Pornografia minorile, tre foto a un unico “amico” della rete. Ecco nel dettaglio l’ accusa al giudice Gaetano Maria Amato: qualche settimana prima degli arresti aveva ammesso le chat e l’invio di immagini. Sequestrati personal computer e cellulare, gli inquirenti a caccia di nuove prove e di (eventuali) altri “appassionati” di bambini

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Tre foto di due persone minorenni seminude (due) e nude (una), tutte carpite all’insaputa delle vittime e inviate tra il 2014 e il 2015 a un solo utente della rete con dei commenti a corredo.

Sono questi i fatti per cui il giudice della Corte d’appello di Reggio calabria Gaetano Maria Amato, su richiesta della Procura di Messina accolta dal Giudice per le indagini preliminari Maria Vermiglio, è stato arrestato e condotto nel carcere di Gazzi il 3 ottobre scorso.

L’accusa per il cinquantottenne è di Pornografia minorile, reato per cui è prevista una pena da 6 a 12 anni di reclusione.

Tuttavia, le indagini sul magistrato sono tutt’altro che chiuse.

Da quanto si è riuscito a sapere da ambienti vicini agli inquirenti, pochi giorni prima che scattassero gli arresti,  a casa del giudice residente a Messina si sono presentati gli agenti della polizia con in mano un provvedimento di perquisizione e di sequestro di supporti telematici e informatici.

Nell’occasione della perquisizione, lo stesso giudice ha fatto dichiarazioni spontanee, minimizzando i fatti e ammettendo che in passato aveva intrattenuto delle chat con un pedofilo a cui aveva inviato tre o 4 foto: in sostanza, ciò che gli inquirenti sapevano già e che gli è stato contestato al momento dell’esecuzione della misura cautelare.

Gli inquirenti al termine della perquisizione hanno sequestrato e portato via personal computer e telefoni cellulari .

La perizia sui supporti informatici permetterà di stabilire se il magistrato ha raccontato la verità e, quindi lo scambio di materiale pedo pornografico è stato occasionale e limitato a quello già accertato, oppure le foto prodotte e inviate sono molto di più e l’interlocutore del giudice non è stato uno solo ma diversi.

In quest’ultimo caso, altri interlocutori con la “passione” per le immagine pedo pornografiche potrebbero finire nel mirino della Procura.

Nella rete…della perizia informatica

E’ con lo strumento della consulenza tecnica su strumentazione informatica che – secondo quanto si è riuscito a sapere dagli inquirenti della squadra mobile della polizia di Stato di Bolzano – ci è si imbattuti nel giudice di Messina.

Le indagini infatti erano concentrate su un pedofilo che, a tempo pieno, usando  diversi account e nick name, navigava sulla rete alla ricerca di materiale pedo pornografico.

E’ stata l’accertamento tecnico sul materiale sequestrato a quest’ultimo che ha consentito di individuare tra la miriade di chat e scambio di materiale scottante, le comunicazioni e, soprattutto, le foto che il giudice gli ha inviato.

Le carte sono state così trasmesse per competenza territoriale alla Procura di Messina.

La partita giuridica

La normativa che il legislatore ha dettato dal 1998 in poi contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minore, prevede diverse fattispecie di reato, di gravità diversa e quindi punite con pena diversa, i cui confini sono stati oggetto di interpretazioni non sempre univoche da parte della giurisprudenza.

Al magistrato Amato, in attesa degli esiti degli ulteriori accertamenti tecnici sul pc e sul cellulare, è contestata la fattispecie più grave (art. 600 ter, primo comma): quella che incrimina chi “utilizzando minori di anni 18, realizza esibizioni o spettacoli pornografici ovvero produce materiale pornografico”.

Per quanto le foto inviate dal giudice sono state realizzate all’insaputa delle vittime (e, ovviamente, senza la loro minima collaborazione), e sono state inviate a un solo utente, i fatti accertati sembrano rispondere appieno alla interpretazione che la Cassazione (a Sezioni unite) ha offerto della norma.

La cassazione nel 2000 (numero 13) ha, infatti, stabilito che la norma “offre una tutela penale anticipata volta a reprimere quelle condotte prodromiche che mettono a repentaglio il libero sviluppo personale del minore, mercificando il suo corpo e immettendolo nel circuito perverso della pedofilia. Per conseguenza il reato è integrato quando la condotta dell’agente che sfrutta il minore per fini pornografici abbia una consistenza tale da implicare concreto pericolo di diffusione del materiale pornografico prodotto”.

Non sarà semplice, ma ciò dipenderà anche dal tipo e dalla natura delle chat, per il giudice Amato difendersi sostenendo che l’aver trasmesso le foto a uno sconosciuto (che quindi non dava alcuna garanzia di riservatezza) non abbia determinato il concreto pericolo di diffusione delle stesse e quindi il rischio di pregiudicare il libero sviluppo personale dei minori raffigurati.

Primi provvedimenti

In applicazione della legge, che sul punto non ammette deroghe e riguarda tutti i pubblici funzionari senza che via la necessità di alcuna richiesta specifica di alcuno, il magistrato in conseguenza degli arresti e sin dal giorno successivo è stato sospeso dalle funzioni e dallo stipendio.

Allo stesso modo, è stato avviato nei suoi confronti procedimento disciplinare: si tratta, allo stato delle cose, di un grave illecito disciplinare, rientrante nella categoria degli “Illeciti conseguenti a reato” (e dunque diverso da quello compiuto nell’esercizio delle funzioni o fuori dalle stesse, ma sempre facendo pesare il ruolo di magistrato).

Questo tipo di illeciti possono portare alla sanzione (anche della rimozione dalla magistratura) solo dopo la condanna irrevocabile.

IL CORSIVO. Se l’assessore ai Beni culturali si occupa di monnezza. Aura Notarianni rilancia il boicottaggio della Tari, avviato senza successo nel 2015. “Mi dà ragione una recente sentenza della Cassazione”. Che però dice cose diverse. Il “destino” dell’avvocata con la passione per la politica senza compromessi

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Aura Notarianni con il governatore Crocetta

Aura Notarianni con il governatore Rosario Crocetta

Il presidente della regione Rosario Crocetta in pieno shopping elettorale, confidando sulle sue enormi competenze e doti di efficienza, l’ha chiamata a un mese e mezzo delle elezioni a ricoprire l’incarico di assessore ai Beni culturali.

Aura Notarianni non ha resistito al fascino del Governatore che pure l’aveva snobbata 4 anni prima e ha sostituito Carlo Vermiglio che non ha accettato il ricatto del Governatore: “O ti candidi con me o ti dimetti”.

Crocetta in men che non si dica ha liberato una poltrona e l’ha rioccupata, fornendo un mirabile esempio di uso clientelare delle istituzioni pubbliche e degli incarichi di governo.

Nonostante gli impegni palermitani, la neo assessora trova il tempo per continuare a occuparsi di monnezza, quella della città di Messina.

E, in piena campagna elettorale, rilancia il boicottaggio della Tari, la tassa sui rifiuti, operazione che cercò di portare avanti nel 2015 mettendo la sua sapienza giuridica a disposizione dei due consiglieri comunali eletti nelle liste del sindaco e divenuti nello spazio di qualche mese i suoi più acerrimi nemici, Nina Lo Presti e Gino Sturniolo.

La campagna di boicottaggio, congegnata dopo che il sindaco Renato Accorinti l’aveva bocciata come assessore, abortì ben presto essendo, oltre che strumentale, palesemente fondata sul nulla giuridico, come persino un giornalista poté facilmente dimostrare (vedi articolo).

Il pretesto per questa impennata di orgoglio dell’assessore nominata in zona Cesarini è una sentenza della Cassazione di qualche giorno fa, che secondo la giurista prestata alla politica dimostra che “la campagna era giusta e la battaglia vincente”.

Il boicottaggio del 2015  si tramutò in un modulo, preparato dalla stessa avvocata, che ogni singolo contribuente di Messina avrebbe dovuto presentare agli uffici del Comune in cui annunciava che avrebbe pagato solo il 20% della tassa in quanto “il servizio di gestione dei rifiuti in città non viene svolto o viene svolto in grave violazione della legge come è documentato da segnalazioni dell’Asp 5 agli uffici competenti nonché dai controlli dell’Ato 3 nel 2015, supportati da documentazione”.

Solo che i due consiglieri e la giurista si dimenticarono di dire che per legge (e per giurisprudenza del Tar) il diritto generalizzato dei cittadini a pagare la Tari in misura ridotta scattava solo se  l’Azienda sanitaria avesse “riconosciuto e dichiarato  una  situazione  di danno o pericolo di danno alle persone o all’ambiente”, come conseguenza della gestione irregolare del servizio dei rifiuti.

Certificazione che non c’era allora, né c’è oggi.

La Cassazione un tanto al chilo

La sentenza della Cassazione, la stessa ora sbandierata dall’avvocata con il debole per la politica, non solo non dà ragione nel merito a chi ha fatto ricorso (un hotel napoletano,Il Britannique) ma si occupa di un caso diverso e, soprattutto, ribadisce principi che mostrano ancora di più come quella campagna fosse fondata sul nulla giuridico.

La Corte di cassazione, infatti, come chiunque può leggere (la comprensione poi è altra cosa), nella sentenza (vedi allegato) riconosce il diritto dei cittadini a certe condizioni (gravi disfunzioni nel servizio di raccolta) di pagare la Tari in misura ridotta.

Ma questo, contrariamente a quanto faccia intendere l’assessore, nessuno l’aveva messo in dubbio, neppure la sentenza della Commissione Tributaria regionale della Campania, oggetto appunto della pronuncia della Cassazione.

Ciò che la Cassazione,  la stessa invocata dal neo assessore, ha bocciato è la motivazione dei giudici tributari partenopei che avevano rigettato il ricorso dell’hotel contro le cartelle esattoriali, affermando che il Comune di Napoli delle disfunzioni nella raccolta dei rifiuti non aveva responsabilità (colpa) dirette, essendo (era il 2008) che tutte le competenze erano nelle mani del Commissario straordinario per l’emergenza rifiuti nominato dal Governo.

La Cassazione, la stessa invocata dall’assessore, ha bocciato sul punto la motivazione dei giudici tributari, stabilendo che ai fini del diritto a pagare in misura ridotta ciò che rileva è solo (a prescindere dalla responsabilità) la ricorrenza obiettiva della condizioni previste dalla legge.

Di più, ha stabilito che è onere del contribuente dimostrare la sussistenza di dette specifiche condizioni e portarne prova, davanti al giudice di merito che dovrà accertarne la ricorrenza. Sarà davanti al giudice di merito 

Il punto è proprio questo: l’esistenza delle condizioni e la prova delle stesse.

Le condizioni stabilite dalle legge, quelle invocate nel modulo di boicottaggio generalizzato confezionato dal trio Lo Presti, Sturniolo e Notarianni, esistevano? Esistono? avrebbero potuto i cittadini messinesi dimostrarle? Certo che no. 

Nel caso di specie peraltro, l’hotel aveva chiesto la riduzione della cartelle esattoriali invocando una norma diversa da quella su cui poggiava la campagna di Notarianni e company, ovvero che “il servizio di nettezza urbana non sia svolto nella zona di residenza o di dimora nell’immobile a disposizione o di esercizio dell’attività dell’utente; – ovvero, vi sia svolto in grave violazione delle prescrizioni del regolamento del servizio di nettezza urbana”.

Questa condizione  può essere invocata dal singolo cittadino a seconda di ciò che si verifica sotto casa sua e non certo con una campagna generica e generalizzata come quella messa in piedi dalla Notarianni, fondata peraltro su un presupposto diverso (e inesistente come la dichiarazione dell’Asp).

Quando è proprio destino….

Rosario Crocetta nel corso della presentazione al museo regionale del suo ultimo, in ordine di tempo, assessore ha affermato che “l’esperienza politica della Notarianni al mio fianco non durerà sino alle elezioni ma andrà oltre”.

Aura Notarianni l’esperienza politica al fianco del Governatore avrebbe voluto iniziarla molto prima, nel 2012. Ma Rosario la snobbò. Dopo mesi di presenza assidua a Tusa, nel quartier generale di Crocetta,  in fremente attesa di una candidatura prima alle politiche e poi alle amministrative del 2013 come aspirante sindaco di Messina, l’avvocata rimase a mani vuote e a marzo del 2013 accusò Crocetta: “Questi sono vecchi metodi di fare politica”.

In cerca di rivincita e, soprattutto, desiderosa di mettere il suo bagaglio di competenze al servizio della collettività, si propose come assessore prima del candidato a sindaco del centro sinistra Felice Calabrò, che non le diede certezze.

Successivamente, al candidato a sindaco del centro destra Vincenzo Garofalo. Ma questi, che pure si era mostrato possibilista, uscì sconfitto dalle elezioni.

A vincere fu Accorinti a cui la Notarianni fu caldeggiata a più riprese come assessore dal fidato Guido Signorino: invano.

Il destino evidentemente voleva che l’avvocata tornasse alla corte dell’uomo politico che l’aveva snobbata, al cui fascino non ha saputo resistere, dimentica dei “vecchi metodi di fare politica” che gli aveva contestato 4 anni prima, forse perché sicura che la sua nomina sia avvenuta con metodi finalmente nuovi. E rivoluzionari.

 

Vecchia maniera, condannato in primo grado a 5 anni di reclusione il collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano per estorsione e intestazione fittizia di beni, reati commessi sotto protezione. Due anni a Tindaro Marino. Tutti i guai dell’ex boss di Barcellona

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Carmelo Bisognano

Carmelo Bisognano

Cinque anni di reclusione per Carmelo Bisognano e due anni a Tindaro Marino.

Finisce con una sentenza di condanna il processo di primo grado a carico dell’ex boss di Barcellona, dal 2010 collaboratore di giustizia, e per l’imprenditore di Gioiosa marea.

Il Tribunale di Barcellona al termine di una camera di consiglio durata sino alle 23 e 20 ha ritenuto Bisognano colpevole del reato di intestazione fittizia di beni e di tentata estorsione ai danni dell’imprenditore Giuseppe Torre e della stessa società Torre srl.

I reati sono stati commessi tra il 2015 e il 2016 mentre Bisognano si trovava sotto la protezione dello Stato e i contribuenti italiani gli pagavano la scorta, due avvocati, la casa, i viaggi e un assegno mensile di 1600 euro.

Tindaro Marino è stato invece ritenuto colpevole del reato di intestazione fittizia di beni.

Entrambi erano stati arrestati il 16 maggio del 2016, nell’ambito dell’inchiesta Vecchia Maniera.

Gli arresti scattarono anche per Angelo Lorisco, uomo fidato di Bisognano, che ha scelto il rito abbreviato e per gli stessi reati che hanno portato ora alla condanna del collaboratore, l’8 gennaio 2017. è stato condannato a tre anni di reclusione.

La strumentalizzazione del ruolo di collaboratore

Gli inquirenti del commissariato di Barcellona guidati da Mario Ceraolo avevano scoperto che Bisognano dalla località protetta, usando Angelo Lorisco, aveva costituito una società e aveva iniziato l’attività di imprenditore, sotto mentite spoglie, grazie all’aiuto dell’imprenditore Tindaro Marino, sottoposto alla misura di prevenzione patrimoniale e condannato all’epoca per concorso esterno alla mafia.

Per tornare operativo, Bisognano tramite Lorisco aveva – secondo l’ipotesi accusatoria che ha trovato un primo positivo riscontro – strumentalizzato il ruolo di collaboratore e tentato di sottoporre a estorsione i membri della famiglia Torre, titolari di un’azienda, minacciando di fare dichiarazioni sul loro conto.

Le dichiarazione di favore e l’imputazione coattiva

A Bisognano, la cui colaborazione ha permesso di mettere alla sbarra vari esponenti della mafia del Longano, e Marino fu contestato al momento degli arresti anche un altro reato.

In cambio dell’aiuto economico di Tindaro Marino, Bisognano, come hanno disvelato in maniera chiara le intercettazioni si era impegnato a fare nuove e diverse dichiarazioni, nell’ambito di indagini difensive, favorevoli a Marino, che ne alleggerissero la posizione in vista del giudizio della Cassazione per concorso esterno alla mafia e di quello diretto al sequestro di tutti i beni nel procedimento di prevenzione patrimoniale pendente in appello.

Per quest’ultimo capo di accusa, i sostituti della Direzione distrettuale antimafia di Messina,  Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, gli stessi che hanno gestito la collaborazione di Bisognano e avevano chiesto gli arresti, hanno domandato l’archiviazione.

Ma il giudice per l’udienza preliminare Monica Marino, il 28 giugno del 2017 ha rigettato la richiesta ordinando l’imputazione coattiva per il reato di  False dichiarazioni al difensore rilasciate nell’ambito delle investigazioni difensive.

Per i due pm, Cavallo e Di Giorgio, che hanno totalmente rivisto la valutazione fatta sul punto nella richiesta di misure cautelari, Bisognano si era si impegnato a fare dichiarazioni di favore ma poi non le aveva fatte.

Diametralmente opposta la valutazione del giudice Monica Marino.

Secondo quest’ultima, Bisognano le dichiarazioni di favore e diverse da quelle che aveva reso in precedenza, il 30 settembre del 2015, in presenza dei suoi difensori, Mariella Cicero e Fabio Repici, e del difensore di Marino, Salvatore Silvestro, le ha rese.

Il ritorno in carcere

Da venerdì 7 luglio 2017 Bisognano è nel carcere di Rebibbia.

E’ stato nuovamente arrestato su ordine del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Chiara Gallo, che ha accolto la richiesta della Procura, guidata da Giuseppe Pignatone.

Il Tribunale di Barcellona, lo stesso che oggi lo ha condannato, il 17 maggio del 2017, dopo un anno esatto di carcere, ne aveva ordinato la scarcerazione anche sulla base del fatto che il programma di protezione non fosse stato revocato.

Dalle indagini del commissario di Barcellona era pure emerso che due degli agenti (Domenico Tagliente e Enrico Abbina) che dovevano proteggerlo e controllarlo, avevano intessuto con il collaboratore un rapporto di complicità che consentiva a quest’ultimo di muoversi e incontrarsi a suo piacimento, anche con altri collaboratori di giustizia, in violazione di ogni norma regolamentare e, soprattutto, di avere libero accesso al sistema informatico della polizia.

La procura di Roma, a cui erano stati trasmessi gli atti per competenza territoriale ha declinato l’accusa in termini di violazione abusiva dei sistemi informatici e del segreto d’ufficio.

La difesa strenua e i complotti

Carmelo Bisognano durante la collaborazione e sino agli arresti del maggio del 2016 era assistito da Fabio Repici e Mariella Cicero, colleghi da anni di studio.

Mariella Cicero subito dopo gli arresti ha rimesso il mandato essendo emerse delle intercettazioni tra il legale e il collaboratore suscettibili – secondo gli inquirenti – di rilevanza penale. Repici ha continuato a difendere Bisognano e nel processo in corso a Barcellona ha citato la Cicero come teste a difesa di Bisognano.

Stando agli atti processuali, secondo il legale Repici l’incriminazione di Bisognano è stata frutto di un complotto che ha visto come protagonisti il commissario Ceraolo, l’avvocato Ugo Colonna, l’avvocato di Barcellona Saro Cattafi (condannato per calunnia nei confronti di Bisognano e Repici e assolto dalla Cassazione dall’accusa di essere il capo della mafia mafia di Barcellona e dal 2000 in poi anche un semplice affiliato mentre per il periodo precedente è necessario un nuovo giudizio d’appello), e il legale di quest’ultimo Salvatore Silvestro.

Di “scivolone su una buccia di banana” aveva parlato nel corso della sua deposizione  Mariella Cicero, minimizzando la gravità dei fatti contestati a Bisognano

Il Tribunale di Barcellona,presieduto da Fabio Processo, non si è fatto incantare né dai complotti, né dalla metafora delle bucce di banana.

 

IL RETROSCENA. Le mani della mafia sul risanamento di fondo Fucile: l’assessore Sergio De Cola “impermeabile”; l’intermediazione dell’amico Raffaele Cucinotta; la distrazione decisiva dell’architetto Salvatore Parlato. Ecco cosa dicono le carte dell’inchiesta sul clan capeggiato – secondo la Procura – da Enzo Romeo

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La baraccopoli di fondo Fucile

La baraccopoli di fondo Fucile

 

“….perché ritengo che secondo me per l’approccio che ho avuto io in 3 minuti con De Cola ed io ho esperienza con i politici… non è gente influenzabile dalla vecchia casta…”.

Enzo Romeo e il socio Biagio Grasso, arrestati il 26 giugno 2017 perché ritenuti rispettivamente il capo di una costola del clan catanese di Santapaola a Messina e un imprenditore organico alla stessa cosca, nell’aprile del 2014 hanno un obiettivo importante per fare liquidità: vendere al Comune di Messina, impegnato nel risanamento della baraccopoli di Fondo fucile, degli appartamenti che la loro società Rd Immobiliare srl sta costruendo nel vicino villaggio Aldisio.

Sulla strada che porta alla realizzazione di questo obiettivo, però, c’è un ostacolo di non poco conto.

Rd immobiliare srl non è proprietaria per intero del complesso edilizio che hanno intenzione di offrire: una parte del terreno su cui sorge, infatti, era rimasta di proprietà di altri e così – secondo il codice civile – anche ciò che era stato costruito sopra.

L’operazione speculativa non è di facile realizzazione anche perché ben presto si accorgono che l’assessore Sergio De Cola è tutt’altro che permeabile.

E’ Grasso, intercettato, a confidarlo dopo un colloquio con lo stesso assessore.

I due comunque non demordono e per risolvere il problema si muovono su due fronti: da un lato, tentano di prendere tempo regolarizzare a livello catastale la situazione; dall’altro, soprattutto, cercano la via per far passare per conforme ai requisiti stabiliti dal bando l’immobile che invece non potrebbe essere che bocciato.

Cucinotta, l’ingegnere a disposizione

Filippo Barbera, uomo di fiducia di Enzo Romeo e Filippo Grasso, investe del problema l’amico di lunga data Raffaele Cucinotta, funzionario di lungo corso del Dipartimento attività edilizia, che sulla gara di competenza del Dipartimento politiche della casa, non ha alcun potere diretto.

Arrestato anche lui con l’accusa di corruzione aggravata dal metodo mafioso per aver – secondo le accuse – compiuto atti del suo ufficio diretti a favorire il gruppo imprenditoriale che sapeva mafioso in cambio di denaro, assunzioni di parenti e protezione, Cucinotta ha, tra le altre cose – sempre stando alla ulteriore accusa di Turbata libertà degli incanti – favorito la proroga del termine di scadenza del bando fissata per il 14 aprile 2014 e consentito che l’offerta non valida divenisse per magia valida.

Dalle attività di indagine emerge che Raffaele Cucinotta indirizza Biagio Grasso sull’assessore al Risanamento Sergio De Cola, l’unico che può rinviare i termini di scadenza del bando deliberato dalla Giunta comunale (l’11 marzo del 2014) e sul funzionario dello stesso Dipartimento Edilizia privata Salvatore Parlato, applicato appositamente al Dipartimento Risanamento con il compito di vagliare le offerte e stabilire se possiede o meno i requisiti richiesti.

 

L’incontro con De Cola e lo spostamento del termine

Biagio Grasso ottiene di incontrarsi con De Cola a palazzo Zanca agli inizi di aprile del 2014 (il giorno di preciso non è stato individuato).

Qualche giorno dopo l’incontro con l’assessore, il 17 aprile del 2014, Grasso nel corso di un colloquio intercettato con Barbera e Cucinotta, pronuncia la frase che evita ogni coinvolgimento giudiziario di De Cola: .…perché ritengo che secondo me per l’approccio che ho avuto io in 3 minuti con De Cola ed io ho esperienza con i politici … non è gente influenzabile dalla vecchia casta…“.

Insomma, come sintetizzano gli inquirenti del Ros dei carabinieri, Grasso aveva in poco tempo compreso che “De Cola non poteva essere facilmente corrotto”.

Cucinotta concorda con lui: “no assolutamente anzi… completamente“.

Barbera allora chiede: “e chi è che la può influenzare…?”

Biagio Grasso precisa: “realmente sceglieranno il posto più adatto a quelli di Fondo Fucile  e quelli di Fondo Fucile vogliono stare là…” .

Cucinotta condivide: “certo…”, afferma.

Insomma, Grasso esce dall’incontro con De Cola una sola convinzione.

Se la loro offerta avesse superato il vaglio tecnico, sarebbe stata la favorita per un motivo molto semplice: coloro che abitano a Fondo fucile vogliono continuare a vivere in quel posto, l’amministrazione per motivi sociali e politici vuole accondiscendere questa richiesta e il loro immobile è proprio ubicato a ridosso di fondo Fucile.

Le ragioni di una proroga

Tuttavia, è un dato di fatto che il 10 aprile del 2014 la Giunta del sindaco Accorinti  sposta di un mese la scadenza del termine del bando, dal 15 aprile al 15 maggio del 2014.

Se non è frutto – nella stessa ricostruzione degli inquirenti – della corruzione di De Cola, che infatti non risulta essere indagato, quali sono le ragioni che hanno portato a dare la possibilità ai partecipanti di disporre di 60 giorni invece che degli iniziali 30 concessi per preparare la documentazione a corredo dell’offerta?

E’ lo stesso De Cola a spiegarlo l’8 aprile del 2014 nel corso dei lavori della IV commissione del Consiglio comunale “Sono state ricevute parecchie offerte e ne stiamo ricevendo ulteriori. Si sta valutando la proroga della scadenza del termine perché ci sono arrivate richieste in tal senso per dare a tutti i possibili partecipanti il tempo di preparare le offerte”.

L’esigenza di prorogare il termine è condivisa dal consigliere di opposizione Nino Carreri: “Tanti cittadini interessati hanno evidenziato che i termini stretti per presentare le offerte non consentono loro di arrivare in tempo a presentare la documentazione”.

E in effetti, se il bando di ricognizione è da considerare soggetto al codice degli appalti,  i 30 giorni concessi erano inferiori ai termini minimi fissati dal codice stesso nella formulazione allora vigente.

Della proroga non si avvantaggia solo la società RD immobiliare srl di Grasso e Romeo: la loro offerta reca il numero 27, ma in tutto le offerte sono state 44. 17 sono state presentate successivamente.

Paradossi giudiziari

Tuttavia, agli atti dell’inchiesta c’è un’intercettazione che dimostra secondo gli inquirenti che la proroga del bando l’abbia determinata Raffaele Cucinotta: “Lo abbiamo fatto rimandare noi…”, dice Biagio Grasso a una delle persone proprietarie del terreno su cui si sta costruendo l’immobile. 

Le attività di indagine, però, non spiegano come Cucinotta abbia potuto determinare la proroga che in realtà ha deciso e motivato l’assessore De Cola e quest’ultimo sia stato bollato come persona non influenzabile

La distrazione dell’architetto Parlato

I trenta giorni in più concessi comunque non permettono a Romeo e Grasso di regolarizzare la loro offerta e cioè di rimediare alla mancanza del diritto di proprietà sull’intero complesso.

Risulta necessario allora contattare chi è deputato a verificare se l’offerta ha i requisiti previsti dal bando.

E’ Cucinotta a suggerire al duo Romeo Grasso di rivolgersi all’architetto Parlato.

Il 3 settembre del 2014, Enzo Romeo è in auto con Filippo Barbera. Oggetto della discussione gli immobili che sono stati offerti in vendita al Comune e che debbono essere valutati dal tecnico.

Parlato?“,chiede Barbera. “Tutto a posto“, risponde Romeo “Devo fare io un passaggio io…da..“, aggiunge. “Di nuovo?”, gli chiede Barbera. “Si…da Parlato..“. “So che è tutto a posto?”, dice di rimando Barbera. “Nodebbono venire loro quà…debbo parlare con loro qua“,dice ancora Romeo, “Perché non possiamo avere intralci“, sottolinea. “E lui lo fa….?“, chiede Barbera. “Certo che lo fa…devo andare a fare il passaggio…lui tutte cose fa“, spiega Romeo. “Certo pagando s’intende“, afferma Barbera ridendo. “Certo“, concorda Romeo.

L’offerta di Rd immobiliare è controllata proprio da Parlato, che in quei giorni di settembre e ottobre del 2014 più volte, come rilevano gli inquirenti, entra in contatto telefonico con Grasso.

L’architetto Parlato non si accorge che l’immobile non ha i requisiti previsti e l’offerta quindi deve essere esclusa.

La dirigente del Dipartimento Risanamento Maria Canale, interrogata dagli inquirenti, ha sottolineato che i funzionari preposti al controllo avevano l’obbligo di controllare “l’esattezza dei requisiti” e che “tra le verifiche vi doveva essere la titolarità del bene offerto al Comune”.

Invece, Parlato, che non risulta indagato, non si accorge di nulla.

Paradossi giudiziari bis

Per gli inquirenti, però, di questa svista è responsabile solo Cucinotta, colui cioè che ha messo in contatto Romeo con Parlato.

Gli atti di indagine non spiegano però come l’ingegnere abbia da solo favorito la società di Romeo e Grasso se la verifica del possesso dei requisiti l’abbia fatta materialmente il collega Parlato.

 

L’amministrazione ridimensiona le mire di Romeo e Grasso

Il 6 novembre 2014 il Dipartimento stila la graduatoria. La società di Grasso e Romeo risulta essersi aggiudicata la vendita di 24 appartamenti. 7 giorni dopo, però, dal Comune arriva una nota che invita l’amministratore di Rd immobiliare srl a sottoscrivere il preliminare di vendita ma solo per 14 appartamenti.

 

Il risanamento… malato

Ad ogni modo, qualche tempo dopo, a seguito (a maggio del 2015) di un esposto di due consiglieri comunali tutta la procedura di gara viene annullata in autotutela dalla Regione Sicilia: era venuto, infatti, alla luce che tra gli immobili che il comune si apprestava a comprare per darli ai “baraccati” di fondo Fucile, molti non avevano il certificato di abitabilità.

Nel frattempo, Romeo e Grasso avevano già rinunciato a vendere i 14 appartamenti al Comune.

Sparatoria al M’ama, dai tabulati telefonici nuovi indizi a carico di Aloisi. “Vai via, sei un moccusu”: un testimone racconta che Cutè quella sera fu offeso dal proprietario del lido

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L'ingresso del M'ama

L’ingresso del M’ama

 

Gianfranco Aloisi si trovava davanti al M’ama sia quando c’è stato il litigio con i buttafuori e uno dei proprietari del locale, intorno all’ 1 e 30 della notte tra il 21 e 22 luglio scorso; sia soprattutto quando sono stati esplosi i 5 colpi di pistola, alle 2 e 19, verso l’entrata del noto lido di via Consolare Pompea, due dei quali hanno ferito gravemente Tania, una ragazza di 34 anni di Briga, a cui è stato spappolato il femore e recisa l’arteria.

Non è stata trovata l’arma con cui sono stati esplosi i 5 colpi.

Non è stato trovato lo scooter usato per il raid.

Nessuno potrebbe identificare con certezza in Alessandro Cutè e Gianfranco Aloisi i due uomini che a bordo della motocicletta hanno sparato i colpi di revolver verso l’ingresso del M’ama.

Tuttavia, il fragile quadro indiziario, probabilmente insufficiente per una condanna “al di là di ogni ragionevole dubbio”, si è arricchito di un dato che ha indotto il Tribunale della Libertà a rigettare la richiesta di scarcerazione per i due, a Gazzi  da un mese e mezzo con l’accusa di Tentato omicidio e porto d’armi aggravato.

L’analisi dei tabulati telefonici dell’utenza di Alosio e il monitoraggio delle cella a cui il cellulare si è attaccato, infatti, mostrano in maniera chiara che l’uomo accusato di aver materialmente sparato dallo scooter guidato – secondo l’accusa – da Cutè era proprio lì dove i fatti sono accaduti, alle 2 e 19, ora in cui sono stati esplosi i 5 colpi di pistola.

Cutè invece – secondo gli accertamenti dei carabinieri – quella sera non aveva con sè il telefono cellulare che per tutta la sera è rimasto agganciato alla cella della zona sud della città dove vive.

L’unico dato certo è il movente. Che, però, oltre a Cutè e Aloisi, potevano avere anche altri loro amici.

Infatti, dagli accertamenti è emerso che quella sera a chiedere insistentemente ed invano di entrare c’era insieme ai due almeno un altro amico (come ha riferito una delle dipendenti del M’ama), che però al momento non è stato identificato.

Si potrebbe trattare dello stesso uomo che si è intrattenuto a parlare con Aloisi e Cutè (come emerge dalle registrazioni della telecamera del bar prospicente il M’ama), prima che due di loro, intorno all’ 1 e 23 di notte, un’ora prima del raid, salissero sull’auto e si dirigessero verso il centro città.

Per i carabinieri i due che sono saliti sulla smart sono proprio Cutè e Aloisi, che dopo un’ora sono tornati a bordo dello scooter.

Lo stra…potere dei buttafuori e dei proprietari

 

Le ulteriori indagini hanno chiarito meglio anche il movente dei due e i motivi del litigio all’ingresso e della ritorsione.

Un testimone oculare, che conosceva sia Cutè che Aloisi, ha raccontato che i buttafuori e il proprietario del locale non si sono limitati ad impedire l’ingresso dei due giovani, ma a fronte delle loro insistenze li hanno – stando a quanto raccontato – anche offesi facendo leva sulla loro posizione di forza e sulla stazza fisica.

Sei un moccuso, vai via”.

E questa, secondo il racconto del testimone, l’offesa che ha fatto andare su tutte le furie Alessandro Cutè, detto il leoncino, nipote dello zio omonimo, il leone, a capo del clan di Mangialupi.

Gli è stata rivolta dal proprietario del M’ama, chiamato dai due buttafuori che non ne volevano sapere di farli entrare.

Il  testimone ha pure raccontato che per mettere pace si era offerto di lasciare a Cutè e ai suoi amici i tavoli che stava occupando.

Cutè però non ne ha voluto sapere: “Mi ha detto: Se non mi fanno entrare gli faccio fare il botto“, ha riferito il testimone.

Per tentare di fare ragionare Cutè, un’ altra persona lì presente si è offerta di farlo parlare l’indomani con un’altro dei proprietari del M’ama, socio di chi lo aveva offeso poco prima (ovvero il titolare di un negozio di frutta su viale Giostra), in modo che gli desse soddisfazione con le scuse. Ma niente.

Cutè è stato irremovibile.

Vu fazzu avvidire io”, ha minacciato andando via dal locale, per ritornare – secondo l’accusa – un’ora dopo e trasformare la minaccia in fatti concreti e tragici.

 

 

Calcioscommesse, nell’inchiesta entra l’ex terzino del Messina calcio Alessandro Parisi. Per la Procura ha aiutato mister Arturo Di Napoli. Spuntano altri indagati…alcuni noti alle cronache giudiziarie. Tra questi Giuseppe Ieni

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Alessandro Parisi

Alessandro Parisi


Uno era il bomber, Re Artù per i tifosi; l’altro il terzino d’attacco dal mancino al fulmicotone.

Negli anni d’oro del Messina calcio, culminati nel 2005 con la promozione in A e l’anno dopo il settimo posto nella massima serie, erano sempre insieme: dentro e fuori campo.

Insieme si ritrovano di nuovo dopo 12 anni. Ma non nel rettangolo di gioco, e non nei locali di cui erano allegri frequentatori.

Si ritrovano a condividere la (molto) più scomoda posizione di indagati nell’inchiesta  della Procura di Messina sul calcio scommesse.

Alessandro Parisi, l’unico calciatore del Messina che sia mai approdato alla Nazionale maggiore, è entrato nel novero delle persone iscritte a modello 21 che fanno compagnia ad Arturo Di Napoli.

L’inchiesta ruota attorno al bomber di origini milanesi divenuto mister e segue un’ipotesi ben definita ma tutta di dimostrare.

Alcune partite, almeno tre, del campionato 2015/2016 del campionato di Lega pro del Messina calcio sono state truccate grazie all’apporto determinante di chi allora ne era l’allenatore: ovvero Di Napoli, iscritto nel registro degli indagati sin dall’avvio dell’inchiesta.

Ma, secondo le prime risultanze delle indagini, Di Napoli si è avvalso dell’apporto di Parisi.

Quest’ultimo, a dispetto dei suoi 38 anni torno a far parte della rosa che il trio composto da Natale Stracuzzi (presidente), Pietro Gugliotta (vice) e Pietro Oliveri, affidò nell’estate del 2015 alle cure di Di Napoli.

Di Napoli e Parisi furono ingaggiati benché entrambi fossero reduci da dure squalifiche proprio per il coinvolgimento in vicende di partite truccate, lontano comunque da Messina.

I due ex calciatori sono indagati con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla truffa e alla alterazione delle competizioni sportive.

 

Spuntano altri indagati 

Nell’inchiesta, oltre a Parisi, con le stesse imputazioni, sono entrati altri personaggi conosciuti nella città di Messina, alcuni anche protagonisti alle cronache giudiziarie.

Tra questi Giuseppe Ieni.

L’uomo di 75 anni negli anni novanta fu rinviato a giudizio in quanto ritenuto una sorta di testa di legno del boss Rosario Sparacio: insomma, era accusato di essersi prestato ad intestarsi dei beni in realtà di proprietà di Sparacio in modo che fossero sottratti alle misure di prevenzione patrimoniale.

Alla fine del processo concluso nel 2014 fu assolto per prescrizione.

Noto alle cronache giudiziarie è pure Ugo Ciampi, figlio del titolare del negozio di interni omonimo del centro città, sotto processo nell’ambito dell’inchiesta per la compravendita di un bambino rumeno. Tra gli indagati anche il padre, Bruno Ciampi.

Entra nell’inchiesta pure Gaetano Alessandro, di 45 anni.

Ex guardia giurata è noto alle cronache (non giudiziarie) per motivi molto più nobili: è presidente, infatti, dell’associazione “Donare è vita”, intitolata a Corrado Lazzara.

Tra gli indagati figura Halim Abdel Khalifeh, titolare insieme ad altro dentista, assolutamente estraneo all’inchiesta, dello studio dentistico K.S. Dental, con sede a Messina in via E. L.Pellegrino e a Polistena in Calabria

 

Il ritorno con furore del bomber

 

Arturo Di Napoli era già sotto inchiesta per aver truccato da allenatore del Savona la partita del campionato di Lega pro della stagione calcistica 2014/2015 tra la sua squadra e quella de L’Aquila.

Tuttavia, al termine dello stesso campionato, in piena estate, ha organizzato la cordata di imprenditori messinesi che hanno rilevato l’Acr Messina dall’imprenditore catanese Pietro Lo Monaco iscrivendola in extremis al campionato di Lega Pro della stagione 2015/2016.

Arturo Di Napoli era rimasto invischiato nell’inchiesta “Dirty soccer” della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, che l’11 maggio del 2015 sfociò nelle misure cautelari degli arresti per decine di tesserati.

Inchiodato dalle intercettazioni telefoniche che documentarono i contatti precedenti al match con il direttore sportivo della squadra avversaria, l’ex calciatore con un passato al Napoli e all’Inter fu squalificato a marzo del 2016 a 3 anni e 6 mesi dalla Corte d’appello federale, organo di giustizia sportiva. In primo grado aveva rimediato una squalifica a 4 anni.

Dopo la condanna in appello lasciò la guida dell’ Acr.

 

Le ultime gesta di Parisi

Quando Di Napoli inizia la sua avventura da tecnico del Messina, l’ex compagno di squadra Alessandro Parisi sta scontando gli ultimi scampoli di una lunga squalifica a 3 anni e sei mesi per aver truccato alcune partite di serie A, da calciatore del Bari.

Per la stessa vicenda ha avuto una condanna anche in sede penale.

La squalifica terminò il 10 ottobre 2015.

Il 16 ottobre Di Napoli lo convoca per la partita con l’Andria. In effetti, Parisi già da un anno si allenava con la squadra del Messina.

Il suo apporto sul campo dura però poco.

A febbraio 2016 decide di ritirarsi per problemi fisici ma rimane club manager della società di Natale Stracuzzi.

 

Le origini delle indagini

 

L’indagine, coordinata dal sostituto procuratore Francesco Massara ebbe impulso dalla denuncia dell’organismo di rappresentanza delle agenzie di scommesse che aveva rilevato scommesse un flusso straordinario di giocate su alcune partite del Messina.

Le gare finite nel mirino sono principalmente tre: Casertana-Messina 4-1 del 21 dicembre 2015, Messina-Martina Franca 3-0 del 9 gennaio 2016 e Messina-Benevento 0-5 del 16 gennaio 2016. Ma le indagini hanno puntato i riflettori anche su altre gare.

 

Un sistema collaudato

 

Come hanno disvelato le indagini di diverse Procure d’Italia e la stessa “Dirty soccer”, la combine ha ad oggetto il risultato della partita, molto raramente quello esatto.

In genere, c’è uno o più finanziatori della combine, che spesso ricicla soldi frutto di altri reati. Con i soldi che mette a disposizione si corrompono allenatori, direttori sportivi e calciatori. Concretata la combine, chi ha finanziato il tutto attraverso i suoi prestanomi, i protagonisti stessi della combine (direttori sportivi, allenatori e calciatori), i familiari e gli amici scommettono migliaia di euro in varie agenzie di scommesse di varie città.

Il guadagno, pari a 3, 4, 5 volte quanto si scommette a seconda delle quotazioni, è facile facile.

La scommessa non è neppure una vera scommessa:  l’esito è scontato

Raid da far west al M’ama, gli indizi a carico di Alessandro Cutè e Gianfranco Aloisi. Al vaglio del pm Carchietti la contestazione del più grave reato di tentato omicidio. La storia dei due: quando Cutè fu “salvato” da un poliziotto

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Da sinistra, Alessandro Cutè e Gianfranco Aloisi

Da sinistra, Alessandro Cutè e Gianfranco Aloisi

 

Vu fazzu avvidire io”.

Era stato loro detto dagli uomini della sicurezza e da uno dei proprietari del M’ama che quella notte non potevano entrare.

Ma loro non l’avevano per nulla presa bene.

Prima hanno protestato: “Come mai fate entrare a tutti e giusto noi non fate entrare? Sono entrati questi quattro scassapagliari che appena fai una mossa scappano….”.

Alla fine, dopo varie insistenze, se ne sono andati via con una minaccia che sembrava una delle solite minacce di ragazzi gradassi, una delle tante che poi rimane senza conseguenze.

Mai nessuno avrebbe immaginato che Alessandro Cutè, 22 anni,  e Gianfranco Aloisi, 25 anni, invece, alla minaccia avrebbero fatto seguire i fatti, che nella notte tra venerdì 21 e sabato 22 luglio hanno assunto il colore rosso sangue.

Cinque colpi di pistola: uno in aria, due ad altezza media, uno in basso, l’ultimo ancora in aria, sparati in direzione dell’entrata del locale, in prossimità della biglietteria, dove in genere stazionano decine di persone.

Due proiettili colpiscono alle gambe una ragazza di 34 anni di Briga Marina, Tania, che si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. Le provocano un’emorragia vascolare e le rompono il femore.

 

La ricostruzione provvisoria dei fatti

 

I due si sono costituiti quando hanno saputo di essere ricercati dai carabinieri, che nel frattempo stavano setacciando il rione Mangialupi, dove si riteneva si fossero rifugiati.

Entrambi si dichiarano estranei ai fatti. Tuttavia gli elementi indiziari raccolti sinora nei loro confronti non sono pochi.

Secondo quanto hanno ricostruito gli inquirenti grazie alle testimonianze delle persone presenti e delle telecamere a circuito chiuso del bar “Caffè Nuovo”, ubicato di fronte al M’ama, sulla via Consolare Pompea, i due si sono presentati venti minuti dopo essere andati via minacciosi.

Le telecamere hanno registrato la scena: uno scoter si ferma davanti all’entrata del M’ama, sosta  qualche secondo, a bordo due persone con il casco, quello seduto dietro tira fuori la pistola e spara verso l’entrata del locale, poi vanno via in direzione Ganzirri.

Secondo gli inquirenti dalla diversa corporatura si può desumere che Cutè guidava lo scooter Honda SH, che come è emerso dalla banca dati della polizia è in uso da tempo a Gianfranco Aloisi, e quest’ultimo accomodato sul sedile dietro ha allungato il braccio e ha esploso i 5 colpi di pistola.

Tre testimoni hanno raccontato dell’antefatto davanti al M’ama e hanno riconosciuto senza incertezze in Cutè e Alosio i protagonisti delle minacce di 20 minuti prima.

Tra gli indizi a carico dei due giovani c’è anche la circostanza che dopo il fattaccio i loro telefoni, sottoposti a intercettazione, hanno smesso di funzionare.

Non è stata, però, trovata la pistola da cui sono partiti i colpi e neppure lo scooter usato per il raid.

 

Lesioni personali o Tentato omicidio?

 

Il Pubblico ministero, Antonio Carchietti, nel decreto di fermo contesta il reato di lesioni personali gravi, punito con una pena da 3 a 7 anni, e di porto d’armi, punito con la pena da due a 7 anni. In sostanza i due rischiano, se le ipotesi degli inquirenti trovassero conferma – una pena non superiore a 10 anni.

Tuttavia, per come si sono svolti i fatti, per le modalità dell’azione e il mezzo di offesa usato, ben presto ai due potrebbe essere contestato, oltre il porto abusivo d’armi, il reato più grave di Tentato omicidio, punito con un pena nel massimo a 20 anni di reclusione.

I due, infatti, sparano per ritorsione ma sparano due colpi (dei 5 colpi totali), ad altezza media in direzione di un luogo dove in ipotesi ci sono delle persone, prefigurandosi dunque la possibilità di poterle anche ammazzare.

In queste ore, infatti, è al vaglio del pm Antonio Carchietti, che sta studiando sul punto la giurisprudenza della Cassazione, la modifica del capo di imputazione.

Di recente la Corte di legittimità (sentenza 33383 del 2013) ha ritenuto che integrasse il reato di tentato omicidio e non di minaccia aggravata la condotta di chi al fine di intimidire una persona  ha esploso di notte dei colpi di pistola contro la finestra della sua abitazione, davanti alla quale erano passati qualche secondo prima delle persone che essendo nella stanza potevano essere colpiti mortalmente dai proiettili: circostanza questa conosciuta dallo sparatore.

Determinante è la risposta che si darà, usando se possibile i filmati, a questa domanda: quando Aloisi spara, nella la zona in cui finiscono i proiettili ci sono persone o la giovane Tania compare d’improvviso?

 

La storia dei due indagati

 

Amici per la pelle, dei due quello che ha un passato più burrascoso da un punto di vista giudiziario è Alessandrò Cutè, detto il leonino: è il figlio di Giovanni Cutè. Quest’ultimo, uscito comunque indenne da ogni processo, è il fratello di Alessandro Cutè, detto “il leone”, a capo di dell’omonimo clan di Mangialupi e da qualche tempo libero dopo aver scontato le pene alle quali era stato condannato.

I suoi tre figli, Luca, Giovanni e Giuseppe, hanno tutti avuto condanne passate in giudicato per reati comunqnue connessi allo spaccio di droga.

Il giovane Cutè, che porta il nome di battesimo dello zio, è stato già rinviato a giudizio ed è imputato per associazione per delinquere finalizzata alla spaccio di droga nell’ambito dell’inchiesta Doppia sponda.

 

Il poliziotto ritratta

 

Qualche settimana prima che nell’ambito di “Doppia sponda” scattassero per lui le misure cautelari, Cutè fu coinvolto nella vicenda che vide il selvaggio pestaggio di un agente di polizia, Carmelo Rugolo. Il 9 novembre del 2014, all’alba, l’agente di polizia, mentre era diretto in Questura per prendere servizio, ebbe un tamponamento con un’auto, da cui uscirono quattro giovani. Tra i questi c’era Alessandro Cutè. Ne nacque un diverbio, poi l’agente di polizia fu colpito violentemente.

L’agente Rugolo nell’immediatezza dei fatti accusò con sicurezza Cutè come uno degli aggressori. Poi nel corso del processo cambiò completamente versione: Cutè –  riferì Rugolo al Tribunale – aveva fatto da paciere e si era frapposto tra lui e gli aggressori.

Alessandro Cutè fu così assolto mentre gli altri due aggressori furono condannati per lesioni personali.

L’agente però finì sotto procedimento penale: il Tribunale ordinò alla Procura di verificare se Rugolo fosse responsabile di Calunnia, per aver accusato falsamente Cutè o di falsa testimonianza, per aver dichiarato il falso nel processo scagionando Cutè.

 

La passione per le auto e le rapine 

 

Giancarlo Aloisi, la passione per le auto e le moto d’acqua, invece, ha precedenti per rapina: quando ancora era ancora minorenne fu condannato per rapina a tre anni con affidamento ai servizi sociali.

 

Alluvione di Giampilieri e Scaletta, nessun responsabile per la morte di 38 persone. La Corte d’appello assolve anche gli ex sindaci di Messina e Scaletta, Giuseppe Buzzanca e Mario Briguglio, condannati in primo grado a 6 anni. Non resiste la tesi del giudice di primo grado

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giampilieri

 

Tutti assolti. Non ci sono responsabili, non giuridicamente almeno, della morte delle 38 persone che furono spazzate via dalla valanga di fango, acqua e detriti che il primo ottobre del 2009 sconvolse le case del villaggio messinese di Giampilieri e del comune di Scaletta Zanclea.

La Corte d’appello di Messina ha assolto i sindaci di Scaletta, Mario Briguglio, e di Messina Giuseppe Buzzanca, che in primo grado erano stati condannati a 6 anni per omicidio colposo plurimo, e ha confermato l’assoluzione decretata in primo grado per l’ex commissario straordinario del Comune di Messina, Gaspare Sinatra, per il responsabile della protezione civile regionale Salvatore Cocina, per alcuni funzionari regionali e per ingegneri e architetti progettisti di alcune opere a Scaletta.

E’ crollato davanti ai giudici di secondo grado, salvo colpi di scena in Corte di Cassazione, il castello accusatorio messo in piedi dalla Procura, che sulla sulla scorta di una consulenza tecnica affidata a quattro periti, aveva chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio di 15 persone, alcune per condotte risalenti a 20 anni prima del tragico evento.

 

Il succo della sentenza di primo grado

 

In primo grado il Giudice Massimiliano Micali aveva per larga parte bocciato l’impianto accusatorio che aveva portato a giudizio persone le cui condotte – a leggere le motivazioni delle sentenza – non erano state neppure negligenti o imperite o, se anche ritenute negligenti, non risultavano collegate in alcun modo con un nesso di causalità alla morte delle persone.

Sintetizzando in maniera feroce, il giudice Micali aveva individuato una sola condotta omissiva che è  stata alla base della morte delle persone o di buona parte di loro.

Una condotta che aveva imputato ai due sindaci dei comuni colpiti, per legge responsabili di adottare tutte le misure necessarie per salvaguardare l’incolumità dei propri cittadini in caso di calamità naturali.

Ebbene, proprio partendo da questa precisa responsabilità – per il giudice Micali – il sindaco di Messina Buzzanca  di Scaletta, Briguglio, entrambi allertati il giorno prima dalla Protezione civile regionale sulla possibilità di perturbazioni piuttosto abbondanti, avrebbero dovuto tenere sotto controllo l’evolversi della situazione, inviando sul posto tecnici dell’ufficio di protezione civile nel primo pomeriggio allo scatenarsi del temporale; avrebbero dovuto, man mano che la situazione andava peggiorando, avvisare la popolazione dei rischi che correva rimanendo a casa e avrebbero dovuto ordinare l’evacuazione: tutte misure queste previste dal piano di protezione civile di cui si era già dotato il comune di Messina e, per quanto riguarda il sindaco di Scaletta, dalle istruzioni che aveva diramato la Protezione civile nazionale.

Quest’ultimo avrebbe dovuto pure chiudere al traffico la strada statale che taglia Scaletta (come fece il Cas (Consorzio autostrade siciliane) per l’autostrada che scorre proprio sopra Scaletta) per impedire che gli automobilisti rimanessero intrappolati e poi spazzati via dalla marea di fango, come è accaduto.

Se i sindaci avessero assunto queste precauzioni molte delle persone morte si sarebbero salvate.

Queste condotte erano dovute da parte dei primi cittadini perché gli eventi tragici erano prevedibili.

L’attività istruttoria aveva mostrato che in caso di piogge persistenti a Giampilieri e Scaletta proprio quello che è accaduto, la caduta di frane e lo spostamento di masse imponenti di acqua e detriti con conseguente pericolo alla vita delle persone, era prevedibile potesse accadere.

Che potesse accadere, infatti – come è emerso dal dibattimento – era stato in precedenza segnalato da tecnici ed era noto agli stessi primi cittadini.

I giudici d’appello questa ricostruzione del magistrato di primo grado non l’hanno condivisa. Le motivazione diranno il perché.

Smaltimento illecito di rifiuti speciali ai cantieri navali Palumbo, in appello assolta Letteria Scopelliti. Confermata la condanna a tre anni e 4 mesi per il titolare della Petrol Lavori Walter Radin. In svolgimento in primo grado il troncone principale dell’inchiesta che vede imputati i titolari del cantiere navale

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Una condanna confermata e un’altra trasformata in assoluzione.

La Corte d’appello di Messina ha ribaltato la sentenza di condanna a due anni inferta a Letteria Scopelliti, disponendo l’assoluzione per “non aver commesso il fatto”.

I giudici d’appello hanno invece confermato la condanna per Walter Radin, titolare della società Petrol lavori Srl, che in primo grado era stato condannato a tre anni e quattro mesi.

La prima è stata la titolare di una società, la Futura Sud Srl,che per conto dei Cantieri Navali Palumbo si è occupata di trasportare il grip esausto, la vernice mista a ruggine e materiale ferroso frutto della sabbiatura (sverniciatura)  delle navi, smaltito – per l’accusa  – in maniera illegale.

Il secondo, invece, è il titolare della ditta Petrol Lavori, incaricata dei lavori all’interno del cantiere navale Palumbo che hanno prodotto una parte dei rifiuti speciali complessivamente smaltiti in maniera illegale.

Stando al solo dispositivo, i giudici hanno ritenuto provata la tesi della difesa di Letteria Scopelliti, rappresentata dall’avvocato Alessandro Billè, secondo cui la società di trasporti non ha più effettuato trasporti di grip esausto nel periodo in cui la Scopelliti era amministratrice della società (ovvero dal 31 ottobre 2010 in poi), essendo stata sostituita da altra ditta in questa attività.

I giudici d’appello hanno invece ritenuto conforme alla legge il principio secondo cui è responsabile dello smaltimento dei rifiuti la ditta che il rifiuto speciale lo produce, in questo caso la Petrol Lavori Srl, di Walter Radin (difeso dal legale Antonio Fasolino), anche se effettua lavori nell’ambito di un cantiere navale di cui altri sono titolari.

Il processo definito in abbreviato in secondo grado è una costola del processo principale che vede alla sbarra per smaltimento illecito di rifiuti speciali  Antonio e Raffaele Palumbo, padre e figlio, imprenditori napoletani titolari dei Cantieri navali ex Smeb della zona Falcata.

Tonnellate di rifiuti speciali (ovvero il grip) prodotti all’interno del cantiere navale Palumbo – secondo le risultanze delle indagini degli uomini della Guardia Forestale – sono state interrate in campagna o comunque in siti non autorizzati ad accogliere siffatti rifiuti, al fine di conseguire milioni di euro di risparmi.

I due imprenditori finirono nelle maglie dell’inchiesta coordinata dal sostituto della Procura di Messina, Diego Capece Minutoli e sfociata ad aprile del 2013  negli arresti domiciliari (poi revocati) di entrambi e poi al rinvio a giudizio.

Con la stessa accusa fu disposto il giudizio anche per Mario Fierro, Giuseppe Costa, Rosario Scopelliti, Raffaele Donnarumma, Salvatore Croce e per Letteria Scopelliti, Walter Radin e Diego De Domenico.

Gli ultimi tre hanno scelto l’abbreviato.

Diego De Domenico (difeso dall’avvocato Toni Cappadona) dopo aver  rimediato una condanna in primo grado a tre anni, si è visto ridurre in appello la pena a sei mesi.

Se per coloro che hanno scelto l’abbreviato dunque è già arrivato il responso di secondo grado, per gli altri il processo,celebrato con il rito ordinario, è ancora in corso di svolgimento.

 

 

 

Caso Bisognano, il Gip Monica Marino boccia i sostituti Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo e ordina l’imputazione coattiva per il collaboratore di giustizia: “Per interessi economici ha cambiato le dichiarazioni su Tindaro Marino”. Tutti i guai dell’ex boss, arrestato dalla Procura di Roma il 7 luglio scorso e sotto processo a Barcellona

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I sostituti della Dda Angelo Cavallo e Vito Di Giorgio

I sostituti della Dda Angelo Cavallo e Vito Di Giorgio

 

I sostituti della Direzione distrettuale antimafia, Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, avevano cambiato idea e chiesto l’archiviazione.

Il Giudice per le indagini preliminari invece è rimasto fermo sulla sua convinzione.

Per il magistrato Monica Marino il collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano, ex capo della mafia di Barcellona, non solo ha intavolato trattative con l’imprenditore Tindaro Marino per rilasciare nuove e diverse dichiarazioni che ne alleggerissero la posizione in vista del giudizio della Cassazione per concorso esterno alla mafia e di quello della Corte d’appello diretto al sequestro di tutti i beni, ma queste dichiarazioni di favore il 30 settembre del 2015, in presenza dei suoi difensori, Mariella Cicero e Fabio Repici, e del difensore di Marino, Salvatore Silvestro, le ha pure rese.

Il giudice Marino ha così ordinato alla Procura di disporre l’imputazione coattiva nei confronti di Carmelo Bisognano, di Tindaro Marino e di Angelo Lorisco, ovvero colui che teneva i rapporti tra Bisognano, in località protetta dal momento dell’inizio della collaborazione avvenuta nel 2010, e Marino, all’epoca agli arresti domiciliari.

Il reato contestato è di False dichiarazioni al difensore rilasciate nell’ambito delle investigazioni difensive.

 

La strumentalizzazione del ruolo di collaboratore

 

Era stata proprio il Gip Marino il 18 maggio del 2016 a ordinare gli arresti del collaboratore di giustizia per una serie di ipotesi di reato emerse nell’ambito dell’inchiesta “Vecchia Maniera”, condotta dal commissariato di Barcellona pozzo di Gotto diretto da Mario Ceraolo.

Nell’ordinanza di custodia cautelare, a Bisognano veniva contestata l’intestazione fittizia di beni, la tentata estorsione e soprattutto di aver stretto, tramite il suo uomo di fiducia Lorisco, un vero e proprio pactum sceleris con Tindaro Marino, in forza del quale il collaboratore avrebbe dovuto fare dichiarazioni di favore e Marino lo avrebbe aiutato a rilanciare l’attività di un’azienda, la Ldm Costruzioni Srl che Bisognano attraverso dei prestanome aveva costituito già nel 2013.

La richiesta di misura cautelare era stata avanzata qualche giorno prima proprio da Cavallo e Di Giorgio, i due sostituti che ne avevano gestito sin dall’inizio la collaborazione, determinante per mandare in carcere e a processo una serie di esponenti della mafia di Barcellona.

I due pm si erano fatti delle convinzioni salde sull’esistenza del pactum sceleris e sull’attuazione dello stesso e avevano convinto il Gip Marino.

C’erano infatti molteplici intercettazioni telefoniche e ambientali che attestavano le trattative tra Bisognano e Marino.

E c’era la diversità tra il verbale riassuntivo delle dichiarazioni rese il 30 settembre del 2015 e i verbali di quelle rese negli precedenti da Bisognano e che avevano contribuito alla condanna in appello di Marino (vedi ampio servizio sulla vicenda).

 

La ammissioni di Bisognano….e la tesi difensiva

 

Il collaboratore di giustizia, un mese dopo gli arresti, ha chiesto e ottenuto di essere interrogato dai due pm Di Giorgio e Cavallo: “Ammetto di aver fatto il patto con Marino e che questi in cambio ha acconsentito entrare come socio occulto nella società Ldm Costruzioni Srl dietro la condizione che facessi nuove dichiarazioni sul suo conto. E’ stato un grave errore e una violazione delle regole che mi imponeva il programma di protezione. Tuttavia, non ho detto il falso né ho cambiato versione rispetto a quanto avessi dichiarato prima“, ha dichiarato in sintesi ai due pm.

Insomma – seguendo il ragionamento di Bisognano – Marino  in cambio del suo aiuto economico voleva dal collaboratore delle dichiarazioni di favore; Bisognano ha acceatto la proposta “scellerata”; Marino ha chiesto al suo difensore di sentire Bisognano; questi però poi queste dichiarazioni di favore non le ha fatte; tuttavia, il legale di Marino le ha depositate in Cassazione e in Corte d’appello e Marino stesso è entrato lo stesso in società con Bisognano, offrendo il suo apporto economico per l’attività di Ldm Costruzioni Srl.

In conclusione, Marino – a seguire la tesi difensiva – è stato in qualche modo raggirato da Bisognano.

 

Folgorati sulla via di Damasco

 

Di Giorgio e Cavallo dopo aver confrontato la registrazione integrale delle dichiarazioni rese il 30 settembre del 2015 con quelle rese in precedenza, hanno sposato la tesi di Bisognano: “Nelle linee essenziali, le dichiarazioni di Bisognano su Marino non sono cambiate”, hanno scritto nella richiesta di archiviazione.

 

Se il Gip studia…. e non condivide

 

Lo stesso lavoro di confronto tra le dichiarazioni del 30 settembre del 2015 e quelle precedenti lo ha fatto il Gip Marino, che è giunto senza esitazioni a conclusioni invece diametralmente opposte a quelle dei due pm.

“Conclusivamente, può senz’altro sostenersi che Carmelo Bisognano, in ossequio ad accordi presi in precedenza con Tindaro Marino, abbia rilasciato false dichiarazioni sullo stesso Marino, in quanto oggettivamente diverse da quelle rese in precedenza, assolutamente più favorevoli in quanto ne attenuano non poco la sua responsabilità penale e ciò al fine di conseguire un’utilità e un vantaggio di non poco rilievo: poter iniziare a svolgere una nuova e lucrosa attività imprenditoriale al riparo da occhi indiscreti”, ha scritto il Gip Marino.

 

I guai non finiscono mai

 

Per la costituzione della società LDM Costruzioni srl, intestata a teste di legno, Bisognano è sotto processo davanti al Tribunale di Barcellona per il reato di intestazione fittizia di beni.

Di fronte allo stesso Tribunale sta rispondendo anche del reato di Tentata estorsione commessa  i confronti di Giuseppe Torre, titolare della società Torre Srl, che – secondo l’accusa – Bisognano voleva costringere a cedergli dei lavori prospettando la possibilità di fare dichiarazioni accusatorie che coinvolgessero esponenti della famiglia Torre.

Nell’inchiesta Vecchia Maniera è emerso che il collaboratore non solo tesseva la sua trama volta a tornare a operare economicamente, ma grazie alla complicità degli uomini della scorta si muoveva a suo piacimento in località protetta, incontrando persone di Barcellona e altri collaboratori di giustizia. E soprattutto aveva accesso alla banca data della polizia.

La Procura di Roma per quest’ultima condotta, declinata in termini di Violazione del segreto d’ufficio venerdì 7 luglio 2017 ha chiesto e ottenuto gli arresti in carcere per Bisognano. Ai domiciliari sono finiti due carabinieri della scorta (vedi articolo)

Solo un mese e mezzo prima, a distanza di un anno esatto dagli arresti, il Tribunale di Barcellona aveva ordinato la scarcerazione del collaboratore, rilevando tra i motivi per per cui non ci fossero più esigenze cautelari, il fatto che “al collaboratore non fosse stato mai revocato il programma di protezione” (leggi articolo).

Bisognano infatti è rimasto nel programma di protezione benché – come hanno mostrato le indagini del commissariato di Barcellona e come lui stesso ha ammesso – si sia reso protagonista di gravi violazione del regolamento imposto ai collaboratori, a pena di revoca in caso di violazioni.