidio. La storia dei due: quando Cutè fu “salvato” da un poliziotto

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Da sinistra, Alessandro Cutè e Gianfranco Aloisi

Da sinistra, Alessandro Cutè e Gianfranco Aloisi

 

Vu fazzu avvidire io”.

Era stato loro detto dagli uomini della sicurezza e da uno dei proprietari del M’ama che quella notte non potevano entrare.

Ma loro non l’avevano per nulla presa bene.

Prima hanno protestato: “Come mai fate entrare a tutti e giusto noi non fate entrare? Sono entrati questi quattro scassapagliari che appena fai una mossa scappano….”.

Alla fine, dopo varie insistenze, se ne sono andati via con una minaccia che sembrava una delle solite minacce di ragazzi gradassi, una delle tante che poi rimane senza conseguenze.

Mai nessuno avrebbe immaginato che Alessandro Cutè, 22 anni,  e Gianfranco Aloisi, 25 anni, invece, alla minaccia avrebbero fatto seguire i fatti, che nella notte tra venerdì 21 e sabato 22 luglio hanno assunto il colore rosso sangue.

Cinque colpi di pistola: uno in aria, due ad altezza media, uno in basso, l’ultimo ancora in aria, sparati in direzione dell’entrata del locale, in prossimità della biglietteria, dove in genere stazionano decine di persone.

Due proiettili colpiscono alle gambe una ragazza di 34 anni di Briga Marina, Tania, che si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. Le provocano un’emorragia vascolare e le rompono il femore.

 

La ricostruzione provvisoria dei fatti

 

I due si sono costituiti quando hanno saputo di essere ricercati dai carabinieri, che nel frattempo stavano setacciando il rione Mangialupi, dove si riteneva si fossero rifugiati.

Entrambi si dichiarano estranei ai fatti. Tuttavia gli elementi indiziari raccolti sinora nei loro confronti non sono pochi.

Secondo quanto hanno ricostruito gli inquirenti grazie alle testimonianze delle persone presenti e delle telecamere a circuito chiuso del bar “Caffè Nuovo”, ubicato di fronte al M’ama, sulla via Consolare Pompea, i due si sono presentati venti minuti dopo essere andati via minacciosi.

Le telecamere hanno registrato la scena: uno scoter si ferma davanti all’entrata del M’ama, sosta  qualche secondo, a bordo due persone con il casco, quello seduto dietro tira fuori la pistola e spara verso l’entrata del locale, poi vanno via in direzione Ganzirri.

Secondo gli inquirenti dalla diversa corporatura si può desumere che Cutè guidava lo scooter Honda SH, che come è emerso dalla banca dati della polizia è in uso da tempo a Gianfranco Aloisi, e quest’ultimo accomodato sul sedile dietro ha allungato il braccio e ha esploso i 5 colpi di pistola.

Tre testimoni hanno raccontato dell’antefatto davanti al M’ama e hanno riconosciuto senza incertezze in Cutè e Alosio i protagonisti delle minacce di 20 minuti prima.

Tra gli indizi a carico dei due giovani c’è anche la circostanza che dopo il fattaccio i loro telefoni, sottoposti a intercettazione, hanno smesso di funzionare.

Non è stata, però, trovata la pistola da cui sono partiti i colpi e neppure lo scooter usato per il raid.

 

Lesioni personali o Tentato omicidio?

 

Il Pubblico ministero, Antonio Carchietti, nel decreto di fermo contesta il reato di lesioni personali gravi, punito con una pena da 3 a 7 anni, e di porto d’armi, punito con la pena da due a 7 anni. In sostanza i due rischiano, se le ipotesi degli inquirenti trovassero conferma – una pena non superiore a 10 anni.

Tuttavia, per come si sono svolti i fatti, per le modalità dell’azione e il mezzo di offesa usato, ben presto ai due potrebbe essere contestato, oltre il porto abusivo d’armi, il reato più grave di Tentato omicidio, punito con un pena nel massimo a 20 anni di reclusione.

I due, infatti, sparano per ritorsione ma sparano due colpi (dei 5 colpi totali), ad altezza media in direzione di un luogo dove in ipotesi ci sono delle persone, prefigurandosi dunque la possibilità di poterle anche ammazzare.

In queste ore, infatti, è al vaglio del pm Antonio Carchietti, che sta studiando sul punto la giurisprudenza della Cassazione, la modifica del capo di imputazione.

Di recente la Corte di legittimità (sentenza 33383 del 2013) ha ritenuto che integrasse il reato di tentato omicidio e non di minaccia aggravata la condotta di chi al fine di intimidire una persona  ha esploso di notte dei colpi di pistola contro la finestra della sua abitazione, davanti alla quale erano passati qualche secondo prima delle persone che essendo nella stanza potevano essere colpiti mortalmente dai proiettili: circostanza questa conosciuta dallo sparatore.

Determinante è la risposta che si darà, usando se possibile i filmati, a questa domanda: quando Aloisi spara, nella la zona in cui finiscono i proiettili ci sono persone o la giovane Tania compare d’improvviso?

 

La storia dei due indagati

 

Amici per la pelle, dei due quello che ha un passato più burrascoso da un punto di vista giudiziario è Alessandrò Cutè, detto il leonino: è il figlio di Giovanni Cutè. Quest’ultimo, uscito comunque indenne da ogni processo, è il fratello di Alessandro Cutè, detto “il leone”, a capo di dell’omonimo clan di Mangialupi e da qualche tempo libero dopo aver scontato le pene alle quali era stato condannato.

I suoi tre figli, Luca, Giovanni e Giuseppe, hanno tutti avuto condanne passate in giudicato per reati comunqnue connessi allo spaccio di droga.

Il giovane Cutè, che porta il nome di battesimo dello zio, è stato già rinviato a giudizio ed è imputato per associazione per delinquere finalizzata alla spaccio di droga nell’ambito dell’inchiesta Doppia sponda.

 

Il poliziotto ritratta

 

Qualche settimana prima che nell’ambito di “Doppia sponda” scattassero per lui le misure cautelari, Cutè fu coinvolto nella vicenda che vide il selvaggio pestaggio di un agente di polizia, Carmelo Rugolo. Il 9 novembre del 2014, all’alba, l’agente di polizia, mentre era diretto in Questura per prendere servizio, ebbe un tamponamento con un’auto, da cui uscirono quattro giovani. Tra i questi c’era Alessandro Cutè. Ne nacque un diverbio, poi l’agente di polizia fu colpito violentemente.

L’agente Rugolo nell’immediatezza dei fatti accusò con sicurezza Cutè come uno degli aggressori. Poi nel corso del processo cambiò completamente versione: Cutè –  riferì Rugolo al Tribunale – aveva fatto da paciere e si era frapposto tra lui e gli aggressori.

Alessandro Cutè fu così assolto mentre gli altri due aggressori furono condannati per lesioni personali.

L’agente però finì sotto procedimento penale: il Tribunale ordinò alla Procura di verificare se Rugolo fosse responsabile di Calunnia, per aver accusato falsamente Cutè o di falsa testimonianza, per aver dichiarato il falso nel processo scagionando Cutè.

 

La passione per le auto e le rapine 

 

Giancarlo Aloisi, la passione per le auto e le moto d’acqua, invece, ha precedenti per rapina: quando ancora era ancora minorenne fu condannato per rapina a tre anni con affidamento ai servizi sociali.

 

Alluvione di Giampilieri e Scaletta, nessun responsabile per la morte di 38 persone. La Corte d’appello assolve anche gli ex sindaci di Messina e Scaletta, Giuseppe Buzzanca e Mario Briguglio, condannati in primo grado a 6 anni. Non resiste la tesi del giudice di primo grado

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giampilieri

 

Tutti assolti. Non ci sono responsabili, non giuridicamente almeno, della morte delle 38 persone che furono spazzate via dalla valanga di fango, acqua e detriti che il primo ottobre del 2009 sconvolse le case del villaggio messinese di Giampilieri e del comune di Scaletta Zanclea.

La Corte d’appello di Messina ha assolto i sindaci di Scaletta, Mario Briguglio, e di Messina Giuseppe Buzzanca, che in primo grado erano stati condannati a 6 anni per omicidio colposo plurimo, e ha confermato l’assoluzione decretata in primo grado per l’ex commissario straordinario del Comune di Messina, Gaspare Sinatra, per il responsabile della protezione civile regionale Salvatore Cocina, per alcuni funzionari regionali e per ingegneri e architetti progettisti di alcune opere a Scaletta.

E’ crollato davanti ai giudici di secondo grado, salvo colpi di scena in Corte di Cassazione, il castello accusatorio messo in piedi dalla Procura, che sulla sulla scorta di una consulenza tecnica affidata a quattro periti, aveva chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio di 15 persone, alcune per condotte risalenti a 20 anni prima del tragico evento.

 

Il succo della sentenza di primo grado

 

In primo grado il Giudice Massimiliano Micali aveva per larga parte bocciato l’impianto accusatorio che aveva portato a giudizio persone le cui condotte – a leggere le motivazioni delle sentenza – non erano state neppure negligenti o imperite o, se anche ritenute negligenti, non risultavano collegate in alcun modo con un nesso di causalità alla morte delle persone.

Sintetizzando in maniera feroce, il giudice Micali aveva individuato una sola condotta omissiva che è  stata alla base della morte delle persone o di buona parte di loro.

Una condotta che aveva imputato ai due sindaci dei comuni colpiti, per legge responsabili di adottare tutte le misure necessarie per salvaguardare l’incolumità dei propri cittadini in caso di calamità naturali.

Ebbene, proprio partendo da questa precisa responsabilità – per il giudice Micali – il sindaco di Messina Buzzanca  di Scaletta, Briguglio, entrambi allertati il giorno prima dalla Protezione civile regionale sulla possibilità di perturbazioni piuttosto abbondanti, avrebbero dovuto tenere sotto controllo l’evolversi della situazione, inviando sul posto tecnici dell’ufficio di protezione civile nel primo pomeriggio allo scatenarsi del temporale; avrebbero dovuto, man mano che la situazione andava peggiorando, avvisare la popolazione dei rischi che correva rimanendo a casa e avrebbero dovuto ordinare l’evacuazione: tutte misure queste previste dal piano di protezione civile di cui si era già dotato il comune di Messina e, per quanto riguarda il sindaco di Scaletta, dalle istruzioni che aveva diramato la Protezione civile nazionale.

Quest’ultimo avrebbe dovuto pure chiudere al traffico la strada statale che taglia Scaletta (come fece il Cas (Consorzio autostrade siciliane) per l’autostrada che scorre proprio sopra Scaletta) per impedire che gli automobilisti rimanessero intrappolati e poi spazzati via dalla marea di fango, come è accaduto.

Se i sindaci avessero assunto queste precauzioni molte delle persone morte si sarebbero salvate.

Queste condotte erano dovute da parte dei primi cittadini perché gli eventi tragici erano prevedibili.

L’attività istruttoria aveva mostrato che in caso di piogge persistenti a Giampilieri e Scaletta proprio quello che è accaduto, la caduta di frane e lo spostamento di masse imponenti di acqua e detriti con conseguente pericolo alla vita delle persone, era prevedibile potesse accadere.

Che potesse accadere, infatti – come è emerso dal dibattimento – era stato in precedenza segnalato da tecnici ed era noto agli stessi primi cittadini.

I giudici d’appello questa ricostruzione del magistrato di primo grado non l’hanno condivisa. Le motivazione diranno il perché.

Smaltimento illecito di rifiuti speciali ai cantieri navali Palumbo, in appello assolta Letteria Scopelliti. Confermata la condanna a tre anni e 4 mesi per il titolare della Petrol Lavori Walter Radin. In svolgimento in primo grado il troncone principale dell’inchiesta che vede imputati i titolari del cantiere navale

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Una condanna confermata e un’altra trasformata in assoluzione.

La Corte d’appello di Messina ha ribaltato la sentenza di condanna a due anni inferta a Letteria Scopelliti, disponendo l’assoluzione per “non aver commesso il fatto”.

I giudici d’appello hanno invece confermato la condanna per Walter Radin, titolare della società Petrol lavori Srl, che in primo grado era stato condannato a tre anni e quattro mesi.

La prima è stata la titolare di una società, la Futura Sud Srl,che per conto dei Cantieri Navali Palumbo si è occupata di trasportare il grip esausto, la vernice mista a ruggine e materiale ferroso frutto della sabbiatura (sverniciatura)  delle navi, smaltito – per l’accusa  – in maniera illegale.

Il secondo, invece, è il titolare della ditta Petrol Lavori, incaricata dei lavori all’interno del cantiere navale Palumbo che hanno prodotto una parte dei rifiuti speciali complessivamente smaltiti in maniera illegale.

Stando al solo dispositivo, i giudici hanno ritenuto provata la tesi della difesa di Letteria Scopelliti, rappresentata dall’avvocato Alessandro Billè, secondo cui la società di trasporti non ha più effettuato trasporti di grip esausto nel periodo in cui la Scopelliti era amministratrice della società (ovvero dal 31 ottobre 2010 in poi), essendo stata sostituita da altra ditta in questa attività.

I giudici d’appello hanno invece ritenuto conforme alla legge il principio secondo cui è responsabile dello smaltimento dei rifiuti la ditta che il rifiuto speciale lo produce, in questo caso la Petrol Lavori Srl, di Walter Radin (difeso dal legale Antonio Fasolino), anche se effettua lavori nell’ambito di un cantiere navale di cui altri sono titolari.

Il processo definito in abbreviato in secondo grado è una costola del processo principale che vede alla sbarra per smaltimento illecito di rifiuti speciali  Antonio e Raffaele Palumbo, padre e figlio, imprenditori napoletani titolari dei Cantieri navali ex Smeb della zona Falcata.

Tonnellate di rifiuti speciali (ovvero il grip) prodotti all’interno del cantiere navale Palumbo – secondo le risultanze delle indagini degli uomini della Guardia Forestale – sono state interrate in campagna o comunque in siti non autorizzati ad accogliere siffatti rifiuti, al fine di conseguire milioni di euro di risparmi.

I due imprenditori finirono nelle maglie dell’inchiesta coordinata dal sostituto della Procura di Messina, Diego Capece Minutoli e sfociata ad aprile del 2013  negli arresti domiciliari (poi revocati) di entrambi e poi al rinvio a giudizio.

Con la stessa accusa fu disposto il giudizio anche per Mario Fierro, Giuseppe Costa, Rosario Scopelliti, Raffaele Donnarumma, Salvatore Croce e per Letteria Scopelliti, Walter Radin e Diego De Domenico.

Gli ultimi tre hanno scelto l’abbreviato.

Diego De Domenico (difeso dall’avvocato Toni Cappadona) dopo aver  rimediato una condanna in primo grado a tre anni, si è visto ridurre in appello la pena a sei mesi.

Se per coloro che hanno scelto l’abbreviato dunque è già arrivato il responso di secondo grado, per gli altri il processo,celebrato con il rito ordinario, è ancora in corso di svolgimento.

 

 

 

Caso Bisognano, il Gip Monica Marino boccia i sostituti Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo e ordina l’imputazione coattiva per il collaboratore di giustizia: “Per interessi economici ha cambiato le dichiarazioni su Tindaro Marino”. Tutti i guai dell’ex boss, arrestato dalla Procura di Roma il 7 luglio scorso e sotto processo a Barcellona

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I sostituti della Dda Angelo Cavallo e Vito Di Giorgio

I sostituti della Dda Angelo Cavallo e Vito Di Giorgio

 

I sostituti della Direzione distrettuale antimafia, Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, avevano cambiato idea e chiesto l’archiviazione.

Il Giudice per le indagini preliminari invece è rimasto fermo sulla sua convinzione.

Per il magistrato Monica Marino il collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano, ex capo della mafia di Barcellona, non solo ha intavolato trattative con l’imprenditore Tindaro Marino per rilasciare nuove e diverse dichiarazioni che ne alleggerissero la posizione in vista del giudizio della Cassazione per concorso esterno alla mafia e di quello della Corte d’appello diretto al sequestro di tutti i beni, ma queste dichiarazioni di favore il 30 settembre del 2015, in presenza dei suoi difensori, Mariella Cicero e Fabio Repici, e del difensore di Marino, Salvatore Silvestro, le ha pure rese.

Il giudice Marino ha così ordinato alla Procura di disporre l’imputazione coattiva nei confronti di Carmelo Bisognano, di Tindaro Marino e di Angelo Lorisco, ovvero colui che teneva i rapporti tra Bisognano, in località protetta dal momento dell’inizio della collaborazione avvenuta nel 2010, e Marino, all’epoca agli arresti domiciliari.

Il reato contestato è di False dichiarazioni al difensore rilasciate nell’ambito delle investigazioni difensive.

 

La strumentalizzazione del ruolo di collaboratore

 

Era stata proprio il Gip Marino il 18 maggio del 2016 a ordinare gli arresti del collaboratore di giustizia per una serie di ipotesi di reato emerse nell’ambito dell’inchiesta “Vecchia Maniera”, condotta dal commissariato di Barcellona pozzo di Gotto diretto da Mario Ceraolo.

Nell’ordinanza di custodia cautelare, a Bisognano veniva contestata l’intestazione fittizia di beni, la tentata estorsione e soprattutto di aver stretto, tramite il suo uomo di fiducia Lorisco, un vero e proprio pactum sceleris con Tindaro Marino, in forza del quale il collaboratore avrebbe dovuto fare dichiarazioni di favore e Marino lo avrebbe aiutato a rilanciare l’attività di un’azienda, la Ldm Costruzioni Srl che Bisognano attraverso dei prestanome aveva costituito già nel 2013.

La richiesta di misura cautelare era stata avanzata qualche giorno prima proprio da Cavallo e Di Giorgio, i due sostituti che ne avevano gestito sin dall’inizio la collaborazione, determinante per mandare in carcere e a processo una serie di esponenti della mafia di Barcellona.

I due pm si erano fatti delle convinzioni salde sull’esistenza del pactum sceleris e sull’attuazione dello stesso e avevano convinto il Gip Marino.

C’erano infatti molteplici intercettazioni telefoniche e ambientali che attestavano le trattative tra Bisognano e Marino.

E c’era la diversità tra il verbale riassuntivo delle dichiarazioni rese il 30 settembre del 2015 e i verbali di quelle rese negli precedenti da Bisognano e che avevano contribuito alla condanna in appello di Marino (vedi ampio servizio sulla vicenda).

 

La ammissioni di Bisognano….e la tesi difensiva

 

Il collaboratore di giustizia, un mese dopo gli arresti, ha chiesto e ottenuto di essere interrogato dai due pm Di Giorgio e Cavallo: “Ammetto di aver fatto il patto con Marino e che questi in cambio ha acconsentito entrare come socio occulto nella società Ldm Costruzioni Srl dietro la condizione che facessi nuove dichiarazioni sul suo conto. E’ stato un grave errore e una violazione delle regole che mi imponeva il programma di protezione. Tuttavia, non ho detto il falso né ho cambiato versione rispetto a quanto avessi dichiarato prima“, ha dichiarato in sintesi ai due pm.

Insomma – seguendo il ragionamento di Bisognano – Marino  in cambio del suo aiuto economico voleva dal collaboratore delle dichiarazioni di favore; Bisognano ha acceatto la proposta “scellerata”; Marino ha chiesto al suo difensore di sentire Bisognano; questi però poi queste dichiarazioni di favore non le ha fatte; tuttavia, il legale di Marino le ha depositate in Cassazione e in Corte d’appello e Marino stesso è entrato lo stesso in società con Bisognano, offrendo il suo apporto economico per l’attività di Ldm Costruzioni Srl.

In conclusione, Marino – a seguire la tesi difensiva – è stato in qualche modo raggirato da Bisognano.

 

Folgorati sulla via di Damasco

 

Di Giorgio e Cavallo dopo aver confrontato la registrazione integrale delle dichiarazioni rese il 30 settembre del 2015 con quelle rese in precedenza, hanno sposato la tesi di Bisognano: “Nelle linee essenziali, le dichiarazioni di Bisognano su Marino non sono cambiate”, hanno scritto nella richiesta di archiviazione.

 

Se il Gip studia…. e non condivide

 

Lo stesso lavoro di confronto tra le dichiarazioni del 30 settembre del 2015 e quelle precedenti lo ha fatto il Gip Marino, che è giunto senza esitazioni a conclusioni invece diametralmente opposte a quelle dei due pm.

“Conclusivamente, può senz’altro sostenersi che Carmelo Bisognano, in ossequio ad accordi presi in precedenza con Tindaro Marino, abbia rilasciato false dichiarazioni sullo stesso Marino, in quanto oggettivamente diverse da quelle rese in precedenza, assolutamente più favorevoli in quanto ne attenuano non poco la sua responsabilità penale e ciò al fine di conseguire un’utilità e un vantaggio di non poco rilievo: poter iniziare a svolgere una nuova e lucrosa attività imprenditoriale al riparo da occhi indiscreti”, ha scritto il Gip Marino.

 

I guai non finiscono mai

 

Per la costituzione della società LDM Costruzioni srl, intestata a teste di legno, Bisognano è sotto processo davanti al Tribunale di Barcellona per il reato di intestazione fittizia di beni.

Di fronte allo stesso Tribunale sta rispondendo anche del reato di Tentata estorsione commessa  i confronti di Giuseppe Torre, titolare della società Torre Srl, che – secondo l’accusa – Bisognano voleva costringere a cedergli dei lavori prospettando la possibilità di fare dichiarazioni accusatorie che coinvolgessero esponenti della famiglia Torre.

Nell’inchiesta Vecchia Maniera è emerso che il collaboratore non solo tesseva la sua trama volta a tornare a operare economicamente, ma grazie alla complicità degli uomini della scorta si muoveva a suo piacimento in località protetta, incontrando persone di Barcellona e altri collaboratori di giustizia. E soprattutto aveva accesso alla banca data della polizia.

La Procura di Roma per quest’ultima condotta, declinata in termini di Violazione del segreto d’ufficio venerdì 7 luglio 2017 ha chiesto e ottenuto gli arresti in carcere per Bisognano. Ai domiciliari sono finiti due carabinieri della scorta (vedi articolo)

Solo un mese e mezzo prima, a distanza di un anno esatto dagli arresti, il Tribunale di Barcellona aveva ordinato la scarcerazione del collaboratore, rilevando tra i motivi per per cui non ci fossero più esigenze cautelari, il fatto che “al collaboratore non fosse stato mai revocato il programma di protezione” (leggi articolo).

Bisognano infatti è rimasto nel programma di protezione benché – come hanno mostrato le indagini del commissariato di Barcellona e come lui stesso ha ammesso – si sia reso protagonista di gravi violazione del regolamento imposto ai collaboratori, a pena di revoca in caso di violazioni.

 

Operazione Beta, il gip Mastroeni nega per mancanza di indizi gravi la misura cautelare per la moglie dell’autista della Procura Lorenzo Mazzullo, già ai domiciliari. Agente di polizia, è accusata di aver fatto fornito informazioni riservate su Grasso e Romeo al marito. Dedito pure al commercio di farina e pellet… con l’auto blindata

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L'autista della Procura Salvatore Mazzullo

L’autista della Procura Salvatore Mazzullo

Il marito, autista civile dei magistrati della Procura di Messina, è ai domiciliari dal 6 luglio scorso, accusato di aver fornito informazioni riservate a Biagio Grasso e a Enzo Romeo, in carcere con l’accusa di aver fatto parte di una cosca mafiosa e di una serie di reati funzionali all’espansione della stessa organizzazione.

La moglie, Pasqua Cacciola, agente della Squadra mobile di Messina, invece non verrà sospesa dal servizio come avevano richiesto i sostituti della Procura, coordinati dal procuratore capo facente funzione (sino a ieri, quando si è insediato il nuovo procuratore capo Salvatore De Lucia) Sebastiano Ardita.

Il Giudice per le indagini preliminari, Salvatore Mastroeni, infatti al termine dell’udienza (necessaria prima di poter adottare la misura cautelare della sospensione dal servizio), ha ritenuto che non vi siano indizi gravi e concordanti che giustifichino la tesi secondo cui la Cacciola abbia fornito a suo marito (che poi le ha girate a Grasso) informazioni apprese dalla banca dati della polizia.

Nel corso dell’interrogatorio, Pasqua Cacciola, ha giustificato l’unico accesso che risultava aver effettuato nel 2013 sulla posizione di Biagio Grasso, spiegando che all’epoca c’era in corso un’attività di indagine sullo stesso.

E ha negato di aver mai fornito informazioni riservate su Biagio Grasso dietro richiesta del marito in epoca successiva al 2013: in effetti, non risulta che la Cacciola abbia fatto accessi dalla banca dati per controllare la posizione dell’imprenditore appartenente  – secondo la Procura – alla cosca mafiosa, costola del clan Santapaola di Catania, guidata a Messina da Enzo Romeo.

Il marito Mazzullo, parlando al telefono con Grasso a partire dal 2014 – quando questi entra in fibrillazione perché teme di essere nel mirino della Procura – ipotizza la possibilità di fare accessi attraverso la moglie, ma in riferimento a quelli già fatti (anche a favore di Enzo Romeo) ammette che si è avvalso dell’aiuto di un amico carabiniere.

 

Banca dati della polizia alla mercè di tutti

L’attività di indagine ha fatto emergere che sul conto di Grasso erano stati fatti diversi accessi da parte di più agenti della polizia di Stato (ogni accesso alla banca dati lascia una traccia), i quali interrogati hanno però dichiarato che non ricordavano di essersi mai occupati di indagini su Grasso  e che al contempo,  tuttavia, erano soliti consentire a colleghi di collegarsi alla banca dati con la loro password.

“Sono senza giustificazioni operative i numerosi accessi svolti sul conto di Grasso ad opera di soggetti che non hanno mai svolto attività istituzionale di indagine su questo soggetto”, commenta il Gip Mastroeni nell’ordinanza di misura cautelare di Mazzullo.

“Si tratta di una prassi  deprecabile quella di effettuare accessi mediante gli altri accrediti che appare come un modo conclamato per attingere le illecite informazioni”, sottolinea il Gip.

 

L’instancabile Mazzullo tra magistrati… farina e pellet

Secondo le risultanze delle indagini basate su intercettazioni telefoniche, l’autista Mazzullo, che aveva con Biagio Grasso e Enzo Romeo rapporti di frequentazione molto stretti (specie con il primo), si mette a disposizione per qualsiasi informazione e consiglia Grasso di bonificare gli uffici da eventuali cimici.

Ma il suo lavoro di autista dei magistrati non lo soddisfa del tutto.

Secondo gli accertamenti dei Ros dei carabinieri, Mazzullo a tempo perso si dedicava al commercio di pellet e di farina. Il trasporto della merce? Talvolta, con la macchina blindata di servizio, la stessa con cui accompagnava i sostituti procuratori nelle missioni fuori dal Tribunale.

 

 

Accesso abusivo alla banca dati della polizia, la procura di Roma ordina il carcere per il collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano. L’ ex boss di Barcellona era stato scarcerato lo scorso 17 maggio. Nell’inchiesta Vecchia maniera le prove delle complicita’ degli agenti di scorta

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Carmelo Bisognano

Carmelo Bisognano

 

Era stato scarcerato dal Tribunale di Barcellona dinanzi al quale sta rispondendo dei reati di tentata estorsione e intestazione fittizia di beni, il 17 maggio del 2017, dopo un anno esatto di carcere. Ma il sapore della libertà, per il collaboratore di giustizia di Barcellona Carmelo Bisognano ha avuto breve durata.

Venerdì 7 luglio 2017 è stato nuovamente arrestato e condotto nel carcere di Rebibbia su ordine del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Chiara Gallo, che ha accolto la richiesta della Procura, guidata da Giuseppe Pignatone.

Ai domiciliari sono finiti due agenti che erano incaricati di sorvegliarlo e proteggerlo mentre il collaboratore si trovava in località segreta sin dal momento dell’inizio della sua collaborazione, avvenuto alla fine del 2010.

 

Località protetta, che allegria

Secondo quanto accertato gli agenti Domenico Tagliente e Enrico Abbina avevano intessuto con il collaboratore un rapporto di complicità che consentiva a quest’ultimo di muoversi e incontrarsi a suo piacimento, anche con altri collabori di giustizia, in violazione di ogni norma regolamentare e, soprattutto, di avere libero accesso al sistema informatico della polizia.

Il rapporto di collusione tra Bisognano e chi avrebbe dovuto controllarlo è emerso nel corso dell’inchiesta “Vecchia Maniera”, condotta dal commissariato di Barcellona diretto da Mario Ceraolo. I risultati dell’attività di indagine costrinsero i sostituti della Dda di Messina, Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, a chiedere la misura cautelare per il collaboratore che loro stessi avevano gestito e grazie al quale era stata disarticolata la mafia di Barcellona.

Gli arresti scattarono il 18 maggio del 2016.

Gli inquirenti avevano scoperto che Bisognano dalla località protetta, usando Angelo Lorisco, aveva costituito una società e aveva iniziato l’attività di imprenditore, sotto mentite spoglie, grazie all’aiuto dell’imprenditore Tindaro Marino, sottoposto alla misura di prevenzione patrimoniale e condannato all’epoca per concorso esterno alla mafia.

Per tornare operativo, Bisognano tramite Lorisco aveva – secondo l’accusa – tentato di sottoporre a estorsione i membri della famiglia Torre, titolari di un’azienda.

In cambio dell’aiuto economico di Tindaro Marino, Bisognano si era impegnato a fare dichiarazioni favorevoli a Marino, da usare nel procedimento di prevenzione patrimoniale pendente in appello (vedi ampio articolo sull’inchiesta Vecchia Maniera).

Per quest’ultimo capo di accusa, i pm Di Giorgio e Cavallo hanno domandato l’archiviazione, al vaglio del Gip Monica Marino, il giudice che aveva disposto gli arresti di Bisognano.

Per l’intestazione fittizia e la tentata estorsione, la procura di Barcellona competente territorialmente, ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio, in corso di svolgimento.   

 

La trasmissione in capitale

La parte dell’inchiesta relativa agli accessi al sistema informatico era stato trasmesso per competenza territoriale alla Procura di Roma, essendo i fatti avvenuti nella località di Rieti.

Per la procura di Roma, i fatti erano cosi gravi e allarmanti (in riferimento alla esigenze cautelari) da richiedere la massima delle misure cautelari, valutazione condivisa dal Gip.

La responsabilità penale di Bisognano è in corso di accertamento davanti al Tribunale di Barcellona. Benchè l’ex boss di Barcellona fosse stato arrestato e  abbia violato le regole che sono imposte ai collaboratori di giustizia, il programma di protezione non è stato mai revocato.

Anche sulla scorta di questo dato, il Tribunale  di Barcellona ha revocato il carcere sostituendo la misura con l’obbligo di dimora in località protetta, sotto la vigilanza della scorta.

 

Interrogazioni abortite

Sulla gestione del collaboratore di giustizia Bisognano, il 10 maggio del 2017 aveva presentato un’interrogazione parlamentare ai ministri della Giustizia e dell’Interno il senatore del M5Stelle, Luigi Gaetti, chiedendo spiegazioni sul trattamento di favore che l’ex boss aveva ricevuto.

Il vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, l’ha però ritirata qualche giorno dopo. “Mi è stato segnalato che si fondava su documenti incompleti”, si è giustificato. “Ma la ripresento non appena accertò che ciò non è vero”, ha dichiarato raggiunto telefonicamente a fine maggio (vedi articolo relativo).

 

Semplici leggerezze e bucce di banana

Carmelo Bisognano durante la collaborazione e sino agli arresti del maggio del 2016 era assistito da Fabio Repici e Mariella Cicero, colleghi da anni di studio.

Mariella Cicero subito dopo gli arresti ha rimesso il mandato essendo emerse delle intercettazioni tra il legale e il collaboratore suscettibili – secondo gli inquirenti – di rilevanza penale. Repici ha continuato a difendere Bisognano e nel processo in corso a Barcellona ha citato la Cicero come teste a difesa di Bisognano.  Mariella Cicero nel corso dell’esame ha, tra le altre cose dichiarate,  definito in buona sostanza leggerezze le condotte imputate a Bisognano che “è scivolato su una buccia di banana e si è fatto fregare”, aggiungendo che “semplici violazioni comportamentali non possono portare all’incriminazione penale”. Di diverso avviso, prima la procura di Messina e ora quella di Roma, che declinano in termini di reato gli scivoloni sulle bucce del frutto tropicale.

Caso Ruby, condannata a 7 anni l’estetista Ester Fragata per tentato sfruttamento della prostituzione, 2 anni all’avvocato Goffredo Sturniolo per violenza sessuale lieve. Il Tribunale crede alle accuse “messinesi” della ragazza che fece cadere il Governo Berlusconi

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Ruby Rubacuori

Ruby Rubacuori

Sette anni di reclusione all’estetista Ester Fragata. Due anni all’avvocato Goffredo Sturniolo.

E questo il verdetto di primo grado del processo che vedeva come parte offesa Karima Mharough conosciuta come Ruby (Rubacuori), la ragazza di origini marocchine cresciuta a Letojanni che fu alla base del tramonto politico di Silvio Berlusconi.

Ester Fragata era accusata di aver indotto alla prostituzione Ruby che all’epoca dei fatti, ovvero a gennaio del 2009, era minorenne e di aver tentato di  sfruttarne le attività di prostituzione.

La Fragata, infatti, titolare di un centro estetico in via Argentieri, accanto al municipio di Messina, aveva dato ospitalità alla ragazza e – secondo l’accusa della Procura – quando questa si rifiutava di assecondare le richieste di massaggi dei clienti nelle parti intime o altre prestazioni sessuali, la minacciava d farla dormire per strada.

Sturniolo, invece, che aveva conosciuto Ruby attraverso la sua amica Fragata e aveva passato alcune serate in compagnia delle due ragazze, era invece accusato di avere compiuto atti sessuali con la ragazza contro la sua volontà: specificamente di averla toccata nelle parti intime in tre occasioni e contro la volontà della stessa.

Il Tribunale presieduto da Silvana Grasso ha riconosciuto la Fragata, difesa dal legale Antonio Amata, colpevole del reato che le veniva contestato dalla pubblica accusa.

Il fatto contestato all’avvocato Sturniolo, difeso dai legali Tommaso Autru Ryolo e Nicola Giacobbe, che prevedeva una pena da 5 anni a 10 anni, è stato derubricato e considerato di lieve entità, per cui il giovane legale ha rimediato una pena meno dura.

Il processo è nato dalla dichiarazioni che Ruby fece nella Questura di Messina allorchè fu fermata dagli agenti che avevano ricevuto la segnalazione di Ester Fragata che si era  accorta che dal centro estetico mancava un tennis (bracciale) di 3 mila euro.

Portati entrambi in Questura, mentre la Fragata in una stanza denunciava la ragazza per furto, in un’altra Ruby metteva nero su bianco accuse molto più pesanti.

Il processo a Ruby per furto al Tribunale dei minori si è chiuso con il perdono giudiziale.

A Ruby, assistita dal legale Alessandro Faramo, è stato riconosciuto il risarcimento del danno da quantificare in sede civile

Gettonopoli, pesanti condanne in primo grado per i sedici consiglieri comunali. Resiste l’accusa di falso e truffa, cade l’abuso d’ufficio contestato a sei di loro. Che così dribblano la legge “Severino” e mantengono lo scranno a palazzo Zanca

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Il Tribunale di Messina

Il Tribunale di Messina

 

Resiste al vaglio del giudizio di primo grado l’accusa di falso e truffa, contestata ai 16 consiglieri comunali imputati nel processo Gettonopoli, che rimediano pesanti condanne.

Ma cade per sei di loro l’accusa di abuso d’ufficio (contestata insieme a quella di falso e truffa) che avrebbe portato in base alla legge Severino alla sospensione della carica e alla sostituzione con i primi dei non eletti.

E’ questa la sintesi della sentenza emessa dopo 9 ore di camera di consiglio dal Tribunale presieduto da Silvana Grasso alle 22 e 30 di questa sera.

 

I consiglieri erano accusati di truffa e falso per aver incassato i gettoni di presenza per un massimo di 2 mila euro mensili, apponendo una firma di presenza alle sedute della commissioni consiliari e andando via dopo pochi minuti (se non secondi).

Il risultato – secondo l’accusa – è stato conseguito ingannando (elemento fondamentale della truffa) il segretario generale Antonino Le Donne, ovvero colui che materialmente liquidava i gettoni.

Quest’ultimo però ha sempre sostenuto anche in lettere inviate alla regione Sicilia, che per legge i gettoni di presenza spettassero ai consiglieri anche nei casi finiti all’attenzione della Procura.

Le motivazioni diranno come il Tribunale ha sanato la palese contraddizione che sembrava  contrassegnare il capo di imputazione di truffa e falso, e come sia possibile considerare ingannato un funzionario pubblico che invece riteneva la condotta dei consiglieri fosse legittima (vedi commento sul punto).

I consiglieri accusati anche di abuso d’ufficio e a rischio sospensione erano Piero Adamo, Giovanna Crifò, Carlo Abate, Daniele Zuccarello, Benedetto Vaccarino, Nicola Cucinotta.

Ai sei politici era contestato (in aggiunta al falso e alla truffa) di avere partecipato senza delega scritta del capo gruppo a sedute di commissioni diverse da quelle cui appartenevano, incassando i relativi gettoni di presenza.

Il regolamento comunale in effetti richiede la delega scritta, ma i difensori hanno spiegato e dimostrato con testimoni che per prassi il capogruppo dà la delega oralmente, ratificando formalmente la sostituzione con l’approvazione dei verbali in cui è stato sostituito alla seduta successiva.

L’argomentazione – da ciò che è possibile arguire in base al dispositivo – ha fatto breccia.

Il Tribunale ha condannato (per falso) pure Nora Scuderi e Libero Gioveni, per i quali il pm Francesco Massara aveva domandato l’assoluzione.

Nel dettaglio, Giovanna Crifò è stata condannata anni 4 e mesi 10; Pietro Adamo e Cucinotta Nicola a 4 anni e 8 mesi; Carlo Abate, Benedetto Vaccarino e Daniele Zuccarello sono stati condannati a 4 anni e sei mesi; Paolo David e Fabrizio Sottile hanno rimediato 4 anni e tre mesi; Santi Sorrenti, Andrea Consolo, Pio Amadeo, Angelo Burrascano, Antonino Carreri, Nicola Crisafi e Carmelina David a 4 anni di reclusione; infine, Libero Gioveni e Nora Scuderi sono stati condannati a tre anni di reclusione (in realtà, nel corso della lettura del dispositivo il presidente Grasso ha sancito tre anni ma nel dispositivo scritto sono indicati tre mesi di reclusione).

Nell’inchiesta della Procura erano finiti tutti i 40 consiglieri comunali (tranne la presidente del Consiglio Emilia Barrile) che siedono a Palazzo Zanca.

Per 24 di loro era arrivata l’archiviazione sulla base della principio che erano stati presenti alle sedute delle commissioni più di tre minuti, limite temporale considerato – non si è capito in base a quale principio di diritto – elemento discriminatorio per distinguere i consiglieri cattivissimi da quelli cattivi, ma non tanto.