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Epidemia Covid-19: Rischio elevato? In Sicilia è a convenienza. Il presidente della Regione Nello Musumeci protesta per la “zona arancione”, ma il 24 ottobre per legittimare un’ordinanza coprifuoco condivise un giudizio di pericolo “medio alto”, con metà dei ricoverati e dei positivi di oggi.

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Il presidente Nello Musumeci con l’assessore alla Sanità Ruggero Razza

 

Da quando ha appurato che il Governo nazionale per contenere la nuova ondata di epidemia da Covid 19 aveva inserito la Sicilia in zona arancione, tra le regioni cioè “a rischio alto” e quindi soggetta dal 6 novembre a misure fortemente limitative delle libertà e al contempo dannose per il sistema produttivo, il presidente della regione Nello Musumeci è diventato furioso.

Da 48 ore riempie televisioni e giornali. Protesta indignato. E snocciola dati. Gli offre man forte il suo assessore alla Sanità, Ruggero Razza, da sempre a lui politicamente vicino.

Tuttavia, il bancario prestato (ormai da decenni) alla politica, mostra di avere poca memoria, presupposto fondamentale per tentare di essere coerente e credibile.

Dieci giorni fa, infatti, per legittimare un ordinanza che, dettando misure non previste a livello nazionale, azzerava il diritto all’istruzione e limitava la libertà personale (ma non incideva sulle attività economiche, non sul breve periodo almeno),  aveva condiviso e utilizzato – come si legge nello stesso provvedimento – la valutazione di rischio “medio alto”, affibbiata all’isola dai tecnici del ministero della Salute.

Ma allora il numero dei ricoverati cosiddetti Covid in Sicilia, regione i cui indicatori sanitari mostrano carenze organizzative e strutturali che la cura di Razza – ad occhio e croce – non ha minimamente attenuato, era pari a 648 e i positivi 7850.

Oggi i ricoverati sono il doppio e il doppio sono anche i positivi.

Domanda: se il 24 ottobre la classificazione di regione “a rischio medio alto” a Musumeci stava bene tanto da usarla come fondamenta per un’ordinanza, che prevedeva la chiusura delle scuole superiori e il divieto di uscire fuori di casa tra le 23 e le 5 del mattino, come può oggi, con i numeri raddoppiati, contestare la valutazione “di rischio elevato”?

Forse perché finché si chiudono le scuole e si limita la libertà non si perdono voti e consensi e quando si impediscono le attività economiche si?

Se bisogna terrorizzare la gente, il virus è letale, e se invece bisogna compiacerla cessa di esserlo?

In effetti, Musumeci, oltre a contestare in senso assoluto la valutazione di rischio alto, mette in comparazione i dati delle varie regioni per affermare che la situazione siciliana non è più grave di quella di altri territori italiani, invece lasciati in zona gialla, con minori limitazioni.

Della serie “perché noi si e altri no?” Come direbbe il bambino di scuola elementare bocciato: io sono scarso ma siccome gli altri sono scarsi come me o più di me, allora bisognava bocciare tutti o, in alternativa, promuovere me.

Facciamo pure finta che sia così: cioè la Campania o il Lazio dovevano andare in zona arancione.

E allora? Musumeci ragiona come se in questa vicenda fosse in gioco una semplice promozione alla classe successiva. O una sculacciata data a un figlio si e a un altro no, a parità di responsabilità nella marachella, da un padre non imparziale.

Ma le misure restrittive – nella logica di chi le dispone e della maggioranza dei cittadini che le accettano – non sono tese a tutelare i cittadini dal terribile virus, impedendone la diffusione?

E quindi, se così è, e se  come dice il presidente ci sono regioni i cui cittadini rischiano di più dei siciliani, non dovrebbero i presidenti di quelle regioni protestare, implorando la zona arancione o rossa?

O il terrore è bello solo quando fa audience e determina emergenze in cui la classe politica sguazza?

“Letale” ma non troppo, e solo per il 20% della popolazione: tra gli under 65 in otto mesi il Covid 19 non ha aumentato per nulla la mortalità. Il paradosso di un virus e della propaganda del terrore che lo usa per giustificare misure liberticide indiscriminate e disastrose per il futuro del Paese

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Il presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte

 

Brandito come un mitragliatore dallo sterminato esercito di compiaciuti spargitori di paura, è uno dei dati salienti, l’unico obiettivo e matematico, da cui trae ora nuova linfa la propaganda del terrore.

E’ il dato sbandierato dagli eccitati sostenitori dell’azione del Governo di Giuseppe Conte ogni qual volta qualcuno si permette di sollevare dubbi sul modo irrazionale e isterico con cui si vuole affrontare l’epidemia di coronavirus nei giorni a venire: limitazione della libertà, sospensione della Carta Costituzionale, sacrificio dei diritti fondamentali della persona, blocco dell’istruzione, della giustizia e dell’economia e conseguente ipoteca sul futuro del Paese. Lockdown: tutto chiuso, tutti chiusi.

Insomma, la riedizione di quanto si è già fatto tra marzo e maggio scorsi.

Il dato è in un numero e in un confronto: 38 mila morti in più nei primi 8 mesi dell’anno 2020, rispetto ai morti (di media) dello stesso periodo dei 5 anni precedenti. Non contando i primi due mesi dell’anno 2020, in cui la mortalità è stata più bassa degli anni precedenti, si sono contati 46 mila morti in più tra il primo marzo e il 31 agosto del 2020.

Concordiamo in ipotesi, che il letale Covid 19 sia stato la causa principale e diretta  – quantomeno in termini di alta probabilità medico scientifica – di quel che si definisce “eccesso di mortalità”, benché nessuno medico legale lo abbia attestato e sia più di un sospetto che il terrore, il panico e l’isteria abbiano aumentato le morti.

E assentiamo anche (senza tuttavia poter essere del tutto d’accordo) su ciò che si sia trattato di un evento eccezionale mai capitato nella storia dell’ Europa dal dopoguerra in poi.

Ancora, in sintonia con i medici del Comitato tecnico scientifico ispiratori della strategia governativa, attribuiamo alla crescente curva dei contagi un valore assoluto e premonitore di un’analoga “ecatombe” imminente, senza stare tanto a disquisire, come autorevoli virologi (tra questi l’autorevole Giorgio Palù) sostengono si debba fare, se si tratta di persone soltanto positive (magari conteggiate più volte) ma non contagiose; e, soprattutto, se siano sintomatiche.

In ultimo, ammettiamo che il lockdown sia efficace oltre a impedire la diffusione anche a limitare realmente la letalità del virus (di un qualunque virus), benché ciò sia controverso anche tra gli epidemiologi: il virus non scompare perché ci si chiude in casa, né per questo diventa meno aggressivo, anzi semmai il contrario.

Una domanda però è necessario porla.

Alla luce dei dati ufficiali, sia quelli generali dell’intera Italia, sia quelli specifici della regione Lombardia, la regione più colpita con eccesso di mortalità avendone assorbito l’70% del totale, se oggi il virus “terribile” si diffondesse a tutta la popolazione italiana, quante probabilità in più avrebbero le persone di meno di 65 anni di morire rispetto alle probabilità che hanno avuto “di passare a miglior vita” negli anni scorsi?

La risposta è: zero. Si zero, proprio così.

Questo virus è così pericoloso, così aggressivo, così letale da causare la morte di 38 mila persone in più in 8 mesi, ovvero di media 5 mila circa in più al mese (circa l’1% dei 650 mila morti totali annuali), ma non ha (pur tenendo conto – a scanso di stupide obiezioni – alle minori morti per incidenti stradali e sul lavoro nel periodo di lockdown), minimamente aumentato la mortalità delle persone con meno di 65 anni, che rappresentano l’80% dei 60 milioni di italiani.

Persone che, lockdown o non lockdown, sono venute a contatto con il virus sicuramente in misura maggiore degli over 65.

Non è successo in Italia e neppure, andando ai dati disaggregati, in Lombardia; né in Veneto, in Piemonte, Liguria, Emilia Romagna o Toscana, per citare le regioni che hanno contato nel 2020 più morti di quelle statisticamente attese.

Di più, il virus è così terribile che si è accanito prevalentemente sulle persone con più di 85 anni.

Questo dato che la propaganda del terrore non diffonde e la stampa ventriloqua del potere neppure cerca o, peggio, eclissa, è rinvenibile nei dati Istat, l’istituto di statistica italiano, relativi alla mortalità, suddivisa per fasce di età, dei primi 8 mesi del 2020 e, come termine di confronto, dei primi otto mesi degli anni precedenti.

Basta andare a leggerli e ad analizzarli.

I numeri non mentono

Dallo studio di questi dati pubblicati il 22 ottobre dall’Istat, emerge che questi 38 mila morti in più sono tutti suddivisi tra le tre fasce di popolazione over 65: 4 mila tra le persone tra i 65 e 74 anni, il 15% del totale di morti in eccesso; 10 mila tra le persone tra 75 e 84 anni (il 25%) e addirittura 24 mila (il 60%) tra gli over 85.

Stessa cosa in Lombardia: i morti totali in più rispetto agli anni precedenti sono stati 26 mila circa. Di questi 13 mila e 500 tra gli over 85, oltre il 50%; circa 9 mila, il 35%, tra i ricompresi tra i 75 e 84 anni; e 3 mila e 500, il 15%, tra coloro che avevano tra i 65 e 74 anni.

In Veneto, addirittura, l’eccesso di mortalità pari al 10% (circa 2600 persone), rispetto agli anni precedenti, è costituito per l’80% (2100) da persone con più di 85 anni.

Interrogativi di buon senso

Se il dato è questo e si badi bene è solo numerico e prescinde dalla condizioni di salute in cui si trovavano i deceduti (cosiddette malattie pregresse): sorgono diverse domande.

Può un virus che, dopo 8 mesi di lavorio, non ha affatto inciso sulla mortalità tra la popolazione non anziana essere considerato un virus terribile tale da determinare la più grossa psicosi ipocondriaca collettiva della storia dell’Italia?

Può un virus che ha lasciato indenni da qualsivoglia rischio di vita i bambini, i giovani, le persone di mezza età essere paragonato alla spagnola o alla peste o all’ebola?

Può diventare l’unico argomento di cui i media, alcuni finanziati con il denaro pubblico, gli showman, nani e ballerine trattano sempre nella logica del terrore 24 ore al giorno da 8 mesi?

C’è simmetria tra la propaganda del terrore e l’effettiva pericolosità del Covid-19?

E, soprattutto, c’è proporzionalità tra le misure adottate dal Governo e che si vogliono adottare nei prossimi giorni e i rischi effettivi che corre l’intera popolazione?

In altri termini, ha senso – secondo parametri di razionalità, certo – proteggere tutti indiscriminatamente e drasticamente, anche quelli che non corrono rischi, provocando un disastro economico, preludio di disordine sociale, riduzione del livello di benessere, della spesa sanitaria e conseguente aumento della mortalità futura?

O non sarebbe sufficiente e ragionevole provare a proteggere solo coloro che sono a rischio, ovvero gli over 65?

Per dubitare che il virus non sia terribile come lo si rappresenta, a chi non ha dimestichezza con i numeri e le statistiche, o soltanto non le conosce, basterebbe affidarsi al buon senso, alla ragione e al senso critico.

Dall’inizio della pandemia non c’è giorno in cui non si apprende dal ridicolo circo dell’informazione, di uomini politici, imprenditori, calciatori, ciclisti, tennisti, nuotatori, pallavolisti, attori, scrittori, vallette, positivi al Covid 19.

Risulta che uno di questi sia morto, sia finito in ospedale o abbia avuto semplicemente sintomi più gravi di un raffreddore?

Nessuno. Ah già, fa eccezione la nuotatrice Federica Pellegrini che con le sue dirette face book, segno che stava davvero male, riprese non a caso dai più importanti giornali italiani, ha raccontato che aveva perso per qualche giorno pure l’olfatto e il gusto.

La positività al Covid-19 diventa un evento “straordinario” in un paese in cui – secondo alcune stime- 5 milioni di persone sono entrate in contatto con il virus, che serve solo ad avere il titolo sul giornale. E a propagare altra paura.

Dopo qualche giorno il noto personaggio di turno, lo si trova di nuovo in pista, più in forma di prima.

I calciatori o gli atleti risultati positivi che fanno? Vanno al mare, in palestra, continuano ad allenarsi.

Persino Ronaldo….sostiene

Il campione della Juventus Cristiano Ronaldo, per 20 giorni lontano dai campi di calcio perché risultato continuativamente positivo al tampone che ricerca il Covid 19, ha fatto la sintesi: “Sto benissimo, non ho niente. Sono pronto a tornare in campo subito. Questi tamponi sono delle ca…te”, ha sbottato.

Al di là delle dichiarazioni di Ronaldo, c’è infatti un altro dato (ufficiale, dell’Istituto superiore di sanità), emerso in maniera però meno netta sin dall’inizio dell’emergenza, che indica come questo virus non sia terribile: il 95% di coloro che risultano positivi non hanno alcun sintomo. Neppure un raffreddore. Segno inequivocabile che il sistema immunitario sia in grado di tenere a bada agevolmente l’agente patogeno.

Il 4,5% ha sintomi severi, cioè è costretto a stare a letto una settimana, come capita spesso per le influenze stagionali; lo 0,5% è “critico”, ovvero viene ricoverato in terapia intensiva.

In effetti, lo 0,5%, dando per scontato che sia un dato affidabile, su possibili centinaia di migliaia di contagiati, diventano migliaia di persone da “intubare”, altra parola magica della propaganda del terrore, migliaia di posti letto di cui il sistema sanitario non dispone.

In assenza di dati certi (che non vengono diffusi, chissà perché) sulla tipologia (età e condizioni di salute pregresse) delle persone ricoverate in terapia intensiva e sull’esito del ricovero, altre domande sorgono spontanee.

Se l’isteria non guidasse, talvolta per mero opportunismo, l’azione delle istituzioni e della maggioranza della gente, qualcuno si sognerebbe di portare in ospedale e ricoverare in terapia intensiva persone di più di 80 anni con problemi respiratori?

Delle persone intubate, specie tra gli anziani, quanti escono vivi dai reparti di Rianimazione?

E, in ultimo, in che misura il terrore di Stato ha, da un lato, aumentato la domanda di sanità inappropriata contribuendo all’emergenza in cui si trovano – secondo quanto rappresentato dal Governo – gli ospedali e, dall’altro, ha per converso ridotto al lumicino la sanità ordinaria e preventiva, l’unica davvero efficace a contenere malattie e morti?

Il virus e i suoi fedeli utilizzatori, il presidente della Campania Vincenzo De Luca “schiaffeggia” il Governo nazionale incapace di farsi rispettare e inaugura la nuova stagione della Babele normativa. In spregio alla Costituzione e nel silenzio delle Istituzioni

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Il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca

  Il Governo emana i decreti legge; il premier Giuseppe Conte passa ore in televisione per illustrare le misure per il contenimento della diffusione del Covid 19 in essi contenute; il Parlamento, l’unico organo che per Costituzione può limitare la libertà della persone, li converte in Legge. Dopo di ché, i Presidenti delle regioni e i sindaci dei vari paeselli della Penisola in cerca di notorietà, fanno i comodi loro. In carenza assoluta di competenza, calpestano la legge e, soprattutto, la Costituzione, emanando ordinanze che limitano le libertà delle persone e conculcano i diritti dei cittadini. Ordinanze chiaramente illegittime, come le sanzioni che sulla scorta delle stesse vengono irrogate, ma che la gente però osserva. E il Governo che fa? Abbozza. Il presidente della Repubblica, garante della Carta costituzionale? Tace. I cittadini? Tranne una minoranza silenziata dalla propaganda del terrore, si adattano supinamente, talora per mera convenienza e opportunismo. La scena, degna più di una commedia surreale o di un film di Totò che di uno Stato fondato sul rispetto della Costituzione e delle leggi, va avanti da mesi senza che nella “culla del diritto” ciò susciti reazioni forti e incisive, né a livello politico né tanto meno giudiziario. L’ultima sortita è del governatore della Campania Vincenzo De Luca, che ha deciso di chiudere le scuole – appena riaperte dopo 8 mesi di chiusura – per 15 giorni. De Luca è il primo presidente di Regione, ma è facile prevedere che ora sarà seguito da altri governatori e da sindaci sceriffo, il cui narcisismo è in profonda crisi di astinenza. Nei giorni scorsi, solo per fare un esempio, un sindaco di una città della Calabria, Soverato, ha chiuso una scuola con centinaia di allievi e decine di operatori, perché un collaboratore scolastico era risultato positivo. Sulla base di questo criterio non c’è posto al mondo che potrebbe rimanere aperto. La nuova Babele normativa liberticida ai tempi del terrore è alla porte. Lasciamo pure perdere la questione di merito: se il Covid 19 sia davvero così pericoloso; se il numero dei contagi sia così alto o se il numero dei contagiati abbia un significato di pericolosità; se chiudere le scuole o imporre un nuovo look down, che pare molto prossimo, sia misura efficace e razionale o non sia addirittura controproducente. Questioni queste tutt’altro che irrilevanti. C’è una questione di diritto e di diritti e libertà costituzionali che viene prima di tutto: tutte le misure di contenimento del Covid 19 – dice la legge dello Stato – devono essere di regola assunte dal Governo, tramite Dpcm (Decreti del presidente del Consiglio dei ministri).

Lo prevede chiaramente l’articolo 2 del Decreto legge n° 19 del 25 marzo del 2020, convertito in legge, e attualmente vigente, con limitati e marginali poteri dei presidenti delle regioni che vengono meno quando intervenga un Dpcm. 

Di questo principio però nessuno si cura. Un Governo che in una situazione così delicata non è in grado di far rispettare dalle altre Istituzioni le proprie determinazioni non farebbe meglio a dimettersi? O il terrore serve anche per mantenere sine die al potere chi c’è già da mesi e quando è scoppiata l’emergenza coronavirus aveva le valigie in mano?    

Plagio? “Mancano le prove”. Assolto il docente dell’ateneo di Messina Dario Tomasello. Il figlio dell’ex rettore era accusato di aver copiato interi passi dal suo maestro Giuseppe Amoroso in 18 pubblicazioni, che gli valsero l’abilitazione a ordinario

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Il docente Dario Tomasello

 

L’ateneo guidato dal rettore Pietro Navarra lo aveva sospeso dall’insegnamento e dalla retribuzione per un anno.

Oggi, il Tribunale di Roma l’ha assolto.

Sul collo di Dario Tomasello, docente di Letteratura italiana contemporanea dell’Università di Messina e figlio dell’ex rettore (sino al 2013) Franco, pendeva una delle accuse più infanganti per uno studioso: aver inserito senza citazione interi passi di libri del suo maestro Giuseppe Amoroso in sue pubblicazioni, ben 18, usate successivamente, nel 2012, per procurarsi l’abilitazione nazionale a professore ordinario.

In termini penali, gli era stato contestato il reato di plagio (il reato di chi “ai concorsi presenta, come propri, dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri”) e di violazione del diritto d’autore (per aver messo in vendita i libri “incriminati” ottenendone ricavi economici).

A leggere il dispositivo, l’ assoluzione “perché il fatto non sussiste”, è ai sensi del secondo comma dell’art. 530 c.p.p. : dunque, secondo i giudici capitolini, “manca, è insufficiente o contraddittoria la prova”.

Solo dalla lettura della motivazione sarà possibile comprendere le reali ragioni dell’assoluzione.

L’inchiesta penale (e quella amministrativa e disciplinare) nacque da un esposto inoltrato al rettore dell’ateneo Navarra dal professore Giuseppe Fontanelli, collega di Tomasello, agli inizi del 2014.

Quest’ultimo allievo anch’egli dello stesso Giuseppe Amoroso, non aveva ottenuto l’abilitazione.

Navarra lo trasmise alla Procura di Messina e al Ministero dell’Università.

Di qualche mese dopo, maggio del 2014, è la denuncia all’autorità giudiziaria dello stesso Amoroso, che nell’occasione indicò per filo e per segno tutte le parti che gli erano state “prese a prestito”.

Sulla scorta di una relazione di una commissione del Miur che attestava la sussistenza delle copiature, nel 2016, il Consiglio d’amministrazione dell’Università, accogliendo la proposta del rettore Navarra, applicò al docente la massima sanzione disciplinari (destituzione dall’impiego, a parte).

 

 

 

 

Coronavirus e propaganda del terrore, la Svezia senza lockdown piange gli stessi morti degli anni scorsi ma i giornali italiani continuano a rappresentare l’apocalisse nel paese scandinavo. I dati ufficiali dei primi 4 mesi dell’anno smentiscono gli scienziati “televisivi” e la stampa di regime

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I suoi cittadini hanno continuato a svolgere la loro vita normalmente: non sono state sospese le libertà fondamentali della persona e confini, scuole, negozi, uffici, aziende, persino bar e ristoranti sono rimasti aperti.

Ma la paventata ecatombe causata dal Covid 19, il virus terribile ma non tanto, letale ma  solo con chi è anziano e molto malato, in Svezia dopo 2 mesi di pandemia sinora non c’è stata.

I numeri anzi dicono tutt’altro.

Basta andare a leggerli. Sono pubblici, ufficiali e provvisori, dell’istituto di statistica svedese.

La Svezia nei primi 4 mesi del 2020 conta o, meglio, piange complessivamente 2661 morti di più (+ 8,8%) rispetto ai primi 120 giorni del 2019, ma solo perché lo scorso anno è stato quello con il tasso di mortalità più basso negli ultimi 5 anni.

Se si guardano le statistiche di due anni fa, si scopre un dato straordinario: nel periodo della pandemia da coronavirus sono morte 669 persone in meno dello stesso periodo del 2018 (- 2%).

Anche nel 2015 ci furono più decessi rispetto al virale 2020: esattamente 132 morti in più. Invece, si registrarono 267 morti in meno nel 2017 e 1250 in meno nel 2016, rispetto sempre al 2020.

I pronostici dei profeti italiani dell’apocalisse (i famosi scienziati televisivi Pierluigi Lo Palco e Roberto Burioni, giusto per fare due nomi), di coloro che hanno cercato in tutti i modi di denigrare la strategia svedese per legittimare nella “guerra” mondiale contro il virus “il modello italia”, il modello fondato sul terrore e sul lockdown (tutto chiuso, tutti reclusi), sono miseramente naufragati.

I media italiani, autori negli ultimi due mesi e mezzo della più imponente opera di disinformazione della storia della Repubblica al servizio della propaganda della paura, tuttavia non si danno per vinti neppure davanti all’evidenza.

L’attività di sistematica demolizione dell’approccio svedese alla pandemia basato sulla ragione, sul contemperamento dei valori e interessi in gioco, sul senso di responsabilità dei cittadini e anche sulla scienza vera (non quella dei salotti televisivi italiani), infatti non si arresta.

L’ultima opera di manipolazione… di una lunga serie

E’ di ieri 8 maggio del 2020 un articolo de Il corriere.it  dal titolo chiaro:  “Svezia senza lockdown. Molti morti. “Siamo stupiti“, ma dal contenuto e dal messaggio manipolato.

Per dimostrare che la strategia della Svezia è fallimentare si mettono in confronto i dati della Svezia con quelli di Norvegia e Finlandia, gli altri due paesi scandinavi che invece hanno adottato una strategia più restrittiva.

Più specificamente, si mettono a paragone i dati dei morti con/per/da coronavirus.

Un dato che ha ben poca rilevanza scientifica. Risente, infatti, dai criteri usati per il computo e la classificazione dei morti: se il tampone viene fatto a tutti i morti, come in Svezia; se nella lista dei morti si mettono tutti quelli positivi al Covid (come in Svezia) o, al contrario, solo quelli rispetto ai quali un medico attesti che il virus abbia avuto una efficacia causale importante (come in Norvegia o Finlandia).

Valutazione quest’ultima molto soggettiva visto che il coronavirus – a guardare i dati epidemiologici disponibili in Italia (fonte Istituto superiore di sanità) e negli altri paesi – nel 57% dei casi concorre alla morte di persone con più di 80 anni, solo nell’1% di individui di età inferiore a 50 anni e comunque nel complesso affette, nel 96% dei casi, da almeno una grave patologia diagnosticata in precedenza.

L’unico dato veramente importante e oggettivo è il numero totale dei morti in un periodo sufficientemente ampio, confrontato con identico lasso temporale degli anni precedenti: è solo questo che offre la misura della letalità di un virus o di una epidemia e, soprattutto, consente di valutare l’efficacia delle misure di contrasto adottate.

Questo dato attesta che sinora, nei primi 4 mesi dell’anno, nonostante il “non lockdown” in Svezia, contrariamente a quanto sostiene il corriere.it, trionfalmente ripreso da decine di siti, la mortalità totale non è aumentata.

Anders Tegnell, epidemiologo dell’Agenzia per la salute pubblica svedese, contrariamente a quanto si scrive nell’articolo del Il corriere, infatti non “è stupito” per i morti complessivi, ma per l’alta percentuale (sui 3000 totali) di decessi di persone positive al Covid nelle case di riposo, poiché le uniche misure minimamente restrittive di prevenzione che il Governo aveva assunto riguardavano queste strutture.

La stessa operazione di manipolazione l’ha compiuta il Fatto quotidiano, qualche giorno prima, il 6 maggio: “Coronavirus, nella Svezia anti-lockdown più di 2900 vittime: tasso di mortalità record dei Paesi nordici“, è questo titolo di un servizio dal tenore analogo a quello de il corriere.it.

 

Milena… anche tu? Che disastro

La Svezia è stata vittima anche di Milena Gabanelli: una delle più autorevoli giornaliste italiane. Contagiata dal virus della manipolazione, si è aggregata alla folta schiera dei colleghi.

Sempre dalle stesse pagine del corriere.it, il 28 aprile la giornalista ha firmato un servizio dal titolo “Morti Covid, tutte le bugie dell’europa. Ecco i dati reali“.

In questo servizio, la Gabanelli che usa uno studio dell’Ispi (Istituto studi politica internazionale) mostra che in Svezia nel 2020 c’è stato un aumento della mortalità del 20% e che questi morti in eccesso sono di più di quelli dichiarati come persone morte con coronavirus. Lo stesso discorso viene fatto per tutti gli altri paesi europei (qui non interessa).

Ma tutta l’impalcatura della ricostruzione si fonda su dati relativi a un lasso temporale di 20 giorni, tra il 20 marzo e il 10 aprile, e sul confronto con lo stesso periodo del 2019: ciò che è assolutamente incompatibile con una valutazione epidemiologica seria degli effetti di un’epidemia.

Il tasso di mortalità, infatti, è estremamente variabile di mese e mese e di anno in anno: quello che conta è la mortalità complessiva annua o comunque di un periodo lungo.

Eppure, i dati più completi e relativi a un arco temporale più ampio sulla Svezia sono ed erano disponibili anche per la Gabanelli e sono stati ignorati: al massimo attestano che vi sia stata una mortalità dell’8% in più rispetto all’anno scorso e non certo del 20%, e per contro del 2% in meno rispetto al 2018.

Una campagna spietata di delegittimazione

Questi due servizi rappresentano solo gli ultimi di una vasta campagna di manipolazione dell’informazione ai tempi della pandemia sulla Svezia (e sugli altri paesi che si sono mossi secondo principi di razionalità) che ha visto protagonisti oltre il Corriere e il Fatto quotidiano, La Repubblica e l’agenzia di stampa l’Ansa.

Il 16 aprile del 2020 due studiosi Monica Quirico e Roberto Salerno hanno illustrato su www.wumingfoundation.com come la stampa italiana avesse fino a quel momento artatamente manipolato tutta l’informazione sulla Svezia: “Gli eretici di Stoccolma. Come e perché la stampa italiana disinforma su Svezia e coronavirus“, il titolo di un articolo molto istruttivo.

Un tema da approfondire

La stampa italiana ha naturalmente cavalcato l’onda dell’apocalisse e della paura su cui si è fondata la strategia italiana, magari solo per opportunismo o per naturale abitudine a essere serva del potere. Questo è comprensibile.

Ma perché manipolare con pervicacia l’informazione al fine di gettare discredito sui paesi come la Svezia (e la Germania, sia pure in maniera meno radicale) che hanno scelto una strada diversa? E perché continuare a farlo ancora oggi, a 60 giorni dall’inizio dell’emergenza?

 

 

 

 

 

IL CASO: “Sgallettata con la fissa per lo scoop”, la giornalista Adele Fortino condannata dalla Cassazione ma “punita” dalla Nemesi storica. La clemenza mal riposta per la collega Palmira Mancuso e l’accanimento inutile contro il docente universitario Mauro Federico

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Palmira Mancuso e Adele Fortino

“Sgallettata”: c’è in Italia qualcuno che imbattendosi in simile aggettivo avrebbe pensato a cosa diversa da un galletto, a chi si muove come un galletto baldanzoso, vivace e vispo, declinato al femminile, secondo quella che è la primaria definizione che danno tutti i dizionari d’italiano?

E c’è qualcuno che all’espressione “con la fissa per lo scoop”, che seguiva l’aggettivo “sgallettata”, avrebbe pensato all’organo genitale femminile, invece che a fissazione, ossessione?

Forse pochissimi sulla penisola. Tra questi, cinque giudici della Corte di Cassazione.

Per loro, che hanno privilegiato il significato scherzoso o volgare del termine riportato nei dizionari, sgallettata vuol dire “donna che ostenta la propria sensualità in modo sguaiato”.

Questa interpretazione è costata alla giornalista messinese Adele Fortino, autrice dello scritto in cui aveva usato tal espressione nei confronti di una collega, la condanna definitiva per diffamazione.

Persona offesa (ora ristorata) la giornalista Palmira Mancuso, direttrice della testata www.messinaora.it  e alle ultime elezioni candidata a consigliere comunale in una delle liste a sostegno del sindaco uscente Renato Accorinti.

A leggere le carte della vicenda, la Fortino però più che della sua penna disinvolta e della sfortunata (per lei) interpretazione dei giudici con l’ermellino è stata vittima di quella che i greci chiamavano Nemesi storica.

Una sorta di punizione per un’ingiustizia (o un errore) commesso in precedenza da propri familiari.

Eh si. Proprio così.

I mirabolanti scoop all’origine della vicenda

La pugnace giornalista infatti non si sveglia una mattina del mese di dicembre del 2014 con la luna storta e se la piglia così a caso con la prima persona che le viene a tiro.

Impugna la penna, o meglio scarica sulla tastiera del pc la sua ira, appena scopre che Palmira Mancuso ha pubblicato un servizio sul marito, il docente universitario Mario Centorrino, morto ormai da 5 mesi in Trentino Alto Adige mentre si trovava con lei in vacanza.

Cosa aveva scoperto la direttrice di www.messinaora.it. di così sensazionale?

In anteprima, il 2 dicembre del 2014, aveva rivelato l’esistenza di un giallo sul decesso di Centorrino, che vedeva come protagonista “negativa” la stessa Fortino.

Quest’ultima – a leggere l’articolo – da un lato, non si rassegnava all’archiviazione delle indagini per accertare un caso di malasanità ai danni del marito e quindi commissionava consulenze di parte e inoltrava richieste di autopsia all’autorità giudiziaria, mentre dall’altro sul suo blog dava notizia che il corpo del congiunto fosse stato cremato.

Lo scoop, smentito dalla stessa logica e denigratorio della Fortino dipinta in sostanza come una folle, si basava sullo sfasamento temporale nella ricostruzione dei fatti: le istanze della moglie erano immediatamente successive al tragico evento e precedenti alla cremazione.

Adele Fortino avrebbe potuto limitarsi a querelare la redattrice dell’articolo, invece le venne in mente l’epiteto “sgallettata” e non riuscì a tenere a freno i polpastrelli.

Anche perché non fu solo questo scoop a farla schiumare di rabbia.

Al peggio non c’è mai limite

Non era la prima volta, infatti, che occupandosi di Mario Centorrino, Palmira Mancuso scambiava lucciole per lanterne.

Insomma, era recidiva “fissata” (rectius, ossessivamente concentrata) con l’ex assessore comunale e regionale.

Solo 8 mesi prima era incorsa in uno dei più gravi infortuni che possano capitare a un giornalista: dare la notizia dell’arresto di una persona neppure indagata.

“Inchiesta formazione: ai domiciliari l’assessore regionale Mario Centorrino”, titolò il 19 marzo del 2014.

Un infortunio cui cercò di rimediare dopo circa un’ora con una rettifica e pubbliche scuse che comunque non gli avrebbe evitato una sicura condanna penale e un inevitabile e importante risarcimento dei danni.

Tuttavia, Mario Centorrino fu magnanimo.

Non domandò giustizia e graziò la Mancuso, contro la quale non propose querela penale.

La “fissa” per il collega Mauro Federico

Fu, in compenso, molto duro e ostinato nei confronti del suo collega di ateneo Mauro Federico.

Che c’entra Federico, ci si chiederà?

Docente di fisica e attuale membro del Senato accademico dell’ateneo di Messina, Federico prendendo per buona la notizia degli arresti di Centorrino letta su www.messinaora.it vergò un duro commento pubblicato (per 20 minuti) sul sito dell’Andu, l’Associazione dei docenti universitari, di cui era segretario.

Con esso si rivolse all’allora rettore Pietro Navarra perché, visti gli arresti, chiedesse le dimissioni del docente, già in pensione ma titolare di alcuni incarichi in organi universitari.

Aspro ma legittimo esercizio del diritto di critica fondato sulla notizia (falsa, data dalla Mancuso) ma ritenuta vera dal lettore Federico.

Il professore Centorrino al commento di Federico reagì duramente: chiese subito al rettore di irrogargli una sanzione disciplinare. Navarra in quattro e quattro otto lo adottò pure: “Censura”, sancì.

Nel tempio della cultura e delle libertà veniva sanzionato un docente peraltro sindacalista colpevole di aver espresso la sua opinione sulla base di una notizia (grave) pubblicata da una testata giornalistica registrata al Tribunale, benché secondo la pacifica giurisprudenza sarebbe andato esente da responsabilità penale.

L’incidente politico era già dietro l’angolo. Un gruppo di docenti elaborarono un documento a sostegno di Federico.

Dopo qualche giorno, il rettore Navarra fece dietrofront ma salvò (in apparenza) la faccia: la revoca della sanzione fu infatti presentata come clemenza.

A quel punto, Centorrino nonostante le pubbliche scuse del collega si recò in Procura: la Mancuso no, ma Mauro Federico andava punito.

Qualche mese dopo, ad agosto del 2014, il professore di economia, morì improvvisamente.

Il figlio Marco, anch’egli professore universitario e all’epoca delegato del rettore Navarra (ironia della sorte) alla comunicazione, scrisse in Procura per sollecitare il proseguimento dell’inchiesta per diffamazione a carico del ricercatore di fisica.

Mentre le indagini su Federico andavano avanti, a 8 mesi dal suo decesso, ecco il casus belli: Palmira Mancuso prese di mira di nuovo Centorrino (per la seconda volta) e la moglie Adele Fortino, inducendo quest’ultima a definirla “sgallettata con la fissa per lo scoop”.

Baldanzose e soddisfatte rivalse

La Mancuso non ci pensò su due volte e afferrò la palla al balzo. “Grata” per non essere stata querelata da Centorrino (per l’arresto inventato) o forse soltanto smemorata, firmò una bella querela nei confronti della di lui moglie. Uscendo baldanzosa dal Tribunale dopo il deposito la fotografò e la postò su face book: tanto era l’orgoglio.

Adele Fortino, dal canto suo, quando alcuni mesi dopo viene rinviata a giudizio per diffamazione è ancora in tempo a rimediare alla magnificenza del marito, promuovendo (quale erede) contro la Mancuso una causa civile dall’esito scontato per il risarcimento del danno patito per effetto della notizia del falso arresto. O anche per l’articolo (lo scoop) denigratorio del 2 dicembre 2014.

Invece, si limitò a difendersi affidandosi alla sagacia giuridica dell’avvocato Nino Favazzo, che – notizia di queste ultime settimane – non la salvò dalla sentenza di condanna, in cui dei due clamorosi scivoloni della Mancuso, fonte del commento incriminato, non c’è traccia (nella loro reale portata).

Un proscioglimento naturale

Nel frattempo il procedimento a carico di Mauro Federico andò avanti.

Un pm della Procura, Piero Vinci, chiese l’archiviazione sostenendo che la diffamazione c’era ma il fatto era di lieve entità. L’indagato si oppose, chiedendo la più ampia formula liberatoria e il Giudice per le indagini preliminari Maria Militello gliel’accordò,  prosciogliendolo.

La Nemesi

Insomma, il professore Centorrino si “fissò” contro chi aveva esercitato il diritto di critica e non poteva mai essere ritenuto penalmente responsabile, ma fu clemente nei confronti di chi invece lo aveva gravemente diffamato. E che ora, la moglie, “punita” da Nemesi per gli errori di valutazione del congiunto, dovrà pure risarcire.

Coronavirus e propaganda, Cateno De Luca contro Nello Musumeci: quando il bue dice cornuto all’asino. Il sindaco di Messina e il presidente delle Regione emanano provvedimenti egualmente invalidi. E c’è chi perde tempo a stabilire quali vincolano i cittadini

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Cateno De Luca e Nello Musumeci

 

Vale la mia. No, la mia è più bella ed efficace e la tua non vale nulla. Tu fai confusione. No, il contrario: sei tu che hai iniziato a non fare capire nulla alla gente.

Il sindaco di Messina Cateno De Luca contro il Presidente della Regione Nello Musumeci.

I fans dell’uno contro la brigata di razza dell’altro.

Oggetto di questa contesa con i tratti del romanzo kafkiano sono le ordinanze che i due “signori” adottano da oltre un mese e mezzo: spesso sono atti in contrasto tra di loro e/o con la normativa nazionale dettata (sulla scorta di due Decreti legge) con i Decreti del presidente del Consiglio dei ministri per contenere la diffusione del coronavirus.

In mezzo i cittadini messinesi e i siciliani.

Terrorizzati dal coronavirus, non solo da due mesi si sono visti come tutti gli italiani limitata drasticamente la libertà personale, valore fondamentale tutelato dalla Costituzione Repubblicana, ma non sanno neppure quali siano le norme a cui debbano attenersi.

Sono vittime due volte: del Covid 19 e delle iniziative propagandistiche e elettoralistiche dei due esponenti politici.

I due fanno la corsa a sfornare ordinanze contingibili e urgenti, a chi è più prolifico: ordinanze liberticide, ma anche illegali.

De Luca ha adottato l’ultima proprio ieri 21 aprile del 2020, l’ennesima: reca il numero 123; Musumeci dopo una specifica per Pasqua ne ha emanata un’altra con la pretesa di efficacia sino al 3 maggio a far data dal 19 aprile.

Giuridicamente si tratta di carta straccia.

Qualunque sanzione fosse basata su questi provvedimenti sarebbe oggetto di annullamento successivo da parte dei giudici ordinari.

Atti amministrativi di nessun valore ed efficacia giuridica, possibile fonte in astratto del reato di abuso d’ufficio, anche per i pubblici ufficiali che ne sanzionano le violazioni a responsabilità. I cittadini potrebbero fare a meno pure di leggerle.

Eppure, grazie alla complicità di giornali e al silenzio della quasi totalità di giuristi e politicanti nostrali, sono osservate (anche nelle parti irrazionali e inutili in contrasto con la normativa nazionale), per comprensibile ignoranza giuridica o anche solo per evitare grattacapi, in altre parole sanzioni amministrative: invalide certo, ma sempre da impugnare sostenendo le relative legali spese.

Le ordinanze del sindaco di Messina non hanno mai avuto alcuna reale efficacia: un paio sono state formalmente annullate.

Quelle di Musumeci sono prive di ogni valore dal 5 aprile scorso.

Da quel giorno l’unica normativa che vale, che impegna i cittadini, è quella nazionale: quella dei Dpcm, l’ultimo dei quali è stato adottato il 10 aprile scorso. E’ l’unica vincolante, almeno sino a quando non interverrà la Corte costituzionale (ma questo è tema che qui non rileva).

Qualunque sia la natura delle misure in esso contenute, più restrittive, com’era sino all’altro ieri, o meno restrittive: da qualche giorno alcuni sindaci e i presidenti delle regioni fanno a gara ad ampliare alcune libertà, dopo averle per 45 giorni illegalmente compresse.

Le ordinanze confermative della normativa nazionale sono utili solo all’affermazione dell’ego del politicante di turno.

E non perché lo dice (presuntuosamente) chi scrive, o lo dice pubblicamente la giurista Vitalba Azzollini e solo privatamente (alcuni per mero opportunismo professionale) tutti i giuristi con un minimo di onestà intellettuale.

Lo dice la legge, precisamente il Decreto legge n° 19 del 25 marzo.

Salvo che qualche scienziato del “rovescio” non voglia sostenere che in tempo di coronavirus la legge non valga nulla e vale la legge dello sceriffo di turno, il che non stupirebbe visto lo scempio che si è fatto dello Stato di diritto.

Basta leggere il decreto legge (si trova facilmente in rete), tenendo presente quella che è la ratio: ovvero porre uno stop alla macchina continua di ordinanze da parte di sindaci e di presidenti delle regioni, con il conseguente attentato alla certezza del diritto.

Con questo provvedimento che ha la forza di una legge ordinaria (la sola con cui secondo la Costituzione repubblicana si può limitare, e solo in casi specifici, la libertà personale), all’articolo 2 si è stabilito:

1) che da quel momento per contenere la diffusione del virus potessero essere adottate una serie di misure elencate tassativamente all’art 1 dello stesso decreto legge e solo con Decreto del presidente del Consiglio, il famoso Dpcm;

2) che dal 5 aprile cessava ogni potere di emanare ordinanze da parte dei Presidenti delle Regioni e si ribadiva che i sindaci non potessero adottarle;

3) che i Dpcm potessero essere adottati anche su proposta dei presidenti delle regioni interessate nel caso si trattasse di fare fronte a necessità di carattere regionale.

Punto. Semplice: ai presidenti delle regioni (e ai sindaci) è tolta ogni competenza.

C’è chi per sostenere la validità delle ordinanze del Presidente Musumeci fa notare che all’articolo 3 il Decreto legge prevede che: “Nelle more dell’adozione dei decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, i presidenti delle regioni in relazione a specifiche situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario verificatesi nel loro territorio o in una parte di esso, possono introdurre misure ulteriormente restrittive, tra quelle di cui all’articolo 1, comma 2 (…) “.

L’operatività di questa norma si basa su due presupposti: innanzitutto, specifiche situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario; in secondo luogo, su ciò che il presidente proponga le misure al Governo e in attesa che quest’ultimo decida, essendovi l’urgenza, adotti le misure più restrittive con efficacia sino all’emanazione del relativo Dpcm.

Risulta a qualcuno che Musumeci abbia avanzato simili proposte di misure specifiche  al Governo?

E soprattutto: è a conoscenza qualcuno che in Sicilia ci siano state ad aprile “situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario”?

O non è vero – stando ai dati che diffonde lo stesso Musumeci – il contrario?

Risulta ciò ad almeno uno dei silenti 40 deputati regionali?

Giusto per fare un esempio virtuoso, ne ha contezza il deputato di opposizione Claudio Fava, censore attento dei fenomeni di illegalità? O, forse, si occupa solo di illegalità mafiosa…. passata?

Tra il serio e il faceto. Il retroscena: Quando il capo supremo dei coronavirus si incontrò in segreto con Cateno De Luca e gli concesse l’immunità di gregge per il tempo necessario a distribuire le uova pasquali

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“Il vostro sindaco vi ordina di stare in casa” e di uscire ma solo a gruppi (possibilmente folti) per ricevere l’uovo di pasqua che lui vi consegnerà personalmente.

Chi ha trovato in questo messaggio qualcosa di contraddittorio o di incoerente non ha capito ancora nulla dell’onnipotenza di Cateno De Luca.

Davvero qualche malpensante alla vista delle immagini del primo cittadino intento a distribuire in vari quartieri della città le uova di cioccolata con la sorpresa dentro attorniato da decine di persone ha potuto pensare che lui, l’uomo che ama i propri cittadini come i figli, ne avrebbe mai messa a rischio la salute?

Che lo avrebbe fatto dopo un mese e mezzo poi di martellante campagna del terrore, al limite dello stalking, con cui ha imposto, da vero sceriffo, limitazioni alle libertà che la legge dello Stato neppure prevedeva?

La salute poi di coloro che soffrono tra l’amianto dentro le baracche (ma con i condizionatori e le antenne paraboliche) per i quali sacrificherebbe la vita?

Ma no! Siamo seri! Mica lui è come i famigerati sciatori contro i quali ha condotto una dura battaglia e istigato una sacrosanta caccia all’untore.

Ci sono cose che gli umani normodotati, i criticoni dei social, quelli che “De Luca è la causa di tutti i mali”, quelli che si indignano a corrente alternata, non sanno; neppure immaginano. E che il primo cittadino non può rivelare per comprensibile riserbo.

Allora, a scanso di equivoci, in modo da evitare che intervenga di nuovo il Garante dell’infanzia (il vescovo Giovanni Accolla no, lui le labbra le scolla solo se a De Luca sfugge qualche parolaccia), è bene rivelare l’arcano.

De Luca sapeva che l’assembramento, prevedibile e inevitabile, per la distribuzione delle uova non avrebbe assolutamente messo in pericolo nessuno delle decine di persone accorse entusiaste. Bastava però che fosse osservata una condizione: la sua presenza.

Ah si, e perché?

Il primo cittadino dopo oltre un mese di spettacolini da vera star del genere tragico comico, appositamente studiati per far ridere i virus in modo da renderli meno aggressivi, proprio alla vigilia della santa Pasqua è stato convocato dal Capo supremo dei coronavirus, una sorta di ape o formica regina.

Un incontro segreto, avvenuto di notte, senza testimoni.

Per l’occasione De Luca eccezionalmente si è dovuto muovere senza gli uomini del suo nucleo di tutela.

E non si pensi sia una boutade come la telefonata che ricevette da Papa Francesco non appena divenuto sindaco, quando pianse per la commozione.

Il capo supremo degli esserini invisibili che hanno gettato l’Italia nel terrore si è voluto complimentare personalmente con il sindaco: mai nella triste e millenaria storia dei virus c’era stato un umano capace di metterlo così tanto di buon umore.

In genere, i cattivissimi umani cercano sempre di inventare vaccini, farmaci anti e retro virali: di sterminarli. De Luca no.

Il sindaco, grazie all’aiuto di vallette e ballerine trasformate in giornalisti, ha messo in atto una strategia nuova: diffondere l’allegria tra esseri invisibili e infelici, costretti loro malgrado a vivere per complicare la vita degli altri.

C’è mancato poco che De Luca, gratificato da tale complimento, inscenasse uno sketch esilarante. Per la verità aveva già a razzo elaborato un (comico) comizio.

Era quasi sul punto di iniziare.

Il capo supremo l’ha fermato: “Ti prego mi hai già fatto scompisciare dalla risate. Non esagerare“, l’ha implorato.

De Luca ha abbassato lo sguardo, costernato. Ma il prestigioso interlocutore l’ha subito tirato su: “Ho per te un premio, per ringraziarti di tutto. Siccome siamo in periodo di Pasqua e so che tu sei tanto generoso e ci tieni tanto a donare le uova alla tua gente, a sentire il loro calore, concedo a te e a tutti coloro che si assembreranno attorno l’immunità di gregge, giusto il tempo della consegna“.

Gli occhi di De Luca si sono illuminati. Immediatamente ha immaginato il bagno di folla, la cosa che più lo eccita; la richiesta di foto come accade agli attori famosi. Gli è balenata in mente anche la promessa di voti futuri, la cosa che meno gli interessava, un’idea ripugnante: “Bravo signor sindaco, la prossima volta i voti tutti vostri sono!“.

Il sindaco si è inchinato per baciare le mani al capo supremo ma questi d’improvviso si è volatilizzato.

Come d’incanto De Luca si è ritrovato in mezzo al letto. Erano le 5 di mattina. Eccitato per l’incontro, con l’adrenalina a mille, ha subito preso il telefono e svegliato tutti i suoi collaboratori e assessori.

Il piano A va annullato, le uova di Pasqua le porto io nei quartieri di persona personalmente. E’ un ordine: ve lo ordino io e quello che dico non si discute, perché io so i cazzi mei“, ha intimato, tenendo a tutti nascosto l’incredibile incontro di qualche ora prima.

Il piano A? Cos’era il piano A?

Sarebbero state decine i volontari impegnati nella stessa operazione, ma l’amministrazione non poteva mancare: per giorni si era discusso in Giunta su come distribuire le uova senza violare il divieto di assembramento, unica misura davvero razionale per limitare il contagio.

Alla fine De Luca aveva avuto un’idea geniale. Recapitare le uova dall’alto, stile cicogna.

Non avrete certo immaginato che i droni con cui l’ingegner Gabriel Valentino Versaci fa le prove da un mese servissero per tenere sotto scacco la gente?

Questa era solo la motivazione apparente, per non rovinare la sorpresa.

Il sindaco aveva deciso di usare i droni nonostante le obiezioni di un suo fidatissimo assessore: “Ma Cateno se le uova le porta il drone, alla prossima tornata elettorale la gente cercherà drone sulla scheda del voto e noi dopo aver candidato alle europee la collega Daffine non possiamo certo candidare anche il drone, a tutto c’è un limite“.

De Luca ha schiumato di rabbia: “Ma perché noi le uova le consegniamo per alimentare e far crescere clientele? Come ti permetti di fare queste basse insinuazioni?“, l’ha aggredito.

Dopo una breve e interminabile pausa d’imbarazzato silenzio ha soggiunto: “Ho letto nelle carte di un’inchiesta, come si chiama? Ah si, Matassa, che a Messina i miei predecessori le buste della spesa le consegnavano con le ambulanze dismesse. Che miserabili. Noi dobbiamo essere migliori, al di sopra di ogni sospetto: lungimiranti e generosi. Non aspettare la settimana prima delle elezioni. Cominciamo con largo anticipo. E dobbiamo anche essere efficienti e tecnologici: i droni sono perfetti“, aveva sentenziato.

Poi, l’incontro che susciterà l’invidia di virologi ed epidemiologici ha stravolto il piano. L’ingegnere dei droni dovrà attendere ancora.

“L’emergenza sanitaria può essere gestita senza sospendere le garanzie costituzionali. Le libertà limitabili solo con legge o con decreto legge e non da Dpcm e ordinanze locali”. Il presidente emerito della Corte costituzionale Gaetano Silvestri fa sentire la sua voce contro le derive autoritarie dello stato di eccezione e sollecita la centralità del Parlamento

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L’ex presidente della Corte Costituzionale Gaetano Silvestri

 

Le norme della Carta Costituzionale sono chiare: i diritti fondamentali e le libertà possono essere limitate soltanto con legge approvata dal Parlamento, organo di rappresentanza democratica, e solo nei casi e per motivi specificamente previsti.

Invece, in Italia dall’inizio dell’emergenza coronavirus il Parlamento (grazie anche alla complicità dei suoi membri che, terrorizzati dalla possibilità di essere contagiati, si sono “autoeliminati”), è stato di fatto esautorato: tutte le misure di contenimento della diffusione del virus (e di compressione delle libertà e dei diritti fondamentali)  sono state delegate ai Dpcm, Decreto del presidente del Consiglio dei ministri, ovvero a uno strumento monocratico che non è neppure tra le fonti del diritto ed è quindi sottratto alle forme di controllo per queste previste.

Con due decreti legge emanati dal Governo (il primo, n° 6 del 22 febbraio e l’altro, n° 19 del 25 marzo 2020) si sono indicate le misure che potevano essere adottate e poi si è rinviato al Dpcm il compito di farle divenire norme cogenti.

Il primo decreto legge neppure prevedeva che l’elenco delle misure fosse tassativamente determinato, anzi si dava carta bianca alle autorità di assumere anche provvedimenti diversi e più restrittivi.

Di più, si è consentito che questa grave compressione delle libertà fondamentali avvenisse ad opera di sindaci e di Presidenti delle regioni, che hanno (ab) usato dell’ordinanza contingibile e urgente.

Non si tratta di forzature di poco conto se si considera che le norme di contenimento del contagio da Covid-19″ abbiano intaccato valori e libertà quella personale (art. 13 Cost.), di circolazione e soggiorno (art. 16 Cost.), di riunione (art. 17 Cost.), di religione (art. 19 Cost.), di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.), nonché sul diritto-dovere al lavoro (art. 4 Cost.) e sulla libertà di iniziativa economica privata (art. 41 Cost.).

Il tutto è stato realizzato in nome (o con il pretesto) dello stato di eccezione (o dello stato di terrore), con l’avallo del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il silenzio pressoché unanime di giuristi e uomini politici.

Gaetano Silvestri, presidente emerito della Corte costituzionale ed ex rettore dell’ateneo di Messina, non ci sta e fa sentire la sua voce autorevole, ferma e preoccupata per le sorti dello stato liberal democratico.

L’intero contributo è in un articolo pubblicato sul sito dell’Unicost, una delle associazioni di magistrati, da cui ci si permette di estrapolare le parti salienti.

Il giurista, innanzitutto, contesta la teoria dello stato di eccezione che lascia mano libera ai governanti, a chi comanda: pericolosa perché apre la via all’instaurazione di un regime opposto a quello democratico:

“Sul piano del diritto costituzionale, un primo equivoco, di carattere generale, è prodotto dall’affermazione che una situazione di emergenza richieda la sospensione, ancorché temporanea, delle garanzie, personali e istituzionali, previste dalla Costituzione. Non si deve sospendere nulla. (…..) Per fronteggiare lo stato di necessità, sarebbe sufficiente applicare quanto è scritto nella Carta costituzionale, senza vagheggiare revisioni e tirare in ballo la sempre fascinosa teoria di Carl Schmitt sulla sovranità che spetta a chi comanda nello stato di eccezione”, scrive Silvestri.

Lo stato di eccezione preludio delle dittature

L’ex presidente della Corte costituzionale non nasconde la sua preoccupazione e avverte sui gravi rischi che corrono le libertà e i diritti di ciascun cittadino: “Lo stato di eccezione schmittiano – di questi tempi spesso evocato – presuppone invece uno spazio vuoto, deregolato e riempito dalla volontà del sovrano, inteso come potere pubblico liberato da ogni vincolo giuridico e capace di trasformare istantaneamente la propria forza in diritto. Tutto ciò non è ipotizzabile nell’Italia repubblicana e democratica, mentre sarebbe ben possibile sul piano dell’effettività storica se, anche sulla base di equivoci non chiariti, si accedesse all’idea di un salto extra-sistematico verso un ordinamento giuridico-costituzionale opposto a quello vigente e paradossalmente introdotto da quest’ultimo. Sembra che molti non si avvedano di evocare scenari di questo tipo. Peggio ancora nell’ipotesi che se ne avvedano!”.

La gestione dell’emergenza è stata infatti caratterizzata da “sfregi” autoritari alla Carta fondamentale, specie nella prima fase, cioè sino all’adozione del decreto legge del 25 marzo.

Quest’ultimo provvedimento pur avendo questa finalità non ha impedito ai presidenti delle regioni e ai sindaci di adottare provvedimenti che danno “luogo a normative anche fortemente differenziate non solo per obiettive necessità di adeguamento a situazioni locali, ma anche per pura polemica politica con il Governo nazionale o per smania individualistica di visibilità, in vista del possibile, successivo sfruttamento elettorale”, chiosa Silvestri, che giudica “tristi e squallide” queste manovre.

La centralità del Parlamento

Per Silvestri quindi si impone il rispetto della Costituzione all’interno della quale ci sono gli strumenti e le procedure per affrontare l’emergenza senza travalicare la cornice disegnata dai costituenti:

“Si potrebbe dire che, nel momento attuale, di fronte alla necessità di salvare la salute e la vita stessa delle persone, l’osservanza delle regole istituzionali slitta in secondo piano. Sarebbe asserzione ineccepibile, se non fosse possibile ottenere gli stessi risultati senza “sospensioni”, in tutto o in parte, della Costituzione” osserva Silvestri.

Che indica anche la via dell’unico strumento che può e deve essere usato: il decreto legge e, quindi, il pieno coinvolgimento del Parlamento, chiamato a convertire il decreto stesso e a controllare la necessità, l’adeguatezza e la proporzionalità delle misure decise dal Governo:

“Oggi più che mai è necessario riaffermare, senza tentennamenti – scrive Gaetano Silvestri – che qualunque limitazione di diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione o disciplina restrittiva della generale libertà dei comportamenti – anche sotto forma di istituzione o ampliamento di doveri – deve trovare il suo presupposto in una statuizione di rango legislativo – legge formale o atto con forza di legge – perché, in un modo o nell’altro, la limitazione stessa possa essere assoggettata al vaglio del Parlamento. (…). Ne deriva che, nelle ipotesi di emergenza, lo strumento, non surrogabile, da utilizzare per interventi immediati, è il decreto legge (art. 77: «In casi straordinari di necessità e urgenza…»)”, afferma il giurista.

Il pretesto della lentezza

L’ex rettore dell’ateneo di Messina replica preventivamente alle possibili obiezioni circa la lentezza dei lavori e delle decisioni della principale istituzione democratica e le difficoltà di riunione dei parlamentari:

“Sarebbe aberrante che l’unico rimedio fosse l’irrigidimento autoritario dello Stato. Il pericolo tuttavia esiste, giacché – è inutile negarlo – è rimasta in vita in una parte della popolazione la cultura politica che accompagnò la nascita e l’affermazione del fascismo: disprezzo per il Parlamento ed i suoi “riti”, culto del capo. A poco varrebbe obiettare che spesso queste tendenze si manifestano in forme farsesche e quindi non temibili. Al contrario, l’incapacità di percepire il proprio stesso ridicolo è stata una componente dell’appoggio di massa alle dittature moderne.

Osservando quanto si è verificato nella prima fase della crisi da covid-19 sottolinea Silvestri – si ha la conferma dell’assoluta necessità che la democrazia sia saldamente presidiata da organi di garanzia, quali il Presidente della Repubblica (così come è configurato dalla Costituzione italiana) e la Corte costituzionale. Non sorprende che la venatura autoritaria della cultura politica italiana favorisca continui attacchi contro di essi”.

Se Silvestri boccia il collega Ruggeri e il sindaco De Luca

Il presidente emerito della Consulta non si esime, sia pure con garbo e stile, a esprimere la sua opinione su uno dei casi più clamorosi di violazione della Costituzione ad opera di un sindaco: la chiusura dello Stretto di Messina da parte di Cateno De Luca, oggetto di duro intervento di annullamento da parte del Governo e di feroci polemiche.

A sostegno della bontà giuridica e compatibilità costituzionale della decisione del sindaco De Luca era sceso in campo il costituzionalista Antonio Ruggeri, ordinario di diritto Costituzionale nell’ateneo di Messina, con una lunga disquisizione ospitata dall’unico quotidiano cartaceo di Messina.

Silvestri la pensa in maniera opposta al collega Ruggeri e spiega il perché in poche righe:

“In ogni caso, nessuna legge autorizzativa potrà mai consentire ad una Regione (a fortiori ad un ente locale) di emanare norme che impediscano o ostacolino la libera circolazione delle persone e delle cose tra le Regioni, in palese dispregio del primo comma del citato art. 120 della Costituzione, come purtroppo in qualche caso si sta verificando. Un blocco di transito da una Regione ad un’altra ha una rilevanza nazionale per diretto dettato costituzionale. Sempre e comunque è necessario un provvedimento statale. La Repubblica «una e indivisibile» (art. 5 Cost.) non può tollerare che parti del territorio e della popolazione nazionali si pongano in contrapposizione tra loro. Vi osta, oltre che il principio di unità nazionale, anche il principio di solidarietà (art. 2 Cost.), inconciliabile con qualunque chiusura egoistica o particolaristica. Chiudere si può e si deve, se la situazione concreta lo impone, ma solo se si valuta l’impatto nazionale di provvedimenti così incisivi su princìpi supremi (unità e solidarietà), dai quali dipende l’esistenza stessa della Repubblica democratica”.

 

L’intero contributo è rinvenibile al seguente link: https://www.unicost.eu/covid-19-e-costituzione/

Il sindaco podestà fatto martire nella stagione dell’emergenza coronavirus: se uno Stato incoerente perde ogni credibilità e fa il gioco del ribaldo di turno. Il Governo si mobilita contro l’ordinanza palesemente illegittima di Cateno De Luca, ma lascia correre sulle ordinanze di Nello Musumeci e degli altri presidenti di Regione. E così gli oppositori del primo cittadino

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Violazione della stessa legge. Identica lesione delle libertà fondamentali sancite dalla Costituzione.

Per sanare il vulnus determinato dall’ordinanza del sindaco di Messina Cateno De Luca che chiudeva lo stretto di Messina il Governo nazionale ha seguito la strada dell’annullamento straordinario.

Invece, si è comportato come Ponzio Pilato, girandosi dall’altra parte, rispetto ad analoghe ordinanze inutilmente liberticide assunte da vari presidenti delle regioni, primo fra tutti da quello della Regione Sicilia, Nello Musumeci (ma anche della Lombardia), in epoca successiva al 5 aprile 2020, termine ultimo di efficacia di qualsiasi provvedimento locale in materia di contenimento della diffusione del coronavirus.

Allo stesso modo, facendo finta di nulla, si sono atteggiati i giuristi, i sindacalisti, i (pochi) giornali, la Rete dei 34, che si erano battuti contro l’ennesima prevaricazione del sindaco di Messina.

I principi costituzionali non valgono sempre chiunque li infranga?

O forse, parafrasando George Orwell la legge se non la rispetta Tizio vale tantissimo e se non la osserva Caio fa niente, non vale nulla?

Come si può essere credibili se si applicano due pesi e due misure?

Il governo italiano con la sua incoerente condotta ha offerto al sindaco di Messina uno straordinario assist: da abile manipolatore qual è, sfruttando da par suo la psicosi collettiva che alimenta ogni giorno, ha avuto gioco facile in assenza di contraddittorio nello spiegare che lui è vittima di una persecuzione perché difende i cittadini messinesi da un governo imbelle, se non addirittura razzista.

Insomma, un martire: già preso di mira per il suo attivismo dal ministro degli Interni, Luciana Lamorgese, che lo ha denunciato per vilipendio delle istituzioni (come se insultare le persone fosse un modo concreto per risolvere i problemi), irrorando così di olio lubrificante i meccanismi sempre ben curati del suo gioco vittimistico.

De Luca, non va dimenticato, da ultimo ha aumentato il suo consenso proprio grazie agli “spregiudicati” arresti di cui è stato vittima qualche mese prima delle elezioni amministrative del 2018: misura cautelare fatta a fettine dal Tribunale del Riesame. Ciò che gli ha consentito di ergersi a martire della giustizia che non funziona: emblema in cui si sono immedesimati tutti coloro che con il (dis) servizio giustizia hanno avuto a che fare.

In quest’ultima occasione, il sindaco – per usare una metafora – ha recitato ottimamente la parte del ladro che per dimostrare di essere innocente non ha argomentato sulla liceità della sua condotta, ma ha con passione sostenuto non andasse punito perché i suoi complici erano stati graziati. 

I fans ci sono cascati. E questo non meraviglia.

Meraviglia che persone che fanno politica da anni possano pensare di fare un’opposizione credibile e costruttiva alle prevaricazioni di un maestro di propaganda come De Luca senza essere coerenti; senza onestà intellettuale. Senza battersi per la difesa dei valori su cui si fonda la comunità, chiunque vi attenti, anche il proprio amico o ex compagno di classe: liberi dalla logica della tribù. 

Antonio Saitta, persona di sicura e ampia cultura giuridica e candidato a sindaco (perdente) alle ultime elezioni amministrative, ha esultato alla notizia che il Consiglio di Stato avesse dato il via libera alla bocciatura dell’ordinanza liberticida del 5 aprile del 2020, una delle tante sfornate da De Luca e usate unicamente per aumentare il consenso.

E si è avventurato in una chiosa accusatoria ad ampio raggio a chi sostiene acriticamente il sindaco, pure condivisibile per gran parte.

Ma non ha speso pubblicamente una parola sulle ordinanze del presidente Musumeci oltremodo irrazionalmente limitative della libertà personale, benché anche queste si applichino nella città di Messina: giusto per smontare l’argomentazione secondo cui ci può opporre concretamente solo a ciò che ha effetti sulla propria sfera giuridica.

Non una parola l’hanno spesa i nostrali e fieri contestatori di De Luca, che proprio per la pervicacia con cui il sindaco vìola le regole ne hanno chiesto al Governo la rimozione.

Al contrario, per esempio, della giurista Vitalba Azzollini che dalle pagine di www.meridionews.it ha criticato aspramente sia l’ordinanza di De Luca e sia quelle di Musumeci.

E allora non c’è da stupirsi se a chiunque venga il sospetto che il problema non sia difendere i principi e i valori, ma fare politica, campagna elettorale, attaccare l’avversario. Esattamente quello che fa De Luca, incurante degli effetti negativi che il clima di tensione crea ai cittadini che ama: li ama e li terrorizza, per poi proteggerli. E se è così, l’opposizione in quanto egualmente fanatica è anche sterile e improduttiva: perdente, perché non incide sul vuoto di cultura in cui sguazza De Luca.

Perché pensa di batterlo giocando sul terreno su cui il sindaco/podestà è maestro, imbattibile: quello dell’arena virtuale di face book e delle manipolazioni dialettiche.

L’ordinanza del sindaco era palesemente illegittima, come quelle precedenti. E come lo sono però a partire dal 5 aprile anche quelle di Musumeci.

Il Consiglio di Stato per dimostrarlo si è dilungato in una dotta e arzigogolata disquisizione.

Il costituzionalista Antonio Ruggeri è sceso in campo ospitato dalla Gazzetta del sud, da mesi “amichevolmente” al fianco della propaganda del terrore “deluchiana”, per bacchettare il suo allievo Antonio Saitta e i giudici del massimo organo della giurisdizione amministrativa: altra dotta disquisizione, così lunga da necessitare la divisione in due parti, su principi, valori, ecc.

Ma per chi non è così dotto, basta leggere il decreto legge del 25 marzo del 2020 e tenere a mente il principio costituzionale fondamentale secondo cui la libertà può essere limitata solo con legge emanata dal Parlamento (cui non senza forzature si ammette sia equiparabile il Decreto legge).

Con il Decreto legge del 25 marzo si è autorizzato il Governo tramite Decreto del presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm) ad adottare le misure limitative della libertà ritenute necessarie per contenere la diffusione del virus tra quelle tassativamente definite e si è stabilito che dal 5 aprile non ci sarebbe stato spazio alcuno per ordinanze di sindaci e Presidenti delle Regioni: quest’ultimi, se avessero avuto delle esigenze particolari e locali meritevoli di tutela avrebbero dovuto rappresentarle al Governo che, eventualmente, le avrebbe potute far divenire norme cogenti sempre e solo con Dpcm.

Punto. Tutto il resto sono masturbazioni accademiche.

A partire dal 5 aprile tutto quello che ha fatto De Luca e ancora di più Musumeci e gli altri Presidenti delle Regioni è illegittimo, anticostituzionale: carta straccia.

Andare a guardare al merito delle varie ordinanze è cosa ancora più ridicola, perché sarebbe come dire che siccome un cancelliere del Tribunale ha fatto una sentenza migliore e più giusta di quella che avrebbe fatto un giudice allora la si ritiene efficace e valida.