Archive for Sanità

Policlinico, pulci nei tunnel di collegamento tra i reparti. I parassiti trovati pure in Farmacia. Scattano le misure d’emergenza.

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MEDICI LITIGANO IN SALA PARTO, DONNA E BIMBO GRAVI A MESSINA

MESSINA. Sino a qualche minuto prima che alcuni infermieri fossero insospettiti dai piccolissimi insetti e lanciassero l’allarme, ci sono passati gli addetti alla ristorazione con le vivande e gli operatori sanitari per spostarsi velocemente da un reparto ad un altro ma anche i pazienti sulle barelle o sulle sedie a rotelle. Da ieri mattina i tunnel sotterranei che collegano gli undici padiglioni del Policlinico universitario di Messina sono chiusi. Un provvedimento di urgenza dei vertici aziendali, adottato al termine dei lavori di un tavolo tecnico convocato per affrontare l’emergenza, ne ha inibito il transito a tutti. Il motivo? Un’invasione di pulci. I parassiti dei mammiferi nella giornata di sabato erano stati rinvenuti sui camici da alcuni operatori della Farmacia del Padiglione E, ubicata proprio alla fine di uno dei tunnel. Dopo aver accertato che gli strani insetti altro non erano che pulci, la direzione sanitaria ha innanzitutto reso off limits i percorsi di collegamento, poi ha allertato la ditta specializzata in disinfestazione titolare del relativo appalto. La Pfe Srl, questo il nome della società, proprio nelle giornata di oggi martedì 5 agosto alle ore 20 effettuerà il primo intervento diretto a sterminare la colonia dei pericolosi, soprattutto in ospedale, parassiti, vettori talvolta di virus e batteri. A tutte le imprese che effettuano servizi esterni (lavanderia e vitto) è stato invece chiesto di attrezzarsi per svolgere nei prossimi giorni il servizio utilizzando i percorsi esterni. Read more

118, mille autisti pagati per non lavorare. La Corte dei conti apre un’inchiesta. Le tappe dello scandalo

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 Ambulanza

Per tenere operative 24 ore al giorno le 256 ambulanze del 118 siciliano bastavano 2400 autisti ma ne furono assunti 3350, senza concorso. I mille lavoratori in esubero, pur costretti a rimanere con le braccia conserte per tre anni, sono stati regolarmente pagati. Lo spreco valutato tra i 25 e i 30 milioni di euro all’anno è finito ora all’attenzione della Procura della Corte dei conti. La mega assunzione avvenne nel luglio del 2010 e fu preceduta da una proposta che costò all’allora assessore regionale alla Sanità Massimo Russo una denuncia da parte della Cgil. Era gennaio del 2010 quando l’esponente del Governo guidato da Raffaele Lombardo «per porre fine agli sprechi» come dichiarò, decise di togliere alla Croce Rossa italiana il 118 e di affidarlo a una società interamente pubblica costituita tra le 17 Aziende sanitarie e la regione Sicilia, la Seus Spa. Negli stessi giorni l’ex magistrato della Procura di Palermo scoprì dall’Avvocatura dello Stato cui aveva chiesto un parere che doveva essere la regione Sicilia a pagare i 50 milioni di euro di straordinario che i 3350 dipendenti della Croce rossa reclamavano. Il motivo? Avevano tutti un contratto part time e il loro monte orario complessivo non bastava a tenere sempre attive le ambulanze dislocate in Sicilia: per anni, invece di aumentare l’orario di lavoro ordinario settimanale di ciascuno di loro si era ricorso all’uso massivo dello straordinario, meglio remunerato.

All’assessore, alle prese con il Piano di rientro imposto dal Governo nazionale, venne un’idea che formulò in una proposta: «Se gli autisti rinunciano a quanto spetta loro di straordinario li assumiamo nella nuova società pubblica, il loro contratto diventa full time e gli applichiamo il Contratto collettivo dell’Aiop (ospedalità privata) economicamente più vantaggioso. Chinon accetta può tornare a casa». Inutile dire che accettarono tutti, sindacalisti compresi, tranne il segretario regionale della Funzione pubblica della Cgil Michele Palazzotto che presentò un esposto per estorsione nei confronti di Russo: “I lavoratori hanno diritto a tutti i loro soldi e al passaggio nella nuova società”, rivendicò il sindacalista. Il risultato del do ut des? La carenza si trasformò in esubero di personale. “Una parte di questi li riqualificheremo come operatori socio sanitari e li impiegheremo nelle strutture sanitarie pubbliche; gli altri effettueranno i servizi di trasporto interno per conto degli ospedali”, assicurò Russo. L’operazione, però, ha avuto tempi biblici. Dino Alagna, sino a qualche giorno fa direttore sanitario della società pubblica, spiega: “E’ stato molto faticoso, ci sono state tante difficoltà e resistenze, ma solo da febbraio del 2014 non c’è più alcun dipendente della Seus inattivo”.

L’affidamento da parte della Regione del 118 e dei servizi di trasporto ospedaliero senza gara alla Seus Spa era stato bocciato dall’Autorità di vigilanza sui pubblici contratti. Secondo l’organismo allora presieduto da Sergio Santoro entrambe le operazioni sono state effettuate “in violazione delle regole di libera concorrenza di derivazione comunitaria” e sono causa “di aggravi di costi per le casse pubbliche”: la delibera è stata così trasmessa alla Procura della Corte dei conti. Tuttavia, alla fine del 2012 il governo regionale guidato da Rosario Crocetta ha rinnovato il contratto si servizio alla Seus Spa. Nei successivi mesi del 2013 per sanare le illegalità rilevate dall’ Avcp lo Statuto della società pubblica è stato profondamente modificato. La gestione del servizio di emergenza siciliano era già finita all’attenzione della Corte dei conti: nel mirino della Procura i provvedimenti grazie ai quali le ambulanze erano lievitate (in due occasioni ma sempre alla vigilia di tornate elettorali) passando dalle 150 del 2004 a quasi doppio nel 2007. L’organo di responsabilità contabile il 27 febbraio del 2013 ha condannato 18 esponenti politici a pagare complessivamente 13 milioni di euro.

Gli assessori della Giunta di Totò Cuffaro e i membri della Commissione Sanità dell’Ars sono stati ritenuti colpevoli non di aver aumentato il numero della ambulanze, ritenuto opportuno per adeguarlo agli standard delle altre regioni, ma perché contestualmente incrementarono “da dieci a dodici il personale addetto ad ognuna delle 258 ambulanze”. “L’operazione – rilevarono i giudici – è stata attuata previa repentina ed immotivata riduzione da 36 a 30 ore settimanali dell’orario individuale di lavoro”. Il contratto si trasformò così in part time e divenne la causa originaria della nuova inchiesta della Procura della Corte dei conti. I magistrati contabili conclusero: “La vera ragione di tale abnorme incremento del numero di autisti può essere rinvenuta soltanto in una causale clientelare diretta all’assunzione alle dipendenze della Croce rossa (con oneri finanziari scaricati sulle finanze della Regione siciliana) dapprima di “corsisti” e poi anche di “lavoratori interinali”, già impiegati nel settore”.

 

Michele Schinella, www.corriere.it  8 giugno 2014

Asp 5, regolamento di Conti: Magistri torna e manda via il direttore sanitario vicino al deputato Picciolo

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MESSINA. Rosario Crocetta l’aveva disarcionato sostituendolo con Giovanni Migliore. Il Tar di Catania, il 13 aprile 2014, lo ha rimesso a capo dell’Azienda sanitaria provinciale 5 di Messina. La mattina del 17 aprile ha varcato il portone di via La Farina e prima ancora di avere il tempo di riprendere familiarità con l’ambiente ha “licenziato” Santino Conti, da 15 anni seduto sulla poltrona di direttore sanitario: dal 2004 al 2008 all’azienda Piemonte; prima ancora all’Asp di Palermo e dal 2008 e sino a ieri in una delle stanze dei vertici dell’Asp 5.

Il primo atto di Manlio Magistri da (rinnovato) commissario dell’Asp 5 disvela un retroscena e suona come una rivincita su chi aveva caldeggiato il suo allontanamento al Governatore Crocetta. Conti infatti, un tempo politicamente vicino al Governatore Totò Cuffaro e poi a Francantonio Genovese, è riconosciuto come uomo di Giuseppe Picciolo, deputato regionale e leader dei Democratici riformisti, per altro legato all’ormai ex direttore sanitario anche da un rapporto di parentela.

Giuseppe Picciolo

“Conti ha superato il limite massimo 65 anni e comunque è decaduto con Migliore che gli aveva rinnovato l’incarico al suo arrivo”: sono queste le motivazioni ufficiali con cui è stato congedato Contiche da anni cumulava la sua pensione con l’indennità (100mila euro annui circa) di direttore sanitario.

ll manager milazzese, che ha sostituito Conti con Mario Pajno, ha però adesso il problema di trovare un direttore amministrativo. Vincenzo Barone, direttore generale dell’Irccs Centro Neurolesi Bonino Pulejo, reclutato da Migliore anche come direttore amministrativo, si è dimesso e ha lasciato vuota la poltrona. Salvatore Munafò, a sua volta invitato alla dimissioni al momento dell’insediamento di Migliore, si è già detto indisponibile a ritornare al suo posto.

Il Tribunale amministrativo di Catania ha ritenuto che la revoca di Magistri fosse avvenuta senza il rispetto delle procedure previste dalla legge e senza adeguate motivazioni.

La revoca del manager è arrivata al termine di una campagna di stampa che secondo il manager si è servita di giornalisti vicini a taluni esponenti politici e all’Ordine dei medici, che aveva contestato una serie di provvedimenti di Magistri. Quest’ultimo, per tutelare l’immagine sua e dell’azienda aveva dato con delibera un apposito incarico all’avvocato Carmelo Scillia.

Medicina, laurea facile in Albania. Il rettore di Tor Vergata dalle pagine di corriere.it annuncia lo stop.

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Giuseppe-Novelli

ROMA. Per gli oltre 62 mila aspiranti medici che affronteranno il test d’ingresso all’Università l’8 aprile, si avvicina il giorno della verità e si sfruttano gli ultimi giorni per prepararsi alla temutissima prova. Ma  per chi accarezza l’idea  di aggirare il numero chiuso iscrivendosi all’ormai famosa università «Nostra Signora del Buon Consiglio» di Tirana – che ha docenti e rettore italiani e lo stesso programma di studio dell’Università di Roma di «Tor Vergata» – il «piano B» potrebbe presto essere sbarrato. Giuseppe Novelli, rettore dell’ateneo romano  sta studiando, insieme ai vertici dell’Università di Tirana, nuove regole per l’ateneo albanese, che coinvolgeranno studenti e docenti. «A Tirana non voglio una Tor Vergata di Serie B, nè scorciatoie per aspiranti camici bianchi. Ecco perché stiamo stilando un nuovo protocollo d’intesa», ha detto.

La sentenza

Una recente sentenza del Tar del Lazio ha stabilito che gli studenti iscritti all’università albanese possono richiedere, facendone apposita domanda, di continuare i propri studi a una università italiana senza sostenere il test. I giudici hanno stabilito che trattandosi di fatto di un titolo di studio anche italiano, dopo la loro sentenza basterà rimanere in Albania solo un anno: il tempo di sostenere qualche esame e di chiedere di tornare in Italia. Fino a quel momento, l’alternativa era l’intero corso di studi a Tirana e poi il riconoscimento. Ma Novelli non ci sta. Il caso su cui si è pronunciato il Tar – una studentessa che aveva chiesto il trasferimento all’Università di Roma Tor Vergata senza aver mai sostenuto il test d’ingresso – è un evidente espediente per aggirare il numero chiuso, secondo il rettore. Che ha fatto a sua volta ricorso al Consiglio di Stato. Anche perché – ha dichiarato a un’agenzia di stampa –  l’esame di accesso a Tirana è molto diverso dal nostro».

Accordi da rivedere

Novelli afferma di aver «ereditato» l’accordo con Tirana. E di avere, in base a tale accordo, «accolto quest’anno una ventina di studenti dall’Albania, che dopo aver superato il concorso nazionale sono stati spalmati tra il secondo e il quarto anno». L’Università Cattolica NSBC, nata dalla convenzione di tre Atenei italiani, la Statale di Milano, Roma Tor Vergata e l’Università di Bari, ha programmi di studio, libri, docenti e lingua di insegnamento analoghi a quelli di Tor Vergata. «Ma per altri versi restano molte differenze. Ecco perché, in quanto nuovo rettore, mi sono impegnato per un nuovo protocollo d’intesa che modifichi per prima cosa le modalità d’accesso». Test su standard europei, con quiz in inglese preparati in Gran Bretagna. Docenti contrattualizzati in base a un meccanismo chiaro di reclutamento. Tirocinio professionalizzante da svolgere in ospedali, laboratori e strutture di livello. Queste le linee guida cui dovrebbe ispirarsi l’accordo.

30 dottori l’anno

All’ateneo albanese (che ha costi abbastanza elevati: 10mila euro per l’iscrizione, più le spese di soggiorno) si diplomano 20-30 studenti l’anno, ricorda Novelli. Forse non un numero che possa mutare gli equilibri della graduatoria di ammessi, che saranno 7.918, in base al decreto del nuovo ministro dell’Istruzione Giannini.  Ma sottolinea il rettore, «non può trattarsi di medici, odontoiatri e operatori sanitari meno preparati dei nostri».

di Antonella De Gregorio, corriere.it

Diecimila euro e un anno a Tirana bastano per diventare medici in Italia. Ecco come aggirare il test

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Università di Tirana

ROMA. Il Paese è straniero e i costi proibitivi per chi non ha la fortuna di essere nato in una famiglia ricca, ma i programmi di studio, i libri, i docenti e la lingua di insegnamento sono identici alla Facoltà di Medicina dell’Università Tor Vergata di Roma. Identici a tal punto che secondo una sentenza del Tribunale amministrativo del Lazio pubblicata agli inizi di febbraio, lo studente iscritto alla facoltà di Medicina dell’Università Cattolica «Nostra Signora del Buon Consiglio» di Tirana che lo domanda ha diritto di essere trasferito dall’ateneo albanese in uno italiano, benché non abbia mai superato il test di ammissione a Medicina.

I 62mila aspiranti medici che il prossimo 8 aprile non riusciranno ad entrare negli 7 .918 posti disponibili secondo le direttive del Ministero dell’Università e della ricerca per l’anno accademico 2014/2015  per coronare il loro sogno aggirando il numero chiuso avranno un’alternativa: attraversare i confini con la vicina Albania, sobbarcarsi i 10mila euro di iscrizione all’anno e i disagi anche economici degli studi all’estero.

In realtà, questo succedeva già. Ma finora uno studente italiano  iscritto a Tirana doveva ultimare gli studi in Albania. L’Università, nata da una convenzione con la Statale di Milano, la Seconda Università di Roma e l’Università di Bari, rilascia titoli che hanno valore legale anche in Italia, i docenti sono in gran parte italiani così come il rettore, e provengono dalle tre università che l’hanno fondata. E per questo i giudici ritengono che trattandosi di fatto di un titolo di studio anche italiano, dopo la loro sentenza  basterà rimanere in Albania solo un anno: il tempo di sostenere qualche esame e di chiedere di tornare in Italia.

La pronuncia ha creato molto imbarazzo al ministero dell’Istruzione. E minaccia di arroventare un tema già caldo alla vigilia delle prove selettive. I giudici del Tar laziale hanno in generale fissato un principio esplosivo per il sistema fondato sul numero chiuso: «L’ordinamento interno non prevede, almeno allo stato attuale, disposizioni tali da precludere agli studenti comunitari il trasferimento ad anni successivi al primo presso Atenei italiani, seppur a “numero chiuso” senza necessità di espletare un test preselettivo». Immediato è stato il ricorso al Consiglio di Stato.  L’esodo di centinaia  di studenti a Tirana raccontato dai media nazionali aveva suscitato molte polemiche e contestazioni. Michele Bonetti e Santi Delia, storici legali dell’Udu (Unione degli Universitari) autori del ricorso (al momento) vincente, commentano: «E’ evidente la violazione della parità tra studenti che si cimentano nel test in Italia o studiano in altri atenei comunitari e coloro che si recano in Albania, così come la discriminazione tra cittadini abbienti e non. Questa sentenza suona come l’ennesima bocciatura del numero chiuso».

La questione diventa anche politica e scatena una polemica da parte del centrodestra. Nel dicembre scorso un gruppo di parlamentari di centro destra guidati alla Camera da Vincenzo Garofalo e al Senato da Vincenzo Marinello in due distinte interrogazioni al Ministro dell’Università hanno puntato l’indice sul trattamento di favore riservato all’Ateneo albanese, sulla cui importanza «per il sostegno e la diffusione della cultura italiana» si è espresso il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel corso della visita di Stato del 5 marzo scorso. «Perché il riconoscimento in Italia della laurea in Medicina rilasciata dall’Università di Tirana ha una procedura semplificata? Che garanzie ha lo Stato italiano sulla formazione dei medici? Come e da chi sono pagati i docenti e quali sono gli oneri per le casse pubbliche italiane?», hanno domandato gli onorevoli. Alle due interrogazioni il Ministero nel frattempo passato dalla guida di Maria Chiara Carrozza a quella di Stefania Giannini non ha ancora dato risposta.

 

di Michele Schinella per corriere.it, 25 marzo 2014

 

Larve di mosche su un paziente in Rianimazione, indagato il manager del Policlinico Pecoraro

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Pecoraro-Policlinico

MESSINA. Se dalle narici di Vincenzo Misuraca, il paziente palermitano che il 18 luglio del 2011 morì a 62 anni nella Rianimazione del Policlinico di Messina, sono spuntate le larve di mosca non è stato per una sfavorevole congiunzione astrale, come pure avevano sostenuto in buona sostanza i due consulenti della Procura, ma perché nel nosocomio universitario guidato da 6 anni dal manager Giuseppe Pecoraro le condizioni igienico sanitarie erano pessime. Il motivo? Le colpevoli omissioni dei vertici della struttura sanitaria.

Francesco Tomasello

E’ questa la clamorosa svolta delle indagini sul caso che nell’estate di 3 anni fa aveva calamitato l’attenzione di tutti i media nazionali. I magistrati della Procura di Messina Vincenzo Barbaro e Maria Grazia Arena hanno recapitato 9 avvisi di garanzia con l’accusa di omissione in atti d’ufficio e omicidio colposo al direttore generale Pecoraro, ai primari di Rianimazione Angelo Sinardi e di Neurochirurgia (dove Misuraca aveva subito un’intervento chirurgico) Franco Tomasello, sino a pochi mesi fa rettore dell’ateneo; a Rosalba Ristagno direttore sanitario di presidio e a Sebastiano Coglitore, direttore di Cardiologia e presidente del Comitato per la lotta alle infezioni ospedaliere.

Rosalba Ristagno

La decisione dei magistrati è frutto di approfonditi accertamenti (fondati su prelievi ed analisi di campioni biologici) ad opera dei carabinieri dei Nas di Catania che hanno tracciato un quadro allarmante delle condizioni igieniche sanitarie della più importante struttura ospedaliera della città, sconfessando l’operato dei due consulenti, Antonino Trunfio e Salvatore Maria Costarella.

Sono stati gli stessi Nas a segnalare ai magistrati inquirenti le anomalie e le discrasie nell’operato dei due medici legali che avevano depositato una perizia assolutoria ritenendo che la morte dell’uomo palermitano non fosse ascrivibile alla responsabilità di alcuno: sono finiti entrambi sul registro degli indagati con l’accusa di falsa perizia. Read more