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Corruzione del pm Olindo Canali, nell’inchiesta entra anche il boss Pippo Gullotti. La lettera partita dal 41 bis e le accuse, a scoppio ritardato, del pentito Carmelo D’amico. Il viaggio del “Testamento” del magistrato brianzolo, diffuso – per la Procura di Reggio Calabria – per riaprire il processo Alfano. I nodi da sciogliere

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Il magistrato Olindo Canali

Il magistrato Olindo Canali

Un “testamento”, scritto da un magistrato e affidato a un giornalista, obbligato a non divulgarlo se non in un caso estremo.

Una lettera, partita dal carcere, vergata da un detenuto eccellente al 41 bis da 22 anni e contenente un messaggio criptato.

Le dichiarazioni di uno degli esponenti di vertice dell’organizzazione criminale barcellonese degli anni duemila  autore di decine di omicidi, fatte a un anno di distanza da quando nel 2014 è divenuto collaboratore di giustizia.

Il Testamento, la lettera, le dichiarazioni del “pentito”.

Sono questi i tre tasselli fondamentali che la Procura di Reggio calabria ha assemblato per arrivare a un’ ipotesi processuale precisa, condensata in un avviso di conclusioni indagini, che ipotizza per il magistrato, il boss in carcere e il collaboratore di giustizia il reato di corruzione aggravata dal favoreggiamento alla mafia.

I personaggi

Il magistrato è Olindo Canali. Da sostituto procuratore del Tribunale di Barcellona, tra le altre, ha coordinato l’inchiesta e sostenuto l’accusa nel processo che ha portato alla condanna definitiva per il mandante e l’esecutore materiale dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano, avvenuto l’8 gennaio del 1993. Nel “Testamento”, tuttavia ha seminato molti dubbi sulla verità processuale che si è raggiunta e sull’attendibilità del testimone principale, Maurizio Bonaceto, la cui collaborazione aveva gestito.

Scritto nel 2006, il “Testamento” è stato depositato nel processo d’appello Mare nostrum alla mafia barcellonese nebroidea nell’udienza del 9 marzo del 2009. Il conseguente putiferio portò al trasferimento per incompatibilità ambientale di Canali al Tribunale civile di Milano, dove si trova attualmente.

Il boss autore della missiva che a fine del 2008 superò la censura del 41 bis è Pippo Gullotti: riconosciuto colpevole con sentenza passata in giudicato come mandante dell’omicidio Alfano, all’epoca era imputato proprio in “Mare nostrum” per associazione mafiosa e per un duplice omicidio (quello di Pippo Iannello e Giuseppe Benvenga).

L’accusa

Secondo il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Gaetano Paci, Canali ha scritto e recapitato il Testamento a uno dei legali di Gullotti, Franco Bertolone, in modo che questi lo usasse a favore del suo cliente, nel processo Mare nostrum e per tentare di ottenere la revisione del processo Alfano, in cambio di denaro. Tanto denaro, corrisposto da Salvatore Rugolo, il cognato di Gullotti: medico e consulente tecnico del Tribunale di Barcellona con Canali intratteneva una frequentazione pubblica (evidenziata nell’informativa Tsunami dei carabinieri del 2005).

Morto da incensurato il 26 ottobre del 2008, Rugolo – sempre secondo l’ipotesi dei magistrati reggini – a sua volta il denaro lo chiese a Carmelo D’amico, il teste chiave. Questi oltre a Canali chiama in causa anche l’ex procuratore generale Franco Cassata, indagato ma non destinatario dell’avviso di conclusioni indagini.

 

Le dichiarazioni del collaboratore

Nel 2015 Carmelo D’amico raccontò agli inquirenti: “Tra il 2007 e il 2008, vidi passare Rugolo a bordo della jeep. Mi fece segno di seguirlo e io obbedii. Ci incontrammo. Nell’occasione mi disse che c’era la possibilità di riaprire il caso Alfano e di sistemare Mare nostrum, che ne aveva parlato con Canali e con Cassata e che bisognava pagare 600 mila euro. I soldi li avrei dovuti dare io che all’epoca avevo grande disponibilità. Rugolo mi disse che 300 mila erano per Canali e 300 mila per Cassata. Io accettai. Precisai però che avrei pagato 100 mila euro a colpo, ossia in corrispondenza di qualche risultato positivo in quei processi. Dopo qualche tempo, a metà del 2008 ci siamo incontrati e gli consegnai 100 mila euro in contanti. Dopo qualche tempo incontrai Rugolo che mi confermo di avere consegnato 50 mila euro a Canali e 50 mila a Cassata. Rugolo non mi disse come Canali e Cassata sarebbero intervenuti a favore di Gullotti. Ero pronto a sborsare gli altri soldi se avessi visto dei risultati, che però sino alla data del mio arresto avvenuto agli inizi del 2009 non vidi. Successivamente seppi che Gullotti era stato assolto nel processo Mare nostrum“.

L’intermediario Salvatore Rugolo muore: “Qualche mese dopo che gli consegnassi i 100 mila euro“, ricorda D’amico. Precisamente, in un incidente stradale. Ma a fine del 2018 a Barcellona arriva una lettera. E’ firmata da Pippo Gullotti ed è diretta ad un suo parente.

Sulle tracce di questa lettera gli inquirenti vengono messi dallo stesso collaboratore. E scoprono che esiste davvero.

E’ su questa missiva che si basa l’accusa di concorso in corruzione a Gullotti, in prima battuta, nel primo avviso di conclusioni indagini ora aggiornato, lasciato fuori dall’inchiesta.

Gullotti al termine del processo Mare Nostrum viene condannato per associazione mafiosa a 14 anni, ma assolto per l’omicidio di Iannello e Benvenga (decisione confermata dalla Cassazione): il Testamento di Canali – a leggere le motivazioni – non ha avuto alcuna rilevanza. Decisiva è stata invece la ritenuta non attendibilità del collaboratore Maurizio Avola, su cui era stata fondata la condanna all’ergastolo in primo grado.

La lettera e l’interpretazione del boss D’amico

La lettera mi fu sottoposta. Notai che c’era scritto una frase del tipo “Si devono portare i soldi…”. In quella lettera Gulloti sembrava si riferisse alla necessità di consegnare dei soldi agli avvocati, ma Io capii subito che si riferisse al denaro che doveva essere consegnato a Canali e Cassata. Io non feci nulla perché non sapevo come avvicinare quei magistrati. Successivamente fui arrestato“, ha raccontato D’amico.

 

Il viaggio del Testamento

E’ un dato accertato processualmente che il Testamento fu scritto l’11 gennaio del 2006 e fu affidato al giornalista della Gazzetta del sud Leonardo Orlando. “Lo devi rendere pubblico solo se verrò arrestato”, gli raccomandò Canali, la cui paura di finire in carcere nasceva proprio dai suoi rapporti con Salvatore Rugolo, finiti in quel periodo all’attenzione della magistratura reggina.

Invece, il memoriale di tre pagine entrò ben presto in possesso di diverse persone. Il modo in cui questo documento si diffuse meriterebbe un lungo capitolo. “Io non l’ho dato a nessuno. Non ne avevo colto neppure l’importanza. Qualche settimana dopo l’ho solo fatto leggere al bar all’avvocato Fabio Repici. Dopo qualche mese ancora, lo stesso Repici mi telefonò e mi disse che ce l’avevano varie persone senza dirmi chi. Tempo dopo ancora Canali mi contattò per contestarmi che questo documento circolava a Barcellona e per chiedermi se lo avessi diffuso io“, ha raccontato il giornalista il 10 ottobre del 2011 ai magistrati della Procura di Reggio calabria.

Fatto sta che a depositarlo al processo Mare Nostrum è il legale Bertolone che ha dichiarato di averlo ricevuto nella buca della posta.

Emerse poi che qualche mese prima, il 2 dicembre del 2008, il sostituto della Procura di Messina Rosa Raffa aveva già interrogato Canali, che riconobbe come suo il “Testamento”  esibito.

Dopo l’interrogatorio della Raffa Canali mi chiamò per lamentarsi che il “Testamento” era stato diffuso. “Io non l’ho dato a nessuno”, ho ribadito. Seppi in quell’occasione che era stato Repici a fare qualche tempo prima l’esposto. Solo dopo che il Testamento divenne pubblico Repici mi telefonò e mi disse: “Non ti preoccupare ho detto a chi di dovere chi me l’ha dato. Non ti posso dire chi è“, raccontò sempre Orlando a Reggio Calabria.

Canali ha spiegato il movente, ma non ha mai raccontato le ragioni e soprattutto gli scopi per cui ha scritto il memoriale, che consegnò comunque a un giornalista che sapeva essere in ottimi rapporti con l’avvocato Repici, il legale della famiglia Alfano, ovvero chi poteva essere danneggiato dal documento di tre pagine.

 

A seguire l’ipotesi accusatoria…qualcosa non fila

Riassumendo, Canali ha scritto il “Testamento” nel 2006 e lo ha affidato a un giornalista.  La copia, a distanza di qualche mese, entra nelle mani di diverse persone o comunque nella loro sfera di conoscenza: tra questi Repici. L’ avvocato per due anni, almeno sino a quando non arriva a conoscenza della Procura di Messina, non fa niente.

Canali stesso già nel 2008 viene a conoscenza della diffusione indiscriminata, ma se ne sta con le mani in mano pure lui, salvo lamentarsi con il giornalista che sospetta essergli stato infedele.

Nel 2015, D’amico, collaboratore da 2 anni, si ricorda che a metà del 2008, quando il Testamento era già diffuso e Canali contestava a Orlando la diffusione, diede i soldi a Rugolo per pagare Canali in modo che questi diffondesse il memoriale e così si tentasse di riaprire il processo Alfano e di “aggiustare” Mare nostrum.

Gullotti dal canto suo, dal 41 bis – a seguire l’imputazione –  doveva essere stato informato che il cognato nel 2008 è impegnato a corrompere il giudice perché diffondesse un documento che a Barcellona già hanno in molti e sa pure che non sono stati pagati tutti i soldi. Morto il cognato, scrive una lettera che – secondo l’interpretazione che ne dà D’amico – conteneva un ordine: continuare a pagare.

 

L’altra corruzione… prescritta

La sentenza di assoluzione per Carmelo D’amico e Salvatore Micale fu depositata dalla Corte d’assise di Messina il 20 novembre del 1999.

I due erano accusati del triplice omicidio Geraci-Raimondo-Martino, avvenuto il 4 settembre del 1993. Si trattava di una sentenza molto controversa perché nel corso del dibattimento una serie di testimoni avevano ritrattato, tra questi soprattutto la moglie di Geraci, sopravvissuto per un periodo all’attentato nel corso del quale aveva indicato ai parenti gli autori dell’imboscata proprio in D’amico e Micale.

Il pm Olindo Canali che aveva sostenuto l’accusa, presenta appello il 7 aprile 2000. Ma il termine ultimo fissato dalla legge è il 3 aprile. Qualche giorno dopo, rinuncia all’appello per “errore di calcolo”. La sentenza diventa irrevocabile.

Questi i fatti. Per anni finiti nel dimenticatoio finché nel 2015 D’amico non fa le sue rivelazioni. Tirano sempre in ballo il defunto Salvatore Rugolo e costano a Canali la seconda imputazione per corruzione aggravata: “Negli anni 1997/98 notai Rugolo frequentarsi con notevole assiduità con il magistrato Canali. La cosa mi sorprese molto perché per noi Canali era il nemico numero uno. In quel periodo ero sotto processo per il triplice omicidio. Per caso incontrai Rugolo. Nel corso della chiacchierata gli dissi: “Canali mi sta processando per il triplice omicidio. Non gli puoi chiedere se può fare qualcosa?” “Ti faccio sapere”, mi rispose.  Dopo alcuni giorni mi venne a cercare e mi disse: “Ci vogliono cento milioni per sistemare il processo”. Andai da Eugenio Barresi (esponente di vertice dell’organizzazione mafiosa, ndr) che mi disse che per lui andava bene. Dalle sue risposte capii che sapeva già tutto. Qualche giorno dopo Barrresi mi fece avere i soldi avvolti in un sacchetto di carta, che io consegnai a Rugolo. Nell’occasione questi mi disse che Canali gli aveva detto che io avrei dovuto avvicinare la moglie di Geraci, in modo da convincerla a dichiarare in udienza che suo marito non aveva riconosciuto i killer. La moglie di Geraci, che aveva prima testimoniato contro di me, prima di deporre mi fece l’occhiolino. Canali se ne accorse ma fece finta di nulla. Chiese nei miei confronti la condanna a trent’anni. Ma fui assolto. I miei avvocati, Giuseppe Lo Presti e Tommaso Calderone, mi avvisarono che il pm l’avrebbe sicuramente appellata. Dopo qualche giorno mi incontrai con Rugolo e gli consegnai i restanti 50 milioni di lire. Gli dissi: “Vedi che il processo deve finire”. “Non preoccuparti”, mi rispose. Canali in effetti fece appello in ritardo. Rugolo qualche tempo dopo ridendo mi disse che Canali aveva fatto un poco di scena, facendo finta di sbagliare i conti“, ha dichiarato il collaboratore, che già in precedenza, all’inizio della collaborazione, si era autoaccusato del delitto.

I fatti sono risalenti a 19 anni fa e il reato ampiamente prescritto. Olindo Canali, però, ha rinunciato alla prescrizione.

Pentito sul filo del rasoio

La tenuta delle dichiarazioni di D’amico rispetto a questa imputazione dipende dalla risposta positiva a una domanda: Canali conosceva e frequentava Rugolo sin dal 1997/1998 e prima comunque che il processo “aggiustato” finisse?

Il magistrato nel corso di un interrogatorio tenuto il 16 aprile 2009, 6 anni prima delle accuse di D’amico, davanti al capo della Procura di Reggio, Giuseppe Pignatone, spiegò: “Conobbi Rugolo per la prima volta nel 2000. Ebbi un malore nel corso di una requisitoria e mi soccorse in Tribunale“.

 

L’irresponsabilità dei magistrati e la credibilità della giustizia

Nonostante Canali non avesse impugnato una controversa sentenza di assoluzione nei confronti di due killer della mafia e avesse quindi così oggettivamente favorito la loro l’impunità, rimase tranquillamente al suo posto, a Barcellona, e nessun provvedimento disciplinare fu mai assunto dal Consiglio superiore della magistratura. Come se nulla fosse, benché la mancata presentazione dell’appello fosse a conoscenza tra gli addetti ai lavori e minasse la sua credibilità di magistrato oltre ad esporlo a ricatti di ogni sorta.

Nessun provvedimento disciplinare venne assunto neppure quando emersero i rapporti di frequentazione pubblica, giunti all’attenzione della Procura di Reggio Calabria, di Canali con Salvatore Rugolo: quest’ultimo, per quanto incensurato, era sempre il cognato e il figlio del boss di Barcellona e questo in un ambiente piccolo come quello della cittadina del Longano lo esponesse a insinuazioni e dubbi. O ad accuse postume che attentano alla fiducia dei cittadini nella giustizia, com’è puntualmente accaduto.

Né mai il magistrato brianzolo stesso, neppure a seguito di questi fatti, ha sentito l’esigenza di cambiare aria, chiedendo il trasferimento, che arrivò forzatamente a distanza di 18 anni dal suo insediamento a Barcellona solo dopo l’approdo davanti all’autorità giudiziaria del “Testamento”.

Anzi, nel frattempo trovò pure il tempo di avventurarsi in un’iniziativa senza precedenti: spargere dubbi e veleni, nero su bianco in un documento che poteva giungere a chicchessia, su una verità processuale che egli stesso aveva contribuito a realizzare.

 

Teoremi e…. assoluzioni

Il “Testamento” fu già fonte di guai giudiziari per Canali. Dopo il deposito a Mare Nostrum, il magistrato venne chiamato a testimoniare. Sulla base delle sue risposte, l’avvocato Repici lo denunciò per due ipotesi di falsa testimonianza.

Fu processato, ma assolto dopo tre gradi di giudizio “perché il fatto non sussiste”.

La paura Cassata… fa brutti scherzi

Il collaboratore di giustizia Carmelo D’amico, boss di Barcellona e autore di efferati omicidi, non ne ha parlato nel verbale illustrativo della collaborazione; non ne ha parlato nei 180 giorni dall’inizio della collaborazione, come prevede la legge; non se n’è ricordato, incalzato dal pm e dagli avvocati di parte civile nel corso di alcuni processi in cui è stato chiamato a testimoniare su fatti strettamente connessi, come nel processo d’appello a Saro Cattafi, imputato di essere il capo della mafia di Barcellona; né nel corso del processo sulla presunta “Trattativa tra lo Stato e la mafia”.

Ma ad aprile del 2015, a un anno dall’inizio della collaborazione, chiede con urgenza di essere sentito dai magistrati e mette nero su bianco le nuove dichiarazioni che riguardano Canali e Cassata.

Non ho riferito prima queste cose perché non le ricordavo in maniera cosi precisa e perché continuo ad avere paura di un personaggio come Cassata, molto potente, che ha dalla sua parte appartenenti alla forze armate, carabinieri ecc“, si è giustificato.

 

Cattafi, il capo della mafia di Barcellona ha rischiato di essere ammazzato 2 volte dai sottoposti. Il collaboratore Siracusa irrompe nel processo d’appello. Le incongruenze delle dichiarazioni e il giallo della Smart

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Cattafi foto 2Nel 1993 Carmelo D’amico aveva avuto ordine di ammazzarlo perché ritenuto autore della soffiata che aveva portato alla cattura di Nitto Santapaola. Il killer Mimmo Tramontana tra il 2000 e il 2001 lo voleva ammazzare perché lo riteneva un confidente dell’autorità giudiziaria.

Condannato a 14 anni di reclusione con l’accusa di essere il capo della mafia di Barcellona, Saro Cattafi ha rischiato di morire per mano di due degli uomini più spietati dell’organizzazione di cui era ai vertici.

Dopo il collaboratore di giustizia D’amico, che ha raccontato che Cattafi sfuggì alla morte solo perché egli non riuscì a trovare il momento propizio per eseguire l’ordine che gli diede il boss Sam Di Salvo prima che arrivasse il contrordine, è la volta di Nunziato Siracusa, 45 annni, esponente di rilievo della mafia del Longano e scudiero di Tramontana.

L’ultimo dei collaboratori, detto u cuccu, ha svelato la ferma intenzione di Tramontana non avallata, però, dai boss Sam Di Salvo e Giovanni Rao.

Come D’amico, alla vigilia dell’estate del 1993 nel corso di una mangiata in una masseria aveva saputo che Saro Cattafi era “un amico nostro”, così in un contesto analogo Siracusa, 4 anni dopo, in una stalla ha saputo che Cattafi “era un amico nostro”.

I racconti dell’ultimo collaboratore di giustizia, arrivano nel processo d’appello a carico dell’avvocato di Barcellona, arrestato nell’ambito dell’inchiesta Gotha 3 il 24 luglio del 2012.

Quando l’istruzione dibattimentale sembrava chiusa, la pubblica accusa ha chiesto al presidente della Corte d’appello che il collaboratore sia esaminato. E hanno depositato i verbali e gli accertamenti a riscontro delle sue dichiarazioni.

Tre le vicende narrate: la mangiata “illuminante”; l’intenzione di Tramontana di ucciderlo; l’accoglienza dal carcere di Gazzi riservata nel 2012 a Cattafi.

LA MANGIATA E… LA SMART

La Smart, l’auto a due posti prodotta dalla Mercedes Benz, è stata immessa in commercio per la prima volta nell’ ottobre del 1998. Ma il boss di Barcellona Sam Di salvo a bordo di questa auto si è recato in una stalla di Barcellona di contrada Carmine ad un summit di mafia a cui parteciparono i boss Pippo Gullotti, Giovanni Rao e Saro Cattafi: il fatto è avvenuto prima del 12 febbraio del 1998, quando Gullotti fu arrestato come mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano e dal carcere non è più uscito.

Chi accompagnava Sam Di Salvo ne è sicuro.

Nunziato Siracusa lo ha detto e lo ha ripetuto più volte nel corso dell’interrogatorio reso ai sostituti della Direzione distrettuale antimafia di Messina, Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo.

“Tra il 1997/1998 ci fu una mangiata in una stalla di proprietà di Luigi Crisafulli. Questi era vicino a Sam Di Salvo ma non faceva parte dell’associazione, aveva un fratello che era della Guardia di Finanza. Io ci arrivai con Di Salvo, a bordo di una Smart grigia, l’auto ha due posti. Luigi stava già facendo la carne. Gullotti e Rao arrivarono per conto loro. Poi arrivò una macchina da cui scese Cattafi. L’auto andò via. Di Salvo di Cattafi mi disse: “E’ n’amicu nostru” ”, ha spiegato Siracusa.

 

RISCONTRI BALLERINI

I pm Di Giorgio e Cavallo hanno chiesto ai Ros dei carabinieri i riscontri alle dichiarazioni di Siracusa. La descrizione del casolare fatta da Siracusa è risultata perfettamente attendibile.

Diverso esito, invece, ha avuta un’altra richiesta dei pm: “Di Salvo in quel periodo avesse la disponibilità, anche indiretta, di un’autovettura Smart?”.

I Ros hanno risposto: “Dai controlli di polizia a carico del pregiudicato, non emerge che lo stesso negli anni negli anni 97/98, sia mia stato controllato a bordo di un’autovettura Mercedes Smart”.

Ma che Sam Di Salvo non potesse viaggiare a bordo di una Smart è dato rinvenibile ad esempio su Wikipedia: “ …. La produzione viene allora interrotta e il lancio, previsto per il marzo 1998, viene posticipato ad ottobre dello stesso anno”.

Non solo, incrociando i periodi di reclusione dei partecipanti alla mangiata è emerso che – come scrivono i Ros – “detto incontro si è potuto tenere solo tra il 3 novembre del 1997 e il 9 febbraio del 1998, periodo in cui  Nunziato Siracusa era agli arresti domiciliari”.

Dunque, quest’ultimo ha potuto incontrare Gullotti, Rao, Di Salvo e Caffafi, solo violando la misura cautelare: circostanza questa a cui non ha fatto alcun cenno nel corso dell’interrogatorio.

CATTAFI CAPO MAFIA E CONFIDENTE

“Intorno al 2000, ero imputato insieme a Tramontano nel processo per l’estorsione a Palano. Tramontano andava spesso in escandescenza. Il processo fu caratterizzato da molte tensioni. Il pm era Olindo Canali. Tramontano vide più volte Cattafi parlare con Canali durante le pause. Era convinto fosse un confidente. “L’amu mazzari a chistu cà, l’amu mazzari”, mi ripetè più volte. Tramontano era uno che poteva decidere di ammazzare una persona, però io ci dicia: “Ciù dicisti a Barcellona?”.

Tramontano un giorno mi disse: “Ciu vo’ dire pi favuri a Rao chi l’avi a mazzari?”. Io lo chiesi prima a Sam di Salvo che osservò: “E’ n’amicu…. e poi sunnu cumpari cu Pippu (Gullotti, ndr)”. Ma mi disse parlane con mio fratello Rao. Rao rispose: “Lassa stari, levici manu, cià diri mi ci leva mani”. “.

Siracusa ha spiegato che in genere quando Tramontano e lui decidevano di fare un omicidio Rao e Di Salvo rispondevano: “Se lo ritenete opportuno … se è necessario …”. Mentre in questo caso le cose erano andate diversamente. “Ah, ndamu a teniri u cunfidenti intra”, commentò Tramontana (ammazzato a giugno del 2011, ndr). Tramontana era convinto fosse un confidente e basta, non mi disse mai che era un componente dell’organizzazione”, ha precisato U Cuccu.

L’ACCOGLIENZA… AL FRESCO

“Quando Cattafi entrò in carcere a luglio 2012 fu messo nella stanza al primo piano nella sezione camerotti con Gaetano Chiofalo: poiché quest’ultimo aveva avuto sempre problemi di convivenza, era nella sezione destinata ai palermitani. Gli associati Mariano Foti e Nicola Cannone, esponente quest’ultimo della mafia degli anni 90, erano in una cella al piano di sopra, riservata ai barcellonesi. Quando io arrivai dal carcere di Larino chiesi a Cannone: “Comu mai non vu nchianastivu supra?”. Cannone mi rispose: “Si è voluto stare sotto così non dà nell’occhio. Essendo che poi lo mettono associato a noi a tutti i barcellonesi, perché i barcellonesi eravamo tutti su”, ha narrato Siracusa.

Su richiesta dei due sostituti, i Ros hanno riscontrato positivamente l’ubicazione di cella e i vari spostamenti all’interno del carcere di Gazzi e tra le carceri descritti da Siracusa.