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“Cateno De Luca show”, ecco in esclusiva la sensazionale scoperta del sindaco di Messina per neutralizzare il coronaVirus

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Cateno De Luca in collegamento dal porto di Messina

 

La domanda sorge spontanea, come avrebbe detto il compianto Antonio Lubrano: “Ma un uomo politico che mentre c’è da lavorare per affrontare al meglio un’emergenza urla, accusa, minaccia, litiga con tutti, annuncia di commettere reati e forse ci riesce, delegittima tutte le persone che hanno un ruolo istituzionale sta remando davvero nella direzione giusta?”

Certo che no. Che domanda!

Ma ci si riferisce forse al sindaco di Messina Cateno De Luca?

Suvvia. Non  avrete pensato che quello che fa De Luca sia vero? No, assolutamente no: è tutto uno show.

Cateno De Luca, maestro di propaganda, ha sempre amato gli show.

ll virus Covid 19 avrà fatto pure precipitare gli italiani e i messinesi nella più grossa psicosi collettiva della storia, ma a lui ha molto giovato: ha stimolato la creatività, l’ ha migliorato, l’ha fatto maturare. Gli ha dato l’occasione per capire che è onnipotente e onnisciente.

E’ pronto insomma per fare il salto di qualità.

Nell’epoca in cui la politica è soltanto immagine, confusione, populismo, demagogia De Luca è il candidato ideale. Altro che Presidente della regione, cui ha dichiarato più volte di mirare. De Luca sarebbe perfetto come Presidente del Consiglio, naturalmente solo il tempo di prendere confidenza con Palazzo Chigi e poi balzare al Quirinale.

E’ Il degno successore di Giuseppe Conte; di una spanna superiore a Matteo Salvini, l’uomo che scova i criminali suonando ai campanelli o risolve i fenomeni migratori lasciando la gente per giorni nel mare.

Lui, Cateno, è migliore di tutti.

Se ci fosse stato lui a Roma a capo del Governo, il virus sarebbe stato sterminato a colpi di ordinanze contingibili e urgenti.

Come sindaco è sprecato.

Lui sa fare tutto meglio di tutti: meglio del presidente del Consiglio dei ministri; meglio del presidente della Regione Nello Musumeci; meglio del prefetto di Messina, Maria Carmela Librizzi; meglio del Questore, finanche del direttore generale dell’ Asp.

Sa fare tutto meglio di tutti: non c’è dubbio. Forse è “sciarriato” con il diritto, con i diritti delle persone, con la Costituzione e le leggi. Per non parlare poi di rispetto delle sfere di competenza.

Ma in fondo si, questo non è un problema. Lui è una persona concreta: quello che conta è risolvere il problema. E’ il risultato.

Al diavolo la Costituzione: non è forse vecchia di 70 anni? Al diavolo le libertà fondamentali delle persona, cosa bisogna farsene delle libertà? Al macero le norme giuridiche.

Qui c’è da lottare contro il nemico invisibile.

De luca da un mese fa tutto quello che nessun sindaco d’Italia ha saputo fare.

I suoi cittadini terrorizzati e osannanti, infatti, si sentono protetti. Così protetti che a migliaia hanno preso d’assalto i telefoni della Coc, perché pensano di essere infetti e sono pronti ad invadere i Pronto soccorso della città, cagionando così i primi morti.

Ma sbagliano: non hanno nulla da temere.

Cateno De Luca sa che se anche il virus si diffonderà a Messina sarà ancora meno aggressivo che altrove.

“Ah si, e perché?. Di concreto, nella pratica, cosa ha fatto oltre a sfornare ordinanze liberticide e inutili?”, chiederebbe il solito Lubrano.

Ma vuole scherzare?

Il primo cittadino di Messina ha individuato il segreto per neutralizzare il virus, per renderlo più buono.

Non servono vaccini, che richiedono fatica e tempo. Non occorrono farmaci, che hanno effetti collaterali.

Pensavate davvero che il primo cittadino stia facendo tutti questi spettacolini con tanto di telecamere al seguito soltanto per intrattenere e distrarre i suoi cittadini o per la smania irrefrenabile di protagonismo?

Ma no. Che ingenui.

Cateno De Luca ha fatto una scoperta sensazionale.

Anche i virus nel loro piccolo…. ridono. E si sa, chi ride è meno aggressivo.

“E allora che lo spettacolo continui!!!”.

Coronavirus, tra il giornalismo del terrore e lo sciacallaggio: la testata dell’addetto stampa (occulto) della Uil sanità Davide Gambale brucia tutti e dà la notizia dei primi morti a Messina. Ma era solo eccesso di ansia. Il ruolo criminale della stampa

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due morti bis
Chi darà in anticipo sugli altri la notizia del primo morto con/ di/per il coronavirus a Messina?

L’ansia tra i giornalisti è spasmodica.

Man mano che, ineluttabile, il virus si diffonde tra i messinesi, fiaccati da giorni intensi di caccia all’untore, il nervosismo cresce.

Il morto però non arriva.

Ecco allora che ci pensa il giornale del principe (celato, ma non troppo) degli addetti stampa messinesi, Davide Gambale, Messsinaoggi a trovare la soluzione: inventa i morti e brucia tutti.

Ultim’ora: Due morti al Policlinico di Messina. E poi i dettagli: erano nel padiglione H e sono deceduti a due ore di distanza uno dall’altro.

Dare per primi questa notizia è quasi come scoprire che il ciuccio non vola. Da premio Pulitzer. Per la testata dell’ attuale (e da almeno 4 anni) addetto stampa (di nascosto) della Uil sanità, ex di Confcommercio Messina e della deputata nazionale fedelissima di Francantonio Genovese, Tindara Gullo (incarichi tutti mantenuti mentre è a capo di una testata giornalistica), valeva proprio la pena rischiare, risparmiandosi una semplice e obbligata verifica.

D’altro canto, il giornale on line del candidato (bocciato) nella lista a sostegno di Dino Bramanti, uno dei sindaci perdenti alle ultime amministrative del 2018 perché avrebbe dovuto preoccuparsi dell’effetto deflagrante che una falsa notizia di questo tipo poteva produrre tra i cittadini di Messina?

L’articolo è stato rimosso dopo poco tempo, ma un lettore, Mario Ansando, ha avuto la possibilità di postare un commento: “Ma perché fare questi articoli inutili, scrivete pure che sono stati travolti due gatti in tangenziale!! Che SCIACALLI CHE SIETE PER QUALCHE CLICK IN PIU’ !!!”, ha scritto.

Il terribile virus Covid 19, che terribile non è, sta impegnando molto i giornalisti. Tutti i giornalisti, nazionali e locali, che in effetti stanno dando “il meglio” di loro.

“Caro lettore, da tre settimane i giornalisti di questo giornale ed i colleghi delle altre redazioni lavorano senza sosta, giorno e notte, per fornire aggiornamenti precisi ed affidabili sulla emergenza CoronaVirus”: questo si legge su molte testate che cercano così approfittando del momento di terrore di “scroccare” oboli e abbonamenti.

E ne hanno ben donde.

Il loro ruolo in questa incredibile vicenda di emergenza virus che ha messo in ginocchio il paese è stato decisivo. Salve rarissime eccezioni, dis(utili) idioti. Ventriloqui maldestri di dati diffusi dalle autorità pubbliche, senza alcun senso critico.

Amplificatori di terrore. Al servizio di chi esercita il potere: altro che cane da guardia.

Messinaoggi, diretto formalmente da Nuccio Carrara, ha dato la notizia falsa dei primi morti a Messina: morti con il coronavirus, non morti per il coronavirus o di coronavirus, com’è chiaro ed evidente se solo si leggessero i dati ufficiali e si usasse un decimo del cervello di cui gli umani sono geneticamente dotati.

Ma una sua degna collega ha dato la notizia (anche questa falsa) del primo sospetto caso di coronovirus a Messina, sempre al Policlinico. Era il 22 febbraio.

Un sospetto caso è una notizia? Quanti sospetti casi di malattie contagiose ci sono ogni anno, ogni giorno?

Ovviamente sospetto era, e sospetto rimase.

Come sospetto e infondato, tanto per capire quali siano i meccanismi che regolano la disinformazione, fu un caso di ebola (virus davvero letale per gli essere umani) a marzo del 2015 sempre al Policlinico.

La notizia campeggiò per ore su tutti i più importanti giornali d’Italia. Era un falso sospetto, una non notizia: un senegalese con evidenti disturbi psichiatrici si era presentato al Pronto soccorso in stato delirante: “sono malato di ebola”. Il familiare di un paziente lo sentì, chiamò la sua amica giornalista, che non fece alcun controllo.

Dopo 20 minuti tutti gli italiani sapevano che in Italia era sbarcato il terribile virus che stava decimando la popolazione africana, finalmente: una manna per i giornalisti delle sciagure inventate. Materiale con cui riempire pagine e pagine di giornali.

Ma l’illusione durò poche ore. Perché i professionisti della paura potessero finalmente alimentare di carburante la macchina del terrore si è dovuto aspettare 5 anni esatti, il marzo del 2020. La complicità di governanti inadeguati ad affrontare razionalmente un aumento di domanda sanitaria in una regione d’Italia non è, non può essere una scriminante.

I morti veri (non quelli falsi di Messinaoggi) arriveranno purtroppo pure a Messina, come in tutte le regioni della penisola, man mano che il virus si diffonderà tra le uniche categorie di persone fragili le cui condizioni di salute il virus potrebbe far precipitare: anziani e malati, magari ricoverati negli ospedali e nelle case di riposo. Che in tutta questa sconclusionata, strillata e angosciante lotta senza quartiere al contagio guidata a Messina dal sindaco De Luca (e in altre città da suoi omologhi eroi), sono stati lasciati senza alcuna protezione.

 

“Premiata forneria De Luca”, il sindaco sforna a ciclo continuo ordinanze liberticide. E illegali. L’aiuto prezioso della “panettiera” giurista Dafne Musolino, che propina “sauri per ope”. Il silenzio della classe dirigente infettata dal virus dell’opportunismo

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Cateno De Luca a caccia di virus

il sindaco Cateno De Luca

 

Una persona che corre da sola per la città può contagiare o essere contagiata da qualcuno?

Un individuo che fa una passeggiata o qualche chilometro in bici da solo per prendere aria, magari con mascherina e guanti, può infettare o essere infettato da qualcuno?

Ridurre gli orari di apertura dei supermercati riduce la possibilità di contagio, o piuttosto favorendo gli assembramenti all’esterno non la aumenta?

Se solo si usasse il cervello la risposta a queste domande sarebbe ovvia.

Ma il sindaco della città di Messina, Cateno De Luca a questi semplici elementari quesiti risponde secondo criteri diversi dalla logica e dalla ragione: i criteri della macchina del terrore, della sua irrefrenabile smania di protagonismo e della propaganda.

Assistito dalla giurista assessora Dafne Musolino sforna ordinanze contingibili e urgenti liberticide come se fossero cornetti. Provvedimenti non solo inutili (se non disutili), ma anche contrarie alla Costituzione e alla legge. Inutilmente liberticide.

E’ più forte di lui: in materia di contenimento delle diffusione del coronavirus deve dire la sua. Deve mostrare che fa qualcosa, che lui la sa più lunga del presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte, del presidente della regione Nello Musumeci, di tutti gli altri sindaci d’italia.

Non pago del fatto che la prima ordinanza “coprifuoco” del 12 marzo palesemente illegittima gli sia stata bocciata il giorno dopo dal ministero degli Interni e dal prefetto di Messina Maria Carmela Librizzi, ieri sera 18 marzo è tornato alla carica con un’altra ordinanza coprifuoco bis.

Nella sostanza la riproduzione di quella bocciata lo scorso 13 marzo: i messinesi hanno divieto assoluto di uscire di casa, i soli in tutta la penisola.

Neppure in Lombardia, o in Emilia, dove i contagi si contano a migliaia se non a milioni, esiste questo divieto: non previsto dal Governo nazionale per una ragione semplice e banale che attiene al ragionevole bilanciamento dei valori in gioco. Il contenimento della diffusione del virus può giustificare la limitazione delle libertà garantite dalla Costituzione solo laddove sia strettamente necessario e a lungo andare non produca effetti controproducenti. Non è correre o passeggiare solitari che diffonde il virus, ma entrare a stretto contatto con altri essere umani. Infatti, è stato sancito il divieto assoluto di assembramento.

Ma questo elementare concetto De Luca non lo vuole comprendere: è come il padre di famiglia che mostrando i muscoli (e solo quelli) per evitare che il figlio prenda brutte compagnie a scuola lo tiene chiuso in cantina.

D’altro canto, se lo comprendesse come potrebbe (fare finta di) proteggere i suoi amati cittadini?

Non lo comprende lui e non lo comprende la gran parte dei cittadini (i figli, per rimanere alla metafora): le vittime. Terrorizzati da un virus dipinto come letale da un giornalismo criminale e da politici inadeguati (non certo solo da De Luca che comunque dà il suo apporto), si sentono da lui protetti e sono disposti pure a rimanere inutilmente chiusi in cantina. Impauriti. Ostaggi innamorati del custode. Da manuale della propaganda del terrore: atterrire per poi soddisfare il bisogno di protezione.

Ma cosa è cambiato negli ultimi 5 giorni, dal momento della bocciatura della prima ordinanza? Cosa ha fatto tornare nelle mani di De Luca un potere che non aveva?

Lo ha spiegato la giurista Musolino nel corso del consueto show della sera in diretta facebook, lo spettacolo di (tragica) comicità più seguito ai tempi del coronavirus. Un esempio di come solleticando i bassi istinti della gente si ottenga il consenso: “E’ di oggi un decreto del presidente del Tar campania che ha rigettato il ricorso avverso un’ordinanza contingibile e urgente del presidente della regione che limitava “l’attività sportiva all’aperto”, sulla base del principio che la tutela della salute debba prevalere su tutto.

Quindi – inferisce la giurista prestata alla politica –  le libertà dei cittadini possono essere ulteriormente limitate, rispetto alle già stringenti misure adottate dai decreti del Presidente del Consiglio dei ministri.

Tutti ammutoliti, salvo delle piccole sparute minoranze: giuristi presunti sciatori, politici finti oppositori, intellettuali servi nell’anima.

Beh, c’è un decreto del presidente del Tribunale amministrativo regionale della Campania: questa volta De Luca è blindato.

Il decreto cautelare di un Presidente del Tar, uno dei 20 d’Italia, non è certo una sentenza a sezioni unite della Corte di cassazione.

Ma se anche avesse questa straordinaria valenza, una domanda secca disvelerebbe la manipolazione.

Cateno De Luca è presidente della regione? Qualcuno ha mai  messo in dubbio che il presidente della regione potesse adottare misure maggiormente restrittive rispetto alle norme del Governo nazionale della libertà delle persone se ciò fosse ritenuto necessario per contenere la diffusione del virus?

Certo che no.

Infatti, il presidente della regione Sicilia, Musumeci ha già adottato provvedimenti di questo tipo: uno di questi l’ordinanza numero 3 del 8 marzo del 2020 creerà non pochi grattacapi al gruppo di professionisti sciatori andati da Madonna di Campiglio e tornati ai primi di marzo, omettendo irresponsabilmente di autodenunciarsi e mettersi in quarantena.

Che c’entra allora il decreto del Presidente del Tar Campania, che si riferisce ai potere del presidente della regione, con i poteri del sindaco?  Evidentemente nulla.

Si tratta solo di manipolazione di bassa lega. La confusione tra “sauri e ope” che ai tempi del terrore (ingiustificato, ma questo è altro tema), diventa verità giuridica.

Il sindaco è altro da un Presidente della regione.

Quest’ultimo può aver conservato (e la cosa sotto il profilo costituzionale è opinabile) il potere di emanare ordinanze contingibili e urgenti con misure più stringenti per contenere la diffusione del Covid 19; al sindaco sicuramente questa prerogativa è stata appositamente sottratta.

La legge,o meglio il decreto legge n° 9 del 2 marzo del 2020, uno dei provvedimenti principali dettati dal Governo per fronteggiare l’emergenza coronavirus stabilisce in maniera chiara:

coronavirus art 35 legge

 

Il riferimento è solo alle ordinanze sindacali (che diventano inefficaci e non possono essere adottate), e non al caso completamente diverso di quelle del presidente della Regione.

Prima che intervenisse questo decreto legge era stato emanato il decreto-legge 23 febbraio 2020, n.6:  disponeva che (genericamente) le autorità competenti (quindi in astratto sindaci e presidenti della regione) avessero “facoltà di adottare ulteriori misure (rispetto a quelle fissate nella stessa legge e delegate al capo del Governo) al fine di prevenire la diffusione dell’epidemia da Covid-19.

Con l’articolo 35 decreto legge successivo questo potere è stato esplicitamente tolto ai sindaci. Che in ogni caso, le ordinanze contingibili e urgenti previste dall’articolo 50 del Testo unico enti locali le possono adottare solo per fare fronte ad “emergenze sanitarie di tipo esclusivamente locale”: tale non è di certo l’emergenza coronavirus.

C’è anche per questo una ragione sostanziale: affrontare un problema nazionale in maniera uniforme, evitando la babele che si verificherebbe se ognuno degli ottomila sindaci d’Italia pensasse di emulare De Luca.

Illegale e inefficace era la prima ordinanza coprifuoco; illegale e inefficace è questa seconda.

Cateno De Luca aveva violato la legge e la Costituzione il 12 marzo, e le ha nuovamente violate ora.

Nessuno può essere tenuto a fare applicare un’ordinanza illegale, nessuno è tenuto a rispettarla, nulle sono le sanzioni eventualmente applicate.

Il prefetto Librizzi, intervenuto 5 giorni fa per bloccare un provvedimento identico a questo, può non intervenire ora?

A fronte dell’ennesima sortita liberticida (e inutile) di De Luca ci si sarebbe aspettata una pronta sollevazione da parte di almeno uno dei membri della classe dirigente di questa città, dei tanti uomini di diritto che annovera, della presa di posizione di qualche parlamentare nazionale o regionale.

Magari di chi, come Pietro Navarra (giusto per fare un esempio), per anni a capo della più importante istituzione culturale di Messina quale rappresentante (in teoria) della parte progressista della città è stato eletto alla Camera dei Deputati e da allora è scomparso. Niente. Il silenzio. Tutti in quarantena: a coltivare il proprio orticello dell’opportunismo. O semplicemente a sciare.

Operazione “Dinastia” , il Tribunale della Libertà annulla l’ordinanza di misure cautelari e ordina la scarcerazione di Vincenzo Gullotti, figlio del boss di Barcellona al 41 bis dal 1992. Era stato arrestato per un fatto di sei anni prima

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La conferenza stampa a celebrare gli arresti

La conferenza stampa a celebrare gli arresti dell’operazione Dinastia

Figlio del boss Pippo Gullotti, è stato arrestato il 4 febbraio del 2020 con l’accusa di essere stato sino al gennaio del 2015, quindi sino a 6 anni prima, uno dei componenti di un gruppo di barcellonesi che gestiva lo spaccio di droga in città e in provincia.

Oggi Vincenzo Gullotti, 28 anni, torna libero.

Il Tribunale della libertà ha annullato l’ordinanza di misure cautelari firmata dal Giudice per le indagini preliminari Monica Marino e richiesta dai sostituti della Direzione distrettuale antimafia coordinati dal capo della Procura Salvatore De Lucia nell’ambito dell’operazione denominata “Dinastia” anche e soprattutto per la presenza di Gullotti tra gli indagati.

Di conseguenza i giudici hanno ordinato la scarcerazione del giovane. Le motivazioni non sono state ancora depositate.

Tuttavia, dalla lettura dell’ordinanza di misure cautelari emergeva in maniera chiara l’assenza per Gullotti, ad oggi incensurato, di un solo rigo di motivazione in cui si spiegasse la sussistenza dell’attualità delle esigenze cautelari, prevista dal codice di procedura penale a pena di nullità dello stesso provvedimento restrittivo.

Per quanto attiene i gravi indizi di colpevolezza, l’ unico reato fine su cui si fondava l’accusa di associazione per delinquere era un’ipotesi singola di acquisto a fini di spaccio di droga avvenuta del 2014. Per questo fatto, che sfociò per altre persone in un processo e in delle condanne, Gullotti non era stato neppure rinviato a giudizio.

Nonostante la debolezza dell’impianto accusatorio, è stato un gioco da ragazzini per i giornali locali dipingere Vincenzo Gullotti come l’erede del padre.

Vincenzo Gullotti è nato quando il padre era stato già arrestato.

Per scelta di quest’ultimo, detenuto sempre al 41 bis, i due, padre e figlio, non si sono mai incontrati.

Cateno De Luca, il sindaco supereroe che semina terrore per il bene dei cittadini. Bocciato in diritto dà lezioni al Governo (grazie “all’aiutino” del prefetto Librizzi), revoca la (già inefficace) ordinanza “coprifuoco” ma ne adotta tre. Manipolando la legge

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Il sindaco cateno De LKuca e l'assesorew giurista Dafne Musolino

Il sindaco Cateno De Luca e l’assesore giurista Dafne Musolino

 

Bocciato sonoramente all’esame universitario di diritto pubblico, protesta con il docente spiegandogli che la Costituzione è sbagliata e le norme sono fatte male.

Quest’ultimo invece di consigliargli di lasciare perdere e cambiare corso di studio che fa? Inoltra le osservazioni al rettore dell’università e al Parlamento in modo che le norme vengano modificate. L’allievo bocciato intanto, forte della benevolenza del docente, continua a comportarsi come se non fosse stato mai bocciato e la Costituzione non esista.

E’ questo ciò che metaforicamente è accaduto a Messina: protagonista della vicenda degna del miglior Pirandello il sindaco Cateno De Luca (l’allievo bocciato) e il prefetto Maria Carmela Librizzi (il docente “accondiscendente”), rappresentante locale del Governo.   .

Il sindaco De Luca per ottenere la visibilità necessaria a placare la sua  irrefrenabile smania di protagonismo si è lanciato anima e corpo nello stagno melmoso della psicosi collettiva autolesionistica in cui è precipitata l’Italia.

Il 12 marzo scorso ha adottato un’ordinanza coprifucoco “liberticida”, palesemente nulla, in quanto in contrasto con la Costituzione italiana e la legge (e i decreti legge) che sono stati adottati per contenere la diffusione del coronavirus..

Qualche ora prima l’aveva sbandierata su tutti i media nazionale, felici di ospitare un politico che annunciava di voler compiere un atto illegale.

Il giorno successivo il prefetto Librizzi, su input del ministero degli Interni, non ha potuto fare altro che comunicare a De Luca ciò che era evidente a chiunque avesse un minimo di cognizione giuridica o almeno di buon senso: l’ordinanza coprifuoco era da considerarsi inefficace, priva di ogni effetto, e in in  contrasto con la legge e la Costituzione.

De Luca non si è rassegnato.

Figurarsi, lui agisce per il bene dei cittadini, le misure dettate dal Governo sono “acqua fresca”, inidonee a scongiurare il pericolo che si diffonda a Messina il terribile virus, che terribile non è, ma se non fosse rappresentato in questi termini  De Luca (e tutti gli altri politici e scienziati spargitori di paura) come potrebbe far finta di salvare i suoi amati cittadini?

Il sindaco allora ha preso carta e penna e, con l’ausilio prezioso della giurista/assessora Dafne Musolino, ha scritto al Prefetto: “Le misure che avevo adottato sono le migliori possibili. Il Governo non ha capito nulla. Vi spiego come fermare il contagio”, ha in sostanza arringato.

Il Prefetto Librizzi invece di rivolgersi al ministro degli Interni perché si valutasse  la rimozione di un  sindaco recalcitrante ad osservare la Costituzione e le leggi (come prevede l’articolo 145 del Testo unico Enti locali), condotta ancora più grave perché tenuta in un momento particolarmente delicato della vita civile del Paese, ha fatto una cosa senza precedenti: ha inoltrato le osservazioni critiche del sindaco al Presidente del Consiglio dei ministri.

Forte dell’incredibile sponda del prefetto, il sindaco la notte del 13 marzo ha adottato tre nuove ordinanze c.d.”contingibili e urgenti”: due di queste specificative della principale.

Al di là del merito dell’ultime misure in esse contenute, basta leggere l’ordinanza principale e confrontarla con la legge per cogliere immediatamente come De Luca di rispettare quest’ultima non abbia alcuna voglia. Continua, infatti, a ritenere che il sindaco abbia competenza in materia di misure atte a contenere la diffusione del coronavirus.

A questo fine, ha manipolato e stravolto il testo e il significato del decreto legge n° 9 del 2 marzo del 2020..

Ecco cosa stabilisce uno dei provvedimenti principali dettati dal Governo per fronteggiare l’emergenza coronavirus:

coronavirus art 35 legge

Il tenore della norma è chiaro e la ratio pure: le misure di contenimento vanno assunte uniformemente a livello nazionale perché il problema è nazionale e le misure devono contemperare e bilanciare i vari valori costituzionali e le varie esigenze e interessi in gioco,ciò che può fare solo il Parlamento e su delega di questo il Governo sulla scorta dell’ausilio dei tecnici che hanno competenze e dati a disposizione e non certo un sindaco, per quanto eroico, di uno dei mille e più comuni di Italia.

Per De Luca l’articolo 35 ha il significato esattamente opposto.

Ecco cosa scrive nel preambolo dell’ultima ordinanza:

preambolo de luca

Nulla di più falso.

L’articolo 35 non dice quello che falsamente rappresenta De Luca nel provvedimento.

Se fosse vero ciò che sostiene De Luca, l’ordinanza “coprifuoco” sarebbe stata perfettamente in linea con la legge.

Infatti con quell’ordinanza De Luca ampliava ancora di più le limitazioni fissate dai vari decreti del presidente del Consiglio (attuativi dei decreti legge) e rendeva più efficaci – solo dal suo opinabile punto di vista – ai fini del contenimento della diffusione del virus, le già stringenti disposizioni statali.

E’ evidente che De Luca non voglia in nessun modo accettare che finché la Costituzione (a cui ha giurato fedeltà) non verrà cambiata le Libertà fondamentali della persona potranno essere limitate soltanto con legge e nei casi e con le modalità da questa stabiliti.

E’ chiaro che non voglia capire che in ogni caso le ordinanze contingibili  e urgenti possono essere adottate dal sindaco soltanto nelle ipotesi in cui si tratti di fronteggiare emergenze sanitarie di tipo “esclusivamente locale”.

Tale non è di sicuro l’emergenza coronavirus.

L’articolo 50 del Testo unico enti locali, al comma 5, è sul punto chiarissimo.

ordinanze conting

La ragione è di immediata evidenza: evitare che a fronte di un problema di rilievo nazionale un sindaco adotti provvedimenti, magari  pure in astratto massimamente protettive della propria comunità ma che determinino un danno alle comunità di altre città: si pensi, ad esempio, di misure così liberticide di un comune che spingano le persone a spostarsi in massa nel comune vicino, creando problemi di ordine pubblico.

Ora, che a De Luca, scienziato della propaganda politica, queste semplici regole non vogliano entrare in testa è comprensibile: se le rispettasse dovrebbe darsi una calmata e supereroi che non facciano cose straordinarie ancora non se ne sono visti.

Stupisce e non poco che chi dovrebbe arginarlo e sanzionarlo,ovvero il prefetto Librizzi, gli tenga bordone.

Ordinanza “coprifuoco” e sciacallaggio, il flop di Cateno De Luca. Il provvedimento è palesemente nullo, ma il sindaco insiste e terrorizza ipotizzando scenari apocalittici: ” A Messina pochi posti di Terapia intensiva”.

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Il sindaco in mascherina Cateno de Luca

Il sindaco in mascherina Cateno de Luca

Non occorreva la scienza di un giurista per capire che il sindaco Cateno De Luca non potesse adottare l’ordinanza “coprifuoco” sbandierata con l’orgoglio esibizionista di un podestà nelle trasmissioni Rai di ieri e sui giornali di mezza italia.

Il ministro degli Interni e il Prefetto, rappresentante del Governo a Messina, ci hanno messo poco a rilevarlo..

Bastava avere un minimo di cognizioni giuridiche, quelle elementari della scuola superiore, per comprendere che al sindaco mancava completamente il potere di adottare l’ordinanza con cui ha superato (in senso restrittivo per i cittadini) la legge e i decreti attuativi del presidente del Consiglio dei ministri varati per fronteggiare l’emergenza coronavirus.

Sarebbe stato sufficiente, innanzitutto, conoscere (tanto per citarne uno) l’articolo 16 della Costituzione per il quale la libertà di circolazione può essere limitata solo con legge.

Qualunque fosse il contenuto dell’ordinanza cosiddetta contingibile e urgente, anche se per ipotesi avesse recepito completamente il contenuto dei decreti (e nel caso di specie non è assolutamente così), De Luca non aveva alcun potere di adottarla, punto e basta.

E per due ragioni.

La prima: la legge che prevede la possibilità di limitare le libertà dei cittadini per fronteggiare il coronavirus stabiliva che eventuali ordinanze dei sindaci potessero avere efficacia sino all’entrata in vigore dei decreti del presidente della Repubblica.

La seconda: in ogni caso il Testo unico enti locali, all’art. 50, offre la possibilità di ordinanze contingibili e urgenti per fare fronte a situazioni di emergenza sanitaria ,solo se si tratta di problematiche squisitamente locali, cioè che non è sicuramente l’emergenza coronavirus. C‘è una ragione di fondo di logica e di buon senso. Anche a voler sorvolare su un principio fondamentale dello Stato liberaldemocratico, ovvero che la libertà personale possa essere solo limitata per legge. Qualcuno può immaginare  provvedimenti così delicati con ripercussioni gravi sulle libertà della persona, che a fronte dello stesso problema nazionale a Messina valgono, a Villafranca no e poi a Milazzo assumono altre forme?

Ora, De Luca appresa la bocciatura del Viminale e del prefetto di Messina, insiste e annuncia che andrà avanti, ma è chiaro, lo era già prima, che un provvedimento completamente illegittimo, in carenza assoluta di potere, non obbliga alcun cittadino a rispettarlo e obbliga per contro gli agenti di polizia municipale a non eseguirlo, salvo che non vogliano incorrere in responsabilità penale.

Per il sindaco i provvedimenti del Governo, che limitano come mai nella storia della Repubblica italiana la libertà dei cittadini per fronteggiare una situazione di emergenza ingigantita in maniera ingiustificata a tal punto da farla diventare terrore, sono “acqua fresca”.

Saranno acqua fresca, ma lui il sindaco ha giurato di essere fedele alla Costituzione e di rispettare le leggi della Repubblica e nel caso di specie di questo giuramento pare si sia dimenticato.

Ma la condotta spregiudicata del sindaco è ancora più grave perché se n’è dimenticato in un momento particolarmente delicato, strumentalizzando e aggravando lo stato di paura e ansia in cui tutti gli italiani sono stati piano piano, giorno dopo giorno, portati.

“Se si diffondesse il virus a Messina non ci sono sufficienti posti letto in Rianimazione. Ce ne sono solo 10, 44 in tutta la Regione”, ha affermato in una delle tante dirette facebook e facendo così credere ai suoi amati cittadini che sono particolarmente sfortunati e che se li beccasse il virus non avrebbero scampo.

Si tratta di affermazione fondata su dati non del tutto corretti e su scenari al momento ragionevolmente non ipotizzabili.

Il Policlinico universitario ha 22 posti ordinari di Rianimazione; sono stati già portati a 30 e entro marzo saranno totalmente dedicati al coronavirus.. Altri 20 posti sono al Papardo. Nell’azienda universitaria un intero padiglione, l’H,  è stato già svuotato e sarà dedicato agli eventuali contagiati di coronovirus che non avranno bisogno di terapia intensiva.Senza contare la presenza di un’altra azienda ospedaliera, l’Irccs Neurolesi Piemonte.

In ogni caso, lo scenario apocalittico che rappresenta De Luca non ha alcun appiglio epidemiologico, a Messina e provincia tutt’altro che allarmante se si tiene conto che sono già in atto misure di contenimento del contagio senza precedenti: ci sono solo 8 positivi e 4 di questi non sono neppure ricoverati.

De Luca non si è ancora accorto – e forse qualche giurista che circola sempre appresso a lui facendo incetta di incarichi di sottogoverno farebbe bene a ricordarglielo – che sempre secondo Testo unico Enti locali tanto sbandierato ma solo nella parte in cui gli attribuisce poteri, c’è una norma all’articolo 142: “Per atti contrari alla Costituzione e gravi e persistenti violazioni di legge con decreto del presidente del Consiglio il sindaco può essere rimosso”.

Non che ci sia un ministro capace di tanto, specie ai tempi del coronavirus in cui della Carta costituzionale è stata fatta carta straccia.

Qualcuno ieri sera ha scritto che Cateno De Luca non abbia fatto altro che copiare e incollare le misure del Governo o che addirittura le abbia anticipate, con doti di preveggenza formidabili. Poco c’è mancato che tra i suoi adoratori ci fosse qualcuno che affermasse fosse stato lui a dettare il contenuto dell’ultimo decreto di ieri sera al premier Giuseppe Conte.

Nulla di più falso. De Luca nella piena manifestazione di incontrollabile smania di esibizionismo è riuscito ad essere più liberticida di Conte.

E’ sufficiente confrontare l’Ordinanza coprifuoco con i provvedimenti nazionali.

Intanto, quello che per i decreti di Conte è “evitare di circolare se non per comprovate ragioni ecc ecc” è diventato nell’ordinanza di De Luca “divieto di circolare, salve le comprovate ragioni ecc. ecc”, con una differenza di non poco conto sotto il profilo della tassatività del divieto e dell’ eventuale responsabilità penale di chi fosse stato trovato fuori casa magari da solo a fare una passeggiata o anche una corsetta.

Il sindaco sospende tutta l’attività degli studi medici, diagnostiche e laboratori di analisi cliniche, salve comprovate esigenze ecc ecc.

De Luca, ancora, addirittura deroga a quanto stabilisce il presidente Conte nell’ultimo decreto.

Il primo cittadino chiude infatti le attività di front office di banche e uffici postali, per cui chi non possiede l’internet banking o semplicemente una connessione internet non può capire per un mese cosa stia accadendo ai propri conti mentre nel decreto è previsto che “restano garantiti i servizi bancari, finanziari e assicurativi”.

Ancora vieta anche l’attività di consegna a domicilio che per contro per il decreto del presidente del consiglio deve “rimanere consentita”.

Introduce limitazioni non previste dai decreti del premier, sospende tutti gli studi veterinari e le cliniche veterinarie e riduce i giorni e gli orari di apertura dei negozi di prodotti per gli animali. Chiudeva gli ambulatori medici e i laboratori di analisi, tranne di pediatri e medici di famiglia.

Infine, alla sanzione penale in caso di inosservanza ne aggiunge una amministrativa pecuniaria.

Insomma, si tratta di disposizioni peggiorative (rispetto alle libertà dei cittadini) rispetto ai decreti di Conte e dunque da non osservare e non sanzionabili, come gli ha fatto osservare il prefetto di Messina.

Insomma, tanto rumore, per qualche ora di visibilità in più.

Cateno De Luca, il “liberticida illuminato” che sguazza nel clima (ingiustificato) di terrore in cui è stata fatta precipitare l’italia. Il sindaco annuncia di voler violare la Costituzione e il codice penale e ai tempi del coronavirus diventa il “personaggio” del giorno

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Cateno De Luca "in versione "francescano"

Cateno De Luca “in versione “francescano”

“Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salve le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità e sicurezza”, stabilisce la Carta Costituzionale.

La legge, o meglio il decreto legge, emanato per contrastare l’emergenza sanitaria determinata dal corona virus è di fatto liberticida: chiude, infatti, un intero paese, recinta nella propria casa milioni di persone ma è giustificato da un’ epidemia virale fatta diventare emergenza e soprattutto (ingiustificatamente) terrore, ammesso che il terrore possa essere razionalmente mai giustificato.

Pur limitando fortemente la libertà sancita dalla nostra Costituzione all’art. 16, una delle libertà fondamentali della persona, il decreto legge del 26 febbraio scorso poi convertito in legge dal Parlamento e attuato con due Decreti del presidente del Consiglio non si era certo spinto a ordinare il coprifuoco, tipico dello stato di guerra o meglio dei regimi dittatoriali.

Quello che il Governo nazionale non si è neppure sognato di fare a Messina diventa realtà.

Cateno De Luca, il sindaco della città, è andato su una delle reti Rai e davanti a milioni di Italiani ha ribadito che a Messina da domani nessuno potrà più uscire di casa: ha già pronta l’ordinanza.

Ma attenzione l’ adotterà nell’interesse dei cittadini, perché li ama, tiene alla loro salute.

E’ insomma un liberticida illuminato e amorevole.

Non bisogna aver frequentato l’Università per capire che un provvedimento del genere, qualora fosse emanato, sarebbe palesemente illegale e nessun pubblico ufficiale potrebbe applicarlo senza andare incontro a responsabilità penale in concorso con lo stesso sindaco.

De Luca ha l’aggravante di aver conseguito – pare – la  laurea in Giurisprudenza. Parafrasando Pier Paolo Pasolini, si potrebbe dire che non c’è nulla di peggio di un laureato in legge che non ha cultura giuridica.

Ma il sindaco che da alcuni giorni fa la ronda per la città in versione “francescano” non è uno sprovveduto e sa benissimo che simile provvedimento (se eseguito) può solo creargli guai giudiziari (per la prima volta probabilmente fondati su prove inconfutabili).

Il suo vero obiettivo De Luca l’ha già raggiunto: è diventato ancora una volta un personaggio pubblico di rilievo nazionale. Questa volta per un’altra emergenza, più precisamente una possibile emergenza.

Dopo l’emergenza baracche, De Luca è entrato nelle case di tutti gli italiani, impauriti da un virus che li bracca ferocemente. Vuole fare ciò che a nessun politico di Italia, a nessun sindaco, neppure quelli delle località dove ci sono centinaia di contagiati, è venuto in mente: violare la Costituzione per evitare l’emergenza sanitaria dovuta alla carenza di posti di rianimazione in città.

Ora se un qualunque cittadino italiano annunciasse che domani ha intenzione di commettere un reato verrebbe fatto visitare da uno psichiatra o tenuto sotto controllo dagli agenti di polizia.

Invece nel paese del terrore che è diventato l’italia è stato ospitato dalla rete del servizio pubblico (pubblico, si fa per dire) .

De Luca ha così soddisfatto la sua smania irrefrenabile di apparire, il bisogno dare un senso al suo ego smisurato.

Ama i suoi cittadini ma si è arruolato (lo aveva già fatto 20 giorni fa,ordinando l’inutile disinfezione delle scuole) tra i tanti, troppi spargitori di terrore e paura: gli unici che hanno spazio sui media e annullano le voci di chi con razionalità e con i dati in mano cerca di spiegare il problema coronavirus senza atterrire le persone.

Vuole proteggere la loro salute, ma aumenta lo stato d’ansia in cui la gente è stata fatta precipitare. I messinesi dopo la sua iniziativa non avranno solo paura del virus, avranno paura che se lo beccano non potranno contare sui posti di Rianimazione e quindi non avranno scampo: sicché più che di posti in Rianimazione ci sarà sempre più bisogno di spazio nei reparti di salute mentale. 

Fa riflettere che il suo annuncio non abbia suscitato reazioni forti di indignazione o protesta nessuna forza politica,di destra o di sinistra che sia (salvo qualche voce isolata); di nessun sindacato confederale; di nessuna associazione. Tutti allineati.Tutti silenziosi.

E questo è molto preoccupante seppur prevedibile.

Sul clima di terrore si costruiscono le dittature o le si consolidano (non è neppure necessario scomodare Hannah Arendt): non è un caso che la propaganda dei regimi totalitari è stata sempre tesa, attraverso la manipolazione della realtà, a creare il terrore. In nome del nemico, rappresentato in forme mostruose, che mette a rischio la salute o la sicurezza, si limitano le libertà. Oppure si muovono guerre. O si sterminano delle etnie.

Facendo leva sulla paura (quella della morte è la meno controllabile) nelle democrazie si ottiene il consenso.

In pochi si sono accorti che quello che sta vivendo l’Italia è il momento più delicato della sua storia repubblicana: oltre al benessere economico (irrimediabilmente compromesso per anni ormai, specie al sud), sono infatti in gioco la democrazia e la libertà, le vere vittime di un virus descritto come terribile da sciacalli (che diffondono fake di tutti i tipi), personaggi in cerca notorietà e posti di potere e politici inetti o opportunisti, con la complicità determinante e criminale delle testate giornalistiche e dei giornalisti, attirati dall’aspettativa di qualche punto in più di audience o di copie vendute.

Quello che accaduto nelle carceri nei giorni scorsi, con rivolte dei detenuti e 13 morti, è il chiaro segnale di ciò che quando si semina terrore si sa come la storia inizia ma non si può prevedere a quali conseguenze possa portare.

Un virus che crea si dei problemi (a una parte limitata di coloro che lo contraggono) ma che terribile non è, come pure tentano invano di spiegare intimiditi dal clima ostile alcuni scienziati, la cui voce è soffocata dalle urla di colleghi che la pensano in maniera diversa e hanno già da mesi libri pronti da pubblicare in cui si parla giustappunto di virus terrificanti.

Un virus così “terribile” che pur circolando nel paese dal dicembre del 2019, quindi da 4 mesi, ha contagiato (nel senso che hanno manifestato dei sintomi) – secondo i dati diffusi dal quotidiano bollettino della protezione civile – 11 mila persone (su 60 milioni di abitanti, ovvero in termini percentuali lo 0,18%  della popolazione). Il virus ne ha (o avrebbe) uccise 823, il 90% dei quali con età superiore ai 70 anni; il 60% con età superiore agli 80 anni, quasi tutti con due o tre patologie.

Avrebbe, perché in realtà nello stesso bollettino si precisa che “il numero potrà essere confermato solo dopo che l’Istituto Superiore di Sanità avrà stabilito la causa effettiva del decesso”. E allora se il numero deve essere confermato, e se deve essere stabilita la causa effettiva del decesso, perché viene diffuso nel corso della drammatica conferenza stampa di ogni giorno alle 18 e propinato alla gente in angosciante attesa come numero certo? 

Comunque, sinora, “sarebbero” decedute neppure un decimo delle persone che ogni anno muoiono (l’80% nel periodo invernale) – secondo i dati dell’Istat – per l’influenza virale stagionale (10 mila persone a cui vanno aggiunte 4 mila per setticemia).

Nel 2009 si affacciò in Italia un virus nuovo come questo, l’N1H1, noto come suina. Descritto come molto virulento e diffusivo mise in allarme le autorità sanitarie. Si temeva una pandemia. Ma nessuno se ne andò in televisione al primo morto a seminare terrore. Non si terrorizzò la gente, non si gettò il paese nel caos, non lo si chiuse.

Si gestì in via ordinaria la problematica sanitaria, che poi si rivelò meno grave di come si fosse paventato perché il sistema immunitario di ciascun individuo si adattò al nuovo virus e lo tenne a bada,secondo quelle che sono le regole della natura e della lotta per la sopravvivenza tra gli essere viventi.

I contagiati furono un milione e mezzo, in molti morirono (sempre tuttavia nella stessa percentuale di ogni anno e sempre tra le persone più anziane e già debilitate).

L’N1H1 ancora oggi fa morti, anche tra persone giovani, come le decine di virus che circolano e circoleranno sempre: salvo che qualche “sindaco scienziato” non sia capace di imporre loro il coprifuoco.

 

 

 

L’OPINIONE (dell’uomo della campagna): Coronavirus, letale solo per una classe dirigente inetta e per il giornalismo delle sciagure inventate. Il contributo (minimo) del sindaco De Luca alla follia ipocondriaca collettiva in cui è precipitata l’Italia

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coronavirus foto

Non ci sono casi di contagio in città e i virus, tutti i virus, resistono fuori dal corpo umano al massimo, se ci sono condizioni favorevoli, per poche ore.

Ma le scuole di Messina sono state chiuse per tre giorni, dal 29 febbraio al 3 marzo, per effettuare la disinfestazione.

E per le stesse finalità è stato disposta la chiusura a scoppio ritardato, cioè la settimana successiva e in prossimità della festa della donna dell’8 marzo, dei pubblici uffici comunali.

Poteva desistere il sindaco Cateno De Luca, maestro di propaganda politica, dall’unirsi a governanti inetti, scienziati in cerca di notorietà e giornalisti (disutili) idioti e dare così il suo contribuito per alimentare la follia ipocondriaca collettiva e autolesionistica in cui è precipitata l’Italia per effetto dell’emergenza corona virus?

E’ sufficiente leggere le due ordinanze (che De Luca formalmente non firma) e consultare un qualunque virologo per capire come detti provvedimenti siano scientificamente inutili e quindi giuridicamente immotivati.

A Messina chi dovrebbe infettare chi e cosa?

Ma facciamo pure finta che i casi contagio ci fossero stati  e che qualche bambino o docente avesse lasciato il virus sui banchi della scuola.

Il virus non avrebbe superato la notte.

Tant’è che la disinfestazione non è stata disposta neppure in Liguria dove le scuole sono chiuse da una settimana e le lezioni riprenderanno dopo 2 settimane lunedì prossimo.

La chiusura con relativa sanificazione degli uffici comunali aperti al pubblico è ancora più curiosa: il 28 febbraio c’è pericolo di contagio a scuola, ma quello negli uffici comunali è previsto si concretizzi una settimana dopo.

La disinfezione non serve a nulla (uno dei rinomati blitz del primo cittadino a caccia di virus avrebbe avuto lo stesso effetto), se non alle ditte che la effettuano a spese delle istituzioni scolastiche. Ma ha fatto la gioia di insegnanti, di studenti e impiegati comunali, per l’inattesa vacanza e la percezione che qualcuno fintamente si occupi della loro salute, o meglio della paura di una minaccia grave e incombente per la vita, aumentandone i consensi.

Che però non c’è.

De Luca arriva da buon ultimo a dare il suo apporto e le misure adottate dimostrano in quale oscuro tunnel di irrazionalità si è finiti.

Scriveva Leonardo Sciascia, ne Il Cavaliere e la morte, che se non ci fosse il diavolo non servirebbe l’acqua santa.

Il diavolo non l’ha mai visto nessuno, ma grazie al diavolo milioni di persone hanno dato un senso alla loro vita o costruito una professione o carriera.

Se non ci fosse la “diabolica” emergenza coronavirus, i vari “santi” scienziati (o presunti tali) che troneggiano con la faccia preoccupata e l’aria di chi non può dire tutto 24 ore al giorno in televisione, su tutte le reti, come potrebbero dare manifestazione del loro smisurato ego? Quando mai sarebbero divenuti personaggi pubblici?

E i giornalisti che per aumentare l’audience o vendere qualche copia di giornale in più parlano in termini apocalittici di ciò che non conoscono, non dovrebbero occuparsi di cose reali e più difficili da raccontare?

E, ancora, gli uomini di governo invece di bucare perennemente  lo schermo televisivo, facendo finta di proteggere la gente dalla minaccia di una pandemia, non dovrebbero dimostrare di essere in grado di risolvere problemi molto più concreti?

“Chi verrà a contatto con il virus morirà”: è questo il messaggio che tutti questi signori hanno veicolato per giorni, gettando nel terrore gli italiani.

L’italia è finita in un vortice psicotico senza precedenti nella storia del secondo dopoguerra.

Scuole chiuse, assalto ai supermercati, scorte di mascherine, economia sospesa con danni incalcolabili all’immagine dell’Italia.

Erano e sono i numeri ad attestare che l’emergenza corona virus non esiste nei termini apocalittici in cui è rappresentata.

Si tratta di una normale epidemia da virus, una tra quelle con cui l’umanità ha avuto e avrà a che fare da sempre. Ogni anno.

In Italia, dall’inizio dell’epidemia di coronavirus, oltre un mese fa, 2500 persone hanno contratto il virus, ovvero lo 0,041 % della popolazione residente o stabilmente dimorante in Italia. Percentuale in linea con quella che si ottiene analizzando i dati di contagiati e morti in Cina, da dove l’epidemia sarebbe partita due mesi fa.

Ma attenzione la metà di questi non ha alcun sintomo, neppure un mal di gola. Altro che virus letale.

I morti? 79, ovvero il 3% dei contagiati censiti: non si può non ritenere infatti che ci siano in giro per l’Italia migliaia di persone contagiati e non censiti (proprio perché asintomatici). Ma non sono morti per il virus, no. Semmai perché il virus è andato ad aggravare un quadro clinico già compromesso,in persone per lo più anziane.

Esattamente quello che accade ogni anno, in coincidenza con il ciclico virus influenzale. Non c’è famiglia che non possa piangere un morto a causa anche del virus.

Le organizzazioni sanitarie calcolano che tra i 5 e i 6 milioni di persone finiscono a letto ogni anno per l’influenza in Italia. I più vulnerabili, affetti da malattie pregresse, stimati nell’ordine di 10000, ma la stima è per difetto, muoiono.

E’ questo il motivo per cui si procede alla vaccinazione autunnale.

Mai nessuno si è sognato negli anni scorsi di adottare le misure di prevenzione del terrore (chiusura scuola, uffici, negozi, stadi ecc), mettendo in ginocchio un paese.

Neppure nel 2009, quando circolava un virus quello sì letale, l’N1H1, che infatti colpì portandole alla morte persone giovani e sane.

Se questi sono i dati, si capisce benissimo che il clima di terrore non è giustificato, e attiene a voler essere prudenti più al mondo della psichiatria che a quello dell’infettivologia, sempre che non  si voglia scomodare dietrologiche ipotesi economiche.

Erano e sono gli stessi super esperti incaricati di fronteggiare l’emergenza a contraddirsi e ad ammettere che di loro stessi si poteva benissimo fare a meno.

Vittorio De Micheli, responsabile dell’unità di crisi della Lombardia, uno tra coloro che il coronavirus ha fatto diventare protagonista, ha dichiarato a “Il corriere della sera” di qualche giorno fa: «Il virus clinicamente non dà problemi, o comunque è facilmente risolvibile, nel 90% dei pazienti. Ma in oltre il 10%, soprattutto se anziani, comporta problemi gravi che richiedono un ricovero in Terapia intensiva».

Precisamente quello che accade ogni anno, senza però – e qui sta un altro degli effetti disastrosi generato dal clima di terrore – che i reparti di Terapia intensiva fossero presi d’assalto.

Si è mai sognato qualche medico di famiglia di mandare al pronto soccorso un anziano allettato da anni che viene beccato dall’influenza?

Si è mai azzardato il medico del Pronto soccorso di disporre il ricovero in terapia intensiva, che ha posti limitati, un malato terminale di tumore che prenda l’influenza?

Quello che è contro il buon senso e la scienza quest’anno nel clima di terrore è accaduto.

Se domani qualcuno facesse passare l’idea che la candida fosse mortale, gli ospedali sarebbero presi d’assalto da almeno il 50% della popolazione italiana. E non basterebbero tutti i laboratori d’ Italia a smaltire le richieste di tamponi.

Bancarotta Italsea srl, la Corte d’appello conferma le pesanti condanne per l’imprenditore catanese dell’autotrasporto Luigi Cozza e i membri della sua famiglia. Assolto l’ex direttore dell’agenzia delle Entrate di Messina, Salvatore Altomare

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Luigi Salvatore Cozza

Luigi Salvatore Cozza

Aveva rinunciato alla prescrizione, ma in primo grado era stato condannato a 10 mesi di reclusione per abuso d’ufficio. In appello però il giudizio è stato ribaltato e Salvatore Altomare, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate di Messina, è andato assolto.

Il secondo grado di giudizio non è stato altrettanto positivo per i componenti della famiglia di Luigi Salvatore Cozza, imprenditore del settore dei trasporti molto conosciuto in Sicilia: di recente la società riconducibile a lui e alla sua famiglia, la Lct Spa (acronimo di Luigi Cozza Trasporti), azienda leader nella logistica intermodale e nel trasporto alimentare e di merci pericolose, si è aggiudicata la gara di concessione per la gestione novennale dell’Interporto di Catania: un affare valutato in milioni di euro.

La Corte d’appello di Messina ha infatti condiviso in toto le motivazioni del collegio giudicante presieduto da Silvana Grasso che il 27 giugno del 2017 aveva riconosciuto la responsabilità per i reati di bancarotta documentale e bancarotta per distrazione, ma ha lievemente rideterminato le pene a carico di Luigi Salvatore Cozza (8 anni di reclusione), i figli Luigi e Pamela (4 anni a testa), la moglie Giuseppa Pistorio (4 anni e 7 mesi) e i collaboratori Francesco Altomare (4 anni) e Claudio Reinhold D’arrigo (6 anni e sei mesi), Giuseppe Basile (3 anni e dieci mesi) che a turno hanno avuto incarichi di responsabilità nella società al centro del processo. Si tratta di Italsea Srl con sede a Taormina, messa in liquidazione il 14 dicembre del 2009 e dichiarata fallita l’11 maggio del 2011 e di cui Cozza padre è stato ritenuto il dominus effettivo.

I giudici d’appello hanno dichiarato la prescrizione per le restanti accuse di evasione fiscale, alcune delle quali erano già state considerate estinte nel giudizio di primo grado.

Tutti i fatti di reato sono risalenti ad almeno 10 anni fa.

I reati in pillole

La condotta che – secondo i giudici di primo e secondo grado – è valsa la condanna per bancarotta documentale è la stessa – quanto all’elemento materiale – oggetto della denuncia ad opera degli imputati, o meglio di uno di loro, da cui per paradosso partirono le indagini: ovvero lo smarrimento dei documenti contabili della società.

E’ il 25 maggio del 2006 quando Claudio Reinhold D’arrigo, autista ma anche ex presidente del cda della società, denuncia il furto di un furgone con cui stava trasferendo verso la nuova sede tutti i documenti contabili della società.

Il mezzo fu ritrovato qualche giorno dopo, senza alcun documento all’interno. Gli inquirenti accertarono ancora che quella che fu indicata come la nuova sede in realtà non aveva ancora neppure i certificati di abitabilità.

Fu facile inferirne – è questa le tesi sostenuta con successo della pubblica accusa –  che la denuncia simulasse il reato di furto e fosse tesa in  realtà ad occultare la distruzione dei documenti contabili, in modo da impedire gli accertamenti fiscali ed evadere così le imposte.

La condotta  – dal momento in cui è stato dichiarato il fallimento della società – è stata declinata (bei confronti di tutti gli imputati, tranne la Pistorio) in termini di Bancarotta documentale, posto che la distruzione della documentazione contabile impedendo la ricostruzione della reale situazione finanziaria e patrimoniale della società è stata fonte di danno per i creditori.

Luigi Salvatore Cozza è stato condannato anche per tre ipotesi di bancarotta per distrazione: i due figli e la moglie per due di queste.

In specie, per avere organizzato la vendita alla società un immobile di proprietà della moglie Giuseppa Pistorio gravato da procedure esecutive – e quindi in frode ai creditori della stessa società – per un milione e mezzo di euro. L’immobile peraltro dopo la vendita rimase nella piena disponibilità della venditrice e dei suoi familiari.

Giuseppa Pistorio – ecco la seconda ipotesi di bancarotta – dalla società Italsea spa ha comprato anche due immobili per un corrispettivo pagato di 250 mila euro. Il prezzo di acquisto è stato ritenuto congruo, ma l’operazione per i giudici è stata organizzata e ha avuto l’effetto di diminuire il patrimonio della società ai danni dei creditori.

Ancora, la terza ipotesi si è consumata allorché nel bilancio della società sono state esposte passività create ad arte attraverso l’emissione di fatture false di acquisto, intestate a terzi inconsapevoli per un totale di quasi 8 milioni di euro. In questo modo – secondo di giudici – si sono danneggiati i creditori poiché sono state occultate le poste di bilancio attive.

Prescrizioni a go-go

I giudici d’appello non hanno potuto non rilevare l’intervenuta prescrizione per tutte le accuse di evasione fiscale (nella specie Iva), computata dagli inquirenti per il periodo di imposta compreso tra il 2004 e il 2006 in oltre due milioni di euro.

 

Agenzia sotto accusa

Sotto processo per abuso d’ufficio finirono pure Aldo Corrado Pittari e Guido Schiavoni, due funzionari dell’Agenzia delle entrate di Taormina e il direttore della direzione provinciale Altomare: i due impiegati furono gli autori dell’accertamento con adesione che portò l’Agenzia a riconoscere alla società della famiglia Cozza una detrazione di Iva per 244 mila euro relativa all’anno 2004 sulla base di documentazione – scoprì la Guardia di finanza – in parte palesemente falsa e in parte relativa a mezzi di altre società.

Altomare aveva avallato l’operazione mettendoci il visto.

Pittari e Schiavone si sono avvalsi della prescrizione e già in primo grado andarono esenti da pena.

L’assoluzione di Altomare è giunta in appello: i giudici, al contrario dei colleghi di primo grado, hanno ritenuto che il direttore aveva solo una competenza limitata alla regolarità formale dell’atto e non di merito; né era emersa alcuna sua attività di pressione su due funzionari.

Sull’intera vicenda giudiziaria comunque sarà la Corte di cassazione a dire l’ultima parola. I legali degli imputati hanno proposto ricorso di recente: le motivazioni della sentenza state depositate il 27 dicembre del 2019.

Affari in movimento

Nel frattempo, nell’estate del 2019, gli imprenditori catanesi hanno messo a segno un colpo molto significativo e importante: l’aggiudicazione della gara pubblica di concessione per la gestione dell’Interporto di Catania, polo logistico del sud est della Sicilia, da anni completato e solo da pochi mesi in funzione.

Alla gara, bandita dalla partecipata della regione Sicilia Società Interporti Spa, la società della famiglia Cozza ha partecipato in solitaria offrendo un rialzo – sulla base d’asta minima di 400 mila euro di canone annuo – pari allo 0,010%.

A leggere la visura camerale, quindi sotto il profilo formale, nessuna delle persone condannate figura come azionista né ha funzioni direttive  nella Spa Luigi cozza trasporti, che conta circa 350 dipendenti e decine di autoarticolati giornalmente in movimento per l’intera penisola italiana.

Corruzione in atti giudiziari, la Procura di Reggio Calabria (ri) chiede il rinvio a giudizio per il presidente della sezione Fallimentare del Tribunale di Messina Giuseppe Minutoli, l’imprenditore Gianfranco Colosi e l’ex capo della Dia di Messina Letterio Romeo. Ecco la vicenda, raccontata da 8 mesi di intercettazioni. E la difesa del magistrato

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Il presidente del Tribunale fallimentare Giuseppe Minutoli

Il presidente del Tribunale fallimentare di Messina, Giuseppe Minutoli

 

L’accusa è di corruzione in atti giudiziari. Gli imputati “eccellenti” sono tre.

Per loro la Procura di Reggio Calabria ha chiesto il rinvio a giudizio.

Il presidente della sezione fallimentare del Tribunale di Messina, Giuseppe Minutoli; l’ex capo della Direzione investigativa antimafia di Messina, Letterio Romeo e uno degli imprenditori della ristorazione più noti di Messina, Gianfranco Colosi, dovranno comparire davanti al Giudice per le indagini preliminari Alessandra Borselli il prossimo 21 gennaio del 2020.

Si tratta di un remake, per usare un termine cinematografico, di una prima richiesta di rinvio a giudizio che oltre un anno fa, il 26 luglio del 2018, si arenò al termine dell’udienza preliminare trasformata in giudizio abbreviato su richiesta del magistrato Minutoli.

Il giudice di quell’udienza, Davide Lauro, restituì infatti gli atti al pubblico ministero perché esercitasse correttamente l’azione penale.

Lauro ritenne che i fatti descritti dal capo di imputazione fossero materialmente diversi da quelli, in ipotesi sempre penalmente rilevanti, che emergevano dal materiale probatorio raccolto dalla Procura e posto all’esame del giudice (leggi articolo).

I sostituti procuratori Roberto Di Palma e Gerardo Dominijanni hanno così rimodellato i termini fattuali dell’accusa, declinati sempre nel reato di corruzione in atti giudiziari, facendo loro le osservazioni del Gup Lauro, e a distanza di 16 mesi hanno esercitato nuovamente l’azione penale.

I termini dell’accusa

Minutoli è ora accusato di aver stretto un pactum sceleris con l’amico (ex compagno di classe e suo testimone di nozze) Gianfranco Colosi, titolare del ritrovo “Casaramona” di viale San Martino, accettando la promessa dell’assunzione della moglie in una società di Colosi in cambio dell’aiuto che il presidente della sezione Fallimentare avrebbe dovuto dare per permettere all’imprenditore di entrare nella gestione dei servizi relativi alle vendite forzate del Tribunale di Messina.

L’operazione sarebbe dovuta passare dall’esautoramento (o comunque ridimensionamento) dell’Istituto vendite giudiziarie, la società facente capo alla famiglia Attinà che per conto del Tribunale di Messina, in regime di concessione, si occupa della vendita all’asta dei beni mobili espropriati.

Specificamente, Minutoli – secondo l’accusa – per concretare questo pactum e contravvenendo ai suoi doveri istituzionali ha prima messo al corrente Colosi delle problematiche relative alla vendite giudiziarie benché si trattasse di questioni attinenti al proprio ufficio; poi, ha posto in essere una serie di atti diretti a far dichiarare l’Istituto vendite giudiziarie non più idoneo ai servizi svolti per conto del Tribunale fallimentare in modo che fosse di conseguenza sostituto o costretto a farsi affiancare da altri operatori del settore individuati prima in Astelegali.net e, successivamente, in Edicom Srl; nel contempo, ha messo in contatto Colosi con i rappresentanti di quest’ultime società in modo da indurre (in forza delle sue funzioni) le stesse ad appoggiarsi per l’attività in loco alla costituenda società del titolare di Casaramona.

L’accordo illecito tra Minutoli e Colosi – stando al capo di imputazione –  è stato sostenuto dall’allora capo della Dia di Messina Romeo, che in cambio della promessa di assunzione della convivente “ha messo a disposizione di Colosi e Minutoli i suoi rapporti con l’ambiente messinese”.

L’ufficiale è abituale frequentatore di Colosi e, in misura minore, di Minutoli.

 

Otto mesi di passione e poi… lo stop

Il materiale probatorio dell’inchiesta scattata all’inizio del 2015 è costituito da una fitta rete di intercettazioni tra i tre imputati: specie tra Colosi e Minutoli.

Tutta la vicenda si snoda tra la viglia dell’estate del 2015, quando le telefonate tra il magistrato e l’imprenditore fanno emergere l’interesse comune, e il gennaio del 2016, quando improvvisamente i protagonisti della vicenda diventano prudentissimi e l’idea di defenestrare l’Istituto vendite giudiziarie subisce un brusco stop.

Il piano d’azione….per favorire l’amico

Il 28 giugno del 2015 Minutoli informa Colosi della faccenda “Istituto vendite giudiziarie”, usando il pronome personale plurale “noi”, come se parlasse di una questione di comune interesse: “Per quanto riguarda quel discorso delle vendite…si. Conviene per il momento fermarci perché io volevo chiamare l’amministratore di quella società (….) Deve essere convertito entro sessanta giorni un decreto legge in cui si dice che è possibile istituire nuovi commissionari al posto dell’Istituto vendite giudiziarie con determinate caratteristiche….quindi in questo momento iniziare a fare affinità o ipotizzare qualcosa se prima non sappiamo le regole, certo non conviene (….) però sicuramente visto che tu sei una persona di supporto, ci siamo detti, e quindi attendiamo…“, comunica il giudice.

Qualche settimana dopo Minutoli è ancora al telefono con Colosi: “A Reggio cosa è accaduto? Il Tribunale ha fatto un’ispezione e si è accorto c’erano una serie irregolarità. Ha invitato a sanarle, quelli non l’hanno fatto e allora ha revocato la concessione. Ora nel momento in cui il Tribunale ordina..si rende conto che i beni non sono sistemati, che c’è confusione…perchè l’Ivg (di Messina, ndr) in questo momento è una Snc…Forse lui e la figlia…il padre è vecchissimo (….) Se quando uno ordina la sistemazione dei beni e questi non sono in grado di farlo allora potrebbe esserci l’immissione di un nuovo socio“, ipotizza il presidente della sezione fallimentare il 17 luglio del 2015.

Parola d’ordine: minimizzare

Il magistrato, interrogato il 21 luglio del 2016 dai procuratori reggini titolari delle indagini che gli hanno letto e contestato le intercettazioni (in quel momento a lui ancora ignote), non ha potuto negare di aver coinvolto  l’amico nella questione dell’Istituto vendite giudiziarie, la cui inadeguatezza peraltro gli era stata segnalata dallo stesso Colosi benché l’imprenditore non avesse un ruolo istituzionale: “Il suo doveva essere solo un contributo”, ha però minimizzato. Ma non ha convinto i colleghi.

Anche perché Colosi parlando con la moglie riconosce candidamente di essere un ignorante della materia: “Non ne capisco e cerco di prendere acqua, per capire il meccanismo perché mi viene complicato, (….) non capisco come si prendono gli incarichi….”, ammette il 20 novembre del 2015.

 

Presentazioni di peso

Colosi non sa nulla del settore. Da solo non potrebbe mai operare: non all’inizio almeno. Ecco allora che ha bisogno di creare sinergie con chi invece opera da anni e già lavora per conto della sezione fallimentare di Messina per l’offerta all’asta dei beni immobili espropriati: le società Astelegali.net. Spa ed Edicom srl, i due colossi (tra di loro concorrenti) delle vendite telematiche.

Il titolare di Casaramona non conosce i vertici delle due società. E’ Minutoli a creare il contatto.

Il primo amore…

Il 23 settembre 2015 chiama Colosi: “Ti devo dire una cosa al volo”. Dopo il fugace incontro Colosi si mette in moto. Ma ha capito male il cognome della persona da contattare. Manda un sms a Minutoli. Che risponde: “Il cognome è Raco, avvocato Daniela Raco“.

Colosi si procura così il numero dello studio ma il telefono squilla a vuoto.

Chi sia Daniela Raco e quale la ragione della telefonata lo si scopre qualche ora dopo. Colosi telefona infatti a Claudio Palazzetti, amministratore delegato della società di vendite telematiche Astelegali.net Spa: “Sono Colosi. Si ricorda? Ci siamo visti dal dottore Minutoli“, esordisce. “Si certo…certo“, risponde l’interlocutore. “Vediamo se possiamo andare avanti per quel discorso che ci eravamo detti….”, incalza Colosi. “Il progetto lo dobbiamo portare avanti (…..) L’idea sarebbe quella di poter avere un’operatività sul posto, quindi verrebbe benissimo avere un appoggio tipo…penso insomma a quello che potrebbe dare lei….“, precisa Palazzetti. Colosi aggiunge: “Mi diceva il dottore Minutoli che mi cercava Daniela Raco. Non è la vostra….?Si. E’ la nostra dipendente sul posto…quindi parla tranquillamente a nome dell’azienda”, conferma l’amministratore di Astelegali.net, che fornisce all’imprenditore il numero di cellulare della referente a Messina.

Passano poche ore e Colosi telefona all’avvocato Raco: “Sono Colosi. Ci siamo incontrati dal dottore Minutoli. Il dottore Palazzetti mi ha dato il suo numero. Mi diceva il dottore Minutoli che appunto le aveva detto un attimino se potevamo incontrarci ..non so per vedere se quel discorso è…è possibile portarlo avanti“, spiega Colosi. L’avvocato Raco dichiara la sua disponibilità. Da quel giorno in poi, vengono registrati diversi incontri tra Colosi, Raco e Palazzetti. L’oggetto è sempre lo stesso.

La liaison va avanti alcune settimane.

Il tradimento

A novembre il nuovo colpo di fulmine.

Colosi raffredda i rapporti con i vertici di Astelegali.net Spa e inizia febbrili contatti con i vertici di Edicom Srl, con cui imbastisce i contatti più seri e più concreti.

Il presidente della fallimentare nel corso dell’interrogatorio ha negato di aver fatto da tramite.

Sul punto però le intercettazioni lo smentiscono.

In effetti, il primo contatto telefonico tra Alessandro Arlotta il legale rappresentante di Edicom Srl e Colosi è telefonico ed è finalizzato a un incontro.

E’ il 12 novembre del 2015. I due non si sono mai visti, ma la ragione della telefonata è chiara come è chiaro chi sia stato indirettamente a favorire il contatto. “Avevo parlato con la mia collaboratrice Daniela Bottari e….volevamo parlare un attimo per quel discorso della vendita telematica del Tribunale (….) volevo parlare con lei perché so che insomma c’era questo interesse“, spiega Arlotta a Colosi.

Si, c’era questo interesse”, ribatte subito Colosi. “Ci possiamo vedere dove la sua collaboratrice ha preso il cocktail assieme al dottore Minutoli, da Casaramona“, sottolinea.

Minutoli d’altro canto è entusiasta di Daniela Bottari, distaccata, quale referente a Messina di Edicom srl, in una stanza del Tribunale e del suo capo Arlotta e viene a sapere da subito che Colosi è entrato in contatto con quest’ultimo.

Il giorno dopo, il 13 novembre 2015, infatti, Colosi è nell’ufficio di Minutoli: “Adesso c’è un buon feeling con la Bottari…“, osserva Colosi. “Questa della Edicom“, completa Minutoli. “E’una persona intelligente.Che tra l’altro il suo capo, Arlotta, è bravo. Un cervellone“, aggiunge Colosi. “Sono in gamba questi, me ne sono accorto che sono persone attive“, rincara Minutoli. Che si spinge oltre gli apprezzamenti: “Chissà se un domani si può….“. “Certo“, risponde Colosi.

L’antefatto al tradimento

Nel mese di ottobre del 2015, proprio mentre si susseguono i contatti tra Colosi Raco e Palazzetti di Astelegali.net Spa, Minutoli è preso dall’organizzazione di un evento formativo in materia di processo di esecuzione per il 4 dicembre a cui invita un alto giudice della Corte di Cassazione.

Ci sono da pagare le spese di organizzazione (compresa la cena sociale) e di vitto e alloggio del prestigioso ospite. Si rivolge agli ordini professionali. Ma si rivolge pure alla società privata Edicom Srl, che non si tira indietro.

Il 25 ottobre è a colloquio con Daniela Bottari: “Ne parli con Arlotta (….) e al limite se voi ritenete un 3, 400 euro per coprire le spese della trattoria. Lui (riferito ad Arlotta, ndr) mi aveva detto: “Assolutamente me la vedo io” “.

Il convegno è stato inserito negli eventi formativi della Scuola superiore della magistratura. Il regolamento di contabilità della Scuola fa divieto di usare finanziamenti da società private. Ma Minutoli, dopo un’iniziale ritrosia, procede egualmente.

La trascuratezza e la delusione

Lo scemare dell’interesse di Colosi e delle sollecitazioni di Minutoli viene registrato dai referenti di Astelegali.net Spa, che però non immaginano sia frutto dell’intensificarsi dei rapporti con la concorrenza: “Minutoli inizialmente voleva che mettessimo a suo compare, poi ha fatto marcia indietro“, afferma Daniela Raco l’11 novembre del 2015 al telefono con un collega. Qualche ora dopo è a colloquio con altra collega. Che attacca: “L’interesse che aveva Minutoli era circoscritto perché….“. “Adesso se ne sta sbattendo, cioè loro avevano interesse a fare entrare l’amico…“, conferma la Raco. “Adesso è rimasto tutto come prima…non ha dato neanche impulso..cioè non ha fatto nient’altro….“, rilancia la collega.

Ma in realtà non c’era stato alcuno stop.

Negli stessi giorni di novembre infatti i contatti tra Arlotta e Colosi si fanno intensi.

L’imprenditore messinese è certo che l’operazione possa andare in porto.

Si attiva, infatti, per cercare un locale da adibire a deposito dei beni da mettere all’asta e soprattutto si reca dal commercialista prima e dal notaio poi per costituire una società ad hoc (cui era stato già trovato un nome: Servizi vendite giudiziarie Srl).

I “non ricordo” di un giudice

“Sa se Colosi si sia recato dal notaio per costituire una società?”, chiedono a Minutoli i magistrati reggini. “Non me lo ricordo”, ha risposto il giudice nell’interrogatorio del 21 luglio del 2016, a pochi mesi dai fatti.

Eppure, Colosi il 20 novembre del 2015 nel corso di un colloquio con la moglie riferisce: “Giuseppe mi ha detto..se trovi un dottore commercialista che ti fa da amministratore è meglio, io non so niente, non voglio sapere niente”.

Sinergie fruttuose

Tutti i passaggi per la creazione della nuova società sono concordati proprio con l’amministratore di Edicom Srl, Arlotta, con il quale sono registrati contatti continui.

“Con l’anno nuovo si può partire tranquillamente”, si sbilancia Arlotta in una telefonata intercorsa con Colosi il  23 novembre del 2015.

Nelle stesse ore in cui Colosi e Arlotta (mai iscritto nel registro degli indagati nell’ambito di questa inchiesta) congegnano la forma della nuova società che deve approdare al Tribunale, Minutoli chiama l’amministratore di Edicom srl. E’ il 3 dicembre. La società da tempo si era impegnata a pagare le spese di organizzazione della sala dove si sarebbe tenuto il convegno. Ma ci sono da definire dei dettagli. Tra questi le spese per il pranzo tra Minutoli e il giudice della Cassazione e le rispettive famiglie.

Offro io… e pagano loro

“Lei ha sistemato per quanto riguarda il pranzo?”, chiede a un certo punto Arlotta. “Per il pranzo avevo pensato se era possibile fare riferimento a voi…”, risponde il presidente della Fallimentare. “Si”, afferma subito Arlotta. “Si metta d’accordo con Gianfranco Colosi… per la fatturazione elettronica…(…) ma anche di essere limitato nelle pretese…”, suggerisce Minutoli. “Non si preoccupi. Avevamo appuntamento per domani… E’ una persona generosa”, lo rassicura Arlotta. “E’ una persona in gamba“, ribadisce il giudice. “Ci siamo trovati….Per qualsiasi cosa mi chiami, sono a sua disposizione“, lo congeda Arlotta.

Com’è andata?“, chiede per sms Colosi a Minutoli non appena gli ospiti lasciano Casaramona. “Complimenti per il pranzo…Abbiamo mangiato benissimo…Me lo ha ripetuto più volte e lui (il giudice della Cassazione, ndr) gira molto“, risponde Minutoli qualche ora dopo. “Meno male – esclama Colosi – Domattina poi ci vado lì… a che ora parte?“. Minutoli suggerisce: “Se gli vuoi portare qualche cosettina gli fa piacere“. Detto, fatto.

La prova del patto corruttivo

Nel corso dell’interrogatorio del 26 luglio del 2016 Minutoli ha negato di aver avuto “l’intenzione di favorire il suo ex compagno di classe nel settore delle vendite giudiziarie”.

Secondo gli inquirenti, invece, decine di intercettazioni provano che – facendo valere il suo peso di giudice – si sia prodigato a tal fine.

Così come – sempre per gli investigatori – è chiara la ragione del suo interessamento. E si fonda, oltre che su deduzioni logiche, su due intercettazioni.

Ho chiuso una bella operazione. Bella. Ottima. Fantastica. Mi ha dato l’ok…“, afferma Colosi il 19 settembre del 2015. “Per cosa“, gli chiede il figlio che sta viaggiando insieme a lui e agli altri familiari in auto di ritorno da una cena con Minutoli e famiglia. “Per fare una certa cosa lì al Tribunale. L’Ivg ora lui glielo svuota. Dopo questa chiacchierata sono molto contento perché vuole che faccia lavorare pure a lei, ad Ersilia (moglie di Minutoli, ndr)”.

Qualche mese dopo, è stata registrata un’altra conversazione, dal tenore molto meno netto e più ipotetico.

E’ il 20 novembre del 2015. Colosi è in auto con la moglie. L’argomento è sempre quello delle vendite giudiziarie. “Secondo me l’anello per questo lavoro è Ersilia…Se tu gli trovi….“, dice Colosi. “Un posto ad Ersilia tu dici….quello si p….ma non in questa cosa…in questa cosa no..perché non lo fa…non glielo farebbe fare“, sottolinea la moglie Immacolata Caserta.

La difesa del magistrato

Minutoli nell’interrogatorio ha negato seccamente di aver avuto alcuna intenzione di far assumere la moglie da Colosi: “Non ho mai chiesto di far lavorare mia moglie, né ciò mi è stato mai prospettato. Mia moglie ha tre bambine piccole e addirittura in una società che lavorava per il Tribunale…no… e poi non avrebbe mai voluto lavorare con Colosi, non gradisce molto il tipo di modalità, anche lavorativa. Sono stupito delle affermazioni intercettate di Colosi”, ha spiegato.

Dubbi in cerca di soluzione

Saranno ritenute sufficienti le due intercettazioni per provare che le condotte di Minutoli (quantomeno quelle di presentazione dei vertici delle due società) fossero frutto del patto corruttivo con Colosi, avente ad oggetto l’assunzione della moglie, come ipotizza la Procura?

E se così non sarà e Minutoli si fosse mosso soltanto per amicizia è ipotizzabile qualche altro reato a suo carico?

Sono questi alcuni dei temi salienti della vicenda processuale che inizierà il prossimo 20 gennaio.

O Romeo….romeo

Chi invece è sicuramente in attesa dell’assunzione è la compagna dell’allora capo della Dia “Lillo” Romeo.

L’ufficiale è convinto che Colosi da un momento all’altro avrebbe iniziato la nuova attività

Dall’attività di indagine è emerso che Colosi lo ha tenuto costantemente informato sugli incontri e le trattative con i vertici delle due società di vendita telematica.

Ad alcuni, documentati con appostamenti, ha partecipato lo stesso ufficiale che poi ha intrattenuto relazioni telefoniche con l’amministratore di Edicom Srl Arlotta.

A dicembre del 2015 la sua convivente Maria Laura Pulejo è in fibrillazione: ha problemi lavorativi; Gianfranco Colosi le ha prospettato la possibilità di lavorare nella nuova società e la necessità di fare prima tirocinio nella sede Edicom Srl di Reggio calabria, ma cerca qualche certezza in più.

Romeo tenta di offrirgliela: “La cosa di Gianfranco mi pare la più concreta. Perché la farà..questa cosa lui la farà…si deve vedere quando…se a gennaio, a febbraio…ma la farà sicuramente“, afferma l’ufficiale il 15 dicembre del 2015. “Appena questo (il riferimento è ad Arlotta, ndr) capita a Messina te lo fa incontrare cosi tu da quel momento puoi andare a Reggio a vedere come funziona il lavoro…“, sottolinea Il tenente colonnello dei carabinieri Romeo. Che nel frattempo è finito nella rete dell’inchiesta su Antonello Montante, uno dei (tanti) paladini dell’antimafia della Sicilia, ed è sotto processo a Caltanissetta accusato di aver distrutto una relazione di servizio in cui dava atto che l’allora presidente di Confindustria Sicilia l’aveva minacciato.

Il cambio di rotta e il naufragio

Nonostante le certezze di Romeo, l’avventura di Colosi viene stoppata.

D’improvviso, subito dopo l’epifania del 2016, altro colpo di scena.

Minutoli prende le distanze da Edicom srl. Colosi dal canto suo sospende ogni attività diretta a realizzare il progetto. Non vengono più registrate telefonate scottanti. L’Istituto vendite giudiziarie della famiglia Attinà stipula una convenzione con la società concorrente Astelegali.net Spa e da allora, anche con il placet del presidente Minutoli, continua a lavorare per la sezione fallimentare del Tribunale di Messina.

Cos’è accaduto?

 

LA PRECISAZIONE DI ALESSANDRO ARLOTTA

“Premesso che la nostra società opera in ambito nazionale e si contraddistingue per la massima trasparenza e professionalità, siamo
ad osservare, che la ricostruzione dei fatti relativi all’attività da noi svolta nella qualità di software house e soggetto specializzato, appare artefatta e con sfumature romanzesche, nonché ricavata da stralci di intercettazioni di dubbia provenienza, con relativa pubblicazione di nome e cognome per
esteso di persone e società non coinvolte nel procedimento”.

E’ questa la precisazione dell’amministratore unico di Edicom Srl inviata a seguito della pubblicazione dell’articolo.

(L’articolo è stato scritto sulla base delle risultanze di indagini, a chiunque legge è chiaro che Arlotta, la sua società o altri dipendenti della stessa non risultano indagati o coinvolti, semmai – nella prospettazione dell’accusa – vittime. M.S.).