IL CORSIVO. Il capolavoro dei “gattopardi” e la credibilità dei magistrati: il sindaco De Luca attacca il manager La Paglia e il Governo regionale. Il presidente Musumeci e l’assessore Razza inviano a Messina il super commissario Covid Maria Grazia Furnari, cognata di Maurizio De Lucia, capo della Procura.

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L’assessore Ruggero Razza e Maria Grazia Furnari

 

Il sindaco di Messina Cateno De Luca ne ha chiesto con la solita violenza verbale la rimozione per manifesta incapacità nella gestione sanitaria dell’ emergenza Covid 19, denunciando inefficienze e disservizi dell’Asp 5: alcune sono già finite sul tavolo dei magistrati della Procura di Messina e altre sono state usate arbitrariamente dal primo cittadino per negare per settimane il diritto all’istruzione ai ragazzi della città.

Il presidente della Regione Nello Musumeci e l’assessore alla Sanità Ruggero Razza, a loro volta già destinatari di attacchi, non hanno accolto il diktat del sindaco/sceriffo ma non si sono neppure esposti per difendere il direttore generale dell’Azienda sanitaria provinciale 5 Paolo La Paglia, pur avendo la responsabilità politica dell’operato del manager.

Governatore e assessore, su richiesta dello stesso La Paglia, hanno percorso la terza via: una sorta di compromesso al ribasso dai risvolti inquietanti degno della migliore tradizione “gattopardesca”  siciliana.

A distanza di 10 mesi dalla dichiarazione dello stato di emergenza da parte del Governo nazionale hanno inviato in riva allo Stretto un commissario straordinario, plenipotenziario in materia di Covid-19. Sostituisce Carmelo Crisicelli, voluto nel marzo scorso dallo stesso direttore La Paglia.

Su chi è caduta la scelta?

Maria Grazia Furnari.

E’ questo il nome e il cognome della manager che dovrà coordinare tutta l’attività di contrasto all’emergenza Covid, un’emergenza che – detto per inciso, non essendo questo il tema – a Messina e in Sicilia (e nel sud italia) nella realtà non c’è. E’ virtuale. Indotta. Sottovuoto spinto.

Viene infatti alimentata da chi, complici i media, attraverso la propaganda del terrore mira ad aumentare le clientele e il consenso facendo assunzioni di personale inutile e, con enorme spreco di denaro pubblico, affari (magari in famiglia) non proprio “puliti”, ciò che – è facile prevederlo – si scoprirà nei prossimi mesi.

Maria Grazia Furnari ha però una caratteristica che ne avrebbe dovuto sconsigliare la nomina e indurre la stessa manager a non accettarla: è la cognata del capo della Procura di Messina.

E’ legata da uno stretto rapporto di affinità, infatti, a Maurizio De Lucia, a colui cioè che coordina i sostituti procuratori che sull’Asp 5 di Messina, sull’operato dei suoi vertici e funzionari e sullo stesso sindaco Cateno De Luca, a cui La Paglia ha pure promesso una querela, devono per legge indagare e nei confronti dei quali esercitare eventualmente l’azione penale.

D’ora innanzi anche il futuro operato della super commissaria, magari sottoposto alle dure critiche dello stesso De Luca, potrebbe finire sotto la loro lente.

E’ una questione di opportunità, di rispetto delle regole fondamentali che presiedono l’esercizio della funzione giudiziaria.

Non è certo in discussione, sino a prova contraria, l’onestà o la competenza delle persone.

Ma è in gioco la credibilità delle Istituzioni e degli uomini che le impersonano.

Considerato il contesto, la decisione del’assessore Razza di nominare la Furnari potrebbe legittimamente essere interpretata anche come vagamente intimidatoria. Stupisce perché opera di un avvocato, presuntivamente pregno di cultura giuridica e istituzionale; non sorprende di certo perché atto incoerente rispetto all’azione politica spartitoria e consociativa con cui Musumeci governa (si fa per dire) ogni giorno la Sicilia.

La nomina cade mentre la Procura di Messina ha diverse indagini in corso sulla gestione dell’emergenza Covid a Messina. E altre potrebbe aprirne quando l’allegra gestione dei fondi per l’emergenza che non c’è verrà alla luce.

Basti pensare, per fare qualche esempio, a quella sulle responsabilità per la morte, avvenuta nella scorsa primavera, di 40 anziani, ospiti (paganti) della casa di Riposo Come d’incanto di proprietà della signora Donatella Martinez.

Ancora, si pensi all’inchiesta sulla miriade di case di riposo per anziani abusive della città. O, ai fascicoli che nascono dalle denunce e querele che va collezionando il sindaco Cateno De Luca, protagonista di una serie di sortite amministrative abnormi (alcuni bocciati dagli organi della giurisdizione amministrativa) e di attacchi denigratori personali, strumentali o propagandistici: tra queste la minaccia, senza precedenti, di occupare l’Asp se non verrà rimosso La Paglia.

De Luca comunque è ancora sotto processo nell’ambito dell’inchiesta per l’evasione fiscale della Fenapi, il potente ente di assistenza fiscale che ha fondato.

Scriveva il grande giurista Piero Calamandrei che i magistrati non solo devono essere imparziali ma anche apparire di esserlo.

Per apparire imparziali, perché la loro azione non possa essere letta come ispirata a principi diversi da quelli stabiliti dalla Costituzione o dalla legge, è necessario che non si pongano in condizioni tali che agli occhi dei cittadini generino il naturale sospetto che il loro agire sia ispirato da logiche ritorsive o, per contro, omissive o di insabbiamento.

E’ possibile che tra le decine di tecnici in forza all’assessorato alla Sanità, di manager che figurano negli elenchi degli idonei a direttore generale o sanitario, tra le decine di epidemiologi siciliani la scelta del super commissario non potesse cadere, ammesso che fosse necessaria, su altra persona?

Giocoforza, d’ora in poi qualunque atto dei sostituti della Procura di De Lucia riguardante la gestione passata e futura dell’emergenza Covid verrà letta con gli occhi e la mente della dietrologia e del sospetto.

Qualsiasi provvedimento giudiziario anche non attinente al Covid potrà essere interpretato o strumentalizzato da De Luca (o dai suoi fans), se a lui indigesto, come una nuova “lupara giudiziaria”.

A fare gli onori di casa a Maria Grazia Furnari all’arrivo a Messina è stato Ferdinando Croce.

Avvocato e capo del Gabinetto dell’assessore Razza, Croce è da giorni in pianta stabile negli uffici della sede dell’Asp 5: una sorta di agente diplomatico distaccato a Messina.

Croce, candidato a sostegno di Musumeci alle ultime elezioni regionali del 2017 pur non essendo eletto ha ottenuto l’allettante incarico all’assessorato: ciò gli ha impedito di tornare a Fratelli di Italia di Giorgia Meloni, come invece ha fatto – dopo lo strappo del 2015 – il gruppo Vento dello Stretto, cui ha sempre appartenuto.

Con la Furnari ha in comune la parentela/affinità a un alto magistrato.

E’ infatti il nipote di Luigi Croce, precedessore di De Lucia alla Procura di Messina, che conta ancora oggi tra i suoi componenti alcuni pm che lo zio all’epoca coordinò.

Mentre lo zio magistrato dirigeva la Procura di Messina, l’altro zio, il fratello del procuratore Eugenio Croce (il cui figlio Maurizio il presidente Musumeci ha confermato Commissario per il dissesto idrogeologico della Sicilia), fu messo a capo dell’azienda ospedaliera Piemonte, sulla cui attività i sostituti di Palazzo Piacentini erano tenuti al controllo di legalità.

Insomma, un ritorno al passato. Che si ripete con puntualità svizzera.

Il Governatore Nello Musumeci calpesta le libertà fondamentali e la Costituzione e impone un’odissea a chi vuole tornare in Sicilia per Natale. Ma nessuno lo contesta. Lo “stato di diritto” sostituito dal “regime dei muti terrorizzati”. Lo stesso perverso marchingegno del presidente siciliano è stato già bocciato sonoramente dai giudici del Tar Sardegna

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Nello Musumeci

 

C’è chi ha rinunciato a tornare in Sicilia, disdicendo il viaggio prenotato da settimane.

Chi, invece, si è sobbarcato file, stress e spese sanitarie per tamponi in laboratori privati pur di non rinunciare a rivedere magari dopo lunghi mesi parenti e amici.

Sono questi gli effetti dell’ordinanza firmata dal presidente Nello Musumeci lo scorso 10 dicembre.

Ma può un presidente di una regione, di una qualunque delle 20 italiane, impedire  o ostacolare la libera circolazione delle persone?

Può, specificamente, come ha fatto Musumeci, subordinare l’ingresso nel territorio regionale siciliano alla registrazione dei propri dati personali a una piattaforma informatica?

Può farlo dipendere da un tampone per la ricerca di un virus (preventivo, al momento dell’ingresso o successivo), imponendone di fatto l’esecuzione?

Può prescrivere, come alternativa, l’auto reclusione ovvero la limitazione della libertà personale (questa è la quarantena) per 10 giorni?

La risposta a tutte queste domande è netta: No.

La risposta anzi dovrebbe essere pure indignata: No!

“No” è la risposta anche nella stagione del terrore che dura in Italia ormai da 9 mesi.

Infatti, a scanso di stupide obiezioni, la risposta è “No” persino sulla base della stessa legislazione di emergenza dettata per contenere la diffusione del covid-19.

Non c’è neppure bisogno di essere laureato in giurisprudenza per cogliere come l’iniziativa del presidente della Regione costituisca un grave attentato ai diritti fondamentali della persona e alle libertà tutelate dalla Carta Costituzionale, quelle cioè che disegnano lo Stato italiano come democratico e liberale.

Basterebbe conoscere un po’ di storia, quella dei primi 50 anni del novecento, per sapere a quali aberrazioni può portare la progressiva erosione dei diritti di libertà.

Il Costituente non ha riconosciuto solennemente le libertà personali circondandole di ampie garanzie per capriccio o diletto, ma proprio per evitare che la storia della prima metà del novecento si potesse ripetere.

E’ per questo che le libertà della persone possono essere – secondo il dettato Costituzionale – limitate in casi determinati e solo con Legge approvata dal Parlamento, unico organo rappresentativo del popolo, cui spetta la sovranità, e comunque sottoposta al vaglio della Corte costituzionale.

Questo vale qualunque siano i fini che chi detiene il potere asserisce di perseguire: la tutela della salute oggi, come la difesa della purezza della razza ai tempi di Mussolini o Hitler.

Eppure, la sortita di Musumeci non ha trovato alcuna importante voce critica, alcuna opposizione politica da parte di nessuno.

Questa a ben vedere è la cosa più preoccupante e inquietante.

Tutti muti: giuristi di grido, sindacalisti d’assalto, giornalisti sempre più ventriloqui del potere, professionisti dei diritti civili.

Tutti terrorizzati o impegnati a coltivare il proprio orticello.

Tutti allineati e coperti nella Sicilia del consociativismo in cui opera in Sicilia il Governo dell’ex bancario Musumeci.

E’ “Diventata” senza opposizione la regione Sicilia, altro che “bellissima”, come suggestivamente voleva indicare il nome del movimento guidato dal Governatore.

Il Governo nazionale ha fatto sinora finta di non vedere.

Lo scorso aprile per annullare un’ordinanza di analogo tenore opera del sindaco di Messina Cateno De Luca il Consiglio dei ministri attivò la procedura straordinaria che portò all’annullamento del provvedimento “deluchiano”, per certi versi meno lesivo delle libertà personali rispetto a questo “musumeciano”.

In riva allo Stretto la bocciatura fu accolta da un tripudio di commenti festosi da valentissimi giuristi, ora però tutti silenti, a riprova che non difendevano principi ma erano solo in cerca di rivincite di bassa lega.

Per andare nello specifico, è normale e in linea con la Costituzione e, in specie, con il principio di uguaglianza che se una professoressa che lavora in Liguria (zona gialla) vuole tornare in Sicilia (Zona gialla) debba sottoporsi a un’odissea e la sua collega che torna in Calabria (sino all’altro ieri zona rossa) lo possa fare liberamente?

E’ in linea con la Costituzione che un presidente di Regione obblighi a un cittadino di registrare i propri dati personali e sensibili su una piattaforma informatica, prescrivendo una prestazione personale che secondo l’articolo 23 della Costituzione può essere imposta solo per Legge dello Stato, ovvero quella emanata dal Parlamento?

Risulta – domanda retorica – a Musumeci o ai suoi validissimi collaboratori che esista questa Legge dello Stato?

E’ in linea con la Costituzione imporre ad opera di un presidente di Regione di fatto il tampone, ovvero un vero e proprio trattamento sanitario che secondo l‘articolo 32 della Costituzione si può essere obbligati a subire solo per disposizione di Legge?

L’obbligo del tampone non si è azzardato a invocarlo in tutti questi mesi neppure il Governo della propaganda del terrore guidato da Giuseppe Conte.

E’ in linea con la Costituzione prevedere come alternativa la quarantena, ovvero gli arresti domiciliari, in spregio all’articolo 13 della Costituzione che stabilisce che la libertà personale possa essere limitata solo nei casi previsti dalla Legge e con provvedimento dell’autorità giudiziaria?

Al bancario Musumeci è stato comunicato che questa Legge esista ed egli è autorità giudiziaria?

E’ l’ordinanza di Musumeci quindi rispettosa della libertà di circolazione tutelata dall’articolo 16 della Costituzione che stabilisce possa essere limitata solo con Legge e per motivi di sanità e sicurezza?

E’ rispettosa se la stessa Legge di emergenza, nello specifico  il decreto-legge 16 maggio 2020, n. 33, convertito con modificazioni dalla legge 14 luglio 2020, n. 74, all’articolo 1, comma 3,  ha stabilito che “a decorrere dal 3 giugno 2020, gli spostamenti interregionali possono essere limitati solo con provvedimenti adottati ai sensi dell’articolo 2 del decreto-legge n. 19 del 2020, in relazione a specifiche aree del territorio nazionale, secondo principi di adeguatezza e proporzionalità al rischio epidemiologico effettivamente presente in dette aree”, laddove i provvedimenti di cui all’art 2 del decreto legge 19/2020 sono – basta andare a vederlo – solo e soltanto i famosi Dpcm?

Inutile dire che artatamente questa norma non è stata richiamata nel preambolo dell’ordinanza del 10 dicembre.

Insomma, Musumeci, è autore di un capolavoro: in un colpo solo è riuscito a violare 4 norme fondamentali della Costituzione, un record.

Qualcuno potrebbe dire: ma chi caz.. è questo che scrive per sostenere queste tesi? Chi caz… pensa di essere?

Non è un professore universitario, non è uno di quegli scienziati del diritto in cerca di incarichi, non è nessuno.

Uno a caso, per esempio Ferdinando Croce, avvocato in forza al gabinetto dell’assessore alla sanità Ruggero Razza, giurista nipote d’arte di un altissimo magistrato, nonché dottore di ricerca di diritto amministrativo dell’Università di Messina, potrebbe consigliargli di studiare, come ha già fatto in precedenza in occasione di analoga ordinanza illegittima di Musumeci.

Di studiare la nuova Costituzione, quella non scritta, nota solo a chi vuole abusare del suo potere, contando sulla propaganda del terrore.

Una nuova Costituzione che però non conoscono – Musumeci, Razza e vari collaboratori dei rispettivi Gabinetti se ne faranno una ragione – neppure i giudici del Tribunale amministrativo di Cagliari, i quali due mesi or sono hanno bocciato, su richiesta del Governo nazionale (lo stesso Governo ora silente), in maniera netta lo stesso perverso marchingegno creato dal presidente della Sardegna per limitare l’ingresso in quell’isola, ora riproposto come regalo di Natale dal presidente della regione Sicilia.

Un marchingegno perverso e illegale, contrario alla Costituzione che non potrebbe fondare alcuna valida sanzione: se irrogata verrebbe annullata da qualsiasi giudice.

Ecco i passaggi salienti del provvedimento di giudici del Tar Sardegna (Ordinanza n° 368 del 8 ottobre del 2020).

(….) le disposizioni impugnate devono ritenersi effettivamente limitative della circolazione delle persone tenuto conto che, oltre a prevedere per tutti coloro che, anche in assenza di sintomi della malattia, intendono fare ingresso nel territorio regionale (con esclusione dei soggetti indicati all’articolo 12), la presentazione, all’atto dell’imbarco, dell’esito di un test (sierologico o molecolare o antigenico rapido), effettuato nelle 48 ore precedenti, costringono coloro che non avessero effettuato preventivamente il test ad effettuarlo, a mezzo di tampone, entro 48 ore dall’ingresso nel territorio regionale, in strutture pubbliche o private accreditate presenti nella regione, prevedendo per gli stessi “l’isolamento domiciliare”, fino all’esito negativo degli stessi esami e salvo ulteriori diverse disposizioni dell’Azienda sanitaria competente”;

“(….) tali disposizioni riservano, dunque, allo strumento del D.P.C.M., previsto dall’art. 2 del Decreto legge n. 19 del 2020, eventuali interventi limitativi della circolazione delle persone sia tra le varie regioni italiane che da e verso l’estero”;

“(….) le disposizioni limitative della libera circolazione delle persone, incidendo su un diritto costituzionalmente garantito (art. 16 della Costituzione) e su una delle libertà fondamentali garantite dall’ordinamento giuridico dell’Unione Europea, possono essere adottate con D.P.C.M. solo in presenza di ragioni di straordinaria necessità ed urgenza e, come si è detto, nel rispetto dei principi di adeguatezza e proporzionalità al rischio epidemiologico effettivamente presente in determinate aree”.

Il COMMENTO: La scuola, l’istruzione e la cultura? A Messina valgono poco o niente. Il sindaco Cateno De Luca lo sa bene e ne approfitta, a suo uso e consumo, per manipolare il consenso. L’eloquenza del silenzio

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Il sindaco Cateno De Luca

 

La scuola e il diritto all’istruzione, alla socialità e alla formazione culturale dei ragazzi?

A Messina valgono poco. O, forse, niente.

Viene prima, molto prima, l’interesse dei professionisti a poter lavorare e ricevere negli studi i loro clienti anche dopo le 19. E dei commercianti a tenere aperti i negozi sino a sera tardi.

Non è dato sapere se il sindaco Cateno De Luca all’annuncio via face book farà seguire una nuova ordinanza che lascerà ancora a casa tutti gli studenti della città, nonostante i dati dei contagi nelle scuole cittadine siano i più bassi dell’intera italia, così come i dati generali relativi all’intera cittadinanza.

Ma se lo farà è perché, da abilissimo manipolatore del consenso, ha capito che in fondo della scuola nella città dello Stretto importa davvero a pochi, a una sparuta minoranza. E quindi non ci sarà alcuna protesta seria, alcuna opposizione credibile. Come sinora non c’è stata.

La sua certezza è stata rafforzata da ciò che è accaduto dopo che il 20 novembre ha adottato l’ennesima ordinanza contingibile e urgente efficace sino al 27 per affrontare l’emergenza Coronavirus a Messina.

Un’emergenza che nella città dello Stretto non c’è (e neppure in Sicilia, e al sud in genere) e il sindaco crea ad arte soltanto per finalità di propaganda clientelare; complice l’unico giornale cartaceo della città, la Gazzetta del sud (rete televisiva compresa), quotidiano che durante la campagna elettorale, quando c’era da far eleggere come sindaco Placido Bramanti, rappresentante degli interessi del gruppo editoriale/immobiliare che ruota attorno al giornale, si è mostrato oltremodo “nemico” di De Luca; poi, incassata la sconfitta, è divenuto velocissimamente grande “amico” del nuovo sindaco.

Chiusura delle scuole per tutti, e non solo per i ragazzi dalle scuole superiori, come nel resto delle regione; e coprifuoco (comprese chiusura attività commerciali e professionali) alle 19, invece che alle 22, come prevede la normativa nazionale: queste le misure principali.

Contro quest’ultima parte dell’ordinanza si sono mobilitati tutti.

Antonio Tierno e Vincenzo Ciraolo, notaio il primo e avvocato il secondo, l’hanno impugnata al Tribunale amministrativo regionale di Catania nella giornata del 26.

Un gruppo di consiglieri comunali capitanati dai “progressisti” del Partito democratico l’ha contestata, ma non è riuscito neppure a fare approvare una mozione da un  Consiglio comunale sottomesso al sindaco.

I presidenti degli ordini professionali della città, notai, avvocati, architetti e commercialisti, organismi che raccolgono almeno 10 mila persone, l’intellighènzia  della città, hanno stigmatizzato l’operato di De Luca in un documento congiunto al termine di 6 giorni di dibattito. E alla fine se ne sono usciti, giorno 26, con un atto stragiudiziale di diffida.

E la scuola?

Nessuno ha speso una parola, impegnato un solo rigo. Così come non si sono sprecati sul tema i cosiddetti rappresentati del popolo, gli esponenti politici, i sindacalisti (duri e puri compresi).

In prudente silenzio, ad esempio, è rimasto l’ex rettore dell’ateneo di Messina, Pietro Navarra, deputato del Pd, l’uomo che proprio per travasare nella politica la cultura e la sensibilità al sapere non ha esitato a coinvolgere l’ateneo di Messina nella bagarre politico elettorale.

“Ecclesiastico” è stato pure il silenzio del Vescovo Giovanni Accolla. La chiesa non ha sempre rivendicato un ruolo sociale? D’altronde nell’unica occasione in cui l’alto prelato è intervenuto pubblicamente è stato per rimproverare il sindaco reo di aver pronunciato una parolaccia, peccato davvero gravissimo.

D’altro canto i ragazzi non votano, non sono (ancora) partecipi del mercato clientelare, non costituiscono platea da blandire in vista di imminenti consultazioni.

 

L’annullamento del diritto allo studio non determina, non immediatamente almeno, un calo degli incassi.

Gli effetti perversi di una sospensione dell’attività didattica che ormai dura da 8 mesi e che non ha precedenti nella storia (le scuole sono rimaste aperte pure durante la guerra) si vedranno solo tra qualche anno.

Alla fine a pagarne maggiormente le conseguenze sono i figli delle famiglie che vivono ai margini, quelli che non si possono permettere insegnanti privati, né hanno gli strumenti culturali per seguire i figli: massa destinata a rimanere ignorante, sotto acculturata, che sarà costretta a dare il voto ai soliti professionisti del clientelismo in cambio di un pacco di pasta.

Il danno non è solo dovuto alla mancata frequenza della scuola ma al messaggio che si manda: la scuola non ha valore, la cultura non è importante, nella vita conta soprattutto la ricchezza materiale. 

Ma, a ben vedere, se si alzano gli occhi dal proprio orticello, l’intera comunità ha poco da essere tranquilla.

I ragazzi nelle ore in cui non vanno a scuola sono per strada a lezione di spaccio o di furto. O nella migliore delle ipotesi, si gingillano con lo smartphone in mano tutta la giornata, risucchiati nel vortice della banalità, anticamera del disagio e della devianza sociale.

La didattica a distanza, come sanno tutti, è il nulla: inutile se non disutile.

Diversamente sarebbe andata – c’è da scommettere – se si fosse previsto un taglio del solo 10% degli emolumenti giornalieri del personale delle scuole per le giornate di chiusura: è facile pronosticare ci sarebbero stati sollevamenti popolari, sindacalisti indignati, politici improvvisamente sensibili alla cultura.

O forse, più semplicemente, il sindaco non le avrebbe chiuse.

Eppure, che la chiusura delle scuole fosse e sia una misura non necessaria, gratuita e frutto di un vero e proprio abuso di potere del sindaco era evidente dalla semplice lettura del provvedimento.

A fronte di numeri risibili di contagio, per giustificare la decisione De Luca, infatti, è stato costretto a fare a pezzi l’Azienda sanitaria di Messina diretta da Paolo La Paglia, giudicata – nero su bianco (ovvero nel preambolo della stessa ordinanza) e “sulla base di documentazione” che nessuno ha però visto – “incapace persino di rispondere alle mail di segnalazione di casi di contagio”, e più in generale “inadempiente rispetto alla normativa dettata per contrastare la ulteriore diffusione del contagio nella comunità scolastica”.

Tutto ciò a 9 mesi dall’inizio dell’emergenza.

Ora, se quello che ha affermato De Luca fosse minimamente vero, il direttore generale La Paglia dovrebbe essere immediatamente rimosso o quantomeno invitato a dimettersi. Invece il silenzio. Neppure un commento, né da destra, né da sinistra; né dalla maggioranza che sostiene il Governo regionale, né dalla (finta) opposizione.

Da chi l’ha nominato, i suoi sponsor politici, il presidente Nello Musumeci e l’assessore alla Sanità Ruggero Razza, coloro che ne avrebbero la responsabilità politica, non è giunto nessun segno di vita.

E nessun giornalista, non che questo stupisca, ha chiesto loro di prendere posizione o di spiegare.

Eppure, era stato (anche) l’assessore Razza a segnalare con circolare a tutti i sindaci della Sicilia (valeva anche per De Luca?) che la Legge, per quanto possa ancora valere nella stagione del terrore, aveva tolto loro ogni potere in materia di misure di contenimento del coronavirus.

Poi, però, di fronte alla tracotanza di De Luca, come un vero politicante di razza attento solo alle tattiche politiche e non certo agli interessi collettivi è rimasto “muto”.

Muta è rimasta la Prefetta Maria Carmela Librizzi: la rappresentate di un Governo ancora in carica solo grazie al coronavirus, si è mostrata una volta di più palesemente incapace di arginare gli abusi di potere del sindaco.

E, sempre e solo per fare un esempio, nessuna presa di posizione è venuta da un altro esponente politico di primo piano della città, il signor Francesco D’Uva: capogruppo (e già questo la dice lunga) alla Camera del Movimento 5 Stelle, formazione che fornisce al Governo il ministro dell’Istruzione siciliana Lucia Azzolina.

Quest’ultima è impegnata un giorno si e l’altro pure a spiegare quanto sia perniciosa la chiusura delle scuole, quanto queste siano più sicure di altri luoghi e che debba essere disposta solo in casi di estrema necessità (necessità, s’intende, oggettiva, non personale del sindaco De Luca).

Ma forse D’Uva di questo non è stato informato.

Oneri riflessi, l’ex consigliere comunale Pippo Capurro assolto dalle accuse di falso e truffa. La Procura gli contestava l’assunzione fittizia in una cooperativa farlocca per incassare i rimborsi dal Comune di Messina. Il Tribunale: “I fatti non sussistono”

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L’ex consigliere comunale Pippo Capurro

“Il fatto non sussiste”.

Si è chiuso con la formula assolutoria più ampia il processo di primo grado a carico di Pippo Capurro, ex consigliere comunale di Messina.

Capurro era stato rinviato a giudizio per truffa e falso perché pur in pensione, un anno dopo essere stato eletto (nel 2008) consigliere comunale, esattamente a maggio del 2009, è stato assunto da una cooperativa Progetto nuovo ambiente, con la qualifica di dirigente.

A seguito della costituzione del rapporto di lavoro, la cooperativa ha iniziato a chiedere e ad incassare il rimborso degli stipendi al Comune (i cosiddetti oneri riflessi) per i giorni in cui Capurro si assentava dal lavoro in quanto impegnato nell’attività istituzionale a Palazzo Zanca: in tutto, in tre anni, tra il 2009 e il 2011, 53 mila euro.

Secondo l’impianto accusatorio – costruito dall’allora procuratore aggiunto Ada Merrino – l’assunzione era di comodo, la cooperativa in realtà neppure espletava servizi con continuità e l’esponente politico non vi aveva mai lavorato.

Capurro insomma per il pubblico ministero era stato assunto e si era fatto assumere soltanto per truffare le casse pubbliche.

Il giudice Alessandra Di Fresco, con i reati alla soglia della prescrizione, ha bocciato la tesi della Procura e ha ritenuto invece che non si potessero neppure configurare i fatti di reato.

Le motivazioni, quando saranno depositate, diranno il perché.

L’ex consigliere – secondo quanto hanno riferito i testimoni citati dalla difesa – in realtà con la cooperativa collaborava da anni. E nel periodo in cui era consigliere comunale aveva svolto il suo lavoro di dirigente nei cantieri – reali dunque e non farlocchi – in cui Progetto nuovo ambiente era impegnata.

 

 

 

Cateno De Luca, gli azzeccagarbugli e i numeri dell’Asp 5, che non tornano. Il sindaco chiude tutte le scuole, sfidando la legge, la logica e 300 cittadini. E il suo fidato giurista Marcello Scurria scende in campo contro il legale Santi Delia, che si è già rivolto al Tar

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Il sindaco Cateno De Luca e l’avvocato Marcello Scurria

Un sindaco annuncia via face book un provvedimento che per Legge non può adottare:  chiudere tutte le scuole della città. E fin qui nulla di strano.

Infatti, la città è Messina e, soprattutto, il sindaco si chiama Cateno De Luca.

A lui delle bocciature in diritto piace fare collezione. L’importante è che soddisfi l’irrefrenabile desiderio di esibizionismo.

Sulla base del semplice annuncio del primo cittadino e prima ancora che seguisse un provvedimento formale, un dirigente di una delle scuole della città, l’Istituto comprensivo “Giuseppe Catalfamo”, cosa fa?

Questa domenica mattina emana una circolare, la pubblica sul sito della scuola e comunica la chiusura di tutti i plessi della scuola che dirige sino all’11 novembre prossimo.

Se qualcuno avesse ancora bisogno di toccare con mano la deriva politica, giuridica e culturale in cui la propaganda del terrore ha condotto l’Italia, Angelo Cavallaro – è questo il nome del dirigente della scuola di Contesse – ne ha offerto oggi un’ulteriore possibilità.

“Sentite le dichiarazioni pubbliche del Sindaco della Città di Messina che proroga quanto previsto dalla propria Ordinanza n°307 del 30.10.2020 si comunica la chiusura fino all’ 11.11.2020 di tutti i plessi di ogni ordine e grado del nostro Istituto”, ha scritto Cavallaro.

“Sentite”, si proprio così. “Sentite”.

Un funzionario con la qualifica di dirigente dello Stato, messo a capo di un istituzione fondamentale per la formazione dei cittadini di un Paese, “sente” un sindaco che blatera su face book o in televisione e decide di annullare il diritto all’istruzione previsto dalla Costituzione.

E se non avesse sentito bene?

E se il signor sindaco De Luca, l’uomo che un giorno vuole chiudere tutto, il successivo aprire tutto, e ancora il giorno a seguire richiudere ma solo le scuole, aprendo però i negozi, cambiasse idea? O la cambiasse parzialmente.

L’idea De Luca non l’ha cambiata. Non del tutto almeno.

Domenica, all’ora di pranzo, ecco l’ennesima ordinanza. 7 pagine di norme e codicilli, in cui non si saprebbe orientare neppure Francesco Carnelutti, per ordinare la chiusura di tutte le scuole il 9 e il 10 novembre..

Si tratta delle scuole dell’infanzia, della scuola elementare e della prima media delle varie scuole della città: le altre comunque sarebbero state chiuse in forza dell’ultimo DPCM e della zona arancione in cui è stata inserita la Sicilia.

Solo il 9 e il 10 per adesso. L’11 novembre no, ancora no: che qualcuno lo comunichi al dirigente scolastico Cavallaro in modo che modifichi la circolare.

A meno che, non abbia “sentito” De Luca dire: “Per ora facciamo 9 e 10, ma poi il 10 sera, magari a mezzanotte, farò un’altra ordinanza”.

Tanto a chi importa della confusione e incertezza in cui vengono gettate le famiglie e gli studenti?

In un paese serio, in cui si applicano ancora le norme di uno Stato di diritto, ci si aspetterebbe che intervenisse il prefetto, Maria Carmela Librizzi, la rappresentante del Governo presieduto dal signor Giuseppe Conte, perennemente in televisione a chiedere il rispetto delle regole ai cittadini, benché nella babele normativa chiunque stenti a capire quali siano e i rappresentanti delle Istituzioni facciano come pare loro, mossi solo da logica clientelare o narcisistica.

Anzi, ci si sarebbe aspettato che il Prefetto fosse intervenuto già al momento dell’annuncio del sindaco. Se lo ha fatto, non è stato convincente.

Sarebbe bastato ricordasse a De Luca che la Legge ha tolto ai sindaci ogni potere in materia di misure di contenimento del Coronavirus.

Invece no, per rimembrare questo dato elementare si sono mobilitati 300 cittadini messinesi che hanno dato mandato all’avvocato Santi Delia. Il suo compito è di provare a impedire questo abuso di potere, attraverso un ricorso al Tribunale amministrativo regionale, già notificato.

De Luca, da par suo, invece di rimanere alle argomentazioni giuridiche, ha etichettato il giovane e noto avvocato con il termine “azzecagarbugli” di manzoniana memoria.

Che Delia non sia un azzeccagarbugli lo ha attestato anche e persino Marcello Scurria, giurista di livello.

Scurria, che nel giro di 10 anni è stato il consigliere giuridico dei 4 sindaci (di colore e sentimenti politici i più diversi) che si sono succeduti alla guida della città, sostiene, da persona super partes, che “Delia non è un azzeccagarbugli ma il collega sbaglia clamorosamente”. Insomma, se non è zuppa è pan bagnato.

Da abile legale, per dimostrare che De Luca abbia il potere di emanare ordinanze in materia di contenimento della diffusione del virus, Scurria ricorda che nel corso di una recente intervista, la Ministra (dell’Istruzione) ha ammesso che esiste la possibilità di chiusure locali: “Sono i Comuni o le Asl a decidere se chiudere un istituto. L’importante è che non si proceda senza criterio. Abbiamo dei protocolli ed è fondamentale che siano rispettati in modo omogeneo su tutto il territorio“, ha riportato l’avvocato messinese in una sua dichiarazione pubblica di questa sera.

Si apprende così da Scurria che “le interviste” del ministro dell’Istruzione – dando per pure per certo che quanto abbia detto sia stato riportato correttamente – sono fonti del diritto, al pari – come ha insegnato il dirigente Cavallaro – degli “annunci” del sindaco De Luca.

Si ammetta, per assurdo, sia così. Sorge una domanda: Il ministro ha parlato di un istituto o di tutte le scuole di una città?

E’ evidente che la chiusura delle scuole, di tutte le scuole, è altro dalla chiusura di una scuola e costituisce misura di contenimento della diffusione del virus sull’intero territorio comunale, un’intera fetta della regione e non rientra di sicuro nelle competenze del sindaco, per quanto dotato di capacità paranormali come De Luca.

Il giurista messo a capo da De Luca di una società partecipata, l’Arisme Spa, ha infatti (clamorosamente?) omesso di citare l’articolo 3, comma 2 del Decreto Legge n. 19 del 2020, convertito in Legge: “I Sindaci non possono adottare, a pena di inefficacia, ordinanze contingibili ed urgenti dirette a fronteggiare l’emergenza in contrasto con le misure statali, né eccedendo i limiti di oggetto di cui al comma 1”. La stessa omissione la si rintraccia nell’ordinanza firmata dal sindaco.

La norma è attualmente in vigore, salvo che Scurria non voglia sostenere che la fonte di diritto “intervista” prevalga sulla fonte “Legge”, il che di questi tempi non stupirebbe.

Persino il presidente della Regione, Nello Musumeci, ogni volta che emana un’ordinanza in materia di Covid richiama e sottolinea nel preambolo questa norma, dal significato chiaro.

Ma tutte queste sono quisquilie, diranno in molti. Quella che conta è la sostanza, poco importa che a decidere questa sostanza sia chi è al potere.

Davanti a un pericolo grave di una diffusione del contagio a Messina chi se ne frega delle competenze? De Luca ha ricevuto dal commissario territoriale Coronavirus, Carmelo Crisicelli, una nota allarmante e quindi fa bene, benissimo a intervenire. Al diavolo le competenze!

E allora giusto perché la gente capisca di cosa si sta parlando è bene riassumere cosa ha scritto il funzionario dell’Asp 5 nella nota datata 6 novembre.

Sbandierata come fosse un trofeo, è stato lo stesso sindaco a sollecitarla.

Scrive Crisicelli:

1) il numero dei contagiati a Messina e provincia aumenta inesorabilmente;

2) le segnalazioni di positività al tampone sono talmente alte da rendere estremamente difficile il tracciamento dei contatti.

Tuttavia, Crisicelli non fornisce numeri per dimostrare la fondatezza di quello che dice.

Ma i numeri ci sono. Sono quelli che l’Asp 5 trasmette quotidianamente alla Regione.

E lo smentiscono.

Secondo questi dati, la provincia di Messina negli ultimi giorni, ha in media circa 120 contagiati in più al giorno, su una popolazione di 650 mila abitanti.

Messina con 250 mila abitanti non supera, a voler essere larghi di manica, i 60 positivi al giorno.

Un positivo, dunque, ogni 4 mila abitanti. La media regionale è di uno ogni 3 e 500 abitanti: una delle più basse d’italia, e comunque più alta di quella di Messina.

Per Crisicelli, però, il numero dei positivi è talmente alto che è nell’impossibilità di tracciare la catena dei possibili contagiati.

Ma è sicuro questo dipenda dal numero “talmente alto” (che,però, alto non è) e non da altri problemi strutturali e organizzativi degli uffici che dirige?

Il funzionario dell’Azienda sanitaria guidata da anni dal manager Paolo La Paglia ha pure scoperto un dato “clamoroso”: la maggior parte dei positivi hanno tra i 20 e i 50 anni, cioè tra le persone che conducono la vita più attiva. Esattamente ciò che succede in tutta Italia, come attestano i dati dell’Istituto superiore di sanità.

E, ancora, sempre Crisicelli, ha accertato che “a macchia di leopardo” ci sono pure positivi collegati alla scuola. A macchia di leopardo: davvero preciso questo dato. Quanti sono? Due, 5, 50, 60? O è allarmante che siano a macchia di leopardo, in una provincia dove il problema più grosso per l’agricoltura sinora si sapeva fosse determinato dai cinghiali?

Crisicelli ha idea di quanti milioni di persone ogni giorno frequentano le scuole in Italia, quante decine di migliaia tra studenti, insegnanti, personale amministrativo e tecnico a Messina?

Secondo i fumosi parametri di Crisicelli, liberamente interpretati da De Luca, tutte le scuole di Italia andrebbero chiuse, anche quelle delle regioni lasciate in zona gialla dal Governo, che hanno dati di contagio molto più alti.

Domani però a rimanere a casa saranno i ragazzi di Messina.

Quelli di Palermo, Pisa o Venezia no. 

Epidemia Covid-19: Rischio elevato? In Sicilia è a convenienza. Il presidente della Regione Nello Musumeci protesta per la “zona arancione”, ma il 24 ottobre per legittimare un’ordinanza coprifuoco condivise un giudizio di pericolo “medio alto”, con metà dei ricoverati e dei positivi di oggi.

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Il presidente Nello Musumeci con l’assessore alla Sanità Ruggero Razza

 

Da quando ha appurato che il Governo nazionale per contenere la nuova ondata di epidemia da Covid 19 aveva inserito la Sicilia in zona arancione, tra le regioni cioè “a rischio alto” e quindi soggetta dal 6 novembre a misure fortemente limitative delle libertà e al contempo dannose per il sistema produttivo, il presidente della regione Nello Musumeci è diventato furioso.

Da 48 ore riempie televisioni e giornali. Protesta indignato. E snocciola dati. Gli offre man forte il suo assessore alla Sanità, Ruggero Razza, da sempre a lui politicamente vicino.

Tuttavia, il bancario prestato (ormai da decenni) alla politica, mostra di avere poca memoria, presupposto fondamentale per tentare di essere coerente e credibile.

Dieci giorni fa, infatti, per legittimare un ordinanza che, dettando misure non previste a livello nazionale, azzerava il diritto all’istruzione e limitava la libertà personale (ma non incideva sulle attività economiche, non sul breve periodo almeno),  aveva condiviso e utilizzato – come si legge nello stesso provvedimento – la valutazione di rischio “medio alto”, affibbiata all’isola dai tecnici del ministero della Salute.

Ma allora il numero dei ricoverati cosiddetti Covid in Sicilia, regione i cui indicatori sanitari mostrano carenze organizzative e strutturali che la cura di Razza – ad occhio e croce – non ha minimamente attenuato, era pari a 648 e i positivi 7850.

Oggi i ricoverati sono il doppio e il doppio sono anche i positivi.

Domanda: se il 24 ottobre la classificazione di regione “a rischio medio alto” a Musumeci stava bene tanto da usarla come fondamenta per un’ordinanza, che prevedeva la chiusura delle scuole superiori e il divieto di uscire fuori di casa tra le 23 e le 5 del mattino, come può oggi, con i numeri raddoppiati, contestare la valutazione “di rischio elevato”?

Forse perché finché si chiudono le scuole e si limita la libertà non si perdono voti e consensi e quando si impediscono le attività economiche si?

Se bisogna terrorizzare la gente, il virus è letale, e se invece bisogna compiacerla cessa di esserlo?

In effetti, Musumeci, oltre a contestare in senso assoluto la valutazione di rischio alto, mette in comparazione i dati delle varie regioni per affermare che la situazione siciliana non è più grave di quella di altri territori italiani, invece lasciati in zona gialla, con minori limitazioni.

Della serie “perché noi si e altri no?” Come direbbe il bambino di scuola elementare bocciato: io sono scarso ma siccome gli altri sono scarsi come me o più di me, allora bisognava bocciare tutti o, in alternativa, promuovere me.

Facciamo pure finta che sia così: cioè la Campania o il Lazio dovevano andare in zona arancione.

E allora? Musumeci ragiona come se in questa vicenda fosse in gioco una semplice promozione alla classe successiva. O una sculacciata data a un figlio si e a un altro no, a parità di responsabilità nella marachella, da un padre non imparziale.

Ma le misure restrittive – nella logica di chi le dispone e della maggioranza dei cittadini che le accettano – non sono tese a tutelare i cittadini dal terribile virus, impedendone la diffusione?

E quindi, se così è, e se  come dice il presidente ci sono regioni i cui cittadini rischiano di più dei siciliani, non dovrebbero i presidenti di quelle regioni protestare, implorando la zona arancione o rossa?

O il terrore è bello solo quando fa audience e determina emergenze in cui la classe politica sguazza?

“Letale” ma non troppo, e solo per il 20% della popolazione: tra gli under 65 in otto mesi il Covid 19 non ha aumentato per nulla la mortalità. Il paradosso di un virus e della propaganda del terrore che lo usa per giustificare misure liberticide indiscriminate e disastrose per il futuro del Paese

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Il presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte

 

Brandito come un mitragliatore dallo sterminato esercito di compiaciuti spargitori di paura, è uno dei dati salienti, l’unico obiettivo e matematico, da cui trae ora nuova linfa la propaganda del terrore.

E’ il dato sbandierato dagli eccitati sostenitori dell’azione del Governo di Giuseppe Conte ogni qual volta qualcuno si permette di sollevare dubbi sul modo irrazionale e isterico con cui si vuole affrontare l’epidemia di coronavirus nei giorni a venire: limitazione della libertà, sospensione della Carta Costituzionale, sacrificio dei diritti fondamentali della persona, blocco dell’istruzione, della giustizia e dell’economia e conseguente ipoteca sul futuro del Paese. Lockdown: tutto chiuso, tutti chiusi.

Insomma, la riedizione di quanto si è già fatto tra marzo e maggio scorsi.

Il dato è in un numero e in un confronto: 38 mila morti in più nei primi 8 mesi dell’anno 2020, rispetto ai morti (di media) dello stesso periodo dei 5 anni precedenti. Non contando i primi due mesi dell’anno 2020, in cui la mortalità è stata più bassa degli anni precedenti, si sono contati 46 mila morti in più tra il primo marzo e il 31 agosto del 2020.

Concordiamo in ipotesi, che il letale Covid 19 sia stato la causa principale e diretta  – quantomeno in termini di alta probabilità medico scientifica – di quel che si definisce “eccesso di mortalità”, benché nessuno medico legale lo abbia attestato e sia più di un sospetto che il terrore, il panico e l’isteria abbiano aumentato le morti.

E assentiamo anche (senza tuttavia poter essere del tutto d’accordo) su ciò che si sia trattato di un evento eccezionale mai capitato nella storia dell’ Europa dal dopoguerra in poi.

Ancora, in sintonia con i medici del Comitato tecnico scientifico ispiratori della strategia governativa, attribuiamo alla crescente curva dei contagi un valore assoluto e premonitore di un’analoga “ecatombe” imminente, senza stare tanto a disquisire, come autorevoli virologi (tra questi l’autorevole Giorgio Palù) sostengono si debba fare, se si tratta di persone soltanto positive (magari conteggiate più volte) ma non contagiose; e, soprattutto, se siano sintomatiche.

In ultimo, ammettiamo che il lockdown sia efficace oltre a impedire la diffusione anche a limitare realmente la letalità del virus (di un qualunque virus), benché ciò sia controverso anche tra gli epidemiologi: il virus non scompare perché ci si chiude in casa, né per questo diventa meno aggressivo, anzi semmai il contrario.

Una domanda però è necessario porla.

Alla luce dei dati ufficiali, sia quelli generali dell’intera Italia, sia quelli specifici della regione Lombardia, la regione più colpita con eccesso di mortalità avendone assorbito l’70% del totale, se oggi il virus “terribile” si diffondesse a tutta la popolazione italiana, quante probabilità in più avrebbero le persone di meno di 65 anni di morire rispetto alle probabilità che hanno avuto “di passare a miglior vita” negli anni scorsi?

La risposta è: zero. Si zero, proprio così.

Questo virus è così pericoloso, così aggressivo, così letale da causare la morte di 38 mila persone in più in 8 mesi, ovvero di media 5 mila circa in più al mese (circa l’1% dei 650 mila morti totali annuali), ma non ha (pur tenendo conto – a scanso di stupide obiezioni – alle minori morti per incidenti stradali e sul lavoro nel periodo di lockdown), minimamente aumentato la mortalità delle persone con meno di 65 anni, che rappresentano l’80% dei 60 milioni di italiani.

Persone che, lockdown o non lockdown, sono venute a contatto con il virus sicuramente in misura maggiore degli over 65.

Non è successo in Italia e neppure, andando ai dati disaggregati, in Lombardia; né in Veneto, in Piemonte, Liguria, Emilia Romagna o Toscana, per citare le regioni che hanno contato nel 2020 più morti di quelle statisticamente attese.

Di più, il virus è così terribile che si è accanito prevalentemente sulle persone con più di 85 anni.

Questo dato che la propaganda del terrore non diffonde e la stampa ventriloqua del potere neppure cerca o, peggio, eclissa, è rinvenibile nei dati Istat, l’istituto di statistica italiano, relativi alla mortalità, suddivisa per fasce di età, dei primi 8 mesi del 2020 e, come termine di confronto, dei primi otto mesi degli anni precedenti.

Basta andare a leggerli e ad analizzarli.

I numeri non mentono

Dallo studio di questi dati pubblicati il 22 ottobre dall’Istat, emerge che questi 38 mila morti in più sono tutti suddivisi tra le tre fasce di popolazione over 65: 4 mila tra le persone tra i 65 e 74 anni, il 15% del totale di morti in eccesso; 10 mila tra le persone tra 75 e 84 anni (il 25%) e addirittura 24 mila (il 60%) tra gli over 85.

Stessa cosa in Lombardia: i morti totali in più rispetto agli anni precedenti sono stati 26 mila circa. Di questi 13 mila e 500 tra gli over 85, oltre il 50%; circa 9 mila, il 35%, tra i ricompresi tra i 75 e 84 anni; e 3 mila e 500, il 15%, tra coloro che avevano tra i 65 e 74 anni.

In Veneto, addirittura, l’eccesso di mortalità pari al 10% (circa 2600 persone), rispetto agli anni precedenti, è costituito per l’80% (2100) da persone con più di 85 anni.

Interrogativi di buon senso

Se il dato è questo e si badi bene è solo numerico e prescinde dalla condizioni di salute in cui si trovavano i deceduti (cosiddette malattie pregresse): sorgono diverse domande.

Può un virus che, dopo 8 mesi di lavorio, non ha affatto inciso sulla mortalità tra la popolazione non anziana essere considerato un virus terribile tale da determinare la più grossa psicosi ipocondriaca collettiva della storia dell’Italia?

Può un virus che ha lasciato indenni da qualsivoglia rischio di vita i bambini, i giovani, le persone di mezza età essere paragonato alla spagnola o alla peste o all’ebola?

Può diventare l’unico argomento di cui i media, alcuni finanziati con il denaro pubblico, gli showman, nani e ballerine trattano sempre nella logica del terrore 24 ore al giorno da 8 mesi?

C’è simmetria tra la propaganda del terrore e l’effettiva pericolosità del Covid-19?

E, soprattutto, c’è proporzionalità tra le misure adottate dal Governo e che si vogliono adottare nei prossimi giorni e i rischi effettivi che corre l’intera popolazione?

In altri termini, ha senso – secondo parametri di razionalità, certo – proteggere tutti indiscriminatamente e drasticamente, anche quelli che non corrono rischi, provocando un disastro economico, preludio di disordine sociale, riduzione del livello di benessere, della spesa sanitaria e conseguente aumento della mortalità futura?

O non sarebbe sufficiente e ragionevole provare a proteggere solo coloro che sono a rischio, ovvero gli over 65?

Per dubitare che il virus non sia terribile come lo si rappresenta, a chi non ha dimestichezza con i numeri e le statistiche, o soltanto non le conosce, basterebbe affidarsi al buon senso, alla ragione e al senso critico.

Dall’inizio della pandemia non c’è giorno in cui non si apprende dal ridicolo circo dell’informazione, di uomini politici, imprenditori, calciatori, ciclisti, tennisti, nuotatori, pallavolisti, attori, scrittori, vallette, positivi al Covid 19.

Risulta che uno di questi sia morto, sia finito in ospedale o abbia avuto semplicemente sintomi più gravi di un raffreddore?

Nessuno. Ah già, fa eccezione la nuotatrice Federica Pellegrini che con le sue dirette face book, segno che stava davvero male, riprese non a caso dai più importanti giornali italiani, ha raccontato che aveva perso per qualche giorno pure l’olfatto e il gusto.

La positività al Covid-19 diventa un evento “straordinario” in un paese in cui – secondo alcune stime- 5 milioni di persone sono entrate in contatto con il virus, che serve solo ad avere il titolo sul giornale. E a propagare altra paura.

Dopo qualche giorno il noto personaggio di turno, lo si trova di nuovo in pista, più in forma di prima.

I calciatori o gli atleti risultati positivi che fanno? Vanno al mare, in palestra, continuano ad allenarsi.

Persino Ronaldo….sostiene

Il campione della Juventus Cristiano Ronaldo, per 20 giorni lontano dai campi di calcio perché risultato continuativamente positivo al tampone che ricerca il Covid 19, ha fatto la sintesi: “Sto benissimo, non ho niente. Sono pronto a tornare in campo subito. Questi tamponi sono delle ca…te”, ha sbottato.

Al di là delle dichiarazioni di Ronaldo, c’è infatti un altro dato (ufficiale, dell’Istituto superiore di sanità), emerso in maniera però meno netta sin dall’inizio dell’emergenza, che indica come questo virus non sia terribile: il 95% di coloro che risultano positivi non hanno alcun sintomo. Neppure un raffreddore. Segno inequivocabile che il sistema immunitario sia in grado di tenere a bada agevolmente l’agente patogeno.

Il 4,5% ha sintomi severi, cioè è costretto a stare a letto una settimana, come capita spesso per le influenze stagionali; lo 0,5% è “critico”, ovvero viene ricoverato in terapia intensiva.

In effetti, lo 0,5%, dando per scontato che sia un dato affidabile, su possibili centinaia di migliaia di contagiati, diventano migliaia di persone da “intubare”, altra parola magica della propaganda del terrore, migliaia di posti letto di cui il sistema sanitario non dispone.

In assenza di dati certi (che non vengono diffusi, chissà perché) sulla tipologia (età e condizioni di salute pregresse) delle persone ricoverate in terapia intensiva e sull’esito del ricovero, altre domande sorgono spontanee.

Se l’isteria non guidasse, talvolta per mero opportunismo, l’azione delle istituzioni e della maggioranza della gente, qualcuno si sognerebbe di portare in ospedale e ricoverare in terapia intensiva persone di più di 80 anni con problemi respiratori?

Delle persone intubate, specie tra gli anziani, quanti escono vivi dai reparti di Rianimazione?

E, in ultimo, in che misura il terrore di Stato ha, da un lato, aumentato la domanda di sanità inappropriata contribuendo all’emergenza in cui si trovano – secondo quanto rappresentato dal Governo – gli ospedali e, dall’altro, ha per converso ridotto al lumicino la sanità ordinaria e preventiva, l’unica davvero efficace a contenere malattie e morti?

Il virus e i suoi fedeli utilizzatori, il presidente della Campania Vincenzo De Luca “schiaffeggia” il Governo nazionale incapace di farsi rispettare e inaugura la nuova stagione della Babele normativa. In spregio alla Costituzione e nel silenzio delle Istituzioni

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Il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca

  Il Governo emana i decreti legge; il premier Giuseppe Conte passa ore in televisione per illustrare le misure per il contenimento della diffusione del Covid 19 in essi contenute; il Parlamento, l’unico organo che per Costituzione può limitare la libertà della persone, li converte in Legge. Dopo di ché, i Presidenti delle regioni e i sindaci dei vari paeselli della Penisola in cerca di notorietà, fanno i comodi loro. In carenza assoluta di competenza, calpestano la legge e, soprattutto, la Costituzione, emanando ordinanze che limitano le libertà delle persone e conculcano i diritti dei cittadini. Ordinanze chiaramente illegittime, come le sanzioni che sulla scorta delle stesse vengono irrogate, ma che la gente però osserva. E il Governo che fa? Abbozza. Il presidente della Repubblica, garante della Carta costituzionale? Tace. I cittadini? Tranne una minoranza silenziata dalla propaganda del terrore, si adattano supinamente, talora per mera convenienza e opportunismo. La scena, degna più di una commedia surreale o di un film di Totò che di uno Stato fondato sul rispetto della Costituzione e delle leggi, va avanti da mesi senza che nella “culla del diritto” ciò susciti reazioni forti e incisive, né a livello politico né tanto meno giudiziario. L’ultima sortita è del governatore della Campania Vincenzo De Luca, che ha deciso di chiudere le scuole – appena riaperte dopo 8 mesi di chiusura – per 15 giorni. De Luca è il primo presidente di Regione, ma è facile prevedere che ora sarà seguito da altri governatori e da sindaci sceriffo, il cui narcisismo è in profonda crisi di astinenza. Nei giorni scorsi, solo per fare un esempio, un sindaco di una città della Calabria, Soverato, ha chiuso una scuola con centinaia di allievi e decine di operatori, perché un collaboratore scolastico era risultato positivo. Sulla base di questo criterio non c’è posto al mondo che potrebbe rimanere aperto. La nuova Babele normativa liberticida ai tempi del terrore è alla porte. Lasciamo pure perdere la questione di merito: se il Covid 19 sia davvero così pericoloso; se il numero dei contagi sia così alto o se il numero dei contagiati abbia un significato di pericolosità; se chiudere le scuole o imporre un nuovo look down, che pare molto prossimo, sia misura efficace e razionale o non sia addirittura controproducente. Questioni queste tutt’altro che irrilevanti. C’è una questione di diritto e di diritti e libertà costituzionali che viene prima di tutto: tutte le misure di contenimento del Covid 19 – dice la legge dello Stato – devono essere di regola assunte dal Governo, tramite Dpcm (Decreti del presidente del Consiglio dei ministri).

Lo prevede chiaramente l’articolo 2 del Decreto legge n° 19 del 25 marzo del 2020, convertito in legge, e attualmente vigente, con limitati e marginali poteri dei presidenti delle regioni che vengono meno quando intervenga un Dpcm. 

Di questo principio però nessuno si cura. Un Governo che in una situazione così delicata non è in grado di far rispettare dalle altre Istituzioni le proprie determinazioni non farebbe meglio a dimettersi? O il terrore serve anche per mantenere sine die al potere chi c’è già da mesi e quando è scoppiata l’emergenza coronavirus aveva le valigie in mano?    

Plagio? “Mancano le prove”. Assolto il docente dell’ateneo di Messina Dario Tomasello. Il figlio dell’ex rettore era accusato di aver copiato interi passi dal suo maestro Giuseppe Amoroso in 18 pubblicazioni, che gli valsero l’abilitazione a ordinario

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Il docente Dario Tomasello

 

L’ateneo guidato dal rettore Pietro Navarra lo aveva sospeso dall’insegnamento e dalla retribuzione per un anno.

Oggi, il Tribunale di Roma l’ha assolto.

Sul collo di Dario Tomasello, docente di Letteratura italiana contemporanea dell’Università di Messina e figlio dell’ex rettore (sino al 2013) Franco, pendeva una delle accuse più infanganti per uno studioso: aver inserito senza citazione interi passi di libri del suo maestro Giuseppe Amoroso in sue pubblicazioni, ben 18, usate successivamente, nel 2012, per procurarsi l’abilitazione nazionale a professore ordinario.

In termini penali, gli era stato contestato il reato di plagio (il reato di chi “ai concorsi presenta, come propri, dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri”) e di violazione del diritto d’autore (per aver messo in vendita i libri “incriminati” ottenendone ricavi economici).

A leggere il dispositivo, l’ assoluzione “perché il fatto non sussiste”, è ai sensi del secondo comma dell’art. 530 c.p.p. : dunque, secondo i giudici capitolini, “manca, è insufficiente o contraddittoria la prova”.

Solo dalla lettura della motivazione sarà possibile comprendere le reali ragioni dell’assoluzione.

L’inchiesta penale (e quella amministrativa e disciplinare) nacque da un esposto inoltrato al rettore dell’ateneo Navarra dal professore Giuseppe Fontanelli, collega di Tomasello, agli inizi del 2014.

Quest’ultimo allievo anch’egli dello stesso Giuseppe Amoroso, non aveva ottenuto l’abilitazione.

Navarra lo trasmise alla Procura di Messina e al Ministero dell’Università.

Di qualche mese dopo, maggio del 2014, è la denuncia all’autorità giudiziaria dello stesso Amoroso, che nell’occasione indicò per filo e per segno tutte le parti che gli erano state “prese a prestito”.

Sulla scorta di una relazione di una commissione del Miur che attestava la sussistenza delle copiature, nel 2016, il Consiglio d’amministrazione dell’Università, accogliendo la proposta del rettore Navarra, applicò al docente la massima sanzione disciplinari (destituzione dall’impiego, a parte).

 

 

 

 

Coronavirus e propaganda del terrore, la Svezia senza lockdown piange gli stessi morti degli anni scorsi ma i giornali italiani continuano a rappresentare l’apocalisse nel paese scandinavo. I dati ufficiali dei primi 4 mesi dell’anno smentiscono gli scienziati “televisivi” e la stampa di regime

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I suoi cittadini hanno continuato a svolgere la loro vita normalmente: non sono state sospese le libertà fondamentali della persona e confini, scuole, negozi, uffici, aziende, persino bar e ristoranti sono rimasti aperti.

Ma la paventata ecatombe causata dal Covid 19, il virus terribile ma non tanto, letale ma  solo con chi è anziano e molto malato, in Svezia dopo 2 mesi di pandemia sinora non c’è stata.

I numeri anzi dicono tutt’altro.

Basta andare a leggerli. Sono pubblici, ufficiali e provvisori, dell’istituto di statistica svedese.

La Svezia nei primi 4 mesi del 2020 conta o, meglio, piange complessivamente 2661 morti di più (+ 8,8%) rispetto ai primi 120 giorni del 2019, ma solo perché lo scorso anno è stato quello con il tasso di mortalità più basso negli ultimi 5 anni.

Se si guardano le statistiche di due anni fa, si scopre un dato straordinario: nel periodo della pandemia da coronavirus sono morte 669 persone in meno dello stesso periodo del 2018 (- 2%).

Anche nel 2015 ci furono più decessi rispetto al virale 2020: esattamente 132 morti in più. Invece, si registrarono 267 morti in meno nel 2017 e 1250 in meno nel 2016, rispetto sempre al 2020.

I pronostici dei profeti italiani dell’apocalisse (i famosi scienziati televisivi Pierluigi Lo Palco e Roberto Burioni, giusto per fare due nomi), di coloro che hanno cercato in tutti i modi di denigrare la strategia svedese per legittimare nella “guerra” mondiale contro il virus “il modello italia”, il modello fondato sul terrore e sul lockdown (tutto chiuso, tutti reclusi), sono miseramente naufragati.

I media italiani, autori negli ultimi due mesi e mezzo della più imponente opera di disinformazione della storia della Repubblica al servizio della propaganda della paura, tuttavia non si danno per vinti neppure davanti all’evidenza.

L’attività di sistematica demolizione dell’approccio svedese alla pandemia basato sulla ragione, sul contemperamento dei valori e interessi in gioco, sul senso di responsabilità dei cittadini e anche sulla scienza vera (non quella dei salotti televisivi italiani), infatti non si arresta.

L’ultima opera di manipolazione… di una lunga serie

E’ di ieri 8 maggio del 2020 un articolo de Il corriere.it  dal titolo chiaro:  “Svezia senza lockdown. Molti morti. “Siamo stupiti“, ma dal contenuto e dal messaggio manipolato.

Per dimostrare che la strategia della Svezia è fallimentare si mettono in confronto i dati della Svezia con quelli di Norvegia e Finlandia, gli altri due paesi scandinavi che invece hanno adottato una strategia più restrittiva.

Più specificamente, si mettono a paragone i dati dei morti con/per/da coronavirus.

Un dato che ha ben poca rilevanza scientifica. Risente, infatti, dai criteri usati per il computo e la classificazione dei morti: se il tampone viene fatto a tutti i morti, come in Svezia; se nella lista dei morti si mettono tutti quelli positivi al Covid (come in Svezia) o, al contrario, solo quelli rispetto ai quali un medico attesti che il virus abbia avuto una efficacia causale importante (come in Norvegia o Finlandia).

Valutazione quest’ultima molto soggettiva visto che il coronavirus – a guardare i dati epidemiologici disponibili in Italia (fonte Istituto superiore di sanità) e negli altri paesi – nel 57% dei casi concorre alla morte di persone con più di 80 anni, solo nell’1% di individui di età inferiore a 50 anni e comunque nel complesso affette, nel 96% dei casi, da almeno una grave patologia diagnosticata in precedenza.

L’unico dato veramente importante e oggettivo è il numero totale dei morti in un periodo sufficientemente ampio, confrontato con identico lasso temporale degli anni precedenti: è solo questo che offre la misura della letalità di un virus o di una epidemia e, soprattutto, consente di valutare l’efficacia delle misure di contrasto adottate.

Questo dato attesta che sinora, nei primi 4 mesi dell’anno, nonostante il “non lockdown” in Svezia, contrariamente a quanto sostiene il corriere.it, trionfalmente ripreso da decine di siti, la mortalità totale non è aumentata.

Anders Tegnell, epidemiologo dell’Agenzia per la salute pubblica svedese, contrariamente a quanto si scrive nell’articolo del Il corriere, infatti non “è stupito” per i morti complessivi, ma per l’alta percentuale (sui 3000 totali) di decessi di persone positive al Covid nelle case di riposo, poiché le uniche misure minimamente restrittive di prevenzione che il Governo aveva assunto riguardavano queste strutture.

La stessa operazione di manipolazione l’ha compiuta il Fatto quotidiano, qualche giorno prima, il 6 maggio: “Coronavirus, nella Svezia anti-lockdown più di 2900 vittime: tasso di mortalità record dei Paesi nordici“, è questo titolo di un servizio dal tenore analogo a quello de il corriere.it.

 

Milena… anche tu? Che disastro

La Svezia è stata vittima anche di Milena Gabanelli: una delle più autorevoli giornaliste italiane. Contagiata dal virus della manipolazione, si è aggregata alla folta schiera dei colleghi.

Sempre dalle stesse pagine del corriere.it, il 28 aprile la giornalista ha firmato un servizio dal titolo “Morti Covid, tutte le bugie dell’europa. Ecco i dati reali“.

In questo servizio, la Gabanelli che usa uno studio dell’Ispi (Istituto studi politica internazionale) mostra che in Svezia nel 2020 c’è stato un aumento della mortalità del 20% e che questi morti in eccesso sono di più di quelli dichiarati come persone morte con coronavirus. Lo stesso discorso viene fatto per tutti gli altri paesi europei (qui non interessa).

Ma tutta l’impalcatura della ricostruzione si fonda su dati relativi a un lasso temporale di 20 giorni, tra il 20 marzo e il 10 aprile, e sul confronto con lo stesso periodo del 2019: ciò che è assolutamente incompatibile con una valutazione epidemiologica seria degli effetti di un’epidemia.

Il tasso di mortalità, infatti, è estremamente variabile di mese e mese e di anno in anno: quello che conta è la mortalità complessiva annua o comunque di un periodo lungo.

Eppure, i dati più completi e relativi a un arco temporale più ampio sulla Svezia sono ed erano disponibili anche per la Gabanelli e sono stati ignorati: al massimo attestano che vi sia stata una mortalità dell’8% in più rispetto all’anno scorso e non certo del 20%, e per contro del 2% in meno rispetto al 2018.

Una campagna spietata di delegittimazione

Questi due servizi rappresentano solo gli ultimi di una vasta campagna di manipolazione dell’informazione ai tempi della pandemia sulla Svezia (e sugli altri paesi che si sono mossi secondo principi di razionalità) che ha visto protagonisti oltre il Corriere e il Fatto quotidiano, La Repubblica e l’agenzia di stampa l’Ansa.

Il 16 aprile del 2020 due studiosi Monica Quirico e Roberto Salerno hanno illustrato su www.wumingfoundation.com come la stampa italiana avesse fino a quel momento artatamente manipolato tutta l’informazione sulla Svezia: “Gli eretici di Stoccolma. Come e perché la stampa italiana disinforma su Svezia e coronavirus“, il titolo di un articolo molto istruttivo.

Un tema da approfondire

La stampa italiana ha naturalmente cavalcato l’onda dell’apocalisse e della paura su cui si è fondata la strategia italiana, magari solo per opportunismo o per naturale abitudine a essere serva del potere. Questo è comprensibile.

Ma perché manipolare con pervicacia l’informazione al fine di gettare discredito sui paesi come la Svezia (e la Germania, sia pure in maniera meno radicale) che hanno scelto una strada diversa? E perché continuare a farlo ancora oggi, a 60 giorni dall’inizio dell’emergenza?