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La morte misteriosa e tragica di Santino Rende: il presidente dell’Onlus Anfass Bruno Siracusano è accusato di abbandono di incapace. Ma l’inchiesta giudiziaria finisce in un vicolo cieco. I punti oscuri e le domande inquietanti

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il corridoio accanto alla serra dove fu trovato Santino Rende

Il corridoio accanto alla serra dove fu trovato Santino Rende il primo ottobre del 2014

La morte è avvenuta per le ustioni sul 70% del corpo, dopo vari arresti cardiaci, l’ultimo dei quali fatale.

Di sicuro c’è questo.

E c’è che quella mattina del primo ottobre del 2014 Santino Rende, disabile di 45 anni con ritardo mentale medio grave sin dalla nascita, era stato affidato all’assistenza e alle cure degli infermieri, dei medici e degli operatori dell’ Anfass, l’ Onlus convenzionata con l’Asp 5 di Messina che le eroga 700 mila euro all’anno.

Alle 9, infatti, era entrato nella struttura di riabilitazione di viale Giostra.

Quattro ore dopo, intorno alle 13 l’uomo è uscito a bordo dell’ambulanza del 118, in gravi condizioni.

Ma sulla causa delle ustioni, su dove specificamente se le sia procurate e su come ciò sia accaduto rimangono molte incertezze.

Mesi e mesi di indagini, tre consulenze medico legali, una perizia di un ingegnere e gli accertamenti dei Ris dei carabinieri non hanno dato risposte certe.

Rimangono – a leggere le carte dell’inchiesta –  molti dubbi e molti aspetti oscuri, soprattutto sulla causa delle ustioni che hanno portato alla morte di Santino: scarica elettrica o fiamme determinate dalla combustione degli abiti?

Parola d’ordine: archiviare

Per il sostituto procuratore Francesco Massara la morte di Santino non ha alcun responsabile.

Il magistrato ha infatti chiesto l’archiviazione delle indagini ritenendo che “nessun rimprovero penalmente rilevante possa muoversi al personale della struttura in merito alla assenza di controllo dell’ospite al momento dell’incidente”.

Eppure, un consulente psichiatra nominato dallo stesso Massara, Sergio Chimenz, aveva  concluso la sua consulenza evidenziando che negli ultimi tempi l’autonomia di Santino si era grandemente ridotta e per questo si era “reso più importante il controllo e la supervisione dei suoi gesti e atti, anche al fine di evitare comportamenti pericolosi verso sé”.

 

Imputazione… in un vicolo cieco

Il Giudice per le indagini preliminari Daniela Urbani, sollecitata dal legale della famiglia di Santino Rende, Antonello Scordo, non ha potuto non rilevare questa contraddizione tra le conclusioni di Chimenz e quelle di Massara, e ha ordinato l’imputazione coattiva a carico del presidente dell’Onlus Anfass, Bruno Siracusano, l’unico iscritto sin dall’origine sul registro degli indagati con l’accusa di Abbandono di persona incapace, aggravata dalla morte, reato per cui è prevista una pena da tre anni a otto anni di reclusione.

“L’ente aveva l’obbligo di assicurare la sicurezza dell’utente mettendo in atto tutte le misure necessarie a garantire la sua incolumità, specie in ragione delle sue condizioni. Ciò che nel caso di specie non è stato evidentemente fatto”, ha motivato il Gip Urbani.

Tuttavia, incriminare Bruno Siracusano equivale a non incriminare alcuno.

Siracusano infatti ha solo un ruolo di legale rappresentante dell’Anfass: è presidente del Cda e non fa parte dell’organico dell’Onlus, né potrebbe.

E’ dirigente medico oculista dell’Asp 5 di Messina,la stessa con cui è convenzionata l’Onlus che presiede, e presta la sua attività di lavoro giornaliero presso l’ambulatorio di via Del Vespro.

La mattina dell’incidente a Santino – secondo quanto emerge dalle testimonianze degli altri operatori – Siracusano è uno dei primi a prestargli assistenza, ancora prima dei sanitari del 118.

Ma – secondo la giurisprudenza pacifica della Corte di cassazione – hanno una posizione di garanzia solo  e tutti gli operatori sanitari con responsabilità di assistenza e cura in quanto strutturati, presenti sul posto nel momento in cui si verifica il fatto.

Se anche Siracusano quella mattina si fosse trovato per caso all’Anfass prima dell’incidente non avrebbe comunque responsabilità

Per fare,un esempio, è nella stessa situazione di un direttore generale di un’azienda ospedaliera che si trova a stazionare per caso in un reparto di ospedale in cui un paziente muore perché nessuno si accorge che si è staccata la flebo.

Nessuno degli inquirenti ha accertato se Siracusano fosse a Giostra per caso o fosse stato appositamente chiamato dopo l’incidente: e questo è uno dei ministeri insoluti dell’intera vicenda.

La responsabilità del legale rappresentante dell’ente potrebbe esserci solo se si accertasse che l’omessa vigilanza su Santino fosse dipesa da una carenza di personale.

Ma nessuna attività di indagine risulta essere stata effettuata per verificare se in servizio quella mattina all’Anfass ci fosse personale nel numero imposto a pena di rescissione dalla convenzione con l’ Asp 5 di Messina.

 

Una morte… tante verità

Il Gip Urbani ha invece condiviso la tesi del pubblico ministero Massara, senza ordinare nuove e altre  indagini, sulla ricostruzione dei fatti e sulla causa delle ustioni.

Santino nell’ora di pausa, concessa quotidianamente dalle 11 alle 11 e 30, si è allontanato dagli altri pazienti per fumare un sigaro. Mentre faceva ciò i suoi vestiti hanno preso fuoco.

E’ stato trovato completamente nudo, in arresto cardiaco, da un’operatrice accanto a una piccola serra, in una sorta di intercapedine di un metro che divideva la stessa dalle finestre della struttura.

Sulla posizione e sulle condizioni in cui è stato trovato, le testimonianze delle persone che lo hanno soccorso non sono del tutto coincidenti.

Di fatto, secondo le testimonianze, è stato rinvenuto 40 minuti dopo che era finita la canonica pausa quotidiana, alle 12 e 10.

La tesi del pm Massara avallata dal Gip Urbani è frutto soprattutto delle conclusioni cui è giunto il consulente medico legale della Procura, Elvira Ventura Spagnolo: “Le ustioni sono state procurate dalle fiamme frutto dalla combustione dei vestiti sul corpo”, ha scritto.

 

La forza di ardere in silenzio

Santino, dunque a voler seguire questa tesi è bruciato in silenzio, rimanendo paralizzato.

Non ha urlato, non ha corso, non ha fatto nulla di quello che fa qualunque essere umano squassato dal dolore lancinante del calore e della pelle che arde.

Nessuno ha sentito nulla: né gli operatori, né gli altri utenti, né i vicini benché il cortile dove è stato trovato sia circondato da case.

 

La potenza del cotone

Faceva ancora caldo e Santino quella mattina indossava, come è stato accertato, una maglietta di cotone e un bermuda dello stesso tessuto.

A seguire ancora la tesi del consulente Ventura Spagnolo, le fiamme di due capi leggeri di cotone sono state in grado di provocare ustioni di secondo e terzo grado su oltre i due terzi della superficie corporea.

I Ris dei carabinieri hanno accertato che sui brandelli di tessuto e materiale rinvenuti vicino al corpo non c’erano segni di liquido infiammabile.

Su questi brandelli di tessuto c’è un altro giallo.

La donna che si occupava da anni di accudire Santino e del suo vestiario ha dichiarato di non riconoscerli come pezzi degli indumenti che quella mattina indossava il quarantacinquenne.

Cosi come un giallo c’è su un mazzo di chiavi da cui Santino, secondo le testimoniane dei parenti, mai si separava e che aveva con se quella mattina, mai ritrovato.

La ricostruzione…. folgorata

Nettamente diverse da quelle di Elvira Ventura Spagnolo le conclusioni cui è giunto il consulente medico legale nominato dalla famiglia Rende.

La causa delle ustioni e degli arresti cardiaci?

Non fiamme, ma elettricità.

“I segni rinvenuti sulle cellule del cuore andato in arresto, e sulle derma delle mani e dei piedi nonché sulle cellule del corpo dicono – letteratura alla mano – che Santino si è ustionato per una scarica elettrica che ha attraverso il suo corpo passando per il cuore e ha fatto andare in combustione i vestiti che aveva indosso”, scrive senza esitazioni Francesco Coco, medico legale di Catania. “Depone per la scossa elettrica pure l’arresto cardiaco, che invece non è solito nei casi di ustione da fiamma”, ha aggiunto.

Questa conclusione deve però incrociarsi con un altro dato emerso nel corso delle indagini.

L’ingegnere Valentino Catanoso, altro consulente nominato dalla Procura, ha affermato in maniera netta che dove Santino viene ritrovato, accanto alla serra, non sono state rilevate possibili fonti di fenomeni elettrici che avrebbero potuto folgorarlo.

Il consulente ha allo stesso tempo accertato che “l’impianto elettrico della struttura non era a norma”, benché in teoria dovesse esserlo in quanto controllato dai tecnici dell’Asp 5, essendo presupposto essenziale per la convenzione. Tuttavia, dalle misurazioni effettuate non è risultato che l’impianto non fosse sicuro e protetto per gli utenti.

Per riassumere, se Coco ha ragione e Catanoso pure si aprono scenari inquietanti ma al momento privi di ulteriori riscontri: Santino non è stato attraversato dalla scarica elettrica nel luogo in cui è stato rinvenuto.

 

Una vita segnata

Nato con gravi celebro lesioni viene abbandonato dalla madre naturale. Santino è cresciuto a Villa Quiete sino a nove anni, quando fu adottato.

Affetto da ritardo mentale – giudicato – di media gravità, il ragazzo non è mai stato autonomo.

Negli ultimi anni con l’aggravarsi delle condizioni di salute della mamma adottiva aveva manifestato dei disturbi comportamentali trattati con blandi farmaci antipsicotici.

La madre adottiva è una delle fondatrici dell’Anfass di Messina.

 

 

 

 

 

Caso Bisognano: il Tar del Lazio ritiene legittima e giustificata la revoca del programma di protezione all’ex boss di Barcellona: “Condotte incompatibili con lo status di collaboratore”. Naufraga pure davanti ai giudici amministrativi la tesi del complotto del suo legale Fabio Repici

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Carmelo Bisognano

Carmelo Bisognano

La revoca del programma di protezione al collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano?

Per il Tribunale amministrativo del Lazio è legittima e giustificata dalle reiterate e gravi violazioni degli impegni assunti proprio a pena di revoca dall’ex boss di Barcellona Pozzo di Gotto nel 2010, quando divenne collaboratore di giustizia.

L’ordinanza è stata emessa nell’ambito un giudizio cautelare, deciso quindi ad un sommario esame, instaurato da Fabio Repici e Biagio Parmaliana, i legali del collaboratore che con le sue rivelazioni ha consentito di fare luce su una serie di vicende criminose e di disarticolare le cosche del Longano.

Tuttavia, nel caso di specie, la decisione dei giudici è stata più ponderata del solito.

Infatti, in una prima udienza (il 5 dicembre 2017), alla luce delle argomentazioni difensive e della delicatezza della vicenda, l’organo di giustizia amministrativa ha chiesto al ministero degli Interni una documentata relazione.

Dopo averla esaminata, un mese dopo, i giudici amministrativi hanno concluso: “La revoca del programma di protezione risulta fondato su circostanziati pareri delle competenti autorità essendo stata, in particolare modo, ritenuta rilevante la reiterazione di comportamenti contrastanti con lo status di collaboratore di giustizia“.

Per legge la revoca del programma di protezione, che garantisce oltre alla scorta, uno stipendio mensile di 1600 euro, la casa, gli avvocati pagati dallo Stato, è obbligatoria quando il collaboratore incorre in violazioni degli obblighi che si impegna a rispettare al momento in cui è ammesso al programma stesso.

All’ex boss di Barcellona non solo sono state contestate violazioni regolamentari, ma vere e proprie ipotesi di reato.

Altro che scivoloni su bucce di banana….

Bisognano è passato dalla località protetta al carcere di Rebibbia il 18 maggio del 2016 su ordine del Gip del Tribunale di Messina Monica Marino che ha accolto la richiesta dei sostituti della Dda Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, i magistrati che ne hanno curato sin dall’inizio la collaborazione.

Gravi i reati che gli sono stati attribuiti: intestazione fittizia di beni, tentata estorsione, false dichiarazioni al difensore, violazione del segreto d’ufficio e accesso abusivo al sistema informatico.

L’inchiesta Vecchia Maniera, condotta dal commissariato di Barcellona guidato da Mario Ceraolo, aveva evidenziato come il collaboratore, boss della mafia e autore di decine di delitti, mentre girava libero e scortato per i Tribunali della Sicilia e puntava l’indice consentendo una serie di operazioni di polizia, teneva contatti con esponenti dei clan mafiosi impartendo loro istruzioni; svolgeva attività imprenditoriale sotto mentite spoglie; concordava dichiarazioni assolutorie con condannati per mafia o minacciava di fare dichiarazioni che aveva omesso al fine di ottenere vantaggi economici; acquisiva grazie alla complicità degli uomini della scorta notizie riservate dalla Banca dati della polizia; si incontrava con chi voleva  (anche con altri collaboratori di giustizia) nella località protetta.

 

Una prima sentenza

Più specificamente, gli inquirenti avevano scoperto che Bisognano dalla località protetta, usando Angelo Lorisco, aveva costituito una società e aveva iniziato l’attività di imprenditore, sotto mentite spoglie, grazie all’aiuto dell’imprenditore Tindaro Marino, sottoposto alla misura di prevenzione patrimoniale e condannato all’epoca per concorso esterno alla mafia.

Tramite Lorisco aveva – secondo l’ipotesi accusatoria – strumentalizzato il ruolo di collaboratore e tentato di sottoporre a estorsione i membri della famiglia Torre, titolari di un’azienda, minacciando di fare dichiarazioni sul loro conto.

E’ stato così rinviato a giudizio per intestazione fittizia di beni e tentata estorsione.

Il 28 settembre 2017 è stato condannato in primo grado a 5 anni di reclusione dal Tribunale di Barcellona.

Un proscioglimento controverso

Come hanno disvelato in maniera chiara le intercettazioni, Bisognano in cambio dell’aiuto economico di Tindaro Marino, si era impegnato nell’ambito di indagini difensive a fare nuove e diverse dichiarazioni favorevoli all’imprenditore di Gioiosa Marea, in modo da alleggerirne la posizione in vista del giudizio della Cassazione per concorso esterno alla mafia e di quello diretto al sequestro di tutti i beni nel procedimento di prevenzione patrimoniale pendente in appello.

Dapprima, al momento della richiesta di misura cautelare, i due sostituti Di Giorgio e Cavallo dopo aver confrontato le dichiarazioni rese da Bisognano in precedenza sul conto di Marino con quelle rese il 30 settembre del 2015 al difensore di Marino, Salvatore Silvestro, presenti i difensori del collaboratore Fabio Repici e Mariella Cicero, si erano convinti che questi avesse cambiato effettivamente le dichiarazioni.

Dello stesso avviso il gip Marino.

E’ stato lo stesso collaboratore nell’interrogatorio di garanzia ad ammettere: “Mi sono messo d’accordo per modificare le dichiarazioni, ma poi non l’ho fatto”

Proprio a seguito di questa giustificazione, i due magistrati hanno controllato e hanno cambiato idea chiedendo per questo capo di accusa l’archiviazione.

Il Gip Monica Marino è rimasta della sua idea. Ha rigettato e ordinato l’imputazione coattiva: “Le dichiarazioni sono state cambiate per interessi economici”, ha scritto il Gip Marino dopo aver messo a sua volta a confronto le dichiarazioni.

Tre mesi dopo, il 17 novembre del 2017, un altro Gip del Tribunale di Messina Simona Finocchiaro ha accolto la richiesta di archiviazione ribadita dai due sostituti della Dda.

 

L’ arresto romano abortito… per vizi procedurali

Scarcerato dal Tribunale di Barcellona il 17 maggio del 2017, dopo un anno esatto di carcere, anche sulla base del fatto che il programma di protezione non fosse stato revocato, venerdì 7 luglio 2017 Bisognano è stato nuovamente arrestato su ordine del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Chiara Gallo, che ha accolto la richiesta della Procura, guidata da Giuseppe Pignatone.

Dalle intercettazioni telefoniche era pure emerso che il collaboratore servendosi di due degli agenti (Domenico Tagliente e Enrico Abbina) che dovevano proteggerlo e controllarlo, aveva accesso alla Banca dati della polizia assumendo informazioni riservate.

La Procura di Roma, a cui erano stati trasmessi gli atti perché – secondo Di Giorgio e Cavallo – i fatti erano stati commessi in località protetta, ha declinato l’accusa nei termini di violazione abusiva dei sistemi informatici e violazione del segreto d’ufficio e ritenendo allarmante la condotta del collaboratore all’epoca libero e protetto aveva chiesto e ottenuto la misura cautelare più severa.

Il Tribunale della Libertà aveva condiviso il ragionamento di Gip e Procura.

Tuttavia, la Corte di Cassazione ha rilevato dei vizi procedurali: non risultavano infatti dalla motivazione se fossero stati depositati in cancelleria tutti i brogliacci delle intercettazioni e non risultava spiegata la connessione tra i reati commessi a Messina di tentata estorsione e intestazione fittizia di beni con quelli contestati a Roma: detta connessione è necessaria per poter utilizzare le stesse intercettazioni.

Ha così rinviato al Tribunale della Libertà per motivare sui due punti.

Che a quel punto, a novembre del 2017, ha ordinato la scarcerazione di Bisognano.

Tra le informazioni che Bisognano chiede e ottiene dagli uomini della scorta ci sono quelle su alcuni mezzi meccanici da adibire all’attività di impresa da svolgere sotto mentite spoglie: ciò che gli è valso la condanna per intestazione fittizia di beni.

 

Tanti incontri vietati e…. imbarazzanti

Le indagini coordinate dal commissario Ceralo aveva evidenziato come Bisognano grazie alla leggerezza degli uomini della scorta si incontrava con esponenti della mafia (tra questi Stefano Rottino) e con persone di sua conoscenza nel Tribunale di Messina in occasione delle udienze.

Stessa libertà d’azione ce l’aveva in località protetta, dove si incontrava con altri collaboratori di giustizia, appartenenti ad altri sodalizi criminali.

Tra gli incontri non proprio in linea, secondo gli inquirenti, con lo status di collaboratore e con le esigenze di sicurezza ce n’è pure uno con gli avvocati Mariella Cicero e Fabio Repici, che viene segnalato all’autorità giudiziaria

E’ l’8 marzo del 2016. Sono le 13 circa. Bisognano viene intercettato mentre dà indicazioni stradali ai due legali che non riescono a trovare il posto dove si erano dati appuntamento. “Il collaboratore si incontra con i suoi legali con cui va a pranzo”, scrive uno degli inquirenti in un allegato all’informativa.

Ma c’è anche di più.

Mario Ceraolo nell’informativa alla Procura di Messina, all’epoca diretta da Guido Lo Forte, aveva anche rilevato: “Bisognano ha avuto la possibilità di accedere ad informazioni, anche coperte dal segreto istruttorio che quasi quotidianamente gli vengono fornite dal suo difensore Maria Rita Cicero con condotte che non rappresentano soltanto una evidente violazione dei doveri deontologici ma configurano precisi reati penali e che consentono al Bisognano di meglio operare nel comprensorio della provincia di Messina”, ha scritto.

“Non mi risulta di essere indagata, non ho ricevuto nulla”, ha dichiarato Mariella Cicero  a giugno del 2017, sentita come teste a difesa di Bisognano tenuto a Barcellona.

A scuola di complottismo

Per i suoi legali Fabio Repici e Mariella Cicero, Bisognano è vittima di un complotto ordito dall’avvocato Ugo Colonna, da Mario Ceraolo, da Saro Cattafi, l’avvocato di Barcellona che Bisognano aveva accusato di essere il capo dei capi della mafia e le cui accuse non sono state ritenute credibili dalla Corte d’appello di Messina, e dal legale di quest’ultimo Salvatore Silvestro.

La tesi del complotto è stata propugnata con forza anche nelle aule giudiziarie, ma non ha incantato il Tribunale di Barcellona, il Gup Monica Marino, la Procura di Roma guidata da Giuseppe Pignatone, il Gip di Roma Chiara Gallo e il Tribunale della Libertà di Roma e, infine, i giudici del Tribunale amministrativo regionale.

Le condotte “illecite” di Bisognano sono venute alla luce al momento degli arresti. Il programma di protezione è stato revocato nell’autunno del 2017, un anno e mezzo dopo.

I 5 stelle…rivoluzionari e oscurati

Nel frattempo, a maggio del 2017, uno dei più importanti esponenti del Movimento 5 Stelle, Luigi Gaetti, vicepresidente della Commissione antimafia, aveva presentato un’interrogazione al ministro degli Interni e della Giustizia per chiedere se fossero veri dei fatti che in ipotesi dimostravano che a Bisognano fosse stato riservato un trattamento di favore, compresa la mancata revoca del programma di protezione.

Ma dopo due giorni il senatore ha fatto marcia indietro e l’ha ritirata. Si giustificò “Mi è stato detto che è fondata su dati non completi”.

Da chi? “Non lo posso rivelare”.

Sicurezza garantita

Bisognano, rimasto senza programma di protezione, ha continuato a collaborare.

Il ministero degli Interni a tutela della sua incolumità gli garantisce la scorta..

Pornografia minorile, il giudice Gaetano Amato torna ai domiciliari dopo 24 ore trascorse nel carcere. Il Gip Vermiglio scioglie il paradosso sorto dopo la pronuncia della Corte di Cassazione: “E’ sufficiente l’affidamento alla comunità di riabilitazione”.

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Il giudice Gaetano Amato

Il giudice Gaetano Amato

 

Ieri è tornato in carcere, su ordine della Procura di Messina. Oggi, agli arresti domiciliari, presso la comunità di recupero cui era stato affidato qualche mese fa dal Giudice per le indagini preliminari.

La permanenza del giudice Gaetano Amato nelle mura del penitenziario di Gazzi dura meno di 24 ore.

Nella giornata di oggi, infatti, il Giudice per le indagini preliminari, Maria Vermiglio, ha accolto l’istanza presentata dal suo legale Salvatore Silvestro e ha ordinato la scarcerazione del giudice accusato di produzione e scambio di materiale pedopornografico e di violenza sessuale.

Per capire cosa sia successo nelle ultime 24 ore bisogna avventurarsi nelle pieghe delle varie decisioni che si sono registrate sulla vicenda e della procedura penale.

Le tappe della vicenda

Amato è stato arrestato il 3 ottobre del 2017 su ordine del Gip Maria Vermiglio.

Il giudice era rimasto coinvolto in un’inchiesta della Procura di Trento ed era stato incastrato dalle intercettazioni della polizia postale che avevano evidenziato come avesse prodotto e scambiato materiale pedopornografico (vedi servizio sulla vicenda).

Per questa condotta Il Gip aveva accolto la richiesta dei sostituti della Procura, Giovannella Scaminaci e Roberto Conte, titolari delle indagini.

I due pm ad Amato contestavano anche il reato di violenza sessuale e anche per questo reato avevano chiesto la misura del carcere.

Le attività di indagine avevano mostrato che il giudice aveva scattato una foto (poi diffusa via chat) a una minore con il seno scoperto mentre dormiva. Secondo l’accusa le aveva sollevato la maglietta e nel farlo le aveva sfiorato il seno, come ha raccontato al suo interlocutore nella stessa chat: da qui specificamente l’accusa di violenza sessuale.

In prima battuta, però, il Giudice per le inddagini preliminari Urbani, aveva ritenuto non vi fossero gravi di indizi di colpevolezza di questa condotta, non considerando sufficienti le ammissioni via chat dello stesso Amato e invece verosimile che la maglietta si fosse alzata da sola nel mentre la bambina dormiva.

I sostituti della Procura,  Scaminaci e Conte, ritenendo errata la valutazione del Gip sulla contestazione della violenza sessuale, hanno subito fatto appello su questo punto al Tribunale del Riesame, ribadendo la richiesta di applicazione della misura cautelare del carcere.

Qualche tempo dopo, il legale di Amato ha avanzato al Gip Vermiglio richiesta di alleviare la misura cautelare del carcere con quella degli arresti domiciliari presso una comunità di recupero e cura per soggetti con problemi di pedofilia.

Quest’ultima istanza di affidamento alla comunità è stata accolta il 27 dicembre del 2017, sulla base della considerazione che per neutralizzare le esigenze cautelari di reiterazioni del reato non fosse necessario il carcere.

Due mesi prima, il 26 ottobre del 2017, il Tribunale del Riesame aveva dato ragione ai due sostituti procuratori.

Aveva ritenuto, infatti, ricorrente anche il reato di violenza sessuale con la precisazione però che andasse inquadrato nella forma di minore gravità: ciò che determina una riduzione della pena base prevista per la violenza sessuale (da 5 a 10 anni) fino a due terzi. .

L’esecuzione di questa pronuncia tuttavia era stata sospesa in attesa che divenisse definitiva con l’eventuale giudizio della Corte Cassazione, cui si è rivolto il legale di Amato.

La sentenza della Cassazione è arrivata l’altro ieri. Ha rigettato il ricorso dell’avvocato Silvestro e ha attribuito efficacia esecutiva all’ordinanza del Tribunale del Riesame.

Ieri la Procura ha conseguentemente ordinato di prelevare Amato nella comunità e di condurlo nel carcere di Gazzi.

Il paradosso

Tuttavia, a seguito della pronuncia dei giudici di legittimità si è determinata una sorta di paradosso.

Il giudice Amato si è ritrovato in carcere per un reato meno grave (la violenza sessuale, nella forma di minore gravità) di quello (la pornografia minorile) per cui era ai domiciliari; e, soprattutto sulla scorta di esigenze cautelari valutate dal Tribunale del Riesame due mesi prima rispetto alla valutazione del Giudice per le indagini Urbani che per il reato più grave aveva ritenuto sufficiente gli arresti domiciliari.

E’ stato così lo stesso Gip Vermiglio a risolvere nella tarda mattinata di oggi il paradosso, ordinando che il giudice Amato torni nella comunità specializzata nella cura e riabilitazione di persone con problemi di pedofilia:”Gli arresti domiciliari con divieto assoluto di comunicazione con persone diverse dagli stretti familiari e degli operatori e ospiti della comunità basta a neutralizzare le esigenze cautelari di pericolo di reiterazione del reato”, ha motivato il Gip.

Nella comunità Amato potrebbe però rimanerci poco.

La Procura infatti  nelle scorse settimane ha presentato appello contro il provvedimento del 28 dicembre del 2017 del Gip Vermiglio che accordava gli arresti domiciliari in comunità: l’udienza si terrà nelle prossime settimane.

Se l’appello fosse accolto, per il magistrato si riaprirebbero nuovamente le porte di Gazzi.

 

Truffa ai danni del Miur, a giudizio il direttore generale dell’Università di Messina Carmelo Trommino e l’ex commissario del Cus Sergio Cama. La procura: “Inviavano a Roma report gonfiati per ottenere contributi non dovuti pari a 520 mila euro in 4 anni”. Le biografie di due manager molto sportivi

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Carmelo Trommino e Sergio Cama

Carmelo Trommino e Sergio Cama


Confezionavano e inviavano a Roma, al Ministero dell’Università, prospetti con dati falsi e gonfiati al fine di ottenere maggiori contributi pubblici per la gestione degli impianti sportivi.

E’ questa l’accusa costata all’attuale direttore generale facente funzioni dell’Università di Messina Carmelo Trommino e all’ex commissario del Cus Sergio Cama il rinvio a giudizio per truffa ai danni dello Stato.

Il periodo a cui si riferisce la contestazione va dal 2009 a 2013, anno in cui il Cus fu messo in liquidazione e cessò l’attività.

Le risorse irregolarmente percepite sono state quantificate complessivamente in 525 mila euro.

Si tratta dei fondi previsti dalla Legge 394 del 1977, riservati ai Cus locali, Centri universitari sportivi, che sempre per legge hanno la gestione esclusiva degli impianti sportivi di proprietà dei vari atenei.

La dotazione finanziaria della legge 394 viene ripartita tra i Cus italiani in base a vari parametri tra cui il costo sostenuto per il personale e gli impianti e il numero e l’estensione degli stessi impianti sportivi da gestire.

Secondo le conclusioni cui è giunta la Procura, che si è avvalsa di quattro consulenti, Trommino, all’epoca direttore della costola dell’ateneo UnimeSport, e Cama ogni anno mandavano a Roma prospetti in cui esponevano costi per il personale e per gli impianti che in realtà il Cus non sosteneva.

Ancora di piu, indicavano come gestiti dal Centro sportivo universitario strutture che da tempo non erano più nella sua disponibilità ma in quella di UnimeSport, la struttura autonoma creata nel 2006 dall’allora rettore Franco Tomasello su consiglio anche sotto il profilo giuridico dal suo braccio destro Pietro Navarra, che nel 2013 ne ha preso il posto di Magnifico.

Il processo che vedrà sul banco degli imputati Trommino e Cama ha origine da una lunga e complessa inchiesta che il sostituto procuratore Antonio Carchiettì aprì nel 2013 sul Cus di Messina, sui rapporti con l’Università e soprattutto con UnimeSport.

Il pasticciaccio di UnimeSport 

UnimeSport nacque per spazzare via il Cus locale da 40 anni guidato da Piero Jaci.

Nel 2006, su proposta del rettore, infatti, il Consiglio d’amministrazione dell’ateneo tolse al Centro universitario sportivo la gestione di tutti gli impianti sportivi della cittadella di viale Annunziata e la affidò dapprima a Unilav Spa, società partecipata già operante, e poi a UnimeSport, creata invece appositamente.

Il Cus nazionale (Cusi) presentò subito ricorso al Tribunale amministrativo regionale forte della norma di legge che riservava ai Cus in via esclusiva la gestione degli impianti, e così l’ateneo per evitare di essere bocciato dai giudici amministrativi fu costretto ad una sorta di transazione.

La gestione degli impianti fu divisa: alcuni (campo da baseball e palazzetto dello sport) rimasero al Cus, gli altri a Unime Sport, a capo del quale fu messo da subito (ovvero dagli inizi del 2007) Carmelo Trommino, inizialmente ingaggiato con un contratto di consulente esterno.

 

Trommino, manager sulla fiducia

Marito del magistrato Ornella Pastore, giudice prima, a cavallo degli anni 2000 al Tribunale Siracusa, poi sino al 2006 al Tribunale di Messina e ora presidente di sezione a Reggio Calabria, Trommino tra il 2004 e il 2005 è stato consulente dell’allora assessore regionale allo Sport Fabio Granata, cui era politicamente vicino.

Laureato in Scienze motorie nel 2002, Trommino a Unimesport è arrivato a gennaio del 2007 dal Comune della città di Siracusa, dove dal 2003 svolgeva l’incarico di dirigente a contratto (affidato cioè senza concorso e in via fiduciaria) alle Politiche dello Sport, contemporaneamente (in certi periodi) a quello di consulente alla regione Sicilia.

In precedenza, dal 2000 al 2002, dallo stesso Comune di Siracusa aveva avuto incarichi di consulenza.

Per 7 mesi, sino al 30 luglio 2007 ha cumulato l’incarico di dirigente a Siracusa con quello di consulente di Unimesport  a supporto delle attività gestionali. Ma all’Università di Messina c’ era già stato anche come docente a contratto della facoltà di Scienze motorie, precisamente negli anni accademici dal 2002 a 2005.

Di più: il dirigente aretuseo figura come coautore di una pubblicazione scientifica partorita nell’ateneo di Messina: “Integrins, muscle agrin and sarcoglycans during muscular inactivity conditions: an immunohistochemical study”, datata 2006.

La sua firma figura accanto a quelle prestigiose di Pucci Anastasi, ordinario di anatomia e a quel tempo prorettore di Tomasello, e Dino Bramanti, scienziato instancabile che all’epoca (tra il 2006 e il 2008) si divideva, violando la legge, tra l’attività di docenza universitaria e la direzione scientifica dell’Irccs Neurolesi “Bonino Pulejo”.

Il primo ottobre del 2007,  il giorno dopo aver terminato la sua esperienza quadriennale di dirigente al Comune di Siracusa, Trommino è diventato dirigente sempre a contratto (ovvero senza selezione) dell’ateneo di Messina e quindi direttore di UnimeSport.

Dopo 4 anni, il primo settembre del 2011 è entrato nei ruoli dell’ateneo messinese a tempo indeterminato: qualche settimana prima infatti era risultato vincitore di un concorso bandito nel 2010 per “dirigente con specifiche competenze connesse alla direzione di UnimeSport”.

 

Cama, garbatamente predestinato

Figlio di uno dei comandanti di nave piu importanti e piu tenuti in considerazione dalla famiglia degli armatori Franza, Sergio Cama venne nominato commissario del Cus di Messina nel 2010. Fu caldeggiato da Pietro Navarra di cui è amico personale.

Agli inizi del 2010, la protesta clamorosa degli otto dipendenti del Cus, che reclamavano alcune mensilità di stipendi arretrati, fornì al rettore Tomasello il motivo per chiedere ed ottenere dall’organismo nazionale del Cus, il Cusi, la rimozione di Piero Jaci e il commissariamento del Cus, all’epoca già gravato di debiti che superavano i 2 milioni di euro.

Sergio Cama giunse al Cus con l’aureola del risanatore. All’inizio i dipendenti apprezzarono molto il garbo e i pasticcini che portava al mattino in ufficio. Ma di virtuosismi gestionali non si vide neppure l’ombra.

Anzi, quando il Cus fu messo in liquidazione, tre anni dopo, Cama lasciò debiti che erano  arrivati a quasi 4 milioni di euro: se ne andò a lavorare per una società di navigazione.

Il deficif fu aggravato soprattutto dai Campionati nazionali universitari del 2012, costati 800 mila euro e passati alla storia non tanto per le gesta degli atleti arrivati da tutt’Italia per cimentarsi in 20 discipline sportive, ma per le spese «folli». Dai 15 mila euro (per una settimana di lavoro) ai 5 addetti stampa reclutati benché fosse stata ingaggiata un’agenzia di comunicazione costata a sua volta 14 mila euro; passando alla cena di inaugurazione da nababbi (30 mila euro); per finire alle spese per una serie di appalti per servizi, affidati senza regolare gara a prezzi più alti di quelli di mercato.

Il peccato originale

E’ proprio la nascita di UnimeSport alla base delle irregolarità riscontrate dalla Procura e declinate in termini di reato.

Infatti, ben presto ci si accorse che UnimeSport, costola autonoma dell’ateneo, costava troppo e dalla gestione degli impianti incassava pochissimo: anche perché era costretta ad applicare ai vari collaboratori che ingaggiava il contratto del comparto università, molto più gravoso di quello che invece poteva applicare il Cus.

Quest’ultimo infatti godeva di un regime molto agevolato sotto il profilo contributivo e fiscale.

Mentre i contributi che arrivavano al Cus dalla Fondo della legge 394 del 1997 diminuirono proporzionalmente alla riduzione degli impianti gestiti, effetto della transazione.

Come ti salvo…. capre e cavoli

Fu così che per spendere meno in personale e per continuare a incassare i contributi della Legge 394 Cama e Trommino diedero vita a un meccanismo particolarmente vantaggioso ma, secondo gli inquirenti, anche illegale.

Da un lato il Cus fu trasformato  in «un’agenzia di lavoro per reclutare (senza concorso) e fornire all’Università lavoratori a basso costo», come accertarono gli ispettori del lavoro di Messina. L’organo ispettivo verificò infatti che gli istruttori sportivi, gli addetti alla segreteria e persino quelli alle pulizie (in tutto 80 lavoratori), necessari a Unime Sport, li assumeva il Cus con contratti di collaborazione sportiva esentati da tasse e contribuzione previdenziale, ma i lavoratori venivano utilizzati come fossero propri dipendenti subordinati (senza, però, le tutele previste per quest’ultimi), direttamente da Unimesport dell’Università di Messina, che poi rimborsava al Cus il valore degli stipendi.

L’Ispettorato ipotizzando l’interposizione fittizia di manodopera ha comminato multe per due milioni di euro.

Dall’altro lato, Cama e Trommino mandavano a Roma prospetti in cui risultava che il costo del lavoro che usava e pagava di fatto UnimeSport lo sostenesse il Cus.

Allo stesso modo facevano apparire come gestiti dal Cus impianti che non lo erano da anni: il tutto per avere maggiori e non dovuti contributi.

La Procura ritenendo che queste ultime condotte integrino il reato di truffa ha esercitato l’azione penale: l’inizio del processo a carico di Cama e Trommino dopo il rinvio a giudizio decretato il 3 ottobre del 2017 dal Gup Monia De Francesco è previsto per il 7 aprile del 2018.

Un Cus va… e un Cus viene

Mandato in soffitta il vecchio Cus, gravato di 4 milioni di euro di debiti, e le centinaia di creditori, l’ateneo guidato da 2013 da Pietro Navarra, sostenitore dell’operazione che portò alla nascita di Unimesport e al ridimensionamento del Cus, si è rimangiato  quanto fatto in precedenza.

Ha eliminato Unimesport e ha  promosso la creazione di un Cus nuovo di zecca sgravato di tutti i debiti: CusUnime, subito affiliato dal Cusi e affidato alle cure di Nino Micali, funzionario dell’ateneo, a lungo stretto collaboratore di Trommino.

Il nuovo Cus ha la gestione di tutti gli impianti e così prende per intero i contributi della 394.

La sorte del dirigente aretuseo e la distrazione di Navarra

E Carmelo Trommino?

Il dirigente con la laurea in Scienze motorie, assunto specificamente per occuparsi di sport alla guida di Unimesport, alla cittadella sportiva non ha più messo piede.

Eliminata la struttura per cui era stato assunto, è stato incaricato di dirigere il dipartimento amministrativo “Servizi didattici, ricerca e alta formazione”.

Dal qualche settimana è temporaneamente, in attesa del concorso, direttore generale dell’ateneo in sostituzione del neo deputato regionale Franco De Domenico.

Lo ha nominato il rettore Navarra benché qualche mese prima fosse stato rinviato a giudizio per un ipotesi di reato commessa nell’esercizio delle sue funzioni di pubblico ufficiale.

Ufficio stampa del Comune, il generoso “regalo” di Renato Accorinti a Sergio Colosi. Il sindaco induce la Giunta a deliberare l’applicazione del vantaggioso contratto dei giornalisti, in barba alla legge, alla Corte costituzionale e alla Cassazione. Per palazzo Zanca un salasso (non dovuto) di 80 mila euro all’anno. Il precedente di Attilio Borda Bossana

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Sergio Colosi

Sergio Colosi

 

La Corte costituzionale e la Corte di Cassazione hanno stabilito che ai componenti degli uffici stampa degli enti locali della Sicilia non è dovuta l’applicazione del vantaggioso contratto collettivo dei giornalisti professionisti. E vada loro applicato quello degli Enti locali, come accade d’altro canto nel resto d’ Italia.

Il sindaco di Messina, Renato Accorinti, e i componenti della Giunta che guida, però, del giudice delle leggi e del massimo organo della giurisdizione se ne sono infischiati.

Hanno così “regalato” al funzionario del Comune Sergio Colosi un contratto di giornalista con qualifica di capo redattore che, a seconda dell’anzianità di servizio, può arrivare a costare per Palazzo Zanca solo di stipendio base circa 120 mila euro all’anno, più o meno 80 mila euro in più di quanto Colosi avrebbe diritto a percepire.

Il regalo è contenuto in una delibera della Giunta voluta fortissimamente da Renato Accorinti.

Ha la forma di una transazione che costerà negli anni a Palazzo Zanca centinaia di migliaia di euro e garantirà a Colosi uno stipendio e un Trattamento di fine rapporto triplo rispetto al dovuto e in misura eguale a quelli di un giornalista che ha la responsabilità di pensare in tempi ristretti un giornale, di coordinare di decine di redattori, di pagare risarcimenti danni per diffamazione: nulla a che vedere con gli impegni di un capo ufficio stampa di un Comune.

L’uso del tempo indicativo futuro è obbligatorio perché dopo l’approvazione della delibera, l’iter che avrebbe concretamente fatto sorridere il giornalista ha avuto una battuta di arresto: l’accordo transattivo a cui la Giunta aveva dato il via libera di fatto non è stato ancora firmato.

 

Trattative sotto traccia

La delibera della Giunta (che ha la firma di regolarità contabile del Segretario generale Antonino Le Donne e di regolarità tecnica del dirigente Giovanni Bruno) è dell’estate: reca il numero 462 ed è del 29 giugno del 2017.

Ma a monte vi è un frenetico lavoro sottotraccia sollecitato da alcuni esponenti dell’organizzazione sindacale dei giornalisti Assostampa (tra questi si è distinto Massimo Passalacqua in versione esperto di diritto) e da diversi “consigliori” del primo cittadino, che hanno preso a cuore la battaglia di Colosi.

Quest’ultimo, infatti, a capo dell’ufficio stampa del Comune  sin dall’insediamento del sindaco Accorinti (giugno del 2013), il 27 agosto del 2015 si è rivolto al Tribunale del Lavoro perché gli venisse riconosciuta la qualifica di capo redattore in applicazione del Contratto collettivo dei giornalisti con richiesta di 45 mila euro di differenze retributive. Aurora Notarianni, sino a due mesi fa assessore regionale ai Beni culturali, il suo legale. Il Comune si è affidato alla competenze di Santa Chindemi, dello studio legale che fu di Angelo Falzea, accademico dei Lincei.

 

Messina, 21/10/2013: il sindaco Renato Accorinti.

Il sindaco Renato Accorinti.

Il cuore di Accorinti batte…. per Colosi

Renato Accorinti, pur alle prese con innumerevoli problemi e con i disastrati conti del Comune, si è innamorato così tanto della causa di Colosi che l’ 1 dicembre del 2016 ha preso carta e penna e ha scritto all’Avvocatura e al Dipartimento risorse umane: “Proponete una soluzione per la definizione del contenzioso”.

La soluzione già trovata dal sindaco e da Colosi è in una transazione: Colosi rinuncia a tutti gli arretrati che gli spetterebbero se gli fosse stato applicato il contratto di giornalista sin dall’inizio della sua avventura all’Ufficio stampa e che aveva chiesto al giudice del Lavoro, il Comune gli applica dal momento della firma della transazione il contratto di caporedattore.

Il dirigente dell’Avvocatura Giovanni Bruno il 7 dicembre del 2016  chiede un parere prognostico sull’esito della causa al legale Chindemi.

Tuttavia, il 3 aprile del 2017, prima ancora che il parere dell’avvocata giungesse, Accorinti manifesta la sua determinazione e, come se già fosse sicuro dell’esito del parere, scrive al Segretario generale, Antonino Le Donne: “E’ intenzione dell’amministrazione cessare la materia del contendere e applicare a Colosi il Contratto dei giornalisti”

Il parere del legale del Comune di Messina, Santa Chindemi, giunge un mese e mezzo dopo, il 17 maggio del 2017: è paradossale, quasi degno del miglior Pirandello, e appare confezionato in maniera tale da accontentare la volontà palese di chi l’aveva chiesto.

“Il Comune per legge e per dictum della Corte costituzionale non può applicare il Contratto dei giornalisti a Colosi e in punto di diritto sono convinta che abbia ragione da vendere come ho rappresentato nelle memorie difensive; ma di recente ci sono state alcune pronunce di Giudici siciliani di primo grado che hanno detto cose diverse. Quindi il Comune potrebbe anche perdere la causa“, ha scritto in sintesi il legale. “Pertanto, si ritiene possibile valutare positivamente l’ipotesi transattiva allo studio“, ha concluso l’avvocata.

Due giorni dopo, il 19 maggio del 2017, l’avvocata Notarianni ribadisce ufficialmente la disponibilità alla transazione.

Il sindaco Accorinti, senza tenere in nessuna considerazione che in ogni caso il potere di transazione che impegna economicamente gli enti pubblici è sottoposto dalla Corte dei conti a limiti molto stringenti, non perde tempo.

Il 25 maggio 2017 ordina al Segretario generale che si proceda con lo schema di transazione da sottoporre all’approvazione della Giunta.

Nel frattempo, la causa davanti al giudice del Lavoro è stata rinviata per due volte  (la prossima udienza è fissata al 2 febbraio prossimo) proprio in attesa che la transazione venga firmata e così dichiarata cessata la materia del contendere.

La Corte di Cassazione dixit

L’avvocata Chindemi si è fermata ad alcune decisioni dei giudici di primo grado siciliani, ma non ha citato la sentenza della Corte Cassazione numero 488 del 2017.

Depositata nella cancelleria l’11 gennaio del 2017 è di 4 mesi prima che rendesse il parere.

Con questa pronuncia, il massimo organo della giurisdizione ha annullato la sentenza della Corte d’appello di Messina che, confermando quella del Tribunale, aveva riconosciuto a Maria Flavia Carilli, in forza all’ufficio stampa della Provincia regionale di Messina, l’applicazione del contratto di giornalista sulla base delle stesse argomentazioni giuridiche su cui poggia il ricorso proposto da Colosi.

Il precedente di Attilio Borda Bossana

Prima di Sergio Colosi, alla guida del ufficio stampa del Comune c’era Attilio Borda Bossana, entrato nell’organico del Comune senza alcun concorso. Collaboratore esterno di Palazzo Zanca sin dal 1980, Borda Bossana nel 1999 ne divenne dipendente in palese violazione dell’articolo 97 della Costituzione.

Grazie a un delibera voluta dal vicesindaco di allora Giampiero D’alia e avallata dal segretario generale Filippo Ribaudo non solo divenne dipendente ma gli fu da subito applicato il contratto di caporedattore.

A cavallo tra 2011 e il 2012, Il settimanale Centonove in una serie di articoli a firma di Michele Schinella raccontò come a Borda Bossana in violazione di legge fosse garantito un trattamento mensile medio di 10 mila euro per 13 mensilità.

Insomma, Borda Bossana (titolo di studio geometra), era il dipendente più pagato di Palazzo Zanca, più di qualsiasi dirigente.

Il sindaco Giuseppe Buzzanca a seguito degli articoli chiese un parere al collegio di difesa, presieduto da Francesco Marullo. Quattro componenti si astennero perché intimi amici di Borda Bossana.

Il parere giunse. Il dirigente del Personale Giuseppe Mauro lo ritenne “incomprensibile e contraddittorio”. Ne chiese uno a chiarimento. Arrivò sul tavolo di Provvidenza Castiglia, dirigente che nel frattempo sostituì Mauro, ma fu secretato.

Qualche mese dopo Giuseppe Buzzanca si dimise.

A ottobre del 2012 a palazzo Zanca giunse il commissario Luigi Croce, ex capo della procura di Messina.

Borda Bossana premiato da Croce

Attilio Borda Bossana (a sx) premiato da Luigi Croce

Una mano lava l’altra…

Passarono 6 mesi e il primo maggio del 2013 Attilio Borda Bossana si mise in pensione, a 62 anni.

A lui andò un trattamento di fine rapporto e una pensione che se non gli fosse stato applicato il contratto dei giornalisti si sarebbe sognato.

Quindici giorni dopo, il 14 maggio del 2013, con delibera numero 47, il commissario Croce eliminò la figura professionale di capo redattore dall’organigramma del Comune e la sostituì con quella di giornalista inserendola nella categoria D3 del Contratto degli enti locali: così come viene fatto in tutti i Comuni d’ italia.

Tuttavia, l’ex magistrato Croce nessuna iniziativa giuridica intraprese per fare chiarezza sul diritto di Borda Bossana di ricevere emolumenti da manager di un’azienda privata.

L’amministrazione Accorinti, che si trovò per le mani la spinosa questione del sontuoso trattamento di fine rapporto reclamato da Borda Bossana, fece a sua volta finta di nulla.

E alcuni anni dopo, mettendo nel nulla pure l’operato del commissario Croce, si appresta, a fine legislatura, a fare di Colosi il nuovo Borda Bossana.

Eppure, che Colosi ora (e Borda Bossana prima) non abbia alcun diritto all’applicazione del Contratto dei giornalisti e alla qualifica di caporedattore e per contro il Comune abbia l’obbligo di non applicarlo a pena di responsabilità contabile, lo ha stabilito indirettamente la sentenza della Corte di Cassazione che si è pronunciata su Maria Flavia Carilli.

 

La vicenda in punto di diritto

Per chi ha un minimo di tempo e di dimestichezza con il diritto e non cade (come talvolta anche taluni giudici) nelle trappole fumose tese da avvocati e giornalisti in cerca di privilegi (dopo aver criticato quelli dei politici) la vicenda è di una semplicità disarmante.

La legge nazionale n° 150 del 2000 ha previsto che “Le amministrazioni pubbliche possono (non devono, ndr) dotarsi di un ufficio stampa“.

Per ciò che attiene specificamente la vicenda che riguarda il trattamento economico e giuridico tra gli altri di Colosi, ha precisato che: “Negli uffici stampa l’individuazione e la regolamentazione dei profili professionali sono affidate alla contrattazione collettiva nell’ambito di una speciale area di contrattazione, con l’intervento delle organizzazioni rappresentative della categoria dei giornalisti. Dall’ attuazione del presente comma non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica“.

In Sicilia, tuttavia, un legislatore molto attento alle esigenze economiche dei giornalisti emanò una serie di norme nel tentativo di anticipare il contenuto dell’Accordo tra le parti sociali stabilendo in sintesi che: “Ai giornalisti degli uffici stampa degli enti locali siciliani si applica il contratto collettivo dei giornalisti e la qualifica di caporedattore

Queste norme regionali furono spazzate via dalla Corte costituzionale che con sentenza  189 del 5 giugno 2007 ha ribadito in maniera molta chiara un principio pacifico nella giurisprudenza: “I rapporti di lavoro alle dipendenze della pubblica amministrazione per legge sono regolate dalla contrattazione collettiva al fine di garantire su tutto il territorio nazionale uniformità di trattamento dei lavoratori. Questo principio si impone anche nelle regioni a statuto speciale e quindi limita la potestà legislativa esclusiva della regione Sicilia“, ha concluso la Consulta.

In altre parole, in omaggio al principio costituzionale di uguaglianza non può accadere che il componente dell’ufficio stampa del Comune di Roma guadagni 4 mila euro lordi al mese e quello di Messina arrivi a 10 mila: i dati sarebbero quelli reali se la delibera di Giunta fosse attuata a favore di Colosi.

E’ per evitare queste discriminazioni e per consentire un controllo da parte del Governo e della Corte dei conti sulla spesa pubblica che è stata creata l’Aran (Agenzia per la rappresentanza negoziale), unico organismo che per legge ha la rappresentanza delle pubbliche amministrazioni ai fini della firma dei Contratti collettivi di lavoro e può dunque validamente vincolarle.

L’Aran non ha mai sottoscritto un accordo con le organizzazioni rappresentative di categoria dei giornalisti, che avrebbe comunque il limite di non dover determinare nuovi oneri per le finanze pubbliche.

E, dunque, in tutta Italia ai giornalisti che fanno parte dell’ufficio stampa dei Comuni e delle Province si applica il contratto degli enti locali.

L’Accordo di Pulcinella in terra siciliana

La decisione della Corte costituzionale non piacque all’Assostampa Sicilia e cosi si cercò subito il modo per aggirarla.

Il 24 ottobre del 2007 a Palermo si riuniscono per le parti pubbliche: l’assessore regionale alla Presidenza, Mario Torrisi; il presidente dell’Associazione dei Comuni (Anci) della Sicilia; il segretario dell’Unione regionale provincie siciliane (Uprs); per le parti private: il segretario dell’Associazione stampa siciliana (Assostampa) e il presidente della Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi).

Stipulano un Contratto.

L’Accordo in sostanza ripristina il principio che la Corte costituzionale aveva spazzato via dall’ordinamento giuridico: ovvero l’applicazione del Contratto dei giornalisti ai componenti degli uffici stampa degli enti locali.

Per tentare di ammantarlo della forza di fonte del diritto, l’Accordo fu pure pubblicato nella Gazzetta ufficiale della regione Sicilia

E’ su questo Contratto che fanno leva le cause proposte in tutta la Sicilia da vari giornalisti in forza all’ufficio stampa dei Comuni (e dallo stesso Sergio Colosi) o delle Province (è il caso di Maria Flavia Carilli) per vedersi riconoscere il trattamento di giornalista.

Il tema determinante su cui alcuni giudici, aiutati talvolta da distratti difensori degli enti enti locali, si sono incartati è proprio questo.

Che efficacia vincolante ha questo Accordo?

Non ci vuole molta competenza per capire che non ne ha alcuna: basti solo osservare che metterebbe nel nulla il principio di uniformità di trattamento richiamato dalla Corte costituzionale.

Può l’Associazione (politica) dei comuni siciliani o l’Unione (politica) regionale delle province siciliane vincolare una pubblica amministrazione nel trattamento giuridico ed economico dei dipendenti dei comuni o delle province? Può l’organo politico Assessore regionale vincolare la regione Sicilia? Certo che no.

Alessandro Garilli, ordinario di diritto del Lavoro all’Università di Palermo, chiamato in causa anni fa sul tema, ha dato la sua autorevole opinione: “E’ carta straccia. E’ stato sottoscritto da chi non ha nessuna competenza a rappresentare i Comuni e le Province o la regione Sicilia. Questa legittimazione spetta solo all’ Aran nazionale per comuni e le province, e all’Aran Sicilia per la Regione”.

Se per assurdo….

Ma, in ipotesi, si consideri pure (per assurdo) che l’Accordo sia vincolante e cioè che chi lo ha sottoscritto avesse legittimazione a farlo impegnando le pubbliche amministrazioni.

Basta dare una lettura attenta al testo per scoprire che è lo stesso Accordo a stabilire  all’articolo 1 che” l’applicazione riguarda il personale degli enti di cui all’articolo 1 della legge regionale 10 del 2000″: è facile, leggendo quest’ultima norma avvedersi che si tratta della “Regione e degli enti sottoposti a controllo o vigilanza delle Regione”.

Quindi per andare al caso di Colosi, il Contratto del 24 ottobre 2007 all’ente Comune neppure si potrebbe applicare.

Ma c’è di più.

E’ sempre lo stesso Accordo (art. 2) a disporre che “l’operativa dello stesso è subordinata alle contrattazioni integrative aziendali”. Che al Comune di Messina non sono state mai fatte e dunque mai potrebbe Colosi invocare davanti ai giudici il Contratto con successo.

Infatti, è la stessa Corte di Cassazione nella sentenza che ha riguardato la Carilli a dichiarare che questo Accordo non abbia alcuna efficacia vincolante per le amministrazioni pubbliche siciliane.

Tangenti all’Aias di Barcellona, assolti in appello per prescrizione l’onorevole Tatà Sanzarello, il funzionario dell’Asp 5 Oreste Casimo e il loro accusatore Luigi La Rosa. L’ex presidente dell’ente di assistenza assolto in secondo grado sempre per prescrizione pure dall’accusa di essersi appropriato di decine di migliaia di euro

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Tata Sanzarello

Tata Sanzarello

 

Tutti assolti per prescrizione: finisce così, in appello, uno dei due processi nati dalle dichiarazioni accusatorie dell’ex presidente Luigi La Rosa dell’Aias di Barcellona, per le tangenti pagate dall’ente di assistenza ai disabili.

Sul banco degli imputati c’erano Sebastiano (Tatà) Sanzarello, un passato di deputato europeo e nazionale e di assessore regionale alla Sanità; Oreste Casimo funzionario dell’azienda sanitaria provinciale di Messina con cui l’Aias era convenzionata; e il loro accusatore: il commercialista La Rosa.

L’onorevole era accusato di avere chiesto e ottenuto tangenti quantificate in un decennio  un miliardo di lire e in primo grado era stato condannato a 4 anni: l’originaria accusa di concussione era stata derubricata in quella meno grave di Induzione a dare o promettere utilità.

La goccia che fece traboccare il vaso e interruppe il flusso di tangenti dalle casse dellʼAias alle tasche dellʼex eurodeputato Tatà Sanzarello fu, secondo il racconto di Luigi La Rosa, “la richiesta di 50mila euro per comprare una casa a Roma”.

Era il 2004 quando Pietro Arnò, il dominus dell’ente e lʼallora presidente della sezione di Barcellona decisero che lʼonorevole di Mistretta aveva esagerato nelle richieste. «Solo 20 giorni prima gli avevamo corrisposto 20mila euro», ha raccontato ai magistrati lʼex presidente dellʼAias

L’ex segretario particolare dell’allora direttore generale dell’Asp 5  invece le tangenti – secondo l’accusa – le aveva incassate dal 2003  in poi per accelerare la liquidazione delle fatture e in primo grado era stato condannato a tre anni: anche per lui l’originaria accusa di corruzione era stata riqualificata in quella meno grave di Induzione indebita a dare utilità.

All’ex presidente dell’ Aias era contestato di aver corrotto Casimo: in primo grado aveva rimediato una pena di un anno e sei mesi

Gli episodi oggetto dell’imputazione arrivavano sino al 2010 per Casimo e La Rosa e al 2004 per Sanzarello.

La Corte d’appello ha pertanto dovuto prendere atto del fatto che il trascorrere del tempo avesse superato quello massimo utile per la punizione dei colpevoli.

Messina in calcio d’angolo

Nello stesso procedimento penale, in concorso con Luigi La Rosa, quale corruttore di Casimo, era imputato anche Sebastiano Messina, per un lungo periodo unitamente ad Arnò e La Rosa ai vertici dell’Aias di Barcellona.

Il  preside dell’Agrario di Barcellona domandò il giudizio abbreviato e il giudice Giovanni De Marco il 17 agosto 2012 emise sentenza di assoluzione ritenendo che “per gli episodi delittuosi successivi al 2004 non vi fossero elementi che provavano la sua responsabilità visto che da quell’anno in poi non aveva più compiti operativi, mentre per gli episodi delittuosi gli anni precedenti al 2004, per i quali emergono significativi elementi indiziari, era già giunta la prescrizione”.

Tangenti bis ai vertici

L’onorevole Sanzarello unitamente al braccio Natale D’amico, ex consigliere provinciale,.è sotto processo a Barcellona per altri episodi di corruzione ai danni dell’Aias.

Con loro sul banco degli accusati si trovano il padre padrone dell’Aias nazionale, Francesco Lo Trovato, il figlio, Sergio Lo Trovato, e il commercialista dell’ente Giuseppe Grasso.

L’impianto accusatorio si basa sempre sulle dichiarazioni di Luigi La Rosa (Vedi ampio servizio sulla vicenda) .

 

Le appropriazioni di La Rosa

Luigi La rosa dal canto suo, su denuncia di Lo Trovato, è finito sotto processo per essersi appropriato di svariate decine di migliaia di euro appartenenti all’ente di assistenza.

Era stato Francesco Lo Trovato nel 2010 a estromettere La Rosa dalla presidenza dell’Aias contestandogli “gravi irregolarità contabili e gestionali”.

In primo grado, il 22 luglio del 2016, La Rosa era stato condannato a due anni di reclusione e al pagamento di una provvisionale risarcitoria complessiva a favore dell’Aias di 550mila euro.

Oggi si è celebrato pure il processo d’appello: analogamente all’altro processo celebrato qualche ora prima, la Corte ha dovuto dichiarare la prescrizione.

Tuttavia, la condanna al risarcimento dei danni è rimasta confermata, a riprova che anche per i giudici di secondo grado La Rosa è colpevole nel merito, ma è stata ridotta a 100 mila euro.

 

Le mani della mafia sull’ente di assistenza

In virtù delle dichiarazioni del commercialista La Rosa, per estorsione ai danni dell’Aias sono stati già condannati in appello i boss della mafia del Longano Carmelo D’amico, Mariano Foti, Giovanni Rao, e Carmelo Giambò. il processo ha mostrato che gli esponenti dell’organizzazione intascavano ingenti risorse dell’ente attraverso le minacce.

Specificamente, La Rosa raccontò agli inquirenti che sin dalla fine degli anni novanta (quando alla guida dell’ente c’era Pietro Arnò) e sino al 2009, quando decise di porre fine al pagamento del pizzo, l’Aias fosse costretta a pagare la somma di 40 milioni di lire all’anno (diventati poi 40 mila euro) e a effettuare delle assunzioni a favore di persone vicine ai membri dell’organizzazione criminale.

Le sua accuse hanno trovato riscontro nel dibattimento (vedi approfondimento).

Riscaldamenti al massimo, finestre aperte e condizionatori d’aria fredda: al Tribunale di Messina in scena il festival dello spreco e della stupidità

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Tribunale di Messina

Il Tribunale di Messina

 

“Qua si scoppia di caldo”. Il coro è unanime: avvocati, cittadini, addetti alla vigilanza, sono tutti d’accordo.

Il colmo si è raggiunto nella giornata di giovedì 13 dicembre quando nell’aula in cui teneva udienza il collegio del Tribunale presieduto da Silvana Grasso sono  partiti i condizionatori d’aria fredda.

Si proprio così.

Riscaldamenti – come si dice in gergo – “a palla” e, contemporaneamente condizionatori d’aria fredda.

Termosifoni infuocati e finestre aperte.

In barba a ogni regola di logica e buon senso, senza scomodare concetti molto più complicati come risparmio energetico o inquinamento.

Al Tribunale di Messina il clima è torrido da alcune settimane e non solo per gli attacchi alla magistratura messinese scatenati dal deputato regionale Cateno De Luca.

E’ torrido perché già da novembre in chiara violazione di legge, che vieta in Sicilia di attivare i riscaldamenti prima del primo dicembre, a Palazzo Piacentini, dove la legge bisogna applicarla, sono stati attivati i riscaldamenti per diverse ore al giorno, nonostante le temperature siano quelle del sud italia e non certo di Milano o Bolzano.

l festival del paradosso e dello spreco, è anche ineluttabile.

Tutti si lamentano, meglio sommessamente, non si sa mai, ma sembra si tratti di un supplizio ulteriore per chi deve attendere ore che venga chiamato il suo processo e per non sudare è costretto a rimanere in maniche di camicia.

C’è chi da semplice cittadino si è rivolto agli uffici amministrativi della Corte d’appello: “Si, ha ragione, vediamo cosa si può fare”, ha spiegato a metà novembre un garbatissimo Alfredo Girbino, direttore amministrativo della Corte d’appello.

Ma tutto è rimasto come prima.

Tanto (apparentemente) non paga nessuno.

Domanda: se il presidente del Tribunale o il presidente della Corte d’appello dovessero pagare di tasca loro, tollererebbero lo spreco?

A casa loro, i riscaldamenti li tengono accessi contemporaneamente ai condizionatori d’aria fredda e alle finestre aperte?

E’ normale che a dicembre si debba sopportare il disagio del caldo in un luogo in cui il funzionamento del cervello (notoriamente in tilt con il caldo) è fondamentale?

Certo, non è questo il problema più grosso e importante di un servizio giustizia agonizzante.

Non è il più grosso, ma per risolverlo non ci vogliono né scienziati, né riforme legislative.

Spedizione punitiva nel carcere di Gazzi, condannati gli otto autori dell’aggressione a Angelo Lorisco e Stefano Rottino. Alla base della “lezione”, l’aiuto al collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano, arrestato insieme a loro nell’inchiesta Vecchia Maniera

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L'entrata del carcere di Gazzi

L’entrata del carcere di Gazzi

 

Organizzarono e portarono a segno a colpi di pugni e schiaffi la spedizione punitiva contro Angelo Lorisco e Stefano Rottino, perchè “colpevoli” di avere aiutato Carmelo Bisognano, benché l’ex boss di Barcellona Pozzo di Gotto avesse collaborato (dal 2010) con la giustizia contribuendo a fare arrestare molti esponenti dell’organizzazione mafiosa, tra cui alcuni di loro.

Per l’aggressione ad Angelo Lorisco e a Stefano Rottino, avvenuta nel carcere di Gazzi il 26 maggio del 2016, sono stati condannati Salvatore Bucolo, Angelo Bucolo, Maurizio Trifirò, Santino Benvenga, Carmelo Maio, Sebastiano Torre, Mario Pantè e Marco Chiofalo.

Le due vittime dell’aggressione erano stati arrestati qualche giorno prima,il 18 maggio del 2016, nell’ambito dell’inchiesta Vecchia Maniera, che ha portato in carcere il collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano.

L’ex boss era accusato di aver continuato a delinquere (intestazione fittizia di beni, tentata estorsione ai danni dell’impresa Torre e False dichiarazioni al difensore)  anche mentre era sottoposto al programma di protezione, servendosi soprattutto di Angelo Lorisco (incriminato, infatti, in concorso con Bisognano per la tentata estorsione e l’intestazione fittizia di beni)

Mentre la stessa inchiesta aveva certificato dei contatti con Stefano Rottino, arrestato con l’accusa di tentata estorsione, avente ad oggetto del denaro, ai danni della profumeria Principato di Barcellona.

Fu per questo che il gruppo di esponenti del clan dei barcellonesi da tempo reclusi a Gazzi idearono l’aggressione.

Rottino fu colpito a calci e pugni nel cortile dell’area passeggio dai due Bucolo, Trifirò e Benvenga.

Qualche ora dopo, Lorisco fu aggredito dagli altri quattro imputati mentre in compagnia di un agente di polizia penitenziaria faceva ritorno nella sua cella: l’agente stesso rimase coinvolto e riportò un leggero trauma.

Due gruppi in azione

Le prognosi per Rottino e Lorisco furono inferiori ai 40 giorni e quindi gli aggressori rispondevano di lesioni personali lievi, pluriaggravate per le modalità e il movente.

Ai componenti del gruppo che aveva partecipato all’aggressione di Lorisco, era contestato pure il reato di resistenza a pubblico ufficiale.

Da qui e dai precedenti penali la diversità delle pene comminate agli imputati dal Tribunale di Messina, presieduto da Silvana Grasso.

Le pene nel dettaglio

Nel dettaglio, la pena più pesante è toccata a Mario Pantè, condannato a 7 anni e 4 mesi di reclusione; Carmelo Maio e Marco Chiofalo hanno rimediato una pena di anni 5 e 6 mesi; Sebastiano Torre di 5 anni e 3 mesi: i 4 hanno aggredito Lorisco.

Pene piu miti, visto che non rispondevano di resistenza a pubblico ufficiale, sono toccati a Maurizio Trifirò che ha “avuto” 4 anni e 8 mesi di reclusione; a Salvatore Bucolo, 4 anni e 2 mesi; a Angelo Bucolo e Santino Benvenga, 3 anni e 10 mesi di reclusione.

Se Rottino ha la pressione bassa

Completamente diverso l’atteggiamento nel processo da parte delle due vittime dell’aggressione.

Angelo Lorisco si è costituto parte civile e nel corso dell’esame dibattimentale ha confermato la dinamica dei fatti accertata dagli inquirenti, indicando le persone che aveva riconosciuto.

Stefano Rottino, a cui nell’agosto del 2006 era stato ammazzato da una frangia della stessa organizzazione mafiosa il fratello Ninì Rottino, invece ha dichiarato di non ricordare nulla di quanto gli è occorso, e che riteneva che le ferite riportate fossero una conseguenza di una caduta per effetto di un abbassamento di pressione, problematica di cui soffre da sempre.

Ora rischia l’incriminazione per falsa testimonianza: il Tribunale ha disposto infatti la trasmissione degli atti al pubblico ministero per le valutazioni di competenza.

Gli esiti provvisori di Vecchia maniera

Per le accuse di intestazione fittizia di beni e tentata estorsione Angelo Lorisco è stato condannato in primo grado e in appello a tre anni di reclusione.

Stefano Rottino, già condannato in primo e secondo grado per associzioni di stampo mafioso, è stato prosciolto dall’accusa di tentata estorsione, avente ad oggetto denaro, ai danni della profumeria Principato.

Il gup Monica Marino, nell’ordinanza di proscioglimento ha rilevato come se anche non ci siano stati pagamenti in denaro né nelle richieste si facesse riferimento a denaro ma a profumi, comunque quest’ultimi erano stati consegnati dai titolari della profumeria per la paura nascente dalla caratura criminale di Rottino, con cui non avevano alcun rapporto.

Per gli stessi reati di Lorisco, l’ex boss Carmelo Bisognano è stato condannato a cinque anni in primo grado.

Dal luglio del 2017, Bisognano è in carcere a Roma in quanto accusato anche di accesso abusivo al sistema informatico e di violazione del segreto d’ufficio, reati in ipotesi commessi in concorso con gli agenti della scorta deputati a proteggerlo.

La Corte di cassazione in data 27 ottobre del 2017 ha annullato l’ordinanza del Gip del tribunale di Roma, rilevando un vizio di motivazione in ordine alla connessione tra i reati commessi a Messina e quelli commessi a Roma: se mancasse non si potrebbero usare a Roma le intercettazione raccolte dal commissariato di Barcellona.

Di recente, a un anno e mezzo dagli arresti del maggio del 2016, a Bisognano è stato revocato il programma di protezione, sanzione prevista in caso di violazione delle regole di condotta imposte a un collaboratore, anche se non sfociano in reati.

 

 

Travolge un ciclista e tira diritto, il giudice onorario Gianluca Manca identificato nove giorni dopo grazie ad un video girato da telecamera privata. Nel frattempo ha tenuto udienze al Tribunale di Barcellona. Sta applicando la legge anche stamani, due giorni dopo l’avviso di garanzia

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Non si ferma allo stop di un incrocio, travolge un ciclista e tira diritto.

E mentre gli inquirenti cercavano di individuare chi per poco non ha ammazzato l’anziano uomo in sella alla bici, teneva regolarmente udienza al Tribunale di Barcellona, come se nulla fosse accaduto.

Gianluca Manca, avvocato e giudice onorario del Tribunale del Longano, ha applicato la legge in nome del popolo italiano, giudicando della responsabilità penale di cittadini accusati di reati minori, anche nella giornata di ieri, dopo che la polizia gli aveva già notificato l’informazione di garanzia: lesioni personali stradali e omissione di soccorso o Fuga del conducente in caso lesioni personali stradali  le possibili contestazioni, reati per i quali non è previsto l’arresto.

Il giudice Manca sta tenendo udienza proprio ora nella mattinata del 22 novembre 2017, in sostituzione di un collega.

L’anziano ciclista, finito all’ospedale con un grosso trauma cranico e con una serie di ferite lacero contuse, è ancora ricoverato ma – da quanto è trapelato – fuori pericolo di vita. Di trenta giorni la prognosi, il che al momento farebbe ipotizzare il reato di lesioni personali lievi, punite con pena sino a tre anni.

Il giudice onorario Gianluca Manca

Il giudice onorario Gianluca Manca

Per poco manca…va il responsabile

Il giudice onorario Manca è stato individuato come il conducente dell’auto che ha travolto la bicicletta nella mattina dell’11 novembre del 2017 per puro caso.

E’ stata la telecamera piazzata sul balcone di una civile abitazione e orientata sull’incrocio a filmare il terribile impatto: il video diffuso sopra altro non è se non la ripresa con il cellulare dello schermo di una tv su cui vengono fatte scorrere le immagini registrare dalla telecamera stessa.

Gli inquirenti della polstrada sono riusciti ad individuare l’auto pirata in una Opel Insigna Sw e hanno così puntato sui pochi proprietari di quest’auto e, infine, dopo nove giorni hanno accertato che si trattava proprio di quella di Gianluca Manca.

Nella zona non ci sono negozi e uffici e quindi telecamere fisse e, dunque, se non ci fosse stato il video amatoriale il conducente dell’auto non sarebbe mai stato identificato.

Nel nome della legalità e… della verità

Gianluca Manca è molto conosciuto non solo a Barcellona ma un pò in tutt’Italia in quanto fratello di Atttilio Manca, l’urologo trovato morto l’11 febbraio del 2004 nella sua casa di Viterbo.

Per i magistrati della procura di Viterbo, la morte fu determinata dal un mix di eroina e anfetamine e di recente Monica Mileti, la donna con cui Manca era entrata in contatto i giorni precedenti la morte, è stata condannata dal Tribunale di Viterbo per avergli fornito la dose letale.

Tuttavia, la famiglia Manca non si è mai rassegnata a questa verità.

Assistita dal legale fabio Repici e in tempi più recenti dall’ex pm Antonino Ingroia, ha sostenuto la tesi che Manca fosse stato ammazzato perché aveva operato di prostata il latitante boss Bernardo Provenzano a Marsiglia, benché tra le altre cose, la Procura di Palermo, la stessa cui apparteneva Ingroia, avesse individuato tutti i componenti francesi dell’equipe che ha operato Provenzano sotto falso nome e tra questi non c’era il medico barcellonese.

Gianluca Manca in questi anni ha partecipato a trasmissioni televisive delle reti nazionale e a manifestazioni e incontri antimafia e per promuovere la legalità, ribadendo la tesi che il fratello è vittima della mafia e che la Procura di Viterbo non ha voluto accertare la verità.

 

Le dichiarazioni “di favore” del collaboratore di Giustizia Carmelo Bisognano, la Procura insiste per il proscioglimento e il gip Simona Finocchiaro accoglie. Revocato il programma di protezione un anno e mezzo dopo gli arresti

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Carmelo Bisognano

Carmelo Bisognano

 

Da collaboratore di giustizia si era impegnato a fare nuove dichiarazioni in cambio dell’aiuto economico necessario ad iniziare l’attività imprenditoriale sotto mentite spoglie, ma poi in sede di indagini difensive il 30 settembre del 2015 non ha cambiato la sua versione fornita in precedenza sulla caratura criminale dell’imprenditore Tindaro Marino, a cui le dichiarazioni servivano per tentare di sfuggire alla condanna per concorso esterno e al sequestro di tutti i beni.

E’ questa la conclusione cui è giunto il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Messina, Simona Finocchiaro, disponendo il proscioglimento di Carmelo Bisognano, ex boss di Barcellona Pozzo di Gotto, dal 2010 collaboratore di giustizia.

Arrestato il 18 maggio del 2016 nell’ambito dell’inchiesta Vecchia Maniera anche per Tentata estorsione e Intestazione fittizia di beni, reati per cui è stato condannato in primo grado, Bisognano era imputato del reato di False dichiarazioni al difensore rilasciate nell’ambito di investigazioni difensive.

 

Stesse dichiarazioni, valutazioni diametralmente opposte

Il giudice Finocchiaro l’ha pensata in modo diametralmente opposto alla collega Monica Marino e ha aderito all’assunto dei sostituti della direzione distrettuale antimafia, Angelo Cavallo e Vito Di Giorgio, che hanno insistito per il proscioglimento del collaboratore di giustizia.

Il giudice per le indagini preliminari Marino, infatti, il 26 giugno del 2017, aveva rigettato la prima richiesta di archiviazione avanzata dagli stessi magistrati Cavallo e Di Giorgio e  aveva ordinato loro di disporre l’imputazione coattiva nei confronti di Bisognano, di Tindaro Marino e di Angelo Lorisco, ovvero colui che teneva i rapporti tra Bisognano, in località protetta dal momento dell’inizio della collaborazione avvenuta nel 2010, e Marino, all’epoca agli arresti domiciliari.

Le dichiarazioni della discordia

I due pm Cavallo e Di Giorgio, che hanno gestito sin dall’inizio la collaborazione grazie alla quale sono stati arrestati vari esponenti della mafia del Longano e hanno chiesto nel 2016 gli arresti per Bisognano, non si sono discostati dalla prima richiesta di archiviazione che avevano motivato aderendo a quella che sin da subito era stata la tesi difensiva di Bisognano e del suo avvocato Fabio Repici.

E da questa tesi, nonostante la bocciatura della Marino, non si sono mossi.

Il collaboratore di giustizia, un mese dopo gli arresti, ha chiesto e ottenuto di essere interrogato dai due pm Di Giorgio e Cavallo: “Ammetto di aver fatto il patto con Marino e che questi in cambio ha acconsentito entrare come socio occulto nella società Ldm Costruzioni Srl dietro la condizione che facessi nuove dichiarazioni sul suo conto. E’ stato un grave errore e una violazione delle regole che mi imponeva il programma di protezione”.

Che ci fossero state delle trattative per rendere delle dichiarazioni di favore era un dato di fatto. C’erano infatti molteplici intercettazioni telefoniche e ambientali che attestavano le trattative tra Bisognano e Tindaro Marino.

“Tuttavia, non ho detto il falso né ho cambiato versione rispetto a quanto avessi dichiarato prima“, ha affermato dinanzi ai due pm Bisognano.

Insomma – seguendo il ragionamento di Bisognano – Marino  in cambio del suo aiuto economico voleva dal collaboratore delle dichiarazioni di favore; Bisognano ha accettato la proposta “scellerata”; Marino ha chiesto insistentemente al suo difensore, Salvatore Silvestro, di sentire Bisognano; il 30 settembre del 2015, alla presenza dei suoi difensori Fabio Repici e Mariella Cicero, il collaboratore però poi queste dichiarazioni di favore non le ha fatte; tuttavia, il legale di Marino le ha depositate in Cassazione e in Corte d’appello e Marino stesso è entrato lo stesso in società con Bisognano, offrendo il suo apporto economico per l’attività di Ldm Costruzioni Srl.

In conclusione, l’imprenditore Marino – a seguire la tesi difensiva – è stato in qualche modo raggirato da Bisognano.

Di Giorgio e Cavallo dopo aver confrontato la trascrizione della registrazione integrale delle dichiarazioni rese il 30 settembre del 2015 con quelle rese in precedenza, hanno sposato la tesi di Bisognano: “Nelle linee essenziali, le dichiarazioni di Bisognano su Marino non sono cambiate”, hanno scritto nella prima richiesta di archiviazione, cambiando così l’idea che si erano fatti al momento di richiedere la misura cautelare per Bisognano.

Al collaboratore, infatti, avevano contestato, sulla base dei verbali riassuntivi, anche di aver fatto dichiarazioni diverse e di favore rispetto a prima sul conto dell’imprenditore di Gioiosa Marea.

Questione di Giudice

Lo stesso lavoro di confronto tra le dichiarazioni del 30 settembre del 2015 (sia dei verbali riassuntivi che delle dichiarazioni integrali) e quelle rese in precedenza lo ha fatto il Gip Marino, che era giunto senza esitazioni a conclusioni invece diametralmente opposte a quelle dei due pm e ora della collega Finocchiaro.

Conclusivamente, può senz’altro sostenersi che Carmelo Bisognano, in ossequio ad accordi presi in precedenza con Tindaro Marino, abbia rilasciato false dichiarazioni sullo stesso Marino, in quanto oggettivamente diverse da quelle rese in precedenza, assolutamente più favorevoli in quanto ne attenuano non poco la sua responsabilità penale e ciò al fine di conseguire un’utilità e un vantaggio di non poco rilievo: poter iniziare a svolgere una nuova e lucrosa attività imprenditoriale al riparo da occhi indiscreti”, aveva scritto il 26 giugno scorso il Gip Marino, giudice che aveva accolto la richiesta di misure cautelari per l’ex boss del Longano.

Alla Vecchia Maniera

Tre mesi dopo, il 28 settembre del 2017, per il reato di intestazione fittizia di beni (proprio nella società Ldm Costruzione srl) e di tentata estorsione che, unitamente al reato di False dichiarazioni ora archiviato dal Gip Finocchiaro,  gli erano stati contestati al momento degli arresti, Bisognano è stato condannato in primo grado a 5 anni di reclusione dal Tribunale di Barcellona. A due anni è stata la pena per Marino.

 

Se la Procura di Roma bussa alla porta

Da venerdì 7 luglio 2017 Bisognano è nel carcere di Rebibbia. Era stato prelevato dalla località in cui viveva sotto protezione e arrestato su ordine del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Chiara Gallo, che ha accolto la richiesta della Procura, guidata da Giuseppe Pignatone.

La procura di Roma, a cui erano stati trasmessi gli atti per competenza territoriale, ha declinato l’accusa in termini di violazione abusiva dei sistemi informatici e di violazione del segreto d’ufficio.

Sempre nell’ambito dell’inchiesta Vecchia Maniera condotta dal commissario di Barcellona diretto da Mario Ceraolo era pure emerso che due degli agenti (Domenico Tagliente e Enrico Abbina) che dovevano proteggerlo e controllarlo, avevano intessuto con il collaboratore un rapporto di complicità che consentiva a quest’ultimo di muoversi e incontrarsi a suo piacimento, anche con altri collaboratori di giustizia, in violazione di ogni norma regolamentare e, soprattutto, di avere libero accesso al sistema informatico della polizia.

Bisognano era libero. Infatti, su richiesta del suo difensore Repici, era stato scarcerato il 26 maggio del 2017 proprio dal Tribunale di Barcellona (che poi lo ha condannato), anche sulla base della considerazione che il programma di protezione non fosse stato revocato.

 

La revoca del Programma di protezione

La legge prevede che la violazione delle regole di condotta (anche se in ipotesi non costituisce reato) che il collaboratore di giustizia si impegna a osservare comporta la revoca del programma di protezione. Tuttavia, a Bisognano dopo gli arresti di maggio del 2015 era stato mantenuto il programma di protezione. Ed era stato mantenuto anche dopo gli arresti chiesti e ottenuti dalla Procura di Roma il 7 luglio del 2017.

In questo modo l’ex boss di Barcellona ha continuato a godere dello speciale trattamento riservato ai collaboratori e che pagano i contribuenti italiani: la scorta, due avvocati, la casa, i viaggi e un assegno mensile di 1600 euro.

Ciò di cui godeva mentre – secondo gli inquirenti e il Tribunale di Barcellona – commetteva reati

Il programma di protezione gli è stato revocato da qualche settimana, dopo la condanna del Tribunale di Barcellona del 29 settembre 2017 e un anno e mezzo dopo gli arresti.