Tag Archive for Carmelo D’amico

Corruzione del pm Olindo Canali, nell’inchiesta entra anche il boss Pippo Gullotti. La lettera partita dal 41 bis e le accuse, a scoppio ritardato, del pentito Carmelo D’amico. Il viaggio del “Testamento” del magistrato brianzolo, diffuso – per la Procura di Reggio Calabria – per riaprire il processo Alfano. I nodi da sciogliere

Download PDF

Il magistrato Olindo Canali

Il magistrato Olindo Canali

Un “testamento”, scritto da un magistrato e affidato a un giornalista, obbligato a non divulgarlo se non in un caso estremo.

Una lettera, partita dal carcere, vergata da un detenuto eccellente al 41 bis da 22 anni e contenente un messaggio criptato.

Le dichiarazioni di uno degli esponenti di vertice dell’organizzazione criminale barcellonese degli anni duemila  autore di decine di omicidi, fatte a un anno di distanza da quando nel 2014 è divenuto collaboratore di giustizia.

Il Testamento, la lettera, le dichiarazioni del “pentito”.

Sono questi i tre tasselli fondamentali che la Procura di Reggio calabria ha assemblato per arrivare a un’ ipotesi processuale precisa, condensata in un avviso di conclusioni indagini, che ipotizza per il magistrato, il boss in carcere e il collaboratore di giustizia il reato di corruzione aggravata dal favoreggiamento alla mafia.

I personaggi

Il magistrato è Olindo Canali. Da sostituto procuratore del Tribunale di Barcellona, tra le altre, ha coordinato l’inchiesta e sostenuto l’accusa nel processo che ha portato alla condanna definitiva per il mandante e l’esecutore materiale dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano, avvenuto l’8 gennaio del 1993. Nel “Testamento”, tuttavia ha seminato molti dubbi sulla verità processuale che si è raggiunta e sull’attendibilità del testimone principale, Maurizio Bonaceto, la cui collaborazione aveva gestito.

Scritto nel 2006, il “Testamento” è stato depositato nel processo d’appello Mare nostrum alla mafia barcellonese nebroidea nell’udienza del 9 marzo del 2009. Il conseguente putiferio portò al trasferimento per incompatibilità ambientale di Canali al Tribunale civile di Milano, dove si trova attualmente.

Il boss autore della missiva che a fine del 2008 superò la censura del 41 bis è Pippo Gullotti: riconosciuto colpevole con sentenza passata in giudicato come mandante dell’omicidio Alfano, all’epoca era imputato proprio in “Mare nostrum” per associazione mafiosa e per un duplice omicidio (quello di Pippo Iannello e Giuseppe Benvenga).

L’accusa

Secondo il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Gaetano Paci, Canali ha scritto e recapitato il Testamento a uno dei legali di Gullotti, Franco Bertolone, in modo che questi lo usasse a favore del suo cliente, nel processo Mare nostrum e per tentare di ottenere la revisione del processo Alfano, in cambio di denaro. Tanto denaro, corrisposto da Salvatore Rugolo, il cognato di Gullotti: medico e consulente tecnico del Tribunale di Barcellona con Canali intratteneva una frequentazione pubblica (evidenziata nell’informativa Tsunami dei carabinieri del 2005).

Morto da incensurato il 26 ottobre del 2008, Rugolo – sempre secondo l’ipotesi dei magistrati reggini – a sua volta il denaro lo chiese a Carmelo D’amico, il teste chiave. Questi oltre a Canali chiama in causa anche l’ex procuratore generale Franco Cassata, indagato ma non destinatario dell’avviso di conclusioni indagini.

 

Le dichiarazioni del collaboratore

Nel 2015 Carmelo D’amico raccontò agli inquirenti: “Tra il 2007 e il 2008, vidi passare Rugolo a bordo della jeep. Mi fece segno di seguirlo e io obbedii. Ci incontrammo. Nell’occasione mi disse che c’era la possibilità di riaprire il caso Alfano e di sistemare Mare nostrum, che ne aveva parlato con Canali e con Cassata e che bisognava pagare 600 mila euro. I soldi li avrei dovuti dare io che all’epoca avevo grande disponibilità. Rugolo mi disse che 300 mila erano per Canali e 300 mila per Cassata. Io accettai. Precisai però che avrei pagato 100 mila euro a colpo, ossia in corrispondenza di qualche risultato positivo in quei processi. Dopo qualche tempo, a metà del 2008 ci siamo incontrati e gli consegnai 100 mila euro in contanti. Dopo qualche tempo incontrai Rugolo che mi confermo di avere consegnato 50 mila euro a Canali e 50 mila a Cassata. Rugolo non mi disse come Canali e Cassata sarebbero intervenuti a favore di Gullotti. Ero pronto a sborsare gli altri soldi se avessi visto dei risultati, che però sino alla data del mio arresto avvenuto agli inizi del 2009 non vidi. Successivamente seppi che Gullotti era stato assolto nel processo Mare nostrum“.

L’intermediario Salvatore Rugolo muore: “Qualche mese dopo che gli consegnassi i 100 mila euro“, ricorda D’amico. Precisamente, in un incidente stradale. Ma a fine del 2018 a Barcellona arriva una lettera. E’ firmata da Pippo Gullotti ed è diretta ad un suo parente.

Sulle tracce di questa lettera gli inquirenti vengono messi dallo stesso collaboratore. E scoprono che esiste davvero.

E’ su questa missiva che si basa l’accusa di concorso in corruzione a Gullotti, in prima battuta, nel primo avviso di conclusioni indagini ora aggiornato, lasciato fuori dall’inchiesta.

Gullotti al termine del processo Mare Nostrum viene condannato per associazione mafiosa a 14 anni, ma assolto per l’omicidio di Iannello e Benvenga (decisione confermata dalla Cassazione): il Testamento di Canali – a leggere le motivazioni – non ha avuto alcuna rilevanza. Decisiva è stata invece la ritenuta non attendibilità del collaboratore Maurizio Avola, su cui era stata fondata la condanna all’ergastolo in primo grado.

La lettera e l’interpretazione del boss D’amico

La lettera mi fu sottoposta. Notai che c’era scritto una frase del tipo “Si devono portare i soldi…”. In quella lettera Gulloti sembrava si riferisse alla necessità di consegnare dei soldi agli avvocati, ma Io capii subito che si riferisse al denaro che doveva essere consegnato a Canali e Cassata. Io non feci nulla perché non sapevo come avvicinare quei magistrati. Successivamente fui arrestato“, ha raccontato D’amico.

 

Il viaggio del Testamento

E’ un dato accertato processualmente che il Testamento fu scritto l’11 gennaio del 2006 e fu affidato al giornalista della Gazzetta del sud Leonardo Orlando. “Lo devi rendere pubblico solo se verrò arrestato”, gli raccomandò Canali, la cui paura di finire in carcere nasceva proprio dai suoi rapporti con Salvatore Rugolo, finiti in quel periodo all’attenzione della magistratura reggina.

Invece, il memoriale di tre pagine entrò ben presto in possesso di diverse persone. Il modo in cui questo documento si diffuse meriterebbe un lungo capitolo. “Io non l’ho dato a nessuno. Non ne avevo colto neppure l’importanza. Qualche settimana dopo l’ho solo fatto leggere al bar all’avvocato Fabio Repici. Dopo qualche mese ancora, lo stesso Repici mi telefonò e mi disse che ce l’avevano varie persone senza dirmi chi. Tempo dopo ancora Canali mi contattò per contestarmi che questo documento circolava a Barcellona e per chiedermi se lo avessi diffuso io“, ha raccontato il giornalista il 10 ottobre del 2011 ai magistrati della Procura di Reggio calabria.

Fatto sta che a depositarlo al processo Mare Nostrum è il legale Bertolone che ha dichiarato di averlo ricevuto nella buca della posta.

Emerse poi che qualche mese prima, il 2 dicembre del 2008, il sostituto della Procura di Messina Rosa Raffa aveva già interrogato Canali, che riconobbe come suo il “Testamento”  esibito.

Dopo l’interrogatorio della Raffa Canali mi chiamò per lamentarsi che il “Testamento” era stato diffuso. “Io non l’ho dato a nessuno”, ho ribadito. Seppi in quell’occasione che era stato Repici a fare qualche tempo prima l’esposto. Solo dopo che il Testamento divenne pubblico Repici mi telefonò e mi disse: “Non ti preoccupare ho detto a chi di dovere chi me l’ha dato. Non ti posso dire chi è“, raccontò sempre Orlando a Reggio Calabria.

Canali ha spiegato il movente, ma non ha mai raccontato le ragioni e soprattutto gli scopi per cui ha scritto il memoriale, che consegnò comunque a un giornalista che sapeva essere in ottimi rapporti con l’avvocato Repici, il legale della famiglia Alfano, ovvero chi poteva essere danneggiato dal documento di tre pagine.

 

A seguire l’ipotesi accusatoria…qualcosa non fila

Riassumendo, Canali ha scritto il “Testamento” nel 2006 e lo ha affidato a un giornalista.  La copia, a distanza di qualche mese, entra nelle mani di diverse persone o comunque nella loro sfera di conoscenza: tra questi Repici. L’ avvocato per due anni, almeno sino a quando non arriva a conoscenza della Procura di Messina, non fa niente.

Canali stesso già nel 2008 viene a conoscenza della diffusione indiscriminata, ma se ne sta con le mani in mano pure lui, salvo lamentarsi con il giornalista che sospetta essergli stato infedele.

Nel 2015, D’amico, collaboratore da 2 anni, si ricorda che a metà del 2008, quando il Testamento era già diffuso e Canali contestava a Orlando la diffusione, diede i soldi a Rugolo per pagare Canali in modo che questi diffondesse il memoriale e così si tentasse di riaprire il processo Alfano e di “aggiustare” Mare nostrum.

Gullotti dal canto suo, dal 41 bis – a seguire l’imputazione –  doveva essere stato informato che il cognato nel 2008 è impegnato a corrompere il giudice perché diffondesse un documento che a Barcellona già hanno in molti e sa pure che non sono stati pagati tutti i soldi. Morto il cognato, scrive una lettera che – secondo l’interpretazione che ne dà D’amico – conteneva un ordine: continuare a pagare.

 

L’altra corruzione… prescritta

La sentenza di assoluzione per Carmelo D’amico e Salvatore Micale fu depositata dalla Corte d’assise di Messina il 20 novembre del 1999.

I due erano accusati del triplice omicidio Geraci-Raimondo-Martino, avvenuto il 4 settembre del 1993. Si trattava di una sentenza molto controversa perché nel corso del dibattimento una serie di testimoni avevano ritrattato, tra questi soprattutto la moglie di Geraci, sopravvissuto per un periodo all’attentato nel corso del quale aveva indicato ai parenti gli autori dell’imboscata proprio in D’amico e Micale.

Il pm Olindo Canali che aveva sostenuto l’accusa, presenta appello il 7 aprile 2000. Ma il termine ultimo fissato dalla legge è il 3 aprile. Qualche giorno dopo, rinuncia all’appello per “errore di calcolo”. La sentenza diventa irrevocabile.

Questi i fatti. Per anni finiti nel dimenticatoio finché nel 2015 D’amico non fa le sue rivelazioni. Tirano sempre in ballo il defunto Salvatore Rugolo e costano a Canali la seconda imputazione per corruzione aggravata: “Negli anni 1997/98 notai Rugolo frequentarsi con notevole assiduità con il magistrato Canali. La cosa mi sorprese molto perché per noi Canali era il nemico numero uno. In quel periodo ero sotto processo per il triplice omicidio. Per caso incontrai Rugolo. Nel corso della chiacchierata gli dissi: “Canali mi sta processando per il triplice omicidio. Non gli puoi chiedere se può fare qualcosa?” “Ti faccio sapere”, mi rispose.  Dopo alcuni giorni mi venne a cercare e mi disse: “Ci vogliono cento milioni per sistemare il processo”. Andai da Eugenio Barresi (esponente di vertice dell’organizzazione mafiosa, ndr) che mi disse che per lui andava bene. Dalle sue risposte capii che sapeva già tutto. Qualche giorno dopo Barrresi mi fece avere i soldi avvolti in un sacchetto di carta, che io consegnai a Rugolo. Nell’occasione questi mi disse che Canali gli aveva detto che io avrei dovuto avvicinare la moglie di Geraci, in modo da convincerla a dichiarare in udienza che suo marito non aveva riconosciuto i killer. La moglie di Geraci, che aveva prima testimoniato contro di me, prima di deporre mi fece l’occhiolino. Canali se ne accorse ma fece finta di nulla. Chiese nei miei confronti la condanna a trent’anni. Ma fui assolto. I miei avvocati, Giuseppe Lo Presti e Tommaso Calderone, mi avvisarono che il pm l’avrebbe sicuramente appellata. Dopo qualche giorno mi incontrai con Rugolo e gli consegnai i restanti 50 milioni di lire. Gli dissi: “Vedi che il processo deve finire”. “Non preoccuparti”, mi rispose. Canali in effetti fece appello in ritardo. Rugolo qualche tempo dopo ridendo mi disse che Canali aveva fatto un poco di scena, facendo finta di sbagliare i conti“, ha dichiarato il collaboratore, che già in precedenza, all’inizio della collaborazione, si era autoaccusato del delitto.

I fatti sono risalenti a 19 anni fa e il reato ampiamente prescritto. Olindo Canali, però, ha rinunciato alla prescrizione.

Pentito sul filo del rasoio

La tenuta delle dichiarazioni di D’amico rispetto a questa imputazione dipende dalla risposta positiva a una domanda: Canali conosceva e frequentava Rugolo sin dal 1997/1998 e prima comunque che il processo “aggiustato” finisse?

Il magistrato nel corso di un interrogatorio tenuto il 16 aprile 2009, 6 anni prima delle accuse di D’amico, davanti al capo della Procura di Reggio, Giuseppe Pignatone, spiegò: “Conobbi Rugolo per la prima volta nel 2000. Ebbi un malore nel corso di una requisitoria e mi soccorse in Tribunale“.

 

L’irresponsabilità dei magistrati e la credibilità della giustizia

Nonostante Canali non avesse impugnato una controversa sentenza di assoluzione nei confronti di due killer della mafia e avesse quindi così oggettivamente favorito la loro l’impunità, rimase tranquillamente al suo posto, a Barcellona, e nessun provvedimento disciplinare fu mai assunto dal Consiglio superiore della magistratura. Come se nulla fosse, benché la mancata presentazione dell’appello fosse a conoscenza tra gli addetti ai lavori e minasse la sua credibilità di magistrato oltre ad esporlo a ricatti di ogni sorta.

Nessun provvedimento disciplinare venne assunto neppure quando emersero i rapporti di frequentazione pubblica, giunti all’attenzione della Procura di Reggio Calabria, di Canali con Salvatore Rugolo: quest’ultimo, per quanto incensurato, era sempre il cognato e il figlio del boss di Barcellona e questo in un ambiente piccolo come quello della cittadina del Longano lo esponesse a insinuazioni e dubbi. O ad accuse postume che attentano alla fiducia dei cittadini nella giustizia, com’è puntualmente accaduto.

Né mai il magistrato brianzolo stesso, neppure a seguito di questi fatti, ha sentito l’esigenza di cambiare aria, chiedendo il trasferimento, che arrivò forzatamente a distanza di 18 anni dal suo insediamento a Barcellona solo dopo l’approdo davanti all’autorità giudiziaria del “Testamento”.

Anzi, nel frattempo trovò pure il tempo di avventurarsi in un’iniziativa senza precedenti: spargere dubbi e veleni, nero su bianco in un documento che poteva giungere a chicchessia, su una verità processuale che egli stesso aveva contribuito a realizzare.

 

Teoremi e…. assoluzioni

Il “Testamento” fu già fonte di guai giudiziari per Canali. Dopo il deposito a Mare Nostrum, il magistrato venne chiamato a testimoniare. Sulla base delle sue risposte, l’avvocato Repici lo denunciò per due ipotesi di falsa testimonianza.

Fu processato, ma assolto dopo tre gradi di giudizio “perché il fatto non sussiste”.

La paura Cassata… fa brutti scherzi

Il collaboratore di giustizia Carmelo D’amico, boss di Barcellona e autore di efferati omicidi, non ne ha parlato nel verbale illustrativo della collaborazione; non ne ha parlato nei 180 giorni dall’inizio della collaborazione, come prevede la legge; non se n’è ricordato, incalzato dal pm e dagli avvocati di parte civile nel corso di alcuni processi in cui è stato chiamato a testimoniare su fatti strettamente connessi, come nel processo d’appello a Saro Cattafi, imputato di essere il capo della mafia di Barcellona; né nel corso del processo sulla presunta “Trattativa tra lo Stato e la mafia”.

Ma ad aprile del 2015, a un anno dall’inizio della collaborazione, chiede con urgenza di essere sentito dai magistrati e mette nero su bianco le nuove dichiarazioni che riguardano Canali e Cassata.

Non ho riferito prima queste cose perché non le ricordavo in maniera cosi precisa e perché continuo ad avere paura di un personaggio come Cassata, molto potente, che ha dalla sua parte appartenenti alla forze armate, carabinieri ecc“, si è giustificato.

 

Concorso esterno alla mafia, al via il processo per Maurizio Marchetta. Carmelo Bisognano, fresco di condanna e in carcere per reati commessi da collaboratore di giustizia, chiede di costituirsi parte civile. “L’ex capo della mafia è stato danneggiato”, dice il suo legale Fabio Repici. Il Gup Monica Marino rigetta. Storia di una “guerra” tra l’imprenditore e chi aveva denunciato di estorsione

Download PDF

maurizio marchetta

Maurizio Marchetta

Non l’avrebbe immaginato neppure la più frizzante tra le scrittrici di racconti di fantascienza.

E’ invece accaduto in un’aula del Tribunale di Messina: quella in cui si è tenuta il 12 ottobre del 2017 l’udienza preliminare che vede l’imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto Maurizio Marchetta imputato di concorso esterno alla mafia del Longano.

Fresco di condanna in primo grado a 5 anni per tentata estorsione e intestazione fittizia di beni e in carcere per violazione del segreto d’ufficio e accesso abusivo a un sistema informatico, tutti reati commessi da collaboratore di giustizia (vedi articolo correlato), Carmelo Bisognano a lungo capo della mafia di Barcellona (la stessa a cui Marchetta avrebbe, in ipotesi, concorso dall’esterno) ha avanzato richiesta di costituzione di parte civile come persona offesa dalle condotte contestate a Marchetta.

Lo ha fatto attraverso il suo legale Fabio Repici, che lo difende, insieme alla collega di studio Mariella Cicero, sin dall’inizio della collaborazione con la giustizia, avvenuta alla fine del 2010.

In pratica, secondo il battagliero e famoso legale, Marchetta ha danneggiato il capo della mafia, proprio quella mafia che secondo l’accusa ha aiutato, sia pure senza esserne parte integrante.

Il giudice per l’udienza preliminare, Monica Marino, dopo pochi minuti di camera di consiglio ha rigettato l’istanza dell’avvocato Repici. E ha accolto la richiesta di rito abbreviato presentata dal legale di Marchetta, Ugo Colonna.

Il magistrato ha rinviato al 24 maggio del 2018 per il giudizio con rito speciale, celebrato sulla scorta del materiale probatorio raccolto dalla Procura sino alla conclusione delle indagini

La richiesta di rinvio a giudizio nei confronti Maurizio Marchetta è stata avanzata dai sostituti della Direzione distrettuale di Messina, Angelo Cavallo, Vito Di Giorgio e Massara il 3 agosto 2017.

Secondo i pm, le imprese della famiglia Marchetta sarebbero state di fatto di proprietà dei vertici della mafia di Barcellona e attraverso queste imprese la mafia ha partecipato a gare d’appalto appositamente truccate.

In questo modo, Marchetta avrebbe conseguito il vantaggio di lavorare e guadagnare sotto protezione della mafia e la mafia per contro quello di lucrare usando imprese pulite.

 

Questione di attendibilità

Contro Marchetta ci sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Carmelo Bisognano e Carmelo D’amico, altro capo dell’organizzazione che a sua volta ha iniziato a collaborare nel 2014..

I due insieme a Nicola Mazzagatti, furono denunciati da Maurizio Marchetta per estorsione ai suoi danni e furono arrestati nell’ambito dell’inchiesta Sistema, scattata alla fine del 2009.

D’amico e Bisognano, sin da subito, non appena sottoposti a custodia cautelare (quando non erano ancora collaboratori di giustizia) reagirono sostenendo che Marchetta non era un imprenditore estorto ma colluso con la mafia.

In primo grado, il 25 febbraio del 2010, il Tribunale di Messina ritenne Marchetta attendibile e condannò così D’amico a 10 anni e 7 mesi e Bisognano 7 e 4 mesi.

Sempre sulla scorta delle dichiarazioni di Marchetta il 28 aprile del 2011 il Tribunale di Barcellona condannò pure Nicola Mazzagatti ad anni 8 e mesi 6 di reclusione.

In appello, invece, i tre furono assolti.

La Corte di secondo grado con due sentenze del 25 maggio del 2013 e il 14 gennaio del 2014 ritenne, infatti, non credibili le dichiarazioni di Maurizio Marchetta.

Se Marchetta è vincente in Cassazione e pure a Reggio calabria

La Corte di cassazione, però qualche tempo dopo, ha annullato le due sentenza della Corte d’appello, “per gravi carenze motivazionali” proprio sulla ritenuta non attendibilità di Marchetta, disponendo la nuova celebrazione dei due processi a Reggio calabria, uno a carico di D’amico e Bisognano, uno di Mazzagatti.

A Reggio calabria, la Corte d’appello ha già ribaltato il giudizio dei giudici di secondo grado messinesi e ha condannato Nicola Mazzagatti per estorsione a carico di Marchetta, ritenendo attendibili le dichiarazioni accusatorie di quest’ultimo.

E’ in corso di svolgimento, invece, il nuovo processo ordinato dalla Cassazione per estorsione aggravata a carico di D’amico e Bisognano con Marchetta parte civile.

Trattativa Stato mafia, il boss di Palermo Nino Rotolo smentisce il collaboratore Carmelo D’amico: “Con lui in carcere ho parlato solo di banalità. Si è inventato tutto”. D’amico aveva tirato in ballo i ministri Martelli, Mancino, Schifani, Dell’Utri, Alfano e Mannino

Download PDF

Il collaboratore Carmelo D'amico

Il collaboratore Carmelo D’amico

Sono solo fandonie. Non so come mai se le sia inventate”.

Le sue dichiarazioni avevano fatto irruzione nel processo Trattativa Stato-mafia che vede alla sbarra uomini delle istituzioni e esponenti mafiosi, destando molto clamore.

I pubblici ministeri della Procura di Palermo che sostengono la tesi secondo cui dopo le stragi mafiose del 1992 pezzi dello Stato intavolarono una trattativa illegale con i vertici della mafia per fermare la violenza mafiosa, hanno accolto i suoi racconti come manna dal cielo.

L’ex boss di Barcellona pozzo di Gotto Carmelo D’amico da 3 anni colaboratore di giustizia aveva raccontato che il boss di Palemo Nino Rotolo, durante la comune detenzione al 41 bis nel carcere di Opera a Milano, gli aveva rivelato che la trattativa c’era stata indicandogli nomi e cognomi dei protagonisti.

Le confidenze – stando al racconto di D’amico – Rotolo gliele aveva fatto benché come lui stesso ha ammesso parlavano “a gesti” da cella a cella e “non pronunciavamo mai i cognomi delle persone cui facevano riferimento”.

I suoi racconti de relato avevano impegnato l’intera udienza del  17 aprile del 2015.

Tuttavia, ora le dichiarazioni di Carmelo D’amico sono state smentite seccamente da Nino Rotolo, interrogato nelle settimane scorse nell’ambito di un procedimento penale per calunnia  a carico di D’amico.

Rotolo smentisce

“Nego di aver mai parlato con D’amico della cosiddetta “Trattativa Stato Mafia”. Con lui ci siamo scambiati frasi banali e di circostanza di tipo generale. Tra la sua cella e la mia c’era il corridoio e essendo entrambi al 41 bis tutto era video e fonoregistrato”, ha dichiarato Rotolo ai sostituti procuratori che sono andati a sentirlo a Milano. “Non mi so spiegare come mai D’amico si sia inventato simili fandonie e mi sento mortificato dall’essere stato coinvolto”, ha concluso.

Nino Rotolo, su iniziativa della difesa di uno degli imputati, sarà sentito nella prossima udienza del processo in corso a Palermo.

Le dichiarazioni di D’amico

L’ex capo della cosca di Barcellona aveva raccontato: “Nino Rotolo in carcere mi disse che i servizi segreti e Marcello dell’Utri (braccio destro di Berlusconi) avevano indotto i ministri Nicola Mancino e Claudio Martelli a contattare il sindaco di Palermo Vito Ciancimino in modo da intavolare una trattativa per far cessare le stragi. Vito Ciancimino contattò il dottore Cinà che a sua volta portò l’imbasciata a Totò Riina e Bernardo Provenzano. Questi fecero avere le richieste ai due ministri per affievolire la legge sul 41 bis e quella sui sequestri. I mandanti della strage di Capaci e di via D’Amelio sono  stati Giulio Andreotti e i servizi segreti. Renato Schifani e Angelino Alfano sono stati eletti grazie ai voti della mafia ma poi una volta diventati potenti hanno fatto delle leggi contro la mafia voltando le spalle, in modo da coprirsi. Anche Calogero Mannino aveva un accordo con Cosa nostra. La mafia ha investito un sacco di denaro nelle società di Berlusconi e ha votato per anni per Forza Italia”.

La denuncia per calunnia

L’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli all’indomani della deposizione di D’amico ha presentato denuncia per calunnia.

La deposizione di Rotolo è stata raccolta nell’ambito del procedimento penale a carico di D’amico che è scaturito dalla denuncia di Martelli.

 

Estorsioni all’Aias di Barcellona, 4 anni e 6 mesi al collaboratore Carmelo D’amico. La Corte d’appello ritiene provate le accuse di Luigi La Rosa. D’amico da boss si era difeso attaccando ma è stato condannato per calunnia ai danni del commercialista e dell’imprenditore Maurizio Marchetta

Download PDF

Il collaboratore Carmelo D'amico

Il collaboratore Carmelo D’amico

Quattro anni e sei mesi di reclusione.

Nuova condanna per Carmelo D’amico, il boss di Barcellona Pozzo di Gotto da tre anni e mezzo collaboratore di giustizia. Dopo la condanna per calunnia rimediata il 26 febbraio scorso, la Corte d’appello di Messina l’ha ritenuto colpevole di estorsione ai danni dell’Aias, l’associazione italiana assistenza spastici, di Barcellona.

In primo grado, quando non era ancora collaboratore, D’amico era stato assolto dal Tribunale di Barcellona, mentre erano stati condannati per lo stesso reato i coimputati Giovanni Rao, Mariano Foti e Carmelo Giambò.

L’inchiesta che portò in carcere e a processo i quattro esponenti della mafia nacque dalla dichiarazioni di Luigi La Rosa, l’ex presidente dell’Aias.

Questi raccontò agli inquirenti che sin dalla fine degli anni novanta (quando alla guida dell’ente c’era Pietro Arnò) e sino al 2009, quando decise di porre fine al pagamento del pizzo, l’Aias fosse costretta a pagare la somma di 40milioni di lire all’anno (diventati poi 40mila euro) e a effettuare delle assunzioni a favore di persone vicine ai membri dell’organizzazione criminale.

Se nel giudizio di primo grado le dichiarazioni di Luigi La Rosa, ritenute riscontrate relativamente a Rao, Giambò e Foti, non sono state considerate sufficienti per condannare D’amico, nel giudizio di appello hanno avuto un peso (le motivazioni diranno quale) le stesse dichiarazioni di Carmelo D’amico, che nel frattempo aveva iniziato a collaborare confermando nella sostanza le dichiarazioni del commercialista di Barcellona: e cioè che i vertici dell’Aias fossero costretti a piegarsi a voleri della mafia del Longano, di cui lui D’amico dal duemila in poi era divenuto un capo.

Difesa boomerang

Carmelo D’amico ha finito per smentire se stesso rimediando così anche la condanna per la calunnia.

Il boss reo confesso di decine di omicidi, infatti, prima di iniziare la collaborazione, per difendersi aveva denunciato che a convincere La Rosa ad accusarlo fosse stato il suo amico Maurizio Marchetta, l’imprenditore di Barcellona per un periodo vice presidente del Consiglio comunale.

Quest’ultimo, a sua volta aveva  già denunciato di estorsione lo stesso D’amico e Carmelo Bisognano, l’altro esponente di spicco della mafia del Longano che a partire dal 2010 inizierà la collaborazione con la magistratura.

L’accusa a La Rosa e Marchetta a D’amico è costata il 26 febbraio scorso la condanna ad un anno di reclusione (pena mitigata, come quella per l’estorsione all’Aias, dall’essere un collaboratore)

Tutto si Sistema

Entrambi, D’amico e Bisognano, furono arrestati nel 2009 nell’operazione “Sistema” proprio in virtù delle dichiarazioni di Marchetta.

Condannati in primo grado a pene molto pesanti decisero di diventare collaboratori: prima, dal 2010, Bisognano e poi, dal 2013, D’amico. Le loro dichiarazioni hanno permesso di fare luce su decine di delitti (tra cui efferati omicidi) che erano rimasti senza colpevoli.

Si sono sempre difesi sostenendo che Marchetta era uno colluso e non una vittima della mafia.

Il processo a loro carico per l’estorsione alle imprese di Marchetta è ancora in corso: i due boss, dopo la condanna di primo grado sono stati assolti in appello, ma la Corte di Cassazione ha annullato e rimesso la decisione finale a Reggio Calabria.

Nel frattempo Carmelo Bisognano è stato arrestato e rinviato a giudizio. Mentre era sottoposto a programma di protezione – secondo l’accusa – ha continuato a delinquere alla Vecchia maniera (vedi articolo sulla vicenda).

Le spine di La Rosa

Le dichiarazioni del commercialista La Rosa sono state già sottoposte positivamente al vaglio di altri giudici.

Il Tribunale di Messina ha condannato, in primo grado, l’ex senatore Tatà Sanzarello per le estorsioni all’Aias (vedi articolo correlato a firma Michele Schinella).

Il Giudice per le indagini preliminari di Barcellona ha rinviato a giudizio per una serie di reati il presidente dell’Aias nazionale, Francesco Lo Trovato, e una serie di dirigenti dell’associazione, oltre ai politici Sanzarello (per altre ipotesi di reato) e Natale D’amico (vedi articolo).

Il boss Carmelo D’amico a quasi due anni dall’inizio della collaborazione ricorda fatti nuovi appresi da persone morte e chiama in causa l’avvocato Peppuccio Santalco, il giudice Cassata e Saro Cattafi

Download PDF

Il collaboratore Carmelo D'amico

Il collaboratore Carmelo D’amico

L’intenzione di ammazzare il giornalista Beppe Alfano perché aveva iniziato a mettere il naso nella Corda Fratres del giudice Franco Cassata; il ruolo dell’avvocato Peppuccio Santalco in seno all’organizzazione mafiosa del Longano; il contributo dell’avvocato Saro Cattafi nella morte dell’urologo Attilio Manca, “ucciso dai servizi segreti”.

Il collaboratore di giustizia Carmelo D’amico, boss di Barcellona e autore di efferati omicidi, non ne ha parlato nel verbale illustrativo della collaborazione; non ne ha parlato nei 180 giorni dall’inizio della collaborazione, come prevede la legge; non se n’è ricordato, incalzato dal pm e dagli avvocati di parte civile, nel corso dell’esame del processo d’appello a Saro Cattafi imputato di essere il capo della mafia di Barcellona, né nel corso del processo sulla presunta Trattativa tra lo Stato e la mafia.

Ma il 15 ottobre del 2015 a quasi due anni dall’inizio della collaborazione ha messo nero su bianco nuove e clamorose dichiarazioni, raccontando fatti, tutti appresi da persone ormai decedute.

L’AVVOCATO PEPPUCCIO SANTALCO

“L’avvocato Peppuccio Santalco era un componente della mafia di Barcellona, assisteva nei processi il boss Pippo Iannello (ucciso a dicembre del 1993), faceva uso di cocaina insieme a noi e ha aggiustato dei processi per conto nostro”, ha dichiarato D’amico. “Aveva lo studio in viale Kennedy, all’epoca dei fatti aveva 40 anni ed era il figlio di Carmelo Santalco, ex senatore della Repubblica (deceduto, ndr)”, ha precisato. “Mio zio Cannata (boss della mafia deceduto da anni, ndr) mi disse che Santalco padre era arrivato in Parlamento grazie all’aiuto di tutta la mafia barcellonese”

“Nello studio di Peppuccio Santalco facevamo uso di cocaina”, ha ancora sottolineato D’amico.

BEPPPE ALFANO E LA CORDA FRATRES DEL GIUDICE CASSATA

Ricordo che un giorno sentii Pippo Iannello dire preoccupato a Santalco che Pippo Gullotti voleva ammazzare il giornalista Beppe Alfano perché aveva iniziato ad indagare sulla Corda Frates, l’associazione culturale guidata dal giudice Franco Cassata (ex procuratore generale della Corte d’appello di Messina, ndr). Fu l’avvocato Santalco a dire a Iannello di non preoccuparsi perché avrebbe parlato lui con Cassata in modoo che quest’ultimo facesse desistere dal progetto Pippo Gullotti”, ha detto il collaboratore.

“Non ho raccontato prima queste cose perché avevo paura di Cassata che è un giudice molto potente”, ha precisato ancora il collaboratore.

Per l’omicidio di Beppe Alfano sono stati condannati con sentenza passata in giudicato Pippo Gullotti e Nino Merlino come esecutore materiale. Secondo l’impianto accusatorio l’omicidio è maturato perché Alfano si stava interessando di una grossa truffa immobiliare nell’ambito dell’Aias di Barcellona.

Carmelo D’amico – secondo quanto è già trapelato – ha dichiarato che Nino Merlino è estraneo all’omicidio del giornalista.

 

Il RUOLO DI CATTAFI, I SERVIZI SEGRETI E LA MORTE DI ATTILIO MANCA

“Nello studio dell’avvocato Carmelo Santalco sentii ancora Iannello dire che Gullotti e Saro Cattafi avevano il cervello malato perché avevano dato la loro disponibilità alle famiglie della mafia di Palermo e Catania a preparare l’attentato per uccidere l’ex ministro Claudio Martelli e il giudice Antonio di Pietro. Ho saputo di recente nel carcere dal boss Nino Rotolo che il mandante degli attentati (non eseguiti) era il leader del Psi, Bettino Craxi (deceduto da anni, ndr)”, ha riferito D’amico.

 

“Dopo la morte dell’urologo Attilio Manca, avvenuta a Viterbo nel 2004, incontrai a Barcellona Salvatore Rugolo (cognato del boss Pippo Gullotti) che ce l’aveva con Saro Cattafi. Mi disse che Cattafi per conto di Bernardo Provenzano aveva contattato il suo amico Attilio Manca in modo che questi l’operasse di prostata. A Cattafi – mi disse Rugolo – l’incarico glielo aveva dato un generale dei carabinieri. Di recente, Nino Rotolo, mi ha raccontato che sono stati i servizi segreti ad ammazzare Manca e che l’omicidio era stato organizzato dal direttore del Sisde”.

 

“Non ho riferito prima queste cose perché non me ne sono ricordato. Ogni giorno che passa mi ricordo cose nuove. La legge che regola la collaborazione e impone di dire tutto nei primi 180 giorni è sbagliata”, si è giustificato D’amico.

Salvatore Rugolo è morto da alcuni anni e non è stato mai processato né tantomeno condannato per fatti di mafia.

Secondo tutti i magistrati di Viterbo che si sono occupati della morte di Attilio Manca, l’urologo è morto per overdose. Secondo i magistrati di Palermo che hanno indagato sulla latitanza di Provenzano (e sui fiancheggiatori) Manca non ha mai operato Provenzano a Marsiglia.

IL D’AMICO PRECEDENTE.

Il collaboratore era stato sentito nel processo d’appello a carico di Saro Cattafi. Condannato in primo grado a 18 anni come capo della mafia di Barcellona, Cattafi in appello è stato riconosciuto un semplice affiliato e solo sino al 2000 e la pena gli è stata ridotta a 7 anni di reclusione (vedi articolo correlato).

Il 4 dicembre 2015 gli stessi giudici della Corte d’appello ne hanno disposto la scarcerazione (vedi articolo correlato).

D’amico sentito come testimone aveva dichiarato di aver visto una sola volta Cattafi nel corso di un incontro avvenuto negli anni novanta tra associati in una masseria nel corso del quale aveva saputo che “era un amico” e di aver ricevuto l’ordine di ammazzarlo perché per alcuni giorni fu ritenuto colui che aveva fatto la spia e consentito nel maggio del 1993 alla polizia di arrestare il boss Nitto Santapaola.

D’AMICO A RUOTA LIBERA

Carmelo D’amico è stato sentito nell’aprile scorso come testimone nel processo Trattativa Stato-mafia in corso di svolgimento al Tribunale di Palermo e che vede sul banco degli imputati, tra gli altri, il generale dei carabinieri Mario Mori, uomini delle istituzioni e boss della mafia.

D’amico ha riferito una serie di circostanze tutte apprese in carcere (entrambi al 41 bis) dal boss Nino Rotolo, con il quale “comunicava per gesti”, che avvalorano la tesi sostenuta dai pm secondo cui lo Stato dopo le stragi del 1993 arrivò ad un compromesso con la mafia per evitare nuove stragi (vedi articolo correlato). Questa tesi, però, sinora è stata smentita da alcune pronunce dei Tribunali che hanno avuto ad oggetto gli stessi fatti.

Cattafi, il capo della mafia di Barcellona ha rischiato di essere ammazzato 2 volte dai sottoposti. Il collaboratore Siracusa irrompe nel processo d’appello. Le incongruenze delle dichiarazioni e il giallo della Smart

Download PDF

Cattafi foto 2Nel 1993 Carmelo D’amico aveva avuto ordine di ammazzarlo perché ritenuto autore della soffiata che aveva portato alla cattura di Nitto Santapaola. Il killer Mimmo Tramontana tra il 2000 e il 2001 lo voleva ammazzare perché lo riteneva un confidente dell’autorità giudiziaria.

Condannato a 14 anni di reclusione con l’accusa di essere il capo della mafia di Barcellona, Saro Cattafi ha rischiato di morire per mano di due degli uomini più spietati dell’organizzazione di cui era ai vertici.

Dopo il collaboratore di giustizia D’amico, che ha raccontato che Cattafi sfuggì alla morte solo perché egli non riuscì a trovare il momento propizio per eseguire l’ordine che gli diede il boss Sam Di Salvo prima che arrivasse il contrordine, è la volta di Nunziato Siracusa, 45 annni, esponente di rilievo della mafia del Longano e scudiero di Tramontana.

L’ultimo dei collaboratori, detto u cuccu, ha svelato la ferma intenzione di Tramontana non avallata, però, dai boss Sam Di Salvo e Giovanni Rao.

Come D’amico, alla vigilia dell’estate del 1993 nel corso di una mangiata in una masseria aveva saputo che Saro Cattafi era “un amico nostro”, così in un contesto analogo Siracusa, 4 anni dopo, in una stalla ha saputo che Cattafi “era un amico nostro”.

I racconti dell’ultimo collaboratore di giustizia, arrivano nel processo d’appello a carico dell’avvocato di Barcellona, arrestato nell’ambito dell’inchiesta Gotha 3 il 24 luglio del 2012.

Quando l’istruzione dibattimentale sembrava chiusa, la pubblica accusa ha chiesto al presidente della Corte d’appello che il collaboratore sia esaminato. E hanno depositato i verbali e gli accertamenti a riscontro delle sue dichiarazioni.

Tre le vicende narrate: la mangiata “illuminante”; l’intenzione di Tramontana di ucciderlo; l’accoglienza dal carcere di Gazzi riservata nel 2012 a Cattafi.

LA MANGIATA E… LA SMART

La Smart, l’auto a due posti prodotta dalla Mercedes Benz, è stata immessa in commercio per la prima volta nell’ ottobre del 1998. Ma il boss di Barcellona Sam Di salvo a bordo di questa auto si è recato in una stalla di Barcellona di contrada Carmine ad un summit di mafia a cui parteciparono i boss Pippo Gullotti, Giovanni Rao e Saro Cattafi: il fatto è avvenuto prima del 12 febbraio del 1998, quando Gullotti fu arrestato come mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano e dal carcere non è più uscito.

Chi accompagnava Sam Di Salvo ne è sicuro.

Nunziato Siracusa lo ha detto e lo ha ripetuto più volte nel corso dell’interrogatorio reso ai sostituti della Direzione distrettuale antimafia di Messina, Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo.

“Tra il 1997/1998 ci fu una mangiata in una stalla di proprietà di Luigi Crisafulli. Questi era vicino a Sam Di Salvo ma non faceva parte dell’associazione, aveva un fratello che era della Guardia di Finanza. Io ci arrivai con Di Salvo, a bordo di una Smart grigia, l’auto ha due posti. Luigi stava già facendo la carne. Gullotti e Rao arrivarono per conto loro. Poi arrivò una macchina da cui scese Cattafi. L’auto andò via. Di Salvo di Cattafi mi disse: “E’ n’amicu nostru” ”, ha spiegato Siracusa.

 

RISCONTRI BALLERINI

I pm Di Giorgio e Cavallo hanno chiesto ai Ros dei carabinieri i riscontri alle dichiarazioni di Siracusa. La descrizione del casolare fatta da Siracusa è risultata perfettamente attendibile.

Diverso esito, invece, ha avuta un’altra richiesta dei pm: “Di Salvo in quel periodo avesse la disponibilità, anche indiretta, di un’autovettura Smart?”.

I Ros hanno risposto: “Dai controlli di polizia a carico del pregiudicato, non emerge che lo stesso negli anni negli anni 97/98, sia mia stato controllato a bordo di un’autovettura Mercedes Smart”.

Ma che Sam Di Salvo non potesse viaggiare a bordo di una Smart è dato rinvenibile ad esempio su Wikipedia: “ …. La produzione viene allora interrotta e il lancio, previsto per il marzo 1998, viene posticipato ad ottobre dello stesso anno”.

Non solo, incrociando i periodi di reclusione dei partecipanti alla mangiata è emerso che – come scrivono i Ros – “detto incontro si è potuto tenere solo tra il 3 novembre del 1997 e il 9 febbraio del 1998, periodo in cui  Nunziato Siracusa era agli arresti domiciliari”.

Dunque, quest’ultimo ha potuto incontrare Gullotti, Rao, Di Salvo e Caffafi, solo violando la misura cautelare: circostanza questa a cui non ha fatto alcun cenno nel corso dell’interrogatorio.

CATTAFI CAPO MAFIA E CONFIDENTE

“Intorno al 2000, ero imputato insieme a Tramontano nel processo per l’estorsione a Palano. Tramontano andava spesso in escandescenza. Il processo fu caratterizzato da molte tensioni. Il pm era Olindo Canali. Tramontano vide più volte Cattafi parlare con Canali durante le pause. Era convinto fosse un confidente. “L’amu mazzari a chistu cà, l’amu mazzari”, mi ripetè più volte. Tramontano era uno che poteva decidere di ammazzare una persona, però io ci dicia: “Ciù dicisti a Barcellona?”.

Tramontano un giorno mi disse: “Ciu vo’ dire pi favuri a Rao chi l’avi a mazzari?”. Io lo chiesi prima a Sam di Salvo che osservò: “E’ n’amicu…. e poi sunnu cumpari cu Pippu (Gullotti, ndr)”. Ma mi disse parlane con mio fratello Rao. Rao rispose: “Lassa stari, levici manu, cià diri mi ci leva mani”. “.

Siracusa ha spiegato che in genere quando Tramontano e lui decidevano di fare un omicidio Rao e Di Salvo rispondevano: “Se lo ritenete opportuno … se è necessario …”. Mentre in questo caso le cose erano andate diversamente. “Ah, ndamu a teniri u cunfidenti intra”, commentò Tramontana (ammazzato a giugno del 2011, ndr). Tramontana era convinto fosse un confidente e basta, non mi disse mai che era un componente dell’organizzazione”, ha precisato U Cuccu.

L’ACCOGLIENZA… AL FRESCO

“Quando Cattafi entrò in carcere a luglio 2012 fu messo nella stanza al primo piano nella sezione camerotti con Gaetano Chiofalo: poiché quest’ultimo aveva avuto sempre problemi di convivenza, era nella sezione destinata ai palermitani. Gli associati Mariano Foti e Nicola Cannone, esponente quest’ultimo della mafia degli anni 90, erano in una cella al piano di sopra, riservata ai barcellonesi. Quando io arrivai dal carcere di Larino chiesi a Cannone: “Comu mai non vu nchianastivu supra?”. Cannone mi rispose: “Si è voluto stare sotto così non dà nell’occhio. Essendo che poi lo mettono associato a noi a tutti i barcellonesi, perché i barcellonesi eravamo tutti su”, ha narrato Siracusa.

Su richiesta dei due sostituti, i Ros hanno riscontrato positivamente l’ubicazione di cella e i vari spostamenti all’interno del carcere di Gazzi e tra le carceri descritti da Siracusa.

Il collaboratore D’amico a ruota libera: “Il boss Rotolo mi disse che Schifani e Alfano sono stati eletti con i voti di Cosa nostra. I ministri Martelli e Mancino protagonisti della Trattativa con la Mafia”

Download PDF

foto trattativa“Nino Rotolo in carcere mi disse che i servizi segreti e Marcello dell’Utri avevano indotto i ministri Nicola Mancino e Claudio Martelli a contattare il sindaco di Palermo Vito Ciancimino in modo da intavolare una trattativa per far cessare le stragi. Vito Ciancimmino contattò il dottore Cinà che a sua volta portò l’imbasciata a Totò Riina e Bernardo Provenzano. Questi fecero avere le richieste ai due ministri per affievolire la legge sul 41 bis e quella sui sequestri. I mandanti della strage di Capaci e di via D’Amelio sono  stati Giulio Andreotti e i servizi segreti. Renato Schifani e Angelino Alfano sono stati eletti grazie ai voti della mafia ma poi una volta diventati potenti hanno fatto delle leggi contro la mafia voltando le spalle, in modo da coprirsi. Anche Calogero Mannino aveva un accordo con Cosa nostra. La mafia ha investito un sacco di denaro nelle società di Berlusconi e ha votato per anni per Forza italia”.

Parlavano “a gesti” da cella a cella e non pronunciavamo mai i cognomi delle persone cui facevano riferimento ma Nino Rotolo, boss della mafia palermitana, a Carmelo D’amico, collaboratore di giustizia, nel corso della comune detenzione nel carcere di Opera a Milano, ha fatto delle confidenze con tanto di nome e cognome.

Le confidenze avute in carcere sono diventate rivelazioni clamorose.

Le ha fatte oggi, per la prima volta nel corso del processo sulla presunta Trattativa Stato Mafia in corso di svolgimento a Palermo, l’ex boss di Barcellona Pozzo di Gotto, Carmelo D’amico, che collabora con l’autorità giudiziaria da un anno.

Il collaboratore ha spiegato che queste dichiarazioni non le aveva mai fatte prima perché aveva paura che i servizi segreti gliela facessero pagare. Rivolto al pubblico ministero Nino Di Matteo ha affermato: “Voglio che vi interessiate a trasferire i mie parenti. I servizi segreti sono capaci di tutti sono gli autori di tutte le stragi. Siamo in pericolo, sia io, sia lei, sia tutti noi. Non ho nessuna intenzione di suicidarmi. Se viene qualcuno per parlare con me, se non c’è l’autorizzazione dei magistrati di Messina o di lei non voglio parlare con nessuno”, ha detto D’amico.

Carmelo D’amico oltre a quanto gli ha riferito Nino Rotolo, ha raccontato che alla fine degli anni novanta a Barcellona arrivò l’ordine da Palermo di distruggere i ripetitori delle televisioni di Berlusconi e questo si doveva fare in tutta la Sicilia. “Ce ne stavamo occupando io e Sam Di Salvo. Poi arrivò il contrordine: ci fu detto che l’estorsione era stata sistemata ed era stato fatto un accordo con Berlusconi”. Il collaboratore ha poi aggiunto che negli anni successivi da Palermo, dalla Cupola, arrivò l’ordine di appoggiare Forza Italia. “Io stesso  mentre ero in carcere nei primi anni novanta organizzai nel carcere di Gazzi un voto a tappeto a favore di questa formazione politica”.

I difensori degli imputati del processo che deve stabilire se dopo le stragi del 1992 la trattativa tra pezzi dello Stato e la mafia c’è stata e se è penalmente rilevante, al termine dell’esame di Carmelo D’amico, non hanno nascosto il loro disappunto. E hanno chiesto, proprio alla luce della gravità delle dichiarazioni fatte da D’amico, di rinviare il controesame per poter meglio valutare le dichiarazioni, l’attendibilità e la personalità del collaboratore.

L’avvocato Massimo Krog, l’unico a fargli qualche domanda, gli ha chiesto perché ha deciso di collaborare con la magistratura. “Perché sono cristiano e volevo cambiare vita”, ha detto. L’avvocato di Dell’Utri lo ha incalzato: “Ma ha avuto una conversione o è sempre stato cristiano anche quando ammazzava le persone o tagliava loro le mani?”. “Anche allora”, ha risposto D’amico. “Lo so che ho fatto cose che non bisognava fare”, ha concluso.

Omicidio di Beppe Alfano, una nuova verità. Il collaboratore Carmelo D’amico: “Santapaola latitante a Barcellona prima dell’omicidio del giornalista”. I dettagli delle rivelazioni e gli scenari

Download PDF

Il giornalista Beppe Alfano

Il giornalista Beppe Alfano

Nitto Santapaola? Si nascondeva già a Barcellona Pozzo di Gotto, precisamente a Marchesana di Terme Vigliatore, quando, l’8 gennaio del 1993, il giornalista Beppe Alfano fu ucciso. Era in una villetta almeno sin dall’omicidio del boss Giuseppe Iannello, avvenuto il 16 dicembre del 1992.

E’ questa l’ultima verità raccontata agli inquirenti della Procura di Messina da Carmelo D’amico, boss del mafia della città del Longano e da un anno collaboratore di giustizia. Una verità frutto non di conoscenza diretta ma di quanto gli ha riferito Sam Di Salvo, boss di cui era braccio destro, dopo l’arresto di Santapaola avvenuto in provincia di Catania, a Mazzarone, il 18 maggio del 1993.

 

La rivelazione di D’amico entra prepotentemente nell’inchiesta sull’omicidio del giornalista, per il quale ci sono in carcere, condannati con sentenza definitiva a 30 anni, Pippo Gullotti, come mandante, e Giuseppe Merlino, come esecutore materiale e nel Processo sulla presunta Trattativa Stato- Mafia, in corso di svolgimento a Palermo.

SUGGESTIONI

Offre, infatti, linfa a quella che negli ultimi anni è stata la tesi sostenuta dal legale della famiglia Alfano, Fabio Repici: “Il giornalista Alfano è morto perché aveva scoperto che a Barcellona si nascondeva il boss dei boss, in quel periodo sotto la protezione di alcuni uomini delle Istituzioni impegnate nella trattativa con la mafia”.

Una tesi che è stata alimentata dal sostituto della Procura di Barcellona Olindo Canali, il quale aveva condotto le indagini sull’omicidio, chiedendo ed ottenendo, sulla scorta delle dichiarazioni decisive del collaboratore Maurizio Bonaceto, la condanna di Gullotti e Merlino.

E’ stato infatti Canali a scrivere nel 2006 due memoriali.

Uno di tre paginette, detto Il “Testamento”, affidato al giornalista Leonardo Orlando, con cui aveva un rapporto di fiducia,  gettava forti dubbi sulla verità processuale dell’omicidio Alfano. Il “Testamento” doveva essere pubblicato solo in caso di arresto del magistrato brianzolo. Invece, cominciò a girare per gli studi dei legali della città del Longano qualche giorno dopo.

L’altro, molto più lungo, inviato, invece, al legale Fabio Repici, con cui Canali intratteneva all’epoca buoni rapporti, dava conto del fatto che Alfano qualche tempo prima di morire gli aveva confidato che “Santapaola era in zona”.

I due memoriali sono stati portati a conoscenza dell’autorità giudiziaria agli inizi del 2009: tre anni dopo.

Successivamente, Olindo Canali,  sentito in pubblici processi ha confermato: “Intorno al 20 dicembre 1992, Alfano mi disse: “Quando ritorna dalle vacanze natalizie, le saprò dare notizie più precise. Le dirò dove si trova Santapaola”.  I due non si videro più. La sera dell’8 gennaio 1993, Alfano fu ammazzato a piazza Marconi. Qualche minuto prima aveva accompagnato la moglie a casa. Scorgendo qualcosa in lontananza le disse: “Chiuditi in casa. Tra un po’ torno”. Alfano salì  sull’auto: fu trovato a bordo della stessa poco tempo dopo.  Esanime. Un colpo di pistola calibro 22, sparato a bruciapelo attraverso il finestrino abbassato da qualcuno con cui si era fermato a colloquiare, aveva fermato la sua vita. Da cosa e da chi si era fatto attirare?

LA NOVITA’

La rivelazione di D’amico mette in crisi il dato processuale che sino a questo momento si era affermato: Santapaola si era nascosto si a Barcellona, protetto da Sam Di Salvo, Aurelio Salvo e Mimmo Orifici, ma in epoca successiva all’omicidio del giornalista.

Gli inquirenti dei Ros hanno certezza della sua presenza a Barcellona il 5 aprile del 1993. Quel giorno nella pescheria di Mimmo Orifici e Sam Di Salvo viene captata un’intercettazione ambientale di una conversazione in cui  si sente parlare di “zio Filippo” come di quello che è appena andato via. Dal tenore della conversazione si capisce che questi altri non è se non Santapaola. Nella stessa occasione i due parlano di zio Filippo come di uno che è lì a Barcellona da due mesi, due mesi e mezzo. “…iavi chi è ccà, acchi du’ misi, du’ misi e menzu no…”,. Alcuni collaboratori poi raccontarono che Santapaola era stato spostato a Barcellona dopo che si diffuse la notizia dell’inizio della collaborazione con l’autorità giudiziaria  di Claudio Severino Samperi, datata 6 gennaio 1993.

TESI DA PROVARE

Tuttavia, la tesi che Alfano sia stato ammazzato perché aveva scoperto la presenza di Santapaola a Barcellona è tutta da dimostrare. Il fatto che D’amico abbia dichiarato che Santapaola fosse a Barcellona in quel periodo e che dunque Alfano avesse avuto una giusta intuizione non significa che il collaboratore abbia pure detto che è stato ammazzato per questo.

Infatti, la ricostruzione da parte del collaboratore del movente e della dinamica dell’omicidio Alfano, al vaglio scrupoloso degli inquirenti, è ancora top secret.

D’altro canto, da quanto dichiara D’amico il covo di Santapaola era lontano tre chilometri dalla casa di Alfano e difficilmente quella sera dell’8 gennaio 1993, Beppe Alfano è stato attirato dalla presenza del boss, a zonzo in centro città, come pure si è ipotizzato.

Allo stesso modo, la dichiarazione dell’ex boss sulla presenza di Santapaola a Barcellona non significa che la latitanza del boss sia stata protetta da uomini delle istituzioni nell’ambito della Trattativa tra lo Stato alla mafia, che secondo la Procura di Palermo ci sarebbe stata per fermare le stragi mafiose del 1992. Né, tantomeno, che la Trattativa ci sia stata davvero e sia penalmente rilevante.

Un primo processo a carico del generale dei Carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di aver favorito – sempre nell’ambito dello stesso disegno della Trattativa – la latitanza di Bernardo Provenzano, si è concluso con l’assoluzione dei due ufficiali dei carabinieri e la bocciatura della tesi dei pm.

IL TEOREMA DELLA TRATTATIVA

Carmelo D’amico, anzi, ha depotenziato la valenza di uno degli episodi entrati nel processo Trattativa come prova della stessa: l’inseguimento con sparatoria da parte di alcuni uomini del Ros (tra cui il Capitano De Caprio “Ultimo” e Giuseppe De Donno), di Fortunato Imbesi. Il 6 aprile 1993, il figlio dell’imprenditore Salvatore Mario, uscendo a bordo della jeep dalla villa di famiglia di Marchesana, a pochi passi dalla villetta dove era nascosto Santapaola, non si era fermato all’alt dei carabinieri: uno di questi, il brigadiere Mangano, lo aveva scambiato per il latitante Pietro Aglieri. L’inseguimento, nel corso del quale De Caprio aprì il fuoco, si concluse solo per caso con Imbesi incolume.

Secondo la Procura di Palermo, che ha fatto propria la tesi di Fabio Repici, l’inseguimento fu una messiscenza dei Ros per avvisare Nitto Santapaola che era stato individuato e garantirgli la libertà. Il giorno prima da Barcellona il comandante dei Ros di Messina, Giuseppe Scibilia, aveva avvertito il comandante Mario Mori dell’intercettazione della pescheria da cui risultava la presenza di Santapaola in città.

Carmelo D’amico sul punto infatti ha dichiarato che parlò della vicenda con Sam Di Salvo che gli disse che era una cavolata e che la stessa vicenda non aveva nulla a che fare con la latitanza di Nitto Santapaola.

IL RACCONTO DI D’AMICO SU SANTAPAOLA.

Carmelo D’amico ha raccontato che Santapaola durante la sua permanenza a Barcellona fu ospitato nella villetta di Domenico Orifici, a Marchesana di Terme Vigliatore, di fronte al Bar Hotel il Gabbiano. Accanto c’era la villa di Salvo Aurelio, cognato di Orifici. Orifici, Salvo e Sam Di Salvo hanno curato la latitanza di Santapaola. D’amico ha riferito ancora di non saper dire con precisione quando arrivò a Terme, ma di sicuro c’era già quando fu commesso l’omicidio di Pippo Iannello. Nell’occasione lui e Sam di Salvo andarono nella villa a portare le pistole e le divise della società del gas ai due catanesi incaricati di eseguire l’omicidio. D’amico non vide Santapaola perché questi si rifugiò in una stanza non volendosi far riconoscere. Fu Di Salvo che gli raccontò tutto questo quando Santapaola fu arrestato. Prima non seppe nulla. Santapaola è stato sempre tenuto a Marchesana. A D’amico non  risulta sia mai stato nell’abitazione sopra la pescheria di Di Salvo e Orifici, ubicata vicino casa di Beppe Alfano e dove fu arrestato Pippo Gullotti qualche anno dopo.