IL CASO. Sonia Alfano si scaglia in udienza contro il giudice Francesco Alligo “reo” di aver assolto Maurizio Marchetta. La guerra tra l’ex presidente della commissione antimafia europea e l’architetto. Il giornalismo da premio…. legale

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Sonia Alfano

Sonia Alfano

Il giudice non aveva ancora terminato di leggere il dispositivo della sentenza.

Una dura invettiva lo ha costretto a interrompere quello che è l’atto finale di un processo penale: “Questo Tribunale consente a un mafioso di diffamare e rimanere impunito. Ora iniziano i conti. Farò una guerra a questo Tribunale dove accadono cose incredibili”.

La protagonista della scena a cui nei tribunali italiani si poteva talvolta assistere durante gli anni di piombo e, raramente, sempre in passato, nei processi di mafia non è un personaggio qualunque, ma l’ex presidente della Commissione antimafia europea Sonia Alfano.

Figlia del giornalista Beppe Alfano, ucciso a Barcellona l’8 gennaio del 1993 (sono stati riconosciuti colpevoli con sentenza passata in giudicato gli esponenti mafiosi Pippo Gullotti e Antonino Merlino), Sonia Alfano al Tribunale della città del Longano mercoledì 18 ottobre 2018 c’era arrivata con due auto blindate e relativa scorta al seguito.

Era giunta per ascoltare di persona l’epilogo del processo che vedeva imputato di diffamazione ai suoi danni l’imprenditore di Barcellona, Maurizio Marchetta, “il mafioso” secondo l’Alfano.

Il giudice Francesco Alligo però ha assolto quest’ultimo.

Sonia Alfano a quel punto non ha saputo contenere la rabbia.

Preso alla sprovvista dall’inconsueta reazione, il giudice ha dapprima tentato di calmarla: “Se lo faccia spiegare dai suo avvocati....”, si è quasi giustificato.

Ma non c’è stato nulla da fare. Vana è stata pure l’opera del legale Mariella Cicero.

Il giudice Alligo allora non ha potuto fare altro che mettere a verbale quanto era accaduto, indicando come possibili testimoni le persone presenti, tra cui gli uomini della scorta.

Il pubblico ministero, a sua volta, ha chiesto la trasmissione del verbale all’ufficio di Procura per valutare la sussistenza di estremi di reato a carico della Alfano: in ipotesi, Oltraggio al giudice in udienza o Minacce ad un corpo giudiziario.

L’attuale liquidatrice di Tirrenoambiente Spa, la società che gestiva la discarica di Mazzarà Sant’Andrea, non ha risparmiato improperi a Marchetta: “Sei un mafioso. Ti farò la guerra”, ha minacciato, uscendo dal Tribunale.

Sonia e l’architetto: un rapporto difficile

Maurizio Marchetta era accusato di aver diffamato Sonia Alfano in quanto autore di due commenti inviati in forma anonima contemporaneamente a due siti: a quello dell’allora parlamentare europea www.soniaalfano.it e al sito www.enricodigiacomo.org.

Il primo in data 13 aprile del 2011; il secondo in data 10 giugno del 2011.

Nel primo commento, quello del 13 aprile del 2011, era contenuta la ricostruzione – ritenuta dalla Procura di Barcellona diffamatoria – di una serie di fatti e la indicazione di relazioni tra l’onorevole stesso, alcuni avvocati e il giornalista della Gazzetta del sud Leonardo Orlando finalizzati a manipolare il collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano.

Dalle indagini è emerso che l‘internet provider da cui è partito il commento era di proprietà della ditta della famiglia di Maurizio Marchetta e tuttavia si trattava di un Ip aperto senza password a cui in teoria si poteva attaccare chiunque fosse nei paraggi e in grado di ricevere il segnale con un pc.

Marchetta, un passato da vicepresidente del Consiglio comunale di Barcellona, avrebbe avuto anche un movente: in quel periodo era stato preso più volte di mira da Sonia Alfano.

La figlia del giornalista lo riteneva un testimone di giustizia falso e aveva spesso contestato attraverso scritti pubblicati sul suo sito che gli venisse garantita la scorta.

L’imprenditore era infatti sotto protezione per qualche tempo prima aveva denunciato per estorsione i boss della mafia di Barcellona Carmelo Bisognano e Carmelo D’amico.

Fu grazie a queste accuse che i due esponenti di primo livello dell’organizzazione criminale in quel momento praticamente liberi sono stati condannati nell’ambito dell’operazione “Sistema” a pene pesantissime e hanno iniziato la collaborazione con la giustizia.

Il giudice Alligo – da quanto si desume dal dispositivo –  pur ritenendo che l’autore del commento fosse Marchetta lo ha assolto perché il fatto (del reato di diffamazione) non sussiste.

Infatti, il commento era giunto solo alla persona offesa e all’addetta stampa della stessa e dunque la diffamazione non si poteva configurare; successivamente, fu pubblicato su ordine della stessa Alfano e dunque il reato di diffamazione si è consumato ma grazie alla determinante attività della parte offesa.

 

Per il commento identico mandato a www.enricodigiacomo.org la Alfano non aveva sporto querela.

Gli inquirenti invece non hanno mai accertato da quale Internet provider provenisse il commento del 12 giugno 2011, pubblicato dai titolari dei due siti nonostante fosse diffamatorio.

Il giudice Alligo ha così assolto Marchetta per questo post con la formula “per non aver commesso il fatto”.

L’Orlando… furioso

Nello stesso processo Marchetta era accusato di avere diffamato Leonardo Orlando, corrispondente da Barcellona della Gazzetta del sud, sempre attraverso il commento dell’8 aprile del 2011 inviato al sito di Sonia Alfano e di Enrico di Giacomo e proveniente dalla Internet provider della ditta della famiglia Marchetta.

Poiché il commento era stato diffuso e portato a conoscenza di persone diverse dalla  persona offesa e chi l’ha ricevuto l’ha pubblicato, il giudice ha ritenuto che il fatto della diffamazione ai danni di Orlando si potesse configurare e ha condannato Marchetta a 8 mesi di reclusione.

Giornalismo… da premio “legale”

Nel commento diffamatorio oltre all’appartenenza di Orlando alla ipotetica cordata della Alfano, c’erano altre notizie, egualmente diffamatorie, che riguardavano il giornalista di giudiziaria.

Secondo l’anonimo attribuito dal giudice Alligo a Marchetta, Orlando per anni ha abitato nella casa dell’avvocato Giuseppe Lo Presti, uno dei più importanti dell’intera provincia, difensore di vari esponenti mafiosi di primo piano.

Dall’attività istruttoria è emerso che Orlando non pagasse affitto, il tutto mentre scriveva sulla Gazzetta del Sud le vicende dei clienti dell’avvocato Lo Presti e di conseguenza dell’attività dello stesso legale.

Sempre secondo lo stesso commento, la sorella di Orlando era stata dall’Aias di Barcellona nel periodo in cui questa fu commissariata dal presidente nazionale Francesco Lo Trovato ed era in corso una guerra giudiziaria tra quest’ultimo e il vecchio presidente Luigi La Rosa, estromesso con l’accusa di aver sottratto fondi, accusa che gli è poi costata una condanna penale.

Anche questo dato è risultato vero.

D’altro canto, nell’informativa di reato dell’inchiesta sull’ente di assistenza agli spastici che ha portato a giudizio lo stesso Lo Trovato, la squadra mobile di Messina aveva messo in rilievo come Orlando – mentre scriveva per la Gazzetta del Sud dell’Aias – intrattenesse relazioni con il padre padrone dell’Aias sino a giungere a prospettare un suo interessamento su magistrati in modo da sbloccare l’impasse giudiziaria a favore di quest’ultimo.

Al contempo aveva segnalato la necessità di un lavoro per la sorella, che infatti fu assunta.

L’ordine dei giornalisti della Sicilia nello stesso periodo del 2011 ha conferito a Orlando il premio Mario Francese, assegnato ogni in memoria del giornalista ucciso dalla mafia.

Il navigato giornalista della Gazzetta del Sud nel processo contro Marchetta è stato difeso dal legale Fabio Repici da sempre impegnato con indomito coraggio a fustigare (anche) i giornalisti che – suo parere – non raccontano la verità in maniera imparziale.

Il “mafioso” Marchetta

Il 23 luglio 2018 Maurizio Marchetta, “il mafioso” secondo Sonia Alfano, è stato assolto dall’accusa di concorso esterno alla mafia dal 1993 al 2011 che gli era stata contestata nel 2017 dalla Procura di Messina.

Specificamente, in abbreviato, il Giudice per l’udienza preliminare Monica Marino ha ritenuto che Marchetta fosse responsabile del reato di concorso esterno alla mafia sino al 2003, ma lo ha assolto per prescrizione; mentre per gli anni successivi al 2003 ha ritenuto non ci fossero prove di un consapevole apporto all’organizzazione criminale e lo ha assolto nel merito.

Il 2003 è l’anno in cui fu arrestato Sam Di Salvo, all’epoca boss di spicco della mafia barcellonese. Con quest’ultimo, che peraltro sin da giovane era stato dipendente della società di famiglia, Marchetta aveva intrattenuto relazioni di amicizia e di affari ritenute penalmente rilevanti benché prescritte.

 

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