Lo spettro di arresti e commissariamenti evocati da Dino Bramanti: l’evasione fiscale “fatta a pezzi” dal Tribunale della Libertà, il tentativo di concussione per induzione prescritto. Ecco cosa dicono le carte dei procedimenti pendenti su Cateno De Luca

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Dino Bramanti e Cateno De Luca

Dino Bramanti e Cateno De Luca

Il cambio di tattica gliel’ha indicata Lucio D’amico dalle pagine della Gazzetta del sud: “I suoi alleati vorrebbero che passasse all’attacco chiedendo conto a Cateno De Luca dei suoi guai giudiziari”.

Dino Bramanti, l’avversario al ballottaggio del 24 giugno per la scelta del sindaco di Messina, non vedeva l’ora.

Ma quando uno scienziato della medicina si cimenta sul terreno tecnico giuridico i rischi di confusione diventano molto forti.

“De Luca è sotto processo, potrebbe essere arrestato e il Comune se fosse eletto sindaco potrebbe essere commissariato”, ha ripetuto Bramanti. “E’ stato assolto per prescrizione, rinunci alla prescrizione”, ha ancora sfidato. “E’ stato arrestato ed è sotto processo per associazione mafiosa finalizzata all’evasione fiscale”, ha arringato il candidato a sindaco sponsorizzato da Francantonio Genovese e Nino Germanà, prima che qualche presente al comizio lo avvertisse che la mafia non c’entra.

I guai giudiziari di De Luca

Cateno De Luca ha due procedimenti penali pendenti:uno riguarda l’inchiesta denominata (impropriamente) “Sacco di Fiumedinisi”;  l’altra attiene la gestione della Fenapi, sindacato da De Luca creato e gestito – secondo l’accusa della Procura – facendo ricorso all’evasione fiscale.

Entrambi i procedimenti penali lo hanno portato agli arresti domiciliari. per il primo il 27 giugno del 2011; per il secondo l’8 novembre del 2017.

Ambientalisti nel “Sacco di Fiumedinisi”

Nel primo procedimento penale, a De Luca veniva contestato nella sostanza di aver usato illegalmente il Contratto di quartiere, strumento urbanistico previsto e incentivato con appositi finanziamenti per riqualificare borghi o paesi in stato di abbandono, al fine di ottenere deroghe al Piano regolatore generale di Fiumedinisi di cui era sindaco e quindi consentire attività edificatorie ai privati, i quali intervenivano conferendo finanziamenti propri, tra cui società riconducibili ai membri della propria famiglia.

L’accusa era declinata in termini di abuso di ufficio.

Il Tribunale di Messina il 10 novembre del 2017, dopo alcuni anni di processo, pronunciandosi nel merito ha stabilito che Il Contratto di quartiere era uno strumento di cui legittimamente il comune di Fiumedinisi si poteva servire, avendone tutti i requisiti; che l’intervento dei privati era previsto dalla legge anzi dava maggiore credibilità al Contratto stesso e che nulla impediva che potessero parteciparvi pure imprenditori o società vicine a chi impersonava in quel momento il Comune: ovvero De Luca.

Il Tribunale lo ha così assolto.

Nell’ambito del Contratto di Quartiere era pure previsto che il torrente che attraversa Fiumedinisi fosse irregimentato al fine di proteggere l’abitato da eventuali esondazioni. Dapprima, fu prevista la costruzione di gabbioni di pietre. Successivamente, con perizia di variante, si decise di procedere con muri in cemento armato.

Le associazioni ambientaliste insorsero e la Procura contestò a De Luca di aver fatto illegittimamente la variante per favorire i privati (tra cui le società riconducibili alla sua famiglia) in modo che più agevolmente potessero costruire a monte le opere previste dal Contratto di quartiere.

L’attività istruttoria – come hanno motivato i giudici – ha permesso di accertare che le difese in cemento armato erano molto più efficaci per la pubblica incolumità di quelle con gabbioni e che comunque nessuna relazione ci fosse tra le difese spondali e le opere private a monte comunque già da tempo autorizzate dalla regione Sicilia.

Il Tribunale ha così assolto nel merito De Luca anche da questa accusa di abuso d’ufficio.

La concussione nell’interesse delle vittime

Nell’ambito di questa inchiesta, però, l’accusa più grave da cui De Luca doveva difendersi declinata in termini di Tentata concussione, era di avere fatto pressioni con violenza e minaccia ai danni di due cittadini proprietari di terreni su cui secondo il Contratto di Quartiere sarebbero dovuti sorgere delle opere per costringerli a vendere i terreni stessi, accettando l’offerta di acquisto nettamente superiore a quella che sarebbe spettata a titolo di espropriazione.

Il Contratto di quartiere, infatti, prevede l’espropriazione dei terreni per il caso in cui i proprietari non li cedono volontariamente.

La procedura espropriativa tuttavia in genere allunga i tempi.

Proprio per questo, Cateno De Luca, con il Contratto di quartiere e le procedure espropriative già avviate, nell’anno 2006 è intervenuto.

“Ci ha voluto incontrare e ci ha detto: “O lo cedete oppure vi verrà espropriato a prezzi molto più bassi di quelli che vi vengono offerti. Non pensate possiate fermare il Contratto di quartiere. Poi non venite a piangere“, hanno riferito agli inquirenti gli interessati, familiari di esponenti dell’opposizione politica a De Luca, i quali hanno anche raccontato di ritorsioni subite successivamente da parte dell’amministrazione.

Il Tribunale ha ritenuto che la condotta di De Luca non sia atteggiata né in termini di violenza né in quelli di minaccia né mai si siano verificati gli atti aventi natura ritorsiva e dunque ha escluso il tentativo di concussione.

I giudici hanno riconosciuto invece De Luca responsabile del reato, meno grave, di tentativo di induzione indebita a dare o promettere utilità.

In altre parole, De Luca – secondo i giudici – visto il ruolo di sindaco nel momento in cui ha prefigurato l’espropriazione ha posto in essere atti idonei a condizionare la libertà dei proprietari dei terreni, non avendo rilievo che il sindaco in realtà volesse orientare la loro  condotta in senso anche per loro più vantaggiosa in termini economici, né che quest’ultimi al massimo potevano rallentare l’attuazione del Contratto di Quartiere ma mai impedirlo.

Su queste ultime circostanze avevano molto insistito le difese per escludere la rilevanza penale della condotta di De Luca, ma non hanno convinto i giudici i quali hanno messo in rilievo che De Luca era sì portatore degli interessi del Comune ma anche delle imprese private a lui riconducibili e attori del Contratto di Quartiere.

Tuttavia, il Tribunale ha ritenuto il reato prescritto e ha emesso sentenza di non doversi procedere.

La Procura ha fatto appello così come De Luca.

La pubblica accusa infatti chiede che venga riconosciuto il reato di tentativo concussione, che ha un termine di prescrizione più lungo: 10 anni.

il deputato regionale che non venga ritenuto sussistente neppure il reato di Induzione indebita.

Cateno De Luca, se anche volesse, potrebbe raccogliere la sfida di Dino Bramanti e rinunciare alla prescrizione?

La risposta è no. La giurisprudenza della Corte di cassazione sul punto è pacifica (ad esempio, Cassazione penale, sez. III, 8 febbraio 2012, n. 4946, Cassazione penale sez.V, 06/07/2017, n. 40499)

E in quale caso l’ipotetico sindaco De Luca potrebbe decadere?

Solo nel caso in cui la Corte d’appello accogliesse l’impugnazione della Procura e stabilisse che l’aver detto “accettate la somma che vi viene offerta se no avrete un danno economico”, integri gli estremi della violenza o della minaccia necessari per la concussione, De Luca nell’ipotesi in cui nel frattempo fosse eletto sindaco, in base alla legge Severino, decadrebbe da primo cittadino.

L’evasione fiscale “fatta a pezzi” dal Tribunale della Libertà

Non erano neppure passate 48 ore dalle elezioni a deputato regionale che Cateno De Luca l’8 novembre del 2017 è stato arrestato per ordine del Giudice per le indagini preliminari, Monia De Francesco, che ha accolto in toto le richieste della Procura, avanzate 10 mesi prima.

L’accusa per De Luca è di essersi associato con altri collaboratori al fine di rappresentare nei bilanci di Caf Fenapi Srl passività inesistenti per personale, sedi e per servizi affidati ad altre società, in modo da abbattere gli utili e pagare meno tasse: un milione e 800 mila euro secondo la stima degli inquirenti negli anni compresi tra il 2009 e il 2012.

In altre parole, secondo gli inquirenti, il sindacato Fenapi e il Caf Fenapi Srl rappresentava in bilancio trasferimenti di denaro ai circoli territoriali che in realtà non avvenivano.

Il Gip De Rose, il 20 novembre del 2017, ha rivisitato la decisione della collega che il giorno dopo aver firmato l’ordinanza si è messa in maternità, revocando gli arresti domiciliari a cui era stato ristretto De Luca, e sostituendo gli stessi con l’inibizione a ricoprire cariche societarie.

Qualche giorno dopo, il 23 novembre del 2017, il Tribunale della Libertà ha letteralmente fatto a pezzi l’impianto accusatorio della Procura.

“Il compendio documentale e testimoniale mostra in maniera chiara che non c’è stata creazione di passività fittizia. Le passività ci sono e sono documentali: il Caf Fenapi Srl che incassava i contributi statali trasferiva effettivamente ai circoli risorse per pagare il personale e le sedi. E’ fuor di dubbio che i circoli svolgevano in effetti l’attività e non  si vede come si possa pensare che in presenza di attività svolta dalle strutture territoriali per conto del Caf Fenapi Srl e del sindacato Fenapi questi incassassero e poi non sostenessero i costi di chi in concreto svolgeva l’attività produttiva”, ha motivato in sintesi il Tribunale del Riesame. “Peraltro – ha aggiunto il collegio – l’Agenzia delle entrate aveva considerato assolutamente legittimo lo stesso identico modo di contabilizzare le partite contabili tra Fenapi e Caf Fenapi Srl da un lato e i circoli e le società che erogano servizi per le due entità madri dall’altro per gli anni precedenti al 2009″.

La Procura ha fatto appello in Cassazione e confermando le accuse ha chiesto il rinvio a giudizio di Cateno De Luca.

Se De Luca diventasse sindaco e poi fosse prima rinviato a giudizio e poi condannato in primo grado e in appello per associazione finalizzata all’evasione fiscale comunque non ci sarebbe la decadenza. La legge Severino non la prevede per questo reato.

IL COMMENTO: Se il centro sinistra di Pietro Navarra, Antonio Saitta e Franco De Domenico rinuncia a priori a governare la città: il “no” all’alieno Cateno De Luca meccanismo a difesa di un sistema di potere consolidato

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Da sx, Franco De Domenico, Antonio Saitta, Pietro Navarra

Da sinistra, Franco De Domenico, Antonio Saitta, Pietro Navarra

 

“Né con Cateno De Luca, né con Dino Bramanti”.

L’ultimo comunicato stampa di Pietro Navarra e Franco De Domenico, vertici del Partito democratico messinese, assomiglia alla dichiarazione di quell’uomo che per giustificarsi del fatto che inspiegabilmente non vuole sposarsi con la sua fidanzata, afferma che non si sposerà neppure con altra donna che, però, nessuna intenzione e interesse ha di sposarsi con lui, né lui con lei.

Fa sorridere e appare una decisione politicamente illogica se non incomprensibile.

Navarra, infatti, quando ancora era rettore dell’ateneo di Messina scese nell’agone politico tra le file del centro sinistra ritenendo di dover/poter dare il suo apporto di competenze e di valori al buon governo della città di Messina,

In quest’ottica è stata spiegata la candidatura (vincente) a deputato regionale del direttore generale dell’ateneo De Domenico; la sua stessa candidatura (anch’essa vincente) a deputato nazionale e da ultimo quella (però perdente) a sindaco del suo prorettore Antonio Saitta, che in realtà in politica si cimenta da anni.

“Questi valori, queste competenze”, nonostante la sconfitta alle elezioni amministrative del 10 giugno potevano comunque essere messe a disposizione della città.

Sarebbe bastato un apparentamento con Cateno De Luca, al ballottaggio sì ma senza possibilità di poter contare su un alcun consigliere, basato su dei punti programmatici concordati e Navarra, De Domenico e Saitta (sempre che De Luca fosse risultato vittorioso al secondo turno) avrebbero avuto in mano il Consiglio comunale e il potere di vita o di morte del sindaco Cateno De Luca.

Di più, avrebbero azzerato il centrodestra e, soprattutto, messo fuori gioco forse definitivamente dalla politica della città lo sponsor principale di Dino Bramanti, Francantonio Genovese, l’ex rais del Pd a Messina e Sicilia passato dal centro sinistra al centro destra dopo che la magistratura ha disvelato i meccanismi del sistema di clientele su cui si reggeva il suo consenso e quello del Pd (sulla sua responsabilità penale, da tenere separata da quella politica ed etica, si pronunceranno i giudici d’appello e quelli della Cassazione, dopo la condanna in primo grado a 11 anni)

Politicamente, dal punto di vista della sinistra ovviamente, sarebbe stato un capolavoro: un capolavoro frutto più della buona sorte che di meriti.

Infatti, nel caso di vittoria di De Luca, si sarebbe data alla città la prospettiva  di un governo più stabile e – ammettendo che ciò che disse Navarra sia fondato – più competente; il Pd amministrando bene avrebbe potuto costruire le basi per il suo reale rilancio nella comunità, anche fuori da bacino elettorale universitario.

Invece il triumvirato piddino con De Luca non ha voluto neppure iniziare le trattative.

Certo, non sarebbe stato facile “incastrare” il navigato deputato regionale. Ma almeno ci si poteva presentare agli elettori e dire: “Sul piano programmatico ci sono troppe distanze da De Luca”.

Non aver neppure voluto sedersi a un tavolo, ignorando pure che alcuni di quelli che hanno votato le liste a sostegno di Saitta hanno dato la preferenza come sindaco a De Luca, significa allora che alla base della decisione non ci sono ragioni politiche di alto livello.

Nessuno, infatti, le ha spiegate a quel 25 % di cittadini di centro sinistra che hanno votato le liste di centrosinistra: di questi solo il 18% volevano Saitta come sindaco.

Al massimo, ci può essere la speranza che De Luca se diventasse sindaco sarebbe costretto a dimettersi dopo poco tempo perché privo di consiglieri.

L’esperienza anche quella di Accorinti, rimasto in carica con due consiglieri a favore e 38 contro per 5 anni dimostra che si tratta di un’illusione. E’ facile prevedere che De Luca se eletto sindaco rimarrà in sella per 5 anni.

Insomma, la sinistra a Messina rischia quello che è capitato alla sinistra a livello nazionale dopo le ultime elezioni politiche. Non ha voluto trattare in alcun modo con il Movimento 5 Stelle un programma e ha messo quest’ultimo nelle mani di Salvini.

Il risultato? Una politica di governo lontana dai principi e valori della sinistra, con le imbarcazioni cariche di migranti bloccate per giorni in mezzo al mare.

Per certi versi è politicamente più comprensibile il no all’alleanza con De Luca da parte del Movimento cinque stelle: i pente stellati infatti possono dire che De Luca è il vecchio modo di fare politica in cui loro non si riconoscono benché abbiano candidato a sindaco Gaetano Sciacca che grazie alla vicinanza a uno dei principi del vecchio modo di fare politica, Raffaele Lombardo, ha fatto incetta di incarichi: capo del Genio civile, soggetto attuatore l’alluvione di Giampilieri con relativa gestione di centinaia di milioni di euro; commissario del Consorzio per le autostrade siciliane.

E allora se non ci sono motivazioni di tipo politico, cosa c’è che ha impedito a Navarra, Saitta e De Domenico di sedersi a un tavolo con il deputato regionale?

C’è il fatto che Navarra De Domenico e Saitta, anche per storia personale, fanno parte dello stesso blocco di potere rappresentato da Bramanti, Genovese e Germanà, ora contrappposto a De Luca.

Un blocco di potere, fatto di una decina di grandi famiglie allargate, autoreferenziale, impermeabile a ogni contaminazione che invece di includere lascia sempre più gente ai margini; che invece di lavorare per l’emancipazione dei ceti più poveri favorisce le condizioni di bisogno; che invece di assegnare le case che ci sono e sono lasciate vuote lavora per costruirne nuove.

Un blocco di potere che prende le decisioni lontano dalle sedi delle istituzioni e senza seguire metodi democratici e non si cura di cosa accade nelle periferie, se non una settimana prima delle elezioni per fare ipocrite passerelle.

Un blocco di potere, supportato da una stampa nella migliore delle ipotesi mansueta, i cui protagonisti possono pure entrare in rotta di collisione tra di loro ma che appena qualcuno mette a rischio l’intero sistema, per riflesso condizionato si ricompatta.

Non è un caso che ci siano rapporti forti personali e professionali consolidati da anni tra Navarra e Genovese, tra Saitta e  Bramanti, tra De Domenico Genovese e Bramanti, tra quest’ultimo e Giampiero D’alia, sceso in campo a sostegno di Saitta.

Nessuno di loro nella vita professionale ha mai calpestato i piedi dell’altro, anche nei casi in cui avrebbe dovuto per legge.

Cateno De Luca rappresenta l’alieno, l’uomo di paese non avvezzo ai modi felpati e borghesi dei salotti, l’uomo che Saitta e Navarra non inviterebbero a cena a casa loro, colui che potrebbe mettere a rischio gli equilibri: la scheggia impazzita.

Magari non lo è, ma per la gente rappresenta questo.

Per le persone di Camaro o del Cep rappresenta colui che è era ciò che sono loro ora e che parla la loro stessa lingua; colui che è capace di mettersi al loro livello e di non guardarli dall’alto in basso in modo schifiltoso.

Rappresenta colui che è capace di parlare loro guardandoli negli occhi, usando tono forti, anche aggressivi e violenti; colui che non legge in maniera asettica una lezioncina scritta da altri.

Uno capace di farli sentire importanti anche solo per un attimo.

Per la media borghesia esclusa dal blocco chiuso e impermeabile rappresenta chi può abbatterlo o aprire un varco o soltanto dare una schiaffo morale.

De Luca nell’immaginario collettivo rappresenta ciò che 5 anni fa rappresentava Renato Accoriniti.

Il professore di educazione fisica però ha tradito le attese: degli “ultimi”, di quelli che se lo erano rappresentato come fattore di riscatto, non si è mai ricordato.

Attratto dall’incontenibile voglia di essere protagonista, beato di tessere rappporti con chi deteneva il potere, non è stato mai fattore di squilibrio degli assetti consolidati.

Quante volte in cinque anni è andato a Cep? Mai. 

E’ stato superato finanche da Saitta e Navarra che ci sono andati una volta, due giorni prima delle elezioni, trovando la strada per arrivarci grazie a google maps.

Il CASO: Un gruppo di persone irrompe al comizio di Cateno De Luca al grido “Cateno non lo vogliamo”. Il leader? Salvatore Bonaffini, genero dell’ex commissario Mario Ceraolo, designato da Dino Bramanti assessore alla legalità. L’antefatto e il retroscena

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Cateno De Luca aveva iniziato a parlare da alcuni minuti.

Raggiante per essere giunto al ballottaggio alle elezioni per il sindaco della città, stava spiegando al foltissimo pubblico accorso a Piazza Duomo nella serata di lunedì 12 giugno che non aveva nessuna intenzione di ritirarsi come avevano ipotizzato alcuni giornalisti qualche ora dopo l’esito del voto del giorno prima.

D’improvviso nella piazza hanno fatto irruzione una ventina di aitanti giovani.

Hanno inscenato un coro da stadio: “Cateno, non lo vogliamo…non lo vogliamo”.

Gli elettori del candidato a sindaco hanno accolto il coro con i buh e con i fischi.

De Luca, invece, li ha accolto chiedendo un applauso alla folla.

Per un pò sono stati in silenzio. Poi hanno ripreso: “Cateno non lo vogliamo…Cateno non lo vogliamo…..”. E a seguire: “Messina… Messina…”.

Vedendo che insistevano e il comizio veniva interrotto, De Luca ha intonato anche lui il coro e ha chiesto per loro un altro applauso.

Poi li ha fatti avvicinare al palco: “Avete ragione….Venite cosi mi aiutate. Venite al nostro fianco”.

Loro, in fila indiana hanno attraversato la folla e si sono messi attorno al deputato regionale, guidati da colui che visibilmente era il loro leader: un uomo corpulento, con i capelli rasati e con la maglia rossa che si è posto accanto a De Luca, sigaretta in bocca, appoggiando il piede al panchetto su cui era salito De Luca per farsi vedere dalla gente che gremiva piazza Duomo.

Per altri 6, 7 minuti De Luca ha continuato il comizio: l’uomo con la maglia rossa gli è stato accanto e gli altri attorno.

Chi ha dimestichezza con le partite di calcio del Messina ha subito riconosciuto che alcuni di loro fanno parte del gruppo di tifosi detto “Testi fracidi”.

Ma non erano lì per tifare, né per chiedere a Cateno De Luca di mettere il calcio tra le priorità della sua agenda politica.

Il motivo per cui erano arrivati sino a piazza Duomo a manifestare il loro non gradimento a De Luca si è compreso qualche minuto dopo.

“Non ti posso dare la mano, mi hai chiamato mafioso”, ha detto l’uomo con la maglia rossa a De Luca che gli porgeva la mano.

“Non ho mai fatto questo e non c’entra nulla”, ha risposto De Luca.

“E’ stato un tuo candidato, alla tua presenza”, ha rincarato.

Il politico si è giustificato: “Non me ne sono manco accorto”.

“Dovevi dissociarti, dovevi dissociarti”, ha arringato con voce decisa uno del gruppo capitanato dall’uomo con la maglia rossa.

De Luca ha tagliato corto con fermezza: “Ho fatto quello che dovevo fare, ciascuno rimane della sua opinione, basta”.

A quel punto, l’uomo con la maglia rossa ha ordinato a tutti di andare via. Il gruppo ha fatto il percorso inverso aprendosi un corridoio tra la folla.

Chi è l’uomo della maglia rossa e chi è che gli ha dato del mafioso in un comizio alla presenza di De Luca?

Il retroscena

L’uomo con la maglia rossa è Salvatore Bonaffini, noto alle cronache non solo per essere il capo del gruppo più famoso dei tifosi del Messina, ma anche perché in un lontano passato è stato coinvolto in un fatto di sangue: l’omicidio di Paolo Pellegrino, il macellaio di via Del santo ucciso il 20 marzo del 1992  a venti anni.

Bonaffini, allora anche lui ventenne, non fu il killer del giovane macellaio ma ebbe il ruolo di staffetta nella preparazione dell’agguato e fu condannato con sentenza passata in giudicato a 14 anni e 6 mesi.

Tanti anni dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, Salvatore Bonaffini diventa oggetto di campagna elettorale per un motivo molto semplice: è il genero di Mario Ceraolo, il commissario di polizia da qualche mese in pensione che il candidato a sindaco del centro destra Dino Bramanti, competitor di De Luca al ballottaggio, ha indicato come assessore alla Legalità.

E’ questo rapporto di affinità con il commissario Ceraolo infatti a trascinarlo sino a Piazza Duomo, al comizio di De Luca.

Cosa era accaduto?

L’antefatto e l’imbarazzo

Gianfranco Pensavalli, giornalista e candidato a consigliere comunale nelle liste a sostegno di De Luca, nel corso di un comizio tenuto 15 giorni prima del voto ha affermato: “Bramanti ha indicato come assessore Ceraolo che altri non è se non il suocero del mafioso Salvatore Bonaffini”.

Bonaffini non è stato mai condannato per mafia e anche in relazione all’omicidio di Pellegrino la Corte d’appello ha escluso l’aggravante di aver favorito la mafia, invece riconosciuta dal giudice di primo grado, che lo aveva condannato a 20 anni.

Il commissario Mario Ceraolo – da quanto si sa tra gli addetti ai lavori – ha sin dall’inizio contrastato il rapporto della figlia con Bonaffini, al punto da tagliare completamente con la stessa tutti i rapporti per lunghi anni. Solo di recente –  pare – ci sia stato un riavvicinamento.

 

Si candida a sindaco e da due mesi e mezzo non va a lavorare, ma il direttore generale dell’Irccs Neurolesi “Bonino Pulejo” Angelo Aliquò fa finta di nulla nonostante la legge. Lo strano caso dello scienziato Dino Bramanti alla guida della coalizione di centro destra nel segno della legalità. Il precedente del doppio incarico… “coperto” dall’ateneo di Messina e arenato per 8 anni in Procura

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Il candidato a sindaco Dino Bramanti                                Il direttore generale dell’Irccs Angelo Aliquò



Non è ineleggibile, né incompatibile, non secondo le norme che regolano le elezioni e governano gli enti locali.

Tuttavia, Dino Bramanti quando ha deciso di candidarsi a sindaco della città di Messina ha comunicato al direttore generale dell’Irccs Neurolesi “Bonino Pulejo”, architetto Angelo Aliquò, di autosospendersi a partire dal 27 marzo del 2018.

In pratica, di non andare a svolgere le funzioni di direttore scientifico dell’Istituto dei colli san Rizzo almeno sino alle elezioni del 10 e all’eventuale ballottaggio del 24 giugno, per un periodo dunque lungo tre mesi, in modo da potersi dedicare a tempo pieno, anima e corpo, alla campagna elettorale alla guida della coalizione di centrodestra.

Ora, se un qualunque manager di un’azienda privata facesse una comunicazione analoga a quella dell’aspirante primo cittadino, il datore di lavoro gli sospenderebbe la retribuzione e avvierebbe la procedura di risoluzione del rapporto di lavoro per grave inadempimento, salvo il caso in cui generosamente gli volesse mantenere il posto perché magari condivide e sostiene il percorso politico del suo dipendente.

Ma l’irrcs non è un’azienda privata.

Eravamo quattro amici al bar

L’Irccs è un ente pubblico abbondantemente finanziato con i soldi dei contribuenti siciliani: ogni anno nella casse della struttura (promossa dalla Fondazione Bonino Pulejo, a sua volta azionista della Gazzetta del Sud), che si dovrebbe occupare di pazienti con gravi cerebrolesioni acquisite affluiscono 26 milioni di euro per 70 posti letto attivi.

E’ un ente pubblico il cui legale rappresentante, pubblico ufficiale, ha l’obbligo di fare gli interessi della pubblica amministrazione applicando le leggi dello Stato.

Invece, il commissario straordinario Angelo Aliquò non ha battuto ciglio, come se la decisione di Bramanti fosse esercizio di un diritto assoluto ed insindacabile o una questione da gestire tra vecchi amici o in famiglia.

Non esiste infatti nell’albo pretorio dell’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico una delibera che prenda atto della comunicazione del direttore scientifico: non si è riuscito neppure a sapere se esiste una nota formale o quest’ultima non sia una semplice comunicazione orale, di quelle che si fanno ai propri parenti per metterli a conoscenza di un viaggio vacanza in località esotica.

Né esiste una delibera con cui i vertici del Neurolesi assumono provvedimenti che vadano a incidere modificandolo sul rapporto che lega Bramanti all’Irccs, primo fra tutti sull’obbligo di corrispondere la retribuzione.

Chi scrive, per scrupolo, ha mediante telefonate e mail (inviate per posta elettronica certificata) chiesto ripetutamente copia di questi provvedimenti e della nota di Bramanti al direttore generale ma si è  trovato di fronte un muro di gomma, segno tangibile dell’aria salubre di trasparenza che si respira sui colli san Rizzo.

Se questi provvedimenti non ci sono se ne deve desumere che tutto è rimasto immutato nei rapporti di dare e avere tra Irccs e Bramanti: rapporti disciplinati da un contratto di prestazione d’opera intellettuale, cui si applicano anche le norme del codice civile e, in specie, l’eccezione di inadempimento.

In base a questo contratto e alla legge da un lato “il direttore scientifico è obbligato a svolgere a tempo pieno ed esclusivo le funzioni di coordinamento e promozione dell’attività di ricerca, incarico incompatibile con qualsiasi altra attività lavorativa pubblica e privata e con qualsiasi professione”; dall’altro, l’Irccs è obbligato a corrispondergli 150 mila euro all’anno, piu o meno 13 mila euro al mese.

Nel momento in cui ha deciso di dedicarsi esclusivamente e a tempo pieno ad altra attività (la campagna elettorale) Bramanti non ha violato gravemente questo fondamentale obbligo contrattuale?

Le legge e il contratto (che rispecchia tutto quanto prevede la normativa in materia), sottoscritto da Bramanti, prevedono che “in caso di grave inadempimento o per gravi motivi il legale rappresentante dell’Irccs, previa contestazione formale dell’addebito, deve proporre al ministero della Sanità, titolare del potere di nomina, la risoluzione del rapporto”.

Il manager Angelo Aliquò non gestendo un’azienda di proprietà di famiglia non ha l’obbligo giuridico, sanzionato a sua volta in caso di omissione, di applicare la norma contrattuale e la legge?

Se ne starebbe con le mani in mano, per esempio, il direttore generale del Policlinico a cui il direttore sanitario (legato all’azienda da un contratto analogo a quello di Bramanti) comunicasse che per tre mesi si assenterà dal lavoro avendo deciso di fare un viaggio per il mondo?

E Aliquò si girerebbe disinvoltamente dall’altra parte se Bramanti si fosse candidato con una formazione politica avversa a quella che è riconducibile al presidente della regione Nello Musumeci, da cui a breve dipenderà la sua riconferma a manager della sanità?

Tra l’altro, la condotta di Dino Bramanti chiama in causa in qualche modo anche l’ateneo di Messina: proprio perché l’incarico di direttore scientifico ha natura esclusiva, lo scienziato è in aspettativa dall’Università, amministrazione di cui è dipendente. Ma l’aspettativa gli è stata concessa (e gli poteva essere concessa solo per questo) per svolgere a tempo pieno le funzioni di direttore scientifico e non certo per fare una campagna elettorale lunga tre mesi.

 

 

L’allergia “esclusiva”… alla legge

Lo scienziato Dino Bramanti già in passato ha dato ampie prove dell’allergia alla natura esclusiva delle funzioni di direttore scientifico.

Nel 2006, quando fu nominato direttore scientifico dell’Irccs Neurolesi, Bramanti era infatti docente straordinario dell’ateneo di Messina, a cui era legato da un contratto di lavoro a tempo pieno ed esclusivo: aveva appena vinto un concorso per ordinario di anatomia benché il campo di azione dell’Istituto dei colli San Rizzo fosse da sempre la neurologia.

Tuttavia, benché la legge sugli Irccs del 2003 stabilisse in maniera chiara e inequivocabile la natura esclusiva dell’incarico di direttore scientifico (e in questo senso nel 2004 si era pronunciato perentoriamente il Consiglio di stato e la legge finanziaria del 2007), Bramanti firmò il contratto con il legale rappresentante dell’Irccs Neurolesi Raffaele Tommasini, avvocato e docente universitario, impegnandosi a svolgere le incombenze di coordinatore della ricerca scientifica in cambio di 130 mila euro all’anno (l’indennità di allora).

Insomma, il candidato a sindaco del centro destra per due anni si impegnò contemporaneamente a tempo pieno e a regime esclusivo con Irccs e Università di Messina: la stessa situazione di illegalità in cui si trova un uomo che si sposa con due donne contemporaneamente, assumendo l’obbligo giuridico di fedeltà sia nei confronti dell’una che dell’altra.

Lo scienziato così cumulò per due anni, in palese violazione di legge, gli emolumenti di docente universitario, che gli venivano accreditati di mese in mese sul conto corrente, e quelli di direttore scientifico, che andava maturando come credito ma che prudentemente non si faceva liquidare.

Fu il settimanale Centonove in una serie di articoli firmati da Michele Schinella a denunciare (tra le altre cose) la violazione del divieto di cumulo da parte di Dino Bramanti.

A seguito degli articoli, l’Università all’epoca guidata dal rettore Franco Tomasello chiese un parere all’Avvocatura dello Stato che dopo quattro mesi, a maggio del 2008, si trovò d’accordo con la legge e con il settimanale, imponendo a Bramanti di mettersi in aspettativa dall’ateneo.

Negli stessi giorni della primavera del 2008 sui colli san Rizzo giunsero i Nas dei carabinieri che oltre a riscontrare una serie di carenze igieniche, strutturali e organizzative che facevano a pugni con l’etichetta di eccellenza strombazzata ad ogni pie sospinto da Bramanti e ripresa da addetti stampa che si spacciano per giornalisti, rilevò il doppio incarico e lo denunciò in informative di reato alla Procura della Repubblica di Messina, ipotizzando l’ abuso d’ufficio, il falso e la truffa.

A quel punto Bramanti, finito nella morsa di un’inchiesta penale insidiosa, rinunciò attraverso apposite dichiarazione all’Ufficio provinciale del Lavoro, ai 260 mila euro di credito che vantava nei confronti del Neurolesi.

Il risultato fu degno di una delle migliori opere di Pirandello: Bramanti fu pagato per due anni dall’Università per la quale non aveva lavorato, né poteva farlo visto che svolgeva l’incarico di direttore scientifico sui colli san Rizzo; e invece non fu materialmente pagato dall’irccs, ente per cui aveva realmente lavorato.

L’università… spettatrice collusa

L’università degli studi di Messina (all’epoca rettore era Franco Tomasello e il direttore amministrativo era Pino Cardile) che aveva pagato per due anni un docente che non aveva svolto attività di professore universitario fece orecchie da mercante, non assumendo alcun provvedimento: né di richiesta della restituzione di quanto corrisposto (qualcosa come 100 mila euro); né l’attivazione di procedimenti disciplinari che in altri atenei per casi simili (basta guardare nella giurisprudenza dei giudici amministrativi) avevano portato alla decadenza dal ruolo di docente.

L’inchiesta penale arenata e le perle di diritto

L’inchiesta penale sul doppio incarico fu affidata al sostituto procuratore del Tribunale di Messina Anna Maria Grazia Arena.

Il fascicolo, aperto a giugno del 2008 a seguito dell’informativa dei Nas dei carabinieri, aveva come indagati  Dino Bramanti e Raffaele Tommasini solo per il reato di abuso di ufficio, il meno grave di quelli rilevati dai carabinieri.

Per 7 anni il fascicolo rimase fermo, riposto in un angolo degli uffici della Procura.

Non fu fatta alcuna attività di indagine: né ce n’era bisogno, visto che tutto era stato documentalmente accertato dai carabinieri.

Duemila e 500 giorni dopo, il 24 aprile del 2015, con il reato di abuso d’ufficio ampiamente prescritto, il pubblico ministero chiese l’archiviazione.

Le due pagine di motivazioni sono davvero interessanti: “Non può configurarsi il reato perché manca il danno patrimoniale (elemento costitutivo della fattispecie di reato, ndr) all’Irccs, visto che Bramanti ha rinunciato agli emolumenti”, ha scritto il pm Arena, che non è stata minimamente sfiorata  dal dubbio che il reato potesse essere configurato nella forma tentata.

E il danno patrimoniale nei confronti dell’Università?

Il pubblico ministero Arena nel rispondere a questa domanda ha prodotto un’argomentazione che poco si concilia con il buon senso, giusto per non scomodare il diritto: “L’Università non ha mai inteso recuperare gli stipendi, quindi non può assumere la veste di persona danneggiata avendo dato causa con il suo comportamento alla realizzazione del danno. Pertanto non si ravvisano elementi di reato”.

Quindi – a seguire il raffinato ragionamento giuridico del magistrato della Repubblica italiana – poiché il rettore e il direttore amministrativo dell’ateneo (e non certo l’Istituzione  l’Università) non hanno fatto il loro dovere a livello amministrativo e anzi con il loro comportamento hanno facilitato il danno all’Istituzione Università, invece di ritenere gli stessi concorrenti nel reato se non addirittura autori di altro reato in forma omissiva come vorrebbero la logica e i principi di diritto, va concluso il reato contestato a Bramanti e Tommasini.

In conclusione, per il pm Arena un’illegalità ha annullato un’illegalità precedente.

Il Giudice per le indagini preliminari Salvatore Mastroeni, ex marito della pm Arena, tre mesi dopo ha accordato l’archiviazione: in 5 righe scritte a penna ha dichiarato “di condividere il ragionamento del sostituto della Procura”.

 

 

 

 

 

 

Diffamazione ai danni del maestro di pianoforte Dario Nicoletti, il giudice di Pace Giuseppe Cannizzaro “innova” la legge e la giurisprudenza e assolve il sindacalista Rosario Nicita: “Non aveva intenzione di offendere il musicista. L’obiettivo finale era il direttore del Conservatorio Corelli”

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A sx il senatore accademico Rosario Nicita, a dx il maestro di pianoforte Dario Nicoletti

Il sindacalista Rosario Nicita                     Il maestro di pianoforte Dario Nicoletti

 

Doveva rispondere di diffamazione aggravata ai danni del musicista Dario Nicoletti, docente del Conservatorio di Messina.

Per giustificare la bocciatura della figlia Arianna e, soprattutto, ottenere il trasferimento ad altro docente, aveva accusato il maestro di pianoforte di assentarsi sempre dal lavoro e di aver proposto lezioni private estive a pagamento (illegali).

Il processo ha dimostrato che queste accuse, condensate in alcune missive inviate al dirigente generale del Miur e al direttore del Conservatorio “Corelli”, fossero totalmente false, come aveva accertato in precedenza un’inchiesta amministrativa.

Eppure, il giudice di Pace di Messina, Giuseppe Cannizzaro, ha assolto Rosario Nicita, sindacalista della Flp e responsabile del centro di documentazione europea dell’Università di Messina nonché membro del Senato accademico, perché “il fatto non sussiste”.

Il motivo?

“Rosario Nicita non aveva intenzione di offendere e accusare il maestro Dario Nicoletti, rispetto a cui invero ha mostrato malcelata acredine, bensì il direttore del Conservatorio che non autorizzava il trasferimento della figlia ad altro docente. Pertanto, il reato ai danni del professore Dario Nicoletti non può giuridicamente configurarsi”, ha in sintesi motivato il giudice nella sentenza emessa il 12 marzo 2018, già appellata dalla parte civile e dalla pubblica accusa.

Il giudice innova (o sconosce) la giurisprudenza

Insomma, secondo l’avvocato Cannizzaro, giudice di Pace di un Tribunale della Repubblica Italiana, le frasi usate da Rosario Nicita erano materialmente lesive dell’onore di Dario Nicoletti, ma mancava nel soggetto agente il dolo intenzionale, l’intenzione cioè di voler offendere specificamente il musicista. Il  papà di Arianna, invece, aveva intenzione di offendere il direttore Gianfranco Nicoletti, solo omonimo del maestro, che non ha mai sporto querela.

Il giudice ha cosi innovato la legge e la giurisprudenza pacifica da sempre in materia di diffamazione, che per la configurazione di questo reato richiede semplicemente il cosiddetto “dolo generico”, ovvero la coscienza della portata offensiva delle frasi e la volontà di manifestarle.

Per fare intendere ai profani del diritto, se il principio applicato del giudice onorario Cannizzaro fosse in linea con la legge e la giurisprudenza non ci sarebbe giornalista condannato per diffamazione, neppure chi scrive cose totalmente false: è da escludersi già solo per logica che un giornalista abbia l’intenzione di offendere le persone di cui scrive nei suoi articoli, il più delle volte non conoscendole neppure.

Senza scrupoli…

Dario Nicoletti seppe degli esposti di Nicita all’inizio del 2015, in occasione dell’ispezione ministeriale.

Un paio d’anni prima aveva scoperto di avere una grave e letale forma di tumore.

Tuttavia, aveva continuato ad andare al lavoro senza mai fruire dei permessi e dei congedi retribuiti che la legge riserva ai pazienti oncologici.

Per non danneggiare i suoi allievi, ogni volta che era costretto ad assentarsi dal Conservatorio di Messina per visite mediche, esami diagnostici, radioterapia e chemioterapia, recuperava nei giorni successivi le ore di lezione perse.

Ciò che fece sino a pochi giorni prima di morire, il 25 aprile del 2016.

“L’accusa di aver promesso lezioni a pagamento mi colpisce profondamente, perché nei miei lunghi 43 anni di servizio non ho mai, dicasi mai, fatto lezioni private a pagamento ad un solo alunno del conservatorio, e questo lo sanno bene i miei alunni di sempre e l’intero ambiente scolastico avendo io combattuto e denunziato le tante praticate possibilità di malaffare e corruzione all’interno degli Istituti musicali”, ha scritto nella querela da cui è nato il procedimento penale Dario Nicoletti.

Quella bocciatura non s’ha da fare

Tutto iniziò con la bocciatura di Arianna nella sessione di settembre 2014 dalla Commissione d’esame, composta da Dario Nicoletti ma anche da altri professori, con voti da 3 a 5.

Documenti alla mano, risulta che Arianna Nicita si è presentata all’esame di riparazione con un programma al 90% identico a quello con cui era stata promossa l’anno prima dal sesto al settimo anno: ciò che indusse il maestro Nicoletti a rifiutare di sottoscriverlo.

La studentessa così non fu ammessa all’ottavo anno.

Scelgo io il docente di mia figlia

Papà Rosario allora si mise all’opera: ottenere il trasferimento in altra classe della figlia e, quindi, affidarne la carriera ad altro docente di pianoforte divenne il suo obiettivo.

Dapprima, fece per due volte irruzione al Conservatorio: il suo modo di fare ebbe connotati tali da costringere il direttore Gianfranco Nicoletti a chiamare le forze dell’ordine.

Poi passò alle missive con cui accusava il maestro Dario Nicoletti e lo stesso direttore.

E ottene il risultato voluto.

Il direttore del “Corelli” – “persona offesa” anche secondo il giudice di Pace Cannizzaro -, non solo non ha mai sporto denuncia ma cedette ai voleri del papà della studentessa e affidò Arianna alla collega di Dario, Francesca Valbruzzi.

Il trasferimento giovò moltissimo ad Arianna che l’anno successivo fu promossa con il massimo dei voti.

 

L’OPINIONE. Il sondaggio della discordia: accuse, sospetti e dietrologie, ma nessuno si accorge che quello di Tempostretto è innanzitutto fuorilegge. Il paradosso dell’arbitro che non applica le regole fondamentali ed espelle il candidato Cateno De Luca “entrato a gamba tesa”

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Nei giorni scorsi, un gruppo di sostenitori di Renato Accorinti, pur ritenendo “assolutamente discutibile la scelta editoriale”, si sono affannati a chiedere a tutti i simpatizzanti di partecipare in massa al sondaggio della testata giornalistica on line Tempostretto per far risalire in classifica il sindaco in carica ed evitare che venisse penalizzato alle urne, alle elezioni del prossimo 10 giugno, per l’effetto trascinamento, fenomeno che porta gli indecisi a votare per colui che risulta avanti nei sondaggi.

Il 27 maggio, Cateno De Luca, uno dei sette candidati a sindaco, al termine di un confronto rovente con gli avversari politici organizzato dalla stessa testata, ha accusato la direttrice di Tempostretto, Rosaria Brancato, di non aver pubblicato il risultato finale del sondaggio (ciò che era previsto per il 24 maggio) perché egli stesso sarebbe risultato il primo in classifica.

La direttrice si è giustificata parlando di hackeraggio e accusando nella sostanza il deputato regionale di aver fatto affluire moltissimi voti dalla provincia, cioè dai comuni di Fiumedinisi, Furci, Santa Teresa di Riva, in cui egli gode di maggioranza plebiscitaria, alterando così il risultato del sondaggio (dalla sua stessa testata organizzata). 

Il giurista Marcello Scurria, nel 2005 sostenitore del vittorioso Francantonio Genovese (all’epoca di sinistra, almeno formalmente); nel 2008 di Giuseppe Buzzanca, candidato di destra; nel 2013 vicino a Renato Accorinti , quando il professore di educazione  fisica la spuntò al ballottaggio; e ora – da quel che si capisce – simpatizzante di De Luca, ha sfidato pubblicamente la proprietà di Tempostretto chiedendo che spieghi “come e perché si sia verificato l’attacco di hacker che ha impedito la pubblicazione, essendo comunque ormai entrati negli ultimi quindici giorni dal voto in cui è vietato pubblicare i risultati del sondaggio”.

Nessuno, nessuno dei candidati, nessuno degli esperti di diritto e di politica che ronzano attorno a loro pregustando incarichi di sottogoverno, si è avveduto che il sondaggio della testata on line non è tanto “assolutamente discutibile”, per usare l’espressione degli Accorinti’s boys, ma è innanzitutto fuorilegge.

E’ fuorilegge al pari di un sondaggio fatto e pubblicato negli ultimi 15 giorni precedenti alle elezioni.

Lo stabilisce la stessa norma dell’articolo 8 della medesima legge n° 28 del 2000, quella  che vieta la pubblicazione dei sondaggi nelle ultime 2 settimane prima del voto.

Per la legge, quello di Tempostretto non può essere definito sondaggio e già solo per questo, per l’uso di questa (ingannevole) definizione, al di là del periodo in cui viene pubblicato, si pone in contrasto con legge.

Il “Regolamento in materia di pubblicazione e diffusione dei sondaggi sui mezzi di comunicazione di massa” sul punto (articolo 2, comma 2) è chiarissimo; e lo è proprio per impedire la manipolazione del consenso politico e l’alterazione del risultato della competizione elettorale.

Per questi motivi, il sondaggio per essere presentato come tale ai cittadini/elettori deve rispondere a requisiti dettagliatamente disciplinati dalla normativa ed è soggetto a una serie di procedure e controlli.

Parlare di un sondaggio che è stato truccato “votando da ogni parte d’italia”, come ha accusato la direttrice di Tempostretto, è una contraddizione in termini.

Sarebbe bastata una semplice segnalazione all’Autorità garante della Comunicazione (Agcom) e il sondaggio (o sedicente tale), i cui risultati parziali venivano di giorno in giorno pubblicati, sarebbe stato sanzionato, come è accaduto in passato – basta guardare nella banca dati dell’Agcom – per “manifestazioni di opinioni” spacciate subdolamente per sondaggi da altre testate giornalistiche.

Invece, a Messina, il sondaggio è diventato motivo di discordia, dietrologie, polemiche,  accuse incrociate e sospetti di manipolazione.

E’ come se, per fare una metafora per nulla poetica, gli allenatori di due squadre di calcio avversarie, a fronte di un arbitro che fischia i calci di rigore per falli avvenuti a centrocampo, invece di far rilevare e protestare perché sta clamorosamente violando un principio basilare del regolamento, consigliassero ai propri calciatori di farsi fare fallo in qualunque zona del rettangolo di gioco, salvo poi accusare l’arbitro di non essere super partes perché talvolta il rigore lo accorda e talvolta no.

In questa vicenda è successo qualcosa di ancora più paradossale: è stato lo stesso arbitro, ovvero, per rimanere alla metafora, chi ha organizzato il sondaggio e ne è il responsabile, a contestare ai calciatori di una squadra di aver cercato di truccare il risultato della partita, tentando di indurlo in errore.

E, infatti, l’arbitro, che per primo ha violato le regole fondamentali del gioco, ha espulso De Luca, reo di essere entrato a gamba tesa, infrazione veniale, a ben vedere, in una partita in cui non si era certi neppure di quale fosse l’area di rigore.

Insomma, uno spettacolo deprimente e un responso oggettivamente (questo si) impietoso.

Se ne è accorto, quasi indignato, il candidato del Movimento 5 Stelle Gaetano Sciacca, presente alla lite tra De Luca e Brancato.

L’ex capo del Genio civile, per anni politicamente vicino al Governatore Raffaele Lombardo che tutto si può dire tranne sia stato l’emblema di un modo di fare politica scevra da logiche di potere clientelare, è impegnato ad accreditarsi come uomo della politica nuova, della politica del fare: “Alla gente non frega nulla di queste discussioni”, ha affermato. 

 

Calcio scommesse, la Procura di Messina chiede gli arresti per 11 indagati. Il Gip non accorda la misura. I retroscena dell’inchiesta che coinvolge mister Arturo Di Napoli, il commercialista Pietro Gugliotta e il portiere Alessandro Berardi

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calcioscommesse
Mi costringono a fare giocare certi giocatori. Al giovedì prima delle partite vengono fatte riunioni particolari. Se voglio, posso fare aprire un’inchiesta e far fallire il Messina perché questa è una società in cui si vendono le partite”.

E’ questa la sintesi di una delle conversazioni telefoniche più significative captate nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Messina sul calcio scommesse.

Autore di questo sfogo è Raffaele Di Napoli, l’allenatore che il 3 febbraio del 2016 sostituì sulla panchina del Messina calcio il più famoso Arturo Di Napoli, costretto a lasciare la guida della squadra perché colpito da squalifica per aver truccato da allenatore del Savona la partita della sua squadra con il L’Aquila nella stagione 2014/2015.

E’ proprio Re Artù, il bomber delle stagioni d’oro del Messina in serie A, colui che  -secondo le conclusioni cui è giunto il titolare delle indagini Francesco Massara –  aveva promosso  un’organizzazione per delinquere che aveva come fine l’alterazione del risultato di una serie di partite del Messina giocate tra il 2015 e il 2016 e la truffa ai danni delle agenzie di scommesse:

Di Napoli operava – sempre per la Procura – in buona compagnia, sia da allenatore sia successivamente: infatti, un ruolo da protagonisti ce l’hanno avuto il commercialista Pietro Gugliotta vicepresidente della società sportiva, rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa nell’inchiesta Totem, e il portiere Alessandro Berardi.

Per Di Napoli il pubblico ministero Massara aveva chiesto la misura cautelare del carcere; per Gugliotta e per il portiere Alessandro Berardi e un gruppo di 8  scommettitori strettamente collegati al trio, gli arresti domiciliari. Si tratta di Eros Nastasi, Ivan Giuseppe Palmisciano , Fabio Russo, Giuseppe Messina, Alessandro Costa, Halim Abdel Khalifeh, Giovanni Panarello, Andrea De Pasquale.

Il Giudice per l’indagini preliminari ha, però, rigettato la richiesta.

Diversità di vedute giuridiche

Tecnicamente, il gip ha ritenuto che per configurare il reato contestato fosse necessario dare la prova che Di Napoli, Gugliotta e Berardi avessero promesso denaro o altra utilità ai calciatori che sono stati usati per truccare le partite e questa prova non c’è.

Il pm Massara ha proposto appello ritenendo il ragionamento del Gip non fondato giuridicamente.

Per il sostituto procuratore le cose in punto di diritto stanno diversamente e pur in assenza di questa prova il reato può essere configurato egualmente.

Deciderà il giudice d’appello cautelare il prossimo 2 luglio del 2018.

Sul fatto che almeno tre partite siano state truccate. Sul fatto che fosse stata messa in piedi un ‘organizzazione con questo scopo. Sul fatto che dopo aver truccato le partite siano state fatte puntate da persone in contatto con Di Napoli e Gugliotta, sia il pm che Gip si sono trovati sostanzialmente d’accordo.

Ad avviso di entrambi, le intercettazioni e i tabulati telefonici e alcune dichiarazioni testimoniali, permettono di affermare che l’esito di tre partite è stato concordato: Casertana Messina del 21 dicembre del 2015; Messina Paganese del 14 febbraio del 2016; Akragas Messina del 24 aprile del 2016.

Per la Procura sono state truccate pure Messina Martina Franca del 9 gennaio del 2016; Catania Messina del 24 marzo del 2016; Lecce Messina del 5 dicembre del 2016, Messina Benevento del 16 gennaio del 2016.

Il Gip però ha rilevato che a parte le giocate anomale sui risultati vincenti non ci siano altre prove che queste gare siano stato oggetto di combine.

Quando Gip e Pm si trovano d’accordo

Per truccare Casertana Messina il trio Di Napoli, Gugliotta, Berardi ha – sempre stando all’accusa – usato i calciatori Stefano D’addario, Daniele Frabbotta e Andrea De Vito. I tabulati telefonici e gli accertamenti presso i centri scommesse hanno evidenziato che Di Napoli in prossimità della partita si è sentito con Eros Nastasi, questi a sua volta oltre a effettuare puntate personalmente si è messo in contatto con Ivan Palmisciano che ha cercato e trovato Fabio Russo, il quale ha giocato una ventina di bollette vincenti.

Gugliotta invece si è sentito con Giovanni Panarello che a sua volta è entrato in contatto con Alessandro Costa, che è risultato vincitore di diverse scommesse.

Per pilotare Messina Paganese, Di Napoli si sarebbe messo in contatto con Cosimo D’eboli e Gianluca Grassadonia, rispettivamente direttore sportivo e allenatore della squadra campana.

E’ stato Sebastiano Pancaldo, titolare di un’agenzia di scommesse, a dare riscontri preziosi agli uomini della Finanza su queste due partite chiamando in causa anche persone che non erano emerse dall’esame dei tabulati: “Andrea De Pasquale ha effettuato giocate vincenti per conto di Eros Nastasi, il quale ha avuto notizie sull’esito della gara Casertana Messina da parte di Di Napoli”, ha dichiarato Pancaldo. Che in relazione all’altra partita ha affermato: “De Pasquale mi ha chiesto di effettuare giocate sull’esito poi rivelatosi esatto di Messina Paganese, ma rifiutai perché convinto che ci fosse stata combine”.

Gli indizi che Akragas Messina sia stata truccata sono in alcune telefonate tra Di Napoli, non più l’allenatore del Messina, e il noto odontoiatra Halim Abdel Khalifeh. Nel corso delle stesse i due usano un linguaggio criptico. Poi, il dentista effettua una serie di puntate vincenti attraverso Giuseppe Lo Medico e quando la partita è al già al secondo tempo e il Messina è avanti per 2 a 0 cerca in tutti i modi di puntare 1000 euro sul pareggio che in effetti poi fu il risultato finale.

Il presidente convoca tutti e fa saltare il piano

L’esame delle giocate su Messina Benevento finita 0 a 5 ha mostrato come quasi tutte le scommesse concentratasi sull’ x sono state perse. Per gli inquirenti era quello il risultato oggetto della combine. Però il piano saltò. Il presidente Natale Stracuzzi, avendo ricevuto la segnalazione di giocate sospette, alla vigilia della partita convocò tutta la squadra e la  mise a conoscenza di quanto gli era stato comunicato dall’organismo che vigila sulle giocate e dell’intenzione di presentare un esposto.

Questo – secondo gli inquirenti – portò Di Napoli e company a recedere dal progetto per non essere scoperti. Berardi, autore in quella partita di errori clamorosi, avrebbe avuto il compito di facilitare la vittoria degli avversrai.

Lo stesso portiere il giorno precedente la partita si mise in contatto telefonico con il giocatore del Benevento Amato Ciciretti. E una serie di contatti telefonici sono stati registrati nell’immediata vigilia del match tra tutti i soggetti facenti parte del gruppo capitanato da Di Napoli.

Intercettazioni scottanti

Nel materiale raccolto durante le indagini c’è l’intercettazione di una conversazione tra Re Artù e Paolo Mercurio, arrestato successivamente nell’ambito dell’inchiesta Totem e rinviato a giudizio per associazione mafiosa finalizzata alle scommesse clandestine.

Per gli investigatori oggetto della conversazione è Paganese Messina, finita 2 a 2, primo tempo 0 a 1: “Ho provato piu volte a rintracciarti..la quota relativa al segno primo tempo 2 era data a 14..“, afferma Di Napoli. Mercurio taglia corto: “Vabbè… comunque vedi tu, mi chiami a questo numero e ci vediamo subito quando c’è qualcosa“.

Il successore smentisce se stesso

Raffaele Di Napoli, il successore di Re Artù, è stato interrogato dagli inquirenti che gli hanno chiesto conto della conversazione in cui diceva di subire minacce per far giocare determinati giocatori e di riunioni particolari: “Mi ricordo solo di una riunione tra 5 calciatori e Di Napoli in bar di Messina. Il mio predecessore non ha mai interferito sul mio lavoro”.

Questa affermazione è per gli inquirenti smentita dai tabulati telefonici: infatti, la sera prima di Messina Paganese, partita truccata e oggetto del conversazione tra Di Napoli e Mercurio, l’ex allenatore contatta il mister in carica.

Una cordata sospetta

In genere è la società che ingaggia un allenatore. A Messina andò diversamente. Fu Di Napoli infatti che nell’estate del 2015 organizzò la cordata di imprenditori messinesi che rilevarono l’Acr Messina dal catanese Pietro Lo Monaco iscrivendola in extremis al campionato di Lega Pro della stagione 2015/2016.

Arturo Di Napoli si guadagnò così i galloni di allenatore. Il trio Natale Stracuzzi (presidente), Pietro Gugliotta (vice) e Pietro Oliveri non ebbero dubbi ad affidargli la squadra.

Che Di Napoli fosse sotto inchiesta per aver truccato da allenatore del Savona una partita del campionato di Lega pro della stagione calcistica precedente 2014/2015 per loro non ebbe alcuna rilevanza.

 

Fallimento ex Vigilnot Sicilia, la Corte d’appello condanna Daniela e Cristina Corio e Antonino Romano per bancarotta. La società nel 2007 fu usata per “svuotare” Il Detective, lo storico istituto di vigilanza di Messina fallito nel 2011

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foto giustizia

Rimaste minoranza nella società di famiglia, prima che l’assemblea dei soci li estromettesse dalla dirigenza, ne comprarono un’altra a cui trasferirono in affitto (a prezzo irrisorio) l’azienda (e soprattutto tutti gli appalti in essere pari a 8 milioni di euro annui), in modo da mantenerne così la gestione.

La spericolata operazione di svuotamento della società di vigilanza “Il Detective Srl” non solo non ha realizzato, se non per qualche settimana, l’obiettivo che si erano prefissato, essendo stata bloccata all’epoca dal Tribunale civile di Messina, ma è costata alle protagoniste come effetto collaterale una dura condanna.

Daniela Corio e Cristina Corio, due delle 4 figlie del fondatore della storica azienda che arrivò nel 2006 ad avere 100 dipendenti, sono state condannate dalla Corte d’appello di Messina a 3 anni e 6 mesi di reclusione per bancarotta documentale e fraudolenta.

La stessa pena è stata irrogata ad Antonino Romano.

I tre sono stati alla guida della società Vigilnot Sicilia srl (poi denominata Corio Srl) tra il 2007 e il 2008.

Vigilnot Sicilia Srl fu lo strumento attraverso cui fu realizzato lo svuotamento de “Il Detective”, al centro di una guerra intestina per il controllo scoppiata alla morte di Antonia Privitera, avvenuta il 4 maggio del 2007. Protagoniste le 4 figlie, Antonella e Natala oltre a Cristina e Daniela, con Enzo Savasta, da sempre uomo fidato prima del fondatore Antonino Corio e poi della moglie, ago della bilancia nella contesa in quanto titolare del 5% delle quote.

Le imputazioni di bancarotta

Quando fu acquistata, il 30 ottobre del 2007, Vigilnot si trovava in stato di decozione: aveva infatti 222 mila euro di debiti.

Le due sorelle si impegnarono ad ripianare i debiti e ad aumentare il capitale sociale. Lo fecero solo in parte e, dopo pochi giorni, si ripresero con la complicità dell’amministratore  Romano una porzione di quelli versati, 60 mila euro. Da qui l’ accusa di Bancarotta fraudolenta. Nel 2009 Vigilnot Sicilia srl fu dichiarata fallita.

I tre rispondevano pure di bancarotta documentale per aver tenuto le scritture contabili della società in maniera irregolare tanto da non rendere possibile la ricostruzione delle movimentazioni.

Nel processo era imputato anche Domenico Macrì, imprenditore calabrese che il 6 giugno del 2008 acquistò la maggioranza del capitale di una società la Corio Srl (ex Vigilnot Srl) priva di commesse e con soli debiti.

Macrì ci rimise 67 mila euro e l’imputazione di bancarotta documentale, in concorso con Daniela e Cristina Corio e Antonino Romano.

In primo grado era stato condannato a due anni. La Corte d’appello l’ha assolto.

Domenico Macrì dopo l’avventura nella società di vigilanza acquistò e gestì per un periodo a cavallo tra il 2010 e il 2012 il bar Select, ubicato a due passi dal Tribunale.

Operazione svuotamento a in…castro

L’affitto a prezzi irrisori dell’azienda Il Detective allora in buonissima salute a Vigilnot Sicilia fu effettuato mentre presidente del Cda Corrado Emanuele Galizia, ex agente dei servizi segreti in pensione che in tutta la guerra societaria è stato sempre accanto a Daniela Corio.

Come mostrarono le intercettazioni telefoniche, fu il legale Andrea Lo Castro a suggerire a Daniela Corio e alla sorella Cristina Corio di effettuare l’operazione di svuotamento della società.

L’avvocato Lo Castro, molto noto a Messina e per anni componente del collegio di difesa della Provincia regionale di Messina, è finito sotto processo per concorso esterno all’associazione mafiosa.

Secondo la Procura e il Giudice per le indagini preliminari attraverso una serie di consigli giuridici (tra cui quelli di affitto di azienda) ha favorito il clan capeggiato a Messina da Enzo Romeo, nipote del boss Nitto Santapaola.

Denunce a orologeria

L’inchiesta che è sfociata nella sentenza d’appello, comunque non definitiva, è una costola accessoria dell’inchiesta madre nata dalle denunce che presentò la stessa Daniela Corio alla Procura di Messina proprio mentre organizzava e portava a termine l’operazione di svuotamento della società di famiglia.

La Corio denunciò una serie di fatti che accusavano coloro che in quel momento avevano di fatto la guida della società e da li a breve, dopo l’assemblea dei soci, l’avrebbero guidata: le sorelle Antonella e Natala e Enzo Savasta.

Le denunce penali e la guerra societaria combattuta in sede civile portarono nel 2011 Il Detective al fallimento.

Assunzioni di favore e inquirenti port a porter

Le indagini, coordinate dai sostituto Adriana Sciglio e Antonino Anastasi, furono affidate alla sezione di polizia giudiziaria diretta da Diego Arena.

Fu il luogotenente Giuseppe Smedile a svolgere quasi tutti gli accertamenti. Questi mentre indagava sulle persone denunciate da Daniela Corio, la riceveva quotidianamente negli uffici di via Monsignor D’arrigo, dove veniva accompagnata dall’ex agente dei servizi segreti Galizia.

Nello stesso tempo Daniela Corio diede un posto di lavoro al padre del nipotino dello stesso ufficiale, ovvero al compagno della figlia,  assumendolo proprio alla ex Vigilnot Sicilia Srl.

Primi responsi ed effetti boomerang

Al termine delle indagini, nel 2011 la Procura chiese e ottenne il rinvio a giudizio di 19 persone per 65 capi di imputazione.

Il processo in corso di svolgimento davanti alla prima sezione penale del Tribunale presieduta da Mario Samperi ha avuto il 17 maggio del 2017 un primo responso.

Tredici dei diciannove imputati sono stati assolti per prescrizione (Processo Detective, fioccano le prescrizioni).

Daniela Corio è alla terza condanna rimediata nell’ambito delle indagini sulle inchieste connesse alla sua denuncia.

E’ stata in precedenza condannata con sentenza passata in giudicato a 8 mesi di reclusione per rivelazione del segreto d’ufficio e, in primo grado, per calunnia ai danni di Salvatore Formisano, generale della Guardia di finanza in pensione, per un periodo amministratore de Il Detective in rappresentanza della maggioranza avversa a Daniela Corio. E’ stata assolta per prescrizione dai diversi capi di imputazione di cui doveva rispondere nel processo davanti alla prima sezione penale.

 

Aula di giustizia? Non solo, anche sala rinfresco. Al Tribunale di Messina si susseguono le feste di pensionamento in orario di lavoro. La segnalazione del giudice Massimiliano Micali ai Presidenti del Tribunale e della Corte d’appello

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L’udienza era stata fissata per le ore 11 del 16 aprile del 2018 nell’aula della Corte d’assise. Il processo era quello denominato “Dominio”, che vede alla sbarra i presunti affiliati al clan mafioso capeggiato da Domenico La Valle.

Gli avvocati difensori, gli imputati non detenuti e i loro parenti: tutti all’ora prefissata si stavano avvicinando all’aula.

A palazzo Piacentini erano stati tradotti pure gli imputati detenuti e quelli ai domiciliari.

D’improvviso è arrivato il contrordine, concretato in un avviso apposto alla porta dell’aula: “L’udienza è stata spostata alle ore 14 e 30″.

Il motivo non è stato spiegato.

Ma è bastato aprire la porta per vedere che l’aula era impegnata per un rinfresco.

Una dipendente è andata in pensione e i colleghi sono stati chiamati a condividere il momento con rustici, dolci e bevande.

Alle 14 e 30  i segni della festa erano evidenti: pezzi di pitone e vettovaglie per terra, briciole sui tavoli.

Insomma, i normali resti di una festa, tenuta non in un sala di un ristorante o in un luogo privato ma in un’aula di Giustizia.

Il presidente del Tribunale collegiale Massimiliano Micali non l’ha presa per niente bene.

All’inizio dell’udienza ha fatto mettere a verbale che “l’aula era stata lasciata in condizioni indecorose sotto il profilo igienico, le quali avrebbero imposto al presidente di ordinare il trasferimento del processo in altra aula se non fosse stato che questa è l’unica dove ci sono le gabbie per gli imputati detenuti”.

Micali ha disposto la trasmissione dello stesso verbale al presidente del Tribunale, Antonio Totaro, e della Corte d’appello, Michele Galluccio.

Ma l’iniziativa del giudice è servita a nulla.

Nella mattinata di ieri 8 maggio si è assistito alla replica.

L’ aula dedicata ai festeggiamenti era diversa, la C, quella posta a destra subito dopo l’atrio. L’orario sempre quello d’ufficio, le 13 circa.

Nutrita la presenza di lavoratori, che hanno sospeso per l’occasione la loro attività.

Il tavolo riservato di solito agli avvocati è stato coperto da una tovaglia e sopra sono state sistemate le vivande.

Mentre si festeggiava, nell’aula di fronte, la A, il giudice onorario Maria Grazia Mandanici ha sospeso l’attività processuale per una decina di minuti: “Facciamo una breve pausa”, ha detto..

Gli avvocati e le parti hanno atteso la ripresa e l’assistente del giudice si è spostata a festeggiare nell’aula di fronte.

“Lei non può fare foto. Sta violando la privacy”, arringa una delle dipendenti festaiole che si accorge che qualcuno sta immortalando l’allegria del momento.

Mette la mano sulla fotocamera e chiede: “Lei chi è? Non è autorizzato. Le faccio sequestrare il cellulare dai carabinieri”, afferma.

“Stiamo festeggiando il pensionamento di due colleghe. Che c’è di male?”, aggiunge qualche secondo dopo un’altra collega.

Un carabiniere in servizio a Palazzo Piacentini spiega: “Queste feste di pensionamento sono usuali. Noi sappiamo siano autorizzate”.

 

Concorso truccato per favorire il figlio, condannato a 7 anni l’ex preside di Farmacia, Giuseppe Bisignano. Sei anni a Giuseppe Teti, il docente che “convinse” l’allievo Salvatore Papasergi a ritirarsi. Un anno e mezzo a Maria Chiara Aversa che creò una commissione di comodo. Tutti i dettagli dell’inchiesta nata per caso

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L'ex preside di Farmacia Giuseppe Bisignano

L’ex preside di Farmacia Giuseppe Bisignano

Il concorso di ricercatore lo vinse il figlio: non perché lo meritasse ma perché alla vigilia dell’ultima prova il candidato sicuro vincitore si ritirò.

La voglia matta di sistemare il proprio figliuolo Carlo nell’organico dell’ateneo di Messina è costata una dura condanna all’ex preside di Farmacia Giuseppe Bisignano.

Il Tribunale di Messina in primo grado lo ha riconosciuto colpevole di concussione per aver costretto Salvatore Papasergi, il candidato più titolato, ad abbandonare  la selezione bandita nel 2012 quando ormai l’esito era segnato a suo favore.

Per ottenere il risultato l’ex preside si era avvalso del collega Giuseppe Teti, ordinario di Microbiologia, di cui Papasergi era allievo da oltre un decennio.

Teti è stato condannato per concorso in concussione a sei anni di reclusione.

A Papasergi da un lato venne “consigliato di ritirarsi per evitare problemi per il futuro” e dall’altro venne data assicurazione che sarebbe stato aiutato in altro concorso per ricercatore della stessa disciplina che l’ ateneo da li a poco avrebbe bandito, come poi è accaduto.

Determinante per la condanna è stato il racconto prima agli inquirenti della Guardia di Finanza e poi nella sostanza davanti al Tribunale di Papasergi, che si è costituito parte civile: “Mi sono consultato con il professor Teti, il quale mi ha rappresentato che la nomina di ricercatore per quel concorso mi avrebbe determinato delle difficoltà in futuro per
la eventuale nomina a professore associato. In particolare, il professore Teti riteneva che nellʼambito del Dipartimento di Microbiologia della facoltà di Medicina mi sarei dovuto in futuro confrontare con persone aventi più titoli. Per queste ragioni ho ritenuto opportuno rinunciare al suddetto concorso nella speranza di vincerne uno bandito dalla Facoltà di
Farmacia circa un mese fa nella stessa area di ricerca e per il quale ho già presentato domanda. Benché la scelta di non presentarmi alla discussione finale
può apparire illogica ed autolesiva, ritengo che ciò può avere avuto un senso nella misura in cui si consideri che non faccio parte di un certo giro e devo stare a quello che mi viene consigliato. Voglio precisare che lavoro a titolo volontario e che mi mantengo con i soldi
che ho messo da parte. Spesso sono aiutato economicamente dai miei genitori», ha dichiarato Papasergi qualche mese dopo essersi ritirato.

Quando i vertici dell’ateneo scoprono che la procedura selettiva era finita nel mirino degli inquirenti l’annullano e deludono le speranze di un pronto riscatto di Papasergi.

 

Concussione in emergenza

In realtà le indagini mostrarono che l’opera di pressione e convincimento su Papasergi fu una misura di emergenza, una sorta di piano b.

Il concorso doveva andare al figlio di Bisignano grazie alla benevolenza dei membri della commissione scelti direttamente dall’ex preside di Farmacia, grazie alla complicità dell’allora delegata alla ricerca del rettore Franco Tomasello,  Maria Chiara Aversa, peraltro consuocera del Magnifico, che li propose con successo al Senato accademico.

Per questa condotta la Aversa  (cosi come Teti) è stata condannata per abuso d’ufficio.

E’ stato invece assolto per non aver commesso il fatto l’ex rettore Franco Tomasello ritenuto dalla Procura a conoscenza dell’accordo tra Bisignano e la Aversa per nominare la commissione di comodo, benché non ci fosse alcun elemento di prova a suo carico.

 

La docente onesta… fa saltare il piano principale

Il piano saltò perché Gianna Tempera, una componente della commissione non si piegò alle pretese di Bisignano: per lei non c’era discussione, Papasergi era superiore.

Gianna che cazzo fa, non lʼho capito? Quella si è convinta che Papasergi è a livello notevolmente più alto», dice Bisignano parlando al telefono con il suo collega Sandro Ripa, ordinario di microbiologia all’Università di Camerino.

«Gianna conferma di essere una donna stupida, stupida, stupida», attacca Ripa. Che arringa lʼinterlocutore: «A Gianna se lʼaggredisci ottieni qualcosa. Gianna chi la convince? Solo Nicoletti la può convincere», dice ancora Ripa. «Questa stronza dobbiamo vedere di inquadrarla», afferma di rimando Bisignano. «Parlane con Giuseppe Nicoletti», insiste Ripa.

Nicoletti altri non era se non un docente emerito di microbiologia dell’Università di Catania, maestro di Gianna Tempera.

In effetti, Bisignano segue il consiglio di Ripa e va a trovare Nicoletti. Quest’ultimo a sua volta ne parla con l’ allieva.

La Tempera però rimane ferma.

Interrogata dagli inquirenti difende il suo maestro: “Nicoletti non mi ha chiesto di modificare il parere positivo redatto nei confronti di Papasergi, limitandosi a chiedermi se i suoi lavori fossero attinenti al settore scientifico oggetto del concorso. A ciò io gli risposi che i titoli di Papasergi erano inerenti al concorso e decisamente migliori di quelli di Carlo Bisognano”, ha dichiarato la Tempera.

Tuttavia, ciò non è bastato a evitare a Nicoletti la condanna ad un anno di reclusione per tentata induzione indebita a dare o promettere utilità.

Anche per questo reato è stato riconosciuto colpevole Bisignano, che nel complesso è stato condannato a 7 anni di reclusione.

La posizione di Ripa, considerato concorrente dei due, è stata stralciata.

Aversa, Nicoletti, Teti e Bisignano sono stati pure condannati a pagare a Papasergi la somma di 50 mila euro a titolo di risarcimento danni.

La corruzione che non c’è

Ma perchè Giuseppe Teti ha sacrificato un proprio allievo che lo seguiva da un decennio? Secondo la Procura in cambio di un favore, ovvero l’interessamento di Bisignano a far diventare ordinario la moglie di Teti, Concetta Beninati, all’epoca docente associato alla facoltà del preside Bisignano e in attesa di divenire ordinario.

Eʼ un intercettazione di un colloquio tra Bisignano e Ripa a convincere gli uomini della Finanza che Teti vuole ottenere qualcosa per la moglie in cambio del suo interessamento: “Ma scusa, una stupidaggine simile…..ma insomma eh che quello fa il prezzo perché vuole la moglie ordinario.. se la fotte lui cosa vuole», dice Bisignano. «E pare che ci sei tu in commissione?…. mica ci stai tu in commissione ehee!», ribatte Ripa. «Ma sa che noi siamo in un certo giro… che abbiamo un certo potere che lui non ha….percheʼ se noi diciamo no, lui butta sangue», conclude lʼordinario di Farmacia.

Troppo poco per provare l’accordo corruttivo.

Il Tribunale presieduto da Mario Samperi ha infatti ritenuto che il fatto non sussista e ha assolto entrambi da questo capo di imputazione.

Tutto partì da fatture false

Gli inquirenti della Guardia di Finanza si imbatterono nel concorso destinato al figlio di Bisignano per caso.

Stavano infatti indagando su un giro di fatture false create dal delegato dell’economato della facoltà di Farmacia Cesare Grillo al fine di appropriarsi di risorse pubbliche, in tutto circa 8 mila euro.

La  Procura ipotizzò che Bisignano, il delegante, fosse a conoscenza del perverso stratagemma messo in piedi da Grillo.

Ma l’ipotesi non ha trovato alcun riscontro in giudizio e l’ex preside di Farmacia è stato assolto. Condannato invece a 4 anni Grillo per peculato e falso.