Bancarotta Italsea group, pesanti condanne per i membri della famiglia Cozza proprietaria della Spa di servizi di trasporto di Catania. 10 mesi all’ex direttore dell’agenzia delle Entrate di Messina Altomare che aveva rinunciato alla prescrizione

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Luigi Salvatore Cozza

Luigi Salvatore Cozza

Il reato di abuso di ufficio che gli veniva contestato era ormai prescritto da due anni, ma ha rinunciato ad avvalersene ritenendosi innocente.

Salvatore Altomare, l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate di Messina, è stato così condannato in primo grado a 10 mesi di reclusione.

Il Tribunale di Messina, presieduto da Silvana Grasso, ha irrogato pene molto più pesanti ai proprietari e agli amministratori di Italsea Group Spa, società di trasporto con sede a Taormina (poi trasferita a Catania), dichiarata fallita nel 2012, accusati di bancarotta documentale, bancarotta per distrazione ed evasione fiscale.

Le pene sono state più severe di quelle chieste nella requisitoria dal pubblico ministero Francesco Massara.

Nello specifico, a nove anni di reclusione è stato condannato Salvatore Luigi Cozza, a 5 anni e 2 mesi i figli Pamela Cozza e Luigi Cozza,  a 4 anni e 7 mesi Giuseppa Pistorio, moglie e madre dei primi tre: erano accusati di aver esposto in bilancio passività inesistenti per milioni di euro mediante emissione di fatture da parte di società inconsapevoli; di avere distratto liquidità della società ai danni dei creditori mediante l’acquisto di beni immobili rimasti nella piena disponibilità dei membri della famiglia e di evasione fiscale, ritenuta comunque prescritta.

Claudio Reinhold D’arrigo e Francesco Altomare sono stati condannati a 7 anni e 2 mesi; Giuseppe Basile a 6 anni: si tratta dei collaboratori della famiglia Cozza a cui di volta in volta sono stati attribuiti compiti di amministratore o di direttore generale delle società del gruppo e che comunque hanno concorso nei reati di cui erano accusati i membri della famiglia Cozza.

La rinuncia alla prescrizione

Francesco Altomare è il fratello delll’ex direttore dell’Agenzia delle entrate provinciale di Messina.

La sua presenza nella compagine societaria della famiglia Cozza  è costata il coinvolgimento nell’inchiesta di Salvatore Altomare: all’epoca direttore dell’Agenzia delle entrate di Taormina.

Secondo l’accusa, l’Agenzia ha riconosciuto una detrazione di Iva per 244 mila euro relativa all’anno 2004 sulla base di documentazione in parte palesemente falsa e in parte relativa a mezzi di altre società.

L’accertamento con adesione era stato materialmente effettuato da Aldo Corrrado Pittari e Guido Schiavoni, due funzionari dell’Agenzia (su istigazione di Pamela Cozza) ai quali veniva contestato l’abuso d’ufficio in concorso con Altomare, che – secondo l’accusa – ha avallato l’operazione: al contrario di quest’ultimo, però, i due funzionari non hanno rinunciato alla prescrizione e sono andati esenti da pena.

Effetto boomerang

L’inchiesta è decollata dopo una denuncia presentata nel 2007 ai carabinieri (su istigazione di Luigi Salvatore e Pamela Cozza) da parte di Claudio Reinhold D’arrigo.

Questi aveva infatti denunciato il  furto della documentazione contabile mentre veniva portata dalla vecchia sede alla nuova sede.

Gli uomini della Finanza hanno scoperto che si trattava solo di un modo per impedire gli accertamenti degli organi inquirenti e creare le condizioni per impedire la ricostruzione delle movimentazioni societarie: infatti, il trasloco neppure ci poteva essere stato, considerato che la nuova sede era all’epoca della denuncia sottoposta a sequestro.

Fallimento Pesce, arrivano le condanne di primo grado per l’imprenditore, il notaio Quagliata, e gli ex dipendenti Inferrera e Restuccia. Assolti gli altri sei 6 imputati

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Sandro Pesce

Sandro Pesce

Nove anni di reclusione per Sandro Pesce; sei anni per Vittorio Quagliata; 4 anni per Gaetana Inferrera, un anno e 6 mesi per Giancarlo Restuccia.

Assolti invece, David Remedios, Rosa Maria Zocca, Maria Ferrara, Giuseppe Leoni, Margherita Bagnoli e Luigi Giannetto

 

E’ questo l’esito del processo di primo grado nato dal fallimento delle aziende del noto imprenditore Sandro Pesce, proprietario di alcuni dei negozi più frequentati di abbigliamento della città di Messina (Acquarius e Semplice, tra questi), che erano arrivati ad impiegare circa 80 dipendenti.

La sentenza è stata emessa dalla seconda sezione penale, presieduta da Silvana Grasso, nel primo pomeriggio di oggi.

Sandro Pesce, in sostanza, era accusato di aver svuotato le società di cui era titolare distraendo a suo favore ingenti risorse che poi ha usato per compiere altre attività: da qui le accuse di bancarotta fraudolenta, riciclaggio, impiego di denaro di provenienza illecita ed evasione fiscale.

La società cassaforte del gruppo, la “Margan Srl”, era stata dichiarata fallita nel 2009.

Nel compiere questa attività – secondo l’accusa – si era servito del notaio (peraltro, cognato) Vittorio Quagliata e di Gaetana Inferrera, dipendente di Pesce.

Giancarlo Restuccia, altro ex dipendente di Pesce, invece, era accusato di favoreggiamento personale.

Sandro Pesce, nell’ambito dell’inchiesta fu arrestato e mentre era in carcere chiese attraverso la sorella a Restuccia di occultare parte della documentazione contabile.

 

 

Il CASO: Vendita privilegiata, gli amministratori giudiziari dei beni confiscati a Sarino Bonaffini cedono una casa a un loro consulente. Il prezzo? La metà di quello praticato agli altri. Le giustificazioni dell’amministratore Giuffrida e dell’acquirente

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Il crystal residence

Il Crystal residence

 

Gli appartamenti del complesso immobiliare “Falcone” che ha preso il posto dell’ex grissinificio omonimo, sulla strada statale, a Contesse, li hanno venduti a mille e 400 euro a metro quadro.

Invece, l’ultimo appartamento rimasto invenduto del complesso Crystal residence, che sorge a cento metri di distanza, in direzione del centro città, sempre sulla strada statale, l’hanno venduto più meno a metà prezzo.

Centodieci metri quadri di abitazione, più 70 metri quadri di terrazza, rifiniture di alto livello, vista sullo Stretto di Messina. E in più, un box auto coperto.

L’avvocato Raffaele Maccari e i commercialisti Pippo Giuffrida e Antonino Barbagallo, i tre amministratori giudiziari dei beni confiscati nel 2011 a Sarino Bonaffini, noto imprenditore del pesce con grossi interessi nel settore immobiliare ritenuto vicino alla cosche mafiose locali, hanno ceduto quest’appartamento (di proprietà dello Stato) per 95 mila euro.

L’acquirente?

Un loro consulente: l’architetto, Saverio Carbonaro, assunto tre anni prima, nel 2013 (a duemila euro netti al mese), proprio per curare gli aspetti tecnici relativi alla vendita degli immobili passati da Bonaffini al patrimonio dello Stato.

Facendo due calcoli, considerato che la terrazza è calcolata per un terzo e che il prezzo include il box auto coperto, Saverio Carbonaro ha comprato a poco meno di 700 euro a metro quadro.

 

Questione di prezzo e di conti che non tornano

 

Il prezzo è nettamente più basso di quello fissato nel 2009 nel compromesso di vendita dello stesso appartamento stipulato con atto scritto tra Metropoli srl, la società immobiliare della famiglia di Bonaffini, e un privato: 230 mila euro, più o meno 2 mila euro a metro quadro (quasi tre volte il prezzo a cui è stato ceduto ora a Carbonaro).

Uno dei tre amministratori giudiziari, Pippo Giuffrida, commercialista catanese, spiega: “L’architetto Carbonaro ci ha fatto la proposta di acquisto. Io l’ho ritenuta congrua ed equa sulla base di una serie di valutazioni e di dati”.

La differenza notevole di prezzo?

“Il prezzo del compromesso si riferisce al 2009. Poi c’è stato un crollo del settore immobiliare e i prezzi sono nettamente calati”, precisa Giuffrida.

Ma di quanto sono calati?

“In effetti, il calo c’è stato. Nel 2016 in quella zona si è venduto a mille e 500 euro/ mille e 400 euro a metro quadro. Non di meno”, spiega un agente di una delle società immobiliari più grosse del settore.

Ma è lo stesso Saverio Carbonaro a confermare che il prezzo di vendita di immobili nuovi in quella zona si aggira sui 1400/ 1500 euro al metro quadro e che gli stessi amministratori si sono attenuti a questo prezzo.

“Di recente gli stessi amministratori giudiziari hanno venduto gli appartamenti del complesso Falcone a mille e 400 euro a metro quadro”, ammette Carbonaro.

 

Giustificazioni con giallo

 

Come mai allora a Carbonaro è stato praticato un prezzo pari alla metà di quello di mercato, cui si sono attenuti in precedenza gli stessi amministratori?

“Credo che il prezzo che ho proposto sia giusto, considerata la situazione del complesso immobiliare”, spiega Carbonaro. Che svela un dato:  “A causa di difformità con il progetto, l’immobile manca certificato di agibilità e di abitabilità”, rivela l’architetto.

Quindi, gli amministratori giudiziari hanno venduto un immobile ( e Carbonaro l’ha comprato) senza le certificazioni necessarie per poterci vivere.

“E’ proprio così”, risponde Carbonaro.

 

L’avallo del giudice e il cuore del problema

 

L’operazione è stata – per come prevede la legge – avallata da un giudice del Tribunale misure di prevenzione che ha messo la sua firma autorizzando la vendita. “L’istanza per la vendita l’abbiamo proposta al presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Messina, Nunzio Trovato. Mi sono convinto che quello è il prezzo equo e l’ho rappresentato al giudice. Quest’ultimo ha condiviso le mie valutazioni e i dati che gli ho esposto, di cui mi assumo tutta la responsabilità”, racconta il commercialista catanese.

In genere, le vendite degli amministratori giudiziari sono preceduti da una perizia di stima.

“Ci dovrebbe essere quella di un’agenzia immobiliare”, dichiara Giuffrida.

Quale è l’ agenzia?

“E’ una cosa riservata. Non me lo ricordo. Ma questo non è importante. Ci sia o meno la perizia, il cuore del problema è un altro. Chiami un esperto e faccia fare una perizia. Se il prezzo che verrà fatto dal suo consulente è più o meno uguale a quello di vendita, io non ho responsabilità”, conclude Giuffrida.

 

Competenza e serietà

 

Saverio Carbonaro, è stato scelto come coadiutore (è questo il termine tecnico) dagli amministratori giudiziari perché “dopo un colloquio, è parso persona seria e competente”, come sottolinea l’amministratore Giuffrida.

E’ lo stesso architetto a escludere “in maniera categorica qualsiasi rapporto di parentela con uno dei tre amministratori”.

 

 

IL COMMENTO: Gettonopoli, quando il processo politico ed etico si fa in un’aula di Tribunale. I consiglieri comunali possono aver ingannato e truffato chi riteneva che la loro condotta fosse lecita?

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gettonopoli
Non era mai capitato, non negli ultimi venti anni, che i consiglieri del Comune di Messina godessero di così poca stima tra i cittadini.

La diretta televisiva dei lavori del Consiglio comunale chiamato alcuni mesi fa a votare sulla sfiducia al sindaco Renato Accorinti, considerato il livello degli interventi (e degli show), che in realtà si potrebbe ammirare ogni giorno facendo una capatina a Palazzo Zanca, l’ha ridotta a zero.

Prima ancora, era stata un’inchiesta della procura di Messina, sfociata in un processo penale ormai alla battute conclusive, ad additarli all’opinione pubblica pure come dei ladri di risorse pubbliche (o meglio dei truffatori): secondo l’accusa incassavano gettoni di presenza per un massimo di 2 mila euro mensili, apponendo una firma di presenza alle sedute della commissioni consiliari e andando via dopo pochi minuti (se non secondi).

Mai inchiesta ebbe tanto clamore mediatico. Mai indignazione della popolazione fu più profonda. Mai si sviluppò tra i cittadini di Messina tanta rabbia giustizialista.

Tuttavia, basta dare una lettura alle carte dell’inchiesta e del processo, al di là delle pesantissime condanne chieste dal pm Francesco Massar, per capire che l’impianto accusatorio non è così solido.

I consiglieri sono eticamente colpevoli. Sono politicamente colpevoli, visto che gran parte di loro ha partecipato alle elezioni al solo scopo di procacciarsi un emolumento mensile sicuro per 5 anni: infatti, si recava a palazzo Zanca a partecipare a commissioni convocate esclusivamente per discutere il nulla, il vero scandalo della vicenda.

Ma la responsabilità penale è un’altra cosa. Si fonda su norme determinate, che disegnano fattispecie precise, entro cui vanno sovrapposti i fatti accertati come commessi da ciascun imputato.

Senza entrare troppo nei tecnicismi giuridici, nella sostanza, i 16 consiglieri comunali sono accusati di aver ingannato ripetutamente il segretario generale Antonino Le Donne: andavano via pochi minuti dopo la firma o firmavano utilmente a sedute che non si tenevano per mancanza del numero legale e così incassavano il gettone di presenza liquidato proprio dal segretario generale Le Donne.

Ora il punto è che Le Donne ha sempre sostenuto, persino in atti scritti diretti alla regione Sicilia, che ciò che facevano i consiglieri era perfettamente in linea con la legge, o almeno era in linea con l’interpretazione che non poteva  non essere data alla lacunosa legge all’epoca vigente, difatti modificata dall’Ars qualche mese dopo.

Per Le Donne, infatti, la legge regionale e il regolamento comunale consentivano di considerare effettivamente presente, e quindi avente diritto al gettone, sia chi apponeva la firma a sedute di commissione che poi non si tenevano, sia chi firnava e dopo pochisimi minuti andava via.

Tant’è che gli stessi gettoni di presenza nel medesimo modo che forma oggetto delle imputazioni, l’hanno percepiti i consiglieri delle passate legislature con il consapevole avallo dei Segretari generali in carica all’epoca.

Può essere ritenuta “indotta in errore con artifizi e raggiri” (sono questi i requisiti essenziali perché si possa configurare il reato di truffa)  e quindi vittima, una persona che dal canto suo, consapevolmente, ritiene che la condotta dell’ipotetico truffatore è legittima?

Con questa questione di diritto dovrà fare i conti il Tribunale presieduto da Silvana Grasso, che nei prossimi giorni deciderà se condannare o assolvere i 16 consiglieri.

Un altro gruppo di colleghi, praticamente tutti gli altri consiglieri, finiti anch’essi sotto inchiesta per gli stessi motivi, sono stati prosciolti (archiviati) dal Giudice per le indagini preliminari, Salvatore Mastroeni su richiesta del procuratore aggiunto Vincenzo Barbaro e del sostituto Diego Capece Minutolo.

I due sostituti hanno ritenuto  che questi consiglieri si erano distinti dagli altri, quelli più cattivi, perché in commissione c’erano stati qualche secondo in più, comunque più di tre minuti, considerata la soglia limite dai due magistrati, non si è capito, però, in base a quale principio giuridico.

Il Gip Mastroeni, dal canto suo, si è prodotto in un lunghissimo provvedimento di 28 pagine, intriso di valutazioni politiche ed etiche e di dotte citazioni.

Al termine della lettura, ripetuta varie volte, chi si è cimentato (sicuramente per sue carenze) non ha compreso però quali fossero i principi giuridici su cui il provvedimento di archiviazione è fondato.

Gran parte dei consiglieri comunali di Messina non merita di sedere sullo scranno del Consiglio comunale di una qualsiasi città di un posto civile: è condivisibile.

Ma bisognerebbe interrogarsi del perché i cittadini di Messina prima li votano e poi sperano che a farli fuori sia la magistratura.

E’ la storia giudiziaria e politica del paese a dirlo.

Ogni volta che si delega alla magistratura di fare pulizia tra la classe dirigente, il rimedio si rivela peggiore del male e alla mala politica, nella migliore delle ipotesi, si sostituisce il vuoto pneumatico. 

IL GIALLO: Il senatore Luigi Gaetti ritira l’interrogazione sulla gestione “di favore” del collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano, sotto processo a Barcellona. Ma afferma: “La ripresento non appena accerto che le segnalazioni che mi hanno consigliato la decisione sono infondate”

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Il senatore Luigi Gaetti

Il senatore Luigi Gaetti

La ripresento non appena avrò accertato che quanto mi è stato segnalato non corrisponde alla verità“.

L’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia e a quello degli Interni, gettava molte ombre sulla gestione della collaborazione con la giustizia dell’ex boss di Barcellona Carmelo Bisognano, domandando ai ministri un’attività di ispezione per diradare i dubbi e spiegare le anomalie.

Ombre che toccano i magistrati della Procura e della Corte d’appello di Messina (e i due legali del collaboratore) che – secondo le ipotesi contenute nell’interrogazione – avrebbero riservato un trattamento di favore e illecito al collaboratore, arrestato il 24 maggio del 2016 con l’accusa di tentata estorsione, favoreggiamento, intestazione fittizia di beni.

Luigi Gaetti, senatore del M5Stelle e vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, però, l’interrogazione l’ha ritirata dieci giorni dopo averla presentata.

E’ solo una scelta momentanea, per scrupolo”, afferma il senatore

Il motivo? “Mi è stato segnalato che l’atto ispettivo fosse stato scritto su una conoscenza parziale della documentazione. Mi sono fatto mandare quella mancante e la sto esaminando. Sinora non è emerso nulla che mi faccia pensare che l’interrogazione non fosse fondata“, dichiara il senatore.

Ma chi le ha fatto la segnalazione? “Guardi, a me arrivano tante segnalazioni e con estrema umiltà ne tengo conto“, glissa il vicepresidente della Commissione antimafia.

Dietrologie

L’esistenza dell’interrogazione e il contenuto della stessa sono state più volte evocate dal difensore di Carmelo Bisognano, Fabio Repici, nel processo a carico dell’ex boss, in corso di svolgimento davanti al Tribunale di Barcellona: in specie, durante l’esame di Mariella Cicero, il legale che difendeva unitamente a Repici (di cui è collega di studio) Bisognano sino agli arresti, per poi lasciare l’incarico per l’emergere di intercettazioni con il collaboratore, giudicate dagli inquirenti oltre i limiti del rapporto lecito tra assistito e difensore.

L’avvocato Repici ha, infatti, interrotto il collega Ugo Colonna, difensore di parte civile, che stava ponendo delle domande a Mariella Cicero, chiamata da Repici come teste a difesa di Bisognano, sottolineando:  “Si può frodare il Parlamento, non qui in Tribunale”

Il presidente del Tribunale, Fabio Processo, lo ha invitato ad una condotta rispettosa del collega: “Non usi parole scorrette nei confronti innanzitutto del collega”.

L’avvocato Colonna ha ribattuto: “Qui se c’è qualcuno che froda è un’altra persona, quindi….”

Le ombre 

L’interrogazione di Gaetti, ora messa ora nel congelatore, in sintesi, denunciava che Carmelo Bisognano, collaboratore dal 2010, nel 2015, quando è divenuta definitiva una condanna per mafia, sarebbe dovuto andare in carcere e, invece, in violazione di legge ha ottenuto la sospensione della pena su sollecitazione dei suoi difensori; ancora, che Bisognano, al di là della responsabilità penale in corso di accertamento, da collaboratore di giustizia si è reso protagonista di varie e gravi violazioni degli impegni assunti al momento della collaborazione che a norma di legge avrebbe dovuto condurre alla revoca del programma di protezione, revoca mai adottata.

Il vicepresidente della Commissione antimafia nell’interrogazione ha evidenziato come tutto ciò sia accaduto nonostante dall’esame degli atti processuali emergesse che la collaborazione di Bisognano sia stata contrassegnata da omissioni interessate.

 

Scarcerato Carmelo Bisognano: l’ex boss di Barcellona, dal 2010 collaboratore di giustizia, era stato arrestato a maggio 2016 per tentata estorsione, favoreggiamento e intestazione fittizia di beni. In corso il processo per accertare la responsabilità. La misura sostituita con l’obbligo di dimora

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Carmelo Bisognano

Carmelo Bisognano

Dal 24 maggio del 2016 era detenuto in una struttura carceraria. Arrestato con l’accusa di intestazione fittizia di beni, tentata estorsione e favoreggiamento non gli è stato, però, mai revocato il programma di protezione.

E’ anche per questo motivo che a distanza di un anno l’ex boss della mafia di Barcellona, Carmelo Bisognano, dal 2010 collaboratore di giustizia, torna libero.

O meglio, torna in località protetta, con obbligo di dimora e divieto di uscire dalle 19 di sera alle otto del mattino dall’abitazione che gli ha assegnato il ministero degli Interni, protetto dalla scorta.

Il Tribunale di Barcellona, davanti a cui si celebra il processo a carico di Bisognano per intestazione fittizia di beni e tentata estorsione, ha deciso di accogliere l’istanza avanzata dalla stesso pubblico ministero, che si era pronunciato per la sufficienza dell’obbligo di dimora, e dalla difesa di Bisognano rappresentata da Fabio Repici, che aveva chiesto la revoca o la sostituzione del carcere con gli arresti domiciliari.

“Bisognano è tutt’ora sottoposto a programma di protezione; si avvicina comunque il termine di durata massima delle misure cautelari; tenuto conto dell’attività istruttoria svolta e della condotta nel corso del processo, pur rimanendo i gravi indizi di colpevolezza in ordine ai reati contestati, l’obbligo di dimora con divieto di allontanarsi dalla propria abitazione dalle 19 di sera alle 8 di mattina appare idoneo a soddisfare le residue esigenze cautelari”: queste, in sintesi, le motivazioni del Tribunale presieduto da Fabio Processo.

Inchiesta Mare nostrum, Vincenzo Franza indagato per istigazione di un carabiniere alla violazione del segreto istruttorio. Il manager precisa: “Non ci ho mai parlato. La figlia è stata assunta su richieste insistenti di altri. Non ho mai chiesto notizie che non fossero lecite”. L’inchiesta ruota attorno a Ettore Morace patron di Ustica lines finito in carcere. Indagati il presidente della Regione Crocetta e il deputato regionale Fazio, ai domiciliari

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Vincenzo Franza

Vincenzo Franza

 

Istigazione di un ufficiale tramite terze persone per avere notizie coperte dal segreto istruttorio.

C’è anche Vincenzo Franza, il patron della Caronte & Tourist, tra le persone indagate nell’ambito dell’inchiesta che ha portato in carcere Ettore Morace, il patron di Ustica lines, e ai domiciliari il deputato regionale Girolamo Fazio, accusati di aver messo in piedi un sistema di corruzione di politici e dirigenti pubblici (tra questi il funzionario della Regione Siciliana Giuseppe Montalto, anch’egli arrestato), volto ad ottenere provvedimenti di favore nell’ambito del trasporto marittimo.

Secondo la procura di Palermo, l’amministratore del gruppo Franza, o comunque, persone dei vertici del gruppo, avevano creato un rapporto privilegiato con l’ufficiale del Ros, Orazio Gisabella, a cui era stata assunta la figlia.

A questi Vincenzo Franza, tramite altra persona, avrebbe chiesto informazioni riservate su indagini in corso che l’ufficiale si è prodigato a recuperare.

Di più. Sempre secondo la Procura, il carabiniere si sarebbe attivato per far aprire indagini contro i Morace.

Ancora, Gisabella mediante “contatti con giornalisti de Il Fatto quotidiano e della Rai” avrebbe provato a innescare una campagna di stampa contro la famiglia Morace e la Liberty lines”.

 

La smentita di Vincenzo Franza e il ruolo di La cava

 

Vincenzo Franza, raggiunto telefonicamente smentisce: “Non ho mai conosciuto l’ufficiale dei carabinieri di cui ho letto il nome sul giornale. Vero è che è stata assunta la figlia. Ma sulla base delle insistenze di persona a me vicina. Non ho mai chiesto informazioni su nessuno che non fossero lecite”.

La Caronte&Tourist è socia della famiglia Morace nella società che ha rilevato la Siremar dalla regione Sicilia.

“Non abbiamo nessun motivo di risentimento nei confronti dei Morace, quindi non capisco per quale motivo avremmo dovuto sollecitare una campagna mediatica contro i nostri alleati”, sottolinea il manager.

Nell’inchiesta è però indagato Sergio la Cava, presidente della società Navigazione Generale Italiana s.p.a, socio del maggiore gruppo imprenditoriale messinese: colui che teneva direttamente i rapporti con Gisabella.

 

Indagati eccellenti

Nell’inchiesta figurano indagati il sottosegretario di Stato Simona Vicari, che si è dimessa dichiarandosi estranea ai fatti;  il governatore Rosario Crocetta, che si è già detto assolutamente sereno e Marianna Caronia, ex deputato regionale che si sarebbe prodigata a favore di Morace e in cambio – per l’accusa – avrebbe ottenuto da Morace l’impegno ad accogliere tutte le sue richieste a titolo di buonuscita dalla ex Siremar della quale la Caronia era dipendente. Caronia – sempre per i pm titolari delle indagini – ha incassato 50 mila euro da Morace “per prestazioni inesistenti”.

Indagato anche l’ex presidente del Consiglio di giustizia amministrativa, Raffaele De Lipsis,  cui Ettore Morace si è rivolto – secondo l’accusa – per ottenere un provvedimento che riformasse la sentenza del Tar di Palermo del 2 febbraio del 2017.

Il Tar aveva rigettato il ricorso di Ustica lines avverso l’annullamento da parte della Regione della gara da 64 milioni di euro per l’affidamento dei servizi di trasporto marittimo passeggeri mediante unità veloci, aggiudicata nel 2014 proprio a Ustica lines.

Processo “Il Detective”, fioccano le prescrizioni. Escono di scena 13 imputati. Il processo, nato dalla guerra intestina per il controllo della storica società di vigilanza, continua per gli altri sei

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Il Tribunale di Messina

Il Tribunale di Messina

All’inizio del giudizio di primo grado, nel 2012, i capi di imputazione erano 65. In piedi, dopo 4 anni, nel 2017,  ne sono rimasti 9.

Il processo cosiddetto Il Dectective, nato dalla guerra intestina scoppiata nel 2007 per il controllo della società di vigilanza fondata da Antonino Corio, ha avuto un primo responso.

Il Tribunale di Messina, presieduto da Mario Samperi, nel tardo pomeriggio di oggi ha dichiarato l’avvenuta prescrizione per il decorso del tempo di 56 capi di imputazione.

Sotto processo sono rimasti sei imputati

I restanti tredici, infatti, hanno beneficiato della sentenza di non doversi procedere per il decorso massimo del tempo dai fatti contestati.

I fatti oggetto delle ipotesi di reato erano stati commessi nel 2007.

Escono dal processo Daniela Corio, figlia dei proprietari della società di vigilanza, e Pietro Cacace, il marito; la figlia Federica Cacace; Cristina Corio e Natala Corio le altre due sorelle figlie dei proprietari de Il Detective; Corrado Emanuele Galizia, ex agente dei servizi segreti, per un periodo amministratore de Il Detective, consigliere e braccio destro di Daniela Corio; Giuseppe Giammillaro, marito di Cristina Corio; Antonino Lo Giudice, avvocato e consulente della società; Pietro Sofia e Massimiliano Morabito, guardie giurate; Pietro Previte e Massimiliano Carrozza, titolari di ditte che avevano lavorato per il Detective; Maria Gabriella Ciriago, funzionaria della Prefettura di Messina.

I reati contestati e dichiarati prescritti andavano dalla turbativa d’asta, all’appropriazione indebita, alla falsa testimonianza, alla truffa attraverso false fatturazioni, alla circonvenzione di persona incapace, alla rivelazione del segreto d’ufficio.

Non verrà così mai accertato in un processo penale se e quali di questi imputati fossero o meno colpevoli dei reati di cui erano accusati.

 

Il processo continua per le accuse di estorsione

 

Sono rimasti in piedi i capi di imputazione con cui la Procura ha contestato l’estorsione, reato con tempo di prescrizione più lungo.

Specificamente, sono accusati di estorsione, Antonella Corio e il marito Marco Lenci: secondo l’accusa hanno minacciato la mamma (e suocera) Antonia Privitera, proprietaria de Il Detective di non farle più vedere il proprio figlio, se non avesse trasferito alla figlia una polizza vita, che aveva come beneficiaria la stessa Antonella.

La tesi difensiva, sostenuta dal legale Nunzio Rosso, si basa, tra l’altro, su quest’ultimo dato.

 

Lo straordinario fuori busta

 

Rimangono sotto processo, anch’essi accusati di estorsione in concorso Enzo Savasta, uomo di fiducia prima di Antonino Corio e poi, dopo la sua morte, avvenuta nel 1999, della moglie Antonia Privitera; Salvatore Privitera, fratello di quest’ultima, e Mariella Russo, sorella (non germana) del fondatore Antonino Corio:  in qualità dipendenti amministrativi sono accusati di aver obbligato alcuni dipendenti ad accettare pagamenti in nero dello straordinario e in misura minore al dovuto, attraverso la minaccia  di licenziamento.

Teste principale dell’accusa per questo capo di imputazione è Salvatore Di Natale, sindacalista aziendale della Cgil, che sentito in fase di indagine ha fatto delle dichiarazioni di accusa nette ai tre imputati.

Proprio la prossima udienza fissata per il 17 ottobre 2017 è dedicata all’esame del sindacalista.

In realtà, Di Natale, costituito parte civile, era stato citato per l’udienza di oggi ma non si è presentato così come non si è presentato il suo legale, Saverio Arena.

All’udienza precedente, dopo aver risposto alle domande del pubblico ministero in maniera serena e decisa, incalzato dal legale di Savasta, Salvatore Saccà, che aveva iniziato a dare lettura di alcune intercettazione da cui emergeva la sua posizione di sindacalista tutt’altro che neutra rispetto alla guerra intestina societaria, ha lamentato un malore che ha costretto il Tribunale a rinviare l’esame.

La tesi difensiva – emersa nel corso del dibattimento – è che non ci fu alcuna minaccia, nè avesse motivo di esserci: i dipendenti che hanno lamentato di aver avuto corrisposto lo straordinario in nero (6 su 100) erano guardie che mensilmente facevano più straordinario di quanto la legge consentisse.

Per cui questo ulteriore straordinario non poteva essere  per legge inserito nella busta paga,  ma veniva pagato in nero. Il dipendente, in realtà così non solo non veniva danneggiato ma addirittura avvantaggiato: percepiva – dati alla mano – di più per ogni ora di straordinario per così dire “ultra legem”, perchè quanto corrisposto era netto non dovendosi pagare ritenute fiscali e contributive.

 

Il falso in atto pubblico

 

Rimane ancora sotto processo Carmelo Altomonte, dirigente del Comune. E’ accusato di aver autenticato la firma di Antonia Privitera che – secondo l’accusa – mai incontrò di persona, visto che questa mai potè andare al Comune e mai ci andò a causa delle sue condizioni di salute.

La tesi difensiva – espliciata nel corso del dibattimento – è che fu Altomonte ad andare a domicilio della Privitera per autenticare la firma.

 

Origini interessate e assunzioni di favore 

 

Le indagini coordinate all’epoca dai sostituti Antonino Nastasi e da Adriana Sciglio sono nate dalle denunce di una delle figlie di Antonino Corio e Antonia Privitera, Daniela Corio, presentate un paio di mesi dopo la morte della mamma, avvenuta il 3 maggio del 2007, al termine di una malattia.

Daniela Corio, in quel momento  minoranza nella società di famiglia (dopo alcuni di mesi direttore generale) si presentò in Procura denunciando una serie di fatti che accusavano coloro che in quel momento avevano la guida della società: le sorelle Antonella e Natala e Enzo Savasta, socio con il 5% e amministratore della società,  ago della bilancia nella battaglia tra le 4 sorelle.

Le indagini condotte dalla sezione della polizia giudiziaria della Guardia di Finanza, guidata da Diego Arena, furono caratterizzate – per come è emerso – dai rapporti frequenti tra Daniela Corio e Corrado Emanuele Galizia e il luogotenente Giuseppe Smedile, che di fatto svolgeva le indagini.

L’ufficiale Smedile, con le indagini ancora in corso, si ritrovò assunto il genero da parte di un’altra società di vigilanza, la Corio srl (ex Vigilnot) nel frattempo acquisita da Daniela Corio e Cristina Corio.

Le due sorelle, rimaste minoranza nella società di famiglia ma prinma che un’assemblea dei soci certificasse ciò, avevano affittato a prezzo irrisorio l’azienda de Il Detective proprio a Corio Srl, appena acquistata.

Alla fine, titrando le fila di un’indagine durata tre anni e fatta di intercettazioni telefoniche, la procura contestò reati anche a Daniela Corio e Corrado Emanuele Galizia, commessi secondo la procura proprio nel periodo in cui i due entravano e uscivano dagli uffici della Guardia di Finanza.

Nell’inchiesta rimase invischiata la moglie dell’allora rettore dell’ateneo di Messina Franco Tomasello, Melitta Grasso (deceduta due anni fa), amica di vecchia data di Antonia Privitera: indagata inizialmente per corruzione, la Procura chiese e ottenne per lei l’archiviazione.

 

Effetto boomerang: fallimenti e condanne

 

La società Il detective, che quando iniziarono le indagini della procura aveva 7 milioni di euro di fatturato e 100 dipendenti, nel 2011 è stata dichiarata fallita.

Fallita è stata dichiarata pure la società Corio srl (ex Vigilnot).

Da quest’ultimo fallimento è nato un procedimento penale per bancarotta fraudolenta che al termine del processo di primo grado ha visto condannata tra gli altri Daniela Corio a 4 anni di reclusione e Cristina Corio a tre anni.

Daniela Corio, nell’ambito di un’altra costola dell’inchiesta principale, è stata condannata con sentenza passata in giudicato ad otto mesi di reclusione per rivelazione del segreto d’ufficio: nel corso della guerra societaria aveva chiesto e ottenuto informazioni riservate da impiegati della Prefettura di Messina.

 

Parco commerciale di Barcellona, non ci fu alcun abuso. Il Tribunale assolve tutti gli imputati.L’inchiesta nata dalla denuncia delle associazioni antimafiose e da un’interrogazione di Beppe Lumia che si rifacevano a un servizio giornalistico. Per i giudici era fondata sul nulla

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Il progetto su mappa del Centro commerciale di contrada Siena

Il progetto del Centro commerciale di contrada Siena

Non ci fu alcun abuso nella procedura che portò all’approvazione del progetto del Parco commerciale di Barcellona Pozzo di Gotto  sui terreni di proprietà della famiglia di Saro Catttafi.

Il Tribunale di Barcellona pozzo di Gotto ha assolto i componenti della commissione edilizia di Barcellona, i tecnici che hanno elaborato il progetto per conto della Gdm e della Dibeca, i soci della Dibeca, e lo stesso Rosario Cattafi, considerato proprietario di fatto della società.

La pubblica accusa contestava loro di aver ingannato il Consiglio comunale inducendolo ad approvare un il Piano particolareggiato che consentiva di destinare l’area di contrada Siena a Parco commerciale, dando dei pareri positivi ad un progetto che presentava varie illegittimità.

L’operazione imprenditoriale fu avviata dapprima dalla Gdm spa, società della grande distruzione di Villa San Giovanni, che ad un certo punto si tirò indietro e fu costretta a pagare una penale alla Dibeca, titolare del terreno, che prosegui comunque lungo la via dell’approvazione del Piano particolareggiato.

L’inchiesta era stata condotta dal sostituto della Procura di Barcellona, Francesco Massara, nel frattempo trasferito alla Procura di Messina.

Si fondava su una consulenza elaborata da due tecnici di Palermo nominati dal pm, Ferdinando Trapani e Giuseppe Pellittieri: la loro tesi, però, non ha retto al vaglio processuale

E’ stata infatti confutata dalla consulenza di parte, redatta dal docente ordinario di urbanistica dell’Università di Roma, Francesco Karrer ed ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, che ha invece affermando che le illegalità che venivano contestate dalla Procura non sussistessero e che la stessa era incorsa in errori notevoli di interpretazione delle norme urbanistiche.

Le origini antimafiose e le strumentalizzazioni politiche

L’inchiesta prese le mosse da una denuncia presentata agli inizi del 2011, il 4 gennaio, dalle associazioni antimafiose “Rita Atria”, presieduta Piera Aiello, Nadia Furnari, Santo Mondello e Santo Laganà e dall’associazione “Città aperta” di Barcellona, aderente a Libera, presieduta da Maria Teresa Collica, docente di diritto penale dell’ateneo di Messina.

E’ composta da 19 pagine e oltre a ricostruzioni giuridiche sull’illegalità della procedura che aveva portato all’approvazione del Piano, avvenuta già un anno prima, il 16 novembre del 2009, c’è la richiesta al ministro degli interni di nominare una commissione di accesso per verificare infiltrazioni mafiose al comune di Barcellona.

La denuncia si rifà al servizio giornalistico pubblicato da Antonio Mazzeo il 25 novembre del 2009, trasfuso a stretto giro di posta, il 2 gennaio del 2010,  dal senatore Beppe Lumia, in un’interrogazione parlamentare al ministro degli Interni. Anche Lumia tra l’altro chiese la nomina della commissione di accesso per verificare infiltrazioni mafiose nel Comune allora guidato dal sindaco Candeloro Nania.

All’epoca, Saro Cattafi non era stato ancora arrestato con l’accusa di essere il capo dei capi della mafia di Barcellona. Era indagato e pendeva sul suo capo la richiesta di sequestro patrimoniale, che fu disposta il 21 marzo del 2011. Gli arresti scattarono a luglio del 2012.

Il sequestro dei beni (compresa la società Dibeca) è stato successivamente revocato per mancanza dei presupposti previsti dalla legge e Cattafi, dopo la condanna in primo grado in abbreviato, al termine del processo d’appello e di Cassazione è stato assolto dall’accusa di essere stato un mafioso dal 1993 in poi.

Il ministro nominò la commissione d’accesso a novembre del 2011.

Ma non avendo trovato riscontri l’ipotesi di infiltrazioni il comune non fu sciolto.

Tuttavia, alle elezioni successive, a maggio del 2012, Maria Teresa Collica fu eletta sindaco.

Gli imputati assolti

Per abuso di ufficio erano imputati, Orazio Mazzeo, sia quale compente della Commissione edilizia che come capo dell’Ufficio tecnico del Comune, Giovanni Milone, Antonino Raimondo, Sergio Valenti, Santi Sottile, Franco Barbera, tutti componenti della Commissione edilizia.

Sempre per abuso d’ufficio erano imputati i progettisti Mario Nastasi, Giuseppe Gangemi e Giovanni Cattafi. E poi il funzionario di Gdm Filippo Leoparti e i soci di Dibeca, la commercialista Ferdinanda Corica, Alessandro Cattafi, Cattafi Maria, e colui che fu indicato come proprietario di fatto della Dibeca, ovvero Saro Cattafi.

Mega gazebo a piazza Duomo, il titolare de La dolce vita Carmelo Picciotto costretto a smontare la struttura abusiva. L’ incredibile vicenda lunga un ventennio con protagonista il presidente di Confcommercio. Fra distrazioni, omissioni e ritardi dell’amministrazione

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“L’ho smontato io, ma adesso farò una cosa avveniristica: il ristorante in verticale. Intanto da stasera chiudo le luci a piazza Duomo”

L’ordine di sgombero e demolizione firmato dal dirigente del settore Edilizia Privata Antonella Cutroneo e dal funzionario Roberto Bicchieri era del 29 aprile del 2014.

Eppure, il mega gazebo con tendone di oltre 50 metri quadri, costruito senza alcuna licenza edilizia e, dunque, abusivo, ha “arredato” Piazza Duomo, il luogo di maggiore attrazione turistica e bellezza della città, sino a lunedì 8 maggio del 2017.

Carmelo Picciotto, titolare del locale La Dolce vita e presidente di Confcommercio Messina ha, infatti, fatto finta di nulla per 3 anni: non ha impugnato l’ordinanza, né vi ha ottemperato. Ha continuato a tenere aperto e ad usare il gazebo per ricevere gli avventori finché a Piazza Duomo, lunedì mattina, è arrivata con tanto di seghe elettriche e bobcat la ditta incaricata dal Comune di eseguire la demolizione del manufatto a spese dello stesso Picciotto.

Solo a quel punto l’imprenditore ha deciso di smontare il gazebo, limitando così il danno e le spese per i lavori che comunque, sia pure in misura ridotta, il Comune dovrà pagare alla ditta ingaggiata per la demolizione.

Il provvedimento del 2014, infatti, si chiudeva con un imperativo chiaro, secondo le previsioni della legge urbanistica: “Ordina la demolizione delle opere abusive, lo sgombero dell’area abusivamente occupata e il conseguente ripristino dello stato dei luoghi, con l’avvertenza che in caso di inottemperanza si procederà d’ufficio, ponendo le spese a carico della ditta autore dell’abuso”.

“Quando ha avuto la prova concreta che facevamo sul serio e rischiava di vedere distrutto il manufatto, oltre a dover pagare le spese, ha pensato di fare da sé”, commenta a cose fatte l’assessore all’attività edilizia, Sergio De Cola, contattato la prima volta venerdì 5 maggio del 2017.

Il locale con il gazebo abusivo

Il locale con il gazebo abusivo

Una lentezza inquietante

Non è normale, certo che no, che ci vogliano tre anni perché venga data esecuzione ad un’ordinanza di demolizione per un chiaro abuso edilizio nel posto peraltro più bello della città“, ammette l’assessore De Cola su specifica domanda. “Non conosco il caso di specie, ma in generale l’amministrazione ha grossi problemi ad eseguire i provvedimenti di demolizione. Quando abbiamo iniziato a governare la città le demolizioni coattive non si facevano più da anni“, sottolinea l’assessore. “Per i ritardi relativi a questa vicenda – conclude – chieda comunque alla dirigente Cutroneo“. Che, però, nonostante vari tentativi (anche con la segretaria), non si riesce a contattare.

 

Il ping pong tra gli uffici

A leggere le carte rintracciate negli uffici comunali, risulta che dopo aver adottato il provvedimento di demolizione, i dirigenti Cutroneo e Bicchieri non si siano curati dell’esecuzione coattiva. Per un anno tutto è rimasto fermo finché il 24 aprile del 2015 non è giunta negli uffici del Comune una lettera di diffida del legale del proprietario di un immobile attiguo che dalla presenza del gazebo riteneva subisse danni.

Antonella Cutroneo e Roberto Bicchieri si sono giustificati due mesi dopo, il 24 luglio del 2015: “L’esecuzione coattiva spetta a noi, ma ce la deve chiedere il dirigente del Patrimonio”.

Natale Castronovo, il collega del Patrimonio appunto,  a sua volta sollecitato, il 22 ottobre del 2015, ha ribadito: “Il provvedimento è esecutivo da tempo e  per legge deve essere eseguito dal Dipartimento attività privata essendo fondato sulla violazione di norme urbanistiche (la legge 45 del 1985). Ad ogni buon fine, sollecito il dirigente dell’attività edilizia perché provveda all’esecuzione coattiva”.

Il “buon fine”, però, non è bastato: arrivata la richiesta specifica a procedere coattivamente (che neppure serviva), è passato un altro anno e mezzo perché si inviasse la ditta privata a demolire.

Un abuso molto più lungo

Ma in realtà il gazebo abusivo non era stato certo costruito alle spalle della fontana del Montorsoli, di fianco al campanile del Duomo, uno dei più importanti del mondo, il giorno prima che i tecnici del Comune, agli inizi del 2014, hanno verificato la presenza del manufatto mai autorizzato, dependance de La dolce vita.

Era lì da molto più tempo: da anni.

Già a gennaio del 2011, nel fascicolo custodito negli archivi del Comune, si trova una richiesta di intervento alla polizia municipale da parte di un privato perché verificasse se l’opera fosse stata legittimamente autorizzata.

La richiesta non ha sortito, però, alcun risultato concreto.

Nonostante il manufatto di notevoli dimensioni si trovasse in uno dei posti più suggestivi della città e determinasse un impatto ambientale e artistico negativo, a nessun agente di polizia, a nessun amministratore pubblico, a nessun dirigente del Comune è venuto in mente di verificare se fosse abusivo.

Il Comune di  Messina è intervenuto – ad analizzare le carte – solo dopo che a ottobre del 2013, qualche mese dopo l’insediamento della Giunta guidata da Renato Accorinti, è arrivata una lettera di un privato di diffida di rimozione del manufatto: è stato così disposto il sopralluogo dei tecnici, da cui ha avuto origine il provvedimento di demolizione.

Ma il gazebo c’era stato lì persino da prima del 2011.

 

Il vizietto dell’occupazione illegale di Piazza Duomo

Carmelo Picciotto, quale titolare de La Dolce vita, risulta destinatario in precedenza di un’altra ordinanza di sgombero e demolizione di manufatto mai autorizzato a Piazza Duomo accanto al locale di proprietà.

E’ stata infatti firmata il  15 gennaio 1997 dall’allora sindaco Franco Provvidenti l’ordinanza (n. 273) di demolizione di opere abusive, avente ad oggetto proprio una struttura costruita a piazza Duomo.

Picciotto impugnò il provvedimento del sindaco con ricorso straordinario al Presidente della Regione Sicilia, ma su parere del Consiglio di giustizia amministrativa lo stesso fu rigettato il 21 marzo del 2000.

Picciotto premia l'ispettore Santagati

Picciotto premia l’ispettore Santagati

 

Le lezioni di legalità e decoro di Picciotto e le premiazioni

Carmelo Picciotto dal canto, suo mentre in tutto questo lungo periodo dirigenti del Comune, polizia municipale e gli assessori che ne hanno la responsabilità politica hanno fatto finta di non vedere o annaspato e hanno rimandato i provvedimenti coattivi, quale capo dell’organizzazione che rappresenta i commercianti messinesi ha tenuto conferenze stampa, organizzato eventi patrocinati dal Comune, condotto battaglie in nome della legalità e donato premi a uomini di vertice della polizia municipale: il 24 aprile del 2017 ha premiato l’ispettore per anni a capo della sezione che si occupa di esercizi commerciali, Biagio Santagati.

Con una nonchalance che farebbe invidia al miglior Totò, qualche settimana fa ha bacchettato l’amministrazione comunale “incapace di dare decoro e bellezza a Piazza Cairoli“.

 

Le illegalità non finiscono quà

Le sortite di Picciotto, sempre fedelmente diffuse dai mezzi di informazione locali, sono continuate benché le illegalità commesse dal presidente di Confocommercio – secondo gli accertamenti degli uffici comunali –  non siano limitate al gazebo abusivo: ne sono state accertare altre, sanzionate con provvedimenti drastici.

Il titolare de La dolce vita ha occupato con divanetti bianchi, tavolini, sedie, vasi di cemento e con il gazebo più spazio di quello che gli era stato dato in concessione e non ha pagato per anni il canone completamente nella misura dovuta, neppure per i metri quadri di suolo pubblico che gli erano stati regolarmente concessi: per questo, il 5 marzo del 2014 il dirigente del settore Patrimonio, Natale Castronovo, gli ha revocato la concessione di occupazione di suolo pubblico e, successivamente, persistendo le violazioni il 12 dicembre del 2014 è stato disposta la chiusura dell’esercizio commerciale da parte del dirigente del Dipartimento servizi alle imprese.

 

La battaglia continua davanti ai giudici amministrativi

Questi due drastici provvedimenti, l’ordinanza di revoca della concessione su suolo pubblico e quella di chiusura del locale, sono stati impugnati dinanzi alla giustizia amministrativa.

Nel primo giudizio, quello avente ad oggetto la revoca della concessione, il Comune di Messina non si è neppure costituito con un legale, mentre Picciotto si è affidato alle cure di Santi Delia davanti al Tribunale amministrativo regionale e a quelle di Alessandro Visigoti davanti al Cga in appello. Tuttavia, entrambi gli organi di giustizia, il Tar prima e il Consiglio di giustizia amministrativa dopo (il 15 gennaio 2015) hanno rigettato la richiesta di sospensione del provvedimento ritenuto quindi sia pure in un giudizio cautelare legittimo.

Dunque, per andare al concreto, sin dalla revoca della concessione disposta il  il presidente di Confcommercio non potrebbe occupare neppure un centimetro di suolo pubblico e quindi ogni giorno che mette un tavolino sul suolo pubblico commette un illecito.

Le cose sono andate leggermente meglio a Picciotto nel giudizio avente ad oggetto il provvedimento di chiusura del locale: una sezione diversa del Tar, in sede cautelare, il 28 gennaio del 2015, ha accolto il ricorso del legale catanese, Nicolò D’alessandro, sospendendo il provvedimento di chiusura del Comune, costituito con il legale Carmelo Picciotto (omonimo dell’imprenditore). Tuttavia, il Tar non ha riscontrato la sussistenza, sia pure ad un giudizio sommario, di vizi nel provvedimento ma ha accolto ritenendo che “per maggiore completezza la presente controversia debba essere analizzata unitamente a quella, oggettivamente connessa, di cui all’ulteriore ricorso pendente presso l’intestato Tribunale, Sezione III, iscritto al R.G. n. 1596/2014”, ovvero quella che aveva ad oggetto la revoca della concessione, già rigettata dal Tar il 24 settembre del 2014, 4 mesi prima.

La causa riunita per l’esame di merito non si è ancora tenuta.

 

Il precedente giornalistico…e la statua

La vicenda era stata già raccontata in un servizio giornalistico pubblicato il 19 maggio del 2015: “Mega gazebo e divanetti a piazza Duomo. Il presidente di Confcommercio Picciotto non paga il canone e il dirigente Castronovo ordine la revoca della concessione. Ma da un anno nessuno la esegue. Lo scaricabarile degli assessori De Cola e Pino”.