Sparatoria al M’ama, dai tabulati telefonici nuovi indizi a carico di Aloisi. “Vai via, sei un moccusu”: un testimone racconta che Cutè quella sera fu offeso dal proprietario del lido

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L'ingresso del M'ama

L’ingresso del M’ama

 

Gianfranco Aloisi si trovava davanti al M’ama sia quando c’è stato il litigio con i buttafuori e uno dei proprietari del locale, intorno all’ 1 e 30 della notte tra il 21 e 22 luglio scorso; sia soprattutto quando sono stati esplosi i 5 colpi di pistola, alle 2 e 19, verso l’entrata del noto lido di via Consolare Pompea, due dei quali hanno ferito gravemente Tania, una ragazza di 34 anni di Briga, a cui è stato spappolato il femore e recisa l’arteria.

Non è stata trovata l’arma con cui sono stati esplosi i 5 colpi.

Non è stato trovato lo scooter usato per il raid.

Nessuno potrebbe identificare con certezza in Alessandro Cutè e Gianfranco Aloisi i due uomini che a bordo della motocicletta hanno sparato i colpi di revolver verso l’ingresso del M’ama.

Tuttavia, il fragile quadro indiziario, probabilmente insufficiente per una condanna “al di là di ogni ragionevole dubbio”, si è arricchito di un dato che ha indotto il Tribunale della Libertà a rigettare la richiesta di scarcerazione per i due, a Gazzi  da un mese e mezzo con l’accusa di Tentato omicidio e porto d’armi aggravato.

L’analisi dei tabulati telefonici dell’utenza di Alosio e il monitoraggio delle cella a cui il cellulare si è attaccato, infatti, mostrano in maniera chiara che l’uomo accusato di aver materialmente sparato dallo scooter guidato – secondo l’accusa – da Cutè era proprio lì dove i fatti sono accaduti, alle 2 e 19, ora in cui sono stati esplosi i 5 colpi di pistola.

Cutè invece – secondo gli accertamenti dei carabinieri – quella sera non aveva con sè il telefono cellulare che per tutta la sera è rimasto agganciato alla cella della zona sud della città dove vive.

L’unico dato certo è il movente. Che, però, oltre a Cutè e Aloisi, potevano avere anche altri loro amici.

Infatti, dagli accertamenti è emerso che quella sera a chiedere insistentemente ed invano di entrare c’era insieme ai due almeno un altro amico (come ha riferito una delle dipendenti del M’ama), che però al momento non è stato identificato.

Si potrebbe trattare dello stesso uomo che si è intrattenuto a parlare con Aloisi e Cutè (come emerge dalle registrazioni della telecamera del bar prospicente il M’ama), prima che due di loro, intorno all’ 1 e 23 di notte, un’ora prima del raid, salissero sull’auto e si dirigessero verso il centro città.

Per i carabinieri i due che sono saliti sulla smart sono proprio Cutè e Aloisi, che dopo un’ora sono tornati a bordo dello scooter.

Lo stra…potere dei buttafuori e dei proprietari

 

Le ulteriori indagini hanno chiarito meglio anche il movente dei due e i motivi del litigio all’ingresso e della ritorsione.

Un testimone oculare, che conosceva sia Cutè che Aloisi, ha raccontato che i buttafuori e il proprietario del locale non si sono limitati ad impedire l’ingresso dei due giovani, ma a fronte delle loro insistenze li hanno – stando a quanto raccontato – anche offesi facendo leva sulla loro posizione di forza e sulla stazza fisica.

Sei un moccuso, vai via”.

E questa, secondo il racconto del testimone, l’offesa che ha fatto andare su tutte le furie Alessandro Cutè, detto il leoncino, nipote dello zio omonimo, il leone, a capo del clan di Mangialupi.

Gli è stata rivolta dal proprietario del M’ama, chiamato dai due buttafuori che non ne volevano sapere di farli entrare.

Il  testimone ha pure raccontato che per mettere pace si era offerto di lasciare a Cutè e ai suoi amici i tavoli che stava occupando.

Cutè però non ne ha voluto sapere: “Mi ha detto: Se non mi fanno entrare gli faccio fare il botto“, ha riferito il testimone.

Per tentare di fare ragionare Cutè, un’ altra persona lì presente si è offerta di farlo parlare l’indomani con un’altro dei proprietari del M’ama, socio di chi lo aveva offeso poco prima (ovvero il titolare di un negozio di frutta su viale Giostra), in modo che gli desse soddisfazione con le scuse. Ma niente.

Cutè è stato irremovibile.

Vu fazzu avvidire io”, ha minacciato andando via dal locale, per ritornare – secondo l’accusa – un’ora dopo e trasformare la minaccia in fatti concreti e tragici.

 

 

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