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L’OPINIONE. Cateno De Luca e la fissa del tram: il sindaco aderisce all’idea di città “autocentrica” voluta dai commercianti e rimane fermo nella decisione di eliminare uno dei pochi servizi che funziona

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tram

 

La domanda, come diceva Antonio Lubrano, storico conduttore di Diogene “sorge spontanea”.

Il sindaco di Messina Cateno De Luca quante volte ha preso il tram? Quante volte lo hanno usato i suoi familiari? Quante volte l’hanno usato gli assessori della sua Giunta o i rispettivi congiunti?

Non si va lontano dalla verità se si risponde: “Mai. Neppure una volta”.

Eppure, De Luca con la sicumera di uno che invece conosce perfettamente la materia ha sentenziato che il tram non serve a nessuno: è inutile. Ed è anche troppo costoso. Anzi, persino disutile per i commercianti, gli stessi magari – unico caso al mondo – che non vogliono le isole pedonali. E ha deciso che va eliminato.

Eliminare il tram era una fissazione di De Luca prima ancora vincere le elezioni.

Dopo averle vinte è passato subito all’azione: Messina ha tanti problemi ma il nuovo sindaco ha iniziato con lo smantellare l’unico servizio che davvero funziona, l’unico servizio che è davvero migliorato nei 5 anni dell’amministrazione guidata da Renato Accorinti.

Se De Luca avesse avuto il tempo e la voglia di farsi un’idea personale sul tram, magari usandolo per qualche mese o semplicemente ascoltando coloro che il tram lo adoperano quotidianamente, avrebbe osservato che il tram è l’unico mezzo di trasporto pubblico affidabile della città, una corsa ogni 15 minuti: puntuale; è l’unico vettore pubblico e privato che garantisce certezza sui tempi: l’utente sa a che ora lo può prendere e sa a che ora arriva a destinazione.

Il tram, che collega la città da nord a sud per 10 km, è a Messina l’unico mezzo di locomozione che non inquina, a parte la bicicletta.

L’unico mezzo che dà certezza di non rimanere imbottigliati nel traffico alle centinaia di studenti anche universitari, molti fuori sede, che vanno al Policlinico ogni mattina o alla cittadella universitaria; ai giovani che dalla zona sud arrivano a frotte al centro nel pomeriggio o nel fine settimana; agli anziani che escono di casa per fare la spesa o andare a trovare i familiari.

Certo, dell’utilità del tram nulla sanno coloro, la maggioranza dei cittadini, che invece conoscono un solo modo di muoversi: l’auto, con cui arrivare al centro, sotto il proprio ufficio, davanti al proprio negozio, ingolfando il traffico, ammorbando l’aria e insultando i timpani. E pazienza se non c’è il parcheggio, quello regolare, tanto l’auto a Messina la si può lasciare dappertutto, in seconda e terza fila, con assoluta certezza di impunità.

Al sindaco basterebbe fare una passeggiata su viale San Martino, su via Cesare Batttisti, su Corso Cavour e su via La farina, su via Garibaldi, solo per fare qualche esempio, a qualsiasi ora del giorno per osservare come le auto vengono lasciate tranquillamente dove c’è il cartello di rimozione forzata, concetto quest’ultimo a cui viene dato un senso solo quando passa il giro d’italia, agli angoli dei semafori, sulla pista ciclabile, sui marciapiedi. Il tutto mentre i parcheggi a pagamento costati milioni di euro alle casse pubbliche rimangono vuoti.

E così mentre in tutto il mondo si costruiscono linee elettriche per fronteggiare il traffico e l’inquinamento, si chiude al traffico l’intero centro cittadino per chilometri quadrati, si incentiva l’uso della bici costruendo piste ciclabili, si ordina per giorni ai cittadini di lasciare l’automobile in garage e si penalizzano pesantemente coloro che pensano di andare al cesso in auto, a Messina la linea elettrica del tram, costata 100 miliardi di vecchie lire e anni di lavori, la si abbandona.

In sintesi, De Luca preferisce l’idea auto centrica all’idea antropocentrica, che vorrebbe il benessere dell’uomo in un ambiente salubre quale obiettivo della politica

Al posto del tram, abbandonata l’idea del tram volante, ci saranno (già ci sono) gli shuttle.

Solo che non si tratta delle navicelle con cui gli americani negli anni ottanta andarono più volte nello spazio, ma di banali autobus che percorreranno la città dall’estremo sud all’estremo nord. Riedizione americanizzata – quanto al nome – del vecchio 28 ante tram, è facile prevedere daranno una mano al traffico, all’inquinamento e al caos: insomma esattamente il contrario di quello che in tutto il mondo si tenta di arginare.

In tutto il resto del mondo, invece, il tram, costruito in corsia protetta, verrebbe velocizzato, sarebbe sufficiente far funzionare i famosi (perché previsti dal progetto iniziale) semafori intelligenti, quelli che danno sempre precedenza al tram e se il tram non passa danno sempre precedenza alle auto o ai pedoni.

E soprattutto si obbligherebbe la maggioranza dei cittadini ad usarlo e a pagare il relativo biglietto, facendo divenire quello che inizialmente può sembrare una scomodità una condotta virtuosa di civiltà di cui essere orgogliosi.

Basterebbe, in fondo, chiudere il centro al traffico o più semplicemente applicare il codice della strada con le migliaia di automobilisti indisciplinati.

Questi ultimi così all’atto di salire a bordo dell’auto per giungere al centro cittadino, sicuri di una multa o peggio della rimozione forzata, si dovrebbero porre un problema: mi conviene usarla o forse è meglio usare il tram, almeno a partire dai due opposti capolinea?

Cateno De Luca ha giustificato la decisione di eliminare il tram con argomenti economici. 

Il sindaco sa perché è amministratore navigato che i servizi pubblici non generano mai ricavi che coprono i costi (altrimenti ad esempio bisognerebbe chiudere le scuole) e che i costi economici vanno confrontati non solo con i ricavi ma anche con i benefici sociali.

Senza considerare che gli shuttle, non si muoveranno ad acqua e non saranno guidati dal pilota automatico.

Altro sono gli sprechi.

L’Atm di Messina, l’azienda municipalizzata dei trasporti pubblici, in mano da sempre a sindacalisti e politicanti di bassa lega che l’hanno usata per fare clientelismo, in materia di sprechi ha sempre brillato e De Luca se vi metterà ordine avrà il consenso di tutti i cittadini.

Ma eliminare il tram perché chi lo gestisce scialacqua è come chiudere un reparto di un ospedale che funziona perché i dipendenti hanno stipendi doppi o tripli o sono in numero esorbitante rispetto a quanto previsto dalla legge o dalle buone regole di amministrazione.

E’ quindi chiaro che l’eliminazione del tram ha (anche) un altro obiettivo: riconsegnare lo spazio della sede protetta del tram alle auto, presupposto essenziale -secondo i commercianti del centro città cui De Luca deve pagare la cambiale del sostegno elettorale – per il rilancio dell’economia.

Da qui a qualche mese quindi vedremo i negozi presenti lungo la linea del tram (che non ci sarà più) pullulare di acquirenti, vedremo file di persone in attesa della brioche con granita alle entrate dei bar e ristoranti gremiti all’inverosimile. 

Perché era proprio vero: a Messina i cittadini si tengono lontano dai negozi non perché non hanno abbastanza soldi, non perché i prezzi sono alti, non perché alcuni esercizi commerciali sono gestiti in maniera pessima da gente senza cultura e rispetto dei clienti, non perché il personale pagato in nero una miseria è demotivato. 

No. Era tutta colpa del tram.

 

 

 

Il COMMENTO. L’uscita di scena di Renato Accorinti metafora di un sindaco che ha fallito innanzitutto come uomo

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Scambio reciproco di fascia tricolore tra Renato Accorinti e Cateno De Luca

Scambio reciproco di fascia tricolore tra Renato Accorinti e Cateno De Luca



Nessun sindaco uscente era mai riuscito nell’impresa. Ma Renato Accorinti non poteva lasciare Palazzo Zanca senza superare se stesso. Prendersi del “buffone, buffone” all’insediamento del suo successore, al momento dello scambio della fascia tricolore, è in effetti un record difficilmente imitabile.

Eppure, Cateno De Luca, il nuovo sindaco, con lui era stato affettuoso e generoso. Davanti alle decine di suoi sostenitori entusiasti gli aveva riconosciuto il merito di aver aperto un varco nel sistema di potere messinese, di aver migliorato i conti del Comune e gli aveva lasciato la fascia tricolore di sindaco: “So che ci tieni tanto, come ricordo di anni che hai vissuto intensamente. A me ne hanno regalata una nuova”.

Ma poteva Accorinti uscire di scena con classe ed eleganza, come farebbe una qualunque persona con un po di senso delle istituzioni, o anche un qualunque sportivo sconfitto?

Poteva generosamente lasciare spazio al suo successore con parole semplici: “Complimenti per la vittoria, auguri per il vostro lavoro, spero facciate bene per la comunità, considera che se le vostre azioni non mi convinceranno farò sentire la mia voce di opposizione politica”?

No, Accorinti non si poteva smentire.

Doveva essere protagonista anche se lì dove si trovava il protagonista era altra persona e a lui toccava il ruolo di comprimario.

Ecco allora il solito sermone fatto di slogan, che ripete da 5 anni come un disco rotto. Come se fosse l’insediamento suo e non il suo addio o arrivederci.

E poi, infine, le provocazioni, manifestazione di rabbia di un pacifista nonviolento, con riferimenti al tram volante e alla telefonata scherzo di Papa Francesco.

“Buffone, buffone”, era il minimo che si potesse beccare.

De Luca lo ha comunque protetto, pure dal coro. E non ha risposto alle provocazioni, mantenendosi signorile.

Ma lui, non pago, ha ripreso la parola per completare l’opera.

L’opera di un sindaco, divenuto sindaco per caso, in un momento storico particolare segnato da inchieste giudiziarie, che ha pensato di essere divenuto sindaco per qualità sue al punto da ignorare le persone che per lui si erano battute quando nessuno credeva in lui.

Un uomo che per 5 anni si è specchiato nel lago, o meglio negli specchi della stanza del palazzo municipale in cui si è chiuso, scambiando la politica per se stesso, dimenticandosi degli “ultimi” che tanto aveva declamato e occupandosi a tempo pieno di coltivare rapporti con i potenti, magari tentando di rubare loro la scena se troppo potenti: il “Trump, peace no war”, al G7 di Taormina è solo un esempio..

Quello che è accaduto allo scambio della fascia tricolore è la metafora di Accorinti: un uomo che confonde se stesso con le istituzioni, incapace di accettare i suoi limiti e le sue sconfitte, privo di umiltà e generosità, neppure animato da spirito sportivo benché l’unica competenza che abbia sia quella di professore di educazione fisica.Un uomo che pensa ancora di essere sindaco quando non lo è più e si fa appositamente immortalare a bordo della bicicletta che in 5 anni ha usato pochissime volte con la fascia tricolore stretta nel pugno alzato in segno di vittoria, benché abbia palesemente perso.

Un uomo che non è uscito sconfitto (già prima delle elezioni) perché la sua Giunta ha amministrato peggio delle amministrazioni precedenti (anzi, per certi versi, ha fatto meglio) e neppure per la sua incompetenza su tutto (a parte gli slogan), ma per la sua mancanza assoluta di umiltà, che ha portato pure i suoi sostenitori a non volerlo più.

Basti dire che una buona fetta di “Cambiamo messina dal basso”, alla vigilia della campagna elettorale aveva manifestato la sfiducia e l’opportunità di non ricandidarlo.

Un uomo che se i messinesi votano per lui sono “virtuosi e rivoluzionari”, se non lo votano sono “ignoranti e mafiosi”.

Se il nuovo sindaco De Luca con Accorinti è stato generoso e signorile nonostante l’ultimo spettacolo non si può dire la stessa cosa della sua assessora Dafne Musolino.

L’avvocata si è dimenticata del nuovo ruolo istituzionale, o forse non c’è ancora entrata, e si è prodotta su facebook in uno show fatto di improperi all’indirizzo di Renato Accorinti.

Cateno De Luca le affiderà anche la delega al bon ton?

IL COMMENTO: Se il centro sinistra di Pietro Navarra, Antonio Saitta e Franco De Domenico rinuncia a priori a governare la città: il “no” all’alieno Cateno De Luca meccanismo a difesa di un sistema di potere consolidato

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Da sx, Franco De Domenico, Antonio Saitta, Pietro Navarra

Da sinistra, Franco De Domenico, Antonio Saitta, Pietro Navarra

 

“Né con Cateno De Luca, né con Dino Bramanti”.

L’ultimo comunicato stampa di Pietro Navarra e Franco De Domenico, vertici del Partito democratico messinese, assomiglia alla dichiarazione di quell’uomo che per giustificarsi del fatto che inspiegabilmente non vuole sposarsi con la sua fidanzata, afferma che non si sposerà neppure con altra donna che, però, nessuna intenzione e interesse ha di sposarsi con lui, né lui con lei.

Fa sorridere e appare una decisione politicamente illogica se non incomprensibile.

Navarra, infatti, quando ancora era rettore dell’ateneo di Messina scese nell’agone politico tra le file del centro sinistra ritenendo di dover/poter dare il suo apporto di competenze e di valori al buon governo della città di Messina,

In quest’ottica è stata spiegata la candidatura (vincente) a deputato regionale del direttore generale dell’ateneo De Domenico; la sua stessa candidatura (anch’essa vincente) a deputato nazionale e da ultimo quella (però perdente) a sindaco del suo prorettore Antonio Saitta, che in realtà in politica si cimenta da anni.

“Questi valori, queste competenze”, nonostante la sconfitta alle elezioni amministrative del 10 giugno potevano comunque essere messe a disposizione della città.

Sarebbe bastato un apparentamento con Cateno De Luca, al ballottaggio sì ma senza possibilità di poter contare su un alcun consigliere, basato su dei punti programmatici concordati e Navarra, De Domenico e Saitta (sempre che De Luca fosse risultato vittorioso al secondo turno) avrebbero avuto in mano il Consiglio comunale e il potere di vita o di morte del sindaco Cateno De Luca.

Di più, avrebbero azzerato il centrodestra e, soprattutto, messo fuori gioco forse definitivamente dalla politica della città lo sponsor principale di Dino Bramanti, Francantonio Genovese, l’ex rais del Pd a Messina e Sicilia passato dal centro sinistra al centro destra dopo che la magistratura ha disvelato i meccanismi del sistema di clientele su cui si reggeva il suo consenso e quello del Pd (sulla sua responsabilità penale, da tenere separata da quella politica ed etica, si pronunceranno i giudici d’appello e quelli della Cassazione, dopo la condanna in primo grado a 11 anni)

Politicamente, dal punto di vista della sinistra ovviamente, sarebbe stato un capolavoro: un capolavoro frutto più della buona sorte che di meriti.

Infatti, nel caso di vittoria di De Luca, si sarebbe data alla città la prospettiva  di un governo più stabile e – ammettendo che ciò che disse Navarra sia fondato – più competente; il Pd amministrando bene avrebbe potuto costruire le basi per il suo reale rilancio nella comunità, anche fuori da bacino elettorale universitario.

Invece il triumvirato piddino con De Luca non ha voluto neppure iniziare le trattative.

Certo, non sarebbe stato facile “incastrare” il navigato deputato regionale. Ma almeno ci si poteva presentare agli elettori e dire: “Sul piano programmatico ci sono troppe distanze da De Luca”.

Non aver neppure voluto sedersi a un tavolo, ignorando pure che alcuni di quelli che hanno votato le liste a sostegno di Saitta hanno dato la preferenza come sindaco a De Luca, significa allora che alla base della decisione non ci sono ragioni politiche di alto livello.

Nessuno, infatti, le ha spiegate a quel 25 % di cittadini di centro sinistra che hanno votato le liste di centrosinistra: di questi solo il 18% volevano Saitta come sindaco.

Al massimo, ci può essere la speranza che De Luca se diventasse sindaco sarebbe costretto a dimettersi dopo poco tempo perché privo di consiglieri.

L’esperienza anche quella di Accorinti, rimasto in carica con due consiglieri a favore e 38 contro per 5 anni dimostra che si tratta di un’illusione. E’ facile prevedere che De Luca se eletto sindaco rimarrà in sella per 5 anni.

Insomma, la sinistra a Messina rischia quello che è capitato alla sinistra a livello nazionale dopo le ultime elezioni politiche. Non ha voluto trattare in alcun modo con il Movimento 5 Stelle un programma e ha messo quest’ultimo nelle mani di Salvini.

Il risultato? Una politica di governo lontana dai principi e valori della sinistra, con le imbarcazioni cariche di migranti bloccate per giorni in mezzo al mare.

Per certi versi è politicamente più comprensibile il no all’alleanza con De Luca da parte del Movimento cinque stelle: i pente stellati infatti possono dire che De Luca è il vecchio modo di fare politica in cui loro non si riconoscono benché abbiano candidato a sindaco Gaetano Sciacca che grazie alla vicinanza a uno dei principi del vecchio modo di fare politica, Raffaele Lombardo, ha fatto incetta di incarichi: capo del Genio civile, soggetto attuatore l’alluvione di Giampilieri con relativa gestione di centinaia di milioni di euro; commissario del Consorzio per le autostrade siciliane.

E allora se non ci sono motivazioni di tipo politico, cosa c’è che ha impedito a Navarra, Saitta e De Domenico di sedersi a un tavolo con il deputato regionale?

C’è il fatto che Navarra De Domenico e Saitta, anche per storia personale, fanno parte dello stesso blocco di potere rappresentato da Bramanti, Genovese e Germanà, ora contrappposto a De Luca.

Un blocco di potere, fatto di una decina di grandi famiglie allargate, autoreferenziale, impermeabile a ogni contaminazione che invece di includere lascia sempre più gente ai margini; che invece di lavorare per l’emancipazione dei ceti più poveri favorisce le condizioni di bisogno; che invece di assegnare le case che ci sono e sono lasciate vuote lavora per costruirne nuove.

Un blocco di potere che prende le decisioni lontano dalle sedi delle istituzioni e senza seguire metodi democratici e non si cura di cosa accade nelle periferie, se non una settimana prima delle elezioni per fare ipocrite passerelle.

Un blocco di potere, supportato da una stampa nella migliore delle ipotesi mansueta, i cui protagonisti possono pure entrare in rotta di collisione tra di loro ma che appena qualcuno mette a rischio l’intero sistema, per riflesso condizionato si ricompatta.

Non è un caso che ci siano rapporti forti personali e professionali consolidati da anni tra Navarra e Genovese, tra Saitta e  Bramanti, tra De Domenico Genovese e Bramanti, tra quest’ultimo e Giampiero D’alia, sceso in campo a sostegno di Saitta.

Nessuno di loro nella vita professionale ha mai calpestato i piedi dell’altro, anche nei casi in cui avrebbe dovuto per legge.

Cateno De Luca rappresenta l’alieno, l’uomo di paese non avvezzo ai modi felpati e borghesi dei salotti, l’uomo che Saitta e Navarra non inviterebbero a cena a casa loro, colui che potrebbe mettere a rischio gli equilibri: la scheggia impazzita.

Magari non lo è, ma per la gente rappresenta questo.

Per le persone di Camaro o del Cep rappresenta colui che è era ciò che sono loro ora e che parla la loro stessa lingua; colui che è capace di mettersi al loro livello e di non guardarli dall’alto in basso in modo schifiltoso.

Rappresenta colui che è capace di parlare loro guardandoli negli occhi, usando tono forti, anche aggressivi e violenti; colui che non legge in maniera asettica una lezioncina scritta da altri.

Uno capace di farli sentire importanti anche solo per un attimo.

Per la media borghesia esclusa dal blocco chiuso e impermeabile rappresenta chi può abbatterlo o aprire un varco o soltanto dare una schiaffo morale.

De Luca nell’immaginario collettivo rappresenta ciò che 5 anni fa rappresentava Renato Accoriniti.

Il professore di educazione fisica però ha tradito le attese: degli “ultimi”, di quelli che se lo erano rappresentato come fattore di riscatto, non si è mai ricordato.

Attratto dall’incontenibile voglia di essere protagonista, beato di tessere rappporti con chi deteneva il potere, non è stato mai fattore di squilibrio degli assetti consolidati.

Quante volte in cinque anni è andato a Cep? Mai. 

E’ stato superato finanche da Saitta e Navarra che ci sono andati una volta, due giorni prima delle elezioni, trovando la strada per arrivarci grazie a google maps.

L’OPINIONE. Il sondaggio della discordia: accuse, sospetti e dietrologie, ma nessuno si accorge che quello di Tempostretto è innanzitutto fuorilegge. Il paradosso dell’arbitro che non applica le regole fondamentali ed espelle il candidato Cateno De Luca “entrato a gamba tesa”

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Nei giorni scorsi, un gruppo di sostenitori di Renato Accorinti, pur ritenendo “assolutamente discutibile la scelta editoriale”, si sono affannati a chiedere a tutti i simpatizzanti di partecipare in massa al sondaggio della testata giornalistica on line Tempostretto per far risalire in classifica il sindaco in carica ed evitare che venisse penalizzato alle urne, alle elezioni del prossimo 10 giugno, per l’effetto trascinamento, fenomeno che porta gli indecisi a votare per colui che risulta avanti nei sondaggi.

Il 27 maggio, Cateno De Luca, uno dei sette candidati a sindaco, al termine di un confronto rovente con gli avversari politici organizzato dalla stessa testata, ha accusato la direttrice di Tempostretto, Rosaria Brancato, di non aver pubblicato il risultato finale del sondaggio (ciò che era previsto per il 24 maggio) perché egli stesso sarebbe risultato il primo in classifica.

La direttrice si è giustificata parlando di hackeraggio e accusando nella sostanza il deputato regionale di aver fatto affluire moltissimi voti dalla provincia, cioè dai comuni di Fiumedinisi, Furci, Santa Teresa di Riva, in cui egli gode di maggioranza plebiscitaria, alterando così il risultato del sondaggio (dalla sua stessa testata organizzata). 

Il giurista Marcello Scurria, nel 2005 sostenitore del vittorioso Francantonio Genovese (all’epoca di sinistra, almeno formalmente); nel 2008 di Giuseppe Buzzanca, candidato di destra; nel 2013 vicino a Renato Accorinti , quando il professore di educazione  fisica la spuntò al ballottaggio; e ora – da quel che si capisce – simpatizzante di De Luca, ha sfidato pubblicamente la proprietà di Tempostretto chiedendo che spieghi “come e perché si sia verificato l’attacco di hacker che ha impedito la pubblicazione, essendo comunque ormai entrati negli ultimi quindici giorni dal voto in cui è vietato pubblicare i risultati del sondaggio”.

Nessuno, nessuno dei candidati, nessuno degli esperti di diritto e di politica che ronzano attorno a loro pregustando incarichi di sottogoverno, si è avveduto che il sondaggio della testata on line non è tanto “assolutamente discutibile”, per usare l’espressione degli Accorinti’s boys, ma è innanzitutto fuorilegge.

E’ fuorilegge al pari di un sondaggio fatto e pubblicato negli ultimi 15 giorni precedenti alle elezioni.

Lo stabilisce la stessa norma dell’articolo 8 della medesima legge n° 28 del 2000, quella  che vieta la pubblicazione dei sondaggi nelle ultime 2 settimane prima del voto.

Per la legge, quello di Tempostretto non può essere definito sondaggio e già solo per questo, per l’uso di questa (ingannevole) definizione, al di là del periodo in cui viene pubblicato, si pone in contrasto con legge.

Il “Regolamento in materia di pubblicazione e diffusione dei sondaggi sui mezzi di comunicazione di massa” sul punto (articolo 2, comma 2) è chiarissimo; e lo è proprio per impedire la manipolazione del consenso politico e l’alterazione del risultato della competizione elettorale.

Per questi motivi, il sondaggio per essere presentato come tale ai cittadini/elettori deve rispondere a requisiti dettagliatamente disciplinati dalla normativa ed è soggetto a una serie di procedure e controlli.

Parlare di un sondaggio che è stato truccato “votando da ogni parte d’italia”, come ha accusato la direttrice di Tempostretto, è una contraddizione in termini.

Sarebbe bastata una semplice segnalazione all’Autorità garante della Comunicazione (Agcom) e il sondaggio (o sedicente tale), i cui risultati parziali venivano di giorno in giorno pubblicati, sarebbe stato sanzionato, come è accaduto in passato – basta guardare nella banca dati dell’Agcom – per “manifestazioni di opinioni” spacciate subdolamente per sondaggi da altre testate giornalistiche.

Invece, a Messina, il sondaggio è diventato motivo di discordia, dietrologie, polemiche,  accuse incrociate e sospetti di manipolazione.

E’ come se, per fare una metafora per nulla poetica, gli allenatori di due squadre di calcio avversarie, a fronte di un arbitro che fischia i calci di rigore per falli avvenuti a centrocampo, invece di far rilevare e protestare perché sta clamorosamente violando un principio basilare del regolamento, consigliassero ai propri calciatori di farsi fare fallo in qualunque zona del rettangolo di gioco, salvo poi accusare l’arbitro di non essere super partes perché talvolta il rigore lo accorda e talvolta no.

In questa vicenda è successo qualcosa di ancora più paradossale: è stato lo stesso arbitro, ovvero, per rimanere alla metafora, chi ha organizzato il sondaggio e ne è il responsabile, a contestare ai calciatori di una squadra di aver cercato di truccare il risultato della partita, tentando di indurlo in errore.

E, infatti, l’arbitro, che per primo ha violato le regole fondamentali del gioco, ha espulso De Luca, reo di essere entrato a gamba tesa, infrazione veniale, a ben vedere, in una partita in cui non si era certi neppure di quale fosse l’area di rigore.

Insomma, uno spettacolo deprimente e un responso oggettivamente (questo si) impietoso.

Se ne è accorto, quasi indignato, il candidato del Movimento 5 Stelle Gaetano Sciacca, presente alla lite tra De Luca e Brancato.

L’ex capo del Genio civile, per anni politicamente vicino al Governatore Raffaele Lombardo che tutto si può dire tranne sia stato l’emblema di un modo di fare politica scevra da logiche di potere clientelare, è impegnato ad accreditarsi come uomo della politica nuova, della politica del fare: “Alla gente non frega nulla di queste discussioni”, ha affermato. 

 

Aula di giustizia? Non solo, anche sala rinfresco. Al Tribunale di Messina si susseguono le feste di pensionamento in orario di lavoro. La segnalazione del giudice Massimiliano Micali ai Presidenti del Tribunale e della Corte d’appello

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L’udienza era stata fissata per le ore 11 del 16 aprile del 2018 nell’aula della Corte d’assise. Il processo era quello denominato “Dominio”, che vede alla sbarra i presunti affiliati al clan mafioso capeggiato da Domenico La Valle.

Gli avvocati difensori, gli imputati non detenuti e i loro parenti: tutti all’ora prefissata si stavano avvicinando all’aula.

A palazzo Piacentini erano stati tradotti pure gli imputati detenuti e quelli ai domiciliari.

D’improvviso è arrivato il contrordine, concretato in un avviso apposto alla porta dell’aula: “L’udienza è stata spostata alle ore 14 e 30″.

Il motivo non è stato spiegato.

Ma è bastato aprire la porta per vedere che l’aula era impegnata per un rinfresco.

Una dipendente è andata in pensione e i colleghi sono stati chiamati a condividere il momento con rustici, dolci e bevande.

Alle 14 e 30  i segni della festa erano evidenti: pezzi di pitone e vettovaglie per terra, briciole sui tavoli.

Insomma, i normali resti di una festa, tenuta non in un sala di un ristorante o in un luogo privato ma in un’aula di Giustizia.

Il presidente del Tribunale collegiale Massimiliano Micali non l’ha presa per niente bene.

All’inizio dell’udienza ha fatto mettere a verbale che “l’aula era stata lasciata in condizioni indecorose sotto il profilo igienico, le quali avrebbero imposto al presidente di ordinare il trasferimento del processo in altra aula se non fosse stato che questa è l’unica dove ci sono le gabbie per gli imputati detenuti”.

Micali ha disposto la trasmissione dello stesso verbale al presidente del Tribunale, Antonio Totaro, e della Corte d’appello, Michele Galluccio.

Ma l’iniziativa del giudice è servita a nulla.

Nella mattinata di ieri 8 maggio si è assistito alla replica.

L’ aula dedicata ai festeggiamenti era diversa, la C, quella posta a destra subito dopo l’atrio. L’orario sempre quello d’ufficio, le 13 circa.

Nutrita la presenza di lavoratori, che hanno sospeso per l’occasione la loro attività.

Il tavolo riservato di solito agli avvocati è stato coperto da una tovaglia e sopra sono state sistemate le vivande.

Mentre si festeggiava, nell’aula di fronte, la A, il giudice onorario Maria Grazia Mandanici ha sospeso l’attività processuale per una decina di minuti: “Facciamo una breve pausa”, ha detto..

Gli avvocati e le parti hanno atteso la ripresa e l’assistente del giudice si è spostata a festeggiare nell’aula di fronte.

“Lei non può fare foto. Sta violando la privacy”, arringa una delle dipendenti festaiole che si accorge che qualcuno sta immortalando l’allegria del momento.

Mette la mano sulla fotocamera e chiede: “Lei chi è? Non è autorizzato. Le faccio sequestrare il cellulare dai carabinieri”, afferma.

“Stiamo festeggiando il pensionamento di due colleghe. Che c’è di male?”, aggiunge qualche secondo dopo un’altra collega.

Un carabiniere in servizio a Palazzo Piacentini spiega: “Queste feste di pensionamento sono usuali. Noi sappiamo siano autorizzate”.

 

IL COMMENTO: Inchieste del Cas, il direttore generale Salvatore Pirrone e il funzionario Gaspare Sceusa rischiano di finire in carcere per tre reati inesistenti. Il tintinnio di manette e la frana…. della Procura, arginata solo in parte dal Gip Eugenio Fiorentino. Il ruolo del consulente tecnico e le 22 ipotesi di reato contestate

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Il direttore generale Salvatore Pirrone

Il direttore generale del Consorzio autostrade siciliane Salvatore Pirrone

 

Può un pubblico amministratore che ordina in via d’urgenza dei lavori per fermare una frana fonte di pericolo per le persone essere accusato del reato di Disastro ambientale punito con una pena da 5 a 15 anni e rischiare la misura cautelare del carcere perché i lavori non sono stati eseguiti adeguatamente dalla ditta incaricata e il pericolo della frana – secondo un consulente del pubblico ministero – permane?

A questa domanda un qualunque cittadino dotato di semplice buon senso e di elementare cultura giuridica risponderebbe con un no, accompagnato magari da un tono di indignazione, tanto la risposta è scontata.

Eppure, ciò che per un semplice cittadino sarebbe inimmaginabile, è realmente accaduto.

E’ accaduto al direttore generale del Consorzio autostrade siciliane Salvatore Pirrone e al direttore tecnico dello stesso ente pubblico che ha la gestione delle autostrade siciliane, Gaspare Sceusa.

Il sostituto procuratore della Repubblica Anna Maria Grazia Arena ipotizzando nei loro confronti il reato di Disastro ambientale aveva chiesto la custodia cautelare in carcere.

Per un terzo funzionario del Cas Antonio Spitaleri, il pm aveva domandato il Divieto di dimora in provincia di Messina.

Il giudice per le indagini preliminari, Eugenio Fiorentino, non ha accordato le misure.

Ma non perché ha ritenuto non configurabile questo gravissimo reato (previsto dall’art. 452 quater del cod. pen.), ma perché ha considerato sufficiente a neutralizzare il pericolo di reiterazione del reato la misura della sospensione delle funzioni per 12 mesi.

Il peccato originale della frana

La frana è quella che il 5 ottobre del 2015 interessa l’autostrada Messina Catania, determinando nei pressi di Letojanni la chiusura dell’intero tratto di autostrada in direzione della città etnea. La Procura di Messina apre un’inchiesta.

Il Consorzio interviene il giorno stesso. Vengono affidati i lavori a una ditta di Letojanni, la Musumeci Spa, con procedura di somma urgenza e quindi affidamento diretto. Costo totale 500 mila euro. I lavori iniziano il 27ottobre 2015 e terminano il 26 gennaio del 2016.

Qualche giorno dopo viene aperta l’autostrada sia pure ad una corsia.

Il 26 novembre 2016, un anno dopo, in seguito ad abbondanti precipitazioni dei detriti cadono sull’autostrada: non fanno danni e la corsia viene chiusa solo per poche ore.

Pietro Concetto Costa, ingegnere di Catania, nominato consulente dal sostituto Anna Maria Grazia Arena titolare dell’inchiesta per accertare le cause della frana del 5 ottobre del 2015 e le eventuali responsabilità, ha analizzato pure i lavori che il Cas ha messo in cantiere in via d’urgenza a seguito della frana.

E ha concluso che l’opera realizzata in somma urgenza non è adeguata a proteggere la pubblica incolumità, in specie gli automobilisti.

In base a queste valutazioni e a quanto capitato un anno dopo con il crollo di detriti, il pubblico ministero e Giudice per le indagini preliminari hanno contestato ai funzionari che hanno avuto un ruolo nei lavori il reato di Disastro ambientale.

Se le accuse poggiano su un costone di sabbia

Si può mai sostenere che la costruzione di un’opera di contenimento fatta d’urgenza per evitare proprio il disastro ambientale e per proteggere la pubblica incolumità, sia pure fatta male, possa configurare in capo all’amministratore pubblico il reato che commette chi per esempio scarichi a mare migliaia di tonnellate di sostanze chimiche inquinanti o appunto determina il dissesto idrogeologico?

Certo che no.

Peraltro il consulente della Procura, il sostituto procuratore e il Gip,  a leggere l’ordinanza, valutano l’opera come se fosse l’opera definitiva per risolvere il problema.

E invece non è così.

Seppure la frana da allora non si è mossa più, il Cas ha nel frattempo elaborato un progetto definitivo che per risolvere definitivamente il problema prevede un costo di 12 milioni di euro.

Il diritto è buon senso

Ma non è solo il buon senso e la logica a sconfessare la tesi del sostituto Maria Grazia Arena e del Gip Fiorentino.

Basta leggere la norma del’articolo 452 quater del codice penale. Che hanno letto pure pubblico ministero e Gip, prendendone però – come si capisce scorrendo l’ordinanza di misure cautelari – solo un pezzetto.

La norma stabilisce che è disastro ambientale:  l’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema; oppure  (seconda ipotesi), l’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali; oppure, terzo caso, l’offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto e l’estensione compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone esposte a pericolo.

Il sostituto Arena e il Gip Fiorentino convergono sul terzo caso e in sintesi dicono: siccome le opere non sono state fatte bene e siccome c’è ancora il pericolo per le persone allora i due funzionari hanno commesso il reato di disastro ambientale.

Entrambi i magistrati però si concentrano sull’offesa alla pubblica incolumità, e dimenticano che la norma (il terzo caso) impone che la condotta tacciabile di Disastro ambientale abbia comunque determinato una compromissione o un fatto di alterazione della natura o dell’ecosistema e solo in conseguenza di ciò ci sia un’esposizione a pericolo per le persone.

I lavori di contenimento della frana hanno arrecato una grave compromissione o alterazione dell’ecosistema?

La risposta è elementare.

Senza contare che manca in ogni caso completamente nella condotta il dolo, necessario per contestare questo reato.

Il paradosso del tintinnio di manette

Il consulente della Procura nella sua perizia ha evidenziato che la frana del 5 ottobre 2015 è frutto di una serie di condotte illegittime tenute dai proprietari di alcuni villaggi turistici e di civili abitazioni ubicate a monte della frana e di alcune condotte omissive di taluni funzionari che non si erano attivati per prevenire le frana pur avendone l’obbligo.

In dieci sono stati iscritti sul registro degli indagati per Disastro ambientale, ma per nessuno di loro è stata assunto alcuna misura cautelare, richiesta e disposta per coloro (i tre funzionari del Cas sospesi dal Gip Fiorentino, appunto) che invece hanno cercato di bloccare gli effetti del fenomeno franoso.

Il peculato…. per aver pagato quanto dovuto

 

Per la verità, Pirrone, Sceusa e Spitaleri sono accusati pure di peculato e anche per questo reato il pm aveva chiesto la misura cautelare del carcere.

Ma anche questa imputazione, condivisa dal Gip Fiorentino, avrà di che far divertire gli avvocati e il Tribunale del Riesame, un po meno gli indagati.

La colpa dei tre è di aver liquidato di fatto 40 mila euro ai due progettisti dell’opera utilizzando una sorta di “copertura”.

Nella ricostruzione del sostituto Arena, i due progettisti (un ingegnere e un geologo) li nomina la ditta, che si era impegnata a effettuare solo i lavori, ma doveva nominarli la stazione appaltante Cas.

Poi però li paga il Cas attraverso lo “schermo”  di una perizia di variante in corso d’opera approvata dai vertici del Cas che porta l’importo dei lavori dai 400 mila euro inizialmente previsti a 500 mila.

Ai due professionisti vanno in tutto 40 mila euro.

Ora, il peculato è il reato del pubblico ufficiale che si appropria di un bene o di denaro della pubblica amministrazione di cui ha il possesso e può comportare una pena sino a 10 anni e 6 mesi.

Pur volendo ritenere verosimile la dietrologica ricostruzione del sostituto Arena sulla perizia di variante usata da “copertura”, ricostruzione fondata solo su deduzioni e nessun elemento di prova,  viene subito da porsi una domanda: Pirrone, Sceusa e Spitaleri si appropriano dei 40 mila euro?

Certo che no.

Forse pagano chi non ne ha diritto, al solo scopo, in ipotesi, di appropriarsi poi della somma in virtù di un accordo illecito a monte con gli stessi percettori, di una parte del denaro?

No.

E’ lo stesso Gip Fiorentino ad affermare che “i due professionisti hanno svolto effettivamente il lavoro e hanno diritto ad essere pagati”.

E allora come è possibile che due magistrati abbiano ritenuto che i tre abbiano commesso questo reato?

La risposta è impietosa: la lettura parziale e dunque errata già sotto il profilo della ratio della norma, di una massima di una sentenza del 2017 della Corte di cassazione.

Basta leggere l’ordinanza di misure cautelari firmata da Fiorentino per comprenderlo.

Il sostituto e il Gip per sostenere che la condotta dei tre pubblici funzionari sia peculato e non abuso d”ufficio (reato meno grave, che non consente gli arresti) citano i giudici con l’ermellino: “L’utilizzo di denaro pubblico per finalità diverse da quelle previste integra il reato di abuso d’ufficio qualora l’atto di destinazione avvenga in violazione delle regole contabili sebbene sia funzionale alla realizzazione, oltre che di indebiti interessi privati, anche di interessi pubblici“, scrive la Corte di Cassazione: ciò che potrebbe calzare a pennello alla condotta cosi come ricostruita dalla Procura che si fonda sul fatto che la perizia di variante di 100 mila euro sia stata fatta con lo scopo di far pagare al Cas chi doveva pagare invece la ditta.

La Cassazione continua: “mentre integra il più grave reato di peculato l’atto di disposizione compiuto in difetto di qualsiasi motivazione o documentazione ovvero in presenza di una motivazione di copertura formale per finalità esclusivamente private ed estranee a quelle della pubblica amministrazione“, affermano ancora i magistrati del massimo organo della giurisdizione.

“L’esistenza della “copertura formale” data dalla perizia di variante”, chiosa il Gip Fiorentino in accordo con il sostituto Arena, “propende per la contestazione del reato di peculato”.

Anche in questo caso i due magistrati si concentrano sulla “copertura”, che è una modalità dell’azione, e si coprono gli occhi sulla finalità della condotta richiesta dalla Cassazione perché possa essere contestato il peculato: le finalità esclusivamente private.

Hanno i tre funzionari del Cas un interesse esclusivamente privato nel far pagare i due professionisti (che, si ripete, ne avevano il diritto) attraverso la “copertura” della perizia di variante?

La risposta anche in questo caso è elementare.

E’ lo stesso sostituto procuratore a sostenere che i due professionisti andassero nominati e pagati dal Cas.

Se almeno una volta il Gip boccia il pm

Il sostituto procuratore Anna Maria Grazia Arena nelle sue richieste si era spinta anche oltre.

Aveva infatti chiesto la custodia in carcere per Pirrone e Sceusa e il divieto di dimora per Spitaleri anche per un altro reato: la frode in pubbliche forniture, punito con la reclusione sino a 5 anni.

Secondo la ricostruzione del magistrato, che ha pedissequamente fatto sue le conclusioni cui è giunto il consulente Certo, nel computare il costo dell’opera i pubblici funzionari avevano applicato solo in parte il prezziario dell’ Anas in modo da far lievitare i costi a vantaggio della ditta..

Il Gip Fiorentino su questo punto l’ha bocciata.

Ci ha messo poco il giovane giudice a ravvisare che il sostituto non aveva letto e applicato  correttamente la norma del codice penale. Ha, infatti, evidenziato che la frode nelle pubbliche forniture è reato che si realizza quando la ditta non si attiene nell’esecuzione dei lavori a quanto si è impegnata nel contratto: mentre in questo caso, si verte chiaramente in ipotesi completamente diversa.

 

Un alluvione di… reati

Il lavoro certosino del consulente della Procura ha portato il sostituto procuratore Arena a contestare oltre ai tre gravi reati per cui aveva chiesto la misura cautelare in carcere anche 19 ipotesi dei reato di abuso d’ufficio e falso ideologico: una ipotesi per ogni irregolarità riscontrata nella procedura amministrativa da chi è esperto di ingegneria e non certo di diritto amministrativo.

In media, secondo il pm, questo lavoro svolto con procedura di somma urgenza in 3 mesi e costato 500 mila euro sarebbe stato contrassegnato da un reato ogni 3 giorni.

Un consulente molto certosino

L’ingegnere Certo fu uno dei consulenti incaricati dalla Procura di fare luce sulle cause dell’alluvione di Giampilieri e Scaletta che il 2 ottobre del 2009 determinò la morte di 39 persone.

Sulla scorta della perizia, la Procura incriminò tecnici e ingegneri autori di opere risalenti a decenni prima. Ma il Tribunale, già in primo grado, li ha assolti tutti.

IL COMMENTO. Se l’Università diventa teatro di propaganda elettorale, in barba alla sua natura di istituzione neutrale e super partes e alla par condicio tra i candidati

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Franco De Domenico

Franco De Domenico

 

“Al termine dei lavori del Consiglio, il direttore generale Franco de Domenico, avrà il piacere di incontrare il personale docente e tecnico amministrativo del Dipartimento”.

La postilla è contenuta in calce all’ordine del giorno del Consiglio di Dipartimento di Scienze cognitive convocato per il 7 ottobre per deliberare su una serie di provvedimenti relativi alla didattica e alla ricerca ed è firmata dal direttore Antonino Pennisi.

Il “piacere” di De Domenico di incontrare “i suoi sottoposti”, gerarchicamente s’intende, non incontrerebbe alcuna riserva se non fosse che (il piacere) venga provato mentre De Domenico, da anni a capo della macchina amministrativa dell’ateneo, è in piena campagna elettorale, alla ricerca di voti decisivi per l’elezione a deputato regionale: è candidato nelle file del Partito democratico, a cui ha clamorosamente aderito anche il rettore Pietro Navarra qualche settimana prima .

Cose simili, con modalità magari diverse, è logico immaginare accadano in queste settimane che precedono il voto del 5 novembre anche a Palermo.

Il Pd, a riprova della scarsa qualità della classe dirigente che annovera, ha pensato di prevalere alle elezioni siciliane pescando nel bacino enorme di voti rappresentato dalle aziende pubbliche più importanti in termini di personale e di potere economico della regione: il rettore Fabrizio Micari è stato candidato a Governatore.

Ad occhio, non si tratta di un buon servizio reso alle istituzioni con più storia e prestigio della Sicilia.

Può un’istituzione pubblica, luogo di confronto di idee diverse, per sua natura neutrale in quanto deputata alla formazione della classe dirigente, alla cultura e alla ricerca scientifica divenire teatro di propaganda politica, essere identificata come istituzione di parte e quindi esposta a giochi di potere e a possibili ritorsioni?

Come ne uscirà la comunità accademica da una campagna elettorale combattuta all’ultimo voto?

Quale potere contrattuale avranno Micari e Navarra se si trovassero a dover chiedere attenzione per i loro atenei tra qualche mese al Governo nazionale retto magari da forze di centro destra?

La discesa in campo dei vertici degli atenei di Messina e Palermo non solo mette a rischio gli interessi e la coesione di un’ istituzione neutrale, ma nella sostanza getta ombre sulla regolarità della competizione elettorale.

Beninteso, De Domenico e Micari appaiono a una lettura superficiale delle norme eleggibili.

La legge regionale siciliana non sembra prevedere queste cariche nel novero di quelle che avrebbero imposto la cessazione dalle funzioni 6 mesi prima delle elezioni, in omaggio al principio della par condicio tra i candidati, che vuole che nessuno si avvantaggi nella competizione elettorale da un ruolo pubblico di particolare rilevanza e potere, esercitando quella che si chiama captatio voti.

E tuttavia un problema c’è. Di sostanza. Etico, quantomeno.

C’è in Sicilia un ruolo pubblico che può alterare di più la competizione elettorale quale quello di vertice degli enti che hanno il maggior numero di dipendenti (docenti compresi, che a loro volta hanno un poter enorme sugli studenti), e gestiscono appalti di lavori e servizi per centinaia di milioni di euro?

Basti solo osservare che per paradosso, se De Domenico e Micari fossero direttore generale del Policlinico di Messina o di Palermo, sarebbero ineleggibili.

Eppure, a scegliere i manager dell’azienda ospedaliere universitarie sono proprio i vertici dell’università e non si vede come possano alterare le competizioni elettorali i vertici del Policlinici e non i vertici degli atenei, organismi più grandi che sui vertici dei Policlinici hanno potere di vita e di morte.

De Domenico e Micari, se in ipotesi l’ordinamento giuridico non li vuole ineleggibili, sfruttano un vuoto normativo.

Mai il legislatore, specie quello nazionale, poteva immaginare che i vertici in carica delle Università scendessero in campo nell’agone elettorale. Mai era capitato.

Micari e Navarra (e De Domenico), comunque vada la consultazione, passeranno alla storia come i rettori che hanno innovato la tradizione e la natura di istituzione super partes dell’Università italiana.

Eppure, legge o non legge, per evitare tutto ciò a Micari e De Domenico sarebbe bastato cessare dalle funzioni e presentarsi al giudizio degli elettori senza potere diretto e gerarchico su migliaia di persone, contando sulla loro storia e il loro valore.

Certo, in caso di insuccesso avrebbero perso in un colpo solo, come si dice, il cane e il guinzaglio.

Ma sarebbero stati apprezzati per aver mostrato che il rispetto delle istituzioni viene prima del “piacere” delle poltrone.

IL CORSIVO. Se l’assessore ai Beni culturali si occupa di monnezza. Aura Notarianni rilancia il boicottaggio della Tari, avviato senza successo nel 2015. “Mi dà ragione una recente sentenza della Cassazione”. Che però dice cose diverse. Il “destino” dell’avvocata con la passione per la politica senza compromessi

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Aura Notarianni con il governatore Crocetta

Aura Notarianni con il governatore Rosario Crocetta

Il presidente della regione Rosario Crocetta in pieno shopping elettorale, confidando sulle sue enormi competenze e doti di efficienza, l’ha chiamata a un mese e mezzo delle elezioni a ricoprire l’incarico di assessore ai Beni culturali.

Aura Notarianni non ha resistito al fascino del Governatore che pure l’aveva snobbata 4 anni prima e ha sostituito Carlo Vermiglio che non ha accettato il ricatto del Governatore: “O ti candidi con me o ti dimetti”.

Crocetta in men che non si dica ha liberato una poltrona e l’ha rioccupata, fornendo un mirabile esempio di uso clientelare delle istituzioni pubbliche e degli incarichi di governo.

Nonostante gli impegni palermitani, la neo assessora trova il tempo per continuare a occuparsi di monnezza, quella della città di Messina.

E, in piena campagna elettorale, rilancia il boicottaggio della Tari, la tassa sui rifiuti, operazione che cercò di portare avanti nel 2015 mettendo la sua sapienza giuridica a disposizione dei due consiglieri comunali eletti nelle liste del sindaco e divenuti nello spazio di qualche mese i suoi più acerrimi nemici, Nina Lo Presti e Gino Sturniolo.

La campagna di boicottaggio, congegnata dopo che il sindaco Renato Accorinti l’aveva bocciata come assessore, abortì ben presto essendo, oltre che strumentale, palesemente fondata sul nulla giuridico, come persino un giornalista poté facilmente dimostrare (vedi articolo).

Il pretesto per quest’ultima impennata di orgoglio dell’assessore nominata in zona Cesarini è una sentenza della Cassazione di qualche giorno fa, che secondo la giurista prestata alla politica dimostra che “la campagna era giusta e la battaglia vincente”.

Il boicottaggio del 2015  si tramutò in un modulo, preparato dalla stessa avvocata, che ogni singolo contribuente di Messina avrebbe dovuto presentare agli uffici del Comune in cui annunciava che avrebbe pagato solo il 20% della tassa in quanto “il servizio di gestione dei rifiuti in città non viene svolto o viene svolto in grave violazione della legge come è documentato da segnalazioni dell’Asp 5 agli uffici competenti nonché dai controlli dell’Ato 3 nel 2015, supportati da documentazione”.

Solo che i due consiglieri e la giurista si dimenticarono di dire che per legge (e per giurisprudenza del Tar) il diritto generalizzato dei cittadini a pagare la Tari in misura ridotta scattava solo se  l’Azienda sanitaria avesse “riconosciuto e dichiarato  una  situazione  di danno o pericolo di danno alle persone o all’ambiente”, come conseguenza della gestione irregolare del servizio dei rifiuti.

Certificazione che non c’era allora, né c’è oggi.

La Cassazione un tanto al chilo

La sentenza della Cassazione, la stessa ora sbandierata dall’avvocata con il debole per la politica, non solo non dà ragione nel merito a chi ha fatto ricorso (un hotel napoletano,Il Britannique) ma si occupa di un caso diverso e, soprattutto, ribadisce principi che mostrano ancora di più come quella campagna fosse fondata sul nulla giuridico.

La Corte di cassazione, infatti, come chiunque può leggere (la comprensione poi è altra cosa), nella sentenza (vedi allegato) riconosce il diritto dei cittadini a certe condizioni (gravi disfunzioni nel servizio di raccolta) di pagare la Tari in misura ridotta.

Ma questo, contrariamente a quanto faccia intendere l’assessore, nessuno l’aveva messo in dubbio, neppure la sentenza della Commissione Tributaria regionale della Campania, oggetto appunto della pronuncia della Cassazione.

Ciò che la Cassazione,  la stessa invocata dal neo assessore, ha bocciato è la motivazione dei giudici tributari partenopei che avevano rigettato il ricorso dell’hotel contro le cartelle esattoriali, affermando che il Comune di Napoli delle disfunzioni nella raccolta dei rifiuti non aveva responsabilità (colpa) dirette, essendo (era il 2008) che tutte le competenze erano nelle mani del Commissario straordinario per l’emergenza rifiuti nominato dal Governo.

La Cassazione, la stessa invocata dall’assessore, ha bocciato sul punto la motivazione dei giudici tributari, stabilendo che ai fini del diritto a pagare in misura ridotta ciò che rileva è solo (a prescindere dalla responsabilità) la ricorrenza obiettiva della condizioni previste dalla legge.

Di più, ha stabilito che è onere del contribuente dimostrare la sussistenza di dette specifiche condizioni e portarne prova, davanti al giudice di merito che dovrà accertarne la ricorrenza. 

Il punto è proprio questo: l’esistenza delle condizioni e la prova delle stesse.

Le condizioni stabilite dalle legge, quelle invocate nel modulo di boicottaggio generalizzato confezionato dal trio Lo Presti, Sturniolo e Notarianni, esistevano? Esistono? avrebbero potuto i cittadini messinesi dimostrarle? Certo che no. 

Nel caso di specie peraltro, l’hotel aveva chiesto la riduzione della cartelle esattoriali invocando una norma diversa da quella su cui poggiava la campagna di Notarianni e company, ovvero che “il servizio di nettezza urbana non sia svolto nella zona di residenza o di dimora nell’immobile a disposizione o di esercizio dell’attività dell’utente; – ovvero, vi sia svolto in grave violazione delle prescrizioni del regolamento del servizio di nettezza urbana”.

Questa condizione  può essere invocata dal singolo cittadino a seconda di ciò che si verifica sotto casa sua e non certo con una campagna generica e generalizzata come quella messa in piedi dalla Notarianni, fondata peraltro su un presupposto diverso (e inesistente come la dichiarazione dell’Asp).

Quando è proprio destino….

Rosario Crocetta nel corso della presentazione al museo regionale del suo ultimo, in ordine di tempo, assessore ha affermato che “l’esperienza politica della Notarianni al mio fianco non durerà sino alle elezioni ma andrà oltre”.

Aura Notarianni l’esperienza politica al fianco del Governatore avrebbe voluto iniziarla molto prima, nel 2012. Ma Rosario la snobbò. Dopo mesi di presenza assidua a Tusa, nel quartier generale di Crocetta,  in fremente attesa di una candidatura prima alle politiche e poi alle amministrative del 2013 come aspirante sindaco di Messina, l’avvocata rimase a mani vuote e a marzo del 2013 accusò Crocetta: “Questi sono vecchi metodi di fare politica”.

In cerca di rivincita e, soprattutto, desiderosa di mettere il suo bagaglio di competenze al servizio della collettività, si propose come assessore prima del candidato a sindaco del centro sinistra Felice Calabrò, che non le diede certezze.

Successivamente, al candidato a sindaco del centro destra Vincenzo Garofalo. Ma questi, che pure si era mostrato possibilista, uscì sconfitto dalle elezioni.

A vincere fu Accorinti a cui la Notarianni fu caldeggiata a più riprese come assessore dal fidato Guido Signorino: invano.

Il destino evidentemente voleva che l’avvocata tornasse alla corte dell’uomo politico che l’aveva snobbata, al cui fascino non ha saputo resistere, dimentica dei “vecchi metodi di fare politica” che gli aveva contestato 4 anni prima, forse perché sicura che la sua nomina sia avvenuta con metodi finalmente nuovi. E rivoluzionari.

 

IL CORSIVO. Villa Dante, cercasi giardiniere. Se Accorinti non fosse sindaco l’avrebbe già pulito lui “di pirsona personalmente”… almeno qualche metro quadro, ma solo con telecamere al seguito

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Il sindaco Accorinti a villa Dante

Il sindaco Accorinti a villa Dante

 

E’ davvero un peccato che Renato Accorinti sia troppo impegnato a fare il sindaco. Se non lo fosse, si sarebbe già munito di un decespugliatore, un rastrello e avrebbe pulito in un batter baleno Villa Dante: naturalmente solo pochi metri quadri e solo dopo aver allertato i giornalisti, in modo da farsi un po’ di pubblicità ma sempre per lottare per i diritti dei cittadini di fruire di luoghi belli e puliti.

Invece, no. Renato Accorinti è sindaco, purtroppo. E’ super impegnato da 4 anni ormai a palazzo Zanca e Villa Dante, l’unico polmone verde del centro città (peraltro a 50 metri da casa del primo cittadino)  rimane nel degrado assoluto, con bagni impraticabili per il cattivo odore, sterpaglie dappertutto, staccionate divelte, campetto di calcetto distrutto, stradine sconnesse.

La stessa scena di squallore si respira da anni quando si va al campo di atletica dell’ex Gil, a 100 metri di distanza, l’unica struttura sportiva del centro città, luogo in cui Accorinti, tra una lezione di atletica e l’altra, teneva gemeriadi lunghissime sull’inefficenza dell’amministrazione in carica e inscenava proteste contro il degrado in cui la struttura era tenuta: naturalmente sempre dopo aver allertato la stampa.

Se non fosse sindaco, Accorinti sarebbe all’ex Gil, a protestare.

Sarebbe pure a piantare alberi, dove l’ amministrazione che guida li ha tagliati.

Il tutto sostenendo che i problemi di bilancio non possono giustificare che non si riescano a trovare poche migliaia di euro per tenere in condizioni dignitose due luoghi simbolo del grado di civiltà di una comunità: e chi gli avrebbe mai potuto dare torto?

E’ davvero, davvero, un peccato che sia sindaco: non c’è che da essere rammaricati.

La consigliera comunale Lucy Fenech, la più fedele sostenitrice del sindaco Renato Accorinti, organizza meritoriamente da anni un ciclo di incontri dal titolo “I care”. Anche nell’ultimo mese ne ha promosso di interessantissimi.

Solo che “I care” non è una frase ad effetto da spendere per dare senso a un ciclo di conferenze .

I care per come la intendeva Don Milani è un modo di essere, è partecipazione appassionata, è prendere posizione, è lottare concretamente contro il degrado: a partire dalle piccole, piccolissime cose.

L’ultimo incontro che ha organizzato Lucy Fenech qualche giorno fa aveva come tema “Educare alla bellezza”, come antidoto all’abitudine, alla rassegnazione al degrado.

Educare alla bellezza non è solo teoria. L’educazione è fatta di esempi. E’ composta da fatti concreti e coerenti.

Quale educazione alla bellezza possono ricevere i ragazzi della scuola Enzo Drago, solo per fare esempio, di cui Accorinti è docente (in aspettativa), se un albero bellissimo che campeggiava nel cortile è stato tagliato e non ne è stato piantato un altro; se gli adolescenti all’uscita e all’entrata delle scuole vedono sterpaglie alte un metro nelle aiuole e spazzatura dappertutto, che gli addetti alle pulizie non fanno in tempo a pulire perché passano gran parte del tempo di lavoro a disquisire con gli amici;  se mentre tornano a casa trovano auto parcheggiate impunemente sui marciapiedi e sugli scivoli per disabili, agli incroci semaforici, sulla pista ciclabile, ecc, ecc?

Educare alla bellezza è una responsabilità (oltre che della scuola) anche della classe dirigente, quella a cui appartiene Lucy Fenech, il sindaco Accorinti e i suoi assessori, i quali evidentemente al degrado si sono abituati, a meno che non si voglia sostenere che di tutte queste cose, di tutte queste piccole cose eppure simboliche, nulla sappiano perché sono talmente impegnati in riunioni inutili da non poter fare una passeggiata sino a Villa Dante o sino all’ex Gil.

E’ davvero un peccato che Accorinti sia diventato sindaco, perché in questi 4 anni non si è potuto interessare (I care) appassionatamente della città, non ha potuto dare il suo apporto ad educare alla bellezza i giovani e ha pure distolto da questa preziosa attività gli assessori di cui si è circondato.

 

IL CASO: Gettonopoli, le udienze del processo sono pubbliche ma i carabinieri non lo sanno: “I giornalisti non possono entrare. Abbiamo direttive dal presidente”.

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la legge è uguale per tuttiNon può entrare. Aspetti che chiedo al presidente. La volta scorsa si è seccata quando le ho detto che c’erano i giornalisti che volevano entrare“.

Il processo è un processo penale, neppure tanto importante sotto il profilo squisitamente criminale, considerate le accuse e  gli imputati, e si svolge nell’aula bunker del carcere di Gazzi: è il cosiddetto processo Gettonopoli, che vede alla sbarra un gruppo di consiglieri comunali accusati di aver incassato gettoni di presenza  pur non partecipando effettivamente -secondo l’accusa – ai lavori del Consiglio comunale.

Nonostante il luogo, le udienze del processo penale (salvi casi eccezionali) sono pubbliche: tutti i cittadini vi possono assistere, i giornalisti ancor di più, considerato che oltre ad esercitare il diritto di ciascun cittadino, esercitano la libertà di informazione che costituisce il lato rovescio del diritto all’informazione della generalità dei cittadini.

E’ la legge a stabilirlo. E’ la Carta costituzionale a fondare questi diritti.

Eppure, gli ufficiali di polizia (carabinieri) in servizio giorno 21 aprile del 2017 all’entrata dell’aula, questi principi li disconoscono e non vogliono sentire ragioni, benché il cittadino/giornalista cerchi di spiegarlo.

Queste sono sue opinioni. Noi facciamo quello che ci ordina il presidente. La volta scorsa si è seccata. Abbiamo delle direttive. Aspetti che vado a chiedere al presidente se può entrare“, insiste uno di loro. Il presidente evocato dai carabinieri è Silvana Grasso.

Di ritorno dall’aula, dopo aver interrotto i lavori, comunica il responso: “Si, può entrare. Ma ci dia i documenti di riconoscimento”.

Nome cognome, data di nascita, ecc, ecc. Uno dei carabinieri annota tutto su un modulo. “Ecco qui, c’è pure la tessera di giornalista, per quello che può valere“.

Entrata libera? Nulla di tutto ciò.

Se vuole entrare ci deve fare vedere cosa ha nella borsa“.

Alla richiesta di perquisizione, come condizione per accedere a un’udienza pubblica, il giornalista risponde: “Bene: controlli pure nella borsa. Ma io rinuncio a entrare. Trovo intollerabile che per esercitare i miei diritti debba perdere 20 minuti della mia vita e mi debba sottoporre a procedure che ritengo illegali“.

E va via, seccato. O forse no: solo indignato.