Raid da far west al M’ama, gli indizi a carico di Alessandro Cutè e Gianfranco Aloisi. Al vaglio del pm Carchietti la contestazione del più grave reato di tentato omicidio. La storia dei due: quando Cutè fu “salvato” da un poliziotto

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Da sinistra, Alessandro Cutè e Gianfranco Aloisi

Da sinistra, Alessandro Cutè e Gianfranco Aloisi

 

Vu fazzu avvidire io”.

Era stato loro detto dagli uomini della sicurezza e da uno dei proprietari del M’ama che quella notte non potevano entrare.

Ma loro non l’avevano per nulla presa bene.

Prima hanno protestato: “Come mai fate entrare a tutti e giusto noi non fate entrare? Sono entrati questi quattro scassapagliari che appena fai una mossa scappano….”.

Alla fine, dopo varie insistenze, se ne sono andati via con una minaccia che sembrava una delle solite minacce di ragazzi gradassi, una delle tante che poi rimane senza conseguenze.

Mai nessuno avrebbe immaginato che Alessandro Cutè, 22 anni,  e Gianfranco Aloisi, 25 anni, invece, alla minaccia avrebbero fatto seguire i fatti, che nella notte tra venerdì 21 e sabato 22 luglio hanno assunto il colore rosso sangue.

Cinque colpi di pistola: uno in aria, due ad altezza media, uno in basso, l’ultimo ancora in aria, sparati in direzione dell’entrata del locale, in prossimità della biglietteria, dove in genere stazionano decine di persone.

Due proiettili colpiscono alle gambe una ragazza di 34 anni di Briga Marina, Tania, che si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. Le provocano un’emorragia vascolare e le rompono il femore.

 

La ricostruzione provvisoria dei fatti

 

I due si sono costituiti quando hanno saputo di essere ricercati dai carabinieri, che nel frattempo stavano setacciando il rione Mangialupi, dove si riteneva si fossero rifugiati.

Entrambi si dichiarano estranei ai fatti. Tuttavia gli elementi indiziari raccolti sinora nei loro confronti non sono pochi.

Secondo quanto hanno ricostruito gli inquirenti grazie alle testimonianze delle persone presenti e delle telecamere a circuito chiuso del bar “Caffè Nuovo”, ubicato di fronte al M’ama, sulla via Consolare Pompea, i due si sono presentati venti minuti dopo essere andati via minacciosi.

Le telecamere hanno registrato la scena: uno scoter si ferma davanti all’entrata del M’ama, sosta  qualche secondo, a bordo due persone con il casco, quello seduto dietro tira fuori la pistola e spara verso l’entrata del locale, poi vanno via in direzione Ganzirri.

Secondo gli inquirenti dalla diversa corporatura si può desumere che Cutè guidava lo scooter Honda SH, che come è emerso dalla banca dati della polizia è in uso da tempo a Gianfranco Aloisi, e quest’ultimo accomodato sul sedile dietro ha allungato il braccio e ha esploso i 5 colpi di pistola.

Tre testimoni hanno raccontato dell’antefatto davanti al M’ama e hanno riconosciuto senza incertezze in Cutè e Alosio i protagonisti delle minacce di 20 minuti prima.

Tra gli indizi a carico dei due giovani c’è anche la circostanza che dopo il fattaccio i loro telefoni, sottoposti a intercettazione, hanno smesso di funzionare.

Non è stata, però, trovata la pistola da cui sono partiti i colpi e neppure lo scooter usato per il raid.

 

Lesioni personali o Tentato omicidio?

 

Il Pubblico ministero, Antonio Carchietti, nel decreto di fermo contesta il reato di lesioni personali gravi, punito con una pena da 3 a 7 anni, e di porto d’armi, punito con la pena da due a 7 anni. In sostanza i due rischiano, se le ipotesi degli inquirenti trovassero conferma – una pena non superiore a 10 anni.

Tuttavia, per come si sono svolti i fatti, per le modalità dell’azione e il mezzo di offesa usato, ben presto ai due potrebbe essere contestato, oltre il porto abusivo d’armi, il reato più grave di Tentato omicidio, punito con un pena nel massimo a 20 anni di reclusione.

I due, infatti, sparano per ritorsione ma sparano due colpi (dei 5 colpi totali), ad altezza media in direzione di un luogo dove in ipotesi ci sono delle persone, prefigurandosi dunque la possibilità di poterle anche ammazzare.

In queste ore, infatti, è al vaglio del pm Antonio Carchietti, che sta studiando sul punto la giurisprudenza della Cassazione, la modifica del capo di imputazione.

Di recente la Corte di legittimità (sentenza 33383 del 2013) ha ritenuto che integrasse il reato di tentato omicidio e non di minaccia aggravata la condotta di chi al fine di intimidire una persona  ha esploso di notte dei colpi di pistola contro la finestra della sua abitazione, davanti alla quale erano passati qualche secondo prima delle persone che essendo nella stanza potevano essere colpiti mortalmente dai proiettili: circostanza questa conosciuta dallo sparatore.

Determinante è la risposta che si darà, usando se possibile i filmati, a questa domanda: quando Aloisi spara, nella la zona in cui finiscono i proiettili ci sono persone o la giovane Tania compare d’improvviso?

 

La storia dei due indagati

 

Amici per la pelle, dei due quello che ha un passato più burrascoso da un punto di vista giudiziario è Alessandrò Cutè, detto il leonino: è il figlio di Giovanni Cutè. Quest’ultimo, uscito comunque indenne da ogni processo, è il fratello di Alessandro Cutè, detto “il leone”, a capo di dell’omonimo clan di Mangialupi e da qualche tempo libero dopo aver scontato le pene alle quali era stato condannato.

I suoi tre figli, Luca, Giovanni e Giuseppe, hanno tutti avuto condanne passate in giudicato per reati comunqnue connessi allo spaccio di droga.

Il giovane Cutè, che porta il nome di battesimo dello zio, è stato già rinviato a giudizio ed è imputato per associazione per delinquere finalizzata alla spaccio di droga nell’ambito dell’inchiesta Doppia sponda.

 

Il poliziotto ritratta

 

Qualche settimana prima che nell’ambito di “Doppia sponda” scattassero per lui le misure cautelari, Cutè fu coinvolto nella vicenda che vide il selvaggio pestaggio di un agente di polizia, Carmelo Rugolo. Il 9 novembre del 2014, all’alba, l’agente di polizia, mentre era diretto in Questura per prendere servizio, ebbe un tamponamento con un’auto, da cui uscirono quattro giovani. Tra i questi c’era Alessandro Cutè. Ne nacque un diverbio, poi l’agente di polizia fu colpito violentemente.

L’agente Rugolo nell’immediatezza dei fatti accusò con sicurezza Cutè come uno degli aggressori. Poi nel corso del processo cambiò completamente versione: Cutè –  riferì Rugolo al Tribunale – aveva fatto da paciere e si era frapposto tra lui e gli aggressori.

Alessandro Cutè fu così assolto mentre gli altri due aggressori furono condannati per lesioni personali.

L’agente però finì sotto procedimento penale: il Tribunale ordinò alla Procura di verificare se Rugolo fosse responsabile di Calunnia, per aver accusato falsamente Cutè o di falsa testimonianza, per aver dichiarato il falso nel processo scagionando Cutè.

 

La passione per le auto e le rapine 

 

Giancarlo Aloisi, la passione per le auto e le moto d’acqua, invece, ha precedenti per rapina: quando ancora era ancora minorenne fu condannato per rapina a tre anni con affidamento ai servizi sociali.

 

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