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IL CORSIVO. Villa Dante, cercasi giardiniere. Se Accorinti non fosse sindaco l’avrebbe già pulito lui “di pirsona personalmente”… almeno qualche metro quadro, ma solo con telecamere al seguito

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Il sindaco Accorinti a villa Dante

Il sindaco Accorinti a villa Dante

 

E’ davvero un peccato che Renato Accorinti sia troppo impegnato a fare il sindaco. Se non lo fosse, si sarebbe già munito di un decespugliatore, un rastrello e avrebbe pulito in un batter baleno Villa Dante: naturalmente solo pochi metri quadri e solo dopo aver allertato i giornalisti, in modo da farsi un po’ di pubblicità ma sempre per lottare per i diritti dei cittadini di fruire di luoghi belli e puliti.

Invece, no. Renato Accorinti è sindaco, purtroppo. E’ super impegnato da 4 anni ormai a palazzo Zanca e Villa Dante, l’unico polmone verde del centro città (peraltro a 50 metri da casa del primo cittadino)  rimane nel degrado assoluto, con bagni impraticabili per il cattivo odore, sterpaglie dappertutto, staccionate divelte, campetto di calcetto distrutto, stradine sconnesse.

La stessa scena di squallore si respira da anni quando si va al campo di atletica dell’ex Gil, a 100 metri di distanza, l’unica struttura sportiva del centro città, luogo in cui Accorinti, tra una lezione di atletica e l’altra, teneva gemeriadi lunghissime sull’inefficenza dell’amministrazione in carica e inscenava proteste contro il degrado in cui la struttura era tenuta: naturalmente sempre dopo aver allertato la stampa.

Se non fosse sindaco, Accorinti sarebbe all’ex Gil, a protestare.

Sarebbe pure a piantare alberi, dove l’ amministrazione che guida li ha tagliati.

Il tutto sostenendo che i problemi di bilancio non possono giustificare che non si riescano a trovare poche migliaia di euro per tenere in condizioni dignitose due luoghi simbolo del grado di civiltà di una comunità: e chi gli avrebbe mai potuto dare torto?

E’ davvero, davvero, un peccato che sia sindaco: non c’è che da essere rammaricati.

La consigliera comunale Lucy Fenech, la più fedele sostenitrice del sindaco Renato Accorinti, organizza meritoriamente da anni un ciclo di incontri dal titolo “I care”. Anche nell’ultimo mese ne ha promosso di interessantissimi.

Solo che “I care” non è una frase ad effetto da spendere per dare senso a un ciclo di conferenze .

I care per come la intendeva Don Milani è un modo di essere, è partecipazione appassionata, è prendere posizione, è lottare concretamente contro il degrado: a partire dalle piccole, piccolissime cose.

L’ultimo incontro che ha organizzato Lucy Fenech qualche giorno fa aveva come tema “Educare alla bellezza”, come antidoto all’abitudine, alla rassegnazione al degrado.

Educare alla bellezza non è solo teoria. L’educazione è fatta di esempi. E’ composta da fatti concreti e coerenti.

Quale educazione alla bellezza possono ricevere i ragazzi della scuola Enzo Drago, solo per fare esempio, di cui Accorinti è docente (in aspettativa), se un albero bellissimo che campeggiava nel cortile è stato tagliato e non ne è stato piantato un altro; se gli adolescenti all’uscita e all’entrata delle scuole vedono sterpaglie alte un metro nelle aiuole e spazzatura dappertutto, che gli addetti alle pulizie non fanno in tempo a pulire perché passano gran parte del tempo di lavoro a disquisire con gli amici;  se mentre tornano a casa trovano auto parcheggiate impunemente sui marciapiedi e sugli scivoli per disabili, agli incroci semaforici, sulla pista ciclabile, ecc, ecc?

Educare alla bellezza è una responsabilità (oltre che della scuola) anche della classe dirigente, quella a cui appartiene Lucy Fenech, il sindaco Accorinti e i suoi assessori, i quali evidentemente al degrado si sono abituati, a meno che non si voglia sostenere che di tutte queste cose, di tutte queste piccole cose eppure simboliche, nulla sappiano perché sono talmente impegnati in riunioni inutili da non poter fare una passeggiata sino a Villa Dante o sino all’ex Gil.

E’ davvero un peccato che Accorinti sia diventato sindaco, perché in questi 4 anni non si è potuto interessare (I care) appassionatamente della città, non ha potuto dare il suo apporto ad educare alla bellezza i giovani e ha pure distolto da questa preziosa attività gli assessori di cui si è circondato.

 

IL CASO: Gettonopoli, le udienze del processo sono pubbliche ma i carabinieri non lo sanno: “I giornalisti non possono entrare. Abbiamo direttive dal presidente”.

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la legge è uguale per tuttiNon può entrare. Aspetti che chiedo al presidente. La volta scorsa si è seccata quando le ho detto che c’erano i giornalisti che volevano entrare“.

Il processo è un processo penale, neppure tanto importante sotto il profilo squisitamente criminale, considerate le accuse e  gli imputati, e si svolge nell’aula bunker del carcere di Gazzi: è il cosiddetto processo Gettonopoli, che vede alla sbarra un gruppo di consiglieri comunali accusati di aver incassato gettoni di presenza  pur non partecipando effettivamente -secondo l’accusa – ai lavori del Consiglio comunale.

Nonostante il luogo, le udienze del processo penale (salvi casi eccezionali) sono pubbliche: tutti i cittadini vi possono assistere, i giornalisti ancor di più, considerato che oltre ad esercitare il diritto di ciascun cittadino, esercitano la libertà di informazione che costituisce il lato rovescio del diritto all’informazione della generalità dei cittadini.

E’ la legge a stabilirlo. E’ la Carta costituzionale a fondare questi diritti.

Eppure, gli ufficiali di polizia (carabinieri) in servizio giorno 21 aprile del 2017 all’entrata dell’aula, questi principi li disconoscono e non vogliono sentire ragioni, benché il cittadino/giornalista cerchi di spiegarlo.

Queste sono sue opinioni. Noi facciamo quello che ci ordina il presidente. La volta scorsa si è seccata. Abbiamo delle direttive. Aspetti che vado a chiedere al presidente se può entrare“, insiste uno di loro. Il presidente evocato dai carabinieri è Silvana Grasso.

Di ritorno dall’aula, dopo aver interrotto i lavori, comunica il responso: “Si, può entrare. Ma ci dia i documenti di riconoscimento”.

Nome cognome, data di nascita, ecc, ecc. Uno dei carabinieri annota tutto su un modulo. “Ecco qui, c’è pure la tessera di giornalista, per quello che può valere“.

Entrata libera? Nulla di tutto ciò.

Se vuole entrare ci deve fare vedere cosa ha nella borsa“.

Alla richiesta di perquisizione, come condizione per accedere a un’udienza pubblica, il giornalista risponde: “Bene: controlli pure nella borsa. Ma io rinuncio a entrare. Trovo intollerabile che per esercitare i miei diritti debba perdere 20 minuti della mia vita e mi debba sottoporre a procedure che ritengo illegali“.

E va via, seccato. O forse no: solo indignato.

 

 

Ineleggibilità di Donatella Sindoni, la consigliera per rimanere incollata allo scranno agita lo spauracchio delle denunce in Procura contro i colleghi. Il suo legale Catalioto impone la lettura in aula di un esposto a pochi minuti dalla votazione sulla decadenza. L’avvocato Scurria ci mette lo zampino. Il Consiglio comunale, già sotto inchiesta, va in tilt

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Donatella Sindoni

Donatella Sindoni

“Si comunica che la mia assistita ha presentato esposto in Procura. Conseguentemente, all’apertura dei lavori d’aula si diffidano il segretario generale e il presidente del Consiglio a darne pubblica lettura per la conoscenza di ogni singolo consigliere che parteciperà alla votazione sulla proposta di decadenza”.

E’ stata dichiarata ineleggibile due volte: il 24 giugno del 2016 dall’Ufficio legale e legislativo della Regione Sicilia, il 2 febbraio del 2017 dal Tribunale di Messina (sulla  scorta peraltro di un precedente della Corte di cassazione); e ha firmato la mozione diretta a mandare a casa il sindaco Renato Accorinti (e di conseguenza se stessa e l’intero Consiglio comunale).

Tuttavia, pur di rimanere appiccicata alla sua poltrona le prova tutte.

Assistita dal suo legale Antonio Catalioto, la consigliera comunale Donatella Sindoni non si è limitata a proporre l’ appello (più che legittimo) avverso l’ordinanza che la dichiara ineleggibile emessa dai giudici, riacquistando così il diritto di tornare a palazzo Zanca.

Ha infatti agitato con veemenza lo spettro delle denunce già presentate o da presentare alla Procura della Repubblica, che già solo perché sono presentate determinano l’apertura di un procedimento penale con iscrizione sul registro degli indagati e la scocciatura di nominare un legale e di finire sui giornali.

Destinatari delle minacce i suoi colleghi consiglieri, ovvero coloro che dovevano e dovrebbero pronunciarsi sulla sua sorte politica e che hanno già non pochi guai con la giustizia.

Gran parte di loro infatti sono sotto procedimento penale o lo sono stati sino alla scorsa settimana. Alcuni sono ancora sottoposti a misura cautelare dell’obbligo di firma all’entrata e all’uscita di Palazzo Zanca.

Antonio Catalioto

Antonio Catalioto

 

Questa delibera… non s’ha da votare

All’ordine del giorno di mercoledì 8 febbraio 2016 c’era la delibera, istruita dalla segreteria generale e fatta sua, come per prassi, dal vicepresidente del Consiglio comunale Nino Interdonato, che sanciva la decadenza di Donatella Sindoni.

Qualche ora prima era arrivata a palazzo Zanca la nota di diffida dell’avvocato Catalioto con allegato esposto.

Il presidente del Consiglio e il segretario generale si sono piegati al diktat dell’avvocato.

E’ stata la stessa consigliera Sindoni a leggere l’esposto ai colleghi.

Votare sulla decadenza della consigliera per il legale, Antonio Catalioto, è frutto di abusi. Come – per lo stesso legale – lo era stato chiedere il parere all’Ufficio legale della Regione dopo la pubblicazione a maggio del 2015 del servizio giornalistico che sollevava il caso.

E’ un abuso – a leggere l’esposto – perché l’appello contro l’ordinanza di ineleggibilità ne aveva sospeso l’efficacia esecutiva.

Nel mirino della Sindoni il segretario generale Le Donne che la vuole fare fuori perché il suo voto può essere decisivo per la sfiducia al sindaco Accorinti.

In realtà, la proposta di delibera non era basata sull’ordinanza del Tribunale ma sul fatto che la Sindoni è ineleggibile per come aveva scritto un anno prima il massimo organo di consulenza giuridica della Regione. L’ordinanza del Tribunale è considerata solo un’ ulteriore prova.

Ne è nata una bagarre. Durante la discussione Il consigliere Interdonato preoccupato per l’esposto ha chiesto più volte al segretario generale Le Donne se confermasse o meno la piena legittimità delle delibera.

La consigliera Lucy Fenech ha affermato: “Questo della Sindoni e del suo avvocato è un atto di intimidazione al Consiglio”.

Alla fine è caduto il numero legale. Alcuni consiglieri per non votare hanno lasciato l’aula.

Per votare era necessaria la presenza di 16 consiglieri, ne sono rimasti in aula 15 (su 40): l’ultimo ad abbandonare l’aula Fabrizio Sottile. Non è andato via per mettersi al riparo dall’esposto, né per motivi politici, bensì a seguito di uno screzio con la capogruppo del Pd Antonella Russo: insomma per un dispetto di quelli che si fanno i bambini alla scuole materne.

 

L’intimidazione non è mai troppa

Giovedì 9 febbraio, la scena si è ripetuta, con toni più aspri.

Durante i lavori nella Commissione Sport e Spettacolo presieduta da Piero Adamo, in cui si è aperto un dibattito su come dovesse procedere nei lavori, la Sindoni – secondo quanto hanno riferito i presenti – ha ammonito i colleghi affermando che avrebbe denunciato i colleghi che avrebbero votato la sua decadenza. Nuova bagarre. Scambio di accuse. E di insulti.

Risultato: il Consiglio comunale non si è pronunciato sulla sua decadenza, nè sipronuncerà. Non a breve almeno.

Se la paura te la mettono gli avvocati

Il vicepresidente del Consiglio comunale, Nino Interdonato, infatti, già preoccupato dopo la lettura dell’esposto della Sindoni, si è messo al riparo da ogni possibile conseguenza penale e ha ritirato la firma prendendo le distanze da chi la delibera l’ha istruita.

Con una nota (scritta evidentemente da un legale), Interdonato ha condiviso la tesi sostenuta dal legale della Sindoni. Anzi, è andato anche oltre individuando più abusi di quelli lamentati dallo stesso Catalioto.

Ha accusato di mancanza di imparzialità il Segretario generale, evocando a sua volta l’intervento della Procura e si è dimesso dall’Ufficio di presidenza.

Interdonato, da perfetto ignorante della materia – come lui stesso ha ammesso – ha preso per oro colato quanto gli ha confezionato un legale.

Scurria, il legale che non ti aspetti

A fornire il parere a Nino Interdonato è stato infatti Marcello Scurria, ex segretario dei Democratici di sinistra e consulente giuridico nonché avvocato personale dell’ex sindaco di destra Giuseppe Buzzanca.

Quest’ultimo, oltre che primo cittadino di Messina era al tempo stesso consigliere regionale, quando ad aprile del 2010, una sentenza della Corte costituzionale stabilì che il cumulo delle due cariche fosse fuorilegge.

Tuttavia, assistito da Scurria, solo dopo due anni e mezzo, Buzzanca fu dichiarato decaduto dall’Ars.

Ironia della sorte, a battersi perché fosse prima sancita l’illegalità del cumulo delle cariche e poi la decadenza di Buzzanca fu Antonio Catalioto, legale oggi della Sindoni ed ex socio e collega di studio di Scurria.

Catalioto all’epoca non nascondeva la sua indignazione per come Buzzanca le provasse tutte per mantenere le due cariche, in spregio alla legge.

Operazione compiuta

La proposta di delibera per tornare ora in votazione deve essere firmata da un consigliere. In genere, per prassi se arriva dagli uffici la firma il presidente del Consiglio o qualcuno dell’Ufficio di presidenza.

La presidente Emilia Barrile, nell’occhio del ciclone dell’esposto della Sindoni e della nota di Interdonato, ha già dichiarato che lei non lo farà. L’altro componente, Nicola Crisafi, ha seguito Interdonato sulla scia delle dimissioni.

Effetto boomerang

Donatella Sindoni minaccia di presentare denunce. Ma la minaccia delle denunce e l’ostentanzione di quelle già fatte allo scopo di influire sull’andamento dei lavori di un organo elettivo le potrebbero costare l’attenzione della stessa Procura che evoca:

a lei e al suo legale, che a poche ore dal voto di un organo democratico ha fatto pervenire una nota di diffida che non ha precedenti.

Infatti, la loro condotta, inserita in un contesto in cui tutti sono scottati da procedimenti penali e temono di finire in altri, potrebbe integrare il reato dell’articolo 338 del codice penale che punisce “chi usa minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario o ad una rappresentanza di esso, o ad una qualsiasi pubblica Autoritità, per impedirne, in tutto o in parte, anche temporaneamente, o per turbarne comunque l’attività”.

 

IL CORSIVO: Decadenza della Sindoni, il Tribunale offre al Segretario generale Antonio Le Donne e al Consiglio comunale la possibilità di uscire dall’ambiguità lunga due anni. La consigliera decaduta, assistita dal legale Catalioto, partecipa ancora ai lavori

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Antonio Le Donne

Antonio Le Donne

Non c’era bisogno della pronuncia del Tribunale di Messina. Ma ora c’è pure quella. Eppure, Donatella Sindoni, consigliata dal suo legale Antonio Catalioto, non si rassegna e va allo sbaraglio.

Venerdì scorso la consigliera decaduta ha regolarmente partecipato ai lavori della Commissione Patrimonio, presieduta da Daniele Zuccarello, come se nulla fosse. E nessuno dei suoi colleghi ha avuto nulla da ridire, men che mai il segretario di commissione o lo stesso presidente. Eppure, la sentenza emessa il giorno prima – per disposizione di legge – è immediatamente esecutiva: un secondo dopo che è stata pubblicata la Sindoni è diventata una privata cittadina (il comma 8 dell’articolo 22 della legge 150 del 2011 stabilisce che “L’efficacia esecutiva dell’ordinanza pronunciata dal tribunale e’ sospesa in pendenza di appello”).

Dunque, i lavori della commissione sono stati viziati (a pena di nullità) dalla presenza abusiva (e a rischio rilevanza penale) di un ex consigliere.

Stamattina la scena si è ripetuta ma questa volta i colleghi consiglieri, forti di una nota che nel frattempo il segretario generale Antonio Le Donne aveva inviato al presidente del Consiglio comunale, hanno “coraggiosamente” ma non troppo abbandonato la colpevole complicità che da un due anni mantengono sulla vicenda. 

La Sindoni così è stata costretta a tornarsene a casa. Ma prima la presidente della Commissione Viabilità, Simona Contestabile, le ha dato comunque la parola e il tempo di affermare che è una “perseguitata politica”.

Se a palazzo Zanca si rispettano così le decisioni dei giudici e le norme di legge, da domani, qualsiasi cittadino è autorizzato a partecipare ai lavori del Consiglio e a votare.

Ad ogni modo, il legale Catalioto, che in questa vicenda ha dato il meglio della sua sapienza giuridica, nella tarda mattinata ha presentato appello, per cui da domani la Sindoni potrà tornare regolarmente in carica e starvi finché l’appello non verrà deciso.

Tuttavia, ora il segretario generale Antonio Le Donne ha la possibilità di rimediare alle sue condotte omissive che hanno permesso quella che è una grave violazione della democrazia.

Prima, infatti, dopo la pubblicazione del servizio giornalistico del maggio del 2015 che sollevava il caso, il custode della legalità a palazzo Zanca a fronte di una situazione di solare ineleggibilità in capo alla proprietaria dell’omonimo laboratorio di analisi, non si è assunto le sue responsabilità e ha atteso per un anno un parere dell’Ufficio legale della Regione Sicilia dalle conclusioni inequivocabili.

Successivamente, dopo che il Consiglio comunale si è astenuto sulla decadenza, ai primi di agosto 2016 ha mandato una nota ai consiglieri per dire loro che a fronte del parere “non avevano margini per non votare la decadenza”, dimenticandosi tuttavia nei giorni a seguire di avanzare e far mettere all’ordine del giorno una nuova proposta di decadenza per come gli imponeva la legge.

La stessa possibilità di rispettare la legge e la democrazia ce l’ha pure Consiglio comunale, che nella sua quasi totalità dei suoi componenti ha dribblato il parere dato dal massimo organo giuridico consultivo dell’ente locale.

In Consiglio comunale siede dal 2013 e rappresenta i cittadini di Messina chi non lo può fare: non perché abbia chissà quali colpe ma perché secondo la legge al momento dell’elezione aveva un ruolo che la avvantaggiava nella competizione elettorale.

Per la legittimazione dell’organo rappresentativo Consiglio comunale non si tratta di cosa di poco conto.

La verifica dei poteri, che per legge può essere fatto in ogni tempo in cui emergono fatti rilevanti e non solo al momento della proclamazione degli eletti, infatti, non è come pensa qualche sprovveduto consigliere comunale un giochetto di natura politica fondato sulla simpatia per questo o quel consigliere, ma un atto giuridico amministrativo che legittima l’operato dell’organo nella sua interezza e si basa sulla valutazione giuridica di presupposti di fatto.

Il voto della Sindoni, solo per fare l’esempio più clamoroso, nei prossimi giorni potrà essere decisivo per consegnare la città a un commissario nominato dalla Regione. E nei mesi scorsi è stato decisiva per far approvare o non approvare provvedimenti che riguardano il bene della città.

Bastano queste elementari osservazioni, al di là del giudizio negativo o positivo sull’operato di Renato Accorinti, sempre più vittima del suo narcisismo autoreferenziale, per comprendere come la questione dell’ineleggibilità di Donatella Sindoni merita di essere affrontata in maniera radicale, come andava affrontata sin dall’inizio, evitando il balletto dell’efficacia sospensiva dell’appello, che fa tornare in carica la Sindoni, che poi tra sei mesi finirà molto probabilmente per decadere di nuovo.

Al Segretario generale basta predisporre e sottoporre all’approvazione del Consiglio comunale una nuova proposta di delibera che sancisca la decadenza di Donatella Sindoni sic et simpliciter, ma non perché c’è stata  una pronuncia del Tribunale: se fosse fondata solo su questo, se anche fosse approvata dal Consiglio, un minuto dopo la delibera di decadenza non avrebbe più valore.

La pronuncia del Tribunale è il sigillo finale a dati chiari e lampanti che imponevano già da due anni di dichiarare Donatella Sindoni decaduta: la norma regionale, la norma nazionale nell’identica formulazione, il precedente della Corte di Cassazione che ha deciso un caso identico a quello della Sindoni. E poi il parere firmato dall’avvocato generale dell’Ufficio legale della Presidenza della regione Sicilia, Romeo Palma. Quello che secondo il segretario generale non consentiva valutazioni discrezionali ai consiglieri, che pi. Non le consentiva allora, figurarsi oggi che c’è pure una pronuncia dei giudici.

Ma ai consiglieri comunali di Messina se manca la capacità di fare proposte per risolvere i problemi della gente non difetta certo la fantasia, specie quella giuridica, già mostrata nella seduta in cui fu già votata la decadenza della Sindoni, dai consiglieri giuristi Pippo Trischitta e Carmelo Santalco: se nell’occasione pensarono di poter sfuggire al parere della Regione senza assumersi responsabilità astenendosi con motivazioni ridicole, ora potrebbero decidere di disertare l’aula, dando ulteriore prova di quanto hanno a cuore il bene comune. In questo caso, almeno i contribuenti risparmierebbero gettoni di presenza e oneri riflessi .

 

 

 

 

 

Clientelismo spacciato per mafia. Paolo David messo alla gogna per reati di cui non è accusato. Ecco come opera la “matassa” della disinformazione

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La conferenza stampa dell'operazione Matassa

La conferenza stampa dell’operazione Matassa

E’ clientelismo, di basso livello, fatto di buste della spesa e di regali di 50 euro; e di livello poco più alto, fatto di ricerca di posti di lavoro a familiari di marescialli dei carabinieri e ispettori di polizia e di intercessione politica per tentare di avvicinare imprenditori alle istituzioni. Ma è stato spacciato per mafia.

A leggere l’ordinanza di misure cautelare, denominata Matassa e  firmata dal Gip Maria Teresa Arena non si capisce che ci faccia la foto del consigliere comunale Paolo David, fedelissimo di Francantonio Genovese e Franco Rinaldi, i due esponenti politici più importanti di Messina prima di essere azzoppati due anni fa dall’inchiesta sulla formazione, accanto a quelle di coloro che sono ritenuti esponenti dei clan mafiosi della zona sud della città.

Per Paolo David, infatti, non c’è nessuna accusa da parte dei magistrati della Procura, Liliana Todaro e Maria Pellegrino, di associazione per delinquere di stampo mafioso; nessuna accusa di voto di scambio politico mafioso. Non c’è documentata nessuna richiesta da parte sua di aiuto alla mafia. E le intercettazioni cui è stato sottoposto per mesi non hanno registrato alcun rapporto con nessun esponente dei clan.

Paolo David, infatti, intrattiene unicamente rapporti con Angelo Pernicone e Giuseppe Pernicone, imprenditori titolari di una società, il Consorzio sociale siciliano, perfettamente in regola con la legge tanto che partecipa e si aggiudica gare pubbliche.

Entrambi incensurati, sino all’alba del 12 maggio 2016 , quando sono stati arrestati con l’accusa di aver messo a disposizione la loro azienda per consentire l’inserimento lavorativo e la rieducazione di detenuti (disposto, comunque, dal Tribunale di Sorveglianza) che così hanno potuto godere di permessi per uscire dal carcere .

Per il papà Angelo Pernicone tanti anni fa era stata chiesta la misura cautelare degli arresti in carcere. Fu rigettata, e al termine del processo “Albachiara” fu assolto.

LE ACCUSE VERE.

Invece, il consigliere Paolo David è accusato di una serie di ipotesi di corruzione elettorale, consumate tra il 2012 e il 2013, in occasione di tre tornate elettorali (politiche, regionali e amministrative), il reato che compie “Chiunque, per ottenere, a proprio od altrui vantaggio, la firma per una dichiarazione di presentazione di candidatura, il voto elettorale o l’astensione, dà, offre o promette qualunque utilità ad uno o più elettori, o, per accordo con essi, ad altre persone, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni”. Peraltro,  “La stessa pena si applica all’elettore che, per dare o negare la firma o il voto, ha accettato offerte o promesse o ha ricevuto denaro o altra utilità”.

Ma soprattutto David è accusato di associazione per delinquere finalizzata a compiere questo reato. Non solo, l’associazione viene ancora ritenuta operante anche se tornate elettorali non ce ne sono da tempo

E’ la contestazione di questo reato che porta David in carcere. Infatti, per i singoli episodi di corruzione elettorale, la Procura non può chiedere il carcere e non lo chiede.

Il bancario Paolo David finisce in carcere perché secondo le due righe di motivazioni del Gip Arena l’associazione è ancora esistente e c’è il pericolo che il reato, commesso nel 2013, ovvero 3 anni fa,  venga reiterato benchè non sono alle viste consultazioni elettorali, né politiche, né amministrative.

L’ASSOCIAZIONE FA I FAVORI

Secondo l’accusa si è associato con i due imprenditori Pernicone, padre e figlio, e con Giuseppe Picarella, chirurgo plastico molto noto a Messina quale titolare di alcune strutture sanitarie e centri estetici, e con la figlia Cristina.

I Picarella consentono a David di avere a disposizione delle aziende dove poter assumere. Infatti David ottiene l’assunzione, per breve periodi, di alcune persone su sollecitazione dei familiari di quest’ultimi.

Da David i Picarella ricevono l’intercessione politica (attraverso Francantonio Genovese) presso l’assessorato alla Salute, con il funzionario Marco Fiorella. La polizia non documenta che la facilitazione di questo rapporto avesse ad oggetto attività illecite.  “Si sono comportati con molta gentilezza”, riferisce Picarella a David. Null’altro.

David pur facendo parte di questa associazione unitamente ai Pernicone, fa la cortesia all’imprenditore di metterlo in contatto con il commissario del Consorzio autostrade siciliane Nino Gazzara. I Pernicone erano arrabbiati perché al Cas non riuscivano a vincere neppure una gara. Non l’hanno vinta neppure dopo l’incontro di David con Gazzara.

David benchè associato con i Pernicone e Picarella, dopo le elezioni, si prodiga per far assumere un familiare dei Pernicone presso una  società di Picarella, come operatore socio sanitario.

Le utilità che David prometteva erano le buste della spesa distribuite prima dell’elezione regionali nei quartieri più degradati della città. E una dazione di 50 euro.

Altre utilità erano una serie di promesse di aiuto per lavoro e per il disbrigo pratiche presso l’Inail, dove lavorava il fratello.

In molti casi, erano gli stessi interlocutori di David che lo chiamavano e chiedevano la cortesia dicendosi pronti a votare per lui. David si metteva sempre a disposizione. In alcuni casi faceva presente che era  candidato e che contava sul loro voto.

 

CLIENTELISMO ECCELLENTE

 

A David chiede aiuto il maresciallo Lorenzo Papale comandante della stazione dei carabinieri di Giostra che ha bisogno di un posto di lavoro prima per la consuocera e poi, dopo il rifiuto di questa, per la nipote. Lo stesso aiuto per lo stesso obiettivo, il posto di lavoro per un familiare, lo chiedono due appartenenti alla polizia, Stefano Genovese e Michelangelo La Malfa, i quali si spendono politicamente per David. “Michele parliamoci chiaro noi lavoriamo tutti per lo stesso fine che sarebbero i figli”, dice Paolo David a Michelangelo La Malfa.

 

LA MATASSA DELLA DISINFORMAZIONE

Paolo David non è accusato di mafia, neppure di concorso esterno. Eppure, la sua foto, scattata all’alba da fotografi insonni che si trovavano per caso nei paraggi, mentre esce dalla Questura, con a fianco due agenti, per essere accompagnato al carcere di Gazzi ha fatto il giro dell’Italia. E’ apparsa su tutti i giornali italiani. E’ stata mandata per due giorni in onda sui TG.

E’ lui per la stampa locale e nazionale l’emblema degli intrecci tra politica e mafia a Messina. Tuttavia, il consigliere comunale non è accusato di Mafia. E’ accusato di un reato comunque grave, certo. Lo stesso reato di cui è accusato il governatore della regione Basilicata, ad esempio.

Un reato che non commette nessuno in terra di Sicilia: infatti, tutte le assunzioni sono fatte per concorso pubblico, specie nelle cooperative sociali, e tutti coloro che fanno campagna elettorale a favore di questo o quel politico lo fanno per ideali e non perché si aspettano in cambio qualcosa (uffici stampa o incarichi di sottogoverno, compresi)

La corruzione elettorale è un reato grave perchè attenta alla democrazia e, soprattutto, alla dignità delle persone, che se la vendono per pochi spiccioli.

Ma mafia non è.

 

I MOSTRI DELLA MAFIA.

E allora perché metterci Paolo David tra 35 presunti mafiosi? Perché la notizia degli arresti è stata data (con chiara violazione del segreto istruttorio da parte di qualche inquirente) dalla giornalista della testata nazionale “La Repubblica” (che ha fatto il suo lavoro) prima che ne venissero a conoscenza gli arrestati?

Se l’operazione di polizia avesse portato in carcere presunti esponenti dei clan di Camaro, non ne avrebbe scritto e parlato neppure la televisione locale, con tutto il rispetto per gli inquirenti e gli arrestati, molti dei quali erano già in carcere. A parte Carmelo Ventura, gli arrestati sono personaggi di nessun livello.

Invece, è stato sufficiente mettere Paolo David accanto a esponenti della mafia con cui nulla aveva a che fare, sottolineando che era uomo di Francantonio Genovese, per creare la notizia e per far diventare protagonisti della notizia stessa, a reti unificate, magistrati, inquirenti e i giornalisti che si sono fatti latori di una notizia falsa.

E’ bastata una conferenza stampa presieduta dal Questore della città, Giuseppe Cucchiara, e dal capo del Procura, Guido Lo Forte, per amplificare la notizia fondata sul falso.

Si sono scatenati pure i politici antimafiosi, che senza conoscere le carte e sulla base di una notizia falsa, si sono avventurati in giudizi su cose di cui nulla sapevano.

La mafia, infatti, fa audience.

La mafia negli anni novanta faceva audience se in carcere finivano i boss. Adesso fa audience solo se accanto ai mafiosi viene inserito, non importa se giustamente o ingiustamente, un qualche esponente dello Stato o delle Istituzioni.

La mafia dentro lo Stato eccita i cittadini e li rassicura. Permette di vendere copie di giornaliE fornisce alibi. In fondo, se il sindaco Renato Accorinti e la sua amministrazione non sono capaci di risolvere i problemi dei cittadini la colpa è della mafia, la cui puzza ha subito sentito il neo assessore Luca Eller Vainicher, arrivato dal nord a Messina per sistemare i conti della città e non per risolvere i problemi dei depuratori puzzolenti o dell’immondizia putrescente per le strade.

La mafia fa audience e crea “mostri”.

La mafia genera o facilita carriere nella magistratura, nelle forze dell’ordine, nella politica e nel giornalismo: quel giornalismo che non certo per caso, va acriticamente a braccetto con alcuni magistrati antimafia, magari poco impegnati visto che hanno tempo per scrivere libri e per stare ore in televisione.

Alla fine dopo anni, molti anni, si scopre che era tutto un bluff, ma la gente continua a credere che la verità è la falsità spacciata per verità tanti anni prima.

 

I PRECEDENTI

L’operazione Matassa e la relativa conferenza stampa ricorda, solo per fare un esempio, molto la conferenza stampa che annunciò all’Italia intera che era stato arrestato un emissario della ndrangheta che truccava gli esami di Medicina all’Università di Messina. Agli investigatori arrivarono i complimenti dell’allora ministro degli Interni e la notizia fece il giro dell’Italia. Ci voleva poco per capire che Montagnese fosse solo un millantatore.  E infatti il processo dimostrò, due anni dopo, che la ‘ndrangheta non c’entrava nulla e che Montagnese non sapeva neppure come si svolgesse un test di ammissione a Medicina.

 

La conferenza stampa Matassa, ricorda, per fare un altro esempio, la conferenza stampa in cui venne raccontato degli arresti di un gruppo di persone che avevano in corso una sorta di compravendita di un bambino rumeno. Le persone furono arrestate attraverso la contestazione di un reato che pacificamente non poteva essere contestato, come stabilirono successivamente prima il Tribunale della Libertà e poi la Corte di Cassazione.Intanto, però, per 30 giorni gli arrestati erano rimasti illegalmente in galera.

 

IL COMMENTO. Le magie del sindaco Accorinti: prima fa uscire l’acqua dai rubinetti dei messinesi, poi vola a Torino e mena vanto spacciando la fantasia per realtà

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L'annuncio di Renato Accorinti

L’annuncio di Renato Accorinti

Al di là delle manipolazioni dialettiche del sindaco Renato Accorinti, che si è trincerato dietro il dissesto idrogeologico evocando da vero attore i morti di Giampilieri, le gravi responsabilità da parte dei vertici dell’Amam, degli amministratori pubblici e di tutta la classe politica(nte) locale sono già emerse.

Se Messina è senz’acqua da 7 giorni non è per colpa di una calamità naturale tradotta nella frana che per l’ennesima volta ha danneggiato l’acquedotto da cui dipende la città. 

Ma pur facendo finta, per un attimo, che il primo cittadino non abbia nessuna responsabilità sulla crisi idrica e sulla gestione della stessa, comunque meriterebbe di essere cacciato da Palazzo Zanca solo per quanto è accaduto nella giornata di oggi.

Renato Acconti, infatti, è riuscito a mostrare quanto sia sempre più scollegato dalla realtà e sempre più preda del delirio narcisistico che sin dal suo insediamento si era manifestato.

Di prima mattina, infatti, insensibile agli effetti che avrebbe determinato sulla gente avvilita e arrabbiata, si è trasformato in un mago e ha annunciato che in tarda mattina l’acqua sarebbe arrivata nella case.

Naturalmente si è trattato di una menzogna o di una stupidaggine, a seconda che si consideri  il professore di educazione fisica una persona normodotata o non lo si consideri tale.

Il sindaco è stato smentito qualche ora dopo dai vertici della Municipalizzata dell’acqua che hanno posticipato di 24 ore l’illusoria previsione del sindaco. E poi dai fatti: a sera neppure una goccia d’acqua è ancora uscita dai rubinetti.

Ma Accorinti della cantonata presa (che fa il paio con quella di qualche giorno fa, quando aveva annunciato che la crisi era stata risolta), non si è curato affatto.

Incurante del principio sportivo secondo cui il capitano nei momenti di difficoltà deve caricarsi la squadra sulle spalle, senza alcun rispetto per i cittadini per strada con i bidoni i mano se non vittime di sciacalli, si è messo in volo per Torino dove l’attendeva la nutrita platea dei colleghi sindaci dell’Anci.

Al loro cospetto si è superato: senza un minimo di pudore – come riporta un comunicato stampa ufficiale dell’Anci – si è pure vantato della magia: “Dovevo venire ieri ma non mi sono mosso fino a quando non ho ho visto riuscire l’acqua dai rubinetti delle case di Messina“.

Le dichiarazioni di Accorinti a Torino

Le dichiarazioni di Accorinti a Torino

 

L’incompetenza di Renato Accorinti era notoria e nota a tutti coloro che si fermavano dieci minuti a parlare con lui: tutto slogan e, nel merito dei problemi, il vuoto pneumatico.

Tutti, però, riconoscevano la sua onestà intellettuale e la sua passione per la gente e la città.

Ciò che è accaduto oggi mostra che il potere lo ha corrotto e la libido esibizionistica ha invaso la sua coscienza, annientandola.

Ha smarrito così pure l’amore e il rispetto per la sua gente.

 

IL CORSIVO. Tassa sui rifiuti, se la campagna di boicottaggio del trio Sturniolo, Lo Presti e Notarianni è fondata sul nulla

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I consiglieri Lo Presti e Sturniolo

I consiglieri Lo Presti e Sturniolo

In una città in cui a centinaia lasciano l’auto sui marciapiedi o agli angoli degli incroci per non pagare pochi centesimi all’ora di parcheggio, prospettare ai cittadini che ci si può esimere dal mettere mano al portafoglio e pagare solo il 20% della tassa per il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti è come invitare le volpi ad entrare in un pollaio. Specie se si sostiene, con  tanto di legale al fianco, che “è la legge a consentirlo”, benché la legge, la stessa legge citata dai pifferai di vane illusioni, stabilisca cose ben diverse.

Propagandata da conferenze stampa (sempre più esempio del giornalismo al servizio di chi parla e racconta stupidaggini e non del lettore) l’allettante opportunità di risparmio se lo sono inventati due consiglieri comunali di quelli tosti, Nina Lo Presti e Gino Sturniolo. La campagna di boicottaggio della tassa sui rifiuti si è tradotta in un modulo che sta facendo il giro della città proprio alla vigilia della scadenza della prima rata. Il risultato, se la campagna avrà seguito, è facile da prevedere persino per un giornalista: uffici comunali sommersi dai moduli e in tilt, ritardi negli incassi del Comune (con il conseguente rischio nel futuro di vere interruzione del servizio) e cittadini esposti a sanzioni e interessi moratori.

Di tutto questo, però, i due consiglieri (e l’avvocato che offre loro supporto giuridico) non si curano, totalmente assorbiti dalla loro missione. Eletti nelle lista del sindaco Renato Accorinti, del quale avevano una conoscenza personale lunga decenni, qualche giorno dopo l’elezione Lo Presti e Sturniolo sono passati all’opposizione: su tutto e per tutto. Accorinti – stando a loro – non ne azzecca neppure una, neppure per sbaglio. I due, reduci da due anni di (stucchevoli) interviste e da un (inutile) tour per la città in cui hanno spacciato i debiti potenziali (e sicuramente inesistenti) del Comune per debiti certi, attaccando così certi imprenditori e certi professionisti (e dimenticando le vere cause del dissesto del Comune), hanno deciso di alzare il tiro.  E pur essendo uomini delle Istituzioni, retribuiti dal Comune, hanno indossato i panni  che si addicono a esponenti delle associazioni dei consumatori. A loro fianco Aurora Notarianni, un’avvocata di grido con la passione (oltre ovviamente che per il diritto) anche per le conferenza stampa, le trasmissioni televisive  e per la politica. In lizza per anni a ricoprire il ruolo di difensore civico di Messina, l’avvocata del Wwf alla vigilia dell’ultima campagna elettorale frequentò lungamente la villa di Tusa del mecenate Presti, quartier generale del Governatore Rosario Crocetta. Fu così data dalla stampa più accreditata come possibile candidata a sindaco; svanita questa possibilità, autorevoli fonti la indicarono come assessore in pectore dei candidati a sindaco risultati poi perdenti: prima di Felice Calabrò (del centro sinistra) e poi di Vincenzo Garofalo del centro destra;  infine dopo le elezioni, fu indicata come possibile assessore della Giunta Accorinti.

Confortati dalla sua sapienza giuridica, i due consiglieri comunali si sono avveduti che – come si legge nello stesso modulo da inviare all’Ufficio Tributi del Comune per chiedere di non pagare –  “il servizio di gestione dei rifiuti in città non viene svolto o viene svolto in grave violazione della legge come è documentato da segnalazioni dell’Asp 5 agli uffici competenti”. Dunque – sempre a seguire il ragionamento dei tre –  “il tributo è dovuto nella misura massima del 20%” come stabilisce l’articolo 1 comma 656 della legge 147 del 2013”. Peccato, però, che la legge non dice quanto sostenuto dai due consiglieri e dall’avvocata. La norma, infatti, non richiede come presupposto le segnalazioni dell’Asp; richiede (e non potrebbe essere altrimenti già solo per logica) che l’Azienda sanitaria abbia “riconosciuto e dichiarato  una  situazione  di danno o pericolo di danno alle persone o all’ambiente”, come conseguenza della gestione irregolare del servizio dei rifiuti.

Ora questa certificazione non esiste. Mai il direttore generale dell’Asp 5 ha riconosciuto una situazione di danno o pericolo di danno alle persone o all’ambiente.

Agli atti degli uffici dell’Asp 5 di Messina esiste solo una relazione datata 6 luglio del 2015 e inviata al prefetto e al sindaco in cui si segnalavano situazioni di criticità e la necessità di porre subito rimedio.

Segnalazioni dello stesso tenore e natura sono state allegate al ricorso che l’Unione nazionale consumatori (non certo due consiglieri retribuiti dal Comune), ha proposto dinanzi al Tribunale amministrativo per boicottare la Tari della dirimpettaia Reggio Calabria e far pagare ai cittadini solo il 20%.

Il Tar il 24 settembre del 2014 ha rigettato e, sul punto, ha in maniera chiara motivato: “nel caso di specie non è stata rilasciata una certificazione ufficiale – promanante dall’autorità competente che se ne assume le relative responsabilità – che attesti la sussistenza della situazione di grave danno o pericolo di danno. Non hanno un rilievo equipollente e non possono rilevare, a tale effetto, né l’attestazione del Ministero dell’Interno, né le due ordinanze versate in atti da parte ricorrente, che danno conto solo di misure di organizzazione straordinaria del servizio di smaltimento, ma che non dichiarano alcunché in ordine alle condizioni di pericolo per la salute dei cittadini, come conformata dalla norma”.

Renato Accorinti doveva cambiare Messina dal basso. Una volta eletto, il basso se l’è dimenticato. Messina non l’ha cambiata sinora neppure dall’alto dell’ufficio di Palazzo Zanca in cui si è (rin) chiuso dimenticando bicicletta e zainetto da proletario per riapparire solo quando c’è da farsi inquadrare dalle telecamere. Ma il suo più grosso demerito non è questo. Il sindaco in t-shirt e sandali ha una colpa ancora più grande: ha generato e nutrito una serie di personaggi che dapprima lo attorniavano festanti in cerca di incarichi e poi sono diventati i suoi più grossi nemici. E pur di colpirlo non si curano di assestare il colpo finale alla credibilità e autorevolezza di Palazzo Zanca, già erose da anni di non governo.

 

Il funerale del padre occasione di infondato vittimismo: la strategia difensiva di Francantonio Genovese sempre meno giuridica e sempre più mediatica. L’invenzione dei “ferri ai polsi”

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Francantonio Genovese e Nino Favazzo

Francantonio Genovese e Nino Favazzo

Secondo una legge dello Stato italiano risalente al 1992, “l’uso delle manette ai polsi è vietato salvo che non lo richiedano la pericolosità del soggetto o il pericolo di fuga o circostanze di ambiente che rendono difficile la traduzione”.

Eppure, secondo quanto riferito dalla testata messinaoggi.it diretta da Davide Gambale(giornalista al tempo stesso addetto stampa di Confcommercio Messina), l’ex leader del Pd siciliano Francantonio Genovese, da 8 mesi in custodia cautelare in carcere, ha rinunciato a presenziare ai funerali del padre, Luigi Genovese, per evitare di mostrarsi con i ferri ai polsi, che gli erano stati posti come condizione dall’autorità giudiziaria.

La notizia, veicolata sempre attraverso la stessa penna di Gambale anche dalla nota testata regionale LiveSicilia, è stata ripresa (al solito senza alcun controllo) da altri giornalisti che si sono prodigati in sperticati commenti colmi di indignazione. Non solo per le manette ma anche per il fatto che l’onorevole Genovese, è in carcere da mesi pur essendo solo in attesa di giudizio, condizione questa che condivide con altre 24mila persone. 

Naturalmente la notizia era falsa. Di più, la notizia era totalmente inventata, nel senso che neppure esisteva.

Francantonio Genovese non ha mai fatto istanza per partecipare ai funerali del padre. Se l’avesse fatta nessuno gli avrebbe imposto le manette: ma non perché i giudici di Messina siano particolarmente illuminati e garantisti, ma solo perché lo vieta la legge e, infatti, decine di detenuti, alcuni accusati di reati gravissimi, partecipano ai funerali di familiari e mai se n’è visto qualcuno con le manette.

E’ lo stesso legale di Genovese, Nino Favazzo, a rivelare che la notizia neppure c’è: “Non ho inoltrato alcuna istanza – afferma il legale – perché, conoscendo l’ordinamento penitenziario, so bene che non poteva essere concesso al detenuto di recarsi ‘libero e senza scorta’ a porgere l’ultimo saluto al padre deceduto. Non potevo infliggere al mio assistito, che non avrebbe accettato, anche questa ulteriore umiliazione”.

L’avvocato Favazzo di manette non parla. Parla di rinuncia per evitare l’umiliazione di una scorta. Parla cioè del nulla, posto che sa benissimo che ancora la legge italiana non prevede la possibilità di concedere ad un detenuto, per quanto facoltoso, il privilegio di potersene andare a zonzo per le chiese della città.

Ma allora la “non notizia” della prescrizione delle manette, vietata dalla legge, a Gambale, che per indicare la fonte usa l’espressione “dicono dal carcere di Gazzi”, chi l’ha data? Se l’è inventata, o gli è stata suggerita nell’ottica di una strategia difensiva vittimistica (vedi articolo precedente) da tempo in corso nonostante gli scarsissimi risultati?

Il legale di Genovese, Favazzo, non si è risparmiato ed è andato oltre, “tradendo” la strategia: “Sono altrettanto convinto che una carcerazione preventiva palesemente ingiusta, perché protratta oltre ogni ragionevole limite, ha impedito a Francantonio di poter abbracciare per l’ultima volta il padre e gli impedirà di condividere il proprio dolore con i suoi cari, con la riservatezza che il caso richiede! Può esistere pena più grande?”.

La Procura e il Dipartimento amministrazione penitenziaria hanno impiegato qualche secondo a smentire: “Ferma restando la competenza del Tribunale a decidere sulla eventuale partecipazione, si rileva come in virtù del preciso divieto di legge risulti fantasiosa e priva di ogni fondamento l’ipotesi di una possibile partecipazione al rito con mezzi di coercizione fisica, mezzi che peraltro non sono mai stati utilizzati nei confronti della persona in oggetto in occasione dei due precedenti arresti”.

IL CORSIVO: La consigliera Sindoni grida al complotto e si vanta di scoprire e denunciare il malaffare, ma sulla sua ineleggibilità scambia lucciole per lanterne. E il suo legale Antonio Catalioto le dà una mano

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Donatella Sindoni e Santi Zuccarello

Donatella Sindoni e Santi Zuccarello

L’ineleggibilità di Donatella Sindoni? E’ frutto di un complotto teso a zittire una consigliera comunale che dà troppo fastidio. Di più, è opera dei suoi avversari politici all’interno del Pd (e del primo dei non eletti Giovanni Cocivera ridestatosi  a distanza di due anni dalle elezioni), che per toglierla di mezzo usano “comportamenti discutibili”. A sostenerlo è la stessa biologa prestata alla politica, in una nota inviata a tutta la stampa dal collega Santi Zuccarello.

I comportamenti “discutibili” – pare di capire – coinvolgono come attore il giornalista autore del servizio “ad orologeria” – per usare le parole della consigliera del gruppo Missione Messina – con cui è stato sollevato il tema della sua ineleggibilità (vedi articolo), inducendo Cocivera a chiedere al presidente del Consiglio comunale di verificare se quanto raccontato nell’articolo sia vero.

Volendo semplificare, secondo la consigliera il giornalista è stato imbeccato e ha scritto per fare una cortesia a suoi avversari: come se per chiedere la decadenza ci fosse bisogno di un articolo di giornale.

Simile insinuazione, perché di questo di tratta, aggravata dall’essere espressa in maniera indiretta e subdola, è smentita dalla logica e non meriterebbe neppure un rigo di commento, tanto è penosa.

Ma poiché più che il giornalista chiama in causa l’intera professione giornalistica (o quel che ne rimane) qualche rigo è bene sprecarlo. Almeno per rassicurare e i lettori.

Donatella Sindoni e i signori che la (mal) consigliano possono stare tranquilli.

L’autore del servizio indigesto non conosce le dinamiche interne al Pd; non è informato dei giochetti  di corrente; non frequenta nessun esponente politico (di nessuna formazione); non ha nemmeno i loro numeri di cellulare. Non l’ha mai avuto neppure del signore che sul Pd ha regnato incontrastato per un decennio, nella cui segreteria non ha mai fatto anticamera. Non sapeva neppure chi si sarebbe avvantaggiato dell’ eventuale decadenza della Sindoni. Non ha mai avuto rapporti di nessun tipo, né diretti né indiretti, con Giovanni Cocivera, che per puro caso ha incrociato per qualche secondo a Palazzo Zanca, l’ultima volta non meno di 4 anni fa.

Si può capire che tutto questo, visti gli esempi mirabili di giornalismo che ogni giorno toccano con mano, per la consigliera comunale e per i suoi accoliti, sia molto difficile da credere. Ma, purtroppo per loro, è la pura e semplice verità.

Il giornalista aveva avuto l’intuizione dell’ineleggibilità al momento delle amministrative ma non fu lui ad occuparsene per il giornale per cui scriveva e quindi non approfondì la vicenda; gli tornò in mente occupandosi del contenzioso tra la Regione e i laboratori di analisi; controllò l’intuizione almeno 8 mesi fa e, libero da mesi da impegni di lavoratore dipendente, l’ha scritta sul suo blog 10 dieci giorni fa, giusto perché è riuscito a concentrarsi per due giornate di fila. Con un unico obiettivo, il solo che ha sempre avuto: informare i pochissimi che lo leggono.

Donatella Sindoni grida ai complotti e perde tempo in vacue elucubrazioni, pensando così di eludere la sostanza del tema che rimane sul tappetto.

Era o non era ineleggibile?

La biologa si dice serena perché il suo legale le ha detto che “era perfettamente eleggibile”.

Chi è il suo legale? Lei non lo vuole dire, ma scoprirlo è un gioco da ragazzi: Antonio Catalioto, l’avvocato che sollevò con successo l’illegittimità costituzionale del cumulo di incarichi di sindaco e deputato regionale di Giuseppe Buzzanca. 

Più precisamente, la Sindoni scrive che la norma ostativa alla sua elezione è stata dichiarata incostituzionale, quindi non esiste nell’ordinamento giuridico.

Se è così, dunque, il giornalista ha preso una cantonata e il problema è risolto. Di cosa si deve ancora discutere?

Fatta da chi si vanta di andare spesso in Procura (in compagnia del collega Zuccarello) a denunciare il malaffare, questa affermazione preoccupa. E non poco.

Leggere e comprendere una norma e, soprattutto, verificare se la Corte costituzionale l’abbia annullata per un esponente politico normodotato e abituato come la Sindoni a studiare atti amministrativi con tale perizia da trovarvi il marcio, non dovrebbe essere così difficile.

Eppure, la Sindoni non è riuscita nell’impresa di fare questa cosa semplicissima (a dispetto della straordinaria attività ispettiva quotidiana). E non ci sono riusciti neppure i giornalisti (o meglio, addetti stampa) che hanno portato-voce a simile sciocchezza senza controllarne la fondatezza, come pure richiede (rebbe) la legge professionale.

La norma della legge regionale 31 del 1986 (articolo 9), che stabilisce “l’ineleggibilità del rappresentate legale della struttura (non della responsabile, come scrive la Sindoni) convenzionata con l’Asp” è assolutamente vigente come un qualunque studente delle scuole medie può verificare (vedi norma).

Non c’è stata nessuna sentenza della Corte costituzionale che l’abbia annullata.

Antonio Catalioto, invece, da quanto riferisce lo stesso avvocato telefonicamente, ha tranquillizzato la Sindoni con argomentazioni diverse. Ad essere annullata nel 2009 dalla Corte Costituzionale è stata la norma nazionale, recepita integralmente da quella regionale; dunque, quest’ultima, egualmente in contrasto con la Carta costituzionale, a cascata – secondo il legale – finirebbe per essere caducata. Non solo: la norma, emanata negli anni 80′, quando i Consigli comunali nominavano i componenti del comitato di gestione delle Ausl, avendo come ratio evitare i conflitti di interesse in capo ai consiglieri/titolari di strutture sanitarie convenzionati con le stesse aziende sanitarie,  non ha più ragione d’essere da quando quest’ultime hanno cambiato forma giuridica e nulla hanno a che fare con i Comuni.

Tuttavia, se la tesi tranquillizzante è questa, la Sindoni ha molto da agitarsi.

La norma nazionale (articolo 60,co 1,n°9 Testo unico Enti locali ) che disciplina l’ineleggibilità dei consiglieri comunali nel resto d’Italia, infatti, è perfettamente vigente.

Una pronuncia della Corte costituzionale, in effetti, nel 2009 c’è stata. La sentenza numero 27 , però, ha soltanto dichiarato la norma nazionale (articolo 60, appunto) incostituzionale nella parte in cui era prevista l’ineleggibilità anche “del direttore sanitario delle strutture sanitarie convenzionate con l’Asp”. Causa di ineleggibilità questa, che la norma regionale mai ha previsto.

Ma c’è di più. Secondo l’ultima giurisprudenza della Cassazione la ratio della norma non è quella declinata dal legale Catalioto. Come scrivono gli ermellini nella sentenza 13878 del 2001, che ha ritenuto legittima la decadenza del primo degli eletti al Consiglio del comune di Guidonia Montecelio titolare di 4 laboratori di analisi convenzionati, la ratio è ” la captatio voti da parte del titolare di strutture private, che la condizione di ineleggibilità in esame tende ad evitare”. Scrivono ancora i giudici, rendendo ancora più fragile la tesi del legale della Sindoni: “(….) è stato del resto già sottolineato come l’ineleggibilità dei rappresentanti delle strutture private convenzionate trovi precipua ragione nel fatto in sè della operatività territoriale della concessione, in correlazione alla operatività “locale” della struttura sanitaria (che è rimasta, a sua volta, immutata anche nel quadro della nuova organizzazione delle U.S.L., che le ha convertite in aziende che agiscono come entità strumentali della Regione (…)”.

Donatella Sindoni era azionista di maggioranza (95% delle quote), legale rappresentante e direttore del laboratorio di analisi “Studio diagnostico Sindoni di Donatella Sindoni Snc” convenzionato con l’Asp 5. E non solo nel 2013, al momento dell’ultima tornata elettorale, ma anche tra il 2005 e il 2008, quando occupò la poltrona a palazzo Zanca benché fosse egualmente ineleggibile.

Forse la Sindoni ha fatto confusione, forse ha fatto confusione il suo legale. Quello che è certo è che i cittadini, da coloro che hanno eletto e retribuiscono, più che denunce in Procura, conferenze e comunicati stampa veicolati acriticamente da (pseudo) giornalisti più o meno amici e videoreportage populistici, si aspettano fatti concreti e comportamenti coerenti.   

IL CORSIVO: Barrile e Ferlisi due facce della stessa medaglia nella città ostaggio delle auto. Dove i vigili parcheggiano negli stalli per disabili

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“Perché alla mia auto la multa si e alle altre parcheggiate sul marciapiedi no?”.

Il presidente del Consiglio comunale di Messina, Emilia Barrile, quando ha visto che i vigili urbani le avevano fatto la multa ha preso il telefono e ha chiamato la centrale operativa. Riteneva che la sanzione le fosse stata fatta ad arte perché nei giorni precedenti aveva osato rimproverare il comandante Calogero Ferlisi dell’assenza totale di vigilanza alle sedute del Consiglio comunale, caratterizzate dalla presenza di cittadini infuriati.

Non è stata ritorsione, c’era stata infatti la denuncia di un cittadino che aveva trovato gli stalli per disabili occupati impropriamente. Ma Emila Barrile con la sua telefonata ha dato l’occasione perché la ritorsione scattasse. E’ bastato rivelare ai giornalisti la notizia della telefonata (la conosceva lei e i pubblici ufficiali tenuti al segreto d’ufficio), condita da particolari che si sono rivelati falsi, perché il presidente del Consiglio comunale finisse nella bufera, con i colleghi consiglieri pronti a chiedere le sue dimissioni.

L’audio delle telefonate ha però molto ridimensionato la vicenda. Emilia Barrile, precisando più volte che la multa che le era stata comminata era giusta, non ha inveito, né tantomeno oltraggiato nessuno. Certo ha fatto valere il suo peso di presidente del Consiglio comunale, voleva il nome del vigile autore dell’intervento e ha poi con protervia evocato la Digos . Ma ha ammesso che la multa era giusta: con nonchalance.

Il problema è proprio questo.

Emilia Barrile rappresenta l’automobilista messinese medio. Che ignora i parcheggi pubblici costati milioni di euro (come quello di Villa dante) e per non pagare 50 centesimi parcheggia in doppia fila o, sempre per sfuggire al Gratta e sosta, lascia l’auto agli angoli della Ztl lì dove gli ausiliari del traffico nulla possono.

Rappresenta tutti coloro che sono certi che i vigili non passeranno mai.

La Barrile, infatti, pensava alla ritorsione perché non poteva credere le fosse stata fatta una multa a seguito di normali controlli della polizia municipale. Perché questi controlli non esistono. Se esistessero, non si spiegherebbe come mai tutti i giorni, a tutte le ore, su viale San Martino, su corso Cavour, su via Tommaso Cannizzaro, su via Cesare Battisti, per non parlare di via La Farina (solo per fare degli esempi), ci sono automobili parcheggiate dappertutto. Pure sugli stalli per disabili: riservati, per la verità, dalla legge non ai familiari del disabile ma al (vero) disabile).

Ciascuno parcheggia dove capita con la certezza di farla franca.

Un dato allarmante per Calogero Ferlisi, come quello della violazione del segreto dell’ufficio, da lui diretto, di cui è stata vittima Emilia Barrile.  

Il comandante (da 15 anni) dei vigili urbani ha accolto festante Renato Accorinti a Palazzo Zanca il giorno dell’elezione a giugno 2013. Ma di cambiamenti per le strade se ne sono visti davvero pochi. E i primi a dare il cattivo esempio sono (talvolta) proprio coloro che dovrebbero fare controlli e multe. Come chi ha occupato uno stallo per disabile a due passi dal Tribunale lasciando in evidenza sul cruscotto il distintivo di “Comune di Messina- Vigili Urbani”, come mostra il video.