Si candida a sindaco e da due mesi e mezzo non va a lavorare, ma il direttore generale dell’Irccs Neurolesi “Bonino Pulejo” Angelo Aliquò fa finta di nulla nonostante la legge. Lo strano caso dello scienziato Dino Bramanti alla guida della coalizione di centro destra nel segno della legalità. Il precedente del doppio incarico… “coperto” dall’ateneo di Messina e arenato per 8 anni in Procura

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Il candidato a sindaco Dino Bramanti                                Il direttore generale dell’Irccs Angelo Aliquò



Non è ineleggibile, né incompatibile, non secondo le norme che regolano le elezioni e governano gli enti locali.

Tuttavia, Dino Bramanti quando ha deciso di candidarsi a sindaco della città di Messina ha comunicato al direttore generale dell’Irccs Neurolesi “Bonino Pulejo”, architetto Angelo Aliquò, di autosospendersi a partire dal 27 marzo del 2018.

In pratica, di non andare a svolgere le funzioni di direttore scientifico dell’Istituto dei colli san Rizzo almeno sino alle elezioni del 10 e all’eventuale ballottaggio del 24 giugno, per un periodo dunque lungo tre mesi, in modo da potersi dedicare a tempo pieno, anima e corpo, alla campagna elettorale alla guida della coalizione di centrodestra.

Ora, se un qualunque manager di un’azienda privata facesse una comunicazione analoga a quella dell’aspirante primo cittadino, il datore di lavoro gli sospenderebbe la retribuzione e avvierebbe la procedura di risoluzione del rapporto di lavoro per grave inadempimento, salvo il caso in cui generosamente gli volesse mantenere il posto perché magari condivide e sostiene il percorso politico del suo dipendente.

Ma l’irrcs non è un’azienda privata.

Eravamo quattro amici al bar

L’Irccs è un ente pubblico abbondantemente finanziato con i soldi dei contribuenti siciliani: ogni anno nella casse della struttura (promossa dalla Fondazione Bonino Pulejo, a sua volta azionista della Gazzetta del Sud), che si dovrebbe occupare di pazienti con gravi cerebrolesioni acquisite affluiscono 26 milioni di euro per 70 posti letto attivi.

E’ un ente pubblico il cui legale rappresentante, pubblico ufficiale, ha l’obbligo di fare gli interessi della pubblica amministrazione applicando le leggi dello Stato.

Invece, il commissario straordinario Angelo Aliquò non ha battuto ciglio, come se la decisione di Bramanti fosse esercizio di un diritto assoluto ed insindacabile o una questione da gestire tra vecchi amici o in famiglia.

Non esiste infatti nell’albo pretorio dell’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico una delibera che prenda atto della comunicazione del direttore scientifico: non si è riuscito neppure a sapere se esiste una nota formale o quest’ultima non sia una semplice comunicazione orale, di quelle che si fanno ai propri parenti per metterli a conoscenza di un viaggio vacanza in località esotica.

Né esiste una delibera con cui i vertici del Neurolesi assumono provvedimenti che vadano a incidere modificandolo sul rapporto che lega Bramanti all’Irccs, primo fra tutti sull’obbligo di corrispondere la retribuzione.

Chi scrive, per scrupolo, ha mediante telefonate e mail (inviate per posta elettronica certificata) chiesto ripetutamente copia di questi provvedimenti e della nota di Bramanti al direttore generale ma si è  trovato di fronte un muro di gomma, segno tangibile dell’aria salubre di trasparenza che si respira sui colli san Rizzo.

Se questi provvedimenti non ci sono se ne deve desumere che tutto è rimasto immutato nei rapporti di dare e avere tra Irccs e Bramanti: rapporti disciplinati da un contratto di prestazione d’opera intellettuale, cui si applicano anche le norme del codice civile e, in specie, l’eccezione di inadempimento.

In base a questo contratto e alla legge da un lato “il direttore scientifico è obbligato a svolgere a tempo pieno ed esclusivo le funzioni di coordinamento e promozione dell’attività di ricerca, incarico incompatibile con qualsiasi altra attività lavorativa pubblica e privata e con qualsiasi professione”; dall’altro, l’Irccs è obbligato a corrispondergli 150 mila euro all’anno, piu o meno 13 mila euro al mese.

Nel momento in cui ha deciso di dedicarsi esclusivamente e a tempo pieno ad altra attività (la campagna elettorale) Bramanti non ha violato gravemente questo fondamentale obbligo contrattuale?

Le legge e il contratto (che rispecchia tutto quanto prevede la normativa in materia), sottoscritto da Bramanti, prevedono che “in caso di grave inadempimento o per gravi motivi il legale rappresentante dell’Irccs, previa contestazione formale dell’addebito, deve proporre al ministero della Sanità, titolare del potere di nomina, la risoluzione del rapporto”.

Il manager Angelo Aliquò non gestendo un’azienda di proprietà di famiglia non ha l’obbligo giuridico, sanzionato a sua volta in caso di omissione, di applicare la norma contrattuale e la legge?

Se ne starebbe con le mani in mano, per esempio, il direttore generale del Policlinico a cui il direttore sanitario (legato all’azienda da un contratto analogo a quello di Bramanti) comunicasse che per tre mesi si assenterà dal lavoro avendo deciso di fare un viaggio per il mondo?

E Aliquò si girerebbe disinvoltamente dall’altra parte se Bramanti si fosse candidato con una formazione politica avversa a quella che è riconducibile al presidente della regione Nello Musumeci, da cui a breve dipenderà la sua riconferma a manager della sanità?

Tra l’altro, la condotta di Dino Bramanti chiama in causa in qualche modo anche l’ateneo di Messina: proprio perché l’incarico di direttore scientifico ha natura esclusiva, lo scienziato è in aspettativa dall’Università, amministrazione di cui è dipendente. Ma l’aspettativa gli è stata concessa (e gli poteva essere concessa solo per questo) per svolgere a tempo pieno le funzioni di direttore scientifico e non certo per fare una campagna elettorale lunga tre mesi.

 

 

L’allergia “esclusiva”… alla legge

Lo scienziato Dino Bramanti già in passato ha dato ampie prove dell’allergia alla natura esclusiva delle funzioni di direttore scientifico.

Nel 2006, quando fu nominato direttore scientifico dell’Irccs Neurolesi, Bramanti era infatti docente straordinario dell’ateneo di Messina, a cui era legato da un contratto di lavoro a tempo pieno ed esclusivo: aveva appena vinto un concorso per ordinario di anatomia benché il campo di azione dell’Istituto dei colli San Rizzo fosse da sempre la neurologia.

Tuttavia, benché la legge sugli Irccs del 2003 stabilisse in maniera chiara e inequivocabile la natura esclusiva dell’incarico di direttore scientifico (e in questo senso nel 2004 si era pronunciato perentoriamente il Consiglio di stato e la legge finanziaria del 2007), Bramanti firmò il contratto con il legale rappresentante dell’Irccs Neurolesi Raffaele Tommasini, avvocato e docente universitario, impegnandosi a svolgere le incombenze di coordinatore della ricerca scientifica in cambio di 130 mila euro all’anno (l’indennità di allora).

Insomma, il candidato a sindaco del centro destra per due anni si impegnò contemporaneamente a tempo pieno e a regime esclusivo con Irccs e Università di Messina: la stessa situazione di illegalità in cui si trova un uomo che si sposa con due donne contemporaneamente, assumendo l’obbligo giuridico di fedeltà sia nei confronti dell’una che dell’altra.

Lo scienziato così cumulò per due anni, in palese violazione di legge, gli emolumenti di docente universitario, che gli venivano accreditati di mese in mese sul conto corrente, e quelli di direttore scientifico, che andava maturando come credito ma che prudentemente non si faceva liquidare.

Fu il settimanale Centonove in una serie di articoli firmati da Michele Schinella a denunciare (tra le altre cose) la violazione del divieto di cumulo da parte di Dino Bramanti.

A seguito degli articoli, l’Università all’epoca guidata dal rettore Franco Tomasello chiese un parere all’Avvocatura dello Stato che dopo quattro mesi, a maggio del 2008, si trovò d’accordo con la legge e con il settimanale, imponendo a Bramanti di mettersi in aspettativa dall’ateneo.

Negli stessi giorni della primavera del 2008 sui colli san Rizzo giunsero i Nas dei carabinieri che oltre a riscontrare una serie di carenze igieniche, strutturali e organizzative che facevano a pugni con l’etichetta di eccellenza strombazzata ad ogni pie sospinto da Bramanti e ripresa da addetti stampa che si spacciano per giornalisti, rilevò il doppio incarico e lo denunciò in informative di reato alla Procura della Repubblica di Messina, ipotizzando l’ abuso d’ufficio, il falso e la truffa.

A quel punto Bramanti, finito nella morsa di un’inchiesta penale insidiosa, rinunciò attraverso apposite dichiarazione all’Ufficio provinciale del Lavoro, ai 260 mila euro di credito che vantava nei confronti del Neurolesi.

Il risultato fu degno di una delle migliori opere di Pirandello: Bramanti fu pagato per due anni dall’Università per la quale non aveva lavorato, né poteva farlo visto che svolgeva l’incarico di direttore scientifico sui colli san Rizzo; e invece non fu materialmente pagato dall’irccs, ente per cui aveva realmente lavorato.

L’università… spettatrice collusa

L’università degli studi di Messina (all’epoca rettore era Franco Tomasello e il direttore amministrativo era Pino Cardile) che aveva pagato per due anni un docente che non aveva svolto attività di professore universitario fece orecchie da mercante, non assumendo alcun provvedimento: né di richiesta della restituzione di quanto corrisposto (qualcosa come 100 mila euro); né l’attivazione di procedimenti disciplinari che in altri atenei per casi simili (basta guardare nella giurisprudenza dei giudici amministrativi) avevano portato alla decadenza dal ruolo di docente.

L’inchiesta penale arenata e le perle di diritto

L’inchiesta penale sul doppio incarico fu affidata al sostituto procuratore del Tribunale di Messina Anna Maria Grazia Arena.

Il fascicolo, aperto a giugno del 2008 a seguito dell’informativa dei Nas dei carabinieri, aveva come indagati  Dino Bramanti e Raffaele Tommasini solo per il reato di abuso di ufficio, il meno grave di quelli rilevati dai carabinieri.

Per 7 anni il fascicolo rimase fermo, riposto in un angolo degli uffici della Procura.

Non fu fatta alcuna attività di indagine: né ce n’era bisogno, visto che tutto era stato documentalmente accertato dai carabinieri.

Duemila e 500 giorni dopo, il 24 aprile del 2015, con il reato di abuso d’ufficio ampiamente prescritto, il pubblico ministero chiese l’archiviazione.

Le due pagine di motivazioni sono davvero interessanti: “Non può configurarsi il reato perché manca il danno patrimoniale (elemento costitutivo della fattispecie di reato, ndr) all’Irccs, visto che Bramanti ha rinunciato agli emolumenti”, ha scritto il pm Arena, che non è stata minimamente sfiorata  dal dubbio che il reato potesse essere configurato nella forma tentata.

E il danno patrimoniale nei confronti dell’Università?

Il pubblico ministero Arena nel rispondere a questa domanda ha prodotto un’argomentazione che poco si concilia con il buon senso, giusto per non scomodare il diritto: “L’Università non ha mai inteso recuperare gli stipendi, quindi non può assumere la veste di persona danneggiata avendo dato causa con il suo comportamento alla realizzazione del danno. Pertanto non si ravvisano elementi di reato”.

Quindi – a seguire il raffinato ragionamento giuridico del magistrato della Repubblica italiana – poiché il rettore e il direttore amministrativo dell’ateneo (e non certo l’Istituzione  l’Università) non hanno fatto il loro dovere a livello amministrativo e anzi con il loro comportamento hanno facilitato il danno all’Istituzione Università, invece di ritenere gli stessi concorrenti nel reato se non addirittura autori di altro reato in forma omissiva come vorrebbero la logica e i principi di diritto, va concluso il reato contestato a Bramanti e Tommasini.

In conclusione, per il pm Arena un’illegalità ha annullato un’illegalità precedente.

Il Giudice per le indagini preliminari Salvatore Mastroeni, ex marito della pm Arena, tre mesi dopo ha accordato l’archiviazione: in 5 righe scritte a penna ha dichiarato “di condividere il ragionamento del sostituto della Procura”.

 

 

 

 

 

 

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