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IL CORSIVO. “Ex gil”: come ti risolvo un problema trentennale in diretta facebook e in un’ora. Se il metodo “deluchiano” del blitz non colpisce i veri responsabili, non migliora le cose e lascia il deserto

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Il sindaco Cateno De Luca e il custode dell'ex Gil

Il sindaco Cateno De Luca e il custode dell’ex Gil

“Licenziare i custodi per scarso rendimento e chiudere l’impianto per carenze igieniche strutturali”.

E’ bastato che il sindaco Cateno De Luca si spostasse per un’oretta da Palazzo Zanca  ed ecco che uno dei tanti problemi della città è stato risolto.

Il clamore, quello che tanto eccita il primo cittadino, che nei suoi continui blitz si muove con telecamera al seguito, in questo caso è stato pure amplificato: il custode, sorpreso a vedere la televisione in orario di servizio e umiliato da De Luca in veste di attore comico, è salito su un tetto minacciando di buttarsi giù.

Il problema “ex Gil” è stato risolto radicalmente.

In un batter baleno ci si è liberati di custodi ignavi, scansafatiche e “ruba stipendio” e dei costi di manutenzione dell’unico impianto sportivo di atletica del centro città, la cui pista solo un anno fa era stata rifatta per la modica cifra di 200 mila euro.

Un risparmio per le esangui casse del Comune senza precedenti: da “Manuale del (perfetto) aspirante amministratore comunale”, per citare il libro che il sindaco ha pubblicato qualche tempo prima di essere eletto, a maggio del 2018, alla guida della città.

E gli sportivi? Gli utenti dell’impianto? Le decine di ragazzini che al pomeriggio si allenano? I giovani che invece di stare nelle sale giochi o nei luoghi di spaccio socializzano con i coetanei, abituandosi alla fatica? Le persone di mezza età o anche anziane che preferiscono lo sport alle sale bingo?

Beh,quelli se ne facciano una ragione. Il risparmio prima di tutto.

D’altronde, basta attendere qualche mese e l’impianto verrà dato in gestione a qualche privato che lo renderà funzionale, moderno, pulito.

Qualche privato disposto pure a perdere denaro pure di mostrare che De Luca è un genio dell’amministrazione della cosa pubblica.

Anzi, non si capisce perché non lo si imiti pure nelle altre città d’italia, dove ancora i sindaci e gli assessori  pensano che siano eletti (e anche pagati) per risolvere i problemi: trovare i fondi e ristrutturare gli immobili pubblici fatiscenti; fare pulire e far lavorare il personale e in caso estremo licenziarlo dopo aver seguito le procedure di legge.

Dove fanno i conti con un principio elementare: ci sono servizi pubblici i cui ricavi non possono coprire i costi, servizi che vanno finanziati con la fiscalità generale.

Invece De Luca è avanti: per un anno lascia marcire il problema e poi con un blitz lo risolve.

E’ come se il direttore generale di un ospedale, che per un anno ignora le segnalazioni dei pazienti sui disservizi in un reparto e sulle perdite di acqua dai soffitti, poi una mattina si sveglia, va nel reparto, trova i medici e infermieri che sono nei corridoi a chiacchierare e che fa?

Licenzia tutti e chiude il reparto, facendo pentire gli utenti di aver segnalato le disfunzioni.

E’ ovvio, non c’è neppure bisogno di scomodare gli avvocati, che nessun giudice avallerà il licenziamento dei custodi operato secondo i metodi “deluchiani”. E per le casse pubbliche c’è da augurarsi che i dirigenti, cui il sindaco ha dato disposizioni in tal senso, non le traducano in un provvedimento concreto e suicida.

Non perché i custodi non meriterebbero di essere licenziati. E De Luca, più in generale, non colga nel segno, come tutti sanno, nell’individuare ad ogni blitz sacche vergognose di lassismo e di parassitismo, a cui nessuna amministrazione precedente ha mai provato a rimediare. 

Chiunque frequenta quell’impianto sportivo sa che da sempre i custodi omettono di compiere qualsiasi attività che sia diversa da chiudere e aprire la porta, accendere e spegnere le luci. E passano le otto ore di servizio a non fare niente.

L’erbaccia invade la pista e le radici la deteriorano? “Non è compito nostro”. Ci sono bottiglie e rifiuti sulla pista? “Non è compito nostro”. Gli spogliatoi e i bagni sono sudici? “Non è compito nostro”.

E’ stata sempre questa la risposta che hanno dato, spalleggiati da complici sindacalisti che invece di difendere il lavoro e gli interessi collettivi, difendono il loro posto di lavoro e i relativi privilegi.

Per non dire di alcuni di loro che alla sera in inverno arrivano a chiudere un’ora prima o, più in generale, quando fa loro comodo. E non raccontare di come per un anno a un “signore”  (peraltro medico di professione) i custodi abbiano permesso che ogni lunedì mattina entrasse direttamente negli spogliatoi, si depilasse testa e il corpo, facesse la doccia e andasse via lasciando sul pavimento un tappetino di “morbido tessuto”.

Nessun dirigente, e qui vengono a galla le vere e gravi responsabilità, però ha mai imposto con ordine di servizio lo svolgimento delle mansioni ai custodi, benché il contratto collettivo enti locali sia chiaro sul punto: disciplina sola la figura di custode del cimitero e prevede che questi debba pulire finanche la stanza settoria, dove si fanno le autopsie, figurarsi se il custode degli impianti sportivi, peraltro dotato di abitazione gratis, possa limitarsi ad aprire e chiudere le porte, giustificandosi così uno stipendio pari a quello del collega.

Né quindi nessun dirigente del Comune, magari uno di quello che da anni incassa al 100% l’indennità di risultato come se avesse centrato tutti gli obiettivi, ha mai adottato sanzioni disciplinari idonee a fondare progressivamente un licenziamento legittimo.

Né tantomeno mai è stato istituito un orologio marcatempo, con tanto di badge, pure obbligatorio per legge.

Altro che “tutto era pulito, funzionante e in ordine durante la precedente sindacatura di Renato Accorinti”, come ha scritto tra lo stupore di tutti gli addetti ai lavori in un comunicato stampa “Messina accomuna”, sigla riconducibile all’ex assessore Guido Signorino e allo stesso Accorinti.

A ben vedere, di questi ordini di servizio non ce ne dovrebbe essere neppure bisogno se solo chi ha la fortuna di avere un lavoro in una città con punte di disoccupazione di oltre il 30%, desse dignitosamente un senso allo stesso, senza nascondersi dietro cavilli giuridici,  interpretazioni contrattuali e sindacalisti pessimi.

Il custode non può certo rispondere delle carenze strutturali.

Queste invece richiamano alle responsabilità i dirigenti, su cui De Luca per la verità ha acceso egualmente i riflettori, gli assessori e lo stesso sindaco, sempre più specialista della politica del blitz che, però, alle spalle lascia solo il clamore mediatico e davanti il deserto.

Il COMMENTO. L’uscita di scena di Renato Accorinti metafora di un sindaco che ha fallito innanzitutto come uomo

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Scambio reciproco di fascia tricolore tra Renato Accorinti e Cateno De Luca

Scambio reciproco di fascia tricolore tra Renato Accorinti e Cateno De Luca



Nessun sindaco uscente era mai riuscito nell’impresa. Ma Renato Accorinti non poteva lasciare Palazzo Zanca senza superare se stesso. Prendersi del “buffone, buffone” all’insediamento del suo successore, al momento dello scambio della fascia tricolore, è in effetti un record difficilmente imitabile.

Eppure, Cateno De Luca, il nuovo sindaco, con lui era stato affettuoso e generoso. Davanti alle decine di suoi sostenitori entusiasti gli aveva riconosciuto il merito di aver aperto un varco nel sistema di potere messinese, di aver migliorato i conti del Comune e gli aveva lasciato la fascia tricolore di sindaco: “So che ci tieni tanto, come ricordo di anni che hai vissuto intensamente. A me ne hanno regalata una nuova”.

Ma poteva Accorinti uscire di scena con classe ed eleganza, come farebbe una qualunque persona con un po di senso delle istituzioni, o anche un qualunque sportivo sconfitto?

Poteva generosamente lasciare spazio al suo successore con parole semplici: “Complimenti per la vittoria, auguri per il vostro lavoro, spero facciate bene per la comunità, considera che se le vostre azioni non mi convinceranno farò sentire la mia voce di opposizione politica”?

No, Accorinti non si poteva smentire.

Doveva essere protagonista anche se lì dove si trovava il protagonista era altra persona e a lui toccava il ruolo di comprimario.

Ecco allora il solito sermone fatto di slogan, che ripete da 5 anni come un disco rotto. Come se fosse l’insediamento suo e non il suo addio o arrivederci.

E poi, infine, le provocazioni, manifestazione di rabbia di un pacifista nonviolento, con riferimenti al tram volante e alla telefonata scherzo di Papa Francesco.

“Buffone, buffone”, era il minimo che si potesse beccare.

De Luca lo ha comunque protetto, pure dal coro. E non ha risposto alle provocazioni, mantenendosi signorile.

Ma lui, non pago, ha ripreso la parola per completare l’opera.

L’opera di un sindaco, divenuto sindaco per caso, in un momento storico particolare segnato da inchieste giudiziarie, che ha pensato di essere divenuto sindaco per qualità sue al punto da ignorare le persone che per lui si erano battute quando nessuno credeva in lui.

Un uomo che per 5 anni si è specchiato nel lago, o meglio negli specchi della stanza del palazzo municipale in cui si è chiuso, scambiando la politica per se stesso, dimenticandosi degli “ultimi” che tanto aveva declamato e occupandosi a tempo pieno di coltivare rapporti con i potenti, magari tentando di rubare loro la scena se troppo potenti: il “Trump, peace no war”, al G7 di Taormina è solo un esempio..

Quello che è accaduto allo scambio della fascia tricolore è la metafora di Accorinti: un uomo che confonde se stesso con le istituzioni, incapace di accettare i suoi limiti e le sue sconfitte, privo di umiltà e generosità, neppure animato da spirito sportivo benché l’unica competenza che abbia sia quella di professore di educazione fisica.Un uomo che pensa ancora di essere sindaco quando non lo è più e si fa appositamente immortalare a bordo della bicicletta che in 5 anni ha usato pochissime volte con la fascia tricolore stretta nel pugno alzato in segno di vittoria, benché abbia palesemente perso.

Un uomo che non è uscito sconfitto (già prima delle elezioni) perché la sua Giunta ha amministrato peggio delle amministrazioni precedenti (anzi, per certi versi, ha fatto meglio) e neppure per la sua incompetenza su tutto (a parte gli slogan), ma per la sua mancanza assoluta di umiltà, che ha portato pure i suoi sostenitori a non volerlo più.

Basti dire che una buona fetta di “Cambiamo messina dal basso”, alla vigilia della campagna elettorale aveva manifestato la sfiducia e l’opportunità di non ricandidarlo.

Un uomo che se i messinesi votano per lui sono “virtuosi e rivoluzionari”, se non lo votano sono “ignoranti e mafiosi”.

Se il nuovo sindaco De Luca con Accorinti è stato generoso e signorile nonostante l’ultimo spettacolo non si può dire la stessa cosa della sua assessora Dafne Musolino.

L’avvocata si è dimenticata del nuovo ruolo istituzionale, o forse non c’è ancora entrata, e si è prodotta su facebook in uno show fatto di improperi all’indirizzo di Renato Accorinti.

Cateno De Luca le affiderà anche la delega al bon ton?

Il CASO: Un gruppo di persone irrompe al comizio di Cateno De Luca al grido “Cateno non lo vogliamo”. Il leader? Salvatore Bonaffini, genero dell’ex commissario Mario Ceraolo, designato da Dino Bramanti assessore alla legalità. L’antefatto e il retroscena

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Cateno De Luca aveva iniziato a parlare da alcuni minuti.

Raggiante per essere giunto al ballottaggio alle elezioni per il sindaco della città, stava spiegando al foltissimo pubblico accorso a Piazza Duomo nella serata di lunedì 12 giugno che non aveva nessuna intenzione di ritirarsi come avevano ipotizzato alcuni giornalisti qualche ora dopo l’esito del voto del giorno prima.

D’improvviso nella piazza hanno fatto irruzione una ventina di aitanti giovani.

Hanno inscenato un coro da stadio: “Cateno, non lo vogliamo…non lo vogliamo”.

Gli elettori del candidato a sindaco hanno accolto il coro con i buh e con i fischi.

De Luca, invece, li ha accolto chiedendo un applauso alla folla.

Per un pò sono stati in silenzio. Poi hanno ripreso: “Cateno non lo vogliamo…Cateno non lo vogliamo…..”. E a seguire: “Messina… Messina…”.

Vedendo che insistevano e il comizio veniva interrotto, De Luca ha intonato anche lui il coro e ha chiesto per loro un altro applauso.

Poi li ha fatti avvicinare al palco: “Avete ragione….Venite cosi mi aiutate. Venite al nostro fianco”.

Loro, in fila indiana hanno attraversato la folla e si sono messi attorno al deputato regionale, guidati da colui che visibilmente era il loro leader: un uomo corpulento, con i capelli rasati e con la maglia rossa che si è posto accanto a De Luca, sigaretta in bocca, appoggiando il piede al panchetto su cui era salito De Luca per farsi vedere dalla gente che gremiva piazza Duomo.

Per altri 6, 7 minuti De Luca ha continuato il comizio: l’uomo con la maglia rossa gli è stato accanto e gli altri attorno.

Chi ha dimestichezza con le partite di calcio del Messina ha subito riconosciuto che alcuni di loro fanno parte del gruppo di tifosi detto “Testi fracidi”.

Ma non erano lì per tifare, né per chiedere a Cateno De Luca di mettere il calcio tra le priorità della sua agenda politica.

Il motivo per cui erano arrivati sino a piazza Duomo a manifestare il loro non gradimento a De Luca si è compreso qualche minuto dopo.

“Non ti posso dare la mano, mi hai chiamato mafioso”, ha detto l’uomo con la maglia rossa a De Luca che gli porgeva la mano.

“Non ho mai fatto questo e non c’entra nulla”, ha risposto De Luca.

“E’ stato un tuo candidato, alla tua presenza”, ha rincarato.

Il politico si è giustificato: “Non me ne sono manco accorto”.

“Dovevi dissociarti, dovevi dissociarti”, ha arringato con voce decisa uno del gruppo capitanato dall’uomo con la maglia rossa.

De Luca ha tagliato corto con fermezza: “Ho fatto quello che dovevo fare, ciascuno rimane della sua opinione, basta”.

A quel punto, l’uomo con la maglia rossa ha ordinato a tutti di andare via. Il gruppo ha fatto il percorso inverso aprendosi un corridoio tra la folla.

Chi è l’uomo della maglia rossa e chi è che gli ha dato del mafioso in un comizio alla presenza di De Luca?

Il retroscena

L’uomo con la maglia rossa è Salvatore Bonaffini, noto alle cronache non solo per essere il capo del gruppo più famoso dei tifosi del Messina, ma anche perché in un lontano passato è stato coinvolto in un fatto di sangue: l’omicidio di Paolo Pellegrino, il macellaio di via Del santo ucciso il 20 marzo del 1992  a venti anni.

Bonaffini, allora anche lui ventenne, non fu il killer del giovane macellaio ma ebbe il ruolo di staffetta nella preparazione dell’agguato e fu condannato con sentenza passata in giudicato a 14 anni e 6 mesi.

Tanti anni dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, Salvatore Bonaffini diventa oggetto di campagna elettorale per un motivo molto semplice: è il genero di Mario Ceraolo, il commissario di polizia da qualche mese in pensione che il candidato a sindaco del centro destra Dino Bramanti, competitor di De Luca al ballottaggio, ha indicato come assessore alla Legalità.

E’ questo rapporto di affinità con il commissario Ceraolo infatti a trascinarlo sino a Piazza Duomo, al comizio di De Luca.

Cosa era accaduto?

L’antefatto e l’imbarazzo

Gianfranco Pensavalli, giornalista e candidato a consigliere comunale nelle liste a sostegno di De Luca, nel corso di un comizio tenuto 15 giorni prima del voto ha affermato: “Bramanti ha indicato come assessore Ceraolo che altri non è se non il suocero del mafioso Salvatore Bonaffini”.

Bonaffini non è stato mai condannato per mafia e anche in relazione all’omicidio di Pellegrino la Corte d’appello ha escluso l’aggravante di aver favorito la mafia, invece riconosciuta dal giudice di primo grado, che lo aveva condannato a 20 anni.

Il commissario Mario Ceraolo – da quanto si sa tra gli addetti ai lavori – ha sin dall’inizio contrastato il rapporto della figlia con Bonaffini, al punto da tagliare completamente con la stessa tutti i rapporti per lunghi anni. Solo di recente –  pare – ci sia stato un riavvicinamento.

 

L’OPINIONE. Il sondaggio della discordia: accuse, sospetti e dietrologie, ma nessuno si accorge che quello di Tempostretto è innanzitutto fuorilegge. Il paradosso dell’arbitro che non applica le regole fondamentali ed espelle il candidato Cateno De Luca “entrato a gamba tesa”

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Nei giorni scorsi, un gruppo di sostenitori di Renato Accorinti, pur ritenendo “assolutamente discutibile la scelta editoriale”, si sono affannati a chiedere a tutti i simpatizzanti di partecipare in massa al sondaggio della testata giornalistica on line Tempostretto per far risalire in classifica il sindaco in carica ed evitare che venisse penalizzato alle urne, alle elezioni del prossimo 10 giugno, per l’effetto trascinamento, fenomeno che porta gli indecisi a votare per colui che risulta avanti nei sondaggi.

Il 27 maggio, Cateno De Luca, uno dei sette candidati a sindaco, al termine di un confronto rovente con gli avversari politici organizzato dalla stessa testata, ha accusato la direttrice di Tempostretto, Rosaria Brancato, di non aver pubblicato il risultato finale del sondaggio (ciò che era previsto per il 24 maggio) perché egli stesso sarebbe risultato il primo in classifica.

La direttrice si è giustificata parlando di hackeraggio e accusando nella sostanza il deputato regionale di aver fatto affluire moltissimi voti dalla provincia, cioè dai comuni di Fiumedinisi, Furci, Santa Teresa di Riva, in cui egli gode di maggioranza plebiscitaria, alterando così il risultato del sondaggio (dalla sua stessa testata organizzata). 

Il giurista Marcello Scurria, nel 2005 sostenitore del vittorioso Francantonio Genovese (all’epoca di sinistra, almeno formalmente); nel 2008 di Giuseppe Buzzanca, candidato di destra; nel 2013 vicino a Renato Accorinti , quando il professore di educazione  fisica la spuntò al ballottaggio; e ora – da quel che si capisce – simpatizzante di De Luca, ha sfidato pubblicamente la proprietà di Tempostretto chiedendo che spieghi “come e perché si sia verificato l’attacco di hacker che ha impedito la pubblicazione, essendo comunque ormai entrati negli ultimi quindici giorni dal voto in cui è vietato pubblicare i risultati del sondaggio”.

Nessuno, nessuno dei candidati, nessuno degli esperti di diritto e di politica che ronzano attorno a loro pregustando incarichi di sottogoverno, si è avveduto che il sondaggio della testata on line non è tanto “assolutamente discutibile”, per usare l’espressione degli Accorinti’s boys, ma è innanzitutto fuorilegge.

E’ fuorilegge al pari di un sondaggio fatto e pubblicato negli ultimi 15 giorni precedenti alle elezioni.

Lo stabilisce la stessa norma dell’articolo 8 della medesima legge n° 28 del 2000, quella  che vieta la pubblicazione dei sondaggi nelle ultime 2 settimane prima del voto.

Per la legge, quello di Tempostretto non può essere definito sondaggio e già solo per questo, per l’uso di questa (ingannevole) definizione, al di là del periodo in cui viene pubblicato, si pone in contrasto con legge.

Il “Regolamento in materia di pubblicazione e diffusione dei sondaggi sui mezzi di comunicazione di massa” sul punto (articolo 2, comma 2) è chiarissimo; e lo è proprio per impedire la manipolazione del consenso politico e l’alterazione del risultato della competizione elettorale.

Per questi motivi, il sondaggio per essere presentato come tale ai cittadini/elettori deve rispondere a requisiti dettagliatamente disciplinati dalla normativa ed è soggetto a una serie di procedure e controlli.

Parlare di un sondaggio che è stato truccato “votando da ogni parte d’italia”, come ha accusato la direttrice di Tempostretto, è una contraddizione in termini.

Sarebbe bastata una semplice segnalazione all’Autorità garante della Comunicazione (Agcom) e il sondaggio (o sedicente tale), i cui risultati parziali venivano di giorno in giorno pubblicati, sarebbe stato sanzionato, come è accaduto in passato – basta guardare nella banca dati dell’Agcom – per “manifestazioni di opinioni” spacciate subdolamente per sondaggi da altre testate giornalistiche.

Invece, a Messina, il sondaggio è diventato motivo di discordia, dietrologie, polemiche,  accuse incrociate e sospetti di manipolazione.

E’ come se, per fare una metafora per nulla poetica, gli allenatori di due squadre di calcio avversarie, a fronte di un arbitro che fischia i calci di rigore per falli avvenuti a centrocampo, invece di far rilevare e protestare perché sta clamorosamente violando un principio basilare del regolamento, consigliassero ai propri calciatori di farsi fare fallo in qualunque zona del rettangolo di gioco, salvo poi accusare l’arbitro di non essere super partes perché talvolta il rigore lo accorda e talvolta no.

In questa vicenda è successo qualcosa di ancora più paradossale: è stato lo stesso arbitro, ovvero, per rimanere alla metafora, chi ha organizzato il sondaggio e ne è il responsabile, a contestare ai calciatori di una squadra di aver cercato di truccare il risultato della partita, tentando di indurlo in errore.

E, infatti, l’arbitro, che per primo ha violato le regole fondamentali del gioco, ha espulso De Luca, reo di essere entrato a gamba tesa, infrazione veniale, a ben vedere, in una partita in cui non si era certi neppure di quale fosse l’area di rigore.

Insomma, uno spettacolo deprimente e un responso oggettivamente (questo si) impietoso.

Se ne è accorto, quasi indignato, il candidato del Movimento 5 Stelle Gaetano Sciacca, presente alla lite tra De Luca e Brancato.

L’ex capo del Genio civile, per anni politicamente vicino al Governatore Raffaele Lombardo che tutto si può dire tranne sia stato l’emblema di un modo di fare politica scevra da logiche di potere clientelare, è impegnato ad accreditarsi come uomo della politica nuova, della politica del fare: “Alla gente non frega nulla di queste discussioni”, ha affermato. 

 

Risanamento di Fiumedinisi in conflitto di interessi, assolto l’onorevole Cateno De Luca. Era accusato di abuso d’ufficio e tentata concussione. Il Tribunale dà atto della prescrizione per alcune imputazioni e lo ritiene non colpevole per altre. Promosso il Contratto di quartiere “criminalizzato” dalla Procura

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cateno de luca

 

 

Assolto: per prescrizione rispetto ad alcuni capi di reato e nel merito rispetto ad altri.

E’ questo l’esito del giudizio di primo grado a carico di Cateno De Luca, eletto deputato regionale il 5 novembre del 2017 e arrestato (per la seconda volta) con l’accusa di aver promosso un’associazione per delinquere finalizzata alle false fatturazioni e all’ evasione fiscale, tre giorni dopo, l’8 novembre.

Una serie di illegalità commesse in concorso con altri amministratori e tecnici del Comune nell’attuazione del Contratto di quartiere che avrebbe dovuto cambiare il volto di Fiumedinisi, il piccolo centro di cui è stato sindaco dal 2004 sino al 27 giugno del 2011, quando fu arrestato.

Queste erano in sintesi le contestazioni da cui doveva difendersi De Luca.

E da queste accuse è uscito indenne da condanna: il Tribunale di Messina presieduto da Mario Samperi lo ha, infatti, assolto.

L’inchiesta e il successivo processo a carico di Cateno De Luca che oggi si è concluso con la sentenza di primo grado ha ad oggetto il Contratto di quartiere ViviFiumedinisi, proposto al fine “di porre un argine ai fenomeni di abbandono del centro e di degrado ambientale e sociale, prevede oltre che interventi sul patrimonio edilizio esistente da recuperare, anche la realizzazione di opere di urbanizzazione, quali strutture di carattere sociale, ma soprattutto il recupero delle aree adiacenti il corso del fiume”, come si legge nel decreto di finanziamento del ministero dell’ Economia.

Tra le opere più importanti da costruire, le sponde in cemento armato per arginare il fiume, un centro benessere, un centro congressi, un impianto sportivo e delle abitazioni private di persone riunite nella cooperativa Mabel.

Le opere dovevano essere finanziate dallo Stato e della Regione per complessivi 125 milioni di euro, ma anche dai soggetti privati coinvolti, secondo lo spirito del Contratto di quartiere che vuole la sinergia tra il pubblico e il privato ed è strumento di pianificazione urbanistica che opera modificando il Piano regolatore generale.

In conflitto di interesse

Specificamente, per quanto riguarda i privati, il centro benessere dalla società Dionisio e il centro congressi dalla Caf Fenapi Srl, riconducibili a De Luca.

Nella sostanza, a Cateno De Luca veniva rimproverato di aver agito in conflitto di interessi, finendo per compiere una serie di reati di abuso d’ufficio e due di tentata concussione: da un lato, sindaco del comune di Fiumedinisi, parte pubblica cui spettava promuovere il Contratto di quartiere,  dall’altro lato, nello stesso tempo, proprietario della società Dionisio Srl, fratello del vicepresidente della cooperativa Mabel e proprietario di fatto del Caf Fenapi srl, parti private.

Il Contratto di quartiere e la criminalizzazione infondata della Procura

Cateno De Luca era accusato di aver proposto e portato all’approvazione una serie di delibere  del Consiglio comunale, ritenute illegittime dalla Procura perché tese a dare l’avvio allo strumento del contratto di Quartiere, configurato dall’accusa come strumento “criminale” per i propri interessi e quelli delle società a lui riconducibili.Quest’accusa è stata ritenuta non fondata dal Tribunale che ha assolto nel merito De Luca.

Allo stesso modo, pronunciando l’assoluzione nel merito, la Corte ha ritenuto che non fosse fondata l’accusa di aver dato il via libera al Contratto di quartiere  senza prima avere ottenuto la necessaria Valutazione ambientale della Regione Sicilia.

La concussione

Al deputato regionale veniva pure contestato di aver sottoposto nel 2005 i proprietari di due terreni (Massimo Giardina e i suoi genitori e Carmelo De Francesco), su cui dovevano sorgere delle opere previste dal Contratto di Quartiere approvato dalla Regione, minacciandoli di espropriare il loro terreno se non avessero voluto cederlo volontariamente: ciò che peraltro era previsto dalla legge, ma avrebbe richiesto tempi più lunghi. Il Tribunale ha riqualificato il reato in tentata induzione indebita a dare o promettere utilità, ha emesso sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione.

 

De Luca all’attacco dei giudici

Cateno De Luca assistito dal legale Carlo Taormina non ha pensato solo a difendersi, ma ha attaccato pesantemente i magistrati Vincenzo Barbaro e Liliana Todaro, additati come coloro che si sono mossi con l’unico scopo di farlo fuori dalla scena politica, su input dell’allora Governatore Raffaele Lombardo, che De Luca aveva all’epoca attaccato.

Fendenti sono stati sferrati anche nei confronti dei giudici, accusati di parzialità, del collegio presieduto da Samperi che lo doveva giudicare: De Luca il 30 gennaio del 2017 ha presentato alla Corte di Cassazione un’istanza di rimessione del processo per legittima suspicione di 194 pagine.

La Corte di cassazione il 26 settembre 2017 l’ha dichiarato inammissibile l’istanza perché “fondata su meri sospetti”.

De Luca però con questa istanza ha guadagnato nove mesi di tempo che gli hanno permesso di candidarsi alle elezioni del 5 novembre 2017 prima che si giungesse alla sentenza.