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Aula di giustizia? Non solo, anche sala rinfresco. Al Tribunale di Messina si susseguono le feste di pensionamento in orario di lavoro. La segnalazione del giudice Massimiliano Micali ai Presidenti del Tribunale e della Corte d’appello

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L’udienza era stata fissata per le ore 11 del 16 aprile del 2018 nell’aula della Corte d’assise. Il processo era quello denominato “Dominio”, che vede alla sbarra i presunti affiliati al clan mafioso capeggiato da Domenico La Valle.

Gli avvocati difensori, gli imputati non detenuti e i loro parenti: tutti all’ora prefissata si stavano avvicinando all’aula.

A palazzo Piacentini erano stati tradotti pure gli imputati detenuti e quelli ai domiciliari.

D’improvviso è arrivato il contrordine, concretato in un avviso apposto alla porta dell’aula: “L’udienza è stata spostata alle ore 14 e 30″.

Il motivo non è stato spiegato.

Ma è bastato aprire la porta per vedere che l’aula era impegnata per un rinfresco.

Una dipendente è andata in pensione e i colleghi sono stati chiamati a condividere il momento con rustici, dolci e bevande.

Alle 14 e 30  i segni della festa erano evidenti: pezzi di pitone e vettovaglie per terra, briciole sui tavoli.

Insomma, i normali resti di una festa, tenuta non in un sala di un ristorante o in un luogo privato ma in un’aula di Giustizia.

Il presidente del Tribunale collegiale Massimiliano Micali non l’ha presa per niente bene.

All’inizio dell’udienza ha fatto mettere a verbale che “l’aula era stata lasciata in condizioni indecorose sotto il profilo igienico, le quali avrebbero imposto al presidente di ordinare il trasferimento del processo in altra aula se non fosse stato che questa è l’unica dove ci sono le gabbie per gli imputati detenuti”.

Micali ha disposto la trasmissione dello stesso verbale al presidente del Tribunale, Antonio Totaro, e della Corte d’appello, Michele Galluccio.

Ma l’iniziativa del giudice è servita a nulla.

Nella mattinata di ieri 8 maggio si è assistito alla replica.

L’ aula dedicata ai festeggiamenti era diversa, la C, quella posta a destra subito dopo l’atrio. L’orario sempre quello d’ufficio, le 13 circa.

Nutrita la presenza di lavoratori, che hanno sospeso per l’occasione la loro attività.

Il tavolo riservato di solito agli avvocati è stato coperto da una tovaglia e sopra sono state sistemate le vivande.

Mentre si festeggiava, nell’aula di fronte, la A, il giudice onorario Maria Grazia Mandanici ha sospeso l’attività processuale per una decina di minuti: “Facciamo una breve pausa”, ha detto..

Gli avvocati e le parti hanno atteso la ripresa e l’assistente del giudice si è spostata a festeggiare nell’aula di fronte.

“Lei non può fare foto. Sta violando la privacy”, arringa una delle dipendenti festaiole che si accorge che qualcuno sta immortalando l’allegria del momento.

Mette la mano sulla fotocamera e chiede: “Lei chi è? Non è autorizzato. Le faccio sequestrare il cellulare dai carabinieri”, afferma.

“Stiamo festeggiando il pensionamento di due colleghe. Che c’è di male?”, aggiunge qualche secondo dopo un’altra collega.

Un carabiniere in servizio a Palazzo Piacentini spiega: “Queste feste di pensionamento sono usuali. Noi sappiamo siano autorizzate”.

 

IL COMMENTO: Inchieste del Cas, il direttore generale Salvatore Pirrone e il funzionario Gaspare Sceusa rischiano di finire in carcere per tre reati inesistenti. Il tintinnio di manette e la frana…. della Procura, arginata solo in parte dal Gip Eugenio Fiorentino. Il ruolo del consulente tecnico e le 22 ipotesi di reato contestate

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Il direttore generale Salvatore Pirrone

Il direttore generale del Consorzio autostrade siciliane Salvatore Pirrone

 

Può un pubblico amministratore che ordina in via d’urgenza dei lavori per fermare una frana fonte di pericolo per le persone essere accusato del reato di Disastro ambientale punito con una pena da 5 a 15 anni e rischiare la misura cautelare del carcere perché i lavori non sono stati eseguiti adeguatamente dalla ditta incaricata e il pericolo della frana – secondo un consulente del pubblico ministero – permane?

A questa domanda un qualunque cittadino dotato di semplice buon senso e di elementare cultura giuridica risponderebbe con un no, accompagnato magari da un tono di indignazione, tanto la risposta è scontata.

Eppure, ciò che per un semplice cittadino sarebbe inimmaginabile, è realmente accaduto.

E’ accaduto al direttore generale del Consorzio autostrade siciliane Salvatore Pirrone e al direttore tecnico dello stesso ente pubblico che ha la gestione delle autostrade siciliane, Gaspare Sceusa.

Il sostituto procuratore della Repubblica Anna Maria Grazia Arena ipotizzando nei loro confronti il reato di Disastro ambientale aveva chiesto la custodia cautelare in carcere.

Per un terzo funzionario del Cas Antonio Spitaleri, il pm aveva domandato il Divieto di dimora in provincia di Messina.

Il giudice per le indagini preliminari, Eugenio Fiorentino, non ha accordato le misure.

Ma non perché ha ritenuto non configurabile questo gravissimo reato (previsto dall’art. 452 quater del cod. pen.), ma perché ha considerato sufficiente a neutralizzare il pericolo di reiterazione del reato la misura della sospensione delle funzioni per 12 mesi.

Il peccato originale della frana

La frana è quella che il 5 ottobre del 2015 interessa l’autostrada Messina Catania, determinando nei pressi di Letojanni la chiusura dell’intero tratto di autostrada in direzione della città etnea. La Procura di Messina apre un’inchiesta.

Il Consorzio interviene il giorno stesso. Vengono affidati i lavori a una ditta di Letojanni, la Musumeci Spa, con procedura di somma urgenza e quindi affidamento diretto. Costo totale 500 mila euro. I lavori iniziano il 27ottobre 2015 e terminano il 26 gennaio del 2016.

Qualche giorno dopo viene aperta l’autostrada sia pure ad una corsia.

Il 26 novembre 2016, un anno dopo, in seguito ad abbondanti precipitazioni dei detriti cadono sull’autostrada: non fanno danni e la corsia viene chiusa solo per poche ore.

Pietro Concetto Costa, ingegnere di Catania, nominato consulente dal sostituto Anna Maria Grazia Arena titolare dell’inchiesta per accertare le cause della frana del 5 ottobre del 2015 e le eventuali responsabilità, ha analizzato pure i lavori che il Cas ha messo in cantiere in via d’urgenza a seguito della frana.

E ha concluso che l’opera realizzata in somma urgenza non è adeguata a proteggere la pubblica incolumità, in specie gli automobilisti.

In base a queste valutazioni e a quanto capitato un anno dopo con il crollo di detriti, il pubblico ministero e Giudice per le indagini preliminari hanno contestato ai funzionari che hanno avuto un ruolo nei lavori il reato di Disastro ambientale.

Se le accuse poggiano su un costone di sabbia

Si può mai sostenere che la costruzione di un’opera di contenimento fatta d’urgenza per evitare proprio il disastro ambientale e per proteggere la pubblica incolumità, sia pure fatta male, possa configurare in capo all’amministratore pubblico il reato che commette chi per esempio scarichi a mare migliaia di tonnellate di sostanze chimiche inquinanti o appunto determina il dissesto idrogeologico?

Certo che no.

Peraltro il consulente della Procura, il sostituto procuratore e il Gip,  a leggere l’ordinanza, valutano l’opera come se fosse l’opera definitiva per risolvere il problema.

E invece non è così.

Seppure la frana da allora non si è mossa più, il Cas ha nel frattempo elaborato un progetto definitivo che per risolvere definitivamente il problema prevede un costo di 12 milioni di euro.

Il diritto è buon senso

Ma non è solo il buon senso e la logica a sconfessare la tesi del sostituto Maria Grazia Arena e del Gip Fiorentino.

Basta leggere la norma del’articolo 452 quater del codice penale. Che hanno letto pure pubblico ministero e Gip, prendendone però – come si capisce scorrendo l’ordinanza di misure cautelari – solo un pezzetto.

La norma stabilisce che è disastro ambientale:  l’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema; oppure  (seconda ipotesi), l’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali; oppure, terzo caso, l’offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto e l’estensione compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone esposte a pericolo.

Il sostituto Arena e il Gip Fiorentino convergono sul terzo caso e in sintesi dicono: siccome le opere non sono state fatte bene e siccome c’è ancora il pericolo per le persone allora i due funzionari hanno commesso il reato di disastro ambientale.

Entrambi i magistrati però si concentrano sull’offesa alla pubblica incolumità, e dimenticano che la norma (il terzo caso) impone che la condotta tacciabile di Disastro ambientale abbia comunque determinato una compromissione o un fatto di alterazione della natura o dell’ecosistema e solo in conseguenza di ciò ci sia un’esposizione a pericolo per le persone.

I lavori di contenimento della frana hanno arrecato una grave compromissione o alterazione dell’ecosistema?

La risposta è elementare.

Senza contare che manca in ogni caso completamente nella condotta il dolo, necessario per contestare questo reato.

Il paradosso del tintinnio di manette

Il consulente della Procura nella sua perizia ha evidenziato che la frana del 5 ottobre 2015 è frutto di una serie di condotte illegittime tenute dai proprietari di alcuni villaggi turistici e di civili abitazioni ubicate a monte della frana e di alcune condotte omissive di taluni funzionari che non si erano attivati per prevenire le frana pur avendone l’obbligo.

In dieci sono stati iscritti sul registro degli indagati per Disastro ambientale, ma per nessuno di loro è stata assunto alcuna misura cautelare, richiesta e disposta per coloro (i tre funzionari del Cas sospesi dal Gip Fiorentino, appunto) che invece hanno cercato di bloccare gli effetti del fenomeno franoso.

Il peculato…. per aver pagato quanto dovuto

 

Per la verità, Pirrone, Sceusa e Spitaleri sono accusati pure di peculato e anche per questo reato il pm aveva chiesto la misura cautelare del carcere.

Ma anche questa imputazione, condivisa dal Gip Fiorentino, avrà di che far divertire gli avvocati e il Tribunale del Riesame, un po meno gli indagati.

La colpa dei tre è di aver liquidato di fatto 40 mila euro ai due progettisti dell’opera utilizzando una sorta di “copertura”.

Nella ricostruzione del sostituto Arena, i due progettisti (un ingegnere e un geologo) li nomina la ditta, che si era impegnata a effettuare solo i lavori, ma doveva nominarli la stazione appaltante Cas.

Poi però li paga il Cas attraverso lo “schermo”  di una perizia di variante in corso d’opera approvata dai vertici del Cas che porta l’importo dei lavori dai 400 mila euro inizialmente previsti a 500 mila.

Ai due professionisti vanno in tutto 40 mila euro.

Ora, il peculato è il reato del pubblico ufficiale che si appropria di un bene o di denaro della pubblica amministrazione di cui ha il possesso e può comportare una pena sino a 10 anni e 6 mesi.

Pur volendo ritenere verosimile la dietrologica ricostruzione del sostituto Arena sulla perizia di variante usata da “copertura”, ricostruzione fondata solo su deduzioni e nessun elemento di prova,  viene subito da porsi una domanda: Pirrone, Sceusa e Spitaleri si appropriano dei 40 mila euro?

Certo che no.

Forse pagano chi non ne ha diritto, al solo scopo, in ipotesi, di appropriarsi poi della somma in virtù di un accordo illecito a monte con gli stessi percettori, di una parte del denaro?

No.

E’ lo stesso Gip Fiorentino ad affermare che “i due professionisti hanno svolto effettivamente il lavoro e hanno diritto ad essere pagati”.

E allora come è possibile che due magistrati abbiano ritenuto che i tre abbiano commesso questo reato?

La risposta è impietosa: la lettura parziale e dunque errata già sotto il profilo della ratio della norma, di una massima di una sentenza del 2017 della Corte di cassazione.

Basta leggere l’ordinanza di misure cautelari firmata da Fiorentino per comprenderlo.

Il sostituto e il Gip per sostenere che la condotta dei tre pubblici funzionari sia peculato e non abuso d”ufficio (reato meno grave, che non consente gli arresti) citano i giudici con l’ermellino: “L’utilizzo di denaro pubblico per finalità diverse da quelle previste integra il reato di abuso d’ufficio qualora l’atto di destinazione avvenga in violazione delle regole contabili sebbene sia funzionale alla realizzazione, oltre che di indebiti interessi privati, anche di interessi pubblici“, scrive la Corte di Cassazione: ciò che potrebbe calzare a pennello alla condotta cosi come ricostruita dalla Procura che si fonda sul fatto che la perizia di variante di 100 mila euro sia stata fatta con lo scopo di far pagare al Cas chi doveva pagare invece la ditta.

La Cassazione continua: “mentre integra il più grave reato di peculato l’atto di disposizione compiuto in difetto di qualsiasi motivazione o documentazione ovvero in presenza di una motivazione di copertura formale per finalità esclusivamente private ed estranee a quelle della pubblica amministrazione“, affermano ancora i magistrati del massimo organo della giurisdizione.

“L’esistenza della “copertura formale” data dalla perizia di variante”, chiosa il Gip Fiorentino in accordo con il sostituto Arena, “propende per la contestazione del reato di peculato”.

Anche in questo caso i due magistrati si concentrano sulla “copertura”, che è una modalità dell’azione, e si coprono gli occhi sulla finalità della condotta richiesta dalla Cassazione perché possa essere contestato il peculato: le finalità esclusivamente private.

Hanno i tre funzionari del Cas un interesse esclusivamente privato nel far pagare i due professionisti (che, si ripete, ne avevano il diritto) attraverso la “copertura” della perizia di variante?

La risposta anche in questo caso è elementare.

E’ lo stesso sostituto procuratore a sostenere che i due professionisti andassero nominati e pagati dal Cas.

Se almeno una volta il Gip boccia il pm

Il sostituto procuratore Anna Maria Grazia Arena nelle sue richieste si era spinta anche oltre.

Aveva infatti chiesto la custodia in carcere per Pirrone e Sceusa e il divieto di dimora per Spitaleri anche per un altro reato: la frode in pubbliche forniture, punito con la reclusione sino a 5 anni.

Secondo la ricostruzione del magistrato, che ha pedissequamente fatto sue le conclusioni cui è giunto il consulente Certo, nel computare il costo dell’opera i pubblici funzionari avevano applicato solo in parte il prezziario dell’ Anas in modo da far lievitare i costi a vantaggio della ditta..

Il Gip Fiorentino su questo punto l’ha bocciata.

Ci ha messo poco il giovane giudice a ravvisare che il sostituto non aveva letto e applicato  correttamente la norma del codice penale. Ha, infatti, evidenziato che la frode nelle pubbliche forniture è reato che si realizza quando la ditta non si attiene nell’esecuzione dei lavori a quanto si è impegnata nel contratto: mentre in questo caso, si verte chiaramente in ipotesi completamente diversa.

 

Un alluvione di… reati

Il lavoro certosino del consulente della Procura ha portato il sostituto procuratore Arena a contestare oltre ai tre gravi reati per cui aveva chiesto la misura cautelare in carcere anche 19 ipotesi dei reato di abuso d’ufficio e falso ideologico: una ipotesi per ogni irregolarità riscontrata nella procedura amministrativa da chi è esperto di ingegneria e non certo di diritto amministrativo.

In media, secondo il pm, questo lavoro svolto con procedura di somma urgenza in 3 mesi e costato 500 mila euro sarebbe stato contrassegnato da un reato ogni 3 giorni.

Un consulente molto certosino

L’ingegnere Certo fu uno dei consulenti incaricati dalla Procura di fare luce sulle cause dell’alluvione di Giampilieri e Scaletta che il 2 ottobre del 2009 determinò la morte di 39 persone.

Sulla scorta della perizia, la Procura incriminò tecnici e ingegneri autori di opere risalenti a decenni prima. Ma il Tribunale, già in primo grado, li ha assolti tutti.

IL COMMENTO. Se l’Università diventa teatro di propaganda elettorale, in barba alla sua natura di istituzione neutrale e super partes e alla par condicio tra i candidati

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Franco De Domenico

Franco De Domenico

 

“Al termine dei lavori del Consiglio, il direttore generale Franco de Domenico, avrà il piacere di incontrare il personale docente e tecnico amministrativo del Dipartimento”.

La postilla è contenuta in calce all’ordine del giorno del Consiglio di Dipartimento di Scienze cognitive convocato per il 7 ottobre per deliberare su una serie di provvedimenti relativi alla didattica e alla ricerca ed è firmata dal direttore Antonino Pennisi.

Il “piacere” di De Domenico di incontrare “i suoi sottoposti”, gerarchicamente s’intende, non incontrerebbe alcuna riserva se non fosse che (il piacere) venga provato mentre De Domenico, da anni a capo della macchina amministrativa dell’ateneo, è in piena campagna elettorale, alla ricerca di voti decisivi per l’elezione a deputato regionale: è candidato nelle file del Partito democratico, a cui ha clamorosamente aderito anche il rettore Pietro Navarra qualche settimana prima .

Cose simili, con modalità magari diverse, è logico immaginare accadano in queste settimane che precedono il voto del 5 novembre anche a Palermo.

Il Pd, a riprova della scarsa qualità della classe dirigente che annovera, ha pensato di prevalere alle elezioni siciliane pescando nel bacino enorme di voti rappresentato dalle aziende pubbliche più importanti in termini di personale e di potere economico della regione: il rettore Fabrizio Micari è stato candidato a Governatore.

Ad occhio, non si tratta di un buon servizio reso alle istituzioni con più storia e prestigio della Sicilia.

Può un’istituzione pubblica, luogo di confronto di idee diverse, per sua natura neutrale in quanto deputata alla formazione della classe dirigente, alla cultura e alla ricerca scientifica divenire teatro di propaganda politica, essere identificata come istituzione di parte e quindi esposta a giochi di potere e a possibili ritorsioni?

Come ne uscirà la comunità accademica da una campagna elettorale combattuta all’ultimo voto?

Quale potere contrattuale avranno Micari e Navarra se si trovassero a dover chiedere attenzione per i loro atenei tra qualche mese al Governo nazionale retto magari da forze di centro destra?

La discesa in campo dei vertici degli atenei di Messina e Palermo non solo mette a rischio gli interessi e la coesione di un’ istituzione neutrale, ma nella sostanza getta ombre sulla regolarità della competizione elettorale.

Beninteso, formalmente De Domenico e Micari sono eleggibili.

La legge regionale siciliana non prevede queste cariche nel novero di quelle che avrebbero imposto la cessazione dalle funzioni 6 mesi prima delle elezioni, in omaggio al principio della par condicio tra i candidati, che vuole che nessuno si avvantaggi nella competizione elettorale da un ruolo pubblico di particolare rilevanza e potere, esercitando quella che si chiama captatio voti.

E tuttavia un problema c’è. Di sostanza. Etico, quantomeno.

C’è in Sicilia un ruolo pubblico che può alterare di più la competizione elettorale quale quello di vertice degli enti che hanno il maggior numero di dipendenti (docenti compresi, che a loro volta hanno un poter enorme sugli studenti), e gestiscono appalti di lavori e servizi per centinaia di milioni di euro?

Basti solo osservare che per paradosso, se De Domenico e Micari fossero direttore generale del Policlinico di Messina o di Palermo, sarebbero ineleggibili.

Eppure, a scegliere i manager dell’azienda ospedaliere universitarie sono proprio i vertici dell’università e non si vede come possano alterare le competizioni elettorali i vertici del Policlinici e non i vertici degli atenei, organismi più grandi che sui vertici dei Policlinici hanno potere di vita e di morte.

De Domenico e Micari sfruttano un vuoto normativo.

Mai il legislatore poteva immaginare che i vertici in carica delle Università scendessero in campo nell’agone elettorale. Mai era capitato.

Micari e Navarra (e De Domenico), comunque vada la consultazione, passeranno alla storia come i rettori che hanno innovato la tradizione e la natura di istituzione super partes dell’Università italiana.

Eppure, legge o non legge, per evitare tutto ciò a Micari e De Domenico sarebbe bastato cessare dalle funzioni e presentarsi al giudizio degli elettori senza potere diretto e gerarchico su migliaia di persone, contando sulla loro storia e il loro valore.

Certo, in caso di insuccesso avrebbero perso in un colpo solo, come si dice, il cane e il guinzaglio.

Ma sarebbero stati apprezzati per aver mostrato che il rispetto delle istituzioni viene prima del “piacere” delle poltrone.

IL CORSIVO. Se l’assessore ai Beni culturali si occupa di monnezza. Aura Notarianni rilancia il boicottaggio della Tari, avviato senza successo nel 2015. “Mi dà ragione una recente sentenza della Cassazione”. Che però dice cose diverse. Il “destino” dell’avvocata con la passione per la politica senza compromessi

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Aura Notarianni con il governatore Crocetta

Aura Notarianni con il governatore Rosario Crocetta

Il presidente della regione Rosario Crocetta in pieno shopping elettorale, confidando sulle sue enormi competenze e doti di efficienza, l’ha chiamata a un mese e mezzo delle elezioni a ricoprire l’incarico di assessore ai Beni culturali.

Aura Notarianni non ha resistito al fascino del Governatore che pure l’aveva snobbata 4 anni prima e ha sostituito Carlo Vermiglio che non ha accettato il ricatto del Governatore: “O ti candidi con me o ti dimetti”.

Crocetta in men che non si dica ha liberato una poltrona e l’ha rioccupata, fornendo un mirabile esempio di uso clientelare delle istituzioni pubbliche e degli incarichi di governo.

Nonostante gli impegni palermitani, la neo assessora trova il tempo per continuare a occuparsi di monnezza, quella della città di Messina.

E, in piena campagna elettorale, rilancia il boicottaggio della Tari, la tassa sui rifiuti, operazione che cercò di portare avanti nel 2015 mettendo la sua sapienza giuridica a disposizione dei due consiglieri comunali eletti nelle liste del sindaco e divenuti nello spazio di qualche mese i suoi più acerrimi nemici, Nina Lo Presti e Gino Sturniolo.

La campagna di boicottaggio, congegnata dopo che il sindaco Renato Accorinti l’aveva bocciata come assessore, abortì ben presto essendo, oltre che strumentale, palesemente fondata sul nulla giuridico, come persino un giornalista poté facilmente dimostrare (vedi articolo).

Il pretesto per quest’ultima impennata di orgoglio dell’assessore nominata in zona Cesarini è una sentenza della Cassazione di qualche giorno fa, che secondo la giurista prestata alla politica dimostra che “la campagna era giusta e la battaglia vincente”.

Il boicottaggio del 2015  si tramutò in un modulo, preparato dalla stessa avvocata, che ogni singolo contribuente di Messina avrebbe dovuto presentare agli uffici del Comune in cui annunciava che avrebbe pagato solo il 20% della tassa in quanto “il servizio di gestione dei rifiuti in città non viene svolto o viene svolto in grave violazione della legge come è documentato da segnalazioni dell’Asp 5 agli uffici competenti nonché dai controlli dell’Ato 3 nel 2015, supportati da documentazione”.

Solo che i due consiglieri e la giurista si dimenticarono di dire che per legge (e per giurisprudenza del Tar) il diritto generalizzato dei cittadini a pagare la Tari in misura ridotta scattava solo se  l’Azienda sanitaria avesse “riconosciuto e dichiarato  una  situazione  di danno o pericolo di danno alle persone o all’ambiente”, come conseguenza della gestione irregolare del servizio dei rifiuti.

Certificazione che non c’era allora, né c’è oggi.

La Cassazione un tanto al chilo

La sentenza della Cassazione, la stessa ora sbandierata dall’avvocata con il debole per la politica, non solo non dà ragione nel merito a chi ha fatto ricorso (un hotel napoletano,Il Britannique) ma si occupa di un caso diverso e, soprattutto, ribadisce principi che mostrano ancora di più come quella campagna fosse fondata sul nulla giuridico.

La Corte di cassazione, infatti, come chiunque può leggere (la comprensione poi è altra cosa), nella sentenza (vedi allegato) riconosce il diritto dei cittadini a certe condizioni (gravi disfunzioni nel servizio di raccolta) di pagare la Tari in misura ridotta.

Ma questo, contrariamente a quanto faccia intendere l’assessore, nessuno l’aveva messo in dubbio, neppure la sentenza della Commissione Tributaria regionale della Campania, oggetto appunto della pronuncia della Cassazione.

Ciò che la Cassazione,  la stessa invocata dal neo assessore, ha bocciato è la motivazione dei giudici tributari partenopei che avevano rigettato il ricorso dell’hotel contro le cartelle esattoriali, affermando che il Comune di Napoli delle disfunzioni nella raccolta dei rifiuti non aveva responsabilità (colpa) dirette, essendo (era il 2008) che tutte le competenze erano nelle mani del Commissario straordinario per l’emergenza rifiuti nominato dal Governo.

La Cassazione, la stessa invocata dall’assessore, ha bocciato sul punto la motivazione dei giudici tributari, stabilendo che ai fini del diritto a pagare in misura ridotta ciò che rileva è solo (a prescindere dalla responsabilità) la ricorrenza obiettiva della condizioni previste dalla legge.

Di più, ha stabilito che è onere del contribuente dimostrare la sussistenza di dette specifiche condizioni e portarne prova, davanti al giudice di merito che dovrà accertarne la ricorrenza. 

Il punto è proprio questo: l’esistenza delle condizioni e la prova delle stesse.

Le condizioni stabilite dalle legge, quelle invocate nel modulo di boicottaggio generalizzato confezionato dal trio Lo Presti, Sturniolo e Notarianni, esistevano? Esistono? avrebbero potuto i cittadini messinesi dimostrarle? Certo che no. 

Nel caso di specie peraltro, l’hotel aveva chiesto la riduzione della cartelle esattoriali invocando una norma diversa da quella su cui poggiava la campagna di Notarianni e company, ovvero che “il servizio di nettezza urbana non sia svolto nella zona di residenza o di dimora nell’immobile a disposizione o di esercizio dell’attività dell’utente; – ovvero, vi sia svolto in grave violazione delle prescrizioni del regolamento del servizio di nettezza urbana”.

Questa condizione  può essere invocata dal singolo cittadino a seconda di ciò che si verifica sotto casa sua e non certo con una campagna generica e generalizzata come quella messa in piedi dalla Notarianni, fondata peraltro su un presupposto diverso (e inesistente come la dichiarazione dell’Asp).

Quando è proprio destino….

Rosario Crocetta nel corso della presentazione al museo regionale del suo ultimo, in ordine di tempo, assessore ha affermato che “l’esperienza politica della Notarianni al mio fianco non durerà sino alle elezioni ma andrà oltre”.

Aura Notarianni l’esperienza politica al fianco del Governatore avrebbe voluto iniziarla molto prima, nel 2012. Ma Rosario la snobbò. Dopo mesi di presenza assidua a Tusa, nel quartier generale di Crocetta,  in fremente attesa di una candidatura prima alle politiche e poi alle amministrative del 2013 come aspirante sindaco di Messina, l’avvocata rimase a mani vuote e a marzo del 2013 accusò Crocetta: “Questi sono vecchi metodi di fare politica”.

In cerca di rivincita e, soprattutto, desiderosa di mettere il suo bagaglio di competenze al servizio della collettività, si propose come assessore prima del candidato a sindaco del centro sinistra Felice Calabrò, che non le diede certezze.

Successivamente, al candidato a sindaco del centro destra Vincenzo Garofalo. Ma questi, che pure si era mostrato possibilista, uscì sconfitto dalle elezioni.

A vincere fu Accorinti a cui la Notarianni fu caldeggiata a più riprese come assessore dal fidato Guido Signorino: invano.

Il destino evidentemente voleva che l’avvocata tornasse alla corte dell’uomo politico che l’aveva snobbata, al cui fascino non ha saputo resistere, dimentica dei “vecchi metodi di fare politica” che gli aveva contestato 4 anni prima, forse perché sicura che la sua nomina sia avvenuta con metodi finalmente nuovi. E rivoluzionari.

 

IL CORSIVO. Villa Dante, cercasi giardiniere. Se Accorinti non fosse sindaco l’avrebbe già pulito lui “di pirsona personalmente”… almeno qualche metro quadro, ma solo con telecamere al seguito

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Il sindaco Accorinti a villa Dante

Il sindaco Accorinti a villa Dante

 

E’ davvero un peccato che Renato Accorinti sia troppo impegnato a fare il sindaco. Se non lo fosse, si sarebbe già munito di un decespugliatore, un rastrello e avrebbe pulito in un batter baleno Villa Dante: naturalmente solo pochi metri quadri e solo dopo aver allertato i giornalisti, in modo da farsi un po’ di pubblicità ma sempre per lottare per i diritti dei cittadini di fruire di luoghi belli e puliti.

Invece, no. Renato Accorinti è sindaco, purtroppo. E’ super impegnato da 4 anni ormai a palazzo Zanca e Villa Dante, l’unico polmone verde del centro città (peraltro a 50 metri da casa del primo cittadino)  rimane nel degrado assoluto, con bagni impraticabili per il cattivo odore, sterpaglie dappertutto, staccionate divelte, campetto di calcetto distrutto, stradine sconnesse.

La stessa scena di squallore si respira da anni quando si va al campo di atletica dell’ex Gil, a 100 metri di distanza, l’unica struttura sportiva del centro città, luogo in cui Accorinti, tra una lezione di atletica e l’altra, teneva gemeriadi lunghissime sull’inefficenza dell’amministrazione in carica e inscenava proteste contro il degrado in cui la struttura era tenuta: naturalmente sempre dopo aver allertato la stampa.

Se non fosse sindaco, Accorinti sarebbe all’ex Gil, a protestare.

Sarebbe pure a piantare alberi, dove l’ amministrazione che guida li ha tagliati.

Il tutto sostenendo che i problemi di bilancio non possono giustificare che non si riescano a trovare poche migliaia di euro per tenere in condizioni dignitose due luoghi simbolo del grado di civiltà di una comunità: e chi gli avrebbe mai potuto dare torto?

E’ davvero, davvero, un peccato che sia sindaco: non c’è che da essere rammaricati.

La consigliera comunale Lucy Fenech, la più fedele sostenitrice del sindaco Renato Accorinti, organizza meritoriamente da anni un ciclo di incontri dal titolo “I care”. Anche nell’ultimo mese ne ha promosso di interessantissimi.

Solo che “I care” non è una frase ad effetto da spendere per dare senso a un ciclo di conferenze .

I care per come la intendeva Don Milani è un modo di essere, è partecipazione appassionata, è prendere posizione, è lottare concretamente contro il degrado: a partire dalle piccole, piccolissime cose.

L’ultimo incontro che ha organizzato Lucy Fenech qualche giorno fa aveva come tema “Educare alla bellezza”, come antidoto all’abitudine, alla rassegnazione al degrado.

Educare alla bellezza non è solo teoria. L’educazione è fatta di esempi. E’ composta da fatti concreti e coerenti.

Quale educazione alla bellezza possono ricevere i ragazzi della scuola Enzo Drago, solo per fare esempio, di cui Accorinti è docente (in aspettativa), se un albero bellissimo che campeggiava nel cortile è stato tagliato e non ne è stato piantato un altro; se gli adolescenti all’uscita e all’entrata delle scuole vedono sterpaglie alte un metro nelle aiuole e spazzatura dappertutto, che gli addetti alle pulizie non fanno in tempo a pulire perché passano gran parte del tempo di lavoro a disquisire con gli amici;  se mentre tornano a casa trovano auto parcheggiate impunemente sui marciapiedi e sugli scivoli per disabili, agli incroci semaforici, sulla pista ciclabile, ecc, ecc?

Educare alla bellezza è una responsabilità (oltre che della scuola) anche della classe dirigente, quella a cui appartiene Lucy Fenech, il sindaco Accorinti e i suoi assessori, i quali evidentemente al degrado si sono abituati, a meno che non si voglia sostenere che di tutte queste cose, di tutte queste piccole cose eppure simboliche, nulla sappiano perché sono talmente impegnati in riunioni inutili da non poter fare una passeggiata sino a Villa Dante o sino all’ex Gil.

E’ davvero un peccato che Accorinti sia diventato sindaco, perché in questi 4 anni non si è potuto interessare (I care) appassionatamente della città, non ha potuto dare il suo apporto ad educare alla bellezza i giovani e ha pure distolto da questa preziosa attività gli assessori di cui si è circondato.

 

IL CASO: Gettonopoli, le udienze del processo sono pubbliche ma i carabinieri non lo sanno: “I giornalisti non possono entrare. Abbiamo direttive dal presidente”.

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la legge è uguale per tuttiNon può entrare. Aspetti che chiedo al presidente. La volta scorsa si è seccata quando le ho detto che c’erano i giornalisti che volevano entrare“.

Il processo è un processo penale, neppure tanto importante sotto il profilo squisitamente criminale, considerate le accuse e  gli imputati, e si svolge nell’aula bunker del carcere di Gazzi: è il cosiddetto processo Gettonopoli, che vede alla sbarra un gruppo di consiglieri comunali accusati di aver incassato gettoni di presenza  pur non partecipando effettivamente -secondo l’accusa – ai lavori del Consiglio comunale.

Nonostante il luogo, le udienze del processo penale (salvi casi eccezionali) sono pubbliche: tutti i cittadini vi possono assistere, i giornalisti ancor di più, considerato che oltre ad esercitare il diritto di ciascun cittadino, esercitano la libertà di informazione che costituisce il lato rovescio del diritto all’informazione della generalità dei cittadini.

E’ la legge a stabilirlo. E’ la Carta costituzionale a fondare questi diritti.

Eppure, gli ufficiali di polizia (carabinieri) in servizio giorno 21 aprile del 2017 all’entrata dell’aula, questi principi li disconoscono e non vogliono sentire ragioni, benché il cittadino/giornalista cerchi di spiegarlo.

Queste sono sue opinioni. Noi facciamo quello che ci ordina il presidente. La volta scorsa si è seccata. Abbiamo delle direttive. Aspetti che vado a chiedere al presidente se può entrare“, insiste uno di loro. Il presidente evocato dai carabinieri è Silvana Grasso.

Di ritorno dall’aula, dopo aver interrotto i lavori, comunica il responso: “Si, può entrare. Ma ci dia i documenti di riconoscimento”.

Nome cognome, data di nascita, ecc, ecc. Uno dei carabinieri annota tutto su un modulo. “Ecco qui, c’è pure la tessera di giornalista, per quello che può valere“.

Entrata libera? Nulla di tutto ciò.

Se vuole entrare ci deve fare vedere cosa ha nella borsa“.

Alla richiesta di perquisizione, come condizione per accedere a un’udienza pubblica, il giornalista risponde: “Bene: controlli pure nella borsa. Ma io rinuncio a entrare. Trovo intollerabile che per esercitare i miei diritti debba perdere 20 minuti della mia vita e mi debba sottoporre a procedure che ritengo illegali“.

E va via, seccato. O forse no: solo indignato.

 

 

Ineleggibilità di Donatella Sindoni, la consigliera per rimanere incollata allo scranno agita lo spauracchio delle denunce in Procura contro i colleghi. Il suo legale Catalioto impone la lettura in aula di un esposto a pochi minuti dalla votazione sulla decadenza. L’avvocato Scurria ci mette lo zampino. Il Consiglio comunale, già sotto inchiesta, va in tilt

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Donatella Sindoni

Donatella Sindoni

“Si comunica che la mia assistita ha presentato esposto in Procura. Conseguentemente, all’apertura dei lavori d’aula si diffidano il segretario generale e il presidente del Consiglio a darne pubblica lettura per la conoscenza di ogni singolo consigliere che parteciperà alla votazione sulla proposta di decadenza”.

E’ stata dichiarata ineleggibile due volte: il 24 giugno del 2016 dall’Ufficio legale e legislativo della Regione Sicilia, il 2 febbraio del 2017 dal Tribunale di Messina (sulla  scorta peraltro di un precedente della Corte di cassazione); e ha firmato la mozione diretta a mandare a casa il sindaco Renato Accorinti (e di conseguenza se stessa e l’intero Consiglio comunale).

Tuttavia, pur di rimanere appiccicata alla sua poltrona le prova tutte.

Assistita dal suo legale Antonio Catalioto, la consigliera comunale Donatella Sindoni non si è limitata a proporre l’ appello (più che legittimo) avverso l’ordinanza che la dichiara ineleggibile emessa dai giudici, riacquistando così il diritto di tornare a palazzo Zanca.

Ha infatti agitato con veemenza lo spettro delle denunce già presentate o da presentare alla Procura della Repubblica, che già solo perché sono presentate determinano l’apertura di un procedimento penale con iscrizione sul registro degli indagati e la scocciatura di nominare un legale e di finire sui giornali.

Destinatari delle minacce i suoi colleghi consiglieri, ovvero coloro che dovevano e dovrebbero pronunciarsi sulla sua sorte politica e che hanno già non pochi guai con la giustizia.

Gran parte di loro infatti sono sotto procedimento penale o lo sono stati sino alla scorsa settimana. Alcuni sono ancora sottoposti a misura cautelare dell’obbligo di firma all’entrata e all’uscita di Palazzo Zanca.

Antonio Catalioto

Antonio Catalioto

 

Questa delibera… non s’ha da votare

All’ordine del giorno di mercoledì 8 febbraio 2016 c’era la delibera, istruita dalla segreteria generale e fatta sua, come per prassi, dal vicepresidente del Consiglio comunale Nino Interdonato, che sanciva la decadenza di Donatella Sindoni.

Qualche ora prima era arrivata a palazzo Zanca la nota di diffida dell’avvocato Catalioto con allegato esposto.

Il presidente del Consiglio e il segretario generale si sono piegati al diktat dell’avvocato.

E’ stata la stessa consigliera Sindoni a leggere l’esposto ai colleghi.

Votare sulla decadenza della consigliera per il legale, Antonio Catalioto, è frutto di abusi. Come – per lo stesso legale – lo era stato chiedere il parere all’Ufficio legale della Regione dopo la pubblicazione a maggio del 2015 del servizio giornalistico che sollevava il caso.

E’ un abuso – a leggere l’esposto – perché l’appello contro l’ordinanza di ineleggibilità ne aveva sospeso l’efficacia esecutiva.

Nel mirino della Sindoni il segretario generale Le Donne che la vuole fare fuori perché il suo voto può essere decisivo per la sfiducia al sindaco Accorinti.

In realtà, la proposta di delibera non era basata sull’ordinanza del Tribunale ma sul fatto che la Sindoni è ineleggibile per come aveva scritto un anno prima il massimo organo di consulenza giuridica della Regione. L’ordinanza del Tribunale è considerata solo un’ ulteriore prova.

Ne è nata una bagarre. Durante la discussione Il consigliere Interdonato preoccupato per l’esposto ha chiesto più volte al segretario generale Le Donne se confermasse o meno la piena legittimità delle delibera.

La consigliera Lucy Fenech ha affermato: “Questo della Sindoni e del suo avvocato è un atto di intimidazione al Consiglio”.

Alla fine è caduto il numero legale. Alcuni consiglieri per non votare hanno lasciato l’aula.

Per votare era necessaria la presenza di 16 consiglieri, ne sono rimasti in aula 15 (su 40): l’ultimo ad abbandonare l’aula Fabrizio Sottile. Non è andato via per mettersi al riparo dall’esposto, né per motivi politici, bensì a seguito di uno screzio con la capogruppo del Pd Antonella Russo: insomma per un dispetto di quelli che si fanno i bambini alla scuole materne.

 

L’intimidazione non è mai troppa

Giovedì 9 febbraio, la scena si è ripetuta, con toni più aspri.

Durante i lavori nella Commissione Sport e Spettacolo presieduta da Piero Adamo, in cui si è aperto un dibattito su come dovesse procedere nei lavori, la Sindoni – secondo quanto hanno riferito i presenti – ha ammonito i colleghi affermando che avrebbe denunciato i colleghi che avrebbero votato la sua decadenza. Nuova bagarre. Scambio di accuse. E di insulti.

Risultato: il Consiglio comunale non si è pronunciato sulla sua decadenza, nè sipronuncerà. Non a breve almeno.

Se la paura te la mettono gli avvocati

Il vicepresidente del Consiglio comunale, Nino Interdonato, infatti, già preoccupato dopo la lettura dell’esposto della Sindoni, si è messo al riparo da ogni possibile conseguenza penale e ha ritirato la firma prendendo le distanze da chi la delibera l’ha istruita.

Con una nota (scritta evidentemente da un legale), Interdonato ha condiviso la tesi sostenuta dal legale della Sindoni. Anzi, è andato anche oltre individuando più abusi di quelli lamentati dallo stesso Catalioto.

Ha accusato di mancanza di imparzialità il Segretario generale, evocando a sua volta l’intervento della Procura e si è dimesso dall’Ufficio di presidenza.

Interdonato, da perfetto ignorante della materia – come lui stesso ha ammesso – ha preso per oro colato quanto gli ha confezionato un legale.

Scurria, il legale che non ti aspetti

A fornire il parere a Nino Interdonato è stato infatti Marcello Scurria, ex segretario dei Democratici di sinistra e consulente giuridico nonché avvocato personale dell’ex sindaco di destra Giuseppe Buzzanca.

Quest’ultimo, oltre che primo cittadino di Messina era al tempo stesso consigliere regionale, quando ad aprile del 2010, una sentenza della Corte costituzionale stabilì che il cumulo delle due cariche fosse fuorilegge.

Tuttavia, assistito da Scurria, solo dopo due anni e mezzo, Buzzanca fu dichiarato decaduto dall’Ars.

Ironia della sorte, a battersi perché fosse prima sancita l’illegalità del cumulo delle cariche e poi la decadenza di Buzzanca fu Antonio Catalioto, legale oggi della Sindoni ed ex socio e collega di studio di Scurria.

Catalioto all’epoca non nascondeva la sua indignazione per come Buzzanca le provasse tutte per mantenere le due cariche, in spregio alla legge.

Operazione compiuta

La proposta di delibera per tornare ora in votazione deve essere firmata da un consigliere. In genere, per prassi se arriva dagli uffici la firma il presidente del Consiglio o qualcuno dell’Ufficio di presidenza.

La presidente Emilia Barrile, nell’occhio del ciclone dell’esposto della Sindoni e della nota di Interdonato, ha già dichiarato che lei non lo farà. L’altro componente, Nicola Crisafi, ha seguito Interdonato sulla scia delle dimissioni.

Effetto boomerang

Donatella Sindoni minaccia di presentare denunce. Ma la minaccia delle denunce e l’ostentanzione di quelle già fatte allo scopo di influire sull’andamento dei lavori di un organo elettivo le potrebbero costare l’attenzione della stessa Procura che evoca:

a lei e al suo legale, che a poche ore dal voto di un organo democratico ha fatto pervenire una nota di diffida che non ha precedenti.

Infatti, la loro condotta, inserita in un contesto in cui tutti sono scottati da procedimenti penali e temono di finire in altri, potrebbe integrare il reato dell’articolo 338 del codice penale che punisce “chi usa minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario o ad una rappresentanza di esso, o ad una qualsiasi pubblica Autoritità, per impedirne, in tutto o in parte, anche temporaneamente, o per turbarne comunque l’attività”.

 

IL CORSIVO: Decadenza della Sindoni, il Tribunale offre al Segretario generale Antonio Le Donne e al Consiglio comunale la possibilità di uscire dall’ambiguità lunga due anni. La consigliera decaduta, assistita dal legale Catalioto, partecipa ancora ai lavori

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Antonio Le Donne

Antonio Le Donne

Non c’era bisogno della pronuncia del Tribunale di Messina. Ma ora c’è pure quella. Eppure, Donatella Sindoni, consigliata dal suo legale Antonio Catalioto, non si rassegna e va allo sbaraglio.

Venerdì scorso la consigliera decaduta ha regolarmente partecipato ai lavori della Commissione Patrimonio, presieduta da Daniele Zuccarello, come se nulla fosse. E nessuno dei suoi colleghi ha avuto nulla da ridire, men che mai il segretario di commissione o lo stesso presidente. Eppure, la sentenza emessa il giorno prima – per disposizione di legge – è immediatamente esecutiva: un secondo dopo che è stata pubblicata la Sindoni è diventata una privata cittadina (il comma 8 dell’articolo 22 della legge 150 del 2011 stabilisce che “L’efficacia esecutiva dell’ordinanza pronunciata dal tribunale e’ sospesa in pendenza di appello”).

Dunque, i lavori della commissione sono stati viziati (a pena di nullità) dalla presenza abusiva (e a rischio rilevanza penale) di un ex consigliere.

Stamattina la scena si è ripetuta ma questa volta i colleghi consiglieri, forti di una nota che nel frattempo il segretario generale Antonio Le Donne aveva inviato al presidente del Consiglio comunale, hanno “coraggiosamente” ma non troppo abbandonato la colpevole complicità che da un due anni mantengono sulla vicenda. 

La Sindoni così è stata costretta a tornarsene a casa. Ma prima la presidente della Commissione Viabilità, Simona Contestabile, le ha dato comunque la parola e il tempo di affermare che è una “perseguitata politica”.

Se a palazzo Zanca si rispettano così le decisioni dei giudici e le norme di legge, da domani, qualsiasi cittadino è autorizzato a partecipare ai lavori del Consiglio e a votare.

Ad ogni modo, il legale Catalioto, che in questa vicenda ha dato il meglio della sua sapienza giuridica, nella tarda mattinata ha presentato appello, per cui da domani la Sindoni potrà tornare regolarmente in carica e starvi finché l’appello non verrà deciso.

Tuttavia, ora il segretario generale Antonio Le Donne ha la possibilità di rimediare alle sue condotte omissive che hanno permesso quella che è una grave violazione della democrazia.

Prima, infatti, dopo la pubblicazione del servizio giornalistico del maggio del 2015 che sollevava il caso, il custode della legalità a palazzo Zanca a fronte di una situazione di solare ineleggibilità in capo alla proprietaria dell’omonimo laboratorio di analisi, non si è assunto le sue responsabilità e ha atteso per un anno un parere dell’Ufficio legale della Regione Sicilia dalle conclusioni inequivocabili.

Successivamente, dopo che il Consiglio comunale si è astenuto sulla decadenza, ai primi di agosto 2016 ha mandato una nota ai consiglieri per dire loro che a fronte del parere “non avevano margini per non votare la decadenza”, dimenticandosi tuttavia nei giorni a seguire di avanzare e far mettere all’ordine del giorno una nuova proposta di decadenza per come gli imponeva la legge.

La stessa possibilità di rispettare la legge e la democrazia ce l’ha pure Consiglio comunale, che nella sua quasi totalità dei suoi componenti ha dribblato il parere dato dal massimo organo giuridico consultivo dell’ente locale.

In Consiglio comunale siede dal 2013 e rappresenta i cittadini di Messina chi non lo può fare: non perché abbia chissà quali colpe ma perché secondo la legge al momento dell’elezione aveva un ruolo che la avvantaggiava nella competizione elettorale.

Per la legittimazione dell’organo rappresentativo Consiglio comunale non si tratta di cosa di poco conto.

La verifica dei poteri, che per legge può essere fatto in ogni tempo in cui emergono fatti rilevanti e non solo al momento della proclamazione degli eletti, infatti, non è come pensa qualche sprovveduto consigliere comunale un giochetto di natura politica fondato sulla simpatia per questo o quel consigliere, ma un atto giuridico amministrativo che legittima l’operato dell’organo nella sua interezza e si basa sulla valutazione giuridica di presupposti di fatto.

Il voto della Sindoni, solo per fare l’esempio più clamoroso, nei prossimi giorni potrà essere decisivo per consegnare la città a un commissario nominato dalla Regione. E nei mesi scorsi è stato decisiva per far approvare o non approvare provvedimenti che riguardano il bene della città.

Bastano queste elementari osservazioni, al di là del giudizio negativo o positivo sull’operato di Renato Accorinti, sempre più vittima del suo narcisismo autoreferenziale, per comprendere come la questione dell’ineleggibilità di Donatella Sindoni merita di essere affrontata in maniera radicale, come andava affrontata sin dall’inizio, evitando il balletto dell’efficacia sospensiva dell’appello, che fa tornare in carica la Sindoni, che poi tra sei mesi finirà molto probabilmente per decadere di nuovo.

Al Segretario generale basta predisporre e sottoporre all’approvazione del Consiglio comunale una nuova proposta di delibera che sancisca la decadenza di Donatella Sindoni sic et simpliciter, ma non perché c’è stata  una pronuncia del Tribunale: se fosse fondata solo su questo, se anche fosse approvata dal Consiglio, un minuto dopo la delibera di decadenza non avrebbe più valore.

La pronuncia del Tribunale è il sigillo finale a dati chiari e lampanti che imponevano già da due anni di dichiarare Donatella Sindoni decaduta: la norma regionale, la norma nazionale nell’identica formulazione, il precedente della Corte di Cassazione che ha deciso un caso identico a quello della Sindoni. E poi il parere firmato dall’avvocato generale dell’Ufficio legale della Presidenza della regione Sicilia, Romeo Palma. Quello che secondo il segretario generale non consentiva valutazioni discrezionali ai consiglieri, che pi. Non le consentiva allora, figurarsi oggi che c’è pure una pronuncia dei giudici.

Ma ai consiglieri comunali di Messina se manca la capacità di fare proposte per risolvere i problemi della gente non difetta certo la fantasia, specie quella giuridica, già mostrata nella seduta in cui fu già votata la decadenza della Sindoni, dai consiglieri giuristi Pippo Trischitta e Carmelo Santalco: se nell’occasione pensarono di poter sfuggire al parere della Regione senza assumersi responsabilità astenendosi con motivazioni ridicole, ora potrebbero decidere di disertare l’aula, dando ulteriore prova di quanto hanno a cuore il bene comune. In questo caso, almeno i contribuenti risparmierebbero gettoni di presenza e oneri riflessi .

 

 

 

 

 

Clientelismo spacciato per mafia. Paolo David messo alla gogna per reati di cui non è accusato. Ecco come opera la “matassa” della disinformazione

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La conferenza stampa dell'operazione Matassa

La conferenza stampa dell’operazione Matassa

E’ clientelismo, di basso livello, fatto di buste della spesa e di regali di 50 euro; e di livello poco più alto, fatto di ricerca di posti di lavoro a familiari di marescialli dei carabinieri e ispettori di polizia e di intercessione politica per tentare di avvicinare imprenditori alle istituzioni. Ma è stato spacciato per mafia.

A leggere l’ordinanza di misure cautelare, denominata Matassa e  firmata dal Gip Maria Teresa Arena non si capisce che ci faccia la foto del consigliere comunale Paolo David, fedelissimo di Francantonio Genovese e Franco Rinaldi, i due esponenti politici più importanti di Messina prima di essere azzoppati due anni fa dall’inchiesta sulla formazione, accanto a quelle di coloro che sono ritenuti esponenti dei clan mafiosi della zona sud della città.

Per Paolo David, infatti, non c’è nessuna accusa da parte dei magistrati della Procura, Liliana Todaro e Maria Pellegrino, di associazione per delinquere di stampo mafioso; nessuna accusa di voto di scambio politico mafioso. Non c’è documentata nessuna richiesta da parte sua di aiuto alla mafia. E le intercettazioni cui è stato sottoposto per mesi non hanno registrato alcun rapporto con nessun esponente dei clan.

Paolo David, infatti, intrattiene unicamente rapporti con Angelo Pernicone e Giuseppe Pernicone, imprenditori titolari di una società, il Consorzio sociale siciliano, perfettamente in regola con la legge tanto che partecipa e si aggiudica gare pubbliche.

Entrambi incensurati, sino all’alba del 12 maggio 2016 , quando sono stati arrestati con l’accusa di aver messo a disposizione la loro azienda per consentire l’inserimento lavorativo e la rieducazione di detenuti (disposto, comunque, dal Tribunale di Sorveglianza) che così hanno potuto godere di permessi per uscire dal carcere .

Per il papà Angelo Pernicone tanti anni fa era stata chiesta la misura cautelare degli arresti in carcere. Fu rigettata, e al termine del processo “Albachiara” fu assolto.

LE ACCUSE VERE.

Invece, il consigliere Paolo David è accusato di una serie di ipotesi di corruzione elettorale, consumate tra il 2012 e il 2013, in occasione di tre tornate elettorali (politiche, regionali e amministrative), il reato che compie “Chiunque, per ottenere, a proprio od altrui vantaggio, la firma per una dichiarazione di presentazione di candidatura, il voto elettorale o l’astensione, dà, offre o promette qualunque utilità ad uno o più elettori, o, per accordo con essi, ad altre persone, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni”. Peraltro,  “La stessa pena si applica all’elettore che, per dare o negare la firma o il voto, ha accettato offerte o promesse o ha ricevuto denaro o altra utilità”.

Ma soprattutto David è accusato di associazione per delinquere finalizzata a compiere questo reato. Non solo, l’associazione viene ancora ritenuta operante anche se tornate elettorali non ce ne sono da tempo

E’ la contestazione di questo reato che porta David in carcere. Infatti, per i singoli episodi di corruzione elettorale, la Procura non può chiedere il carcere e non lo chiede.

Il bancario Paolo David finisce in carcere perché secondo le due righe di motivazioni del Gip Arena l’associazione è ancora esistente e c’è il pericolo che il reato, commesso nel 2013, ovvero 3 anni fa,  venga reiterato benchè non sono alle viste consultazioni elettorali, né politiche, né amministrative.

L’ASSOCIAZIONE FA I FAVORI

Secondo l’accusa si è associato con i due imprenditori Pernicone, padre e figlio, e con Giuseppe Picarella, chirurgo plastico molto noto a Messina quale titolare di alcune strutture sanitarie e centri estetici, e con la figlia Cristina.

I Picarella consentono a David di avere a disposizione delle aziende dove poter assumere. Infatti David ottiene l’assunzione, per breve periodi, di alcune persone su sollecitazione dei familiari di quest’ultimi.

Da David i Picarella ricevono l’intercessione politica (attraverso Francantonio Genovese) presso l’assessorato alla Salute, con il funzionario Marco Fiorella. La polizia non documenta che la facilitazione di questo rapporto avesse ad oggetto attività illecite.  “Si sono comportati con molta gentilezza”, riferisce Picarella a David. Null’altro.

David pur facendo parte di questa associazione unitamente ai Pernicone, fa la cortesia all’imprenditore di metterlo in contatto con il commissario del Consorzio autostrade siciliane Nino Gazzara. I Pernicone erano arrabbiati perché al Cas non riuscivano a vincere neppure una gara. Non l’hanno vinta neppure dopo l’incontro di David con Gazzara.

David benchè associato con i Pernicone e Picarella, dopo le elezioni, si prodiga per far assumere un familiare dei Pernicone presso una  società di Picarella, come operatore socio sanitario.

Le utilità che David prometteva erano le buste della spesa distribuite prima dell’elezione regionali nei quartieri più degradati della città. E una dazione di 50 euro.

Altre utilità erano una serie di promesse di aiuto per lavoro e per il disbrigo pratiche presso l’Inail, dove lavorava il fratello.

In molti casi, erano gli stessi interlocutori di David che lo chiamavano e chiedevano la cortesia dicendosi pronti a votare per lui. David si metteva sempre a disposizione. In alcuni casi faceva presente che era  candidato e che contava sul loro voto.

 

CLIENTELISMO ECCELLENTE

 

A David chiede aiuto il maresciallo Lorenzo Papale comandante della stazione dei carabinieri di Giostra che ha bisogno di un posto di lavoro prima per la consuocera e poi, dopo il rifiuto di questa, per la nipote. Lo stesso aiuto per lo stesso obiettivo, il posto di lavoro per un familiare, lo chiedono due appartenenti alla polizia, Stefano Genovese e Michelangelo La Malfa, i quali si spendono politicamente per David. “Michele parliamoci chiaro noi lavoriamo tutti per lo stesso fine che sarebbero i figli”, dice Paolo David a Michelangelo La Malfa.

 

LA MATASSA DELLA DISINFORMAZIONE

Paolo David non è accusato di mafia, neppure di concorso esterno. Eppure, la sua foto, scattata all’alba da fotografi insonni che si trovavano per caso nei paraggi, mentre esce dalla Questura, con a fianco due agenti, per essere accompagnato al carcere di Gazzi ha fatto il giro dell’Italia. E’ apparsa su tutti i giornali italiani. E’ stata mandata per due giorni in onda sui TG.

E’ lui per la stampa locale e nazionale l’emblema degli intrecci tra politica e mafia a Messina. Tuttavia, il consigliere comunale non è accusato di Mafia. E’ accusato di un reato comunque grave, certo. Lo stesso reato di cui è accusato il governatore della regione Basilicata, ad esempio.

Un reato che non commette nessuno in terra di Sicilia: infatti, tutte le assunzioni sono fatte per concorso pubblico, specie nelle cooperative sociali, e tutti coloro che fanno campagna elettorale a favore di questo o quel politico lo fanno per ideali e non perché si aspettano in cambio qualcosa (uffici stampa o incarichi di sottogoverno, compresi)

La corruzione elettorale è un reato grave perchè attenta alla democrazia e, soprattutto, alla dignità delle persone, che se la vendono per pochi spiccioli.

Ma mafia non è.

 

I MOSTRI DELLA MAFIA.

E allora perché metterci Paolo David tra 35 presunti mafiosi? Perché la notizia degli arresti è stata data (con chiara violazione del segreto istruttorio da parte di qualche inquirente) dalla giornalista della testata nazionale “La Repubblica” (che ha fatto il suo lavoro) prima che ne venissero a conoscenza gli arrestati?

Se l’operazione di polizia avesse portato in carcere presunti esponenti dei clan di Camaro, non ne avrebbe scritto e parlato neppure la televisione locale, con tutto il rispetto per gli inquirenti e gli arrestati, molti dei quali erano già in carcere. A parte Carmelo Ventura, gli arrestati sono personaggi di nessun livello.

Invece, è stato sufficiente mettere Paolo David accanto a esponenti della mafia con cui nulla aveva a che fare, sottolineando che era uomo di Francantonio Genovese, per creare la notizia e per far diventare protagonisti della notizia stessa, a reti unificate, magistrati, inquirenti e i giornalisti che si sono fatti latori di una notizia falsa.

E’ bastata una conferenza stampa presieduta dal Questore della città, Giuseppe Cucchiara, e dal capo del Procura, Guido Lo Forte, per amplificare la notizia fondata sul falso.

Si sono scatenati pure i politici antimafiosi, che senza conoscere le carte e sulla base di una notizia falsa, si sono avventurati in giudizi su cose di cui nulla sapevano.

La mafia, infatti, fa audience.

La mafia negli anni novanta faceva audience se in carcere finivano i boss. Adesso fa audience solo se accanto ai mafiosi viene inserito, non importa se giustamente o ingiustamente, un qualche esponente dello Stato o delle Istituzioni.

La mafia dentro lo Stato eccita i cittadini e li rassicura. Permette di vendere copie di giornaliE fornisce alibi. In fondo, se il sindaco Renato Accorinti e la sua amministrazione non sono capaci di risolvere i problemi dei cittadini la colpa è della mafia, la cui puzza ha subito sentito il neo assessore Luca Eller Vainicher, arrivato dal nord a Messina per sistemare i conti della città e non per risolvere i problemi dei depuratori puzzolenti o dell’immondizia putrescente per le strade.

La mafia fa audience e crea “mostri”.

La mafia genera o facilita carriere nella magistratura, nelle forze dell’ordine, nella politica e nel giornalismo: quel giornalismo che non certo per caso, va acriticamente a braccetto con alcuni magistrati antimafia, magari poco impegnati visto che hanno tempo per scrivere libri e per stare ore in televisione.

Alla fine dopo anni, molti anni, si scopre che era tutto un bluff, ma la gente continua a credere che la verità è la falsità spacciata per verità tanti anni prima.

 

I PRECEDENTI

L’operazione Matassa e la relativa conferenza stampa ricorda, solo per fare un esempio, molto la conferenza stampa che annunciò all’Italia intera che era stato arrestato un emissario della ndrangheta che truccava gli esami di Medicina all’Università di Messina. Agli investigatori arrivarono i complimenti dell’allora ministro degli Interni e la notizia fece il giro dell’Italia. Ci voleva poco per capire che Montagnese fosse solo un millantatore.  E infatti il processo dimostrò, due anni dopo, che la ‘ndrangheta non c’entrava nulla e che Montagnese non sapeva neppure come si svolgesse un test di ammissione a Medicina.

 

La conferenza stampa Matassa, ricorda, per fare un altro esempio, la conferenza stampa in cui venne raccontato degli arresti di un gruppo di persone che avevano in corso una sorta di compravendita di un bambino rumeno. Le persone furono arrestate attraverso la contestazione di un reato che pacificamente non poteva essere contestato, come stabilirono successivamente prima il Tribunale della Libertà e poi la Corte di Cassazione.Intanto, però, per 30 giorni gli arrestati erano rimasti illegalmente in galera.

 

IL COMMENTO. Le magie del sindaco Accorinti: prima fa uscire l’acqua dai rubinetti dei messinesi, poi vola a Torino e mena vanto spacciando la fantasia per realtà

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L'annuncio di Renato Accorinti

L’annuncio di Renato Accorinti

Al di là delle manipolazioni dialettiche del sindaco Renato Accorinti, che si è trincerato dietro il dissesto idrogeologico evocando da vero attore i morti di Giampilieri, le gravi responsabilità da parte dei vertici dell’Amam, degli amministratori pubblici e di tutta la classe politica(nte) locale sono già emerse.

Se Messina è senz’acqua da 7 giorni non è per colpa di una calamità naturale tradotta nella frana che per l’ennesima volta ha danneggiato l’acquedotto da cui dipende la città. 

Ma pur facendo finta, per un attimo, che il primo cittadino non abbia nessuna responsabilità sulla crisi idrica e sulla gestione della stessa, comunque meriterebbe di essere cacciato da Palazzo Zanca solo per quanto è accaduto nella giornata di oggi.

Renato Acconti, infatti, è riuscito a mostrare quanto sia sempre più scollegato dalla realtà e sempre più preda del delirio narcisistico che sin dal suo insediamento si era manifestato.

Di prima mattina, infatti, insensibile agli effetti che avrebbe determinato sulla gente avvilita e arrabbiata, si è trasformato in un mago e ha annunciato che in tarda mattina l’acqua sarebbe arrivata nella case.

Naturalmente si è trattato di una menzogna o di una stupidaggine, a seconda che si consideri  il professore di educazione fisica una persona normodotata o non lo si consideri tale.

Il sindaco è stato smentito qualche ora dopo dai vertici della Municipalizzata dell’acqua che hanno posticipato di 24 ore l’illusoria previsione del sindaco. E poi dai fatti: a sera neppure una goccia d’acqua è ancora uscita dai rubinetti.

Ma Accorinti della cantonata presa (che fa il paio con quella di qualche giorno fa, quando aveva annunciato che la crisi era stata risolta), non si è curato affatto.

Incurante del principio sportivo secondo cui il capitano nei momenti di difficoltà deve caricarsi la squadra sulle spalle, senza alcun rispetto per i cittadini per strada con i bidoni i mano se non vittime di sciacalli, si è messo in volo per Torino dove l’attendeva la nutrita platea dei colleghi sindaci dell’Anci.

Al loro cospetto si è superato: senza un minimo di pudore – come riporta un comunicato stampa ufficiale dell’Anci – si è pure vantato della magia: “Dovevo venire ieri ma non mi sono mosso fino a quando non ho ho visto riuscire l’acqua dai rubinetti delle case di Messina“.

Le dichiarazioni di Accorinti a Torino

Le dichiarazioni di Accorinti a Torino

 

L’incompetenza di Renato Accorinti era notoria e nota a tutti coloro che si fermavano dieci minuti a parlare con lui: tutto slogan e, nel merito dei problemi, il vuoto pneumatico.

Tutti, però, riconoscevano la sua onestà intellettuale e la sua passione per la gente e la città.

Ciò che è accaduto oggi mostra che il potere lo ha corrotto e la libido esibizionistica ha invaso la sua coscienza, annientandola.

Ha smarrito così pure l’amore e il rispetto per la sua gente.