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IL COMMENTO: Inchieste del Cas, il direttore generale Salvatore Pirrone e il funzionario Gaspare Sceusa rischiano di finire in carcere per tre reati inesistenti. Il tintinnio di manette e la frana…. della Procura, arginata solo in parte dal Gip Eugenio Fiorentino. Il ruolo del consulente tecnico e le 22 ipotesi di reato contestate

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Il direttore generale Salvatore Pirrone

Il direttore generale del Consorzio autostrade siciliane Salvatore Pirrone

 

Può un pubblico amministratore che ordina in via d’urgenza dei lavori per fermare una frana fonte di pericolo per le persone essere accusato del reato di Disastro ambientale punito con una pena da 5 a 15 anni e rischiare la misura cautelare del carcere perché i lavori non sono stati eseguiti adeguatamente dalla ditta incaricata e il pericolo della frana – secondo un consulente del pubblico ministero – permane?

A questa domanda un qualunque cittadino dotato di semplice buon senso e di elementare cultura giuridica risponderebbe con un no, accompagnato magari da un tono di indignazione, tanto la risposta è scontata.

Eppure, ciò che per un semplice cittadino sarebbe inimmaginabile, è realmente accaduto.

E’ accaduto al direttore generale del Consorzio autostrade siciliane Salvatore Pirrone e al direttore tecnico dello stesso ente pubblico che ha la gestione delle autostrade siciliane, Gaspare Sceusa.

Il sostituto procuratore della Repubblica Anna Maria Grazia Arena ipotizzando nei loro confronti il reato di Disastro ambientale aveva chiesto la custodia cautelare in carcere.

Per un terzo funzionario del Cas Antonio Spitaleri, il pm aveva domandato il Divieto di dimora in provincia di Messina.

Il giudice per le indagini preliminari, Eugenio Fiorentino, non ha accordato le misure.

Ma non perché ha ritenuto non configurabile questo gravissimo reato (previsto dall’art. 452 quater del cod. pen.), ma perché ha considerato sufficiente a neutralizzare il pericolo di reiterazione del reato la misura della sospensione delle funzioni per 12 mesi.

Il peccato originale della frana

La frana è quella che il 5 ottobre del 2015 interessa l’autostrada Messina Catania, determinando nei pressi di Letojanni la chiusura dell’intero tratto di autostrada in direzione della città etnea. La Procura di Messina apre un’inchiesta.

Il Consorzio interviene il giorno stesso. Vengono affidati i lavori a una ditta di Letojanni, la Musumeci Spa, con procedura di somma urgenza e quindi affidamento diretto. Costo totale 500 mila euro. I lavori iniziano il 27ottobre 2015 e terminano il 26 gennaio del 2016.

Qualche giorno dopo viene aperta l’autostrada sia pure ad una corsia.

Il 26 novembre 2016, un anno dopo, in seguito ad abbondanti precipitazioni dei detriti cadono sull’autostrada: non fanno danni e la corsia viene chiusa solo per poche ore.

Pietro Concetto Costa, ingegnere di Catania, nominato consulente dal sostituto Anna Maria Grazia Arena titolare dell’inchiesta per accertare le cause della frana del 5 ottobre del 2015 e le eventuali responsabilità, ha analizzato pure i lavori che il Cas ha messo in cantiere in via d’urgenza a seguito della frana.

E ha concluso che l’opera realizzata in somma urgenza non è adeguata a proteggere la pubblica incolumità, in specie gli automobilisti.

In base a queste valutazioni e a quanto capitato un anno dopo con il crollo di detriti, il pubblico ministero e Giudice per le indagini preliminari hanno contestato ai funzionari che hanno avuto un ruolo nei lavori il reato di Disastro ambientale.

Se le accuse poggiano su un costone di sabbia

Si può mai sostenere che la costruzione di un’opera di contenimento fatta d’urgenza per evitare proprio il disastro ambientale e per proteggere la pubblica incolumità, sia pure fatta male, possa configurare in capo all’amministratore pubblico il reato che commette chi per esempio scarichi a mare migliaia di tonnellate di sostanze chimiche inquinanti o appunto determina il dissesto idrogeologico?

Certo che no.

Peraltro il consulente della Procura, il sostituto procuratore e il Gip,  a leggere l’ordinanza, valutano l’opera come se fosse l’opera definitiva per risolvere il problema.

E invece non è così.

Seppure la frana da allora non si è mossa più, il Cas ha nel frattempo elaborato un progetto definitivo che per risolvere definitivamente il problema prevede un costo di 12 milioni di euro.

Il diritto è buon senso

Ma non è solo il buon senso e la logica a sconfessare la tesi del sostituto Maria Grazia Arena e del Gip Fiorentino.

Basta leggere la norma del’articolo 452 quater del codice penale. Che hanno letto pure pubblico ministero e Gip, prendendone però – come si capisce scorrendo l’ordinanza di misure cautelari – solo un pezzetto.

La norma stabilisce che è disastro ambientale:  l’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema; oppure  (seconda ipotesi), l’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali; oppure, terzo caso, l’offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto e l’estensione compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone esposte a pericolo.

Il sostituto Arena e il Gip Fiorentino convergono sul terzo caso e in sintesi dicono: siccome le opere non sono state fatte bene e siccome c’è ancora il pericolo per le persone allora i due funzionari hanno commesso il reato di disastro ambientale.

Entrambi i magistrati però si concentrano sull’offesa alla pubblica incolumità, e dimenticano che la norma (il terzo caso) impone che la condotta tacciabile di Disastro ambientale abbia comunque determinato una compromissione o un fatto di alterazione della natura o dell’ecosistema e solo in conseguenza di ciò ci sia un’esposizione a pericolo per le persone.

I lavori di contenimento della frana hanno arrecato una grave compromissione o alterazione dell’ecosistema?

La risposta è elementare.

Senza contare che manca in ogni caso completamente nella condotta il dolo, necessario per contestare questo reato.

Il paradosso del tintinnio di manette

Il consulente della Procura nella sua perizia ha evidenziato che la frana del 5 ottobre 2015 è frutto di una serie di condotte illegittime tenute dai proprietari di alcuni villaggi turistici e di civili abitazioni ubicate a monte della frana e di alcune condotte omissive di taluni funzionari che non si erano attivati per prevenire le frana pur avendone l’obbligo.

In dieci sono stati iscritti sul registro degli indagati per Disastro ambientale, ma per nessuno di loro è stata assunto alcuna misura cautelare, richiesta e disposta per coloro (i tre funzionari del Cas sospesi dal Gip Fiorentino, appunto) che invece hanno cercato di bloccare gli effetti del fenomeno franoso.

Il peculato…. per aver pagato quanto dovuto

 

Per la verità, Pirrone, Sceusa e Spitaleri sono accusati pure di peculato e anche per questo reato il pm aveva chiesto la misura cautelare del carcere.

Ma anche questa imputazione, condivisa dal Gip Fiorentino, avrà di che far divertire gli avvocati e il Tribunale del Riesame, un po meno gli indagati.

La colpa dei tre è di aver liquidato di fatto 40 mila euro ai due progettisti dell’opera utilizzando una sorta di “copertura”.

Nella ricostruzione del sostituto Arena, i due progettisti (un ingegnere e un geologo) li nomina la ditta, che si era impegnata a effettuare solo i lavori, ma doveva nominarli la stazione appaltante Cas.

Poi però li paga il Cas attraverso lo “schermo”  di una perizia di variante in corso d’opera approvata dai vertici del Cas che porta l’importo dei lavori dai 400 mila euro inizialmente previsti a 500 mila.

Ai due professionisti vanno in tutto 40 mila euro.

Ora, il peculato è il reato del pubblico ufficiale che si appropria di un bene o di denaro della pubblica amministrazione di cui ha il possesso e può comportare una pena sino a 10 anni e 6 mesi.

Pur volendo ritenere verosimile la dietrologica ricostruzione del sostituto Arena sulla perizia di variante usata da “copertura”, ricostruzione fondata solo su deduzioni e nessun elemento di prova,  viene subito da porsi una domanda: Pirrone, Sceusa e Spitaleri si appropriano dei 40 mila euro?

Certo che no.

Forse pagano chi non ne ha diritto, al solo scopo, in ipotesi, di appropriarsi poi della somma in virtù di un accordo illecito a monte con gli stessi percettori, di una parte del denaro?

No.

E’ lo stesso Gip Fiorentino ad affermare che “i due professionisti hanno svolto effettivamente il lavoro e hanno diritto ad essere pagati”.

E allora come è possibile che due magistrati abbiano ritenuto che i tre abbiano commesso questo reato?

La risposta è impietosa: la lettura parziale e dunque errata già sotto il profilo della ratio della norma, di una massima di una sentenza del 2017 della Corte di cassazione.

Basta leggere l’ordinanza di misure cautelari firmata da Fiorentino per comprenderlo.

Il sostituto e il Gip per sostenere che la condotta dei tre pubblici funzionari sia peculato e non abuso d”ufficio (reato meno grave, che non consente gli arresti) citano i giudici con l’ermellino: “L’utilizzo di denaro pubblico per finalità diverse da quelle previste integra il reato di abuso d’ufficio qualora l’atto di destinazione avvenga in violazione delle regole contabili sebbene sia funzionale alla realizzazione, oltre che di indebiti interessi privati, anche di interessi pubblici“, scrive la Corte di Cassazione: ciò che potrebbe calzare a pennello alla condotta cosi come ricostruita dalla Procura che si fonda sul fatto che la perizia di variante di 100 mila euro sia stata fatta con lo scopo di far pagare al Cas chi doveva pagare invece la ditta.

La Cassazione continua: “mentre integra il più grave reato di peculato l’atto di disposizione compiuto in difetto di qualsiasi motivazione o documentazione ovvero in presenza di una motivazione di copertura formale per finalità esclusivamente private ed estranee a quelle della pubblica amministrazione“, affermano ancora i magistrati del massimo organo della giurisdizione.

“L’esistenza della “copertura formale” data dalla perizia di variante”, chiosa il Gip Fiorentino in accordo con il sostituto Arena, “propende per la contestazione del reato di peculato”.

Anche in questo caso i due magistrati si concentrano sulla “copertura”, che è una modalità dell’azione, e si coprono gli occhi sulla finalità della condotta richiesta dalla Cassazione perché possa essere contestato il peculato: le finalità esclusivamente private.

Hanno i tre funzionari del Cas un interesse esclusivamente privato nel far pagare i due professionisti (che, si ripete, ne avevano il diritto) attraverso la “copertura” della perizia di variante?

La risposta anche in questo caso è elementare.

E’ lo stesso sostituto procuratore a sostenere che i due professionisti andassero nominati e pagati dal Cas.

Se almeno una volta il Gip boccia il pm

Il sostituto procuratore Anna Maria Grazia Arena nelle sue richieste si era spinta anche oltre.

Aveva infatti chiesto la custodia in carcere per Pirrone e Sceusa e il divieto di dimora per Spitaleri anche per un altro reato: la frode in pubbliche forniture, punito con la reclusione sino a 5 anni.

Secondo la ricostruzione del magistrato, che ha pedissequamente fatto sue le conclusioni cui è giunto il consulente Certo, nel computare il costo dell’opera i pubblici funzionari avevano applicato solo in parte il prezziario dell’ Anas in modo da far lievitare i costi a vantaggio della ditta..

Il Gip Fiorentino su questo punto l’ha bocciata.

Ci ha messo poco il giovane giudice a ravvisare che il sostituto non aveva letto e applicato  correttamente la norma del codice penale. Ha, infatti, evidenziato che la frode nelle pubbliche forniture è reato che si realizza quando la ditta non si attiene nell’esecuzione dei lavori a quanto si è impegnata nel contratto: mentre in questo caso, si verte chiaramente in ipotesi completamente diversa.

 

Un alluvione di… reati

Il lavoro certosino del consulente della Procura ha portato il sostituto procuratore Arena a contestare oltre ai tre gravi reati per cui aveva chiesto la misura cautelare in carcere anche 19 ipotesi dei reato di abuso d’ufficio e falso ideologico: una ipotesi per ogni irregolarità riscontrata nella procedura amministrativa da chi è esperto di ingegneria e non certo di diritto amministrativo.

In media, secondo il pm, questo lavoro svolto con procedura di somma urgenza in 3 mesi e costato 500 mila euro sarebbe stato contrassegnato da un reato ogni 3 giorni.

Un consulente molto certosino

L’ingegnere Certo fu uno dei consulenti incaricati dalla Procura di fare luce sulle cause dell’alluvione di Giampilieri e Scaletta che il 2 ottobre del 2009 determinò la morte di 39 persone.

Sulla scorta della perizia, la Procura incriminò tecnici e ingegneri autori di opere risalenti a decenni prima. Ma il Tribunale, già in primo grado, li ha assolti tutti.

Cas, il licenziamento di 24 esattori divide i giudici del Lavoro. Assunti nel 2005 al posto dei “riservisti” sono rimasti in servizio sino al 2014. Le tappe della vicenda già all’esame dei giudici penali e contabili

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I lavoratori del Cas in riunione sindacale

I lavoratori del Cas in riunione sindacale

Il Giudice del lavoro di Messina, Laura Romeo, rigettando il ricorso proposto da 10 dipendenti (assistiti dall’avvocato Emanuele De Francesco), non solo ha considerato il loro licenziamento legittimo ma ha ordinato la trasmissione della carte alla Procura della Repubblica e alla Procura della Corte dei conti per verificare l’operato dei vertici del Consorzio per le autostrade siciliane che hanno ritardato 6 anni il licenziamento di un gruppo di 24 esattori.

Il Giudice del lavoro di Patti, Mauro Mirenna, invece, qualche settimana prima aveva ritenuto che la risoluzione del rapporto di lavoro fosse illegittimo e ha ordinato la reintegrazione di un lavoratore (assistito da Salvatore Iannello, dell’ufficio legale del sindacato Cub) e il pagamento di tutte le retribuzioni non pagate dal momento della risoluzione del rapporto decretato, per tutto il drappello dei 24, il 13 novembre del 2014 dall’allora direttore generale dell’ente regionale che gestisce i 300 chilometri di autostrada siciliana, Maurizio Trainiti .

LA STORIA

Il licenziamento dei 24 è arrivato al termine di una vicenda che si trascinava da un decennio, finita già prima che il Giudice Romeo si pronunciasse all’esame della magistratura penale e contabile.

I 24 lavoratori licenziati erano stati assunti il 12 maggio del 2005: il Consorzio aveva bandito un concorso a 49 posti di Assistente tecnico esattoriale (casellanti). Per legge la metà di questi posti dovevano essere riservati alle categorie protette. Il Consiglio direttivo del Cas, però, della legge se ne infischiò e pescò tutti i 49 solo nella graduatoria generale.

I cosiddetti “riservisti” si rivolsero al Tribunale del Lavoro che il 25 gennaio del 2008 ordinò l’assunzione dei 24 discriminati “previa disapplicazione della delibera che aveva assunto i colleghi”. Risultato? I 24 riservisti furono assunti. Tuttavia, coloro che erano stati assunti al loro posto sono rimasti comunque in servizio.

“Visto che ci sono esigenze di personale attendiamo l’esito del giudizio d’appello”: fu questa la motivazione messa nero su bianco dal Cas.

Il 14 marzo del 2012 la sentenza di conferma della Corte d’appello: tutto, però, è rimasto immutato. Avverso quest’ultima sentenza 7 esattori (dei 24) hanno fatto ricorso per Cassazione, ancora pendente.

Passa il tempo, finchè con il fiato sul collo dei magistrati contabili e di quelli penali che nel frattempo hanno acquisito la relativa documentazione negli uffici di contrada Scoppo, il presidente Rosario Faraci e l’allora direttore Trainiti decidono di risolvere il rapporto dei 24: “La loro assunzione è avvenuta in violazione di legge e dunque è nulla”, questo il passaggio saliente del decreto.

I 24 non si rassegnano e la vicenda torna nei Tribunali.

ROMEO DIXIT

“Vero è che le sentenze che obbligano ad assumere i 24 non fanno riferimento alla risoluzione delle rapporto di coloro, ma poiché i posti banditi erano 49 l’esecuzione corretta della sentenza avrebbe imposto di licenziare: ciò di cui hanno consapevolezza quest’ultimi tanto che hanno partecipato come resistenti al processo. Né ha pregio l’argomentazione secondo cui comunque c’era la necessità di assumere più di 49 lavoratori posto che l’ente con il bando aveva manifestato la volontà di assumerne 49 e basta. Il rapporto di lavoro è stato costituto in violazione di una norma imperativa che imponeva il rispetto delle categorie protette e dunque è affetto da nullità”, ha in sintesi motivato Laura Romeo. Che nei ritardi ha intravisto una possibile responsabilità penale e contabile da parte dei vertici del Cas.

MIRENNA DIXIT.

Di diverso avviso il giudice Mirenna. “Le sentenze di primo grado e di appello hanno solo riconosciuto il diritto all’assunzione. Non contengono statuizioni condannatorie e dunque non ha efficacia esecutiva (come in genere le sentenze). Il Cas che non era dunque obbligato prima della fine del giudizio di Cassazione a licenziare. Fermo restando – ha ancora scritto il giudice – che l’amministrazione poteva scegliere di dare esecuzione alla sentenze. Ma poichè nella motivazione del provvedimento il Cas sembra manifestare la volontà di recepire le sentenze in quanto obbligato e non quella di esercitare liberamente la facoltà di risoluzione del rapporto, allora il licenziamento è illegittimo”, ha spiegato il giudice, il cui ragionamento può trovare applicazione solo per gli altri 6 esattori che si sono rivolti alla Cassazione.

Nelle prossime settimane, infatti, il licenziamento di quest’ultimi  e quello dei restanti 7 verrà esaminato da altri giudici diversi dalla Romeo e da Mirenna: a Patti e a Messina.

Tangenti al Cas, Bernava si difende: “Pagati i lavori di casa”. Il paradosso: il funzionario accusato di aver danneggiato la ditta che lo ha “ammorbidito”

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Agostino Bernava

Agostino Bernava

“Ecco i bonifici che dimostrano che ho pagato i lavori che mi sono stati fatti a casa sulla base di un regolare contratto d’appalto”. Agostino Bernava, il funzionario del Consorzio per le autostrade siciliane ai domiciliari da sabato 14 novembre con l’accusa di “Induzione indebita a dare o promettere altra utilità”, al Giudice per le indagini preliminari, Maria Luisa Materia, nel corso dell’interrogatorio di garanzia, ha portato la prova che all’imprenditore titolare dell’impresa cui il Cas aveva affidato alcuni lavori (quantificati in 40mila euro), ha pagato tutto quanto doveva per le prestazioni ricevute. “La mia è stata una leggerezza”, si è giustificato. “E stato però l’imprenditore a proporsi”. “In cambio, non ho promesso nulla né dato nulla, né potevo visto che al Cas non avevo un ruolo autonomo che mi consentiva di favorire alcuno. Tantomeno – ha precisato – ho preso denaro in contante”.

Il geometra, fratello del segretario confederale della Cisl, giunto al Cas nel 2008 e promosso (sino all’ottobre 2012) capo di gabinetto del Commissario straordinario, ha cercato con queste argomentazioni sopra riportate (in sintesi) fra virgolette, di tirarsi fuori dai guai giudiziari in cui si trova, rintuzzando il fatto più insidioso che gli viene contestato.

L’altro fatto oggetto di imputazione, invece, da quanto è possibile capire leggendo il comunicato stampa della Direzione investigativa antimafia, che ha condotto le indagini coordinate dal sostituto della Procura, Fabrizio Monaco, appare molto meno insidioso, se non  in contraddizione con l’accusa di aver preso soldi e aver goduto dell’esecuzione di lavori di ristrutturazione “in cambio dell’illecito affidamento di alcuni lavori per conto del suddetto Ente”, come c’è scritto nel comunicato stampa della Dia: lavori (per un totale di 400mila euro) che sono stati elencati dagli stessi inquirenti.

Scrive, infatti, la Dia: “Bernava prospettando ai suddetti imprenditori messinesi la possibilità di futuri vantaggi correlati alle prerogative proprie della carica ricoperta, avrebbe ottenuto un vantaggio non dovuto per il Cas di Messina e cioè che i predetti lavori da eseguirsi in somma urgenza venissero effettuati ad un prezzo notevolmente inferiore rispetto a quello preventivato dallo stesso ente pubblico appaltante”.

Ricapitolando, a seguire l’accusa condensata nel comunicato stampa, Bernava dopo aver incassato i favori dagli imprenditori, li ha sfavoriti. Infatti, si è prodigato per assegnare loro lavori di somma urgenza (che per legge si affidano senza una vera e propria gara ma dopo semplici inviti a ditte scelte a discrezione), ma ha imposto loro un compenso notevolmente più basso, non nel suo interesse ma di quello delle casse pubbliche.

Insomma, sempre secondo gli inquirenti, Bernava prende soldi dagli imprenditori, affida loro illecitamente i lavori, ma impone che vengano pagati a prezzo di molto inferiore facendo così agli imprenditori un danno attuale sulla base della prospettazione di vantaggi futuri.

L’inchiesta è nata dalla denuncia di un imprenditore che si è presentato l’estate scorsa in Procura per raccontare dei lavori eseguiti a casa Bernava e dei soldi pagati e dei favori e delle promesse di Bernava, dopo aver litigato con il socio: ovvero colui che è considerato concorrente di Bernava e per il quale il pm ha chiesto la misura cautelare del divieto di contrattare con la pubblica amministrazione.

Il legale di Bernava, Massimo Marchese, ha chiesto al giudice Materia la revoca della misura cautelare.

Autostrade siciliane, il Consorzio ha il nuovo direttore generale. Il dirigente regionale Salvatore Pirrone sostituisce Maurizio Trainiti

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La sede del Cas a Messina

La sede del Cas a Messina

Il dirigente regionale Salvatore Pirrone è il nuovo direttore generale del Consorzio autostrade siciliane. Prende il posto di Maurizio Trainiti, da alcuni mesi dimissionario. La nomina dell’ingegnere Pirrone, 57 anni,  sarà formalizzata nei prossimi giorni dal presidente dell’ente che gestisce i 300 chilometri di autostrada siciliana, Rosario Faraci. Il funzionario regionale originario di Roccamena (piccolo comune in provincia di Palermo) per accettare l’incarico di vertice dell’ente di Contrada Scoppo dovrà lasciare la guida del Genio civile di Trapani e la poltrona di commissario ad acta dell’Iacp della stessa città, funzioni che svolge da alcuni mesi.

Nelle scorse settimane Salvatore Pirrone era stato assegnato dal Dipartimento Infrastrutture e Trasporti della regione Sicilia al Consorzio autostrade, ente pubblico non economico regionale.  Nel suo curriculum, oltre all’attività propria di un dirigente pubblico, una serie di incarichi di consulenza tecnica per conto della Procura della Corte dei conti e di enti pubblici nell’ambito di contenziosi con ditte private nati dall’esecuzione di appalti di opere pubbliche. Questa materia costituisce una delle cause più gravi della crisi finanziaria del Cas, finito al centro di un’inchiesta della Procura su appalti truccati, sfociata di recente negli arresti domiciliari del dirigente Lelio Frisone e di alcuni imprenditori, rimessi in libertà dal Tribunale del Riesame.

Sipendi d’oro al Consorzio autostrade siciliane: i lavoratori dovranno restituire tutto. I paradossi dell’ente regionale

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Un’assemblea dei lavoratori del Cas

Da tre lustri agli oltre 400 dipendenti regionali vengono applicati i contratti del settore privato con stipendi mediamente più alti di circa 8 mila euro all’anno.

Duemila e 300 euro netti al mese di stipendio invece di mille e 600. Il Consorzio autostrade siciliane, inseguito sino alle casse dei caselli da centinaia di creditori e al centro di un’inchiesta della Dia di Messina su appalti truccati e consulenze milionarie, già sfociata negli arresti di due dirigenti e di alcuni imprenditori, non riesce a garantire la sicurezza sui 300 chilometri di autostrade dell’isola. Tuttavia, con i 400 lavoratori (erano 520 sino al 2010) l’ente della regione Sicilia non si risparmia in generosità, applicando da tre lustri ai propri dipendenti il contratto del settore privato che vale 8 mila euro l’anno in più. Read more